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2025-01-02
Macron fugge pure dalla Costa d’Avorio. Nei buchi che lascia si infilano i jihadisti
Emmanuel Macron (Ansa)
Nel discorso del 31 dicembre il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto che lo scioglimento dell’assemblea nazionale avvenuto lo scorso 9 giugno è stato un fallimento: «Questa decisione ha prodotto più instabilità che serenità. Mi prendo tutta la mia parte di responsabilità». Nel suo messaggio d’auguri Macron ha anche affermato: «Nel corso del prossimo anno avremo scelte da fare per la nostra economia, la nostra democrazia, la nostra sicurezza, i nostri figli. Ecco perché nel 2025 continueremo a decidere e vi chiederò di decidere anche su alcune di queste questioni determinanti. Perché ognuno di voi avrà un ruolo da svolgere». Macron non è entrato nei dettagli ma è possibile che voglia promuovere alcuni referendum, ad esempio, l’introduzione di una dose di rappresentanza proporzionale per le elezioni legislative e, come scrive Le Figaro, una «legge sul fine vita» e altri interventi legislativi. Mentre Macron era in diretta televisiva il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, nel suo discorso di fine anno ha annunciato che le truppe francesi si ritireranno dalla nazione dell’Africa occidentale, riducendo ulteriormente l’influenza militare dell’ex potenza coloniale nella regione, e che «questa iniziativa riflette la modernizzazione delle forze armate del Paese». La Costa d’Avorio ospita il più grande contingente di truppe francesi rimasto nell’Africa occidentale, tanto che nel Paese sono presenti circa 600 militari transalpini (mentre altri 350 stazionano in Senegal): «Abbiamo deciso di comune accordo di ritirare le forze francesi dalla Costa d’Avorio», ha affermato il presidente Ouattara, che ha anche aggiunto che il battaglione di fanteria militare di Port Bouét, comandato dall’esercito francese, sarà consegnato alle truppe ivoriane. Ed è di pochi giorni fa l’annuncio del Senegal, che ha comunicato la chiusura delle basi militari francesi nel Paese entro fine 2025. Il presidente senegalese Bassirou Dioumaye Faye ha dichiarato: «Ho incaricato il ministro delle Forze armate di proporre una nuova dottrina per la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal a partire dal 2025». Faye è stato eletto nel marzo scorso dopo una campagna elettorale nella quale ha promesso di «garantire la sovranità e porre fine alla dipendenza dai paesi stranieri». La Francia, che aveva posto fine al suo dominio coloniale nell’Africa occidentale negli anni Sessanta, ha ritirato le truppe da Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai recenti colpi di stato militari e al crescente sentimento antifrancese in quei Paesi. In questo vuoto la Russia ha dispiegato i mercenari del gruppo «Africa Corps» in tutto il Sahel, con l’obiettivo di supportare i governi locali nella lotta agli insorti jihadisti. Tuttavia l’operazione non ha raggiunto i risultati sperati: le fazioni affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico continuano a colpire quotidianamente. In Mali e Burkina Faso, i gruppi jihadisti controllano ormai vaste porzioni del territorio. Le aree settentrionali della Costa d’Avorio, specialmente quelle al confine con Burkina Faso e Mali, sono particolarmente vulnerabili. In queste zone si sono verificati attacchi contro forze di sicurezza e popolazione civile. Le autorità ivoriane hanno intensificato le misure per contrastare queste minacce, ottenendo alcuni successi. Tuttavia al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) rappresenta una minaccia costante. Il governo del Ciad, considerato un alleato strategico dell’Occidente nella lotta contro il jihadismo nella regione, ha deciso di porre fine, in maniera improvvisa, all’accordo di cooperazione difensiva con la Francia lo scorso novembre. Nonostante ciò, Parigi manterrà una presenza limitata in Gabon senza dimenticare che ci sono circa 2.000 soldati d’oltralpe dispiegati a Gibuti. Secondo alcuni analisti politici, la Francia sta cercando di contrastare il declino della sua influenza politica e militare in Africa. L’ex potenza coloniale sembra stia sviluppando una nuova strategia che prevede la riduzione dei legami militari, ridimensionando così la presenza permanente delle truppe sul continente. Per oltre tre decenni dopo l’indipendenza dalla Francia, la Costa d’Avorio si era distinta per la sua armonia religiosa ed etnica e per una solida crescita economica, venendo spesso indicata come un modello di stabilità in Africa occidentale. Tuttavia, la ribellione armata del 2002 spaccò il Paese in due. Da allora, fasi di tregua si sono alternate a episodi di rinnovata violenza, rallentando il percorso verso una definitiva risoluzione politica del conflitto. La Costa d’Avorio è un paese ricco di risorse naturali, che ne hanno fatto un importante attore nel panorama economico africano. Le materie prime rappresentano il cuore dell’economia ivoriana, influenzando significativamente le esportazioni e la vita della popolazione. Ad esempio la Costa d’Avorio è il più grande esportatore di fave di cacao al mondo, è un importante produttore di gomma naturale - utilizzata per la produzione di pneumatici, adesivi e altri prodotti industriali - possiede importanti giacimenti d’oro, è un importante produttore di manganese, un metallo utilizzato nell’industria siderurgica, dispone di giacimenti di ferro, bauxite e nichel e ha riserve di petrolio e gas naturale, che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e generare entrate per lo Stato. Per questo i suoi cittadini godono di un reddito relativamente alto rispetto ad altri paesi della regione.
Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo
È la prima volta nella storia. La Ue taglia fondi per 1 miliardo all’Ungheria perché «nega lo stato di diritto». Da tempo tra Bruxelles e Budapest è in atto uno scontro ma nessuno si aspettava che, alla fine, la Commissione sarebbe arrivata a tanto con il rischio di creare una spaccatura tra i Paesi europei proprio in un momento in cui sarebbe invece auspicabile un fronte compatto per rispondere alle interferenze economiche della Cina e alla guerra energetica della Russia. Si tratta di una perdita irrevocabile, come stabilisce il regolamento Ue del 2020 sulle condizioni per l’accesso ai fondi comunitari, contro cui non si può fare appello. Ma il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, non ci sta e annuncia battaglia. «Cercano costantemente di prendere soldi dagli ungheresi con vari mezzi e per motivi politici. Ma finché l’Ungheria avrà un governo nazionale e sovrano, non perderà un solo centesimo di euro» ha replicato il ministro degli Affari europei dell’Ungheria, Janos Boka.
Lo scontro inizia a 15 dicembre 2022, quando la Commissione europea decide di congelare 6,3 miliardi di euro di impegni per il 2022 destinati a Budapest attraverso le politiche di coesione. La causa: una serie di misure nazionali lesive di diritti e valori fondamentali dell’Ue, che l’Ungheria non ha rispettato. Nel mirino di Bruxelles soprattutto le norme ritenute lesive dell’indipendenza degli enti pubblici, in particolare delle università. Lo scorso luglio la Commissione europea aveva sottolineato, in un rapporto, che l’Ungheria non soddisfaceva gli standard democratici dell’Ue, in particolare in materia di contrasto alla corruzione, finanziamento politico, conflitti di interessi, diritti delle minoranze e indipendenza dei media. Il governo di Orbán aveva cercato di convincere Bruxelles, avviando una serie di riforme, bocciate però dall’esecutivo comunitario che non ha considerato adeguate le garanzie fornite dai magiari. Nel frattempo sono trascorsi i due anni per mettersi in regola e per riuscire a scongelare entro la fine del 2024, almeno 1,04 miliardi dei complessivi 6,3 miliardi di euro bloccati, che sono quindi definitivamente persi. Come spiegato dal portavoce della Commissione Ue, ai sensi del regolamento sulla condizionalità, «gli impegni sospesi scadono alla fine del secondo anno solare successivo all’anno dell’impegno se le misure non vengono revocate dal Consiglio e gli impegni non vengono ripristinati nei tempi previsti».
Attualmente, ammontano a circa 19 miliardi di euro, tra risorse del Pnrr per la ripresa post pandemia e altri finanziamenti Ue, i soldi congelati a causa delle controversie legate allo stato di diritto e ad altre problematiche politiche. Lo stop potrebbe protrarsi fino alle elezioni parlamentari del 2026.
A giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha inflitto all’Ungheria una multa una tantum di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro per il mancato rispetto delle precedenti sentenze relative alle norme paneuropee sull’accoglienza dei migranti. Orbán ha detto più volte di essere fiducioso che l’Ungheria riceverà i fondi congelati, minacciando altrimenti di porre il veto sul prossimo bilancio settennale dell’Ue.
Il rischio adesso è che si inneschi un meccanismo di ripicche in seno al Consiglio, con l’Ungheria impegnata a ostacolare qualsiasi dossier. In Italia si è fatta sentire la Lega attraverso una nota: «Il taglio dei fondi europei è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia».
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Truppe transalpine via dal Paese, cresce la minaccia islamista. Il presidente francese ammette gli errori: «Fonte d’instabilità».Viktor Orbán non si adegua ai diktat Ue: Bruxelles gli congela un miliardo. Fondi tagliati poiché Budapest «nega lo stato di diritto». È la prima volta nella storia.Lo speciale contiene due articoli. Nel discorso del 31 dicembre il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha riconosciuto che lo scioglimento dell’assemblea nazionale avvenuto lo scorso 9 giugno è stato un fallimento: «Questa decisione ha prodotto più instabilità che serenità. Mi prendo tutta la mia parte di responsabilità». Nel suo messaggio d’auguri Macron ha anche affermato: «Nel corso del prossimo anno avremo scelte da fare per la nostra economia, la nostra democrazia, la nostra sicurezza, i nostri figli. Ecco perché nel 2025 continueremo a decidere e vi chiederò di decidere anche su alcune di queste questioni determinanti. Perché ognuno di voi avrà un ruolo da svolgere». Macron non è entrato nei dettagli ma è possibile che voglia promuovere alcuni referendum, ad esempio, l’introduzione di una dose di rappresentanza proporzionale per le elezioni legislative e, come scrive Le Figaro, una «legge sul fine vita» e altri interventi legislativi. Mentre Macron era in diretta televisiva il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, nel suo discorso di fine anno ha annunciato che le truppe francesi si ritireranno dalla nazione dell’Africa occidentale, riducendo ulteriormente l’influenza militare dell’ex potenza coloniale nella regione, e che «questa iniziativa riflette la modernizzazione delle forze armate del Paese». La Costa d’Avorio ospita il più grande contingente di truppe francesi rimasto nell’Africa occidentale, tanto che nel Paese sono presenti circa 600 militari transalpini (mentre altri 350 stazionano in Senegal): «Abbiamo deciso di comune accordo di ritirare le forze francesi dalla Costa d’Avorio», ha affermato il presidente Ouattara, che ha anche aggiunto che il battaglione di fanteria militare di Port Bouét, comandato dall’esercito francese, sarà consegnato alle truppe ivoriane. Ed è di pochi giorni fa l’annuncio del Senegal, che ha comunicato la chiusura delle basi militari francesi nel Paese entro fine 2025. Il presidente senegalese Bassirou Dioumaye Faye ha dichiarato: «Ho incaricato il ministro delle Forze armate di proporre una nuova dottrina per la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, che comporti, tra le altre conseguenze, la fine di tutte le presenze militari straniere in Senegal a partire dal 2025». Faye è stato eletto nel marzo scorso dopo una campagna elettorale nella quale ha promesso di «garantire la sovranità e porre fine alla dipendenza dai paesi stranieri». La Francia, che aveva posto fine al suo dominio coloniale nell’Africa occidentale negli anni Sessanta, ha ritirato le truppe da Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai recenti colpi di stato militari e al crescente sentimento antifrancese in quei Paesi. In questo vuoto la Russia ha dispiegato i mercenari del gruppo «Africa Corps» in tutto il Sahel, con l’obiettivo di supportare i governi locali nella lotta agli insorti jihadisti. Tuttavia l’operazione non ha raggiunto i risultati sperati: le fazioni affiliate ad al-Qaeda e allo Stato islamico continuano a colpire quotidianamente. In Mali e Burkina Faso, i gruppi jihadisti controllano ormai vaste porzioni del territorio. Le aree settentrionali della Costa d’Avorio, specialmente quelle al confine con Burkina Faso e Mali, sono particolarmente vulnerabili. In queste zone si sono verificati attacchi contro forze di sicurezza e popolazione civile. Le autorità ivoriane hanno intensificato le misure per contrastare queste minacce, ottenendo alcuni successi. Tuttavia al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) rappresenta una minaccia costante. Il governo del Ciad, considerato un alleato strategico dell’Occidente nella lotta contro il jihadismo nella regione, ha deciso di porre fine, in maniera improvvisa, all’accordo di cooperazione difensiva con la Francia lo scorso novembre. Nonostante ciò, Parigi manterrà una presenza limitata in Gabon senza dimenticare che ci sono circa 2.000 soldati d’oltralpe dispiegati a Gibuti. Secondo alcuni analisti politici, la Francia sta cercando di contrastare il declino della sua influenza politica e militare in Africa. L’ex potenza coloniale sembra stia sviluppando una nuova strategia che prevede la riduzione dei legami militari, ridimensionando così la presenza permanente delle truppe sul continente. Per oltre tre decenni dopo l’indipendenza dalla Francia, la Costa d’Avorio si era distinta per la sua armonia religiosa ed etnica e per una solida crescita economica, venendo spesso indicata come un modello di stabilità in Africa occidentale. Tuttavia, la ribellione armata del 2002 spaccò il Paese in due. Da allora, fasi di tregua si sono alternate a episodi di rinnovata violenza, rallentando il percorso verso una definitiva risoluzione politica del conflitto. La Costa d’Avorio è un paese ricco di risorse naturali, che ne hanno fatto un importante attore nel panorama economico africano. Le materie prime rappresentano il cuore dell’economia ivoriana, influenzando significativamente le esportazioni e la vita della popolazione. Ad esempio la Costa d’Avorio è il più grande esportatore di fave di cacao al mondo, è un importante produttore di gomma naturale - utilizzata per la produzione di pneumatici, adesivi e altri prodotti industriali - possiede importanti giacimenti d’oro, è un importante produttore di manganese, un metallo utilizzato nell’industria siderurgica, dispone di giacimenti di ferro, bauxite e nichel e ha riserve di petrolio e gas naturale, che contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e generare entrate per lo Stato. 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Da tempo tra Bruxelles e Budapest è in atto uno scontro ma nessuno si aspettava che, alla fine, la Commissione sarebbe arrivata a tanto con il rischio di creare una spaccatura tra i Paesi europei proprio in un momento in cui sarebbe invece auspicabile un fronte compatto per rispondere alle interferenze economiche della Cina e alla guerra energetica della Russia. Si tratta di una perdita irrevocabile, come stabilisce il regolamento Ue del 2020 sulle condizioni per l’accesso ai fondi comunitari, contro cui non si può fare appello. Ma il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, non ci sta e annuncia battaglia. «Cercano costantemente di prendere soldi dagli ungheresi con vari mezzi e per motivi politici. Ma finché l’Ungheria avrà un governo nazionale e sovrano, non perderà un solo centesimo di euro» ha replicato il ministro degli Affari europei dell’Ungheria, Janos Boka. Lo scontro inizia a 15 dicembre 2022, quando la Commissione europea decide di congelare 6,3 miliardi di euro di impegni per il 2022 destinati a Budapest attraverso le politiche di coesione. La causa: una serie di misure nazionali lesive di diritti e valori fondamentali dell’Ue, che l’Ungheria non ha rispettato. Nel mirino di Bruxelles soprattutto le norme ritenute lesive dell’indipendenza degli enti pubblici, in particolare delle università. Lo scorso luglio la Commissione europea aveva sottolineato, in un rapporto, che l’Ungheria non soddisfaceva gli standard democratici dell’Ue, in particolare in materia di contrasto alla corruzione, finanziamento politico, conflitti di interessi, diritti delle minoranze e indipendenza dei media. Il governo di Orbán aveva cercato di convincere Bruxelles, avviando una serie di riforme, bocciate però dall’esecutivo comunitario che non ha considerato adeguate le garanzie fornite dai magiari. Nel frattempo sono trascorsi i due anni per mettersi in regola e per riuscire a scongelare entro la fine del 2024, almeno 1,04 miliardi dei complessivi 6,3 miliardi di euro bloccati, che sono quindi definitivamente persi. Come spiegato dal portavoce della Commissione Ue, ai sensi del regolamento sulla condizionalità, «gli impegni sospesi scadono alla fine del secondo anno solare successivo all’anno dell’impegno se le misure non vengono revocate dal Consiglio e gli impegni non vengono ripristinati nei tempi previsti». Attualmente, ammontano a circa 19 miliardi di euro, tra risorse del Pnrr per la ripresa post pandemia e altri finanziamenti Ue, i soldi congelati a causa delle controversie legate allo stato di diritto e ad altre problematiche politiche. Lo stop potrebbe protrarsi fino alle elezioni parlamentari del 2026. A giugno, la Corte di giustizia dell’Ue ha inflitto all’Ungheria una multa una tantum di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro per il mancato rispetto delle precedenti sentenze relative alle norme paneuropee sull’accoglienza dei migranti. Orbán ha detto più volte di essere fiducioso che l’Ungheria riceverà i fondi congelati, minacciando altrimenti di porre il veto sul prossimo bilancio settennale dell’Ue. Il rischio adesso è che si inneschi un meccanismo di ripicche in seno al Consiglio, con l’Ungheria impegnata a ostacolare qualsiasi dossier. In Italia si è fatta sentire la Lega attraverso una nota: «Il taglio dei fondi europei è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia».
Alle spalle, il Quirinale (Imagoeconomica). Nel riquadro, il libro di Castellani e Quagliariello
E i diritti che essa riconosce sono quasi sempre bilanciati da corrispondenti doveri che con il tempo, nella lettura politica della Carta, sono stati sottostimati quando non addirittura omessi. In altre parole, il consenso sulla prima parte nasce dalla comune volontà di fondare una democrazia pluralista e garantista, non di imporre un progetto ideologico unilaterale. Tanto che la stessa prima parte della Costituzione (si consideri a tal proposito, in particolare, la vicenda dell’art. 3 comma 2 relativo all’eguaglianza), sarà oggetto di interpretazioni politiche differenti. Il compromesso ideologico, dunque, si trova senza troppe tensioni, amalgamando diverse culture politiche intorno alla base comune dell’accettazione dei princìpi di una democrazia liberale.
È nella seconda parte - quella sulla forma di governo e sulle garanzie - che, invece, il compromesso diventa molto più sofferto. Qui la logica delle «garanzie politiche» prevale su quella dell’efficienza. Per l’essenziale: le sinistre temono che un rafforzamento dell’esecutivo possa tradursi in restaurazione autoritaria; la Dc e i partiti di centro temono, al contrario, che un eccesso di parlamentarismo esponga il sistema alle pressioni di un grande partito comunista legato all’Urss. Ne risulta una razionalizzazione assai debole del regime parlamentare. Fallisce l’ipotesi di introdurre meccanismi come la sfiducia costruttiva o il cancellierato sul modello del Grundgesetz tedesco, previsti dall’ordine del giorno Perassi del settembre 1946, e si preferisce «abbondare» in termini di garanzie e contropoteri, sacrificando la stabilità dei governi alla salvaguardia dell’equilibrio tra i partiti. È la scelta che porterà a una forma di governo intrinsecamente fragile, nella quale l’esecutivo dipende da maggioranze fluide, i governi sono esposti a crisi frequenti e il circuito decisionale tende a spostarsi dai luoghi istituzionali formali alle sedi informali di mediazione partitica.
In questo contesto, De Gasperi - che è Presidente del Consiglio per tutto il periodo dei lavori costituenti - mantiene un ruolo relativamente defilato nell’Assemblea, concentrando le sue energie sul fronte internazionale, sulla continuità statuale, sulla statuizione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Va poi considerato in tutta la sua rilevanza il fatto che il processo costituente viene «tagliato in due» dalla rottura del maggio 1947 con le sinistre, che segna il passaggio dai governi di unità antifascista al centrismo e rende ancora più cogente la ricerca di garanzie reciproche e complessa la traduzione dei compromessi costituzionali in una forma di governo stabile. In quel torno di tempo la divisione del lavoro è netta: la Costituente scrive le regole, il governo si incarica di far sopravvivere e riconoscere lo Stato italiano in un contesto internazionale difficile, e da questa separazione di funzioni nasce anche il limite strutturale della nostra forma di governo, pensata più per impedire torsioni verticali che per decidere.
Proprio perché la forma di governo disegnata nel 1948 è debole, dunque, la Repubblica, per stare in piedi, necessita di un «Principe». Non un Principe individuale, s’intende, ma un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi. Antonio Gramsci aveva già immaginato questa traslazione tra il «Principe individuo» di Machiavelli al partito, inteso come «principe collettivo». E infatti, si può affermare che il partito sin dall’origine si candidi a svolgere questo ruolo, proponendosi come vera e propria infrastruttura del nuovo regime. È nel circuito della «democrazia dei partiti» che si regolano e si compongono i conflitti, si formano e si disfano le maggioranze e gli esecutivi, in continuità con la propensione che era stata già dell’Italia liberale a far convergere al centro del sistema le forze chiamate a esercitare responsabilità di governo isolando le ali antisistema. Col tempo, la centralità dei partiti sarebbe diventata ancora più avvertita. Al punto che la storiografia più recente individua, addirittura, nella «centralità assoluta dell’infrastruttura partitica» il meccanismo di funzionamento del regime parlamentare italiano che avrebbe trasformato il Parlamento in un mero luogo di ratifica di scelte compiute altrove.
Questa deriva, colta a posteriori in modo persino troppo unilaterale, non può, però, ritenersi scontata, soprattutto agli esordi. E quando poi all’inizio degli anni Novanta il sistema dei partiti costruito su quel compromesso esplode, sotto la pressione congiunta della fine della Guerra Fredda, delle inchieste di Tangentopoli e del crollo delle culture politiche tradizionali, il bisogno di trovare un Principe non scompare. Di fatti, il Principe resta, pur cambiando soggettività. Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema. Da ultimo, questa circostanza è stata emblematizzata dal film di un grande regista italiano, Paolo Sorrentino, dedicato per l’appunto alla figura del presidente colta nell’intreccio tra responsabilità istituzionale e scelte interiori. Il regista, nell’intervista di presentazione, afferma di essersi ispirato per il suo lavoro un po’ a Scalfaro, un po’ a Napolitano e un po’ a Mattarella: tre personalità politiche e umane assai diverse. Segno che la rilevanza istituzionale della carica si sia così tanto dilatata da influenzare persino la dimensione interiore e determinare la portata delle scelte di coscienza da assumere.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 giugno con Carlo Cambi
Il cantiere del nuovo consolato americano che sorgerà a Milano (Ansa)
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
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Pochi giorni prima gli investigatori avevano già annotato un altro elemento ritenuto significativo: il riferimento al «tragico evento» avvenuto a Modena il 15 maggio scorso, quando Salim El Koudri aveva travolto i passanti in pieno centro con la sua automobile. Chi indaga l’ha letto come il punto di arrivo di una discesa progressiva dentro l’universo della propaganda jihadista maturato attraverso il Web e i social network. E che viene collocato all’interno di un meccanismo: quello degli attacchi compiuti da singoli individui, senza strutture visibili alle spalle, senza cellule riconoscibili. «Tutti pronti», secondo il pm, «all’azione violenta nei confronti di cittadini inermi tramite l’uso di autoveicoli o di armi prevalentemente da taglio». Ovvero uno scenario da «lupo solitario».
E, così, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, Ben Haddi, nato a Vimercate, in Brianza, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Il provvedimento è stato disposto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Per la Procura guidata da Marcello Viola, il giovane si sarebbe associato «all’organizzazione terroristica internazionale comunemente nota come Stato islamico». E, in particolare, «al primo califfo Abu Bakr Al-Baghdadi». Dall’analisi dei profili Instagram e Tiktok, «accessibili a tutti», scrive il pm, «dunque a una platea potenzialmente infinita di utenti», sarebbe saltato fuori materiale ritenuto «apologetico di attentati terroristici contro l’Occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio». Ma anche «di attentati terroristici in danno dei cristiani». L’inchiesta ha preso forma attraverso il lavoro della Digos di Milano. Gli approfondimenti investigativi si sono tradotti in due informative, datate 29 e 31 maggio, e in una successiva perquisizione. Secondo il pm, proprio dagli ultimi accertamenti sarebbe emersa «una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa».
A rafforzare i sospetti degli inquirenti c’è un altro elemento: quando viene fermato, Ben Haddi è in possesso di un biglietto aereo per il Marocco. La partenza era fissata per il 9 giugno. Il giovane, secondo l’accusa, avrebbe manifestato la disponibilità all’azione violenta «nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia». Per la Procura il dato contribuisce a delineare un quadro di pericolosità attuale. Per l’indagato, invece, il viaggio aveva tutt’altra finalità: ha spiegato che doveva recarsi in Marocco per sostenere un esame. Il nome di Ben Haddi, però, era emerso anche in un’altra attività investigativa.
La Digos stava monitorando il gruppo Telegram «Chat Terza posizione» e il canale «Centro studi Terza posizione». Secondo gli investigatori, si trattava di ambienti caratterizzati dalla diffusione di «idee radicali e violente ispirate alle ideologie nazionalsocialiste e suprematiste». Uno degli utenti era stato identificato come «Zacky Ben». Una presenza che gli investigatori collocano nel fenomeno definito «White Jihad» o «ibridazione», cioè la contaminazione tra ambienti ideologicamente diversi ma accomunati dall’estremismo. In quell’ordinanza il fenomeno veniva definito con una formula precisa: «Ibridazione tra propaganda di estrema destra radicale e contenuti riconducibili a gruppi jihadisti». La convergenza non è religiosa, ma ideologica e simbolica: antisemitismo, culto della violenza, mitologie del martirio e fascinazione per il terrorismo diventano un linguaggio comune tra universi apparentemente lontani.
Tra i contenuti recuperati, «tutti connotati», secondo il pm, «da una marcata istigazione alla violenza e per contenuti eversivi», ci sarebbero alcuni messaggi ritenuti significativi, perché valutati come «fattore accelerante di processi di radicalizzazione già in atto». In una conversazione, Ben Haddi scrive: «Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale». Era la risposta a un altro utente che sosteneva: «Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile». In un’altra circostanza aveva pubblicato la fotografia di un bambino dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri accompagnandola con il commento: «Chiaramente è superiore a te». La frase arrivava come replica a chi gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Quel fascicolo aveva già portato all’arresto di Matteo Celibashi, diciannovenne italo-albanese pavese, ritenuto promotore e ideatore della chat. Il dato più rilevante è che la precedente inchiesta non descriveva soltanto un circuito di estrema destra. Dentro quella comunità digitale comparivano già riferimenti espliciti alla propaganda jihadista, ad Hamas, all’Isis e al Bataclan.
Gli esempi sono espliciti. In un messaggio viene rilanciata l’immagine di un uomo armato con bandiera palestinese e la didascalia: «Fino alla vittoria Gloria ad Hamas gloria agli eroi». In un altro scambio compare uno sticker con un soldato di Hamas e la frase: «Viva Hamas viva le brigate al qassam», a cui un utente risponde: «Gloria eterna». Ancora più netto è il richiamo al Bataclan. Un video con simbolo dell’Isis e riferimenti all’Ordine dei Nove Angoli, subcultura legata all’estremismo neonazista, contiene sottotitoli tradotti così: «L’operazione del teatro Bataclan», «cento morti e un gran numero di feriti», «vendico il sangue dei musulmani, uccido i crociati senza pietà». Un ecosistema online dove estrema destra, antisemitismo e jihadismo si contaminavano in nome della radicalizzazione.
Ma quando Ben Haddi è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Rossana Mongiardo la sua linea difensiva è stata netta: «I miei post avevano solo finalità divulgative». Compreso quello sull’attentato a Modena.
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