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2025-01-02
Macron fugge pure dalla Costa d’Avorio. Nei buchi che lascia si infilano i jihadisti
Emmanuel Macron (Ansa)
Nel discorso del 31 dicembre il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto che lo scioglimento dell’assemblea nazionale avvenuto lo scorso 9 giugno è stato un fallimento: «Questa decisione ha prodotto più instabilità che serenità. Mi prendo tutta la mia parte di responsabilità». Nel suo messaggio d’auguri Macron ha anche affermato: «Nel corso del prossimo anno avremo scelte da fare per la nostra economia, la nostra democrazia, la nostra sicurezza, i nostri figli. Ecco perché nel 2025 continueremo a decidere e vi chiederò di decidere anche su alcune di queste questioni determinanti. Perché ognuno di voi avrà un ruolo da svolgere». Macron non è entrato nei dettagli ma è possibile che voglia promuovere alcuni referendum, ad esempio, l’introduzione di una dose di rappresentanza proporzionale per le elezioni legislative e, come scrive Le Figaro, una «legge sul fine vita» e altri interventi legislativi. Mentre Macron era in diretta televisiva il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, nel suo discorso di fine anno ha annunciato che le truppe francesi si ritireranno dalla nazione dell’Africa occidentale, riducendo ulteriormente l’influenza militare dell’ex potenza coloniale nella regione, e che «questa iniziativa riflette la modernizzazione delle forze armate del Paese». La Costa d’Avorio ospita il più grande contingente di truppe francesi rimasto nell’Africa occidentale, tanto che nel Paese sono presenti circa 600 militari transalpini (mentre altri 350 stazionano in Senegal): «Abbiamo deciso di comune accordo di ritirare le forze francesi dalla Costa d’Avorio», ha affermato il presidente Ouattara, che ha anche aggiunto che il battaglione di fanteria militare di Port Bouét, comandato dall’esercito francese, sarà consegnato alle truppe ivoriane. Ed è di pochi giorni fa l’annuncio del Senegal, che ha comunicato la chiusura delle basi militari francesi nel Paese entro fine 2025. Il presidente senegalese Bassirou Dioumaye Faye ha dichiarato: «Ho incaricato il ministro delle Forze armate di proporre una nuova dottrina per la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal a partire dal 2025». Faye è stato eletto nel marzo scorso dopo una campagna elettorale nella quale ha promesso di «garantire la sovranità e porre fine alla dipendenza dai paesi stranieri». La Francia, che aveva posto fine al suo dominio coloniale nell’Africa occidentale negli anni Sessanta, ha ritirato le truppe da Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai recenti colpi di stato militari e al crescente sentimento antifrancese in quei Paesi. In questo vuoto la Russia ha dispiegato i mercenari del gruppo «Africa Corps» in tutto il Sahel, con l’obiettivo di supportare i governi locali nella lotta agli insorti jihadisti. Tuttavia l’operazione non ha raggiunto i risultati sperati: le fazioni affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico continuano a colpire quotidianamente. In Mali e Burkina Faso, i gruppi jihadisti controllano ormai vaste porzioni del territorio. Le aree settentrionali della Costa d’Avorio, specialmente quelle al confine con Burkina Faso e Mali, sono particolarmente vulnerabili. In queste zone si sono verificati attacchi contro forze di sicurezza e popolazione civile. Le autorità ivoriane hanno intensificato le misure per contrastare queste minacce, ottenendo alcuni successi. Tuttavia al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) rappresenta una minaccia costante. Il governo del Ciad, considerato un alleato strategico dell’Occidente nella lotta contro il jihadismo nella regione, ha deciso di porre fine, in maniera improvvisa, all’accordo di cooperazione difensiva con la Francia lo scorso novembre. Nonostante ciò, Parigi manterrà una presenza limitata in Gabon senza dimenticare che ci sono circa 2.000 soldati d’oltralpe dispiegati a Gibuti. Secondo alcuni analisti politici, la Francia sta cercando di contrastare il declino della sua influenza politica e militare in Africa. L’ex potenza coloniale sembra stia sviluppando una nuova strategia che prevede la riduzione dei legami militari, ridimensionando così la presenza permanente delle truppe sul continente. Per oltre tre decenni dopo l’indipendenza dalla Francia, la Costa d’Avorio si era distinta per la sua armonia religiosa ed etnica e per una solida crescita economica, venendo spesso indicata come un modello di stabilità in Africa occidentale. Tuttavia, la ribellione armata del 2002 spaccò il Paese in due. Da allora, fasi di tregua si sono alternate a episodi di rinnovata violenza, rallentando il percorso verso una definitiva risoluzione politica del conflitto. La Costa d’Avorio è un paese ricco di risorse naturali, che ne hanno fatto un importante attore nel panorama economico africano. Le materie prime rappresentano il cuore dell’economia ivoriana, influenzando significativamente le esportazioni e la vita della popolazione. Ad esempio la Costa d’Avorio è il più grande esportatore di fave di cacao al mondo, è un importante produttore di gomma naturale - utilizzata per la produzione di pneumatici, adesivi e altri prodotti industriali - possiede importanti giacimenti d’oro, è un importante produttore di manganese, un metallo utilizzato nell’industria siderurgica, dispone di giacimenti di ferro, bauxite e nichel e ha riserve di petrolio e gas naturale, che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e generare entrate per lo Stato. Per questo i suoi cittadini godono di un reddito relativamente alto rispetto ad altri paesi della regione.
Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo
È la prima volta nella storia. La Ue taglia fondi per 1 miliardo all’Ungheria perché «nega lo stato di diritto». Da tempo tra Bruxelles e Budapest è in atto uno scontro ma nessuno si aspettava che, alla fine, la Commissione sarebbe arrivata a tanto con il rischio di creare una spaccatura tra i Paesi europei proprio in un momento in cui sarebbe invece auspicabile un fronte compatto per rispondere alle interferenze economiche della Cina e alla guerra energetica della Russia. Si tratta di una perdita irrevocabile, come stabilisce il regolamento Ue del 2020 sulle condizioni per l’accesso ai fondi comunitari, contro cui non si può fare appello. Ma il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, non ci sta e annuncia battaglia. «Cercano costantemente di prendere soldi dagli ungheresi con vari mezzi e per motivi politici. Ma finché l’Ungheria avrà un governo nazionale e sovrano, non perderà un solo centesimo di euro» ha replicato il ministro degli Affari europei dell’Ungheria, Janos Boka.
Lo scontro inizia a 15 dicembre 2022, quando la Commissione europea decide di congelare 6,3 miliardi di euro di impegni per il 2022 destinati a Budapest attraverso le politiche di coesione. La causa: una serie di misure nazionali lesive di diritti e valori fondamentali dell’Ue, che l’Ungheria non ha rispettato. Nel mirino di Bruxelles soprattutto le norme ritenute lesive dell’indipendenza degli enti pubblici, in particolare delle università. Lo scorso luglio la Commissione europea aveva sottolineato, in un rapporto, che l’Ungheria non soddisfaceva gli standard democratici dell’Ue, in particolare in materia di contrasto alla corruzione, finanziamento politico, conflitti di interessi, diritti delle minoranze e indipendenza dei media. Il governo di Orbán aveva cercato di convincere Bruxelles, avviando una serie di riforme, bocciate però dall’esecutivo comunitario che non ha considerato adeguate le garanzie fornite dai magiari. Nel frattempo sono trascorsi i due anni per mettersi in regola e per riuscire a scongelare entro la fine del 2024, almeno 1,04 miliardi dei complessivi 6,3 miliardi di euro bloccati, che sono quindi definitivamente persi. Come spiegato dal portavoce della Commissione Ue, ai sensi del regolamento sulla condizionalità, «gli impegni sospesi scadono alla fine del secondo anno solare successivo all’anno dell’impegno se le misure non vengono revocate dal Consiglio e gli impegni non vengono ripristinati nei tempi previsti».
Attualmente, ammontano a circa 19 miliardi di euro, tra risorse del Pnrr per la ripresa post pandemia e altri finanziamenti Ue, i soldi congelati a causa delle controversie legate allo stato di diritto e ad altre problematiche politiche. Lo stop potrebbe protrarsi fino alle elezioni parlamentari del 2026.
A giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha inflitto all’Ungheria una multa una tantum di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro per il mancato rispetto delle precedenti sentenze relative alle norme paneuropee sull’accoglienza dei migranti. Orbán ha detto più volte di essere fiducioso che l’Ungheria riceverà i fondi congelati, minacciando altrimenti di porre il veto sul prossimo bilancio settennale dell’Ue.
Il rischio adesso è che si inneschi un meccanismo di ripicche in seno al Consiglio, con l’Ungheria impegnata a ostacolare qualsiasi dossier. In Italia si è fatta sentire la Lega attraverso una nota: «Il taglio dei fondi europei è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia».
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Truppe transalpine via dal Paese, cresce la minaccia islamista. Il presidente francese ammette gli errori: «Fonte d’instabilità».Viktor Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo. Fondi tagliati poiché Budapest «nega lo stato di diritto». È la prima volta nella storia.Lo speciale contiene due articoli. Nel discorso del 31 dicembre il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto che lo scioglimento dell’assemblea nazionale avvenuto lo scorso 9 giugno è stato un fallimento: «Questa decisione ha prodotto più instabilità che serenità. Mi prendo tutta la mia parte di responsabilità». Nel suo messaggio d’auguri Macron ha anche affermato: «Nel corso del prossimo anno avremo scelte da fare per la nostra economia, la nostra democrazia, la nostra sicurezza, i nostri figli. Ecco perché nel 2025 continueremo a decidere e vi chiederò di decidere anche su alcune di queste questioni determinanti. Perché ognuno di voi avrà un ruolo da svolgere». Macron non è entrato nei dettagli ma è possibile che voglia promuovere alcuni referendum, ad esempio, l’introduzione di una dose di rappresentanza proporzionale per le elezioni legislative e, come scrive Le Figaro, una «legge sul fine vita» e altri interventi legislativi. Mentre Macron era in diretta televisiva il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, nel suo discorso di fine anno ha annunciato che le truppe francesi si ritireranno dalla nazione dell’Africa occidentale, riducendo ulteriormente l’influenza militare dell’ex potenza coloniale nella regione, e che «questa iniziativa riflette la modernizzazione delle forze armate del Paese». La Costa d’Avorio ospita il più grande contingente di truppe francesi rimasto nell’Africa occidentale, tanto che nel Paese sono presenti circa 600 militari transalpini (mentre altri 350 stazionano in Senegal): «Abbiamo deciso di comune accordo di ritirare le forze francesi dalla Costa d’Avorio», ha affermato il presidente Ouattara, che ha anche aggiunto che il battaglione di fanteria militare di Port Bouét, comandato dall’esercito francese, sarà consegnato alle truppe ivoriane. Ed è di pochi giorni fa l’annuncio del Senegal, che ha comunicato la chiusura delle basi militari francesi nel Paese entro fine 2025. Il presidente senegalese Bassirou Dioumaye Faye ha dichiarato: «Ho incaricato il ministro delle Forze armate di proporre una nuova dottrina per la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal a partire dal 2025». Faye è stato eletto nel marzo scorso dopo una campagna elettorale nella quale ha promesso di «garantire la sovranità e porre fine alla dipendenza dai paesi stranieri». La Francia, che aveva posto fine al suo dominio coloniale nell’Africa occidentale negli anni Sessanta, ha ritirato le truppe da Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai recenti colpi di stato militari e al crescente sentimento antifrancese in quei Paesi. In questo vuoto la Russia ha dispiegato i mercenari del gruppo «Africa Corps» in tutto il Sahel, con l’obiettivo di supportare i governi locali nella lotta agli insorti jihadisti. Tuttavia l’operazione non ha raggiunto i risultati sperati: le fazioni affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico continuano a colpire quotidianamente. In Mali e Burkina Faso, i gruppi jihadisti controllano ormai vaste porzioni del territorio. Le aree settentrionali della Costa d’Avorio, specialmente quelle al confine con Burkina Faso e Mali, sono particolarmente vulnerabili. In queste zone si sono verificati attacchi contro forze di sicurezza e popolazione civile. Le autorità ivoriane hanno intensificato le misure per contrastare queste minacce, ottenendo alcuni successi. Tuttavia al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) rappresenta una minaccia costante. Il governo del Ciad, considerato un alleato strategico dell’Occidente nella lotta contro il jihadismo nella regione, ha deciso di porre fine, in maniera improvvisa, all’accordo di cooperazione difensiva con la Francia lo scorso novembre. Nonostante ciò, Parigi manterrà una presenza limitata in Gabon senza dimenticare che ci sono circa 2.000 soldati d’oltralpe dispiegati a Gibuti. Secondo alcuni analisti politici, la Francia sta cercando di contrastare il declino della sua influenza politica e militare in Africa. L’ex potenza coloniale sembra stia sviluppando una nuova strategia che prevede la riduzione dei legami militari, ridimensionando così la presenza permanente delle truppe sul continente. Per oltre tre decenni dopo l’indipendenza dalla Francia, la Costa d’Avorio si era distinta per la sua armonia religiosa ed etnica e per una solida crescita economica, venendo spesso indicata come un modello di stabilità in Africa occidentale. Tuttavia, la ribellione armata del 2002 spaccò il Paese in due. Da allora, fasi di tregua si sono alternate a episodi di rinnovata violenza, rallentando il percorso verso una definitiva risoluzione politica del conflitto. La Costa d’Avorio è un paese ricco di risorse naturali, che ne hanno fatto un importante attore nel panorama economico africano. Le materie prime rappresentano il cuore dell’economia ivoriana, influenzando significativamente le esportazioni e la vita della popolazione. Ad esempio la Costa d’Avorio è il più grande esportatore di fave di cacao al mondo, è un importante produttore di gomma naturale - utilizzata per la produzione di pneumatici, adesivi e altri prodotti industriali - possiede importanti giacimenti d’oro, è un importante produttore di manganese, un metallo utilizzato nell’industria siderurgica, dispone di giacimenti di ferro, bauxite e nichel e ha riserve di petrolio e gas naturale, che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e generare entrate per lo Stato. Per questo i suoi cittadini godono di un reddito relativamente alto rispetto ad altri paesi della regione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-fugge-pure-costa-avorio-2670729300.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="orban-non-si-adegua-ai-diktat-ue-bruxelles-gli-congela-un-miliardo" data-post-id="2670729300" data-published-at="1735825721" data-use-pagination="False"> Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo È la prima volta nella storia. La Ue taglia fondi per 1 miliardo all’Ungheria perché «nega lo stato di diritto». Da tempo tra Bruxelles e Budapest è in atto uno scontro ma nessuno si aspettava che, alla fine, la Commissione sarebbe arrivata a tanto con il rischio di creare una spaccatura tra i Paesi europei proprio in un momento in cui sarebbe invece auspicabile un fronte compatto per rispondere alle interferenze economiche della Cina e alla guerra energetica della Russia. Si tratta di una perdita irrevocabile, come stabilisce il regolamento Ue del 2020 sulle condizioni per l’accesso ai fondi comunitari, contro cui non si può fare appello. Ma il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, non ci sta e annuncia battaglia. «Cercano costantemente di prendere soldi dagli ungheresi con vari mezzi e per motivi politici. Ma finché l’Ungheria avrà un governo nazionale e sovrano, non perderà un solo centesimo di euro» ha replicato il ministro degli Affari europei dell’Ungheria, Janos Boka. Lo scontro inizia a 15 dicembre 2022, quando la Commissione europea decide di congelare 6,3 miliardi di euro di impegni per il 2022 destinati a Budapest attraverso le politiche di coesione. La causa: una serie di misure nazionali lesive di diritti e valori fondamentali dell’Ue, che l’Ungheria non ha rispettato. Nel mirino di Bruxelles soprattutto le norme ritenute lesive dell’indipendenza degli enti pubblici, in particolare delle università. Lo scorso luglio la Commissione europea aveva sottolineato, in un rapporto, che l’Ungheria non soddisfaceva gli standard democratici dell’Ue, in particolare in materia di contrasto alla corruzione, finanziamento politico, conflitti di interessi, diritti delle minoranze e indipendenza dei media. Il governo di Orbán aveva cercato di convincere Bruxelles, avviando una serie di riforme, bocciate però dall’esecutivo comunitario che non ha considerato adeguate le garanzie fornite dai magiari. Nel frattempo sono trascorsi i due anni per mettersi in regola e per riuscire a scongelare entro la fine del 2024, almeno 1,04 miliardi dei complessivi 6,3 miliardi di euro bloccati, che sono quindi definitivamente persi. Come spiegato dal portavoce della Commissione Ue, ai sensi del regolamento sulla condizionalità, «gli impegni sospesi scadono alla fine del secondo anno solare successivo all’anno dell’impegno se le misure non vengono revocate dal Consiglio e gli impegni non vengono ripristinati nei tempi previsti». Attualmente, ammontano a circa 19 miliardi di euro, tra risorse del Pnrr per la ripresa post pandemia e altri finanziamenti Ue, i soldi congelati a causa delle controversie legate allo stato di diritto e ad altre problematiche politiche. Lo stop potrebbe protrarsi fino alle elezioni parlamentari del 2026. A giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha inflitto all’Ungheria una multa una tantum di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro per il mancato rispetto delle precedenti sentenze relative alle norme paneuropee sull’accoglienza dei migranti. Orbán ha detto più volte di essere fiducioso che l’Ungheria riceverà i fondi congelati, minacciando altrimenti di porre il veto sul prossimo bilancio settennale dell’Ue. Il rischio adesso è che si inneschi un meccanismo di ripicche in seno al Consiglio, con l’Ungheria impegnata a ostacolare qualsiasi dossier. In Italia si è fatta sentire la Lega attraverso una nota: «Il taglio dei fondi europei è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia».
(Arma dei Carabinieri)
L'attività investigativa - avviata nell’ottobre 2024 e conclusa nell’aprile 2025 – è stata condotta dalla Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria con il supporto dei militari della Stazione Carabinieri di Reggio Calabria – Catona sotto il coordinamento della Procura della Repubblica.
Durante il corso dell’indagine si è proceduto ad un’articolata e costante attività di monitoraggio e controllo del quartiere Arghillà di Reggio Calabria, teatro, negli ultimi anni, di una recrudescenza criminale.
Grazie all’indagine è stata scoperta la pratica di reati contro il patrimonio nel quartiere di Arghillà secondo uno schema operativo sostanzialmente identico e ripetuto nel tempo. Alcuni degli indagati individuavano e successivamente sottraevano dalle vie della città uno o più veicoli di interesse, che venivano poi subito portati ad Arghillà. Come ricostruito dal Gip una volta trasferiti i veicoli rubati venivano sottoposti ad una rapidissima e professionale attività di cannibalizzazione. In almeno due casi si è assistito in diretta (grazie alle telecamere) ad episodi cosiddetti di «cavallo di ritorno», in cui gli indagati hanno praticato l'estorsione per costringere i proprietari delle auto rubate a pagare un compenso per ottenerne la restituzione.
È inoltre stato riconosciuto dal Gip come alcuni indagati adottassero costantemente contromisure per eludere controlli di polizia nel corso delle operazioni di ricettazione, informandosi a vicenda sulla presenza delle Forze dell'ordine in vari punti del quartiere o sui controlli subiti dai co-indagati.
Si è ritenuto degno di particolare allarme sociale il fatto che gli indagati abbiano commesso i reati per cui si procede con cadenza quotidiana anche durante le festività natalizie, sia di giorno che di notte. Si aggiunga che alcuni episodi hanno inoltre interessato i veicoli in sosta presso i parcheggi di ospedali e che, in un caso, ad essere vittima dei reati è stata una troupe televisiva intenta a realizzare un servizio giornalistico nel quartiere di Arghillà.
Nell’ordinanza è inoltre ben evidenziato come la costante cannibalizzazione dei mezzi rubati rappresenti sicuramente un impatto ambientale, per la creazione di una discarica di carcasse di veicoli a cielo aperto in un quartiere ad altissima densità abitativa.
Si sottolinea, inoltre, come le molte attività di riscontro compiute nel corso del periodo di monitoraggio hanno portato al ritrovamento di più autovetture oggetto di furto, di molte parte di ricambio e anche al reperimento ad al sequestro di armi.
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«So che l’Anm si è rifiutata di avere un confronto one to one con me in televisione, con la motivazione che non vuole avere interlocuzione politica per non dare a questo confronto un significato politico. Questo mi fa credere che rifiutino qualsiasi altro confronto con esponenti politici o vuol dire altrimenti che hanno paura di confrontarsi con me».
«L' Anm ha chiesto di essere ascoltata a Bruxelles? Io credo che stia un po’ annaspando in questi giorni. Per fortuna ha rinunciato a qualsiasi forma di manifestazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, a differenza di quello che ha fatto l’anno scorso. Cerca interlocutori a destra e a sinistra, che va bene, è loro diritto, ma mi dispiace che non lo facciano con me». Ha dichiarato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a margine del convegno «Una giustizia giusta» alla Sala della Regina a Roma.