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2025-01-02
Macron fugge pure dalla Costa d’Avorio. Nei buchi che lascia si infilano i jihadisti
Emmanuel Macron (Ansa)
Nel discorso del 31 dicembre il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto che lo scioglimento dell’assemblea nazionale avvenuto lo scorso 9 giugno è stato un fallimento: «Questa decisione ha prodotto più instabilità che serenità. Mi prendo tutta la mia parte di responsabilità». Nel suo messaggio d’auguri Macron ha anche affermato: «Nel corso del prossimo anno avremo scelte da fare per la nostra economia, la nostra democrazia, la nostra sicurezza, i nostri figli. Ecco perché nel 2025 continueremo a decidere e vi chiederò di decidere anche su alcune di queste questioni determinanti. Perché ognuno di voi avrà un ruolo da svolgere». Macron non è entrato nei dettagli ma è possibile che voglia promuovere alcuni referendum, ad esempio, l’introduzione di una dose di rappresentanza proporzionale per le elezioni legislative e, come scrive Le Figaro, una «legge sul fine vita» e altri interventi legislativi. Mentre Macron era in diretta televisiva il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, nel suo discorso di fine anno ha annunciato che le truppe francesi si ritireranno dalla nazione dell’Africa occidentale, riducendo ulteriormente l’influenza militare dell’ex potenza coloniale nella regione, e che «questa iniziativa riflette la modernizzazione delle forze armate del Paese». La Costa d’Avorio ospita il più grande contingente di truppe francesi rimasto nell’Africa occidentale, tanto che nel Paese sono presenti circa 600 militari transalpini (mentre altri 350 stazionano in Senegal): «Abbiamo deciso di comune accordo di ritirare le forze francesi dalla Costa d’Avorio», ha affermato il presidente Ouattara, che ha anche aggiunto che il battaglione di fanteria militare di Port Bouét, comandato dall’esercito francese, sarà consegnato alle truppe ivoriane. Ed è di pochi giorni fa l’annuncio del Senegal, che ha comunicato la chiusura delle basi militari francesi nel Paese entro fine 2025. Il presidente senegalese Bassirou Dioumaye Faye ha dichiarato: «Ho incaricato il ministro delle Forze armate di proporre una nuova dottrina per la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal a partire dal 2025». Faye è stato eletto nel marzo scorso dopo una campagna elettorale nella quale ha promesso di «garantire la sovranità e porre fine alla dipendenza dai paesi stranieri». La Francia, che aveva posto fine al suo dominio coloniale nell’Africa occidentale negli anni Sessanta, ha ritirato le truppe da Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai recenti colpi di stato militari e al crescente sentimento antifrancese in quei Paesi. In questo vuoto la Russia ha dispiegato i mercenari del gruppo «Africa Corps» in tutto il Sahel, con l’obiettivo di supportare i governi locali nella lotta agli insorti jihadisti. Tuttavia l’operazione non ha raggiunto i risultati sperati: le fazioni affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico continuano a colpire quotidianamente. In Mali e Burkina Faso, i gruppi jihadisti controllano ormai vaste porzioni del territorio. Le aree settentrionali della Costa d’Avorio, specialmente quelle al confine con Burkina Faso e Mali, sono particolarmente vulnerabili. In queste zone si sono verificati attacchi contro forze di sicurezza e popolazione civile. Le autorità ivoriane hanno intensificato le misure per contrastare queste minacce, ottenendo alcuni successi. Tuttavia al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) rappresenta una minaccia costante. Il governo del Ciad, considerato un alleato strategico dell’Occidente nella lotta contro il jihadismo nella regione, ha deciso di porre fine, in maniera improvvisa, all’accordo di cooperazione difensiva con la Francia lo scorso novembre. Nonostante ciò, Parigi manterrà una presenza limitata in Gabon senza dimenticare che ci sono circa 2.000 soldati d’oltralpe dispiegati a Gibuti. Secondo alcuni analisti politici, la Francia sta cercando di contrastare il declino della sua influenza politica e militare in Africa. L’ex potenza coloniale sembra stia sviluppando una nuova strategia che prevede la riduzione dei legami militari, ridimensionando così la presenza permanente delle truppe sul continente. Per oltre tre decenni dopo l’indipendenza dalla Francia, la Costa d’Avorio si era distinta per la sua armonia religiosa ed etnica e per una solida crescita economica, venendo spesso indicata come un modello di stabilità in Africa occidentale. Tuttavia, la ribellione armata del 2002 spaccò il Paese in due. Da allora, fasi di tregua si sono alternate a episodi di rinnovata violenza, rallentando il percorso verso una definitiva risoluzione politica del conflitto. La Costa d’Avorio è un paese ricco di risorse naturali, che ne hanno fatto un importante attore nel panorama economico africano. Le materie prime rappresentano il cuore dell’economia ivoriana, influenzando significativamente le esportazioni e la vita della popolazione. Ad esempio la Costa d’Avorio è il più grande esportatore di fave di cacao al mondo, è un importante produttore di gomma naturale - utilizzata per la produzione di pneumatici, adesivi e altri prodotti industriali - possiede importanti giacimenti d’oro, è un importante produttore di manganese, un metallo utilizzato nell’industria siderurgica, dispone di giacimenti di ferro, bauxite e nichel e ha riserve di petrolio e gas naturale, che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e generare entrate per lo Stato. Per questo i suoi cittadini godono di un reddito relativamente alto rispetto ad altri paesi della regione.
Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo
È la prima volta nella storia. La Ue taglia fondi per 1 miliardo all’Ungheria perché «nega lo stato di diritto». Da tempo tra Bruxelles e Budapest è in atto uno scontro ma nessuno si aspettava che, alla fine, la Commissione sarebbe arrivata a tanto con il rischio di creare una spaccatura tra i Paesi europei proprio in un momento in cui sarebbe invece auspicabile un fronte compatto per rispondere alle interferenze economiche della Cina e alla guerra energetica della Russia. Si tratta di una perdita irrevocabile, come stabilisce il regolamento Ue del 2020 sulle condizioni per l’accesso ai fondi comunitari, contro cui non si può fare appello. Ma il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, non ci sta e annuncia battaglia. «Cercano costantemente di prendere soldi dagli ungheresi con vari mezzi e per motivi politici. Ma finché l’Ungheria avrà un governo nazionale e sovrano, non perderà un solo centesimo di euro» ha replicato il ministro degli Affari europei dell’Ungheria, Janos Boka.
Lo scontro inizia a 15 dicembre 2022, quando la Commissione europea decide di congelare 6,3 miliardi di euro di impegni per il 2022 destinati a Budapest attraverso le politiche di coesione. La causa: una serie di misure nazionali lesive di diritti e valori fondamentali dell’Ue, che l’Ungheria non ha rispettato. Nel mirino di Bruxelles soprattutto le norme ritenute lesive dell’indipendenza degli enti pubblici, in particolare delle università. Lo scorso luglio la Commissione europea aveva sottolineato, in un rapporto, che l’Ungheria non soddisfaceva gli standard democratici dell’Ue, in particolare in materia di contrasto alla corruzione, finanziamento politico, conflitti di interessi, diritti delle minoranze e indipendenza dei media. Il governo di Orbán aveva cercato di convincere Bruxelles, avviando una serie di riforme, bocciate però dall’esecutivo comunitario che non ha considerato adeguate le garanzie fornite dai magiari. Nel frattempo sono trascorsi i due anni per mettersi in regola e per riuscire a scongelare entro la fine del 2024, almeno 1,04 miliardi dei complessivi 6,3 miliardi di euro bloccati, che sono quindi definitivamente persi. Come spiegato dal portavoce della Commissione Ue, ai sensi del regolamento sulla condizionalità, «gli impegni sospesi scadono alla fine del secondo anno solare successivo all’anno dell’impegno se le misure non vengono revocate dal Consiglio e gli impegni non vengono ripristinati nei tempi previsti».
Attualmente, ammontano a circa 19 miliardi di euro, tra risorse del Pnrr per la ripresa post pandemia e altri finanziamenti Ue, i soldi congelati a causa delle controversie legate allo stato di diritto e ad altre problematiche politiche. Lo stop potrebbe protrarsi fino alle elezioni parlamentari del 2026.
A giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha inflitto all’Ungheria una multa una tantum di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro per il mancato rispetto delle precedenti sentenze relative alle norme paneuropee sull’accoglienza dei migranti. Orbán ha detto più volte di essere fiducioso che l’Ungheria riceverà i fondi congelati, minacciando altrimenti di porre il veto sul prossimo bilancio settennale dell’Ue.
Il rischio adesso è che si inneschi un meccanismo di ripicche in seno al Consiglio, con l’Ungheria impegnata a ostacolare qualsiasi dossier. In Italia si è fatta sentire la Lega attraverso una nota: «Il taglio dei fondi europei è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia».
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Truppe transalpine via dal Paese, cresce la minaccia islamista. Il presidente francese ammette gli errori: «Fonte d’instabilità».Viktor Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo. Fondi tagliati poiché Budapest «nega lo stato di diritto». È la prima volta nella storia.Lo speciale contiene due articoli. Nel discorso del 31 dicembre il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto che lo scioglimento dell’assemblea nazionale avvenuto lo scorso 9 giugno è stato un fallimento: «Questa decisione ha prodotto più instabilità che serenità. Mi prendo tutta la mia parte di responsabilità». Nel suo messaggio d’auguri Macron ha anche affermato: «Nel corso del prossimo anno avremo scelte da fare per la nostra economia, la nostra democrazia, la nostra sicurezza, i nostri figli. Ecco perché nel 2025 continueremo a decidere e vi chiederò di decidere anche su alcune di queste questioni determinanti. Perché ognuno di voi avrà un ruolo da svolgere». Macron non è entrato nei dettagli ma è possibile che voglia promuovere alcuni referendum, ad esempio, l’introduzione di una dose di rappresentanza proporzionale per le elezioni legislative e, come scrive Le Figaro, una «legge sul fine vita» e altri interventi legislativi. Mentre Macron era in diretta televisiva il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, nel suo discorso di fine anno ha annunciato che le truppe francesi si ritireranno dalla nazione dell’Africa occidentale, riducendo ulteriormente l’influenza militare dell’ex potenza coloniale nella regione, e che «questa iniziativa riflette la modernizzazione delle forze armate del Paese». La Costa d’Avorio ospita il più grande contingente di truppe francesi rimasto nell’Africa occidentale, tanto che nel Paese sono presenti circa 600 militari transalpini (mentre altri 350 stazionano in Senegal): «Abbiamo deciso di comune accordo di ritirare le forze francesi dalla Costa d’Avorio», ha affermato il presidente Ouattara, che ha anche aggiunto che il battaglione di fanteria militare di Port Bouét, comandato dall’esercito francese, sarà consegnato alle truppe ivoriane. Ed è di pochi giorni fa l’annuncio del Senegal, che ha comunicato la chiusura delle basi militari francesi nel Paese entro fine 2025. Il presidente senegalese Bassirou Dioumaye Faye ha dichiarato: «Ho incaricato il ministro delle Forze armate di proporre una nuova dottrina per la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal a partire dal 2025». Faye è stato eletto nel marzo scorso dopo una campagna elettorale nella quale ha promesso di «garantire la sovranità e porre fine alla dipendenza dai paesi stranieri». La Francia, che aveva posto fine al suo dominio coloniale nell’Africa occidentale negli anni Sessanta, ha ritirato le truppe da Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai recenti colpi di stato militari e al crescente sentimento antifrancese in quei Paesi. In questo vuoto la Russia ha dispiegato i mercenari del gruppo «Africa Corps» in tutto il Sahel, con l’obiettivo di supportare i governi locali nella lotta agli insorti jihadisti. Tuttavia l’operazione non ha raggiunto i risultati sperati: le fazioni affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico continuano a colpire quotidianamente. In Mali e Burkina Faso, i gruppi jihadisti controllano ormai vaste porzioni del territorio. Le aree settentrionali della Costa d’Avorio, specialmente quelle al confine con Burkina Faso e Mali, sono particolarmente vulnerabili. In queste zone si sono verificati attacchi contro forze di sicurezza e popolazione civile. Le autorità ivoriane hanno intensificato le misure per contrastare queste minacce, ottenendo alcuni successi. Tuttavia al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) rappresenta una minaccia costante. Il governo del Ciad, considerato un alleato strategico dell’Occidente nella lotta contro il jihadismo nella regione, ha deciso di porre fine, in maniera improvvisa, all’accordo di cooperazione difensiva con la Francia lo scorso novembre. Nonostante ciò, Parigi manterrà una presenza limitata in Gabon senza dimenticare che ci sono circa 2.000 soldati d’oltralpe dispiegati a Gibuti. Secondo alcuni analisti politici, la Francia sta cercando di contrastare il declino della sua influenza politica e militare in Africa. L’ex potenza coloniale sembra stia sviluppando una nuova strategia che prevede la riduzione dei legami militari, ridimensionando così la presenza permanente delle truppe sul continente. Per oltre tre decenni dopo l’indipendenza dalla Francia, la Costa d’Avorio si era distinta per la sua armonia religiosa ed etnica e per una solida crescita economica, venendo spesso indicata come un modello di stabilità in Africa occidentale. Tuttavia, la ribellione armata del 2002 spaccò il Paese in due. Da allora, fasi di tregua si sono alternate a episodi di rinnovata violenza, rallentando il percorso verso una definitiva risoluzione politica del conflitto. La Costa d’Avorio è un paese ricco di risorse naturali, che ne hanno fatto un importante attore nel panorama economico africano. Le materie prime rappresentano il cuore dell’economia ivoriana, influenzando significativamente le esportazioni e la vita della popolazione. Ad esempio la Costa d’Avorio è il più grande esportatore di fave di cacao al mondo, è un importante produttore di gomma naturale - utilizzata per la produzione di pneumatici, adesivi e altri prodotti industriali - possiede importanti giacimenti d’oro, è un importante produttore di manganese, un metallo utilizzato nell’industria siderurgica, dispone di giacimenti di ferro, bauxite e nichel e ha riserve di petrolio e gas naturale, che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e generare entrate per lo Stato. 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Da tempo tra Bruxelles e Budapest è in atto uno scontro ma nessuno si aspettava che, alla fine, la Commissione sarebbe arrivata a tanto con il rischio di creare una spaccatura tra i Paesi europei proprio in un momento in cui sarebbe invece auspicabile un fronte compatto per rispondere alle interferenze economiche della Cina e alla guerra energetica della Russia. Si tratta di una perdita irrevocabile, come stabilisce il regolamento Ue del 2020 sulle condizioni per l’accesso ai fondi comunitari, contro cui non si può fare appello. Ma il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, non ci sta e annuncia battaglia. «Cercano costantemente di prendere soldi dagli ungheresi con vari mezzi e per motivi politici. Ma finché l’Ungheria avrà un governo nazionale e sovrano, non perderà un solo centesimo di euro» ha replicato il ministro degli Affari europei dell’Ungheria, Janos Boka. Lo scontro inizia a 15 dicembre 2022, quando la Commissione europea decide di congelare 6,3 miliardi di euro di impegni per il 2022 destinati a Budapest attraverso le politiche di coesione. La causa: una serie di misure nazionali lesive di diritti e valori fondamentali dell’Ue, che l’Ungheria non ha rispettato. Nel mirino di Bruxelles soprattutto le norme ritenute lesive dell’indipendenza degli enti pubblici, in particolare delle università. Lo scorso luglio la Commissione europea aveva sottolineato, in un rapporto, che l’Ungheria non soddisfaceva gli standard democratici dell’Ue, in particolare in materia di contrasto alla corruzione, finanziamento politico, conflitti di interessi, diritti delle minoranze e indipendenza dei media. Il governo di Orbán aveva cercato di convincere Bruxelles, avviando una serie di riforme, bocciate però dall’esecutivo comunitario che non ha considerato adeguate le garanzie fornite dai magiari. Nel frattempo sono trascorsi i due anni per mettersi in regola e per riuscire a scongelare entro la fine del 2024, almeno 1,04 miliardi dei complessivi 6,3 miliardi di euro bloccati, che sono quindi definitivamente persi. Come spiegato dal portavoce della Commissione Ue, ai sensi del regolamento sulla condizionalità, «gli impegni sospesi scadono alla fine del secondo anno solare successivo all’anno dell’impegno se le misure non vengono revocate dal Consiglio e gli impegni non vengono ripristinati nei tempi previsti». Attualmente, ammontano a circa 19 miliardi di euro, tra risorse del Pnrr per la ripresa post pandemia e altri finanziamenti Ue, i soldi congelati a causa delle controversie legate allo stato di diritto e ad altre problematiche politiche. Lo stop potrebbe protrarsi fino alle elezioni parlamentari del 2026. A giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha inflitto all’Ungheria una multa una tantum di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro per il mancato rispetto delle precedenti sentenze relative alle norme paneuropee sull’accoglienza dei migranti. Orbán ha detto più volte di essere fiducioso che l’Ungheria riceverà i fondi congelati, minacciando altrimenti di porre il veto sul prossimo bilancio settennale dell’Ue. Il rischio adesso è che si inneschi un meccanismo di ripicche in seno al Consiglio, con l’Ungheria impegnata a ostacolare qualsiasi dossier. In Italia si è fatta sentire la Lega attraverso una nota: «Il taglio dei fondi europei è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia».
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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