2018-09-20
Deposito container in Cina (Ansa)
Nel 2025 si temeva il crollo dell’export verso gli Usa per i dazi. Invece è salito del 7,2% e il surplus ha rallentato a 34 miliardi. Import da Pechino +16,4% e -6,6% di esportazioni.
Mentre i riflettori europei erano accesi sui dazi imposti dal presidente americano Donald Trump, non ci accorgevamo che la Cina ci invadeva con i suoi prodotti. Un assalto al mercato europeo che si è intensificato nel 2025 usando anche la triangolazione con Paesi del Sud Est asiatico, come Vietnam e Cambogia per bypassare lo sbarramento delle tariffe. L’invasione ha approfittato anche del fatto che tutta l’attenzione politica e mediatica era rivolta al «gigante cattivo» cioè gli Stati Uniti.
Dalla tabella dell’Istat che riporta i saldi della bilancia commerciale italiana con i Paesi extra Ue, emerge che mentre le esportazioni verso gli Usa nel 2025 hanno continuato ad aumentare (+7,2%) nonostante la politica dei dazi, determinando con Washington un surplus commerciale di 34,2 miliardi di euro a fronte di importazioni in crescita del 34,2%, c’è stato un intensificarsi del flusso di merci provenienti dalla Cina (+16,4%), che hanno creato un deficit commerciale di 46,3 miliardi di euro per l’Italia con una riduzione del 6,6% delle esportazioni. Basti pensare che l’anno precedente, nel 2024, le importazioni avevano avuto un incremento del 6,9%. Nel 2025 quindi c’è stato un raddoppio.
Nel 2025 la Cina ha segnato complessivamente un nuovo record nella sua bilancia commerciale, registrando un surplus di 1.189 miliardi di dollari, in netto aumento rispetto ai 993 miliardi dell’anno precedente. Un risultato che conferma la centralità dell’export nell’economia del Dragone, nonostante le continue pressioni commerciali provenienti dagli Stati Uniti e un quadro geopolitico instabile. L’aumento del surplus è il frutto combinato di un’espansione delle esportazioni del 5,5% e di importazioni sostanzialmente stabili. Solo nel mese di dicembre, il surplus ha toccato i 114,1 miliardi, segnando il settimo mese consecutivo sopra i 100 miliardi.
Un dato interessante considerando che il commercio con gli Stati Uniti è in contrazione. L’anno scorso le esportazioni verso il mercato americano sono crollate del 20%, con un calo del 30% solo a dicembre. A compensare questa perdita è stato l’aumento delle vendite in altre aree del mondo. Le esportazioni verso l’Unione europea sono cresciute dell’8,4%.
La Cina quindi ha reagito alla chiusura del mercato americano dirottando parte della produzione verso Paesi alternativi, sfruttando anche una rete capillare di porti internazionali, oltre un centinaio, che le consente una flessibilità logistica fuori portata per molti concorrenti. Ha ridisegnato la mappa dei mercati di sbocco, ovvero meno Stati Uniti e più Asia (+13%) e Europa.
I dati ci raccontano anche un’altra realtà, ovvero che la bassa domanda interna del Dragone si traduce in altrettanto basse importazioni e nella necessità per le imprese di vendere all’estero gli eccessi delle rispettive produzioni. I consumi delle famiglie pesano per meno del 40% del Pil contro quasi il 70% negli Usa e intorno al 52% nell’Unione Europea. Viceversa, gli investimenti risultano doppi rispetto alla quota in Ue e Usa con un rapporto stabile sopra il 40%.
Quella cinese era un’invasione annunciata da quando il presidente Donald Trump annunciò i dazi. Bruxelles non ha fatto quasi nulla per arginare tale marea, salvo immaginare un’imposta di 2 euro sui pacchi di basso valore e raddoppiare i dazi sull’acciaio. Poca cosa. È il segnale del fallimento della Commissione Ue nell’incapacità di reagire con politiche accorte. Un esempio è la miopia della Germania che aveva pensato di conquistare il mercato cinese con le sue auto ma ha finito per comprarle da Pechino e chiudere i propri stabilimenti.
Ma c’è un altro pericolo che incombe. Sempre l’Istat evidenzia che le importazioni sono aumentate particolarmente anche dai Paesi del Sudamerica (+15%). Il recente accordo commerciale siglato dalla Commissione europea con i Paesi del Mercosur è destinato a spalancare anche queste porte.
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Keir Starmer (Ansa)
Visita in Cina per chiudere accordi. Astrazeneca annuncia 15 miliardi di investimenti.
Keir Starmer è arrivato in Cina mercoledì 28 gennaio e, alle prime ore del 29 gennaio è stato ricevuto da Xi Jinping nella Grande Sala del Popolo. È la prima visita ufficiale di un premier britannico a Pechino dal 2018 e viene presentata come una ripartenza dopo anni di rapporti tesi.
Xi invoca «più dialogo» e propone un partenariato strategico «a lungo termine, stabile e globale»; Starmer ribadisce che la Cina è un attore «vitale» e che Londra vuole una relazione «più sofisticata», in cui si individuano opportunità di collaborazione e si mantiene un confronto sulle aree di disaccordo. Certo, nessuno ha commentato che Londra si sta accingendo a fare accordi con un governo che spesso non rispetta i diritti umani o alcune regole di mercato.
La visita ufficiale del premier britannico in Cina segna dunque un passaggio politicamente rilevante: non tanto per l’annuncio di singoli accordi immediati, quanto per il tentativo dichiarato di ridefinire il «perimetro» del rapporto bilaterale dopo anni di irrigidimenti.
Starmer descrive la Cina un come «attore vitale» sulla scena globale, e dunque interlocutore necessario; allo stesso tempo, Londra chiede che l’intensificazione dei contatti crei spazi «significativi» di discussione.
Xi Jinping, dal canto suo, si è detto disponibile a un «partenariato strategico a lungo termine, stabile e globale», presentando la missione di Starmer come occasione per «aprire la strada» a un nuovo capitolo della cooperazione. Nella narrativa di Pechino, l’argomento-chiave è l’utilità del dialogo in un contesto di «situazioni complesse»: Cina e Regno Unito dovrebbero rafforzare cooperazione e comunicazione sia per la stabilità internazionale, sia per ricadute economiche e sociali nei rispettivi Paesi. Xi non nega gli ostacoli («superare le difficoltà», ha detto), ma prova a rovesciarne il significato: le difficoltà diventano la prova politica della leadership, chiamata a non arretrare e a «andare avanti con coraggio».
Questa è la prima visita ufficiale di un premier britannico in Cina dal 2018. Oltre a Xi Jinping, Starmer ha incontrato anche Li Qiang, primo ministro cinese, con cui la speranza è quella di realizzare il prima possibile accordi tangibili.
Non a caso Starmer è giunto nella Repubblica Popolare accompagnato da circa 60 imprenditori e numeri uno di organizzazioni culturali, tra cui Hsbc, Aberdeen Group, Airbus, British Airways, AstraZeneca e GSK. La visita è iniziata con la tradizionale cerimonia di benvenuto con il picchetto d'onore in vista, seguita da un pranzo ufficiale. La scelta, alla fine, segnala che Londra vuole tradurre il disgelo tra Regno Unito e Cina in opportunità commerciali. Sullo sfondo c’è anche il fattore statunitense: le turbolenze legate alle posizioni di Washington rendono, per il Regno Unito, più urgente diversificare interlocutori, senza però intaccare l’allineamento atlantico.
E intanto il gigante farmaceutico britannico Astrazeneca ha annunciato che investirà 15 miliardi di dollari in Cina entro il 2030 per espandere la produzione di medicinali e la ricerca. «La Cina è diventata un contributore fondamentale all’innovazione scientifica e alla salute pubblica globale», ha dichiarato in un comunicato l'amministratore delegato di AstraZeneca, Pascal Soriot.
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«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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2026-01-30
Quasi la metà dei laureati telematici avrebbe abbandonato senza la didattica digitale
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Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
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