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2024-11-12
Macron e Starmer chiedono i missili per colpire la Russia
Emmanuel Macron e Keir Starmer (Ansa)
Uno la scorsa estate ha subito una batosta elettorale senza precedenti, riuscendo - al suo secondo mandato da Presidente della Repubblica - nel difficile compito di portare la cosiddetta ultradestra oltre il 30%. L’altro, dopo aver vinto le elezioni nello stesso periodo, si è reso protagonista di uno dei più rapidi cali di popolarità nella storia dei primi ministri britannici. Stiamo parlando di Emmanuel Macron e Keir Starmer, che ieri si sono incontrati a Parigi per il 106° anniversario dell’armistizio. Un evento significativo anche dal punto di vista diplomatico, essendo la prima volta che un leader britannico partecipa alla commemorazione dal 1944, quando Winston Churchill fu ospitato dal generale Charles de Gaulle. Nonostante il ricordo del primo conflitto mondiale, però, uno dei principali temi di discussione tra i due leader è stato come contrastare un possibile passo indietro degli Stati Uniti nel sostegno all’Ucraina dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, previsto per gennaio.
Uno dei principali quotidiani britannici, il Telegraph, ha riportato lunedì che, secondo fonti interne al governo inglese consultate prima dell’incontro, i due avrebbero discusso la possibilità di convincere Joe Biden a concedere all’Ucraina il permesso di lanciare missili Storm Shadow sul territorio russo. Una questione su cui da mesi si dibatte dietro le quinte, ma che fortunatamente - per ora - ha visto prevalere il buon senso, secondo cui l’eventuale escalation con la Russia sarebbe troppo pericolosa. Si tratta di missili prodotti da Regno Unito e Francia, ma che richiedono tecnologia statunitense.
Non è chiaro se i due abbiano poi realmente affrontato questo specifico tema. «La nostra posizione sugli Storm Shadow non è cambiata», ha commentato in proposito un portavoce di Downing Street. «Abbiamo sempre affermato che, quando discutiamo del nostro supporto all’Ucraina, lo facciamo in termini di strategia complessiva per garantire che l’Ucraina sia nella posizione più forte possibile per il futuro, in particolare in vista dell’inverno, e abbiamo anche chiarito che nessuna guerra è mai stata vinta da una singola arma». Al di là di questa dichiarazione evasiva e vuota, i due leader hanno comunque ribadito il loro impegno a «sostenere l’Ucraina senza esitazioni e per tutto il tempo necessario a contrastare la guerra di aggressione della Russia», con l’obiettivo di mettere Kiev «nella posizione più forte possibile in vista dell’inverno». Inverno che senz’altro significa freddo, ma anche Donald Trump alla Casa Bianca, il quale durante tutta la sua campagna elettorale ha promesso di porre fine al conflitto ucraino al suo primo giorno da presidente. Esternazione senz’altro altisonante e irrealistica, ma che delinea un netto cambio di rotta rispetto all’amministrazione uscente. Tant’è che nei giorni scorsi Donald Trump Jr, il figlio del tycoon, ha pubblicato una storia sul suo profilo Instagram in cui, accanto alla faccia di Volodymyr Zelensky, si legge: «Mancano 38 giorni a quando perderai i finanziamenti». Le preoccupazioni riguardo alle intenzioni di Trump sull’Ucraina sono aumentate ulteriormente da quando è stato reso noto che né Mike Pompeo né Nikki Haley, due ex membri del suo gabinetto favorevoli a Kiev, avranno posizioni nella nuova amministrazione. Rimane comunque curioso che, dopo il voto di oltre 70 milioni di statunitensi, due leader fondamentalmente bolliti si riuniscano per contrastare in anticipo la futura politica estera della prima potenza mondiale. E qualcuno, nonostante l’esito elettorale, possa anche solo pensare di bombardare la Russia.
Nel frattempo, il Cremlino ha smentito che ci sia stata una telefonata tra Vladimir Putin e Trump. «Pura fiction», ha commentato il portavoce Dmitrij Peskov. Il contatto tra i due era stato reso noto dal Washington Post, secondo cui il neoeletto presidente Usa avrebbe chiesto allo Zar di non intensificare il conflitto con l’Ucraina, ricordandogli anche la consistente presenza militare americana in Europa e dicendosi favorevole a un piano di pace. Difficile capire che cosa ci sia dietro alla smentita. Un’ipotesi è che Putin sia rimasto deluso dai presunti toni minacciosi di Trump, che forse credeva più disinteressato al destino del territorio ucraino. Un’altra possibilità è che il Post abbia inventato la notizia per avvalorare la tesi secondo cui anche la nuova amministrazione vorrà proseguire la guerra. Quello che sappiamo è che Steven Cheung, direttore delle comunicazioni di Trump, non ha confermato né smentito la telefonata (avvenuta tramite canali non ufficiali), dichiarando all’Afp che «non commenta le chiamate private tra il presidente Trump e altri leader mondiali». Ieri, invece, un portavoce della Commissione Ue, in riferimento al presunto piano di pace del tycoon (trapelato settimana scorsa) che contemplerebbe la presenza di truppe europee lungo un fronte smilitarizzato, ha dichiarato che al momento non c’è nessun accordo tra gli Stati membri per inviare soldati «in qualunque scenario». Ora che lo dice Trump, dunque, e soprattutto se per una missione di pace, gli eserciti europei non si toccano.
Nella realtà, Mosca non ha in alcun modo diminuito la pressione militare, anzi ha conquistato altri due villaggi, uno nel Donetsk e uno nella regione di Kharkiv. Secondo l’agenzia Tass, l’intelligence russa ritiene addirittura che il dipartimento di Stato Usa stia lavorando per far cadere Zelensky e andare a elezioni nel 2025. Forse, allora, a Putin può semplicemente convenire in questo momento tenere nascoste le sue interlocuzioni.
Bin Salman riscopre la Palestina: «Cessate il fuoco, stop al genocidio»
Ieri l’erede al trono dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Salman (MbS), in occasione del vertice congiunto della Lega araba e dell’Organizzazione della cooperazione islamica in corso a Riad, ha chiesto un cessate il fuoco immediato a Gaza e in Libano: «La comunità internazionale deve fermare immediatamente le azioni israeliane contro i nostri fratelli in Palestina e in Libano e la campagna di Israele a Gaza è un genocidio». Parole forti quelle di MbS che fino ad oggi è rimasto sempre prudente sul tema del conflitto ma che evidentemente in un contesto del genere ha indossato i panni del leader arabo e non quelli a lui più congeniali di pragmatico futuro sovrano. Le parole di MbS sono piaciute al presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha affermato: «L’unità e la solidarietà dei Paesi musulmani sono importanti per fermare gli attacchi di Israele alla Palestina e al Libano». Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha invece affermato che «l’Egitto, che ha assunto la responsabilità di iniziare il cammino della pace nella regione decenni fa e che ha perseverato nel proteggerla, anche di fronte a numerose sfide, rimane fermo nel suo impegno verso la pace come imperativo strategico». Si tratta di dichiarazioni importanti ma manca quella che tutti aspettano dopo oltre un anno di conflitto.
Come se ne esce e chi si assume la responsabilità politica? Mentre scriviamo nessuno si è fatto vivo. Speriamo di essere smentiti nei prossimi giorni. Sempre nella giornata di ieri Channel 12 ha riferito che gli Stati Uniti hanno presentato al presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen una proposta sulla futura amministrazione della Striscia di Gaza con la partecipazione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) ma non soggetta ad essa. Secondo quanto riferisce l’Ansa, durante un incontro a Ramallah il sottosegretario di Stato Usa Barbara Leaf ha dato ad Abu Mazen quello che in gergo viene chiamato un «No Paper»: il punto principale è «la creazione di una delegazione internazionale temporanea per breve tempo, che sarà chiamata dall’Anp ad assumere l’amministrazione di Gaza». L’anziano leader non ha ancora dato una risposta ma l’impressione è che non voglia aderire. A proposito del futuro, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha parlato della creazione di uno Stato palestinese sovrano che è al momento è un’ipotesi non attuabile: «Non penso che oggi questa posizione sia realistica e noi dobbiamo essere realistici, un eventuale Stato palestinese sarebbe in realtà uno Stato di Hamas». Sul fronte della guerra sul campo il ministro degli Esteri israeliano ha anche affermato che «ci sono progressi sul fronte dei negoziati per il cessate il fuoco in Libano» da dove anche ieri sono stati lanciati più di 50 missili, spiegando che su questo tema Netanyahu è un lavoro con l’amministrazione americana. In ogni caso il capo di Stato maggiore dell’Esercito israeliano, Herzi Halevi, ha autorizzato l’espansione dell’invasione terrestre nel sud del Libano, secondo quanto riportato dall’emittente statale israeliana Kan. Stando a Kan, funzionari militari e della sicurezza israeliani avevano valutato la possibilità di dichiarare la fine dell’offensiva terrestre la scorsa settimana. Tuttavia, Halevi ha dato la via libera per intensificare l’attacco, coinvolgendo potenzialmente migliaia di soldati aggiuntivi. Infine, da registrare le parole di Yair Netanyahu, uno dei figli del premier israeliano, che con una serie di post su X ha accusato lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, di aver tentato di rovesciare il Governo. Il riferimento riguarda le indagini in corso presso l’ufficio di Netanyahu in merito a fughe di documenti di classificazione dell’intelligence.
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I due leader vogliono un blitz finale di Biden. Il Cremlino nega la telefonata Putin-Trump. L’Ue: «Niente soldati in Ucraina».Israele: «Ci sono progressi nei negoziati per una tregua in Libano».Lo speciale contiene due articoli.Uno la scorsa estate ha subito una batosta elettorale senza precedenti, riuscendo - al suo secondo mandato da Presidente della Repubblica - nel difficile compito di portare la cosiddetta ultradestra oltre il 30%. L’altro, dopo aver vinto le elezioni nello stesso periodo, si è reso protagonista di uno dei più rapidi cali di popolarità nella storia dei primi ministri britannici. Stiamo parlando di Emmanuel Macron e Keir Starmer, che ieri si sono incontrati a Parigi per il 106° anniversario dell’armistizio. Un evento significativo anche dal punto di vista diplomatico, essendo la prima volta che un leader britannico partecipa alla commemorazione dal 1944, quando Winston Churchill fu ospitato dal generale Charles de Gaulle. Nonostante il ricordo del primo conflitto mondiale, però, uno dei principali temi di discussione tra i due leader è stato come contrastare un possibile passo indietro degli Stati Uniti nel sostegno all’Ucraina dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, previsto per gennaio.Uno dei principali quotidiani britannici, il Telegraph, ha riportato lunedì che, secondo fonti interne al governo inglese consultate prima dell’incontro, i due avrebbero discusso la possibilità di convincere Joe Biden a concedere all’Ucraina il permesso di lanciare missili Storm Shadow sul territorio russo. Una questione su cui da mesi si dibatte dietro le quinte, ma che fortunatamente - per ora - ha visto prevalere il buon senso, secondo cui l’eventuale escalation con la Russia sarebbe troppo pericolosa. Si tratta di missili prodotti da Regno Unito e Francia, ma che richiedono tecnologia statunitense. Non è chiaro se i due abbiano poi realmente affrontato questo specifico tema. «La nostra posizione sugli Storm Shadow non è cambiata», ha commentato in proposito un portavoce di Downing Street. «Abbiamo sempre affermato che, quando discutiamo del nostro supporto all’Ucraina, lo facciamo in termini di strategia complessiva per garantire che l’Ucraina sia nella posizione più forte possibile per il futuro, in particolare in vista dell’inverno, e abbiamo anche chiarito che nessuna guerra è mai stata vinta da una singola arma». Al di là di questa dichiarazione evasiva e vuota, i due leader hanno comunque ribadito il loro impegno a «sostenere l’Ucraina senza esitazioni e per tutto il tempo necessario a contrastare la guerra di aggressione della Russia», con l’obiettivo di mettere Kiev «nella posizione più forte possibile in vista dell’inverno». Inverno che senz’altro significa freddo, ma anche Donald Trump alla Casa Bianca, il quale durante tutta la sua campagna elettorale ha promesso di porre fine al conflitto ucraino al suo primo giorno da presidente. Esternazione senz’altro altisonante e irrealistica, ma che delinea un netto cambio di rotta rispetto all’amministrazione uscente. Tant’è che nei giorni scorsi Donald Trump Jr, il figlio del tycoon, ha pubblicato una storia sul suo profilo Instagram in cui, accanto alla faccia di Volodymyr Zelensky, si legge: «Mancano 38 giorni a quando perderai i finanziamenti». Le preoccupazioni riguardo alle intenzioni di Trump sull’Ucraina sono aumentate ulteriormente da quando è stato reso noto che né Mike Pompeo né Nikki Haley, due ex membri del suo gabinetto favorevoli a Kiev, avranno posizioni nella nuova amministrazione. Rimane comunque curioso che, dopo il voto di oltre 70 milioni di statunitensi, due leader fondamentalmente bolliti si riuniscano per contrastare in anticipo la futura politica estera della prima potenza mondiale. E qualcuno, nonostante l’esito elettorale, possa anche solo pensare di bombardare la Russia.Nel frattempo, il Cremlino ha smentito che ci sia stata una telefonata tra Vladimir Putin e Trump. «Pura fiction», ha commentato il portavoce Dmitrij Peskov. Il contatto tra i due era stato reso noto dal Washington Post, secondo cui il neoeletto presidente Usa avrebbe chiesto allo Zar di non intensificare il conflitto con l’Ucraina, ricordandogli anche la consistente presenza militare americana in Europa e dicendosi favorevole a un piano di pace. Difficile capire che cosa ci sia dietro alla smentita. Un’ipotesi è che Putin sia rimasto deluso dai presunti toni minacciosi di Trump, che forse credeva più disinteressato al destino del territorio ucraino. Un’altra possibilità è che il Post abbia inventato la notizia per avvalorare la tesi secondo cui anche la nuova amministrazione vorrà proseguire la guerra. Quello che sappiamo è che Steven Cheung, direttore delle comunicazioni di Trump, non ha confermato né smentito la telefonata (avvenuta tramite canali non ufficiali), dichiarando all’Afp che «non commenta le chiamate private tra il presidente Trump e altri leader mondiali». Ieri, invece, un portavoce della Commissione Ue, in riferimento al presunto piano di pace del tycoon (trapelato settimana scorsa) che contemplerebbe la presenza di truppe europee lungo un fronte smilitarizzato, ha dichiarato che al momento non c’è nessun accordo tra gli Stati membri per inviare soldati «in qualunque scenario». Ora che lo dice Trump, dunque, e soprattutto se per una missione di pace, gli eserciti europei non si toccano.Nella realtà, Mosca non ha in alcun modo diminuito la pressione militare, anzi ha conquistato altri due villaggi, uno nel Donetsk e uno nella regione di Kharkiv. Secondo l’agenzia Tass, l’intelligence russa ritiene addirittura che il dipartimento di Stato Usa stia lavorando per far cadere Zelensky e andare a elezioni nel 2025. 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Parole forti quelle di MbS che fino ad oggi è rimasto sempre prudente sul tema del conflitto ma che evidentemente in un contesto del genere ha indossato i panni del leader arabo e non quelli a lui più congeniali di pragmatico futuro sovrano. Le parole di MbS sono piaciute al presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha affermato: «L’unità e la solidarietà dei Paesi musulmani sono importanti per fermare gli attacchi di Israele alla Palestina e al Libano». Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha invece affermato che «l’Egitto, che ha assunto la responsabilità di iniziare il cammino della pace nella regione decenni fa e che ha perseverato nel proteggerla, anche di fronte a numerose sfide, rimane fermo nel suo impegno verso la pace come imperativo strategico». Si tratta di dichiarazioni importanti ma manca quella che tutti aspettano dopo oltre un anno di conflitto. Come se ne esce e chi si assume la responsabilità politica? Mentre scriviamo nessuno si è fatto vivo. Speriamo di essere smentiti nei prossimi giorni. Sempre nella giornata di ieri Channel 12 ha riferito che gli Stati Uniti hanno presentato al presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen una proposta sulla futura amministrazione della Striscia di Gaza con la partecipazione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) ma non soggetta ad essa. Secondo quanto riferisce l’Ansa, durante un incontro a Ramallah il sottosegretario di Stato Usa Barbara Leaf ha dato ad Abu Mazen quello che in gergo viene chiamato un «No Paper»: il punto principale è «la creazione di una delegazione internazionale temporanea per breve tempo, che sarà chiamata dall’Anp ad assumere l’amministrazione di Gaza». L’anziano leader non ha ancora dato una risposta ma l’impressione è che non voglia aderire. A proposito del futuro, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha parlato della creazione di uno Stato palestinese sovrano che è al momento è un’ipotesi non attuabile: «Non penso che oggi questa posizione sia realistica e noi dobbiamo essere realistici, un eventuale Stato palestinese sarebbe in realtà uno Stato di Hamas». Sul fronte della guerra sul campo il ministro degli Esteri israeliano ha anche affermato che «ci sono progressi sul fronte dei negoziati per il cessate il fuoco in Libano» da dove anche ieri sono stati lanciati più di 50 missili, spiegando che su questo tema Netanyahu è un lavoro con l’amministrazione americana. In ogni caso il capo di Stato maggiore dell’Esercito israeliano, Herzi Halevi, ha autorizzato l’espansione dell’invasione terrestre nel sud del Libano, secondo quanto riportato dall’emittente statale israeliana Kan. Stando a Kan, funzionari militari e della sicurezza israeliani avevano valutato la possibilità di dichiarare la fine dell’offensiva terrestre la scorsa settimana. Tuttavia, Halevi ha dato la via libera per intensificare l’attacco, coinvolgendo potenzialmente migliaia di soldati aggiuntivi. Infine, da registrare le parole di Yair Netanyahu, uno dei figli del premier israeliano, che con una serie di post su X ha accusato lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, di aver tentato di rovesciare il Governo. Il riferimento riguarda le indagini in corso presso l’ufficio di Netanyahu in merito a fughe di documenti di classificazione dell’intelligence.
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Donald Trump (Ansa)
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è arrestato bruscamente dopo gli spari di sabato contro due navi commerciali, ma nelle ore successive emerge anche un primo segnale isolato che rompe il blocco. Secondo quanto riportato da Bbc Persian, la compagnia Tui Cruises ha annunciato che due proprie navi sono riuscite ad attraversare lo Stretto dopo aver ottenuto le autorizzazioni necessarie dalle autorità competenti. Le imbarcazioni, già prive di passeggeri perché rimpatriati in precedenza e con equipaggi ridotti, stanno ora navigando rapidamente verso il Mar Mediterraneo. Subito dopo l’attacco, però, la situazione è precipitata. I dati di Marine Traffic, citati da Cnn, indicano che la maggior parte delle navi presenti nell’area ha cambiato rotta, dirigendosi verso zone ritenute più sicure tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Il traffico nello Stretto risulta di fatto paralizzato: due petroliere, battenti bandiera del Botswana e dell’Angola, hanno tentato il passaggio ma sono state fermate dagli avvertimenti delle forze armate iraniane. Secondo l’agenzia Tasnim, le unità sono state costrette a invertire la rotta e a ritirarsi. L’episodio si inserisce nel quadro del blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran, che continua a condizionare pesantemente la navigazione in una delle principali arterie energetiche globali. Mentre sul mare la tensione resta altissima, sul piano militare emergono nuove valutazioni sulla capacità operativa iraniana. Un’analisi dell’intelligence statunitense, riportata dal New York Times, indica che Teheran conserva circa il 70% del proprio arsenale di missili balistici e il 60% dei lanciatori, oltre al 40% dei droni. All’8 aprile, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’Iran disponeva di circa la metà dei lanciatori. Da allora le forze iraniane hanno recuperato circa cento sistemi sepolti sotto le macerie dei raid americani e israeliani, riportando la capacità operativa al 60%. Le operazioni di recupero proseguono e potrebbero riportare l’arsenale al 70% dei livelli precedenti al conflitto.
Sul fronte politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian torna a rivendicare il «diritto del popolo iraniano» all’uso del nucleare. In dichiarazioni riportate da Al Jazeera, accusa Washington di voler negare diritti sovrani e sostiene che «Trump non ha il diritto di impedire all’Iran di beneficiare dei suoi diritti nucleari». Denuncia inoltre che gli attacchi hanno colpito infrastrutture civili, scuole e ospedali, affermando che «il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi».
Sul fronte opposto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la pressione. Annuncia un nuovo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan, e accusa l’Iran di aver violato il cessate il fuoco. «Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive», afferma, ribadendo che Washington sta offrendo «un accordo equo e ragionevole». Ma al tempo stesso alza il livello dello scontro: «Se non verrà accettato, gli Stati Uniti distruggeranno ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran».
La delegazione americana sarà guidata dal vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca, insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner, dopo iniziali indicazioni contrastanti sulla guida della missione. Trump insiste sulla linea dura anche in un’intervista a Fox News: questa è «l’ultima possibilità» per Teheran di accettare un accordo di pace. Il presidente chiarisce che non intende ripetere «lo stesso errore» dell’ex presidente Barack Obama e avverte: «Se l’Iran non firma questo accordo, l’intero Paese verrà distrutto». Il tono si è fatto ancora più esplicito nel messaggio pubblicato sul social Truth: «No more Mr Nice Guy», basta fare il bravo ragazzo. Trump ha parlato di se stesso per spiegare che finora è stato «bravo», ma se Teheran non accetterà l’accordo «equo e ragionevole» degli Stati Uniti smetterà di esserlo e colpirà infrastrutture strategiche iraniane. Teheran ha replicato duramente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, definisce «illegale» il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz, sostenendo che viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e la Carta delle Nazioni Unite. Secondo Baghaei si tratta di «un atto di aggressione» e di una «punizione collettiva» contro il popolo iraniano.
Nel frattempo si restringe ulteriormente lo spazio diplomatico. L’Iran, in serata, ha respinto l’ipotesi di un secondo round di colloqui di pace con gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Irna, ripresa da Sky News, l’assenza di Teheran dai negoziati è dovuta alle «richieste eccessive di Washington, alle aspettative irrealistiche, ai continui cambiamenti di posizione, alle ripetute contraddizioni e al blocco navale in corso». La sequenza degli eventi mostra una crisi in bilico tra tentativi isolati di ripresa del traffico e un’escalation politica e militare che rischia di bloccare definitivamente ogni spiraglio negoziale. In gioco non c’è solo il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma la sicurezza di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.
Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo
La tregua fra Libano ed Israele sembra essere diventato un conflitto a bassa intensità con continue violazioni da entrambe le parti. Le parole del ministro della Difesa Israel Katz che ha annunciato che le Forze di Difesa israeliane hanno ricevuto ordine di ricorrere alla piena forza in Libano, in caso dovessero trovarsi di fronte ad una qualsiasi minaccia, fotografano in pieno la fragilità dell’accordo. Katz ha specificato di non fare nessuna differenza al fatto se sia ancora in atto il cessate il fuoco ed ha anche ribadito che l’esercito ha ricevuto l’ordine di demolire tutte le abitazioni dei villaggi vicino al confine con Israele, che fungevano da avamposti ad Hezbollah. Il premier Netanyahu, in un video pubblico, ha rivendicato come propria la decisione dello stop ai raid in Libano, cercando di dimostrare che non era stata imposto dall’amministrazione statunitense. Netanyahu ha comunque sottolineato la necessità della creazione di una zona di sicurezza nel Sud del Libano, ammettendo che il disarmo totale del movimento sciita resta lontano. Intanto la popolazione libanese sta lentamente ritornando nelle regioni meridionali e si sono formate lunghissime file di auto in direzione sud. Israele ha distrutto il ponte sul fiume Litani e l’esercito nazionale libanese, con l’aiuto dei civili, sta riempiendo il letto del fiume per consentire il passaggio ai profughi. Quella che Tel Aviv definisce come una politica di bonifica dell’area sul confine, sta intanto continuando e i comandanti militari dell’Idf hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che case civili, edifici pubblici e scuole ritenuti legati ad Hezbollah saranno comunque distrutti. Nell’area sono arrivati decine di mezzi pesanti, tra cui molti escavatori, con gli operai pagati in base al numero di edifici abbattuti. L’esercito israeliano, che per la prima volta ha pubblicato la mappa della loro nuova linea di schieramento all’interno del Libano, ha anche riportato la morte di un soldato, caduto in combattimento nell’estremo Sud del Libano, portando ad un totale di 15 militari morti dall’inizio dello scontro con il movimento sciita filo iraniano. In risposta alla morte del soldato, Israele ha colpito diversi obiettivi, nonostante la tregua ufficialmente resti in piedi. L’intelligence militare di Tel Aviv ha confermato che è stato Hezbollah ad aprire il fuoco contro le forze della missione delle Nazioni Unite Unifil, dove è rimasto uccisi il sergente maggiore dell’esercito francese Florian Montorio. Secondo gli israeliani un gruppo di miliziani di Hezbollah ha aperto il fuoco contro le forze onusiane impegnate a bonificare dalle mine la zona di Al-Ghandouriyah, uccidendo il sergente è ferendo altri tre membri del personale. Hezbollah ha immediatamente diramato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento e ha chiesto, per la prima volta, che una commissione dell’esercito nazionale apra un’inchiesta sul caso. Una dura condanna sull’attacco ai caschi blu è arrivata anche dall’Unione Europea che ha accusato Hezbollah dell’uccisione del militare francese e che ha invitato il Partito di Dio a disarmarsi e a porre fine immediatamente ai suoi attacchi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam si è impegnato personalmente a chiarire l’episodio, sottolineando ancora una volta il ruolo fondamentale delle Nazioni Unite nel cercare di mantenere la pace nel Paese dei cedri. Il premier libanese martedì sarà a Parigi per incontrare il presidente francese, un incontro fortemente voluto da Parigi che non vuole perdere la sua storica influenza sul Libano. La Francia, che per la prima volta non è stata coinvolta da Beirut in una sua trattativa di pace, ha subito accusato Hezbollah di aver teso una trappola ai militari.
Intanto Netanyahu ha chiesto di annullare la sua testimonianza al processo penale prevista per oggi per motivi di sicurezza e politici. La Procura di Stato ha respinto la richiesta, affermando che « l’imputato deve adeguare il calendario alle date di testimonianza stabilite dal tribunale».
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Fu la pubblicità di un’automobile a far scegliere il regista, I cattivi erano i cubani e la moto una Honda. Ecco la vera storia dell’iconico film d’aviazione che compie 40 anni.
Mario Monti, Giuseppe Conte e Romano Prodi (Ansa)
Tre ex premier che all’improvviso, dopo la sconfitta del centrodestra al referendum, riemergono dal passato. Inutile dire che, nonostante le differenti età, nessuno dei tre è rassegnato al passo indietro. Prodi ha 86 anni, Monti 83, Conte 61, ma tutti muoiono dalla voglia di tornare protagonisti, magari anche con un incarico da padri della patria, ovvero da presidente della Repubblica. Fare il capo dello Stato è piacevole, non si deve fare campagna elettorale, non si hanno responsabilità, si stringono tante mani e si fanno discorsi ovvi, con il risultato che si gode sempre, anche quando si fanno prediche inutili, di buona stampa.
Che il trio Lescano di cui sopra coltivi ambizioni per il prossimo futuro, ovvero per le elezioni del 2027, è evidente. E ognuno ha infatti la propria ricetta per il rilancio e tutti e tre la offrono gratis, sperando poi che al momento opportuno i vincitori si ricordino e siano riconoscenti. L’ex rettore della Bocconi, con un profondo editoriale sul quotidiano di via Solferino, ha spiegato che Giorgia Meloni, dopo la brutta botta del litigio con Trump (brutta poi, perché? Il presidente americano le ha fatto un favore, dato che nessuno ora la potrà accusare di essere una cheerleader del tycoon), deve fare uno scatto. Verso che cosa? Verso l’America o l’Europa, oppure investire su ricerca e sviluppo? No, lo scatto consiste nel cooperare con l’opposizione. In pratica, l’ex premier suggerisce una bella ammucchiata, come ai tempi in cui, senza alcun mandato elettorale, lui fu scelto da Giorgio Napolitano per fare i compiti a casa, vale a dire per stangare gli italiani. Naturalmente, patrocinare un governo di unità nazionale ha i suoi vantaggi, perché significa tenersi buoni tutti e al momento dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale non avere nemici può essere d’aiuto.
Giuseppe Conte invece è Giuseppe Conte, ovvero lo sconosciuto professore che un bel giorno dell’estate 2018 vinse alla lotteria e senza esperienza politica alcuna fu proiettato a Palazzo Chigi. Nell’intervista ad Aldo Cazzullo, l’ex premier si presenta come un miracolato di padre Pio, studente squattrinato che per tirare a campare è stato costretto a piccoli lavoretti (in pratica dava ripetizioni, mica scaricava cassette di frutta al mercato). Conte si sente un predestinato, ma anche un dispensatore di miracoli: infatti sul Corriere racconta della mamma che grazie al reddito di cittadinanza ha potuto comprare una bistecca ai figli e del pensionato che finalmente ha acquistato gli occhiali. Nell’intervista si presenta come un moderato, che politicamente ha oscillato fra Ciriaco De Mita e i radicali (non proprio la stessa cosa), ma a colpire è la riprova che, nonostante abbia trascorso tre anni a Palazzo Chigi, di economia non capisce nulla. Infatti insiste a dire che un euro investito in edilizia ne restituisce uno e mezzo allo Stato. Conte evidentemente si crede Gesù e pensa di essere capace di moltiplicare pani, pesci ed euro come Nostro Signore.
Quanto a Prodi, il professore esorta a mettere insieme un’armata Brancaleone come la sua, quella con cui nel 1996 vinse le elezioni. Ovviamente dimentica di dire che trent’anni fa al centrosinistra riuscì l’impresa perché la Lega corse da sola dopo le manovre di Oscar Luigi Scalfaro, mentre nel 2006 sconfisse il centrodestra per soli 24.000 voti e con lo straordinario contributo dei consensi che all’improvviso spuntarono in Campania e all’estero. Quanto fosse fragile comunque il successo dell’Ulivo è testimoniato dalla durata dei governi del Professore, cioè quanto un gatto in autostrada.
Comunque, vedere insieme sulle pagine dei principali giornali sia Monti che Prodi e Conte, credo sia uno spot per convincere gli elettori a tenerci stretto quel che abbiamo. Del Professore non si possono dimenticare l’eurotassa, né le privatizzazioni o il disastro dell’introduzione dell’euro. Di Monti restano a futura memoria sia gli esodati sia la super stangata dell’Imu. E per quanto riguarda Conte, c’è solo l’imbarazzo della scelta: dal reddito di cittadinanza al Superbonus, dai lockdown alle mascherine, senza dimenticare i banchi a rotelle. Insomma, se si vogliono vincere le prossime elezioni basta mostrare i loro volti, con la scritta «a volte ritornano».
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