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2019-05-31
Manuale di istruzioni per capire la faida
Ansa
La nomina del procuratore di Roma assomiglia sempre di più al romanzo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani. Qui gli indiani sono tre, e due sono già a rischio eliminazione a causa di indagini giudiziarie entrate nel vivo in piena competizione. Giovedì scorso il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, di Magistratura indipendente, aveva incassato 4 preferenze su 6 nella quinta commissione, una votazione propedeutica al plenum di metà giugno. I suoi concorrenti, Giuseppe Creazzo (Unicost) e Franco Lo Voi (Mi), si erano fermati a un voto a testa. Sembrava tutto fatto, anche perché le ambizioni di Creazzo erano state azzoppate dalle notizie uscite sui giornali, con singolare sincronismo, su un esposto presentato a Genova da un pm della Procura di Firenze. Ma se le quotazioni di Creazzo sono in picchiata, anche quelle del favorito Viola sembrano in discesa, per un'inchiesta che non lo riguarda direttamente ma coinvolge un suo probabile grande elettore, l'esponente di Unicost Luca Palamara. Secondo le indiscrezioni, prima di essere perquisito stava tessendo la sua tela a favore del pg toscano. In cambio di cosa? Sembra del sostegno nella sua corsa a procuratore aggiunto. Palamara è considerato un «politico» capace di spostare voti e sostenere candidature di toghe di altre correnti. A lui, a quanto pare, si rivolgeva anche l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone (in pensione dall'8 maggio) per trovare i voti per gli aggiunti di suo gradimento. Tutti bussavano da Palamara, anche se si trattava di organizzare tornei di calcetto.
Purtroppo per lui lo ha fatto anche il pm Stefano Fava, calabrese come Palamara, iscritto da oltre 20 anni a Magistratura democratica. Il 16 maggio è andato a chiedere una mano per sensibilizzare i consiglieri del Csm su un esposto che aveva presentato contro Pignatone e Ielo, i suoi superiori, da lui accusati di non essersi astenuti in un procedimento riguardante il faccendiere Piero Amara (presunto corruttore dello stesso Palamara) e l'Eni. Mentre Fava perorava la sua causa nell'ufficio del collega un trojan nel cellulare di quest'ultimo, inoculato dalla Procura di Perugia, registrava.
Fava e Palamara, così diversi, in quel momento avevano un comune obiettivo: affondare Lo Voi e i suoi sponsor. Palamara aveva l'ambizione di essere la pedina decisiva nella scelta del nuovo procuratore (e quindi di far eleggere Viola), Fava voleva fare male all'accoppiata Pignatone-Ielo (e al «loro» Lo Voi): i due gli avevano tolto il fascicolo su Amara e non gli avevano concesso di arrestare per la seconda volta il faccendiere con l'accusa di autoriciclaggio. Per l'accusa, quando Palamara aveva scoperto di essere indagato per i suoi rapporti con la cricca di Amara, Fava gli avrebbe consegnato gli atti (non più coperti da segreto) del procedimento. Ma, secondo gli inquirenti, gli avrebbe anche spifferato qualche primizia su un'informativa che non era passata dalle sue mani. Però l'argomento che deve aver acceso la fantasia degli inquirenti umbri è un altro. A un certo punto Fava ha iniziato a parlare del suo esposto e degli allegati che dimostravano che il fratello di Pignatone avrebbe ricevuto da Amara una consulenza. Fava pensava di aver in mano un poker, in realtà lo stava servendo ai suoi nemici. A tempo di record, i magistrati di Perugia hanno confezionato un avviso di garanzia che, di fatto, mandava all'aria il piano di Fava. Gli hanno contestato non la diffamazione o la calunnia, ma il favoreggiamento: hanno scelto di accusarlo di aver aiutato Palamara a sottrarsi alle indagini a suo carico ordinate a Perugia. E come avrebbe fatto Fava a realizzare il suo presunto disegno criminoso? Chiedendo al collega di diffondere gli allegati «asseritamente comprovanti comportamenti non consoni del procuratore di Roma e di un procuratore aggiunto anche in relazione alla conduzione e gestione» del procedimento Amara «in relazione a profili di mancata astensione dei predetti procuratori». Difficile trovare il nesso logico. Propalare notizie più o meno false sui magistrati romani al massimo poteva danneggiare il loro candidato Lo Voi e non certo aiutare Palamara a eludere le investigazioni. Però il capo d'imputazione ha l'effetto di screditare Fava e togliere forza al suo atto d'accusa, che pendeva su Pignatone e Ielo, e indirettamente sul candidato Lo Voi. E assolve preventivamente l'ex procuratore e il suo aggiunto, laddove è scritto che le «circostanze» segnalate da Fava «allo stato» sono «smentite dalla documentazione sin qui acquisita». Insomma l'avviso di garanzia disinnesca quasi completamente l'esposto che aveva portato all'apertura di una pratica davanti al Csm e rende incerta la prosecuzione del procedimento. Non è neppure detto che il 2 luglio il pm venga sentito per raccontare alla prima commissione la sua versione dei fatti. Fava dovrà, invece, andare, il 4 giugno, a rispondere alle domande dei pm di Perugia che gli chiederanno perché abbia consegnato i suoi allegati a Palamara. Se il sostituto procuratore risponderà che cercava sponde dentro il Csm contro i suoi avversari renderà meno limpida la sua battaglia (mortificata dall'avviso di garanzia).
Tra gli allegati consegnati da Fava c'è anche la lettera di risposta di Pignatone all'accusa di avere rapporti con uno degli indagati, il lobbista Fabrizio Centofanti. L'ex procuratore il 19 marzo scorso, sui suoi vecchi rapporti con Centofanti scriveva: «Ho partecipato a un'unica cena con il Centofanti e il generale Minervini della Guardia di finanza e altre persone. Non sono stato invitato al matrimonio di Centofanti Andrea (fratello di Fabrizio, ndr), non ho segnalato il Centofanti Andrea ufficiale della Guardia di finanza in servizio a Milano per il trasferimento al Nucleo di pg di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per una difficile situazione famigliare. Chiesi notizie al generale Capolupo, mio buon amico, che senza darmi particolari mi disse che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatami, per cui era difficile l'aspirazione dell'ufficiale potesse essere soddisfatta. Mi limitai a riferire la risposta al dottor Fabrizio Centofanti e in effetti il fratello fu poi trasferito a Genova, sede a lui non gradita». Insomma, l'uomo che avrebbe corrotto Palamara, poteva permettersi di fare «pressanti richieste» sul procuratore.
Chi ha parlato ieri con Fava lo ha trovato sconfortato: «Sono stato imprudente, ne pago le conseguenze». Ma, pur ammettendo di aver sbagliato, sospetta di essere finito in una trappola. Anche perché la Procura di Perugia, anziché alla propria polizia giudiziaria, ha affidato le indagini a uno degli investigatori più fedeli a Pignatone, l'ex comandante del Gico di Roma. Il colonnello sta partecipando a un corso interforze, ma è rimasto alla guida di una sezione del suo vecchio gruppo, i cui uomini rispondono ancora solo a lui, per seguire la delicata indagine. Un caso più unico che raro.
Perquisito Palamara: «Per pilotare una nomina accettò 40.000 euro»
È la Procura di Perugia l'epicentro del terremoto che fa ondeggiare i Palazzi del potere giudiziario di Roma. Gli inquirenti umbri ieri hanno perquisito l'abitazione e l'ufficio del pm Luca Palamara, indagato per corruzione. Una mossa che consente il disvelamento di una parte dell'attività investigativa che da mesi sta scavando sui rapporti tra il magistrato, ex presidente dell'Anm e già consigliere del Csm, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, condannati nel processo romano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato.
Con Palamara, Amara e Calafiore è indagato a Perugia sempre per corruzione anche l'imprenditore Fabrizio Centofanti, che sarebbe stato il trait d'union tra loro. I pm umbri fanno riferimento a «utilità percepite nel corso degli anni» da Palamara e dai suoi familiari e conoscenti ad opera di Centofanti, e citano un anello del valore di 2.000 euro, che sarebbe stato regalato a un'amica del magistrato, Adele Attisani (online, una sua omonima, amica su Facebook di una Palamara, tiene corsi per rassodare i muscoli), e a viaggi a San Casciano dei Bagni, a Madonna di Campiglio, a Favignana e a Dubai. «Donativi» che per «numero» e «valore» non possono essere giustificati da un «mero rapporto» di frequentazione. Secondo gli inquirenti, la presunta corruzione aveva un duplice fine. Da un lato «fare in modo che Palamara mettesse a disposizione […] la sua funzione di membro del Csm, favorendo nomine di capi degli uffici cui erano interessati Amara e Calafiore», tant'è che nel decreto si ipotizza che Palamara avrebbe ricevuto dai due, «con Giancarlo Longo», 40.000 euro per «agevolare e favorire il medesimo Longo» per la nomina a procuratore di Gela (non andata in porto, afferma Longo, sentito a verbale a Messina, per l'intervento diretto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella). E dall'altro «danneggiare Marco Bisogni», sostituto procuratore di Siracusa già bersagliato da esposti a Catania a firma proprio di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore. Il pm siciliano era stato coinvolto in un procedimento disciplinare su cui lo stesso Palamara si era espresso in qualità di componente della sezione che ne aveva chiesto l'incolpazione coatta rigettando la richiesta di archiviazione (Bisogni sarà assolto definitivamente il 29 gennaio 2018).
L'inchiesta per corruzione ha portato alla gemmazione giudiziaria di un secondo filone che vede indagati, con l'accusa di rivelazione di segreto e favoreggiamento, un collega di Palamara, il pm Stefano Fava, e il consigliere del Csm Luigi Spina. Quest'ultimo avrebbe rivelato a Palamara il procedimento a suo carico a Perugia e l'arrivo a Palazzo dei Marescialli di un esposto firmato da Fava contro l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l'aggiunto Paolo Ielo.
Agli atti anche intercettazioni ambientali, ottenute attraverso un virus trojan installato nello smartphone di Palamara, in cui il pm definisce Spina il suo «angelo custode» e Fava «il mio amico storico». Spina, a sua volta, sostiene Palamara assicurandogli: «C'avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo [...] forse sarà lui a doversi difendere a Perugia». Secondo i pm umbri, questo dimostrerebbe che Palamara voleva usare l'esposto di Fava per «recare discredito al procuratore aggiunto Ielo», individuato come l'origine dei suoi problemi giudiziari, utilizzando anche notizie raccolte dal commercialista Andrea Giorgio, già consulente della Procura di Roma. Fonti giudiziarie hanno confermato alla Verità però che l'invio della comunicazione di indagine a carico di Palamara al Csm implica che quella notizia non sia più riservata, anche in caso di segretazione amministrativa da parte del Consiglio superiore; e quindi ora la battaglia in sede processuale si sposterà sui tempi delle presunte rivelazioni.
Come detto, anche Fava è sotto inchiesta perché, «rispondendo alle sue plurime e incalzanti sollecitazioni», avrebbe rivelato a Palamara «come gli inquirenti fossero giunti a lui» in particolare svelando «che gli accertamenti erano partiti dalle carte di credito» di Centofanti e si erano estesi «alle verifiche dei pernottamenti negli alberghi». E perché avrebbe consegnato a Palamara «alcuni atti e documenti allo stato non identificati» e «alcuni atti già allegati all'esposto inoltrato al Csm». Esposto da lui firmato per presunti «comportamenti non consoni del procuratore di Roma», Pignatone, e del «procuratore aggiunto» Paolo Ielo riguardo alla mancata astensione dei due dal procedimento Amara, istruito da Fava e successivamente revocatogli da Pignatone, in cui emergeva il coinvolgimento professionale dei fratelli dei due alti magistrati della Capitale.
Chi ha avuto modo di incontrare Fava l'ha trovato desideroso di chiarire le accuse a suo carico (l'interrogatorio è fissato il 4 giugno) soprattutto in relazione alla rivelazione di segreto a favore di Palamara in quanto, è il ragionamento di chi ha parlato col sostituto, nel momento dell'intercettazione ambientale (maggio 2019) le carte giudiziarie su Centofanti non erano più riservate essendo sopraggiunti l'avviso di conclusione delle indagini e, con esso, la possibilità per i difensori di avere accesso all'intero procedimento fin dal luglio 2018. Anche sulla pista delle «carte di credito», Fava è pronto a dimostrare che l'informativa che ne tratta era stata nella esclusiva disponibilità dell'aggiunto Ielo e che lui non aveva avuto possibilità di leggerla. Nelle intercettazioni citate nel decreto anche una «casuale» tra Palamara e Spina (entrambi calabresi come Fava) con due parlamentari. Se davvero, come pare, Palamara è stato pedinato e intercettato per tre mesi, è probabile che l'inchiesta di Perugia riserverà ancora tante sorprese.
Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice
Al centro della guerra tra toghe che scuote la Procura di Roma e non solo c'è un funambolico imprenditore lobbista quarantasettenne che, secondo gli inquirenti, tramite le sue relazioni pensava di poter godere di un salvacondotto con i magistrati. Nel giro di pochi mesi, però, da portatore di interessi si è trasformato nel perno attorno al quale ruota la guerra per la successione dell'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Da quando gli investigatori l'hanno agganciato si è tirato dietro tanti pezzi da novanta: Fabrizio Centofanti, arrestato nel 2018 per essere scivolato su reati fiscali, è nelle inchieste sugli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, sia quella di Messina sia quella di Roma, ed è l'uomo tramite il quale gli investigatori sono arrivati a Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, e allo stesso segretario del Partito democratico, iscritto sul registro degli indagati per finanziamento illecito.
E ora Centofanti è anche indagato nell'indagine che chiama in causa il pm di Roma Luca Palamara. D'altra parte, il suo profilo lo aveva tracciato per la prima volta proprio l'ex amico Calafiore. Ed è racchiuso in poche parole raccolte in un verbale dell'inchiesta di Messina: «Centofanti a Roma è dotato di un circuito relazionale di estrema importanza: magistrati, politici, appartenenti al Csm». La perquisizione nella sua abitazione, un annetto fa, avrebbe fatto tremare più di una toga. Lui, però, si sarebbe sentito protetto.
È illuminante un altro passaggio del verbale di Calafiore: «Era certo di non essere arrestato perché riteneva di essere al sicuro in ragione di erogazioni che aveva fatto per favorire l'attività politica di Zingaretti». La prova delle erogazioni non è stata trovata, ma le relazioni con quel mondo c'erano. A un pranzo organizzato da Centofanti per il suo compleanno da Chiochiò ad Artena, in Ciociaria, una fonte della Verità ricorda di aver visto, oltre a Venafro, due magistrati della Corte dei conti e altre toghe.
Da quando anche Amara gli ha attribuito un ruolo chiave, è stato ricostruito il filone siciliano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Nessuno però immaginava che Centofanti, Amara e Calafiore potessero avere relazioni al Csm. Nell'inchiesta di Perugia, ad esempio, i tre sono accusati di aver «corrisposto varie e reiterate utilità a Palamara, all'epoca consigliere del Csm, consistenti in viaggi e vacanze». La Guardia di finanza quelle vacanze le ha anche ricostruite, grazie ai pernottamenti all'hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni e all'hotel Campiglio Bellavista a Madonna di Campiglio. E, infine, c'è traccia di un viaggio a Dubai. Dal cilindro è saltato fuori anche «un anello non meglio individuato del valore di 2.000 euro in favore dell'amica Adele Attisani».
Ma perché Centofanti & company avrebbero avuto bisogno di entrature al Csm? Secondo l'accusa avevano puntato Marco Bisogni, sostituto procuratore di Siracusa (in precedenza già oggetto di reiterati esposti depositati in Procura generale a Catania a firma di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore). Il procedimento disciplinare a carico di Bisogni era gestito dalla sezione di Palamara. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura generale fu rigettata e fu disposta l'incolpazione coatta. Insomma, i pm perugini ritengono che lo scambio di utilità ci sia stato.
La capacità di penetrazione di Centofanti, secondo i magistrati, sarebbe arrivata davvero in alto. Quando ancora suo fratello Andrea era un ufficiale delle Fiamme gialle, per tentare di toglierlo dai guai in cui si era cacciato per aver cercato di ricattare un notaio, il lobbista è riuscito a cenare addirittura con Pignatone. Il procuratore romano, che sapeva trattarsi di un trasferimento per questione familiare, interessò un alto ufficiale. Senza ottenere particolari, poi, scoprì che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatagli, per cui era difficile che l'aspirazione del fratello di Centofanti potesse essere soddisfatta. Ma la cena c'è stata. Una tra le tante.
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Riparte da zero la corsa per il procuratore di Roma. Le indagini sembrano aver azzoppato due pretendenti: Giuseppe Creazzo (Unicost) e Marcello Viola (MI). Ora potrebbe essere favorito Franco Lo Voi. Ma nell'inchiesta di Perugia qualcosa non torna. Perquisito Luca Palamara. «Per pilotare una nomina accettò 40.000 euro». Il tentativo sarebbe stato bloccato dall'intervento di Sergio Mattarella. Avvisi di garanzia al pm Stefano Fava e a Luigi Spina, membro del Csm. Fabrizio Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice. L'uomo era già coinvolto nell'indagine su Piero Amara e Giuseppe Calafiore per processi truccati. Lo speciale comprende tre articoli. La nomina del procuratore di Roma assomiglia sempre di più al romanzo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani. Qui gli indiani sono tre, e due sono già a rischio eliminazione a causa di indagini giudiziarie entrate nel vivo in piena competizione. Giovedì scorso il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, di Magistratura indipendente, aveva incassato 4 preferenze su 6 nella quinta commissione, una votazione propedeutica al plenum di metà giugno. I suoi concorrenti, Giuseppe Creazzo (Unicost) e Franco Lo Voi (Mi), si erano fermati a un voto a testa. Sembrava tutto fatto, anche perché le ambizioni di Creazzo erano state azzoppate dalle notizie uscite sui giornali, con singolare sincronismo, su un esposto presentato a Genova da un pm della Procura di Firenze. Ma se le quotazioni di Creazzo sono in picchiata, anche quelle del favorito Viola sembrano in discesa, per un'inchiesta che non lo riguarda direttamente ma coinvolge un suo probabile grande elettore, l'esponente di Unicost Luca Palamara. Secondo le indiscrezioni, prima di essere perquisito stava tessendo la sua tela a favore del pg toscano. In cambio di cosa? Sembra del sostegno nella sua corsa a procuratore aggiunto. Palamara è considerato un «politico» capace di spostare voti e sostenere candidature di toghe di altre correnti. A lui, a quanto pare, si rivolgeva anche l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone (in pensione dall'8 maggio) per trovare i voti per gli aggiunti di suo gradimento. Tutti bussavano da Palamara, anche se si trattava di organizzare tornei di calcetto. Purtroppo per lui lo ha fatto anche il pm Stefano Fava, calabrese come Palamara, iscritto da oltre 20 anni a Magistratura democratica. Il 16 maggio è andato a chiedere una mano per sensibilizzare i consiglieri del Csm su un esposto che aveva presentato contro Pignatone e Ielo, i suoi superiori, da lui accusati di non essersi astenuti in un procedimento riguardante il faccendiere Piero Amara (presunto corruttore dello stesso Palamara) e l'Eni. Mentre Fava perorava la sua causa nell'ufficio del collega un trojan nel cellulare di quest'ultimo, inoculato dalla Procura di Perugia, registrava. Fava e Palamara, così diversi, in quel momento avevano un comune obiettivo: affondare Lo Voi e i suoi sponsor. Palamara aveva l'ambizione di essere la pedina decisiva nella scelta del nuovo procuratore (e quindi di far eleggere Viola), Fava voleva fare male all'accoppiata Pignatone-Ielo (e al «loro» Lo Voi): i due gli avevano tolto il fascicolo su Amara e non gli avevano concesso di arrestare per la seconda volta il faccendiere con l'accusa di autoriciclaggio. Per l'accusa, quando Palamara aveva scoperto di essere indagato per i suoi rapporti con la cricca di Amara, Fava gli avrebbe consegnato gli atti (non più coperti da segreto) del procedimento. Ma, secondo gli inquirenti, gli avrebbe anche spifferato qualche primizia su un'informativa che non era passata dalle sue mani. Però l'argomento che deve aver acceso la fantasia degli inquirenti umbri è un altro. A un certo punto Fava ha iniziato a parlare del suo esposto e degli allegati che dimostravano che il fratello di Pignatone avrebbe ricevuto da Amara una consulenza. Fava pensava di aver in mano un poker, in realtà lo stava servendo ai suoi nemici. A tempo di record, i magistrati di Perugia hanno confezionato un avviso di garanzia che, di fatto, mandava all'aria il piano di Fava. Gli hanno contestato non la diffamazione o la calunnia, ma il favoreggiamento: hanno scelto di accusarlo di aver aiutato Palamara a sottrarsi alle indagini a suo carico ordinate a Perugia. E come avrebbe fatto Fava a realizzare il suo presunto disegno criminoso? Chiedendo al collega di diffondere gli allegati «asseritamente comprovanti comportamenti non consoni del procuratore di Roma e di un procuratore aggiunto anche in relazione alla conduzione e gestione» del procedimento Amara «in relazione a profili di mancata astensione dei predetti procuratori». Difficile trovare il nesso logico. Propalare notizie più o meno false sui magistrati romani al massimo poteva danneggiare il loro candidato Lo Voi e non certo aiutare Palamara a eludere le investigazioni. Però il capo d'imputazione ha l'effetto di screditare Fava e togliere forza al suo atto d'accusa, che pendeva su Pignatone e Ielo, e indirettamente sul candidato Lo Voi. E assolve preventivamente l'ex procuratore e il suo aggiunto, laddove è scritto che le «circostanze» segnalate da Fava «allo stato» sono «smentite dalla documentazione sin qui acquisita». Insomma l'avviso di garanzia disinnesca quasi completamente l'esposto che aveva portato all'apertura di una pratica davanti al Csm e rende incerta la prosecuzione del procedimento. Non è neppure detto che il 2 luglio il pm venga sentito per raccontare alla prima commissione la sua versione dei fatti. Fava dovrà, invece, andare, il 4 giugno, a rispondere alle domande dei pm di Perugia che gli chiederanno perché abbia consegnato i suoi allegati a Palamara. Se il sostituto procuratore risponderà che cercava sponde dentro il Csm contro i suoi avversari renderà meno limpida la sua battaglia (mortificata dall'avviso di garanzia). Tra gli allegati consegnati da Fava c'è anche la lettera di risposta di Pignatone all'accusa di avere rapporti con uno degli indagati, il lobbista Fabrizio Centofanti. L'ex procuratore il 19 marzo scorso, sui suoi vecchi rapporti con Centofanti scriveva: «Ho partecipato a un'unica cena con il Centofanti e il generale Minervini della Guardia di finanza e altre persone. Non sono stato invitato al matrimonio di Centofanti Andrea (fratello di Fabrizio, ndr), non ho segnalato il Centofanti Andrea ufficiale della Guardia di finanza in servizio a Milano per il trasferimento al Nucleo di pg di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per una difficile situazione famigliare. Chiesi notizie al generale Capolupo, mio buon amico, che senza darmi particolari mi disse che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatami, per cui era difficile l'aspirazione dell'ufficiale potesse essere soddisfatta. Mi limitai a riferire la risposta al dottor Fabrizio Centofanti e in effetti il fratello fu poi trasferito a Genova, sede a lui non gradita». Insomma, l'uomo che avrebbe corrotto Palamara, poteva permettersi di fare «pressanti richieste» sul procuratore. Chi ha parlato ieri con Fava lo ha trovato sconfortato: «Sono stato imprudente, ne pago le conseguenze». Ma, pur ammettendo di aver sbagliato, sospetta di essere finito in una trappola. Anche perché la Procura di Perugia, anziché alla propria polizia giudiziaria, ha affidato le indagini a uno degli investigatori più fedeli a Pignatone, l'ex comandante del Gico di Roma. 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Una mossa che consente il disvelamento di una parte dell'attività investigativa che da mesi sta scavando sui rapporti tra il magistrato, ex presidente dell'Anm e già consigliere del Csm, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, condannati nel processo romano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Con Palamara, Amara e Calafiore è indagato a Perugia sempre per corruzione anche l'imprenditore Fabrizio Centofanti, che sarebbe stato il trait d'union tra loro. I pm umbri fanno riferimento a «utilità percepite nel corso degli anni» da Palamara e dai suoi familiari e conoscenti ad opera di Centofanti, e citano un anello del valore di 2.000 euro, che sarebbe stato regalato a un'amica del magistrato, Adele Attisani (online, una sua omonima, amica su Facebook di una Palamara, tiene corsi per rassodare i muscoli), e a viaggi a San Casciano dei Bagni, a Madonna di Campiglio, a Favignana e a Dubai. «Donativi» che per «numero» e «valore» non possono essere giustificati da un «mero rapporto» di frequentazione. Secondo gli inquirenti, la presunta corruzione aveva un duplice fine. Da un lato «fare in modo che Palamara mettesse a disposizione […] la sua funzione di membro del Csm, favorendo nomine di capi degli uffici cui erano interessati Amara e Calafiore», tant'è che nel decreto si ipotizza che Palamara avrebbe ricevuto dai due, «con Giancarlo Longo», 40.000 euro per «agevolare e favorire il medesimo Longo» per la nomina a procuratore di Gela (non andata in porto, afferma Longo, sentito a verbale a Messina, per l'intervento diretto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella). E dall'altro «danneggiare Marco Bisogni», sostituto procuratore di Siracusa già bersagliato da esposti a Catania a firma proprio di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore. Il pm siciliano era stato coinvolto in un procedimento disciplinare su cui lo stesso Palamara si era espresso in qualità di componente della sezione che ne aveva chiesto l'incolpazione coatta rigettando la richiesta di archiviazione (Bisogni sarà assolto definitivamente il 29 gennaio 2018). L'inchiesta per corruzione ha portato alla gemmazione giudiziaria di un secondo filone che vede indagati, con l'accusa di rivelazione di segreto e favoreggiamento, un collega di Palamara, il pm Stefano Fava, e il consigliere del Csm Luigi Spina. Quest'ultimo avrebbe rivelato a Palamara il procedimento a suo carico a Perugia e l'arrivo a Palazzo dei Marescialli di un esposto firmato da Fava contro l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l'aggiunto Paolo Ielo. Agli atti anche intercettazioni ambientali, ottenute attraverso un virus trojan installato nello smartphone di Palamara, in cui il pm definisce Spina il suo «angelo custode» e Fava «il mio amico storico». Spina, a sua volta, sostiene Palamara assicurandogli: «C'avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo [...] forse sarà lui a doversi difendere a Perugia». Secondo i pm umbri, questo dimostrerebbe che Palamara voleva usare l'esposto di Fava per «recare discredito al procuratore aggiunto Ielo», individuato come l'origine dei suoi problemi giudiziari, utilizzando anche notizie raccolte dal commercialista Andrea Giorgio, già consulente della Procura di Roma. Fonti giudiziarie hanno confermato alla Verità però che l'invio della comunicazione di indagine a carico di Palamara al Csm implica che quella notizia non sia più riservata, anche in caso di segretazione amministrativa da parte del Consiglio superiore; e quindi ora la battaglia in sede processuale si sposterà sui tempi delle presunte rivelazioni. Come detto, anche Fava è sotto inchiesta perché, «rispondendo alle sue plurime e incalzanti sollecitazioni», avrebbe rivelato a Palamara «come gli inquirenti fossero giunti a lui» in particolare svelando «che gli accertamenti erano partiti dalle carte di credito» di Centofanti e si erano estesi «alle verifiche dei pernottamenti negli alberghi». E perché avrebbe consegnato a Palamara «alcuni atti e documenti allo stato non identificati» e «alcuni atti già allegati all'esposto inoltrato al Csm». Esposto da lui firmato per presunti «comportamenti non consoni del procuratore di Roma», Pignatone, e del «procuratore aggiunto» Paolo Ielo riguardo alla mancata astensione dei due dal procedimento Amara, istruito da Fava e successivamente revocatogli da Pignatone, in cui emergeva il coinvolgimento professionale dei fratelli dei due alti magistrati della Capitale. Chi ha avuto modo di incontrare Fava l'ha trovato desideroso di chiarire le accuse a suo carico (l'interrogatorio è fissato il 4 giugno) soprattutto in relazione alla rivelazione di segreto a favore di Palamara in quanto, è il ragionamento di chi ha parlato col sostituto, nel momento dell'intercettazione ambientale (maggio 2019) le carte giudiziarie su Centofanti non erano più riservate essendo sopraggiunti l'avviso di conclusione delle indagini e, con esso, la possibilità per i difensori di avere accesso all'intero procedimento fin dal luglio 2018. Anche sulla pista delle «carte di credito», Fava è pronto a dimostrare che l'informativa che ne tratta era stata nella esclusiva disponibilità dell'aggiunto Ielo e che lui non aveva avuto possibilità di leggerla. Nelle intercettazioni citate nel decreto anche una «casuale» tra Palamara e Spina (entrambi calabresi come Fava) con due parlamentari. Se davvero, come pare, Palamara è stato pedinato e intercettato per tre mesi, è probabile che l'inchiesta di Perugia riserverà ancora tante sorprese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manuale-di-istruzioni-per-capire-la-faida-2638532962.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centofanti-il-lobbista-vicino-al-pd-accusato-di-aver-pagato-il-giudice" data-post-id="2638532962" data-published-at="1769721168" data-use-pagination="False"> Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice Al centro della guerra tra toghe che scuote la Procura di Roma e non solo c'è un funambolico imprenditore lobbista quarantasettenne che, secondo gli inquirenti, tramite le sue relazioni pensava di poter godere di un salvacondotto con i magistrati. Nel giro di pochi mesi, però, da portatore di interessi si è trasformato nel perno attorno al quale ruota la guerra per la successione dell'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Da quando gli investigatori l'hanno agganciato si è tirato dietro tanti pezzi da novanta: Fabrizio Centofanti, arrestato nel 2018 per essere scivolato su reati fiscali, è nelle inchieste sugli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, sia quella di Messina sia quella di Roma, ed è l'uomo tramite il quale gli investigatori sono arrivati a Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, e allo stesso segretario del Partito democratico, iscritto sul registro degli indagati per finanziamento illecito. E ora Centofanti è anche indagato nell'indagine che chiama in causa il pm di Roma Luca Palamara. D'altra parte, il suo profilo lo aveva tracciato per la prima volta proprio l'ex amico Calafiore. Ed è racchiuso in poche parole raccolte in un verbale dell'inchiesta di Messina: «Centofanti a Roma è dotato di un circuito relazionale di estrema importanza: magistrati, politici, appartenenti al Csm». La perquisizione nella sua abitazione, un annetto fa, avrebbe fatto tremare più di una toga. Lui, però, si sarebbe sentito protetto. È illuminante un altro passaggio del verbale di Calafiore: «Era certo di non essere arrestato perché riteneva di essere al sicuro in ragione di erogazioni che aveva fatto per favorire l'attività politica di Zingaretti». La prova delle erogazioni non è stata trovata, ma le relazioni con quel mondo c'erano. A un pranzo organizzato da Centofanti per il suo compleanno da Chiochiò ad Artena, in Ciociaria, una fonte della Verità ricorda di aver visto, oltre a Venafro, due magistrati della Corte dei conti e altre toghe. Da quando anche Amara gli ha attribuito un ruolo chiave, è stato ricostruito il filone siciliano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Nessuno però immaginava che Centofanti, Amara e Calafiore potessero avere relazioni al Csm. Nell'inchiesta di Perugia, ad esempio, i tre sono accusati di aver «corrisposto varie e reiterate utilità a Palamara, all'epoca consigliere del Csm, consistenti in viaggi e vacanze». La Guardia di finanza quelle vacanze le ha anche ricostruite, grazie ai pernottamenti all'hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni e all'hotel Campiglio Bellavista a Madonna di Campiglio. E, infine, c'è traccia di un viaggio a Dubai. Dal cilindro è saltato fuori anche «un anello non meglio individuato del valore di 2.000 euro in favore dell'amica Adele Attisani». Ma perché Centofanti & company avrebbero avuto bisogno di entrature al Csm? Secondo l'accusa avevano puntato Marco Bisogni, sostituto procuratore di Siracusa (in precedenza già oggetto di reiterati esposti depositati in Procura generale a Catania a firma di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore). Il procedimento disciplinare a carico di Bisogni era gestito dalla sezione di Palamara. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura generale fu rigettata e fu disposta l'incolpazione coatta. Insomma, i pm perugini ritengono che lo scambio di utilità ci sia stato. La capacità di penetrazione di Centofanti, secondo i magistrati, sarebbe arrivata davvero in alto. Quando ancora suo fratello Andrea era un ufficiale delle Fiamme gialle, per tentare di toglierlo dai guai in cui si era cacciato per aver cercato di ricattare un notaio, il lobbista è riuscito a cenare addirittura con Pignatone. Il procuratore romano, che sapeva trattarsi di un trasferimento per questione familiare, interessò un alto ufficiale. Senza ottenere particolari, poi, scoprì che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatagli, per cui era difficile che l'aspirazione del fratello di Centofanti potesse essere soddisfatta. Ma la cena c'è stata. Una tra le tante.
Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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