2021-05-01
Magistrati sotto inchiesta a Perugia e nella Capitale per il caso della «nuova P2»
Piercamillo Davigo (Ansa)
Tra gli iscritti ci sarebbe anche il pm che ha trasmesso a Piercamillo Davigo i verbali su Amara e la loggia Ungheria. Lui nega tutto. E i vertici del Csm smentiscono l'ex consigliereL'avvocato Piero Amara è un «pentito». Negli anni scorsi ha ammesso di avere corrotto giudici e truccato processi. Ma adesso scopriamo che ha anche confessato di essere un affiliato alla fantomatica loggia massonica Ungheria, a suo dire una specie di nuova P2. Ne ha parlato in almeno quattro interrogatori resi davanti alla Procura di Milano a fine 2019. Ma da allora per mesi non è successo nulla. Le sue accuse sono rimaste chiuse nei cassetti dei pm, fino a quando uno di loro, Paolo Storari (affidatario del fascicolo, insieme con l'aggiunto Laura Pedio), le ha estratte dal pc e le ha consegnate all'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Era l'aprile del 2020. Da allora, forse per colpa del Covid, le carte, ufficialmente, sono tornate sotto chiave. Sino a quando, nell'ottobre del 2020, Davigo è andato in pensione. Allora i documenti sono finiti nelle mani dell'ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, la quale si sarebbe improvvisata postina e le avrebbe fatte recapitare con due diverse spedizioni al Fatto Quotidiano. Dopo averle ricevute, il giornalista Antonio Massari le ha riportate a Milano, dove sono iniziate le indagini per capire come fossero finite a Roma.A inizio 2021 la Procura meneghina, forse risvegliata dalla notizia che i verbali stessero girando per l'Italia, ha deciso di trasmettere le dichiarazioni di Amara a Perugia, competente per i reati dei magistrati romani (alcuni di loro farebbero parte dell'Ungheria come diversi colleghi siciliani). E qui sono iniziate per davvero le verifiche su quanto dichiarato dal «pentito» siciliano. La Procura umbra, a gennaio, ha aperto un fascicolo per violazione della legge Anselmi, quella che ha messo fuorilegge le logge massoniche deviate. Al momento, sotto inchiesta c'è un pugno di toghe, ma anche Amara, il quale, nell'interrogatorio reso il 4 febbraio in Umbria, ha confessato di essere uno degli affiliati. A Perugia è stato sentito come indagato anche l'avvocato Giuseppe Calafiore, sodale di Amara. E pure lui presunto grembiulino della loggia Ungheria.Nel verbale di Amara c'è subito un'intera pagina omissata e il discorso riprende così: «Evidenzio alcune circostanze particolari che mi hanno spinto a procurarmi delle prove». E dopo aver accennato a una guerra tra toghe siciliane ha aggiunto: «Temo che possa esserci un intreccio sistemico che possa danneggiarmi». Quindi altre pagine di omissis.Anche metà del verbale di Calafiore è sbianchettata e non ci sono domande in chiaro che riportino alla questione della loggia. Si legge solo un quesito su eventuali soffiate che i due presunti massoni dell'Ungheria avrebbero ricevuto sullo stato dei loro procedimenti penali.Le indagini di Milano e Perugia e della Guardia di finanza «hanno permesso», si legge in una nota degli inquirenti, «con sicurezza anche documentale, di ricostruire compiutamente i fatti riguardanti le modalità con le quali alcuni verbali apocrifi (in formato Word), relativi ad attività segretata, sono entrati nella disponibilità di due testate giornalistiche». Quando gli inquirenti hanno individuato Roma come luogo della consumazione del reato, hanno trasmesso gli atti nella Capitale. Qui la Procura ha adesso in mano un fascicolo per rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio. Il reato di rivelazione sarebbe contestato al pm Storari, ma il magistrato milanese, con La Verità, replica che la notizia della sua iscrizione è «una balla clamorosa». Le investigazioni sono state facilitate anche da un altro errore della «postina», la quale è stata recentemente perquisita e sospesa dal servizio.Il 24 febbraio del 2021, probabilmente mentre era già sotto inchiesta, la donna ha telefonato con un numero sconosciuto alla giornalista della Repubblica Liana Milella, annunciando l'invio di «carte da far tremare il Paese», poi ha spedito un plico con all'interno tre verbali di Amara del 6 dicembre e del 14 dicembre 2019. Anche la giornalista ha deciso di sporgere denuncia e gli inquirenti sono velocemente risaliti alla Contrafatto che aveva chiamato con il numero anonimo.Resta aperto un quesito importante: Davigo, che ha ricevuto i verbali segretati e non ha sporto denuncia, ha commesso un qualche reato? La vicenda è in fase di accertamento.L'ex campione di Mani pulite, al Tg2, ha spiegato di non ritenere strano il fatto che Storari abbia consegnato le carte con gli interrogatori: «Ritengo inusuale quello che era succeduto a monte e cioè che un sostituto procuratore della Repubblica lamentasse che non gli consentivano di iscrivere notizie di reato e non posso parlare del contenuto di quei verbali. Posso solo dire che per fare indagini bisogna iscrivere la notizia di reato, che siano vere o che siano false le cose dette, e non è pensabile di ritardarle ingiustificatamente. E quindi per tutelarsi ha ritenuto di informare una persona che conosceva un componente del Consiglio superiore e io a mia volta ho informato chi di dovere di ciò che stava accadendo». Secondo il Fatto Quotidiano Davigo avrebbe avvertito direttamente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mentre in una lettera allegata ai verbali si sosteneva che della vicenda era al corrente anche Stefano Erbani, consigliere giuridico del capo dello Stato. Ieri dal Colle hanno replicato che né Mattarella, né Erbani sarebbero stati informati.Anche il vicepresidente del Csm David Ermini è sembrato escludere di essere stato messo al corrente, dichiarando che «il Consiglio superiore della magistratura […] non solo è del tutto estraneo a manovre opache e destabilizzanti, ma è semmai obiettivo di un'opera di delegittimazione e condizionamento tesa ad alimentare, in un momento particolarmente grave per il Paese, la sfiducia dei cittadini verso la magistratura».Il Procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi ha ammesso, infine, solo un pourparler con l'ex consigliere: «Nella tarda primavera dell'anno passato, il consigliere Piercamillo Davigo mi disse che vi erano contrasti nella Procura di Milano circa un fascicolo molto delicato, che riguardava anche altre Procure e che - a dire di un sostituto - rimaneva fermo; nessun riferimento fu fatto a copie di atti. Informai immediatamente il procuratore della Repubblica di Milano. In un colloquio avvenuto nei giorni successivi nel mio ufficio, il 16 giugno, il dottor Greco mi informò per grandi linee della situazione e delle iniziative assunte. Si convenne sulla opportunità di coordinamento con le Procure di Roma e Perugia. Il coordinamento fu avviato immediatamente e risultò proficuo». Salvi ha rimarcato, poi, di non essere stato informato dell'esistenza dei verbali: «Né io, né il mio ufficio abbiamo mai avuto conoscenza della disponibilità da parte del consigliere Davigo o di altri di copie di verbali di interrogatorio resi da Piero Amara alla Procura di Milano». Di questi sarebbe venuto a sapere solo a seguito delle indagini delle Procure interessate e della conseguente perquisizione nell'ufficio della Contrafatto. Il pg, a fine comunicato, lancia l'anatema: «Si tratta di per sé di una grave violazione dei doveri del magistrato, ancor più grave se la diffusione anonima dei verbali fosse da ascriversi alla medesima provenienza». Adesso la Procura generale «valuterà le iniziative disciplinari conseguenti alla violazione del segreto». Ovviamente non nei confronti della Contrafatto, ma dei magistrati coinvolti.
Un frame del video dell'aggressione a Costanza Tosi (nel riquadro) nella macelleria islamica di Roubaix
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Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)