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2019-05-31
Manuale di istruzioni per capire la faida
Ansa
La nomina del procuratore di Roma assomiglia sempre di più al romanzo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani. Qui gli indiani sono tre, e due sono già a rischio eliminazione a causa di indagini giudiziarie entrate nel vivo in piena competizione. Giovedì scorso il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, di Magistratura indipendente, aveva incassato 4 preferenze su 6 nella quinta commissione, una votazione propedeutica al plenum di metà giugno. I suoi concorrenti, Giuseppe Creazzo (Unicost) e Franco Lo Voi (Mi), si erano fermati a un voto a testa. Sembrava tutto fatto, anche perché le ambizioni di Creazzo erano state azzoppate dalle notizie uscite sui giornali, con singolare sincronismo, su un esposto presentato a Genova da un pm della Procura di Firenze. Ma se le quotazioni di Creazzo sono in picchiata, anche quelle del favorito Viola sembrano in discesa, per un'inchiesta che non lo riguarda direttamente ma coinvolge un suo probabile grande elettore, l'esponente di Unicost Luca Palamara. Secondo le indiscrezioni, prima di essere perquisito stava tessendo la sua tela a favore del pg toscano. In cambio di cosa? Sembra del sostegno nella sua corsa a procuratore aggiunto. Palamara è considerato un «politico» capace di spostare voti e sostenere candidature di toghe di altre correnti. A lui, a quanto pare, si rivolgeva anche l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone (in pensione dall'8 maggio) per trovare i voti per gli aggiunti di suo gradimento. Tutti bussavano da Palamara, anche se si trattava di organizzare tornei di calcetto.
Purtroppo per lui lo ha fatto anche il pm Stefano Fava, calabrese come Palamara, iscritto da oltre 20 anni a Magistratura democratica. Il 16 maggio è andato a chiedere una mano per sensibilizzare i consiglieri del Csm su un esposto che aveva presentato contro Pignatone e Ielo, i suoi superiori, da lui accusati di non essersi astenuti in un procedimento riguardante il faccendiere Piero Amara (presunto corruttore dello stesso Palamara) e l'Eni. Mentre Fava perorava la sua causa nell'ufficio del collega un trojan nel cellulare di quest'ultimo, inoculato dalla Procura di Perugia, registrava.
Fava e Palamara, così diversi, in quel momento avevano un comune obiettivo: affondare Lo Voi e i suoi sponsor. Palamara aveva l'ambizione di essere la pedina decisiva nella scelta del nuovo procuratore (e quindi di far eleggere Viola), Fava voleva fare male all'accoppiata Pignatone-Ielo (e al «loro» Lo Voi): i due gli avevano tolto il fascicolo su Amara e non gli avevano concesso di arrestare per la seconda volta il faccendiere con l'accusa di autoriciclaggio. Per l'accusa, quando Palamara aveva scoperto di essere indagato per i suoi rapporti con la cricca di Amara, Fava gli avrebbe consegnato gli atti (non più coperti da segreto) del procedimento. Ma, secondo gli inquirenti, gli avrebbe anche spifferato qualche primizia su un'informativa che non era passata dalle sue mani. Però l'argomento che deve aver acceso la fantasia degli inquirenti umbri è un altro. A un certo punto Fava ha iniziato a parlare del suo esposto e degli allegati che dimostravano che il fratello di Pignatone avrebbe ricevuto da Amara una consulenza. Fava pensava di aver in mano un poker, in realtà lo stava servendo ai suoi nemici. A tempo di record, i magistrati di Perugia hanno confezionato un avviso di garanzia che, di fatto, mandava all'aria il piano di Fava. Gli hanno contestato non la diffamazione o la calunnia, ma il favoreggiamento: hanno scelto di accusarlo di aver aiutato Palamara a sottrarsi alle indagini a suo carico ordinate a Perugia. E come avrebbe fatto Fava a realizzare il suo presunto disegno criminoso? Chiedendo al collega di diffondere gli allegati «asseritamente comprovanti comportamenti non consoni del procuratore di Roma e di un procuratore aggiunto anche in relazione alla conduzione e gestione» del procedimento Amara «in relazione a profili di mancata astensione dei predetti procuratori». Difficile trovare il nesso logico. Propalare notizie più o meno false sui magistrati romani al massimo poteva danneggiare il loro candidato Lo Voi e non certo aiutare Palamara a eludere le investigazioni. Però il capo d'imputazione ha l'effetto di screditare Fava e togliere forza al suo atto d'accusa, che pendeva su Pignatone e Ielo, e indirettamente sul candidato Lo Voi. E assolve preventivamente l'ex procuratore e il suo aggiunto, laddove è scritto che le «circostanze» segnalate da Fava «allo stato» sono «smentite dalla documentazione sin qui acquisita». Insomma l'avviso di garanzia disinnesca quasi completamente l'esposto che aveva portato all'apertura di una pratica davanti al Csm e rende incerta la prosecuzione del procedimento. Non è neppure detto che il 2 luglio il pm venga sentito per raccontare alla prima commissione la sua versione dei fatti. Fava dovrà, invece, andare, il 4 giugno, a rispondere alle domande dei pm di Perugia che gli chiederanno perché abbia consegnato i suoi allegati a Palamara. Se il sostituto procuratore risponderà che cercava sponde dentro il Csm contro i suoi avversari renderà meno limpida la sua battaglia (mortificata dall'avviso di garanzia).
Tra gli allegati consegnati da Fava c'è anche la lettera di risposta di Pignatone all'accusa di avere rapporti con uno degli indagati, il lobbista Fabrizio Centofanti. L'ex procuratore il 19 marzo scorso, sui suoi vecchi rapporti con Centofanti scriveva: «Ho partecipato a un'unica cena con il Centofanti e il generale Minervini della Guardia di finanza e altre persone. Non sono stato invitato al matrimonio di Centofanti Andrea (fratello di Fabrizio, ndr), non ho segnalato il Centofanti Andrea ufficiale della Guardia di finanza in servizio a Milano per il trasferimento al Nucleo di pg di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per una difficile situazione famigliare. Chiesi notizie al generale Capolupo, mio buon amico, che senza darmi particolari mi disse che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatami, per cui era difficile l'aspirazione dell'ufficiale potesse essere soddisfatta. Mi limitai a riferire la risposta al dottor Fabrizio Centofanti e in effetti il fratello fu poi trasferito a Genova, sede a lui non gradita». Insomma, l'uomo che avrebbe corrotto Palamara, poteva permettersi di fare «pressanti richieste» sul procuratore.
Chi ha parlato ieri con Fava lo ha trovato sconfortato: «Sono stato imprudente, ne pago le conseguenze». Ma, pur ammettendo di aver sbagliato, sospetta di essere finito in una trappola. Anche perché la Procura di Perugia, anziché alla propria polizia giudiziaria, ha affidato le indagini a uno degli investigatori più fedeli a Pignatone, l'ex comandante del Gico di Roma. Il colonnello sta partecipando a un corso interforze, ma è rimasto alla guida di una sezione del suo vecchio gruppo, i cui uomini rispondono ancora solo a lui, per seguire la delicata indagine. Un caso più unico che raro.
Perquisito Palamara: «Per pilotare una nomina accettò 40.000 euro»
È la Procura di Perugia l'epicentro del terremoto che fa ondeggiare i Palazzi del potere giudiziario di Roma. Gli inquirenti umbri ieri hanno perquisito l'abitazione e l'ufficio del pm Luca Palamara, indagato per corruzione. Una mossa che consente il disvelamento di una parte dell'attività investigativa che da mesi sta scavando sui rapporti tra il magistrato, ex presidente dell'Anm e già consigliere del Csm, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, condannati nel processo romano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato.
Con Palamara, Amara e Calafiore è indagato a Perugia sempre per corruzione anche l'imprenditore Fabrizio Centofanti, che sarebbe stato il trait d'union tra loro. I pm umbri fanno riferimento a «utilità percepite nel corso degli anni» da Palamara e dai suoi familiari e conoscenti ad opera di Centofanti, e citano un anello del valore di 2.000 euro, che sarebbe stato regalato a un'amica del magistrato, Adele Attisani (online, una sua omonima, amica su Facebook di una Palamara, tiene corsi per rassodare i muscoli), e a viaggi a San Casciano dei Bagni, a Madonna di Campiglio, a Favignana e a Dubai. «Donativi» che per «numero» e «valore» non possono essere giustificati da un «mero rapporto» di frequentazione. Secondo gli inquirenti, la presunta corruzione aveva un duplice fine. Da un lato «fare in modo che Palamara mettesse a disposizione […] la sua funzione di membro del Csm, favorendo nomine di capi degli uffici cui erano interessati Amara e Calafiore», tant'è che nel decreto si ipotizza che Palamara avrebbe ricevuto dai due, «con Giancarlo Longo», 40.000 euro per «agevolare e favorire il medesimo Longo» per la nomina a procuratore di Gela (non andata in porto, afferma Longo, sentito a verbale a Messina, per l'intervento diretto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella). E dall'altro «danneggiare Marco Bisogni», sostituto procuratore di Siracusa già bersagliato da esposti a Catania a firma proprio di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore. Il pm siciliano era stato coinvolto in un procedimento disciplinare su cui lo stesso Palamara si era espresso in qualità di componente della sezione che ne aveva chiesto l'incolpazione coatta rigettando la richiesta di archiviazione (Bisogni sarà assolto definitivamente il 29 gennaio 2018).
L'inchiesta per corruzione ha portato alla gemmazione giudiziaria di un secondo filone che vede indagati, con l'accusa di rivelazione di segreto e favoreggiamento, un collega di Palamara, il pm Stefano Fava, e il consigliere del Csm Luigi Spina. Quest'ultimo avrebbe rivelato a Palamara il procedimento a suo carico a Perugia e l'arrivo a Palazzo dei Marescialli di un esposto firmato da Fava contro l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l'aggiunto Paolo Ielo.
Agli atti anche intercettazioni ambientali, ottenute attraverso un virus trojan installato nello smartphone di Palamara, in cui il pm definisce Spina il suo «angelo custode» e Fava «il mio amico storico». Spina, a sua volta, sostiene Palamara assicurandogli: «C'avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo [...] forse sarà lui a doversi difendere a Perugia». Secondo i pm umbri, questo dimostrerebbe che Palamara voleva usare l'esposto di Fava per «recare discredito al procuratore aggiunto Ielo», individuato come l'origine dei suoi problemi giudiziari, utilizzando anche notizie raccolte dal commercialista Andrea Giorgio, già consulente della Procura di Roma. Fonti giudiziarie hanno confermato alla Verità però che l'invio della comunicazione di indagine a carico di Palamara al Csm implica che quella notizia non sia più riservata, anche in caso di segretazione amministrativa da parte del Consiglio superiore; e quindi ora la battaglia in sede processuale si sposterà sui tempi delle presunte rivelazioni.
Come detto, anche Fava è sotto inchiesta perché, «rispondendo alle sue plurime e incalzanti sollecitazioni», avrebbe rivelato a Palamara «come gli inquirenti fossero giunti a lui» in particolare svelando «che gli accertamenti erano partiti dalle carte di credito» di Centofanti e si erano estesi «alle verifiche dei pernottamenti negli alberghi». E perché avrebbe consegnato a Palamara «alcuni atti e documenti allo stato non identificati» e «alcuni atti già allegati all'esposto inoltrato al Csm». Esposto da lui firmato per presunti «comportamenti non consoni del procuratore di Roma», Pignatone, e del «procuratore aggiunto» Paolo Ielo riguardo alla mancata astensione dei due dal procedimento Amara, istruito da Fava e successivamente revocatogli da Pignatone, in cui emergeva il coinvolgimento professionale dei fratelli dei due alti magistrati della Capitale.
Chi ha avuto modo di incontrare Fava l'ha trovato desideroso di chiarire le accuse a suo carico (l'interrogatorio è fissato il 4 giugno) soprattutto in relazione alla rivelazione di segreto a favore di Palamara in quanto, è il ragionamento di chi ha parlato col sostituto, nel momento dell'intercettazione ambientale (maggio 2019) le carte giudiziarie su Centofanti non erano più riservate essendo sopraggiunti l'avviso di conclusione delle indagini e, con esso, la possibilità per i difensori di avere accesso all'intero procedimento fin dal luglio 2018. Anche sulla pista delle «carte di credito», Fava è pronto a dimostrare che l'informativa che ne tratta era stata nella esclusiva disponibilità dell'aggiunto Ielo e che lui non aveva avuto possibilità di leggerla. Nelle intercettazioni citate nel decreto anche una «casuale» tra Palamara e Spina (entrambi calabresi come Fava) con due parlamentari. Se davvero, come pare, Palamara è stato pedinato e intercettato per tre mesi, è probabile che l'inchiesta di Perugia riserverà ancora tante sorprese.
Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice
Al centro della guerra tra toghe che scuote la Procura di Roma e non solo c'è un funambolico imprenditore lobbista quarantasettenne che, secondo gli inquirenti, tramite le sue relazioni pensava di poter godere di un salvacondotto con i magistrati. Nel giro di pochi mesi, però, da portatore di interessi si è trasformato nel perno attorno al quale ruota la guerra per la successione dell'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Da quando gli investigatori l'hanno agganciato si è tirato dietro tanti pezzi da novanta: Fabrizio Centofanti, arrestato nel 2018 per essere scivolato su reati fiscali, è nelle inchieste sugli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, sia quella di Messina sia quella di Roma, ed è l'uomo tramite il quale gli investigatori sono arrivati a Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, e allo stesso segretario del Partito democratico, iscritto sul registro degli indagati per finanziamento illecito.
E ora Centofanti è anche indagato nell'indagine che chiama in causa il pm di Roma Luca Palamara. D'altra parte, il suo profilo lo aveva tracciato per la prima volta proprio l'ex amico Calafiore. Ed è racchiuso in poche parole raccolte in un verbale dell'inchiesta di Messina: «Centofanti a Roma è dotato di un circuito relazionale di estrema importanza: magistrati, politici, appartenenti al Csm». La perquisizione nella sua abitazione, un annetto fa, avrebbe fatto tremare più di una toga. Lui, però, si sarebbe sentito protetto.
È illuminante un altro passaggio del verbale di Calafiore: «Era certo di non essere arrestato perché riteneva di essere al sicuro in ragione di erogazioni che aveva fatto per favorire l'attività politica di Zingaretti». La prova delle erogazioni non è stata trovata, ma le relazioni con quel mondo c'erano. A un pranzo organizzato da Centofanti per il suo compleanno da Chiochiò ad Artena, in Ciociaria, una fonte della Verità ricorda di aver visto, oltre a Venafro, due magistrati della Corte dei conti e altre toghe.
Da quando anche Amara gli ha attribuito un ruolo chiave, è stato ricostruito il filone siciliano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Nessuno però immaginava che Centofanti, Amara e Calafiore potessero avere relazioni al Csm. Nell'inchiesta di Perugia, ad esempio, i tre sono accusati di aver «corrisposto varie e reiterate utilità a Palamara, all'epoca consigliere del Csm, consistenti in viaggi e vacanze». La Guardia di finanza quelle vacanze le ha anche ricostruite, grazie ai pernottamenti all'hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni e all'hotel Campiglio Bellavista a Madonna di Campiglio. E, infine, c'è traccia di un viaggio a Dubai. Dal cilindro è saltato fuori anche «un anello non meglio individuato del valore di 2.000 euro in favore dell'amica Adele Attisani».
Ma perché Centofanti & company avrebbero avuto bisogno di entrature al Csm? Secondo l'accusa avevano puntato Marco Bisogni, sostituto procuratore di Siracusa (in precedenza già oggetto di reiterati esposti depositati in Procura generale a Catania a firma di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore). Il procedimento disciplinare a carico di Bisogni era gestito dalla sezione di Palamara. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura generale fu rigettata e fu disposta l'incolpazione coatta. Insomma, i pm perugini ritengono che lo scambio di utilità ci sia stato.
La capacità di penetrazione di Centofanti, secondo i magistrati, sarebbe arrivata davvero in alto. Quando ancora suo fratello Andrea era un ufficiale delle Fiamme gialle, per tentare di toglierlo dai guai in cui si era cacciato per aver cercato di ricattare un notaio, il lobbista è riuscito a cenare addirittura con Pignatone. Il procuratore romano, che sapeva trattarsi di un trasferimento per questione familiare, interessò un alto ufficiale. Senza ottenere particolari, poi, scoprì che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatagli, per cui era difficile che l'aspirazione del fratello di Centofanti potesse essere soddisfatta. Ma la cena c'è stata. Una tra le tante.
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Riparte da zero la corsa per il procuratore di Roma. Le indagini sembrano aver azzoppato due pretendenti: Giuseppe Creazzo (Unicost) e Marcello Viola (MI). Ora potrebbe essere favorito Franco Lo Voi. Ma nell'inchiesta di Perugia qualcosa non torna. Perquisito Luca Palamara. «Per pilotare una nomina accettò 40.000 euro». Il tentativo sarebbe stato bloccato dall'intervento di Sergio Mattarella. Avvisi di garanzia al pm Stefano Fava e a Luigi Spina, membro del Csm. Fabrizio Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice. L'uomo era già coinvolto nell'indagine su Piero Amara e Giuseppe Calafiore per processi truccati. Lo speciale comprende tre articoli. La nomina del procuratore di Roma assomiglia sempre di più al romanzo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani. Qui gli indiani sono tre, e due sono già a rischio eliminazione a causa di indagini giudiziarie entrate nel vivo in piena competizione. Giovedì scorso il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, di Magistratura indipendente, aveva incassato 4 preferenze su 6 nella quinta commissione, una votazione propedeutica al plenum di metà giugno. I suoi concorrenti, Giuseppe Creazzo (Unicost) e Franco Lo Voi (Mi), si erano fermati a un voto a testa. Sembrava tutto fatto, anche perché le ambizioni di Creazzo erano state azzoppate dalle notizie uscite sui giornali, con singolare sincronismo, su un esposto presentato a Genova da un pm della Procura di Firenze. Ma se le quotazioni di Creazzo sono in picchiata, anche quelle del favorito Viola sembrano in discesa, per un'inchiesta che non lo riguarda direttamente ma coinvolge un suo probabile grande elettore, l'esponente di Unicost Luca Palamara. Secondo le indiscrezioni, prima di essere perquisito stava tessendo la sua tela a favore del pg toscano. In cambio di cosa? Sembra del sostegno nella sua corsa a procuratore aggiunto. Palamara è considerato un «politico» capace di spostare voti e sostenere candidature di toghe di altre correnti. A lui, a quanto pare, si rivolgeva anche l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone (in pensione dall'8 maggio) per trovare i voti per gli aggiunti di suo gradimento. Tutti bussavano da Palamara, anche se si trattava di organizzare tornei di calcetto. Purtroppo per lui lo ha fatto anche il pm Stefano Fava, calabrese come Palamara, iscritto da oltre 20 anni a Magistratura democratica. Il 16 maggio è andato a chiedere una mano per sensibilizzare i consiglieri del Csm su un esposto che aveva presentato contro Pignatone e Ielo, i suoi superiori, da lui accusati di non essersi astenuti in un procedimento riguardante il faccendiere Piero Amara (presunto corruttore dello stesso Palamara) e l'Eni. Mentre Fava perorava la sua causa nell'ufficio del collega un trojan nel cellulare di quest'ultimo, inoculato dalla Procura di Perugia, registrava. Fava e Palamara, così diversi, in quel momento avevano un comune obiettivo: affondare Lo Voi e i suoi sponsor. Palamara aveva l'ambizione di essere la pedina decisiva nella scelta del nuovo procuratore (e quindi di far eleggere Viola), Fava voleva fare male all'accoppiata Pignatone-Ielo (e al «loro» Lo Voi): i due gli avevano tolto il fascicolo su Amara e non gli avevano concesso di arrestare per la seconda volta il faccendiere con l'accusa di autoriciclaggio. Per l'accusa, quando Palamara aveva scoperto di essere indagato per i suoi rapporti con la cricca di Amara, Fava gli avrebbe consegnato gli atti (non più coperti da segreto) del procedimento. Ma, secondo gli inquirenti, gli avrebbe anche spifferato qualche primizia su un'informativa che non era passata dalle sue mani. Però l'argomento che deve aver acceso la fantasia degli inquirenti umbri è un altro. A un certo punto Fava ha iniziato a parlare del suo esposto e degli allegati che dimostravano che il fratello di Pignatone avrebbe ricevuto da Amara una consulenza. Fava pensava di aver in mano un poker, in realtà lo stava servendo ai suoi nemici. A tempo di record, i magistrati di Perugia hanno confezionato un avviso di garanzia che, di fatto, mandava all'aria il piano di Fava. Gli hanno contestato non la diffamazione o la calunnia, ma il favoreggiamento: hanno scelto di accusarlo di aver aiutato Palamara a sottrarsi alle indagini a suo carico ordinate a Perugia. E come avrebbe fatto Fava a realizzare il suo presunto disegno criminoso? Chiedendo al collega di diffondere gli allegati «asseritamente comprovanti comportamenti non consoni del procuratore di Roma e di un procuratore aggiunto anche in relazione alla conduzione e gestione» del procedimento Amara «in relazione a profili di mancata astensione dei predetti procuratori». Difficile trovare il nesso logico. Propalare notizie più o meno false sui magistrati romani al massimo poteva danneggiare il loro candidato Lo Voi e non certo aiutare Palamara a eludere le investigazioni. Però il capo d'imputazione ha l'effetto di screditare Fava e togliere forza al suo atto d'accusa, che pendeva su Pignatone e Ielo, e indirettamente sul candidato Lo Voi. E assolve preventivamente l'ex procuratore e il suo aggiunto, laddove è scritto che le «circostanze» segnalate da Fava «allo stato» sono «smentite dalla documentazione sin qui acquisita». Insomma l'avviso di garanzia disinnesca quasi completamente l'esposto che aveva portato all'apertura di una pratica davanti al Csm e rende incerta la prosecuzione del procedimento. Non è neppure detto che il 2 luglio il pm venga sentito per raccontare alla prima commissione la sua versione dei fatti. Fava dovrà, invece, andare, il 4 giugno, a rispondere alle domande dei pm di Perugia che gli chiederanno perché abbia consegnato i suoi allegati a Palamara. Se il sostituto procuratore risponderà che cercava sponde dentro il Csm contro i suoi avversari renderà meno limpida la sua battaglia (mortificata dall'avviso di garanzia). Tra gli allegati consegnati da Fava c'è anche la lettera di risposta di Pignatone all'accusa di avere rapporti con uno degli indagati, il lobbista Fabrizio Centofanti. L'ex procuratore il 19 marzo scorso, sui suoi vecchi rapporti con Centofanti scriveva: «Ho partecipato a un'unica cena con il Centofanti e il generale Minervini della Guardia di finanza e altre persone. Non sono stato invitato al matrimonio di Centofanti Andrea (fratello di Fabrizio, ndr), non ho segnalato il Centofanti Andrea ufficiale della Guardia di finanza in servizio a Milano per il trasferimento al Nucleo di pg di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per una difficile situazione famigliare. Chiesi notizie al generale Capolupo, mio buon amico, che senza darmi particolari mi disse che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatami, per cui era difficile l'aspirazione dell'ufficiale potesse essere soddisfatta. Mi limitai a riferire la risposta al dottor Fabrizio Centofanti e in effetti il fratello fu poi trasferito a Genova, sede a lui non gradita». Insomma, l'uomo che avrebbe corrotto Palamara, poteva permettersi di fare «pressanti richieste» sul procuratore. Chi ha parlato ieri con Fava lo ha trovato sconfortato: «Sono stato imprudente, ne pago le conseguenze». Ma, pur ammettendo di aver sbagliato, sospetta di essere finito in una trappola. Anche perché la Procura di Perugia, anziché alla propria polizia giudiziaria, ha affidato le indagini a uno degli investigatori più fedeli a Pignatone, l'ex comandante del Gico di Roma. 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Una mossa che consente il disvelamento di una parte dell'attività investigativa che da mesi sta scavando sui rapporti tra il magistrato, ex presidente dell'Anm e già consigliere del Csm, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, condannati nel processo romano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Con Palamara, Amara e Calafiore è indagato a Perugia sempre per corruzione anche l'imprenditore Fabrizio Centofanti, che sarebbe stato il trait d'union tra loro. I pm umbri fanno riferimento a «utilità percepite nel corso degli anni» da Palamara e dai suoi familiari e conoscenti ad opera di Centofanti, e citano un anello del valore di 2.000 euro, che sarebbe stato regalato a un'amica del magistrato, Adele Attisani (online, una sua omonima, amica su Facebook di una Palamara, tiene corsi per rassodare i muscoli), e a viaggi a San Casciano dei Bagni, a Madonna di Campiglio, a Favignana e a Dubai. «Donativi» che per «numero» e «valore» non possono essere giustificati da un «mero rapporto» di frequentazione. Secondo gli inquirenti, la presunta corruzione aveva un duplice fine. Da un lato «fare in modo che Palamara mettesse a disposizione […] la sua funzione di membro del Csm, favorendo nomine di capi degli uffici cui erano interessati Amara e Calafiore», tant'è che nel decreto si ipotizza che Palamara avrebbe ricevuto dai due, «con Giancarlo Longo», 40.000 euro per «agevolare e favorire il medesimo Longo» per la nomina a procuratore di Gela (non andata in porto, afferma Longo, sentito a verbale a Messina, per l'intervento diretto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella). E dall'altro «danneggiare Marco Bisogni», sostituto procuratore di Siracusa già bersagliato da esposti a Catania a firma proprio di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore. Il pm siciliano era stato coinvolto in un procedimento disciplinare su cui lo stesso Palamara si era espresso in qualità di componente della sezione che ne aveva chiesto l'incolpazione coatta rigettando la richiesta di archiviazione (Bisogni sarà assolto definitivamente il 29 gennaio 2018). L'inchiesta per corruzione ha portato alla gemmazione giudiziaria di un secondo filone che vede indagati, con l'accusa di rivelazione di segreto e favoreggiamento, un collega di Palamara, il pm Stefano Fava, e il consigliere del Csm Luigi Spina. Quest'ultimo avrebbe rivelato a Palamara il procedimento a suo carico a Perugia e l'arrivo a Palazzo dei Marescialli di un esposto firmato da Fava contro l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l'aggiunto Paolo Ielo. Agli atti anche intercettazioni ambientali, ottenute attraverso un virus trojan installato nello smartphone di Palamara, in cui il pm definisce Spina il suo «angelo custode» e Fava «il mio amico storico». Spina, a sua volta, sostiene Palamara assicurandogli: «C'avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo [...] forse sarà lui a doversi difendere a Perugia». Secondo i pm umbri, questo dimostrerebbe che Palamara voleva usare l'esposto di Fava per «recare discredito al procuratore aggiunto Ielo», individuato come l'origine dei suoi problemi giudiziari, utilizzando anche notizie raccolte dal commercialista Andrea Giorgio, già consulente della Procura di Roma. Fonti giudiziarie hanno confermato alla Verità però che l'invio della comunicazione di indagine a carico di Palamara al Csm implica che quella notizia non sia più riservata, anche in caso di segretazione amministrativa da parte del Consiglio superiore; e quindi ora la battaglia in sede processuale si sposterà sui tempi delle presunte rivelazioni. Come detto, anche Fava è sotto inchiesta perché, «rispondendo alle sue plurime e incalzanti sollecitazioni», avrebbe rivelato a Palamara «come gli inquirenti fossero giunti a lui» in particolare svelando «che gli accertamenti erano partiti dalle carte di credito» di Centofanti e si erano estesi «alle verifiche dei pernottamenti negli alberghi». E perché avrebbe consegnato a Palamara «alcuni atti e documenti allo stato non identificati» e «alcuni atti già allegati all'esposto inoltrato al Csm». Esposto da lui firmato per presunti «comportamenti non consoni del procuratore di Roma», Pignatone, e del «procuratore aggiunto» Paolo Ielo riguardo alla mancata astensione dei due dal procedimento Amara, istruito da Fava e successivamente revocatogli da Pignatone, in cui emergeva il coinvolgimento professionale dei fratelli dei due alti magistrati della Capitale. Chi ha avuto modo di incontrare Fava l'ha trovato desideroso di chiarire le accuse a suo carico (l'interrogatorio è fissato il 4 giugno) soprattutto in relazione alla rivelazione di segreto a favore di Palamara in quanto, è il ragionamento di chi ha parlato col sostituto, nel momento dell'intercettazione ambientale (maggio 2019) le carte giudiziarie su Centofanti non erano più riservate essendo sopraggiunti l'avviso di conclusione delle indagini e, con esso, la possibilità per i difensori di avere accesso all'intero procedimento fin dal luglio 2018. Anche sulla pista delle «carte di credito», Fava è pronto a dimostrare che l'informativa che ne tratta era stata nella esclusiva disponibilità dell'aggiunto Ielo e che lui non aveva avuto possibilità di leggerla. Nelle intercettazioni citate nel decreto anche una «casuale» tra Palamara e Spina (entrambi calabresi come Fava) con due parlamentari. Se davvero, come pare, Palamara è stato pedinato e intercettato per tre mesi, è probabile che l'inchiesta di Perugia riserverà ancora tante sorprese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manuale-di-istruzioni-per-capire-la-faida-2638532962.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centofanti-il-lobbista-vicino-al-pd-accusato-di-aver-pagato-il-giudice" data-post-id="2638532962" data-published-at="1770582055" data-use-pagination="False"> Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice Al centro della guerra tra toghe che scuote la Procura di Roma e non solo c'è un funambolico imprenditore lobbista quarantasettenne che, secondo gli inquirenti, tramite le sue relazioni pensava di poter godere di un salvacondotto con i magistrati. Nel giro di pochi mesi, però, da portatore di interessi si è trasformato nel perno attorno al quale ruota la guerra per la successione dell'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Da quando gli investigatori l'hanno agganciato si è tirato dietro tanti pezzi da novanta: Fabrizio Centofanti, arrestato nel 2018 per essere scivolato su reati fiscali, è nelle inchieste sugli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, sia quella di Messina sia quella di Roma, ed è l'uomo tramite il quale gli investigatori sono arrivati a Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, e allo stesso segretario del Partito democratico, iscritto sul registro degli indagati per finanziamento illecito. E ora Centofanti è anche indagato nell'indagine che chiama in causa il pm di Roma Luca Palamara. D'altra parte, il suo profilo lo aveva tracciato per la prima volta proprio l'ex amico Calafiore. Ed è racchiuso in poche parole raccolte in un verbale dell'inchiesta di Messina: «Centofanti a Roma è dotato di un circuito relazionale di estrema importanza: magistrati, politici, appartenenti al Csm». La perquisizione nella sua abitazione, un annetto fa, avrebbe fatto tremare più di una toga. Lui, però, si sarebbe sentito protetto. È illuminante un altro passaggio del verbale di Calafiore: «Era certo di non essere arrestato perché riteneva di essere al sicuro in ragione di erogazioni che aveva fatto per favorire l'attività politica di Zingaretti». La prova delle erogazioni non è stata trovata, ma le relazioni con quel mondo c'erano. A un pranzo organizzato da Centofanti per il suo compleanno da Chiochiò ad Artena, in Ciociaria, una fonte della Verità ricorda di aver visto, oltre a Venafro, due magistrati della Corte dei conti e altre toghe. Da quando anche Amara gli ha attribuito un ruolo chiave, è stato ricostruito il filone siciliano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Nessuno però immaginava che Centofanti, Amara e Calafiore potessero avere relazioni al Csm. Nell'inchiesta di Perugia, ad esempio, i tre sono accusati di aver «corrisposto varie e reiterate utilità a Palamara, all'epoca consigliere del Csm, consistenti in viaggi e vacanze». La Guardia di finanza quelle vacanze le ha anche ricostruite, grazie ai pernottamenti all'hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni e all'hotel Campiglio Bellavista a Madonna di Campiglio. E, infine, c'è traccia di un viaggio a Dubai. Dal cilindro è saltato fuori anche «un anello non meglio individuato del valore di 2.000 euro in favore dell'amica Adele Attisani». Ma perché Centofanti & company avrebbero avuto bisogno di entrature al Csm? Secondo l'accusa avevano puntato Marco Bisogni, sostituto procuratore di Siracusa (in precedenza già oggetto di reiterati esposti depositati in Procura generale a Catania a firma di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore). Il procedimento disciplinare a carico di Bisogni era gestito dalla sezione di Palamara. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura generale fu rigettata e fu disposta l'incolpazione coatta. Insomma, i pm perugini ritengono che lo scambio di utilità ci sia stato. La capacità di penetrazione di Centofanti, secondo i magistrati, sarebbe arrivata davvero in alto. Quando ancora suo fratello Andrea era un ufficiale delle Fiamme gialle, per tentare di toglierlo dai guai in cui si era cacciato per aver cercato di ricattare un notaio, il lobbista è riuscito a cenare addirittura con Pignatone. Il procuratore romano, che sapeva trattarsi di un trasferimento per questione familiare, interessò un alto ufficiale. Senza ottenere particolari, poi, scoprì che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatagli, per cui era difficile che l'aspirazione del fratello di Centofanti potesse essere soddisfatta. Ma la cena c'è stata. Una tra le tante.
Friedrich Merz (Ansa)
Così è arrivato il momento di mettere a folle il motore della transazione energetica. Il ministero dell’Economia tedesco starebbe valutando un giro di vite sulle fonti rinnovabili. In particolare, sta studiando di limitare alcuni elementi centrali nel piano di espansione delle energie green, il cosiddetto diritto di priorità di immissione e di allaccio alla rete. Secondo quanto riporta il quotidiano Tagesspiegel, citando fonti del settore, un «pacchetto rete» sarebbe in preparazione parallelamente alla riforma della legge sulle energie rinnovabili (Eeg). In base alle indiscrezioni, nuovi impianti eolici e solari non verrebbero più collegati «senza indugio» e, se nell’area di rete oltre il 3% dell’energia rinnovabile fosse stato limitato l’anno precedente, i gestori dei nuovi impianti dovrebbero rinunciare fino a dieci anni all’indennizzo previsto per le riduzioni di produzione. Inoltre, i gestori delle reti di distribuzione potrebbero definire procedure autonome di allaccio per impianti superiori a 135 chilowatt, con il rischio - secondo il settore - di rallentare i collegamenti, dato che in Germania operano oltre 800 gestori. Critiche sono giunte dalle oltre 1.000 cooperative energetiche attive nel solare, eolico e bioenergia: «Questi investimenti necessitano di condizioni quadro affidabili», ha dichiarato Jan Holthaus dell’associazione Dgrv, chiedendo regole chiare per il rifinanziamento e un accesso sicuro alla rete.
Ma non è questo l’unico passo indietro sulla transizione ecologica in questo Paese che fino a ieri era uno dei sostenitori più convinti dell’abbandono delle fonti fossili. L’impresa europea di batterie per veicoli Automotive cells (Acc) ha comunicato al sindacato dei metalmeccanici Uilm che accantonerà i piani per costruire gigafactory in Italia e Germania. Che il progetto di Termoli fosse tramontato si vociferava da tempo ma ieri è arrivata la conferma ufficiale insieme a quella dell’analogo piano in Germania. È una vera e propria ritirata dal settore e implicitamente la resa alla Cina. In una nota, Acc, sostenuta da Stellantis, ha affermato che sta valutando la chiusura dei progetti, sospesi dal 2024 a causa di una crescita più lenta del previsto per i veicoli elettrici. I nuovi siti erano tra le decine pianificati in Europa, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai produttori cinesi, ma sono stati bloccati quando l’azienda ha valutato il passaggio a una tecnologia di batterie meno costosa. Acc ha detto chiaramente che non ci sono i «prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e Italia». Impensabile andare avanti se le auto elettriche non si vendono. D’altronde Stellantis ha avvertito che subirà un calo di 22 miliardi di euro a causa della diffusione più lenta del previsto dei veicoli a batteria. A settembre 2024, l’Italia ha annunciato il ritiro di circa 250 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea inizialmente destinati alla gigafactory, a causa dell’incertezza sui tempi di realizzazione del progetto.
Sempre in Germania, il ministero della Difesa ha rifatto il catasto dei campi armati, in modo che le ex aree militari non saranno disponibili per nuovi progetti fotovoltaici o eolici. Caserme dismesse, ex aeroporti e campi di addestramento che negli ultimi decenni erano stati convertiti a usi civili, diventano ora parte di una «riserva strategica». Tredici superfici destinate a ospitare impianti per le energie rinnovabili, serviranno a ospitare basi operative dell’esercito e per l’addestramento. Altro che pannelli solari e pale eoliche.
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(Honda Aircraft Company)
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Ansa
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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Talvolta mi trovo di fronte a gruppi organizzati, talvolta a gruppi appartenenti a città diverse ma che tra di loro instaurano delle relazioni non tali da formare un vero e proprio movimento, ma certamente tali da rafforzare la loro appartenenza a un non ben definito «gruppo sociale» in modo che si rafforza in loro l’idea di non essere soli, ma di appartenere a una sorta di «comunità», pur non conoscendosi personalmente, pur non frequentandosi se non attraverso i social.
Se uno si mette a parlare con loro, cercando di capire qual è, e se c’è, una visione, un’idea della loro vita e del significato delle cose che fanno, tornerà a casa con un pugno di mosche in mano. La prima impressione, infatti, che si ricava dal parlare con loro è che tutto ruota intorno a qualche comportamento che consiste nel portare il coltello in tasca come arma di difesa da persone che sono sostanzialmente uguali a loro, di uso delle stesse armi da taglio, se non da sparo, per ottenere un paio di scarpe griffate o qualcosa del genere (più raramente soldi) che rappresenta il simbolo di ciò che, nella loro mente, è per loro un diritto avere e, quindi, devono procurarselo al di là di ogni norma, di ogni legge, di ogni comportamento benevolo nei confronti degli altri che possono permetterselo.
Accade spesso che alcune aggressioni verso persone che non appartengono a questi gruppi avvengano anche senza una motivazione che possa essere ricondotta alla all’appropriarsi indebitamente di beni altrui: soldi, meno spesso, capi di abbigliamento trendy (secondo loro), cappellini, giubbotti, scarpe, jeans, cinture, borselli e zainetti. Molte volte certe aggressioni, veri e propri pestaggi, accoltellamenti qualche volta letali (comunque praticamente sempre necessitanti di cure mediche, se non interventi chirurgici), ebbene tutto questo avviene senza un motivo che non sia quello di compiere la violenza per il gusto della violenza e per il fatto che, compiendo questi atti, si è qualcuno, si è una personalità, si tratteggia la propria soggettività in modo che sia riconoscibile agli altri, positiva per gli aderenti al gruppo o a altri gruppi che compiono gli stessi gesti, negativa per chi subisce questi gesti e per chi ritiene questi comportamenti immorali e illegali. Questo secondo gruppo di persone che contestano le azioni dei teppisti (raramente, se non mai, si tratta di azioni individuali) rafforzano l’identità e l’idea di questi delinquenti di essere nel giusto.
Uno potrebbe legittimamente chiedersi: «Ma qualcuno che compie un’azione senza motivazione, come questi gruppuscoli compiono le loro azioni violente senza un’apparente causa, come fanno a sentirsi rafforzati compiendo qualcosa senza alcun significato? Questa domanda ci porta fuoristrada perché, per gli appartenenti a questi gruppi, questo non costituisce un problema. Quando uno compie la violenza per la violenza è perché sente che quella violenza è la migliore espressione di sé, da una parte, e dall’altra lo rende soggetto riconoscibile all’interno della società che pure li disprezza, ma per loro questo è un segno che stanno agendo «bene»: agiscono, cioè, per un fine che è quello di esprimere sé stessi nella violenza e di assumere così un ruolo riconosciuto, sia pure negativamente, dalla società che secondo loro non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare e, quindi, sono legittimati a compiere queste azioni come dimostrative di uno stato di disagio contro quello che, alla fine, chiamano Stato.
Rientra in questa logica anche l’attacco alle forze di polizia, in quanto rappresentanti dello Stato e perché si comporterebbero in modo discriminatorio nei loro confronti, soprattutto quando questi soggetti sono immigrati, con la pelle nera e magari con situazioni irregolari sia familiari sia che riguardano loro direttamente, magari perché hanno precedenti in giovane età. Perché attaccano la polizia? Perché ritengono di essere discriminati dalla polizia? Certo, non escludiamo a priori che qualche rappresentante delle forze dell’ordine possa avere avuto nei loro confronti comportamenti censurabili. Ma trattasi di eccezioni.
Nella norma, le forze dell’ordine non fanno che accertamenti su soggetti o conosciuti o che frequentano ambienti che possono far pensare che non tutto sia regolare per quanto li riguarda. Ma anche qui non c’è da cercare un’idea, un ideale, una qualche forma anche pur primitiva di ideologia, si tratta di una legge del branco e anche in questo caso di un branco che vive compiendo questi atti e trovando la loro identità nel fatto stesso che li compiono.
Insomma, purtroppo dietro c’è il nulla, almeno da un punto di vista ideologico, a meno che non si voglia elevare al rango di ideologia quello che abbiamo descritto.
Tornando alla domanda iniziale, dov’è che possiamo trovare un’idea che fa da propulsore a questo tipo di comportamenti? La risposta è, in un certo senso, devastante: da nessuna parte. Non è un’idea quella da cercare per spiegare questi fenomeni ma è la vita di queste persone che si svolge, che si sviluppa, che si alimenta, che degenera nella frequentazione dei social. Quello è il mondo, per loro. Quello reale è il mondo degli altri, dei loro nemici, di chi ha più di loro, di chi è diverso da loro, della polizia, dello Stato che, genericamente, non ha dato loro quello che loro era dovuto ivi compresi i cappellini, i giubbotti, le scarpe, i borselli e gli zainetti, tutti i griffati. La griffe, il marchio, l’etichetta diventano parte della loro identità, parte della loro riconoscibilità sociale, parte della loro esistenza violenta, più profondamente, della loro esistenza e del senso della loro vita. Non importa il consenso sociale, importa il consenso sui social. Non importa quella che, con termine antico, si definisce l’onorabilità, importa la riconoscibilità. Non importa il giudizio sulle loro azioni, importa la ridondanza delle loro azioni che rende le loro vite diverse dalle altre e, pur prive di contenuto, distinte da un punto di vista identitario. Di un’identità basata sul nulla, ma questo nulla, per loro, è tutto.
Allora c’è da chiedersi se non sia proprio nei confronti dei social e nei confronti di coloro che hanno macinato miliardi costruendoli, rendendoli così potenti, accessibili a chiunque, fruibili da chi non ha ancora gli strumenti e un livello di personalità tali da poter vagliare criticamente i contenuti proposti, e proprio a questi signori che dobbiamo attribuire gran parte di questa responsabilità, senza infingimenti, senza paure di essere trattati da censori morali senza averne l’autorità. Questi signori che cancellano (che bannano) contenuti leciti ma non coincidenti con le cosiddette culture dominanti (ad esempio quella definita woke), perché non cominciano a bannare i contenuti di istigazione alla violenza che sono presenti nei post di questi gruppi, di questi singoli, di alcune associazioni, nei testi dei rapper? Perché non compiono un gesto di responsabilità civile autoregolamentandosi e cominciando a occuparsi di tutta quella violenza, quel disprezzo per la figura femminile, l’incitamento all’odio sociale, dell’incitamento esplicito, ripetuto, invadente e pervadente alla violenza, all’uso delle armi da taglio, all’uso delle armi nonché l’istigazione al pestaggio di persone innocenti che non hanno fatto nulla a nessuno?
È inutile che questi personaggi proprietari e responsabili di queste piattaforme si vantino di aver dato vita a fondazioni benefiche, di aver fatto opere di mecenatismo e, nel contempo, lasciare che i giovani, gli adolescenti e i preadolescenti rischino di perdere la loro vita perché immersi in questo nulla profittevole per pochi al mondo e che danneggia vite di chi frequenta e di coloro che subiscono le violenze dei frequentatori.
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