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2019-05-31
Manuale di istruzioni per capire la faida
Ansa
La nomina del procuratore di Roma assomiglia sempre di più al romanzo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani. Qui gli indiani sono tre, e due sono già a rischio eliminazione a causa di indagini giudiziarie entrate nel vivo in piena competizione. Giovedì scorso il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, di Magistratura indipendente, aveva incassato 4 preferenze su 6 nella quinta commissione, una votazione propedeutica al plenum di metà giugno. I suoi concorrenti, Giuseppe Creazzo (Unicost) e Franco Lo Voi (Mi), si erano fermati a un voto a testa. Sembrava tutto fatto, anche perché le ambizioni di Creazzo erano state azzoppate dalle notizie uscite sui giornali, con singolare sincronismo, su un esposto presentato a Genova da un pm della Procura di Firenze. Ma se le quotazioni di Creazzo sono in picchiata, anche quelle del favorito Viola sembrano in discesa, per un'inchiesta che non lo riguarda direttamente ma coinvolge un suo probabile grande elettore, l'esponente di Unicost Luca Palamara. Secondo le indiscrezioni, prima di essere perquisito stava tessendo la sua tela a favore del pg toscano. In cambio di cosa? Sembra del sostegno nella sua corsa a procuratore aggiunto. Palamara è considerato un «politico» capace di spostare voti e sostenere candidature di toghe di altre correnti. A lui, a quanto pare, si rivolgeva anche l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone (in pensione dall'8 maggio) per trovare i voti per gli aggiunti di suo gradimento. Tutti bussavano da Palamara, anche se si trattava di organizzare tornei di calcetto.
Purtroppo per lui lo ha fatto anche il pm Stefano Fava, calabrese come Palamara, iscritto da oltre 20 anni a Magistratura democratica. Il 16 maggio è andato a chiedere una mano per sensibilizzare i consiglieri del Csm su un esposto che aveva presentato contro Pignatone e Ielo, i suoi superiori, da lui accusati di non essersi astenuti in un procedimento riguardante il faccendiere Piero Amara (presunto corruttore dello stesso Palamara) e l'Eni. Mentre Fava perorava la sua causa nell'ufficio del collega un trojan nel cellulare di quest'ultimo, inoculato dalla Procura di Perugia, registrava.
Fava e Palamara, così diversi, in quel momento avevano un comune obiettivo: affondare Lo Voi e i suoi sponsor. Palamara aveva l'ambizione di essere la pedina decisiva nella scelta del nuovo procuratore (e quindi di far eleggere Viola), Fava voleva fare male all'accoppiata Pignatone-Ielo (e al «loro» Lo Voi): i due gli avevano tolto il fascicolo su Amara e non gli avevano concesso di arrestare per la seconda volta il faccendiere con l'accusa di autoriciclaggio. Per l'accusa, quando Palamara aveva scoperto di essere indagato per i suoi rapporti con la cricca di Amara, Fava gli avrebbe consegnato gli atti (non più coperti da segreto) del procedimento. Ma, secondo gli inquirenti, gli avrebbe anche spifferato qualche primizia su un'informativa che non era passata dalle sue mani. Però l'argomento che deve aver acceso la fantasia degli inquirenti umbri è un altro. A un certo punto Fava ha iniziato a parlare del suo esposto e degli allegati che dimostravano che il fratello di Pignatone avrebbe ricevuto da Amara una consulenza. Fava pensava di aver in mano un poker, in realtà lo stava servendo ai suoi nemici. A tempo di record, i magistrati di Perugia hanno confezionato un avviso di garanzia che, di fatto, mandava all'aria il piano di Fava. Gli hanno contestato non la diffamazione o la calunnia, ma il favoreggiamento: hanno scelto di accusarlo di aver aiutato Palamara a sottrarsi alle indagini a suo carico ordinate a Perugia. E come avrebbe fatto Fava a realizzare il suo presunto disegno criminoso? Chiedendo al collega di diffondere gli allegati «asseritamente comprovanti comportamenti non consoni del procuratore di Roma e di un procuratore aggiunto anche in relazione alla conduzione e gestione» del procedimento Amara «in relazione a profili di mancata astensione dei predetti procuratori». Difficile trovare il nesso logico. Propalare notizie più o meno false sui magistrati romani al massimo poteva danneggiare il loro candidato Lo Voi e non certo aiutare Palamara a eludere le investigazioni. Però il capo d'imputazione ha l'effetto di screditare Fava e togliere forza al suo atto d'accusa, che pendeva su Pignatone e Ielo, e indirettamente sul candidato Lo Voi. E assolve preventivamente l'ex procuratore e il suo aggiunto, laddove è scritto che le «circostanze» segnalate da Fava «allo stato» sono «smentite dalla documentazione sin qui acquisita». Insomma l'avviso di garanzia disinnesca quasi completamente l'esposto che aveva portato all'apertura di una pratica davanti al Csm e rende incerta la prosecuzione del procedimento. Non è neppure detto che il 2 luglio il pm venga sentito per raccontare alla prima commissione la sua versione dei fatti. Fava dovrà, invece, andare, il 4 giugno, a rispondere alle domande dei pm di Perugia che gli chiederanno perché abbia consegnato i suoi allegati a Palamara. Se il sostituto procuratore risponderà che cercava sponde dentro il Csm contro i suoi avversari renderà meno limpida la sua battaglia (mortificata dall'avviso di garanzia).
Tra gli allegati consegnati da Fava c'è anche la lettera di risposta di Pignatone all'accusa di avere rapporti con uno degli indagati, il lobbista Fabrizio Centofanti. L'ex procuratore il 19 marzo scorso, sui suoi vecchi rapporti con Centofanti scriveva: «Ho partecipato a un'unica cena con il Centofanti e il generale Minervini della Guardia di finanza e altre persone. Non sono stato invitato al matrimonio di Centofanti Andrea (fratello di Fabrizio, ndr), non ho segnalato il Centofanti Andrea ufficiale della Guardia di finanza in servizio a Milano per il trasferimento al Nucleo di pg di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per una difficile situazione famigliare. Chiesi notizie al generale Capolupo, mio buon amico, che senza darmi particolari mi disse che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatami, per cui era difficile l'aspirazione dell'ufficiale potesse essere soddisfatta. Mi limitai a riferire la risposta al dottor Fabrizio Centofanti e in effetti il fratello fu poi trasferito a Genova, sede a lui non gradita». Insomma, l'uomo che avrebbe corrotto Palamara, poteva permettersi di fare «pressanti richieste» sul procuratore.
Chi ha parlato ieri con Fava lo ha trovato sconfortato: «Sono stato imprudente, ne pago le conseguenze». Ma, pur ammettendo di aver sbagliato, sospetta di essere finito in una trappola. Anche perché la Procura di Perugia, anziché alla propria polizia giudiziaria, ha affidato le indagini a uno degli investigatori più fedeli a Pignatone, l'ex comandante del Gico di Roma. Il colonnello sta partecipando a un corso interforze, ma è rimasto alla guida di una sezione del suo vecchio gruppo, i cui uomini rispondono ancora solo a lui, per seguire la delicata indagine. Un caso più unico che raro.
Perquisito Palamara: «Per pilotare una nomina accettò 40.000 euro»
È la Procura di Perugia l'epicentro del terremoto che fa ondeggiare i Palazzi del potere giudiziario di Roma. Gli inquirenti umbri ieri hanno perquisito l'abitazione e l'ufficio del pm Luca Palamara, indagato per corruzione. Una mossa che consente il disvelamento di una parte dell'attività investigativa che da mesi sta scavando sui rapporti tra il magistrato, ex presidente dell'Anm e già consigliere del Csm, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, condannati nel processo romano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato.
Con Palamara, Amara e Calafiore è indagato a Perugia sempre per corruzione anche l'imprenditore Fabrizio Centofanti, che sarebbe stato il trait d'union tra loro. I pm umbri fanno riferimento a «utilità percepite nel corso degli anni» da Palamara e dai suoi familiari e conoscenti ad opera di Centofanti, e citano un anello del valore di 2.000 euro, che sarebbe stato regalato a un'amica del magistrato, Adele Attisani (online, una sua omonima, amica su Facebook di una Palamara, tiene corsi per rassodare i muscoli), e a viaggi a San Casciano dei Bagni, a Madonna di Campiglio, a Favignana e a Dubai. «Donativi» che per «numero» e «valore» non possono essere giustificati da un «mero rapporto» di frequentazione. Secondo gli inquirenti, la presunta corruzione aveva un duplice fine. Da un lato «fare in modo che Palamara mettesse a disposizione […] la sua funzione di membro del Csm, favorendo nomine di capi degli uffici cui erano interessati Amara e Calafiore», tant'è che nel decreto si ipotizza che Palamara avrebbe ricevuto dai due, «con Giancarlo Longo», 40.000 euro per «agevolare e favorire il medesimo Longo» per la nomina a procuratore di Gela (non andata in porto, afferma Longo, sentito a verbale a Messina, per l'intervento diretto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella). E dall'altro «danneggiare Marco Bisogni», sostituto procuratore di Siracusa già bersagliato da esposti a Catania a firma proprio di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore. Il pm siciliano era stato coinvolto in un procedimento disciplinare su cui lo stesso Palamara si era espresso in qualità di componente della sezione che ne aveva chiesto l'incolpazione coatta rigettando la richiesta di archiviazione (Bisogni sarà assolto definitivamente il 29 gennaio 2018).
L'inchiesta per corruzione ha portato alla gemmazione giudiziaria di un secondo filone che vede indagati, con l'accusa di rivelazione di segreto e favoreggiamento, un collega di Palamara, il pm Stefano Fava, e il consigliere del Csm Luigi Spina. Quest'ultimo avrebbe rivelato a Palamara il procedimento a suo carico a Perugia e l'arrivo a Palazzo dei Marescialli di un esposto firmato da Fava contro l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l'aggiunto Paolo Ielo.
Agli atti anche intercettazioni ambientali, ottenute attraverso un virus trojan installato nello smartphone di Palamara, in cui il pm definisce Spina il suo «angelo custode» e Fava «il mio amico storico». Spina, a sua volta, sostiene Palamara assicurandogli: «C'avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo [...] forse sarà lui a doversi difendere a Perugia». Secondo i pm umbri, questo dimostrerebbe che Palamara voleva usare l'esposto di Fava per «recare discredito al procuratore aggiunto Ielo», individuato come l'origine dei suoi problemi giudiziari, utilizzando anche notizie raccolte dal commercialista Andrea Giorgio, già consulente della Procura di Roma. Fonti giudiziarie hanno confermato alla Verità però che l'invio della comunicazione di indagine a carico di Palamara al Csm implica che quella notizia non sia più riservata, anche in caso di segretazione amministrativa da parte del Consiglio superiore; e quindi ora la battaglia in sede processuale si sposterà sui tempi delle presunte rivelazioni.
Come detto, anche Fava è sotto inchiesta perché, «rispondendo alle sue plurime e incalzanti sollecitazioni», avrebbe rivelato a Palamara «come gli inquirenti fossero giunti a lui» in particolare svelando «che gli accertamenti erano partiti dalle carte di credito» di Centofanti e si erano estesi «alle verifiche dei pernottamenti negli alberghi». E perché avrebbe consegnato a Palamara «alcuni atti e documenti allo stato non identificati» e «alcuni atti già allegati all'esposto inoltrato al Csm». Esposto da lui firmato per presunti «comportamenti non consoni del procuratore di Roma», Pignatone, e del «procuratore aggiunto» Paolo Ielo riguardo alla mancata astensione dei due dal procedimento Amara, istruito da Fava e successivamente revocatogli da Pignatone, in cui emergeva il coinvolgimento professionale dei fratelli dei due alti magistrati della Capitale.
Chi ha avuto modo di incontrare Fava l'ha trovato desideroso di chiarire le accuse a suo carico (l'interrogatorio è fissato il 4 giugno) soprattutto in relazione alla rivelazione di segreto a favore di Palamara in quanto, è il ragionamento di chi ha parlato col sostituto, nel momento dell'intercettazione ambientale (maggio 2019) le carte giudiziarie su Centofanti non erano più riservate essendo sopraggiunti l'avviso di conclusione delle indagini e, con esso, la possibilità per i difensori di avere accesso all'intero procedimento fin dal luglio 2018. Anche sulla pista delle «carte di credito», Fava è pronto a dimostrare che l'informativa che ne tratta era stata nella esclusiva disponibilità dell'aggiunto Ielo e che lui non aveva avuto possibilità di leggerla. Nelle intercettazioni citate nel decreto anche una «casuale» tra Palamara e Spina (entrambi calabresi come Fava) con due parlamentari. Se davvero, come pare, Palamara è stato pedinato e intercettato per tre mesi, è probabile che l'inchiesta di Perugia riserverà ancora tante sorprese.
Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice
Al centro della guerra tra toghe che scuote la Procura di Roma e non solo c'è un funambolico imprenditore lobbista quarantasettenne che, secondo gli inquirenti, tramite le sue relazioni pensava di poter godere di un salvacondotto con i magistrati. Nel giro di pochi mesi, però, da portatore di interessi si è trasformato nel perno attorno al quale ruota la guerra per la successione dell'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Da quando gli investigatori l'hanno agganciato si è tirato dietro tanti pezzi da novanta: Fabrizio Centofanti, arrestato nel 2018 per essere scivolato su reati fiscali, è nelle inchieste sugli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, sia quella di Messina sia quella di Roma, ed è l'uomo tramite il quale gli investigatori sono arrivati a Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, e allo stesso segretario del Partito democratico, iscritto sul registro degli indagati per finanziamento illecito.
E ora Centofanti è anche indagato nell'indagine che chiama in causa il pm di Roma Luca Palamara. D'altra parte, il suo profilo lo aveva tracciato per la prima volta proprio l'ex amico Calafiore. Ed è racchiuso in poche parole raccolte in un verbale dell'inchiesta di Messina: «Centofanti a Roma è dotato di un circuito relazionale di estrema importanza: magistrati, politici, appartenenti al Csm». La perquisizione nella sua abitazione, un annetto fa, avrebbe fatto tremare più di una toga. Lui, però, si sarebbe sentito protetto.
È illuminante un altro passaggio del verbale di Calafiore: «Era certo di non essere arrestato perché riteneva di essere al sicuro in ragione di erogazioni che aveva fatto per favorire l'attività politica di Zingaretti». La prova delle erogazioni non è stata trovata, ma le relazioni con quel mondo c'erano. A un pranzo organizzato da Centofanti per il suo compleanno da Chiochiò ad Artena, in Ciociaria, una fonte della Verità ricorda di aver visto, oltre a Venafro, due magistrati della Corte dei conti e altre toghe.
Da quando anche Amara gli ha attribuito un ruolo chiave, è stato ricostruito il filone siciliano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Nessuno però immaginava che Centofanti, Amara e Calafiore potessero avere relazioni al Csm. Nell'inchiesta di Perugia, ad esempio, i tre sono accusati di aver «corrisposto varie e reiterate utilità a Palamara, all'epoca consigliere del Csm, consistenti in viaggi e vacanze». La Guardia di finanza quelle vacanze le ha anche ricostruite, grazie ai pernottamenti all'hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni e all'hotel Campiglio Bellavista a Madonna di Campiglio. E, infine, c'è traccia di un viaggio a Dubai. Dal cilindro è saltato fuori anche «un anello non meglio individuato del valore di 2.000 euro in favore dell'amica Adele Attisani».
Ma perché Centofanti & company avrebbero avuto bisogno di entrature al Csm? Secondo l'accusa avevano puntato Marco Bisogni, sostituto procuratore di Siracusa (in precedenza già oggetto di reiterati esposti depositati in Procura generale a Catania a firma di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore). Il procedimento disciplinare a carico di Bisogni era gestito dalla sezione di Palamara. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura generale fu rigettata e fu disposta l'incolpazione coatta. Insomma, i pm perugini ritengono che lo scambio di utilità ci sia stato.
La capacità di penetrazione di Centofanti, secondo i magistrati, sarebbe arrivata davvero in alto. Quando ancora suo fratello Andrea era un ufficiale delle Fiamme gialle, per tentare di toglierlo dai guai in cui si era cacciato per aver cercato di ricattare un notaio, il lobbista è riuscito a cenare addirittura con Pignatone. Il procuratore romano, che sapeva trattarsi di un trasferimento per questione familiare, interessò un alto ufficiale. Senza ottenere particolari, poi, scoprì che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatagli, per cui era difficile che l'aspirazione del fratello di Centofanti potesse essere soddisfatta. Ma la cena c'è stata. Una tra le tante.
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Riparte da zero la corsa per il procuratore di Roma. Le indagini sembrano aver azzoppato due pretendenti: Giuseppe Creazzo (Unicost) e Marcello Viola (MI). Ora potrebbe essere favorito Franco Lo Voi. Ma nell'inchiesta di Perugia qualcosa non torna. Perquisito Luca Palamara. «Per pilotare una nomina accettò 40.000 euro». Il tentativo sarebbe stato bloccato dall'intervento di Sergio Mattarella. Avvisi di garanzia al pm Stefano Fava e a Luigi Spina, membro del Csm. Fabrizio Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice. L'uomo era già coinvolto nell'indagine su Piero Amara e Giuseppe Calafiore per processi truccati. Lo speciale comprende tre articoli. La nomina del procuratore di Roma assomiglia sempre di più al romanzo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani. Qui gli indiani sono tre, e due sono già a rischio eliminazione a causa di indagini giudiziarie entrate nel vivo in piena competizione. Giovedì scorso il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, di Magistratura indipendente, aveva incassato 4 preferenze su 6 nella quinta commissione, una votazione propedeutica al plenum di metà giugno. I suoi concorrenti, Giuseppe Creazzo (Unicost) e Franco Lo Voi (Mi), si erano fermati a un voto a testa. Sembrava tutto fatto, anche perché le ambizioni di Creazzo erano state azzoppate dalle notizie uscite sui giornali, con singolare sincronismo, su un esposto presentato a Genova da un pm della Procura di Firenze. Ma se le quotazioni di Creazzo sono in picchiata, anche quelle del favorito Viola sembrano in discesa, per un'inchiesta che non lo riguarda direttamente ma coinvolge un suo probabile grande elettore, l'esponente di Unicost Luca Palamara. Secondo le indiscrezioni, prima di essere perquisito stava tessendo la sua tela a favore del pg toscano. In cambio di cosa? Sembra del sostegno nella sua corsa a procuratore aggiunto. Palamara è considerato un «politico» capace di spostare voti e sostenere candidature di toghe di altre correnti. A lui, a quanto pare, si rivolgeva anche l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone (in pensione dall'8 maggio) per trovare i voti per gli aggiunti di suo gradimento. Tutti bussavano da Palamara, anche se si trattava di organizzare tornei di calcetto. Purtroppo per lui lo ha fatto anche il pm Stefano Fava, calabrese come Palamara, iscritto da oltre 20 anni a Magistratura democratica. Il 16 maggio è andato a chiedere una mano per sensibilizzare i consiglieri del Csm su un esposto che aveva presentato contro Pignatone e Ielo, i suoi superiori, da lui accusati di non essersi astenuti in un procedimento riguardante il faccendiere Piero Amara (presunto corruttore dello stesso Palamara) e l'Eni. Mentre Fava perorava la sua causa nell'ufficio del collega un trojan nel cellulare di quest'ultimo, inoculato dalla Procura di Perugia, registrava. Fava e Palamara, così diversi, in quel momento avevano un comune obiettivo: affondare Lo Voi e i suoi sponsor. Palamara aveva l'ambizione di essere la pedina decisiva nella scelta del nuovo procuratore (e quindi di far eleggere Viola), Fava voleva fare male all'accoppiata Pignatone-Ielo (e al «loro» Lo Voi): i due gli avevano tolto il fascicolo su Amara e non gli avevano concesso di arrestare per la seconda volta il faccendiere con l'accusa di autoriciclaggio. Per l'accusa, quando Palamara aveva scoperto di essere indagato per i suoi rapporti con la cricca di Amara, Fava gli avrebbe consegnato gli atti (non più coperti da segreto) del procedimento. Ma, secondo gli inquirenti, gli avrebbe anche spifferato qualche primizia su un'informativa che non era passata dalle sue mani. Però l'argomento che deve aver acceso la fantasia degli inquirenti umbri è un altro. A un certo punto Fava ha iniziato a parlare del suo esposto e degli allegati che dimostravano che il fratello di Pignatone avrebbe ricevuto da Amara una consulenza. Fava pensava di aver in mano un poker, in realtà lo stava servendo ai suoi nemici. A tempo di record, i magistrati di Perugia hanno confezionato un avviso di garanzia che, di fatto, mandava all'aria il piano di Fava. Gli hanno contestato non la diffamazione o la calunnia, ma il favoreggiamento: hanno scelto di accusarlo di aver aiutato Palamara a sottrarsi alle indagini a suo carico ordinate a Perugia. E come avrebbe fatto Fava a realizzare il suo presunto disegno criminoso? Chiedendo al collega di diffondere gli allegati «asseritamente comprovanti comportamenti non consoni del procuratore di Roma e di un procuratore aggiunto anche in relazione alla conduzione e gestione» del procedimento Amara «in relazione a profili di mancata astensione dei predetti procuratori». Difficile trovare il nesso logico. Propalare notizie più o meno false sui magistrati romani al massimo poteva danneggiare il loro candidato Lo Voi e non certo aiutare Palamara a eludere le investigazioni. Però il capo d'imputazione ha l'effetto di screditare Fava e togliere forza al suo atto d'accusa, che pendeva su Pignatone e Ielo, e indirettamente sul candidato Lo Voi. E assolve preventivamente l'ex procuratore e il suo aggiunto, laddove è scritto che le «circostanze» segnalate da Fava «allo stato» sono «smentite dalla documentazione sin qui acquisita». Insomma l'avviso di garanzia disinnesca quasi completamente l'esposto che aveva portato all'apertura di una pratica davanti al Csm e rende incerta la prosecuzione del procedimento. Non è neppure detto che il 2 luglio il pm venga sentito per raccontare alla prima commissione la sua versione dei fatti. Fava dovrà, invece, andare, il 4 giugno, a rispondere alle domande dei pm di Perugia che gli chiederanno perché abbia consegnato i suoi allegati a Palamara. Se il sostituto procuratore risponderà che cercava sponde dentro il Csm contro i suoi avversari renderà meno limpida la sua battaglia (mortificata dall'avviso di garanzia). Tra gli allegati consegnati da Fava c'è anche la lettera di risposta di Pignatone all'accusa di avere rapporti con uno degli indagati, il lobbista Fabrizio Centofanti. L'ex procuratore il 19 marzo scorso, sui suoi vecchi rapporti con Centofanti scriveva: «Ho partecipato a un'unica cena con il Centofanti e il generale Minervini della Guardia di finanza e altre persone. Non sono stato invitato al matrimonio di Centofanti Andrea (fratello di Fabrizio, ndr), non ho segnalato il Centofanti Andrea ufficiale della Guardia di finanza in servizio a Milano per il trasferimento al Nucleo di pg di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per una difficile situazione famigliare. Chiesi notizie al generale Capolupo, mio buon amico, che senza darmi particolari mi disse che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatami, per cui era difficile l'aspirazione dell'ufficiale potesse essere soddisfatta. Mi limitai a riferire la risposta al dottor Fabrizio Centofanti e in effetti il fratello fu poi trasferito a Genova, sede a lui non gradita». Insomma, l'uomo che avrebbe corrotto Palamara, poteva permettersi di fare «pressanti richieste» sul procuratore. Chi ha parlato ieri con Fava lo ha trovato sconfortato: «Sono stato imprudente, ne pago le conseguenze». Ma, pur ammettendo di aver sbagliato, sospetta di essere finito in una trappola. Anche perché la Procura di Perugia, anziché alla propria polizia giudiziaria, ha affidato le indagini a uno degli investigatori più fedeli a Pignatone, l'ex comandante del Gico di Roma. 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Una mossa che consente il disvelamento di una parte dell'attività investigativa che da mesi sta scavando sui rapporti tra il magistrato, ex presidente dell'Anm e già consigliere del Csm, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, condannati nel processo romano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Con Palamara, Amara e Calafiore è indagato a Perugia sempre per corruzione anche l'imprenditore Fabrizio Centofanti, che sarebbe stato il trait d'union tra loro. I pm umbri fanno riferimento a «utilità percepite nel corso degli anni» da Palamara e dai suoi familiari e conoscenti ad opera di Centofanti, e citano un anello del valore di 2.000 euro, che sarebbe stato regalato a un'amica del magistrato, Adele Attisani (online, una sua omonima, amica su Facebook di una Palamara, tiene corsi per rassodare i muscoli), e a viaggi a San Casciano dei Bagni, a Madonna di Campiglio, a Favignana e a Dubai. «Donativi» che per «numero» e «valore» non possono essere giustificati da un «mero rapporto» di frequentazione. Secondo gli inquirenti, la presunta corruzione aveva un duplice fine. Da un lato «fare in modo che Palamara mettesse a disposizione […] la sua funzione di membro del Csm, favorendo nomine di capi degli uffici cui erano interessati Amara e Calafiore», tant'è che nel decreto si ipotizza che Palamara avrebbe ricevuto dai due, «con Giancarlo Longo», 40.000 euro per «agevolare e favorire il medesimo Longo» per la nomina a procuratore di Gela (non andata in porto, afferma Longo, sentito a verbale a Messina, per l'intervento diretto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella). E dall'altro «danneggiare Marco Bisogni», sostituto procuratore di Siracusa già bersagliato da esposti a Catania a firma proprio di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore. Il pm siciliano era stato coinvolto in un procedimento disciplinare su cui lo stesso Palamara si era espresso in qualità di componente della sezione che ne aveva chiesto l'incolpazione coatta rigettando la richiesta di archiviazione (Bisogni sarà assolto definitivamente il 29 gennaio 2018). L'inchiesta per corruzione ha portato alla gemmazione giudiziaria di un secondo filone che vede indagati, con l'accusa di rivelazione di segreto e favoreggiamento, un collega di Palamara, il pm Stefano Fava, e il consigliere del Csm Luigi Spina. Quest'ultimo avrebbe rivelato a Palamara il procedimento a suo carico a Perugia e l'arrivo a Palazzo dei Marescialli di un esposto firmato da Fava contro l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l'aggiunto Paolo Ielo. Agli atti anche intercettazioni ambientali, ottenute attraverso un virus trojan installato nello smartphone di Palamara, in cui il pm definisce Spina il suo «angelo custode» e Fava «il mio amico storico». Spina, a sua volta, sostiene Palamara assicurandogli: «C'avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo [...] forse sarà lui a doversi difendere a Perugia». Secondo i pm umbri, questo dimostrerebbe che Palamara voleva usare l'esposto di Fava per «recare discredito al procuratore aggiunto Ielo», individuato come l'origine dei suoi problemi giudiziari, utilizzando anche notizie raccolte dal commercialista Andrea Giorgio, già consulente della Procura di Roma. Fonti giudiziarie hanno confermato alla Verità però che l'invio della comunicazione di indagine a carico di Palamara al Csm implica che quella notizia non sia più riservata, anche in caso di segretazione amministrativa da parte del Consiglio superiore; e quindi ora la battaglia in sede processuale si sposterà sui tempi delle presunte rivelazioni. Come detto, anche Fava è sotto inchiesta perché, «rispondendo alle sue plurime e incalzanti sollecitazioni», avrebbe rivelato a Palamara «come gli inquirenti fossero giunti a lui» in particolare svelando «che gli accertamenti erano partiti dalle carte di credito» di Centofanti e si erano estesi «alle verifiche dei pernottamenti negli alberghi». E perché avrebbe consegnato a Palamara «alcuni atti e documenti allo stato non identificati» e «alcuni atti già allegati all'esposto inoltrato al Csm». Esposto da lui firmato per presunti «comportamenti non consoni del procuratore di Roma», Pignatone, e del «procuratore aggiunto» Paolo Ielo riguardo alla mancata astensione dei due dal procedimento Amara, istruito da Fava e successivamente revocatogli da Pignatone, in cui emergeva il coinvolgimento professionale dei fratelli dei due alti magistrati della Capitale. Chi ha avuto modo di incontrare Fava l'ha trovato desideroso di chiarire le accuse a suo carico (l'interrogatorio è fissato il 4 giugno) soprattutto in relazione alla rivelazione di segreto a favore di Palamara in quanto, è il ragionamento di chi ha parlato col sostituto, nel momento dell'intercettazione ambientale (maggio 2019) le carte giudiziarie su Centofanti non erano più riservate essendo sopraggiunti l'avviso di conclusione delle indagini e, con esso, la possibilità per i difensori di avere accesso all'intero procedimento fin dal luglio 2018. Anche sulla pista delle «carte di credito», Fava è pronto a dimostrare che l'informativa che ne tratta era stata nella esclusiva disponibilità dell'aggiunto Ielo e che lui non aveva avuto possibilità di leggerla. Nelle intercettazioni citate nel decreto anche una «casuale» tra Palamara e Spina (entrambi calabresi come Fava) con due parlamentari. Se davvero, come pare, Palamara è stato pedinato e intercettato per tre mesi, è probabile che l'inchiesta di Perugia riserverà ancora tante sorprese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manuale-di-istruzioni-per-capire-la-faida-2638532962.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centofanti-il-lobbista-vicino-al-pd-accusato-di-aver-pagato-il-giudice" data-post-id="2638532962" data-published-at="1768129225" data-use-pagination="False"> Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice Al centro della guerra tra toghe che scuote la Procura di Roma e non solo c'è un funambolico imprenditore lobbista quarantasettenne che, secondo gli inquirenti, tramite le sue relazioni pensava di poter godere di un salvacondotto con i magistrati. Nel giro di pochi mesi, però, da portatore di interessi si è trasformato nel perno attorno al quale ruota la guerra per la successione dell'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Da quando gli investigatori l'hanno agganciato si è tirato dietro tanti pezzi da novanta: Fabrizio Centofanti, arrestato nel 2018 per essere scivolato su reati fiscali, è nelle inchieste sugli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, sia quella di Messina sia quella di Roma, ed è l'uomo tramite il quale gli investigatori sono arrivati a Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, e allo stesso segretario del Partito democratico, iscritto sul registro degli indagati per finanziamento illecito. E ora Centofanti è anche indagato nell'indagine che chiama in causa il pm di Roma Luca Palamara. D'altra parte, il suo profilo lo aveva tracciato per la prima volta proprio l'ex amico Calafiore. Ed è racchiuso in poche parole raccolte in un verbale dell'inchiesta di Messina: «Centofanti a Roma è dotato di un circuito relazionale di estrema importanza: magistrati, politici, appartenenti al Csm». La perquisizione nella sua abitazione, un annetto fa, avrebbe fatto tremare più di una toga. Lui, però, si sarebbe sentito protetto. È illuminante un altro passaggio del verbale di Calafiore: «Era certo di non essere arrestato perché riteneva di essere al sicuro in ragione di erogazioni che aveva fatto per favorire l'attività politica di Zingaretti». La prova delle erogazioni non è stata trovata, ma le relazioni con quel mondo c'erano. A un pranzo organizzato da Centofanti per il suo compleanno da Chiochiò ad Artena, in Ciociaria, una fonte della Verità ricorda di aver visto, oltre a Venafro, due magistrati della Corte dei conti e altre toghe. Da quando anche Amara gli ha attribuito un ruolo chiave, è stato ricostruito il filone siciliano sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Nessuno però immaginava che Centofanti, Amara e Calafiore potessero avere relazioni al Csm. Nell'inchiesta di Perugia, ad esempio, i tre sono accusati di aver «corrisposto varie e reiterate utilità a Palamara, all'epoca consigliere del Csm, consistenti in viaggi e vacanze». La Guardia di finanza quelle vacanze le ha anche ricostruite, grazie ai pernottamenti all'hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni e all'hotel Campiglio Bellavista a Madonna di Campiglio. E, infine, c'è traccia di un viaggio a Dubai. Dal cilindro è saltato fuori anche «un anello non meglio individuato del valore di 2.000 euro in favore dell'amica Adele Attisani». Ma perché Centofanti & company avrebbero avuto bisogno di entrature al Csm? Secondo l'accusa avevano puntato Marco Bisogni, sostituto procuratore di Siracusa (in precedenza già oggetto di reiterati esposti depositati in Procura generale a Catania a firma di Amara e Calafiore, il primo indagato da Bisogni, il secondo suo difensore). Il procedimento disciplinare a carico di Bisogni era gestito dalla sezione di Palamara. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura generale fu rigettata e fu disposta l'incolpazione coatta. Insomma, i pm perugini ritengono che lo scambio di utilità ci sia stato. La capacità di penetrazione di Centofanti, secondo i magistrati, sarebbe arrivata davvero in alto. Quando ancora suo fratello Andrea era un ufficiale delle Fiamme gialle, per tentare di toglierlo dai guai in cui si era cacciato per aver cercato di ricattare un notaio, il lobbista è riuscito a cenare addirittura con Pignatone. Il procuratore romano, che sapeva trattarsi di un trasferimento per questione familiare, interessò un alto ufficiale. Senza ottenere particolari, poi, scoprì che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatagli, per cui era difficile che l'aspirazione del fratello di Centofanti potesse essere soddisfatta. Ma la cena c'è stata. Una tra le tante.
Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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Come rendere appetitosi i broccoli (lo sono già per conto loro, ma con quel loro odorino solforato a molti sono venuti in uggia) facendoli diventare simpatici in un primo piatto impeccabile dal punto di vista nutrizionale, facilissimo da realizzare e assai appetitoso. Si tratta di pigliare dalla nostra antica tradizione e metterla in pratica dacché orto e pescato vanno da sempre d’accordo nella cultura gastronomica delle nostre terre.
In più se unite al sapore del baccalà le proprietà salutari del broccolo potete dire di avere fatto un gran piacere ai vostri commensali: i broccoli sono, con tutte le altre brassicacee, il toccasana della stagione fredda: danno sali minerali, fibra, vitamine, antiossidanti in quantità e sono amici della digestione, del cuore e delle vie respiratorie. Un tempo le nonne facevano fare i suffumigi sul vapore dei cavoli che bollivano per rimediare a raffreddore e bronchite. Noi ci accontentiamo di fare un piatto gustoso.
Ingredienti – 360 gr di pasta corta di semola da grano italiano (noi abbiamo scelto le pennette lisce di un antichissimo pastificio toscano di Lari), 300 gr di broccoli, 400 gr di baccalà già ammollato, 2 spicchi di aglio, un peperoncino o mezzo cucchiaino di peperoncino in polvere, due filetti d’acciuga, una ventina di nocciole, 6 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale qb. Facoltativo un mazzetto di prezzemolo.
Procedimento – In una padella ampia – ci dovete saltare la pasta – fate imbiondire l’aglio e disfare i filetti di acciughe in compagnia del peperoncino nell’olio extravergine di oliva. Pulite il baccalà dalla pelle e dalle lische e fatelo a cubetti. Mettetelo in padella e fate andare a fuoco molto moderato. Mondate i broccoli, dividete i rametti e metteteli a lessare nella stessa acqua con la pasta. Nel frattempo sguisciate le nocciole tostatele in padella e poi tritale grossolanamente tenendole da parte. A un paio di minuti dalla fine della cottura della pasta scolatela insieme a broccoli, eliminate lo spicchio d’aglio e il peperoncino se intero, fate finire la cottura della pasta in padella mantecando bene. Se del caso aggiustate di sale. A cottura terminata fate cadere su ogni piatto una pioggia di granella di nocciole, un giro di extravergine a crudo e se volete anche del prezzemolo che avrete tritato finemente.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di completare i piatti con nocciole, olio extravergine e prezzemolo.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Lugana del Garda, ottimo un Soave, assai indicati un Arneis, una Nascetta langotta o un Gavi del comune di Gavi, tutti bianchi gentili e profumati.
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