True
2024-10-16
Riecco che spunta la mascherina coatta negli ospedali (in tutti i reparti)
(Ansa)
Scaduto a luglio, l’obbligo della mascherina negli ospedali è stato ripristinato d’ufficio a ottobre, in alcune realtà, su decisione di solerti direttori sanitari. Del resto, l’ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa è preoccupato per «la nostra amnesia collettiva sulla gravità della pandemia da Covid-19» e il desiderio di «voltare pagina» che «non deve impedirci di proteggere noi stessi e i nostri cari dalla continua diffusione di malattie respiratorie, mentre l’emisfero settentrionale si prepara per l’inverno». Giusto per allarmare e non gestire, secondo l’Oms Europa, tra i gruppi «più a rischio» per il coronavirus, il virus dell’influenza e quellorespiratorio sinciziale (Rsv), accanto agli «anziani e persone con malattie croniche» ci sono anche le «donne incinte».
Curiosamente, per queste patologie ci sono i vaccini che «salvano la vita», molti saranno anche plurinoculati, ma la mascherina va messa lo stesso. C’è da chiedersi come l’umanità sia potuta arrivare al 2019 senza indossare la mascherina negli ospedali e nelle residenze per anziani. Se infatti, prima della pandemia l’arrivo dei virus influenzali non comportava sconvolgimenti nelle modalità di accesso nei reparti ospedalieri, dopo il Covid - per il quale ormai non si contano le reinoculazioni nei fragili e le recidive a ogni età, anche dove la mascherina non si è mai tolta, oltre che nella popolazione generale - l’arrivo dell’inverno non può avvenire senza la richiesta di tornare imbavagliati in tutti i reparti, anche in quelli a basso rischio. Del resto, l’ultima circolare Covid del ministero, nel togliere l’obbligo, lasciava libertà ai direttori delle strutture sanitarie di reintrodurlo in reparti sensibili che, a quanto pare, non sono le terapie intensive e le corsie di malattie infettive, come nell’era pre-pandemica. Oggi tutti i reparti sono sensibili per i diligenti direttori sanitari. E attenzione: non bastano le chirurgiche, no ci vogliono le Ffp2. Eppure gli ultimi studi disponibili sull’efficacia dell’impiego delle mascherine in contesti ospedalieri non mostrano significative riduzioni di mortalità. Come ha già spiegato su questo giornale Francesco Broccolo, virologo dell’Università del Salento, «uno studio realizzato nel 2022, durato quasi un anno, in un contesto ospedaliero londinese e pubblicato su The Journal of Hospital Infection mostra come già allora non c’era nessun cambiamento significativo nel tasso di infezioni da Sars Cov2 dopo aver tolto l’obbligo della mascherina per personale ospedaliero e visitatori». Ma i dati scientifici e un po’ di buonsenso, come ha dimostrato la pandemia, non sono necessariamente impiegati per fare le scelte migliori per la salute dei cittadini. Così, mentre il ministero lascia la discrezionalità e gli esperti ricordano che «sarebbe più utile ed efficace investire in sistemi per sanificare gli ambienti», invece di imporre la mascherina, l’ospedale di Brescia, per esempio - visto il rialzo dei casi Covid nella zona - ha deciso di ripristinare l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione Ffp2 per utenti, visitatori, accompagnatori e caregiver in tutti i reparti. Ma non è l’unico. «In queste settimane», segnala all’Adnkronos Salute Federsanità Anci, «in molte regioni del Paese, come ad esempio in Campania, sono state diramate indicazioni per gli ospedali per l’utilizzo dei dispositivi di protezione soprattutto per i reparti a rischio. L’aspetto epidemiologico è importante ma di più lo è la consapevolezza dei cittadini nello scegliere comportamenti adeguati».
E così, in alcune realtà, dove la raccomandazione è restata praticamente obbligo, come nelle residenze per anziani - ignorando che ospiti, degenti e operatori, nonostante il bavaglio, continuano a infettarsi e a guarire nel giro di qualche giorno - in nome di una «prevenzione», di cui non si misura l’efficacia, i direttori sanitari non permettono a nessuno di girare senza mascherina, anche in assenza di sintomi. Il ritorno delle misure anti-Covid, dalle mascherine agli ingressi contingentati, per i pazienti e i visitatori, deciso dall’ospedale Civile di Brescia per il rialzo dei contagi, «è assurdo e va fatta una battaglia su questo», afferma Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive dell’ospedale policlinico San Martino di Genova. «Gli ospedali non possono essere prigionieri di queste misure anti-Covid o dei tamponi che ancora vengono chiesti per il trasferimento dei pazienti o per fare gli esami e le visite. È sconcertante». Soprattutto se non c’è «nessun nuovo allarme Covid negli ospedali», come osserva Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, dell’ospedale Sacco di Milano. Perfino Fabrizio Pregliasco direttore dell’Irccs ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano, non certo un temerario nel limitare le misure contro il Sars-Cov2, informa che «per ora da noi c’è l’indicazione di indossare le mascherine nei reparti con pazienti fragili. Oggi il Covid, nella stragrande maggioranza dei casi è un’infezione risolvibile».
Agente no vax, la Corte temporeggia
Bisognerà aspettare circa una settimana prima che i 15 giudici della Corte Costituzionale, che ieri si sono riuniti in camera di consiglio, mettano nero su bianco i dettagli della decisione adottata sull’ennesima ordinanza relativa a lavoratori dipendenti sospesi dal lavoro e dallo stipendio perché non vaccinati contro il Covid. Quella in discussione ieri riguardava P.D., assistente capo di polizia penitenziaria, privato di lavoro e stipendio nel 2021. In quei mesi, a capo del governo italiano c’era Mario Draghi: l’esecutivo aveva emanato due decreti legge per il «contenimento dell’epidemia da Covid» attraverso l’istituzione dell’obbligo di vaccinazione per alcune categorie professionali (militari, medici, insegnanti, over 50) e dell’obbligo di green pass.
P.D. aveva impugnato il provvedimento chiedendo al Tar del Lazio di essere riammesso in servizio con la conseguente retribuzione oppure, in via subordinata, di poter ottenere l’assegno alimentare. Ed è proprio sulla mancata previsione dell’assegno di mantenimento, già negato dalla stessa Corte nel 2022 e nel 2023 ad alcuni lavoratori dipendenti sospesi, che è incentrato il suo ricorso. La legge stabilisce che un dipendente sottoposto a procedimento giudiziario e sospeso cautelativamente dal servizio, anche se privato dello stipendio, durante il periodo di sospensione possa percepire un assegno alimentare, la cui misura è stabilita da disposizioni di legge o dai contratti nazionali. Elargito in alcuni casi anche a criminali incalliti, questo assegno - nel caso dei medici non vaccinati - non è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale, che attraverso diverse sentenze (ad esempio la 15/2023) ha stabilito che la negazione degli emolumenti economici a chi non ha osservato l’obbligo vaccinale è «legittima e ragionevole». Anche nelle sentenze del 2022 la Consulta ha stabilito che è legittimo che sia negato l’assegno alimentare, sia al personale scolastico che a quello sanitario.
Nel ricorso, il funzionario si è difeso sostenendo di lavorare in un ufficio occupato da pochi dipendenti debitamente distanziati; ha motivato le ragioni del rifiuto di sottoporsi a vaccinazione dichiarando di non voler assumere farmaci per non rischiare di avere come conseguenze «effetti indesiderati e anche gravi» (come quelli riconosciuti dalla stessa Aifa); ha quindi sottolineato che la sospensione dal servizio, stabilita per la categoria professionale cui apparteneva, era di fatto discriminatoria rispetto ad altre categorie per le quali non era stato imposto l’obbligo vaccinale. Inoltre, ha messo l’accento sul fatto che avrebbe potuto essere adibito a mansioni differenti. Ha infine osservato la differenza tra obbligo e coercizione: «Non appare implausibile ritenere che le disposizioni in esame finiscano di fatto per trasmodare in una sorta di coercizione indiretta all’adempimento dell’obbligo - si legge nell’ordinanza - ponendo il lavoratore renitente di fronte all’alternativa di doversi suo malgrado sottoporre alla vaccinazione da egli avversata oppure subire uno stato di prolungata indigenza». O ti vaccini contro il covid o muori di fame, insomma. Non a caso, nell’ordinanza è citato l’art.32 comma 2 della Costituzione che dispone che, anche nei casi di trattamento obbligatori disposti per legge, quest’ultima «non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
E’ abbastanza verosimile che anche nel caso di P.D. la Corte Costituzionale, per non smentire se stessa, vada a trarre le stesse conclusioni e respinga il ricorso. Sarà tuttavia interessante verificare se ancora oggi la Consulta continui a sostenere che il legislatore si è adeguato alle «conoscenze scientifiche del momento»: come noto, già allora le evidenze smentivano che il vaccino anti covid impedisse il contagio.
Continua a leggereRiduci
Da Brescia alla Campania, Ffp2 obbligatorie pure per i visitatori. L’Oms insiste: «Amnesia collettiva sul Covid che circola ancora».Si saprà tra sette giorni la decisione della Consulta sul ricorso di un poliziotto. Sospeso nel 2021, si vide negare l’assegno alimentare, elargito in certi casi anche ai criminali.Lo speciale contiene due articoli.Scaduto a luglio, l’obbligo della mascherina negli ospedali è stato ripristinato d’ufficio a ottobre, in alcune realtà, su decisione di solerti direttori sanitari. Del resto, l’ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa è preoccupato per «la nostra amnesia collettiva sulla gravità della pandemia da Covid-19» e il desiderio di «voltare pagina» che «non deve impedirci di proteggere noi stessi e i nostri cari dalla continua diffusione di malattie respiratorie, mentre l’emisfero settentrionale si prepara per l’inverno». Giusto per allarmare e non gestire, secondo l’Oms Europa, tra i gruppi «più a rischio» per il coronavirus, il virus dell’influenza e quellorespiratorio sinciziale (Rsv), accanto agli «anziani e persone con malattie croniche» ci sono anche le «donne incinte». Curiosamente, per queste patologie ci sono i vaccini che «salvano la vita», molti saranno anche plurinoculati, ma la mascherina va messa lo stesso. C’è da chiedersi come l’umanità sia potuta arrivare al 2019 senza indossare la mascherina negli ospedali e nelle residenze per anziani. Se infatti, prima della pandemia l’arrivo dei virus influenzali non comportava sconvolgimenti nelle modalità di accesso nei reparti ospedalieri, dopo il Covid - per il quale ormai non si contano le reinoculazioni nei fragili e le recidive a ogni età, anche dove la mascherina non si è mai tolta, oltre che nella popolazione generale - l’arrivo dell’inverno non può avvenire senza la richiesta di tornare imbavagliati in tutti i reparti, anche in quelli a basso rischio. Del resto, l’ultima circolare Covid del ministero, nel togliere l’obbligo, lasciava libertà ai direttori delle strutture sanitarie di reintrodurlo in reparti sensibili che, a quanto pare, non sono le terapie intensive e le corsie di malattie infettive, come nell’era pre-pandemica. Oggi tutti i reparti sono sensibili per i diligenti direttori sanitari. E attenzione: non bastano le chirurgiche, no ci vogliono le Ffp2. Eppure gli ultimi studi disponibili sull’efficacia dell’impiego delle mascherine in contesti ospedalieri non mostrano significative riduzioni di mortalità. Come ha già spiegato su questo giornale Francesco Broccolo, virologo dell’Università del Salento, «uno studio realizzato nel 2022, durato quasi un anno, in un contesto ospedaliero londinese e pubblicato su The Journal of Hospital Infection mostra come già allora non c’era nessun cambiamento significativo nel tasso di infezioni da Sars Cov2 dopo aver tolto l’obbligo della mascherina per personale ospedaliero e visitatori». Ma i dati scientifici e un po’ di buonsenso, come ha dimostrato la pandemia, non sono necessariamente impiegati per fare le scelte migliori per la salute dei cittadini. Così, mentre il ministero lascia la discrezionalità e gli esperti ricordano che «sarebbe più utile ed efficace investire in sistemi per sanificare gli ambienti», invece di imporre la mascherina, l’ospedale di Brescia, per esempio - visto il rialzo dei casi Covid nella zona - ha deciso di ripristinare l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione Ffp2 per utenti, visitatori, accompagnatori e caregiver in tutti i reparti. Ma non è l’unico. «In queste settimane», segnala all’Adnkronos Salute Federsanità Anci, «in molte regioni del Paese, come ad esempio in Campania, sono state diramate indicazioni per gli ospedali per l’utilizzo dei dispositivi di protezione soprattutto per i reparti a rischio. L’aspetto epidemiologico è importante ma di più lo è la consapevolezza dei cittadini nello scegliere comportamenti adeguati». E così, in alcune realtà, dove la raccomandazione è restata praticamente obbligo, come nelle residenze per anziani - ignorando che ospiti, degenti e operatori, nonostante il bavaglio, continuano a infettarsi e a guarire nel giro di qualche giorno - in nome di una «prevenzione», di cui non si misura l’efficacia, i direttori sanitari non permettono a nessuno di girare senza mascherina, anche in assenza di sintomi. Il ritorno delle misure anti-Covid, dalle mascherine agli ingressi contingentati, per i pazienti e i visitatori, deciso dall’ospedale Civile di Brescia per il rialzo dei contagi, «è assurdo e va fatta una battaglia su questo», afferma Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive dell’ospedale policlinico San Martino di Genova. «Gli ospedali non possono essere prigionieri di queste misure anti-Covid o dei tamponi che ancora vengono chiesti per il trasferimento dei pazienti o per fare gli esami e le visite. È sconcertante». Soprattutto se non c’è «nessun nuovo allarme Covid negli ospedali», come osserva Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, dell’ospedale Sacco di Milano. Perfino Fabrizio Pregliasco direttore dell’Irccs ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano, non certo un temerario nel limitare le misure contro il Sars-Cov2, informa che «per ora da noi c’è l’indicazione di indossare le mascherine nei reparti con pazienti fragili. Oggi il Covid, nella stragrande maggioranza dei casi è un’infezione risolvibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mascherina-obbligatoria-ospedale-2669403174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="agente-no-vax-la-corte-temporeggia" data-post-id="2669403174" data-published-at="1729024790" data-use-pagination="False"> Agente no vax, la Corte temporeggia Bisognerà aspettare circa una settimana prima che i 15 giudici della Corte Costituzionale, che ieri si sono riuniti in camera di consiglio, mettano nero su bianco i dettagli della decisione adottata sull’ennesima ordinanza relativa a lavoratori dipendenti sospesi dal lavoro e dallo stipendio perché non vaccinati contro il Covid. Quella in discussione ieri riguardava P.D., assistente capo di polizia penitenziaria, privato di lavoro e stipendio nel 2021. In quei mesi, a capo del governo italiano c’era Mario Draghi: l’esecutivo aveva emanato due decreti legge per il «contenimento dell’epidemia da Covid» attraverso l’istituzione dell’obbligo di vaccinazione per alcune categorie professionali (militari, medici, insegnanti, over 50) e dell’obbligo di green pass. P.D. aveva impugnato il provvedimento chiedendo al Tar del Lazio di essere riammesso in servizio con la conseguente retribuzione oppure, in via subordinata, di poter ottenere l’assegno alimentare. Ed è proprio sulla mancata previsione dell’assegno di mantenimento, già negato dalla stessa Corte nel 2022 e nel 2023 ad alcuni lavoratori dipendenti sospesi, che è incentrato il suo ricorso. La legge stabilisce che un dipendente sottoposto a procedimento giudiziario e sospeso cautelativamente dal servizio, anche se privato dello stipendio, durante il periodo di sospensione possa percepire un assegno alimentare, la cui misura è stabilita da disposizioni di legge o dai contratti nazionali. Elargito in alcuni casi anche a criminali incalliti, questo assegno - nel caso dei medici non vaccinati - non è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale, che attraverso diverse sentenze (ad esempio la 15/2023) ha stabilito che la negazione degli emolumenti economici a chi non ha osservato l’obbligo vaccinale è «legittima e ragionevole». Anche nelle sentenze del 2022 la Consulta ha stabilito che è legittimo che sia negato l’assegno alimentare, sia al personale scolastico che a quello sanitario. Nel ricorso, il funzionario si è difeso sostenendo di lavorare in un ufficio occupato da pochi dipendenti debitamente distanziati; ha motivato le ragioni del rifiuto di sottoporsi a vaccinazione dichiarando di non voler assumere farmaci per non rischiare di avere come conseguenze «effetti indesiderati e anche gravi» (come quelli riconosciuti dalla stessa Aifa); ha quindi sottolineato che la sospensione dal servizio, stabilita per la categoria professionale cui apparteneva, era di fatto discriminatoria rispetto ad altre categorie per le quali non era stato imposto l’obbligo vaccinale. Inoltre, ha messo l’accento sul fatto che avrebbe potuto essere adibito a mansioni differenti. Ha infine osservato la differenza tra obbligo e coercizione: «Non appare implausibile ritenere che le disposizioni in esame finiscano di fatto per trasmodare in una sorta di coercizione indiretta all’adempimento dell’obbligo - si legge nell’ordinanza - ponendo il lavoratore renitente di fronte all’alternativa di doversi suo malgrado sottoporre alla vaccinazione da egli avversata oppure subire uno stato di prolungata indigenza». O ti vaccini contro il covid o muori di fame, insomma. Non a caso, nell’ordinanza è citato l’art.32 comma 2 della Costituzione che dispone che, anche nei casi di trattamento obbligatori disposti per legge, quest’ultima «non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E’ abbastanza verosimile che anche nel caso di P.D. la Corte Costituzionale, per non smentire se stessa, vada a trarre le stesse conclusioni e respinga il ricorso. Sarà tuttavia interessante verificare se ancora oggi la Consulta continui a sostenere che il legislatore si è adeguato alle «conoscenze scientifiche del momento»: come noto, già allora le evidenze smentivano che il vaccino anti covid impedisse il contagio.
iStock
Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
Continua a leggereRiduci
Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
Continua a leggereRiduci
I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
Continua a leggereRiduci
Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
Continua a leggereRiduci