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2024-10-16
Riecco che spunta la mascherina coatta negli ospedali (in tutti i reparti)
(Ansa)
Scaduto a luglio, l’obbligo della mascherina negli ospedali è stato ripristinato d’ufficio a ottobre, in alcune realtà, su decisione di solerti direttori sanitari. Del resto, l’ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa è preoccupato per «la nostra amnesia collettiva sulla gravità della pandemia da Covid-19» e il desiderio di «voltare pagina» che «non deve impedirci di proteggere noi stessi e i nostri cari dalla continua diffusione di malattie respiratorie, mentre l’emisfero settentrionale si prepara per l’inverno». Giusto per allarmare e non gestire, secondo l’Oms Europa, tra i gruppi «più a rischio» per il coronavirus, il virus dell’influenza e quellorespiratorio sinciziale (Rsv), accanto agli «anziani e persone con malattie croniche» ci sono anche le «donne incinte».
Curiosamente, per queste patologie ci sono i vaccini che «salvano la vita», molti saranno anche plurinoculati, ma la mascherina va messa lo stesso. C’è da chiedersi come l’umanità sia potuta arrivare al 2019 senza indossare la mascherina negli ospedali e nelle residenze per anziani. Se infatti, prima della pandemia l’arrivo dei virus influenzali non comportava sconvolgimenti nelle modalità di accesso nei reparti ospedalieri, dopo il Covid - per il quale ormai non si contano le reinoculazioni nei fragili e le recidive a ogni età, anche dove la mascherina non si è mai tolta, oltre che nella popolazione generale - l’arrivo dell’inverno non può avvenire senza la richiesta di tornare imbavagliati in tutti i reparti, anche in quelli a basso rischio. Del resto, l’ultima circolare Covid del ministero, nel togliere l’obbligo, lasciava libertà ai direttori delle strutture sanitarie di reintrodurlo in reparti sensibili che, a quanto pare, non sono le terapie intensive e le corsie di malattie infettive, come nell’era pre-pandemica. Oggi tutti i reparti sono sensibili per i diligenti direttori sanitari. E attenzione: non bastano le chirurgiche, no ci vogliono le Ffp2. Eppure gli ultimi studi disponibili sull’efficacia dell’impiego delle mascherine in contesti ospedalieri non mostrano significative riduzioni di mortalità. Come ha già spiegato su questo giornale Francesco Broccolo, virologo dell’Università del Salento, «uno studio realizzato nel 2022, durato quasi un anno, in un contesto ospedaliero londinese e pubblicato su The Journal of Hospital Infection mostra come già allora non c’era nessun cambiamento significativo nel tasso di infezioni da Sars Cov2 dopo aver tolto l’obbligo della mascherina per personale ospedaliero e visitatori». Ma i dati scientifici e un po’ di buonsenso, come ha dimostrato la pandemia, non sono necessariamente impiegati per fare le scelte migliori per la salute dei cittadini. Così, mentre il ministero lascia la discrezionalità e gli esperti ricordano che «sarebbe più utile ed efficace investire in sistemi per sanificare gli ambienti», invece di imporre la mascherina, l’ospedale di Brescia, per esempio - visto il rialzo dei casi Covid nella zona - ha deciso di ripristinare l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione Ffp2 per utenti, visitatori, accompagnatori e caregiver in tutti i reparti. Ma non è l’unico. «In queste settimane», segnala all’Adnkronos Salute Federsanità Anci, «in molte regioni del Paese, come ad esempio in Campania, sono state diramate indicazioni per gli ospedali per l’utilizzo dei dispositivi di protezione soprattutto per i reparti a rischio. L’aspetto epidemiologico è importante ma di più lo è la consapevolezza dei cittadini nello scegliere comportamenti adeguati».
E così, in alcune realtà, dove la raccomandazione è restata praticamente obbligo, come nelle residenze per anziani - ignorando che ospiti, degenti e operatori, nonostante il bavaglio, continuano a infettarsi e a guarire nel giro di qualche giorno - in nome di una «prevenzione», di cui non si misura l’efficacia, i direttori sanitari non permettono a nessuno di girare senza mascherina, anche in assenza di sintomi. Il ritorno delle misure anti-Covid, dalle mascherine agli ingressi contingentati, per i pazienti e i visitatori, deciso dall’ospedale Civile di Brescia per il rialzo dei contagi, «è assurdo e va fatta una battaglia su questo», afferma Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive dell’ospedale policlinico San Martino di Genova. «Gli ospedali non possono essere prigionieri di queste misure anti-Covid o dei tamponi che ancora vengono chiesti per il trasferimento dei pazienti o per fare gli esami e le visite. È sconcertante». Soprattutto se non c’è «nessun nuovo allarme Covid negli ospedali», come osserva Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, dell’ospedale Sacco di Milano. Perfino Fabrizio Pregliasco direttore dell’Irccs ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano, non certo un temerario nel limitare le misure contro il Sars-Cov2, informa che «per ora da noi c’è l’indicazione di indossare le mascherine nei reparti con pazienti fragili. Oggi il Covid, nella stragrande maggioranza dei casi è un’infezione risolvibile».
Agente no vax, la Corte temporeggia
Bisognerà aspettare circa una settimana prima che i 15 giudici della Corte Costituzionale, che ieri si sono riuniti in camera di consiglio, mettano nero su bianco i dettagli della decisione adottata sull’ennesima ordinanza relativa a lavoratori dipendenti sospesi dal lavoro e dallo stipendio perché non vaccinati contro il Covid. Quella in discussione ieri riguardava P.D., assistente capo di polizia penitenziaria, privato di lavoro e stipendio nel 2021. In quei mesi, a capo del governo italiano c’era Mario Draghi: l’esecutivo aveva emanato due decreti legge per il «contenimento dell’epidemia da Covid» attraverso l’istituzione dell’obbligo di vaccinazione per alcune categorie professionali (militari, medici, insegnanti, over 50) e dell’obbligo di green pass.
P.D. aveva impugnato il provvedimento chiedendo al Tar del Lazio di essere riammesso in servizio con la conseguente retribuzione oppure, in via subordinata, di poter ottenere l’assegno alimentare. Ed è proprio sulla mancata previsione dell’assegno di mantenimento, già negato dalla stessa Corte nel 2022 e nel 2023 ad alcuni lavoratori dipendenti sospesi, che è incentrato il suo ricorso. La legge stabilisce che un dipendente sottoposto a procedimento giudiziario e sospeso cautelativamente dal servizio, anche se privato dello stipendio, durante il periodo di sospensione possa percepire un assegno alimentare, la cui misura è stabilita da disposizioni di legge o dai contratti nazionali. Elargito in alcuni casi anche a criminali incalliti, questo assegno - nel caso dei medici non vaccinati - non è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale, che attraverso diverse sentenze (ad esempio la 15/2023) ha stabilito che la negazione degli emolumenti economici a chi non ha osservato l’obbligo vaccinale è «legittima e ragionevole». Anche nelle sentenze del 2022 la Consulta ha stabilito che è legittimo che sia negato l’assegno alimentare, sia al personale scolastico che a quello sanitario.
Nel ricorso, il funzionario si è difeso sostenendo di lavorare in un ufficio occupato da pochi dipendenti debitamente distanziati; ha motivato le ragioni del rifiuto di sottoporsi a vaccinazione dichiarando di non voler assumere farmaci per non rischiare di avere come conseguenze «effetti indesiderati e anche gravi» (come quelli riconosciuti dalla stessa Aifa); ha quindi sottolineato che la sospensione dal servizio, stabilita per la categoria professionale cui apparteneva, era di fatto discriminatoria rispetto ad altre categorie per le quali non era stato imposto l’obbligo vaccinale. Inoltre, ha messo l’accento sul fatto che avrebbe potuto essere adibito a mansioni differenti. Ha infine osservato la differenza tra obbligo e coercizione: «Non appare implausibile ritenere che le disposizioni in esame finiscano di fatto per trasmodare in una sorta di coercizione indiretta all’adempimento dell’obbligo - si legge nell’ordinanza - ponendo il lavoratore renitente di fronte all’alternativa di doversi suo malgrado sottoporre alla vaccinazione da egli avversata oppure subire uno stato di prolungata indigenza». O ti vaccini contro il covid o muori di fame, insomma. Non a caso, nell’ordinanza è citato l’art.32 comma 2 della Costituzione che dispone che, anche nei casi di trattamento obbligatori disposti per legge, quest’ultima «non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
E’ abbastanza verosimile che anche nel caso di P.D. la Corte Costituzionale, per non smentire se stessa, vada a trarre le stesse conclusioni e respinga il ricorso. Sarà tuttavia interessante verificare se ancora oggi la Consulta continui a sostenere che il legislatore si è adeguato alle «conoscenze scientifiche del momento»: come noto, già allora le evidenze smentivano che il vaccino anti covid impedisse il contagio.
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Da Brescia alla Campania, Ffp2 obbligatorie pure per i visitatori. L’Oms insiste: «Amnesia collettiva sul Covid che circola ancora».Si saprà tra sette giorni la decisione della Consulta sul ricorso di un poliziotto. Sospeso nel 2021, si vide negare l’assegno alimentare, elargito in certi casi anche ai criminali.Lo speciale contiene due articoli.Scaduto a luglio, l’obbligo della mascherina negli ospedali è stato ripristinato d’ufficio a ottobre, in alcune realtà, su decisione di solerti direttori sanitari. Del resto, l’ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa è preoccupato per «la nostra amnesia collettiva sulla gravità della pandemia da Covid-19» e il desiderio di «voltare pagina» che «non deve impedirci di proteggere noi stessi e i nostri cari dalla continua diffusione di malattie respiratorie, mentre l’emisfero settentrionale si prepara per l’inverno». Giusto per allarmare e non gestire, secondo l’Oms Europa, tra i gruppi «più a rischio» per il coronavirus, il virus dell’influenza e quellorespiratorio sinciziale (Rsv), accanto agli «anziani e persone con malattie croniche» ci sono anche le «donne incinte». Curiosamente, per queste patologie ci sono i vaccini che «salvano la vita», molti saranno anche plurinoculati, ma la mascherina va messa lo stesso. C’è da chiedersi come l’umanità sia potuta arrivare al 2019 senza indossare la mascherina negli ospedali e nelle residenze per anziani. Se infatti, prima della pandemia l’arrivo dei virus influenzali non comportava sconvolgimenti nelle modalità di accesso nei reparti ospedalieri, dopo il Covid - per il quale ormai non si contano le reinoculazioni nei fragili e le recidive a ogni età, anche dove la mascherina non si è mai tolta, oltre che nella popolazione generale - l’arrivo dell’inverno non può avvenire senza la richiesta di tornare imbavagliati in tutti i reparti, anche in quelli a basso rischio. Del resto, l’ultima circolare Covid del ministero, nel togliere l’obbligo, lasciava libertà ai direttori delle strutture sanitarie di reintrodurlo in reparti sensibili che, a quanto pare, non sono le terapie intensive e le corsie di malattie infettive, come nell’era pre-pandemica. Oggi tutti i reparti sono sensibili per i diligenti direttori sanitari. E attenzione: non bastano le chirurgiche, no ci vogliono le Ffp2. Eppure gli ultimi studi disponibili sull’efficacia dell’impiego delle mascherine in contesti ospedalieri non mostrano significative riduzioni di mortalità. Come ha già spiegato su questo giornale Francesco Broccolo, virologo dell’Università del Salento, «uno studio realizzato nel 2022, durato quasi un anno, in un contesto ospedaliero londinese e pubblicato su The Journal of Hospital Infection mostra come già allora non c’era nessun cambiamento significativo nel tasso di infezioni da Sars Cov2 dopo aver tolto l’obbligo della mascherina per personale ospedaliero e visitatori». Ma i dati scientifici e un po’ di buonsenso, come ha dimostrato la pandemia, non sono necessariamente impiegati per fare le scelte migliori per la salute dei cittadini. Così, mentre il ministero lascia la discrezionalità e gli esperti ricordano che «sarebbe più utile ed efficace investire in sistemi per sanificare gli ambienti», invece di imporre la mascherina, l’ospedale di Brescia, per esempio - visto il rialzo dei casi Covid nella zona - ha deciso di ripristinare l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione Ffp2 per utenti, visitatori, accompagnatori e caregiver in tutti i reparti. Ma non è l’unico. «In queste settimane», segnala all’Adnkronos Salute Federsanità Anci, «in molte regioni del Paese, come ad esempio in Campania, sono state diramate indicazioni per gli ospedali per l’utilizzo dei dispositivi di protezione soprattutto per i reparti a rischio. L’aspetto epidemiologico è importante ma di più lo è la consapevolezza dei cittadini nello scegliere comportamenti adeguati». E così, in alcune realtà, dove la raccomandazione è restata praticamente obbligo, come nelle residenze per anziani - ignorando che ospiti, degenti e operatori, nonostante il bavaglio, continuano a infettarsi e a guarire nel giro di qualche giorno - in nome di una «prevenzione», di cui non si misura l’efficacia, i direttori sanitari non permettono a nessuno di girare senza mascherina, anche in assenza di sintomi. Il ritorno delle misure anti-Covid, dalle mascherine agli ingressi contingentati, per i pazienti e i visitatori, deciso dall’ospedale Civile di Brescia per il rialzo dei contagi, «è assurdo e va fatta una battaglia su questo», afferma Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive dell’ospedale policlinico San Martino di Genova. «Gli ospedali non possono essere prigionieri di queste misure anti-Covid o dei tamponi che ancora vengono chiesti per il trasferimento dei pazienti o per fare gli esami e le visite. È sconcertante». Soprattutto se non c’è «nessun nuovo allarme Covid negli ospedali», come osserva Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, dell’ospedale Sacco di Milano. Perfino Fabrizio Pregliasco direttore dell’Irccs ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano, non certo un temerario nel limitare le misure contro il Sars-Cov2, informa che «per ora da noi c’è l’indicazione di indossare le mascherine nei reparti con pazienti fragili. Oggi il Covid, nella stragrande maggioranza dei casi è un’infezione risolvibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherina-obbligatoria-ospedale-2669403174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="agente-no-vax-la-corte-temporeggia" data-post-id="2669403174" data-published-at="1729024790" data-use-pagination="False"> Agente no vax, la Corte temporeggia Bisognerà aspettare circa una settimana prima che i 15 giudici della Corte Costituzionale, che ieri si sono riuniti in camera di consiglio, mettano nero su bianco i dettagli della decisione adottata sull’ennesima ordinanza relativa a lavoratori dipendenti sospesi dal lavoro e dallo stipendio perché non vaccinati contro il Covid. Quella in discussione ieri riguardava P.D., assistente capo di polizia penitenziaria, privato di lavoro e stipendio nel 2021. In quei mesi, a capo del governo italiano c’era Mario Draghi: l’esecutivo aveva emanato due decreti legge per il «contenimento dell’epidemia da Covid» attraverso l’istituzione dell’obbligo di vaccinazione per alcune categorie professionali (militari, medici, insegnanti, over 50) e dell’obbligo di green pass. P.D. aveva impugnato il provvedimento chiedendo al Tar del Lazio di essere riammesso in servizio con la conseguente retribuzione oppure, in via subordinata, di poter ottenere l’assegno alimentare. Ed è proprio sulla mancata previsione dell’assegno di mantenimento, già negato dalla stessa Corte nel 2022 e nel 2023 ad alcuni lavoratori dipendenti sospesi, che è incentrato il suo ricorso. La legge stabilisce che un dipendente sottoposto a procedimento giudiziario e sospeso cautelativamente dal servizio, anche se privato dello stipendio, durante il periodo di sospensione possa percepire un assegno alimentare, la cui misura è stabilita da disposizioni di legge o dai contratti nazionali. Elargito in alcuni casi anche a criminali incalliti, questo assegno - nel caso dei medici non vaccinati - non è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale, che attraverso diverse sentenze (ad esempio la 15/2023) ha stabilito che la negazione degli emolumenti economici a chi non ha osservato l’obbligo vaccinale è «legittima e ragionevole». Anche nelle sentenze del 2022 la Consulta ha stabilito che è legittimo che sia negato l’assegno alimentare, sia al personale scolastico che a quello sanitario. Nel ricorso, il funzionario si è difeso sostenendo di lavorare in un ufficio occupato da pochi dipendenti debitamente distanziati; ha motivato le ragioni del rifiuto di sottoporsi a vaccinazione dichiarando di non voler assumere farmaci per non rischiare di avere come conseguenze «effetti indesiderati e anche gravi» (come quelli riconosciuti dalla stessa Aifa); ha quindi sottolineato che la sospensione dal servizio, stabilita per la categoria professionale cui apparteneva, era di fatto discriminatoria rispetto ad altre categorie per le quali non era stato imposto l’obbligo vaccinale. Inoltre, ha messo l’accento sul fatto che avrebbe potuto essere adibito a mansioni differenti. Ha infine osservato la differenza tra obbligo e coercizione: «Non appare implausibile ritenere che le disposizioni in esame finiscano di fatto per trasmodare in una sorta di coercizione indiretta all’adempimento dell’obbligo - si legge nell’ordinanza - ponendo il lavoratore renitente di fronte all’alternativa di doversi suo malgrado sottoporre alla vaccinazione da egli avversata oppure subire uno stato di prolungata indigenza». O ti vaccini contro il covid o muori di fame, insomma. Non a caso, nell’ordinanza è citato l’art.32 comma 2 della Costituzione che dispone che, anche nei casi di trattamento obbligatori disposti per legge, quest’ultima «non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E’ abbastanza verosimile che anche nel caso di P.D. la Corte Costituzionale, per non smentire se stessa, vada a trarre le stesse conclusioni e respinga il ricorso. Sarà tuttavia interessante verificare se ancora oggi la Consulta continui a sostenere che il legislatore si è adeguato alle «conoscenze scientifiche del momento»: come noto, già allora le evidenze smentivano che il vaccino anti covid impedisse il contagio.
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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