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2025-01-02
Macron fugge pure dalla Costa d’Avorio. Nei buchi che lascia si infilano i jihadisti
Emmanuel Macron (Ansa)
Nel discorso del 31 dicembre il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto che lo scioglimento dell’assemblea nazionale avvenuto lo scorso 9 giugno è stato un fallimento: «Questa decisione ha prodotto più instabilità che serenità. Mi prendo tutta la mia parte di responsabilità». Nel suo messaggio d’auguri Macron ha anche affermato: «Nel corso del prossimo anno avremo scelte da fare per la nostra economia, la nostra democrazia, la nostra sicurezza, i nostri figli. Ecco perché nel 2025 continueremo a decidere e vi chiederò di decidere anche su alcune di queste questioni determinanti. Perché ognuno di voi avrà un ruolo da svolgere». Macron non è entrato nei dettagli ma è possibile che voglia promuovere alcuni referendum, ad esempio, l’introduzione di una dose di rappresentanza proporzionale per le elezioni legislative e, come scrive Le Figaro, una «legge sul fine vita» e altri interventi legislativi. Mentre Macron era in diretta televisiva il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, nel suo discorso di fine anno ha annunciato che le truppe francesi si ritireranno dalla nazione dell’Africa occidentale, riducendo ulteriormente l’influenza militare dell’ex potenza coloniale nella regione, e che «questa iniziativa riflette la modernizzazione delle forze armate del Paese». La Costa d’Avorio ospita il più grande contingente di truppe francesi rimasto nell’Africa occidentale, tanto che nel Paese sono presenti circa 600 militari transalpini (mentre altri 350 stazionano in Senegal): «Abbiamo deciso di comune accordo di ritirare le forze francesi dalla Costa d’Avorio», ha affermato il presidente Ouattara, che ha anche aggiunto che il battaglione di fanteria militare di Port Bouét, comandato dall’esercito francese, sarà consegnato alle truppe ivoriane. Ed è di pochi giorni fa l’annuncio del Senegal, che ha comunicato la chiusura delle basi militari francesi nel Paese entro fine 2025. Il presidente senegalese Bassirou Dioumaye Faye ha dichiarato: «Ho incaricato il ministro delle Forze armate di proporre una nuova dottrina per la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal a partire dal 2025». Faye è stato eletto nel marzo scorso dopo una campagna elettorale nella quale ha promesso di «garantire la sovranità e porre fine alla dipendenza dai paesi stranieri». La Francia, che aveva posto fine al suo dominio coloniale nell’Africa occidentale negli anni Sessanta, ha ritirato le truppe da Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai recenti colpi di stato militari e al crescente sentimento antifrancese in quei Paesi. In questo vuoto la Russia ha dispiegato i mercenari del gruppo «Africa Corps» in tutto il Sahel, con l’obiettivo di supportare i governi locali nella lotta agli insorti jihadisti. Tuttavia l’operazione non ha raggiunto i risultati sperati: le fazioni affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico continuano a colpire quotidianamente. In Mali e Burkina Faso, i gruppi jihadisti controllano ormai vaste porzioni del territorio. Le aree settentrionali della Costa d’Avorio, specialmente quelle al confine con Burkina Faso e Mali, sono particolarmente vulnerabili. In queste zone si sono verificati attacchi contro forze di sicurezza e popolazione civile. Le autorità ivoriane hanno intensificato le misure per contrastare queste minacce, ottenendo alcuni successi. Tuttavia al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) rappresenta una minaccia costante. Il governo del Ciad, considerato un alleato strategico dell’Occidente nella lotta contro il jihadismo nella regione, ha deciso di porre fine, in maniera improvvisa, all’accordo di cooperazione difensiva con la Francia lo scorso novembre. Nonostante ciò, Parigi manterrà una presenza limitata in Gabon senza dimenticare che ci sono circa 2.000 soldati d’oltralpe dispiegati a Gibuti. Secondo alcuni analisti politici, la Francia sta cercando di contrastare il declino della sua influenza politica e militare in Africa. L’ex potenza coloniale sembra stia sviluppando una nuova strategia che prevede la riduzione dei legami militari, ridimensionando così la presenza permanente delle truppe sul continente. Per oltre tre decenni dopo l’indipendenza dalla Francia, la Costa d’Avorio si era distinta per la sua armonia religiosa ed etnica e per una solida crescita economica, venendo spesso indicata come un modello di stabilità in Africa occidentale. Tuttavia, la ribellione armata del 2002 spaccò il Paese in due. Da allora, fasi di tregua si sono alternate a episodi di rinnovata violenza, rallentando il percorso verso una definitiva risoluzione politica del conflitto. La Costa d’Avorio è un paese ricco di risorse naturali, che ne hanno fatto un importante attore nel panorama economico africano. Le materie prime rappresentano il cuore dell’economia ivoriana, influenzando significativamente le esportazioni e la vita della popolazione. Ad esempio la Costa d’Avorio è il più grande esportatore di fave di cacao al mondo, è un importante produttore di gomma naturale - utilizzata per la produzione di pneumatici, adesivi e altri prodotti industriali - possiede importanti giacimenti d’oro, è un importante produttore di manganese, un metallo utilizzato nell’industria siderurgica, dispone di giacimenti di ferro, bauxite e nichel e ha riserve di petrolio e gas naturale, che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e generare entrate per lo Stato. Per questo i suoi cittadini godono di un reddito relativamente alto rispetto ad altri paesi della regione.
Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo
È la prima volta nella storia. La Ue taglia fondi per 1 miliardo all’Ungheria perché «nega lo stato di diritto». Da tempo tra Bruxelles e Budapest è in atto uno scontro ma nessuno si aspettava che, alla fine, la Commissione sarebbe arrivata a tanto con il rischio di creare una spaccatura tra i Paesi europei proprio in un momento in cui sarebbe invece auspicabile un fronte compatto per rispondere alle interferenze economiche della Cina e alla guerra energetica della Russia. Si tratta di una perdita irrevocabile, come stabilisce il regolamento Ue del 2020 sulle condizioni per l’accesso ai fondi comunitari, contro cui non si può fare appello. Ma il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, non ci sta e annuncia battaglia. «Cercano costantemente di prendere soldi dagli ungheresi con vari mezzi e per motivi politici. Ma finché l’Ungheria avrà un governo nazionale e sovrano, non perderà un solo centesimo di euro» ha replicato il ministro degli Affari europei dell’Ungheria, Janos Boka.
Lo scontro inizia a 15 dicembre 2022, quando la Commissione europea decide di congelare 6,3 miliardi di euro di impegni per il 2022 destinati a Budapest attraverso le politiche di coesione. La causa: una serie di misure nazionali lesive di diritti e valori fondamentali dell’Ue, che l’Ungheria non ha rispettato. Nel mirino di Bruxelles soprattutto le norme ritenute lesive dell’indipendenza degli enti pubblici, in particolare delle università. Lo scorso luglio la Commissione europea aveva sottolineato, in un rapporto, che l’Ungheria non soddisfaceva gli standard democratici dell’Ue, in particolare in materia di contrasto alla corruzione, finanziamento politico, conflitti di interessi, diritti delle minoranze e indipendenza dei media. Il governo di Orbán aveva cercato di convincere Bruxelles, avviando una serie di riforme, bocciate però dall’esecutivo comunitario che non ha considerato adeguate le garanzie fornite dai magiari. Nel frattempo sono trascorsi i due anni per mettersi in regola e per riuscire a scongelare entro la fine del 2024, almeno 1,04 miliardi dei complessivi 6,3 miliardi di euro bloccati, che sono quindi definitivamente persi. Come spiegato dal portavoce della Commissione Ue, ai sensi del regolamento sulla condizionalità, «gli impegni sospesi scadono alla fine del secondo anno solare successivo all’anno dell’impegno se le misure non vengono revocate dal Consiglio e gli impegni non vengono ripristinati nei tempi previsti».
Attualmente, ammontano a circa 19 miliardi di euro, tra risorse del Pnrr per la ripresa post pandemia e altri finanziamenti Ue, i soldi congelati a causa delle controversie legate allo stato di diritto e ad altre problematiche politiche. Lo stop potrebbe protrarsi fino alle elezioni parlamentari del 2026.
A giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha inflitto all’Ungheria una multa una tantum di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro per il mancato rispetto delle precedenti sentenze relative alle norme paneuropee sull’accoglienza dei migranti. Orbán ha detto più volte di essere fiducioso che l’Ungheria riceverà i fondi congelati, minacciando altrimenti di porre il veto sul prossimo bilancio settennale dell’Ue.
Il rischio adesso è che si inneschi un meccanismo di ripicche in seno al Consiglio, con l’Ungheria impegnata a ostacolare qualsiasi dossier. In Italia si è fatta sentire la Lega attraverso una nota: «Il taglio dei fondi europei è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia».
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Truppe transalpine via dal Paese, cresce la minaccia islamista. Il presidente francese ammette gli errori: «Fonte d’instabilità».Viktor Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo. Fondi tagliati poiché Budapest «nega lo stato di diritto». È la prima volta nella storia.Lo speciale contiene due articoli. Nel discorso del 31 dicembre il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto che lo scioglimento dell’assemblea nazionale avvenuto lo scorso 9 giugno è stato un fallimento: «Questa decisione ha prodotto più instabilità che serenità. Mi prendo tutta la mia parte di responsabilità». Nel suo messaggio d’auguri Macron ha anche affermato: «Nel corso del prossimo anno avremo scelte da fare per la nostra economia, la nostra democrazia, la nostra sicurezza, i nostri figli. Ecco perché nel 2025 continueremo a decidere e vi chiederò di decidere anche su alcune di queste questioni determinanti. Perché ognuno di voi avrà un ruolo da svolgere». Macron non è entrato nei dettagli ma è possibile che voglia promuovere alcuni referendum, ad esempio, l’introduzione di una dose di rappresentanza proporzionale per le elezioni legislative e, come scrive Le Figaro, una «legge sul fine vita» e altri interventi legislativi. Mentre Macron era in diretta televisiva il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, nel suo discorso di fine anno ha annunciato che le truppe francesi si ritireranno dalla nazione dell’Africa occidentale, riducendo ulteriormente l’influenza militare dell’ex potenza coloniale nella regione, e che «questa iniziativa riflette la modernizzazione delle forze armate del Paese». La Costa d’Avorio ospita il più grande contingente di truppe francesi rimasto nell’Africa occidentale, tanto che nel Paese sono presenti circa 600 militari transalpini (mentre altri 350 stazionano in Senegal): «Abbiamo deciso di comune accordo di ritirare le forze francesi dalla Costa d’Avorio», ha affermato il presidente Ouattara, che ha anche aggiunto che il battaglione di fanteria militare di Port Bouét, comandato dall’esercito francese, sarà consegnato alle truppe ivoriane. Ed è di pochi giorni fa l’annuncio del Senegal, che ha comunicato la chiusura delle basi militari francesi nel Paese entro fine 2025. Il presidente senegalese Bassirou Dioumaye Faye ha dichiarato: «Ho incaricato il ministro delle Forze armate di proporre una nuova dottrina per la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal a partire dal 2025». Faye è stato eletto nel marzo scorso dopo una campagna elettorale nella quale ha promesso di «garantire la sovranità e porre fine alla dipendenza dai paesi stranieri». La Francia, che aveva posto fine al suo dominio coloniale nell’Africa occidentale negli anni Sessanta, ha ritirato le truppe da Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai recenti colpi di stato militari e al crescente sentimento antifrancese in quei Paesi. In questo vuoto la Russia ha dispiegato i mercenari del gruppo «Africa Corps» in tutto il Sahel, con l’obiettivo di supportare i governi locali nella lotta agli insorti jihadisti. Tuttavia l’operazione non ha raggiunto i risultati sperati: le fazioni affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico continuano a colpire quotidianamente. In Mali e Burkina Faso, i gruppi jihadisti controllano ormai vaste porzioni del territorio. Le aree settentrionali della Costa d’Avorio, specialmente quelle al confine con Burkina Faso e Mali, sono particolarmente vulnerabili. In queste zone si sono verificati attacchi contro forze di sicurezza e popolazione civile. Le autorità ivoriane hanno intensificato le misure per contrastare queste minacce, ottenendo alcuni successi. Tuttavia al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) rappresenta una minaccia costante. Il governo del Ciad, considerato un alleato strategico dell’Occidente nella lotta contro il jihadismo nella regione, ha deciso di porre fine, in maniera improvvisa, all’accordo di cooperazione difensiva con la Francia lo scorso novembre. Nonostante ciò, Parigi manterrà una presenza limitata in Gabon senza dimenticare che ci sono circa 2.000 soldati d’oltralpe dispiegati a Gibuti. Secondo alcuni analisti politici, la Francia sta cercando di contrastare il declino della sua influenza politica e militare in Africa. L’ex potenza coloniale sembra stia sviluppando una nuova strategia che prevede la riduzione dei legami militari, ridimensionando così la presenza permanente delle truppe sul continente. Per oltre tre decenni dopo l’indipendenza dalla Francia, la Costa d’Avorio si era distinta per la sua armonia religiosa ed etnica e per una solida crescita economica, venendo spesso indicata come un modello di stabilità in Africa occidentale. Tuttavia, la ribellione armata del 2002 spaccò il Paese in due. Da allora, fasi di tregua si sono alternate a episodi di rinnovata violenza, rallentando il percorso verso una definitiva risoluzione politica del conflitto. La Costa d’Avorio è un paese ricco di risorse naturali, che ne hanno fatto un importante attore nel panorama economico africano. Le materie prime rappresentano il cuore dell’economia ivoriana, influenzando significativamente le esportazioni e la vita della popolazione. Ad esempio la Costa d’Avorio è il più grande esportatore di fave di cacao al mondo, è un importante produttore di gomma naturale - utilizzata per la produzione di pneumatici, adesivi e altri prodotti industriali - possiede importanti giacimenti d’oro, è un importante produttore di manganese, un metallo utilizzato nell’industria siderurgica, dispone di giacimenti di ferro, bauxite e nichel e ha riserve di petrolio e gas naturale, che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e generare entrate per lo Stato. 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Da tempo tra Bruxelles e Budapest è in atto uno scontro ma nessuno si aspettava che, alla fine, la Commissione sarebbe arrivata a tanto con il rischio di creare una spaccatura tra i Paesi europei proprio in un momento in cui sarebbe invece auspicabile un fronte compatto per rispondere alle interferenze economiche della Cina e alla guerra energetica della Russia. Si tratta di una perdita irrevocabile, come stabilisce il regolamento Ue del 2020 sulle condizioni per l’accesso ai fondi comunitari, contro cui non si può fare appello. Ma il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, non ci sta e annuncia battaglia. «Cercano costantemente di prendere soldi dagli ungheresi con vari mezzi e per motivi politici. Ma finché l’Ungheria avrà un governo nazionale e sovrano, non perderà un solo centesimo di euro» ha replicato il ministro degli Affari europei dell’Ungheria, Janos Boka. Lo scontro inizia a 15 dicembre 2022, quando la Commissione europea decide di congelare 6,3 miliardi di euro di impegni per il 2022 destinati a Budapest attraverso le politiche di coesione. La causa: una serie di misure nazionali lesive di diritti e valori fondamentali dell’Ue, che l’Ungheria non ha rispettato. Nel mirino di Bruxelles soprattutto le norme ritenute lesive dell’indipendenza degli enti pubblici, in particolare delle università. Lo scorso luglio la Commissione europea aveva sottolineato, in un rapporto, che l’Ungheria non soddisfaceva gli standard democratici dell’Ue, in particolare in materia di contrasto alla corruzione, finanziamento politico, conflitti di interessi, diritti delle minoranze e indipendenza dei media. Il governo di Orbán aveva cercato di convincere Bruxelles, avviando una serie di riforme, bocciate però dall’esecutivo comunitario che non ha considerato adeguate le garanzie fornite dai magiari. Nel frattempo sono trascorsi i due anni per mettersi in regola e per riuscire a scongelare entro la fine del 2024, almeno 1,04 miliardi dei complessivi 6,3 miliardi di euro bloccati, che sono quindi definitivamente persi. Come spiegato dal portavoce della Commissione Ue, ai sensi del regolamento sulla condizionalità, «gli impegni sospesi scadono alla fine del secondo anno solare successivo all’anno dell’impegno se le misure non vengono revocate dal Consiglio e gli impegni non vengono ripristinati nei tempi previsti». Attualmente, ammontano a circa 19 miliardi di euro, tra risorse del Pnrr per la ripresa post pandemia e altri finanziamenti Ue, i soldi congelati a causa delle controversie legate allo stato di diritto e ad altre problematiche politiche. Lo stop potrebbe protrarsi fino alle elezioni parlamentari del 2026. A giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha inflitto all’Ungheria una multa una tantum di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro per il mancato rispetto delle precedenti sentenze relative alle norme paneuropee sull’accoglienza dei migranti. Orbán ha detto più volte di essere fiducioso che l’Ungheria riceverà i fondi congelati, minacciando altrimenti di porre il veto sul prossimo bilancio settennale dell’Ue. Il rischio adesso è che si inneschi un meccanismo di ripicche in seno al Consiglio, con l’Ungheria impegnata a ostacolare qualsiasi dossier. In Italia si è fatta sentire la Lega attraverso una nota: «Il taglio dei fondi europei è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia».
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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