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2018-03-30
Svelata la manovra Ue per allontanare il M5s dal centrodestra
ANSA
Ci sarà o no, il matrimonio tra il M5s ed Europe en marche, lo spin off europeo del partito del presidente francese Emmanuel Macron? Da due giorni, dopo un articolo del Foglio, se ne parla diffusamente, al punto che una possibile convergenza tra grillini e macroniani pare condizionare (o forse punta proprio a condizionare) le imminenti consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo. Un durissimo comunicato diffuso ieri pomeriggio pareva stroncare ogni velleità: «Non è stato intrapreso alcun negoziato con il M5s per la formazione di un'alleanza a livello europeo», spiegava la presidente di Eem, Marianne Escurat. «I valori di apertura e umanesimo» sui quali si fonda Europe en marche, prosegue la nota, «sono incompatibili con le posizioni demagogiche, populiste e apertamente euroscettiche del M5s».
Ma in tarda serata il comunicato sarebbe stato ritirato, a dimostrazione che qualcosa bolle in pentola, eccome. Il corteggiamento era iniziato già qualche mese fa, con una lettera a firma Luigi Di Maio che rassicurava il capo dell'Eliseo sulle future intenzioni dei pentastellati in caso di vittoria alle elezioni politiche. «Presidente Macron», così Di Maio nella missiva, «il Movimento 5 stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po' ovunque in Europa. Sono sicuro», concludeva sibillino il leader pentastellato, «che quando ci conosceremo meglio coglierà che il nostro Movimento, oltre a non essere una minaccia, piuttosto coltiva le soluzioni migliori per molti dei problemi d'Europa». Salvatore Merlo sul Foglio di mercoledì parlava di «manovre iniziate», mentre ieri sullo stesso quotidiano l'ex premier Mario Monti, conversando con il direttore Claudio Cerasa, auspicava che il M5s si esercitasse a diventare «Macron-compatibile». Ancora più esplicito sul Corriere Shahin Vallée, fedelissimo di Macron nonché uomo di George Soros, che - intervistato da Federico Fubini - parlava apertamente di assenza di pregiudizi nei confronti del M5s, a patto però che quest'ultimo evitasse di formare alleanze di governo con Matteo Salvini. Un tentativo di affrancare i grillini dalla Lega e contemporaneamente spingerli verso il Pd? Nel caso, pare essere a rischio proprio per l'eccesso di zelo degli stessi partecipanti al dibattito. Lo stop dei macroniani pare chiude inoltre un canale utile al M5s per alzare la posta nei negoziati per Palazzo Chigi: fino al comunicato, poi ritirato, da parte dei grillini non erano arrivate smentite alla cosa. Fonti vicine alla pratica raccontano di un dissidio tra i macroniani all'Europarlamento, ostili all'intesa, e uomini della cerchia stretta dell'inquilino dell'Eliseo che sarebbero invece favorevoli, anche su diretta sollecitazione italiana in chiave anti dialogo con il centrodestra.
Lo scorso 26 settembre, nel suo discorso «per un'Europa sovrana, unita e democratica» tenuto alla Sorbona di Parigi, Macron aveva sottolineato la necessità di mettersi al lavoro per «costruire la sovranità europea». Definire i contorni del progetto politico di Macron potrebbe sembrare prematuro, ma in realtà il contenuto della narrazione è già stabilito. Il nuovo soggetto nasce con il dichiarato scopo di replicare nel 2019, alle Europee, il successo conseguito in patria.
La ripresa è in effetti in atto per molti, ma la paura del ritorno dell'austerità è benzina sul fuoco per i movimenti euroscettici. Macron sa benissimo che se l'Ue e l'euro non cambieranno, il declino già in atto potrà solo accelerare. Ma in gioco c'è soprattutto la supremazia in ambito continentale.
La strada per Macron è comunque tutt'altro che in discesa. Il primo bivio riguarda la possibilità di creare già da oggi un gruppo al Parlamento europeo. Sulla carta reperire i deputati non sarebbe un problema, ma l'orientamento sembra essere quello di concentrare gli sforzi nella campagna elettorale del prossimo anno. Le resistenze a cui va incontro il presidente sono fortissime. Il primo ostacolo è rappresentato delle velleità egemoniche della Germania di Angela Merkel. Fino a oggi Parigi e Berlino hanno dato prova di voler garantire la tenuta dell'asse, arrivando a formulare una proposta comune di riforma sulla moneta unica. Tuttavia, i momenti di tensione non sono mancati. Qualche settimana fa il ministro dell'Economia d'Oltralpe, Bruno Le Maire, aveva definito inaccettabile l'insistenza dei tedeschi sulla ristrutturazione automatica del debito. L'intransigenza sui temi di finanza pubblica rischia di diventare un boomerang per Berlino, tanto da mettere a rischio la nomina del «falco» Jens Weidmann alla presidenza della Bce.
C'è poi la fronda degli altri partiti europei, con liberali e socialdemocratici che temono che la formazione macroniana possa erodere il loro consenso. I tavoli sono in corso da settimane. «Noi non mangeremo Macron e Macron non mangerà noi», ha rassicurato il presidente dell'Alde, Hans Van Baleen, annunciando un accordo alla pari per le elezioni del 2019. Non mancano però divergenze e scetticismi su più di un punto del programma, tanto da far apparire già oggi piuttosto traballante un eventuale accordo. A rendere ancora più complicato il cammino, le schermaglie con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, che ha rimproverato Macron di non aver ancora dichiarato chiaramente le alleanze politiche a livello europeo. Dal canto suo, il presidente francese ha invece criticato il meccanismo caldeggiato dallo stesso Juncker che prevede la nomina a presidente della Commissione per il leader del partito più votato (Spitzenkandidaten), giudicato poco trasparente e distante dalla volontà popolare.
Antonio Grizzuti
Sfida per il ministero dell’Economia fra i tecnici e chi ha vinto le elezioni
Non c'è un governo, figuriamoci se c'è il ministro dell'Economia. L'incertezza non deve però trarre in inganno. Sotto i tavoli, le trattative sono già avviate e, sebbene il puzzle sia molto complicato, si stanno formando i primi timidi schieramenti. Tutti i partiti sanno che la poltrona di via XX Settembre sarà quasi più importante di quella di Palazzo Chigi.
L'Italia è in apnea, e chi siederà al ministero dell'Economia sa bene che, instaurato il nuovo esecutivo, si apriranno le cataratte del bilancio pubblico. Il Def sarà presentato entro il 10 aprile: un semplice schema senza numeri precisi allestito dal governo uscente. Tutto andrà in deroga per il prossimo settembre. Il che significa che il tempo per evitare che scattino le clausole di salvaguardia e soprattutto impostare un minimo di programma economico. Che, per di più, potrebbe essere una via di mezzo tra il reddito di cittadinanza, la flat tax, l'abolizione della legge Fornero, la ridiscussione delle ultime normative sugli anticipi pensionistici e la rinegoziazione della soglia di deficit pubblico. Il tutto con un occhio ai mercati, perché nessuno può permettersi che lo spread tra il bund tedesco e i nostri Btp schizzi di nuovo a valori difficilmente sostenibili. Per questo motivo la figura indicata per via XX Settembre è la chiave di volta del successo o della deflagrazione del prossimo esecutivo. Non è un caso se da più parti filtrano due nomi da pescare dal contenitore dei ministri tecnici. Il primo è quello di Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Bei, la Banca europea per gli investimenti. Una figura di garanzia che certamente piacerebbe al Colle, ma proprio per questo non è detto che venga digerita da grillini o leghisti.
Questi ultimi, ad esempio, hanno già fatto sapere che nelle vesti del ministro dell'Economia vedrebbero molto bene Giancarlo Giorgetti. Il bocconiano ha lasciato un buon segno dalle parti del Quirinale quando ricevette (nel 2013) la nomina nel gruppo di lavoro per le proposte programmatiche in materia economica e sociale. Potrebbe anche ricevere la benedizione di Luigi Di Maio, nel caso in cui il M5s non riuscisse a imporre il proprio candidato ministro (magari in cambio della presidenza del Consiglio...).
Al momento, papabile pentastellato per l'Economia è invece Andrea Roventini, professore associato alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa. La stessa da cui provengono Enrico Letta e tutto il giro dell'intellighenzia toscana ante Renzi. Roventini l'altro ieri ha ricevuto pure una sorta di incarico ufficioso. Il post dedicato alla gestione di Cdp è parso quasi un comunicato stampa. Quindi appare chiaro che le righe con cui Roventini ha «licenziato» i vertici della Cassa sono un messaggio di Di Maio. Resta da capire se Giorgetti e Roventini siano attrezzati per affrontare il fuoco di sbarramento pronto in Europa.
Nei prossimi sei mesi gli appuntamenti in sede di Commissione europea - e più in generale di Ecofin - sono numerosi e molto delicati. Il futuro governo dovrà affrontare il teorico completamento dell'unione bancaria, e definire l'intero perimetro legislativo della garanzia dei depositi. La vigilanza unica si appresta a fare un passo in avanti. L'Italia come si porrà? Come ha fatto subendo il bail in, oppure si presenterà critica e proattiva? Inutile dire che il profilo del prossimo ministro farebbe la differenza per l'intero comparto bancario italiano. Da anni i vertici dell'Europa spiegano che il settore deve consolidarsi e ridurre drasticamente il peso delle sofferenze al fine di pulire i bilanci. La storia degli istituti americani dimostra in realtà che il consolidamento è positivo fino a un certo punto. Il tessuto italiano è fatto da Pmi ed è molto diverso, ad esempio, da quello francese. Tessuto economico diverso impone banche differenti, magari più vicine al territorio. Stesso discorso possiamo fare in relazione al Fondo monetario europeo. Quale è la vera posizione del nostro Paese? Interrogativi che restano ancora aperti e danno adito a nuove candidature, in taluni casi autocandidature. In queste settimane s'è fatto avanti Carlo Cottarelli, uomo dei numeri e della spending review interrotta da Matteo Renzi. A sostenerlo sono soprattutto i media, che ne enfatizzano il ruolo di «stabilizzatore» dei conti. Sulla medesima onda, ma con una pronta uniforme grillina, è spuntato anche Luigi Zingales. Professore a Chicago e famoso per essersi sfilato in tempo dall'esperienza di «Fare per fermare il declino», condivide con i pentastellati alcune conoscenze in Eni (è stato membro del cda). Forse troppo poco, per fare il ministro.
Claudio Antonelli
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Il gruppo europeo di En marche dice no ai grillini, poi ritira il comunicato. Tanti tifano per l'intesa con i macroniani: separerebbe Luigi Di Maio da Matteo Salvini. Intanto, si apre la corsa al ministero dell'Economia: i leghisti vedrebbero bene Giancarlo Giorgetti, i pentastellati spingono per il volto nuovo Andrea Roventini. Bruxelles pronta al fuoco di sbarramento: chance per i cattedratici tipo Carlo Cottarelli.Lo speciale contiene due articoliCi sarà o no, il matrimonio tra il M5s ed Europe en marche, lo spin off europeo del partito del presidente francese Emmanuel Macron? Da due giorni, dopo un articolo del Foglio, se ne parla diffusamente, al punto che una possibile convergenza tra grillini e macroniani pare condizionare (o forse punta proprio a condizionare) le imminenti consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo. Un durissimo comunicato diffuso ieri pomeriggio pareva stroncare ogni velleità: «Non è stato intrapreso alcun negoziato con il M5s per la formazione di un'alleanza a livello europeo», spiegava la presidente di Eem, Marianne Escurat. «I valori di apertura e umanesimo» sui quali si fonda Europe en marche, prosegue la nota, «sono incompatibili con le posizioni demagogiche, populiste e apertamente euroscettiche del M5s».Ma in tarda serata il comunicato sarebbe stato ritirato, a dimostrazione che qualcosa bolle in pentola, eccome. Il corteggiamento era iniziato già qualche mese fa, con una lettera a firma Luigi Di Maio che rassicurava il capo dell'Eliseo sulle future intenzioni dei pentastellati in caso di vittoria alle elezioni politiche. «Presidente Macron», così Di Maio nella missiva, «il Movimento 5 stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po' ovunque in Europa. Sono sicuro», concludeva sibillino il leader pentastellato, «che quando ci conosceremo meglio coglierà che il nostro Movimento, oltre a non essere una minaccia, piuttosto coltiva le soluzioni migliori per molti dei problemi d'Europa». Salvatore Merlo sul Foglio di mercoledì parlava di «manovre iniziate», mentre ieri sullo stesso quotidiano l'ex premier Mario Monti, conversando con il direttore Claudio Cerasa, auspicava che il M5s si esercitasse a diventare «Macron-compatibile». Ancora più esplicito sul Corriere Shahin Vallée, fedelissimo di Macron nonché uomo di George Soros, che - intervistato da Federico Fubini - parlava apertamente di assenza di pregiudizi nei confronti del M5s, a patto però che quest'ultimo evitasse di formare alleanze di governo con Matteo Salvini. Un tentativo di affrancare i grillini dalla Lega e contemporaneamente spingerli verso il Pd? Nel caso, pare essere a rischio proprio per l'eccesso di zelo degli stessi partecipanti al dibattito. Lo stop dei macroniani pare chiude inoltre un canale utile al M5s per alzare la posta nei negoziati per Palazzo Chigi: fino al comunicato, poi ritirato, da parte dei grillini non erano arrivate smentite alla cosa. Fonti vicine alla pratica raccontano di un dissidio tra i macroniani all'Europarlamento, ostili all'intesa, e uomini della cerchia stretta dell'inquilino dell'Eliseo che sarebbero invece favorevoli, anche su diretta sollecitazione italiana in chiave anti dialogo con il centrodestra.Lo scorso 26 settembre, nel suo discorso «per un'Europa sovrana, unita e democratica» tenuto alla Sorbona di Parigi, Macron aveva sottolineato la necessità di mettersi al lavoro per «costruire la sovranità europea». Definire i contorni del progetto politico di Macron potrebbe sembrare prematuro, ma in realtà il contenuto della narrazione è già stabilito. Il nuovo soggetto nasce con il dichiarato scopo di replicare nel 2019, alle Europee, il successo conseguito in patria. La ripresa è in effetti in atto per molti, ma la paura del ritorno dell'austerità è benzina sul fuoco per i movimenti euroscettici. Macron sa benissimo che se l'Ue e l'euro non cambieranno, il declino già in atto potrà solo accelerare. Ma in gioco c'è soprattutto la supremazia in ambito continentale.La strada per Macron è comunque tutt'altro che in discesa. Il primo bivio riguarda la possibilità di creare già da oggi un gruppo al Parlamento europeo. Sulla carta reperire i deputati non sarebbe un problema, ma l'orientamento sembra essere quello di concentrare gli sforzi nella campagna elettorale del prossimo anno. Le resistenze a cui va incontro il presidente sono fortissime. Il primo ostacolo è rappresentato delle velleità egemoniche della Germania di Angela Merkel. Fino a oggi Parigi e Berlino hanno dato prova di voler garantire la tenuta dell'asse, arrivando a formulare una proposta comune di riforma sulla moneta unica. Tuttavia, i momenti di tensione non sono mancati. Qualche settimana fa il ministro dell'Economia d'Oltralpe, Bruno Le Maire, aveva definito inaccettabile l'insistenza dei tedeschi sulla ristrutturazione automatica del debito. L'intransigenza sui temi di finanza pubblica rischia di diventare un boomerang per Berlino, tanto da mettere a rischio la nomina del «falco» Jens Weidmann alla presidenza della Bce. C'è poi la fronda degli altri partiti europei, con liberali e socialdemocratici che temono che la formazione macroniana possa erodere il loro consenso. I tavoli sono in corso da settimane. «Noi non mangeremo Macron e Macron non mangerà noi», ha rassicurato il presidente dell'Alde, Hans Van Baleen, annunciando un accordo alla pari per le elezioni del 2019. Non mancano però divergenze e scetticismi su più di un punto del programma, tanto da far apparire già oggi piuttosto traballante un eventuale accordo. A rendere ancora più complicato il cammino, le schermaglie con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, che ha rimproverato Macron di non aver ancora dichiarato chiaramente le alleanze politiche a livello europeo. Dal canto suo, il presidente francese ha invece criticato il meccanismo caldeggiato dallo stesso Juncker che prevede la nomina a presidente della Commissione per il leader del partito più votato (Spitzenkandidaten), giudicato poco trasparente e distante dalla volontà popolare. Antonio Grizzuti<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-grillini-salvini-cottarelli-enmarche-2554543446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sfida-per-il-ministero-delleconomia-fra-i-tecnici-e-chi-ha-vinto-le-elezioni" data-post-id="2554543446" data-published-at="1775055319" data-use-pagination="False"> Sfida per il ministero dell’Economia fra i tecnici e chi ha vinto le elezioni Non c'è un governo, figuriamoci se c'è il ministro dell'Economia. L'incertezza non deve però trarre in inganno. Sotto i tavoli, le trattative sono già avviate e, sebbene il puzzle sia molto complicato, si stanno formando i primi timidi schieramenti. Tutti i partiti sanno che la poltrona di via XX Settembre sarà quasi più importante di quella di Palazzo Chigi. L'Italia è in apnea, e chi siederà al ministero dell'Economia sa bene che, instaurato il nuovo esecutivo, si apriranno le cataratte del bilancio pubblico. Il Def sarà presentato entro il 10 aprile: un semplice schema senza numeri precisi allestito dal governo uscente. Tutto andrà in deroga per il prossimo settembre. Il che significa che il tempo per evitare che scattino le clausole di salvaguardia e soprattutto impostare un minimo di programma economico. Che, per di più, potrebbe essere una via di mezzo tra il reddito di cittadinanza, la flat tax, l'abolizione della legge Fornero, la ridiscussione delle ultime normative sugli anticipi pensionistici e la rinegoziazione della soglia di deficit pubblico. Il tutto con un occhio ai mercati, perché nessuno può permettersi che lo spread tra il bund tedesco e i nostri Btp schizzi di nuovo a valori difficilmente sostenibili. Per questo motivo la figura indicata per via XX Settembre è la chiave di volta del successo o della deflagrazione del prossimo esecutivo. Non è un caso se da più parti filtrano due nomi da pescare dal contenitore dei ministri tecnici. Il primo è quello di Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Bei, la Banca europea per gli investimenti. Una figura di garanzia che certamente piacerebbe al Colle, ma proprio per questo non è detto che venga digerita da grillini o leghisti. Questi ultimi, ad esempio, hanno già fatto sapere che nelle vesti del ministro dell'Economia vedrebbero molto bene Giancarlo Giorgetti. Il bocconiano ha lasciato un buon segno dalle parti del Quirinale quando ricevette (nel 2013) la nomina nel gruppo di lavoro per le proposte programmatiche in materia economica e sociale. Potrebbe anche ricevere la benedizione di Luigi Di Maio, nel caso in cui il M5s non riuscisse a imporre il proprio candidato ministro (magari in cambio della presidenza del Consiglio...). Al momento, papabile pentastellato per l'Economia è invece Andrea Roventini, professore associato alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa. La stessa da cui provengono Enrico Letta e tutto il giro dell'intellighenzia toscana ante Renzi. Roventini l'altro ieri ha ricevuto pure una sorta di incarico ufficioso. Il post dedicato alla gestione di Cdp è parso quasi un comunicato stampa. Quindi appare chiaro che le righe con cui Roventini ha «licenziato» i vertici della Cassa sono un messaggio di Di Maio. Resta da capire se Giorgetti e Roventini siano attrezzati per affrontare il fuoco di sbarramento pronto in Europa. Nei prossimi sei mesi gli appuntamenti in sede di Commissione europea - e più in generale di Ecofin - sono numerosi e molto delicati. Il futuro governo dovrà affrontare il teorico completamento dell'unione bancaria, e definire l'intero perimetro legislativo della garanzia dei depositi. La vigilanza unica si appresta a fare un passo in avanti. L'Italia come si porrà? Come ha fatto subendo il bail in, oppure si presenterà critica e proattiva? Inutile dire che il profilo del prossimo ministro farebbe la differenza per l'intero comparto bancario italiano. Da anni i vertici dell'Europa spiegano che il settore deve consolidarsi e ridurre drasticamente il peso delle sofferenze al fine di pulire i bilanci. La storia degli istituti americani dimostra in realtà che il consolidamento è positivo fino a un certo punto. Il tessuto italiano è fatto da Pmi ed è molto diverso, ad esempio, da quello francese. Tessuto economico diverso impone banche differenti, magari più vicine al territorio. Stesso discorso possiamo fare in relazione al Fondo monetario europeo. Quale è la vera posizione del nostro Paese? Interrogativi che restano ancora aperti e danno adito a nuove candidature, in taluni casi autocandidature. In queste settimane s'è fatto avanti Carlo Cottarelli, uomo dei numeri e della spending review interrotta da Matteo Renzi. A sostenerlo sono soprattutto i media, che ne enfatizzano il ruolo di «stabilizzatore» dei conti. Sulla medesima onda, ma con una pronta uniforme grillina, è spuntato anche Luigi Zingales. Professore a Chicago e famoso per essersi sfilato in tempo dall'esperienza di «Fare per fermare il declino», condivide con i pentastellati alcune conoscenze in Eni (è stato membro del cda). Forse troppo poco, per fare il ministro. Claudio Antonelli
I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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Ansa
Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.
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Papa Leone XIV (Ansa)
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
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