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2025-05-30
Macron cerca l’intesa con la Meloni su veicoli green e agro-alimentare
Emmanuel Macron e Giorgia Meloni (Getty Images)
«Solo uno scambio di idee»: così alte fonti di governo commentano con La Verità la notizia dell’incontro tra Giorgia Meloni e Emmanuel Macron, previsto per le 18 di martedì 3 giugno a Roma. «Al centro del colloquio», fanno sapere da Palazzo Chigi, «i principali temi dell’agenda bilaterale, europea e internazionale». L’intento è quello, è evidente, di non caricare di troppi significati un faccia a faccia che è di suo già una notizia: il gelo tra Meloni e Macron ha caratterizzato gli ultimi mesi della politica internazionale, con scambi di frecciatine che hanno portato a una vera e propria frattura tra Roma e Parigi sui principali temi geopolitici. Dai «volenterosi» per l’Ucraina al rapporto con gli Stati Uniti, le posizioni della Meloni e di Macron sono state, sono e (forse) saranno inconciliabili su alcuni dossier internazionali, ma va anche detto che Italia e Francia sono inevitabilmente destinate a avere un rapporto solido: l’Europa vive un momento di estrema difficoltà, è divisa e litigiosa, il suo ruolo sullo scacchiere internazionale si fa sempre più appannato e in questi momenti l’esigenza di rinsaldare comunque i rapporti è più forte di quelle che possono essere antipatie personali e visioni politiche diverse. L’ultimo screzio lo scorso 16 maggio a Tirana, con l’assenza del nostro presidente del Consiglio al tavolo dei «volenterosi» (al quale erano seduti i leader di Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania e Ucraina, che avevano parlato al telefono con Donald Trump) e soprattutto con le dichiarazioni successive. Giorgia Meloni aveva spiegato di non aver partecipato perché «l’Italia ha da tempo dichiarato di non essere disponibile a mandare truppe» e Macron aveva ribattuto con estrema durezza: «Non c’è stata una discussione sull’invio di truppe. Guardiamoci dal divulgare false informazioni, ce ne sono a sufficienza di quelle russe». Un botta e risposta che ormai appartiene al passato: grazie a una serie di informazioni ottenute da fonti estremamente attendibili, siamo in grado di ricostruire come si è arrivati all’incontro di martedì prossimo e quali sono le motivazioni che hanno convinto la Meloni e Macron a incontrarsi. Un vertice la cui preparazione va avanti da diversi giorni, e che viene definito «normale», in quanto Italia e Francia, anche avendo visioni completamente diverse su molte questioni internazionali, in Europa hanno invece numerosi dossier in comune. Per entrambe le nazioni i dazi eventualmente imposti da Donald Trump, argomento che verrà certamente affrontato durante il vertice, sarebbero un grosso problema, considerate le esportazioni del settore agroalimentare e delle auto, tanto per fare un esempio, che sono massicce sia per quanto riguarda l’Italia che la Francia. A proposito di auto, è probabile che la Meloni e Macron si confronteranno anche sul tema del Green deal, spina nel fianco dell’industria automobilistica. Altro punto in comune, l’alto debito pubblico, problema che attanaglia sia Roma che Parigi. In Consiglio europeo, inoltre, la Meloni e Macron sono in questo momento i due leader più autorevoli, considerato che il neocancelliere tedesco Friedrich Merz non ha ancora «preso le misure» con i mille labirinti della diplomazia europea. È un dato di grande rilievo, inoltre, che sia Macron a volare a Roma e che sia stato lui a proporre l’incontro: la Capitale si conferma il centro della geopolitica europea, considerata la serie di leader internazionali che arrivano per incontrare il nostro presidente del Consiglio. Non risulta che Macron incontrerà anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, così come non sono in agenda colloqui in Vaticano, anche se c’è da essere certi che il leader francese tenterà di incontrare Papa Leone XIV. In sostanza, il vertice non viene letto né come una notizia clamorosa né come un incontro di routine: Meloni e Macron cercheranno di trovare punti d’incontro sugli argomenti che vedono Italia e Francia alle prese con le stesse problematiche. Naturalmente, verrà affrontato anche il tema dell’Ucraina: la delusione di Trump per l’atteggiamento di Vladimir Putin preoccupa inevitabilmente l’Europa. Le divergenze tra Roma e Parigi su come arrivare a un processo negoziale restano, ma è pur vero che le recenti dichiarazioni di Macron, che ha tolto dal tavolo l’ipotesi di inviare truppe in Ucraina, hanno sgomberato il campo dalla divergenza più spinosa tra Italia e Francia. Infine, molto importante è quanto trapelato ieri sera da Parigi. «È stato il presidente, Emmanuel Macron a proporre alla premier italiana, Giorgia Meloni», hanno fatto sapere fonti dell’Eliseo, citate dall’agenzia France Presse e rilanciate dall’Ansa, «di andare a trovarla, perché è il suo ruolo di riunire gli europei ed ha a cuore di lavorare anche con lei. Francia e l’Italia», hanno aggiunto le fonti, «sono partner importanti reciprocamente e condividono numerosi interessi comuni, in particolare, in campo economico».
Parigi corteggia Pechino sul clima
Rafforzare i rapporti tra Unione Europea e Cina anche in chiave anti-americana. Da quando alla Casa Bianca c’è Donald Trump e oggettivamente i rapporti tra Washington e Bruxelles sono diventati più tesi, non sono mancati gli assist e gli ammiccamenti dell’Europa a Pechino. Poi certo le visite di Stato e i bilaterali hanno diverse declinazioni a seconda dei Paesi interessati, ma che il ministro dell’Ambiente francese Agnès Pannier-Runacher voli in Cina con l’obiettivo di accorciare le distanze, che oggi potremmo definire abissali, tra Ue e Pechino sull’azione internazionale per il clima, fa riflettere. Certo, l’assist gliel’ha fornito il nuovo presidente americano che già a gennaio ha notificato ufficialmente l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima definendo il trattato una «truffa iniqua e unilaterale». E che Trump avesse preso la stessa decisione già nel corso del primo mandato, non sposta di molto i termini della questione. Il punto è che la Francia, a quanto pare con l’avallo del commissario per l’azione climatica dell’Ue Wopke Hoekstra, ha deciso di mandare la collega francese a trattare con Pechino in vista di un incontro tra Unione Europea e Cina che si terrà a luglio.
Cosa chiederà la Pannier-Runacher ai suoi interlocutori asiatici? In buona sostanza, una riaffermazione pubblica dell’impegno rispetto all’accordo siglato a Parigi nel 2015 che prevede di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con l’ambizione di contenerlo entro 1,5°C, per ridurre i rischi e gli impatti del cambiamento climatico.
Lo scopo alla fine è sempre quello di arrivare alla neutralità climatica e per raggiungerlo sono previsti step e verifiche. Non solo. Perché l’intesa approvata nella capitale francese prevede anche l’impegno a fornitura più fondi ai Paesi poveri sia per la transizione dei loro sistemi energetici sia per l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico.
Al di là dei modi, la posizione critica riproposta qualche mese fa da Trump non è certo isolata. Diversi analisti evidenziano come le intese di Parigi abbiano più una valenza politica che pratica e in buona sostanza non vengano rispettate da nessuno. Ma proprio perché la valenza è politica, la missione della Francia in Cina assume ancora più valore. «Siamo in un momento in cui vengono espressi dubbi sul multilateralismo climatico, sul sistema COP e sull’Accordo di Parigi, ed è estremamente importante che la Cina e l’Unione europea inviino un messaggio molto forte», ha dichiarato secondo quanto raccolto da Euractiv un membro del gabinetto del ministro dell’Ambiente transalpino.
Ma non c’è solo la politica, stringi stringi la questione ambientale si risolve sempre in un dibattito sui fondi da versare. Chi deve pagare per aiutare i Paesi più poveri a combattere il cambiamento climatico? Da anni infatti i governi meno industrializzati evidenziano che buona parte del problema del surriscaldamento è stato provocato dalle nazioni più evolute che hanno la maggior parte delle responsabilità e insomma adesso devono pagare dazio. Il problema è che la Cina continua ancor oggi a sostenere di essere un Paese in via di sviluppo.
Non dovrebbe sfuggire però sia ai francesi sia ai politici dell’Unione Europea che Pechino da anni è il primo Paese al mondo per emissioni di gas serra. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia è responsabile di più del 30% delle emissioni globali di CO2. E che se è vero che dei piccoli passi in avanti, soprattutto grazie all’uso delle rinnovabili e delle auto elettriche, è stato fatto, la Cina resta lontana anni luce dal rispetto degli impegni presi anche con l’accordo di Parigi.
Insomma, sarà pur vero che è un Paese in via di sviluppo, ma quello sviluppo lo sta facendo pagare a noi. Cosa che evidentemente all’Eliseo e a Bruxelles importa poco: quello che conta è allearsi con il «nemico» di Trump.
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Nell’incontro romano di martedì l’obiettivo è trovare un punto di convergenza sui dossier di interesse comune. Apprezzato da Chigi che sia il presidente a venire in Italia. Non è previsto un vertice con Mattarella.Missione in Asia del ministro dell’Ambiente francese per convincere Xi a impegnarsi sugli accordi ecologisti. Si vuol rafforzare il legame Cina-Ue in chiave anti Trump.Lo speciale contiene due articoli.«Solo uno scambio di idee»: così alte fonti di governo commentano con La Verità la notizia dell’incontro tra Giorgia Meloni e Emmanuel Macron, previsto per le 18 di martedì 3 giugno a Roma. «Al centro del colloquio», fanno sapere da Palazzo Chigi, «i principali temi dell’agenda bilaterale, europea e internazionale». L’intento è quello, è evidente, di non caricare di troppi significati un faccia a faccia che è di suo già una notizia: il gelo tra Meloni e Macron ha caratterizzato gli ultimi mesi della politica internazionale, con scambi di frecciatine che hanno portato a una vera e propria frattura tra Roma e Parigi sui principali temi geopolitici. Dai «volenterosi» per l’Ucraina al rapporto con gli Stati Uniti, le posizioni della Meloni e di Macron sono state, sono e (forse) saranno inconciliabili su alcuni dossier internazionali, ma va anche detto che Italia e Francia sono inevitabilmente destinate a avere un rapporto solido: l’Europa vive un momento di estrema difficoltà, è divisa e litigiosa, il suo ruolo sullo scacchiere internazionale si fa sempre più appannato e in questi momenti l’esigenza di rinsaldare comunque i rapporti è più forte di quelle che possono essere antipatie personali e visioni politiche diverse. L’ultimo screzio lo scorso 16 maggio a Tirana, con l’assenza del nostro presidente del Consiglio al tavolo dei «volenterosi» (al quale erano seduti i leader di Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania e Ucraina, che avevano parlato al telefono con Donald Trump) e soprattutto con le dichiarazioni successive. Giorgia Meloni aveva spiegato di non aver partecipato perché «l’Italia ha da tempo dichiarato di non essere disponibile a mandare truppe» e Macron aveva ribattuto con estrema durezza: «Non c’è stata una discussione sull’invio di truppe. Guardiamoci dal divulgare false informazioni, ce ne sono a sufficienza di quelle russe». Un botta e risposta che ormai appartiene al passato: grazie a una serie di informazioni ottenute da fonti estremamente attendibili, siamo in grado di ricostruire come si è arrivati all’incontro di martedì prossimo e quali sono le motivazioni che hanno convinto la Meloni e Macron a incontrarsi. Un vertice la cui preparazione va avanti da diversi giorni, e che viene definito «normale», in quanto Italia e Francia, anche avendo visioni completamente diverse su molte questioni internazionali, in Europa hanno invece numerosi dossier in comune. Per entrambe le nazioni i dazi eventualmente imposti da Donald Trump, argomento che verrà certamente affrontato durante il vertice, sarebbero un grosso problema, considerate le esportazioni del settore agroalimentare e delle auto, tanto per fare un esempio, che sono massicce sia per quanto riguarda l’Italia che la Francia. A proposito di auto, è probabile che la Meloni e Macron si confronteranno anche sul tema del Green deal, spina nel fianco dell’industria automobilistica. Altro punto in comune, l’alto debito pubblico, problema che attanaglia sia Roma che Parigi. In Consiglio europeo, inoltre, la Meloni e Macron sono in questo momento i due leader più autorevoli, considerato che il neocancelliere tedesco Friedrich Merz non ha ancora «preso le misure» con i mille labirinti della diplomazia europea. È un dato di grande rilievo, inoltre, che sia Macron a volare a Roma e che sia stato lui a proporre l’incontro: la Capitale si conferma il centro della geopolitica europea, considerata la serie di leader internazionali che arrivano per incontrare il nostro presidente del Consiglio. Non risulta che Macron incontrerà anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, così come non sono in agenda colloqui in Vaticano, anche se c’è da essere certi che il leader francese tenterà di incontrare Papa Leone XIV. In sostanza, il vertice non viene letto né come una notizia clamorosa né come un incontro di routine: Meloni e Macron cercheranno di trovare punti d’incontro sugli argomenti che vedono Italia e Francia alle prese con le stesse problematiche. Naturalmente, verrà affrontato anche il tema dell’Ucraina: la delusione di Trump per l’atteggiamento di Vladimir Putin preoccupa inevitabilmente l’Europa. Le divergenze tra Roma e Parigi su come arrivare a un processo negoziale restano, ma è pur vero che le recenti dichiarazioni di Macron, che ha tolto dal tavolo l’ipotesi di inviare truppe in Ucraina, hanno sgomberato il campo dalla divergenza più spinosa tra Italia e Francia. Infine, molto importante è quanto trapelato ieri sera da Parigi. «È stato il presidente, Emmanuel Macron a proporre alla premier italiana, Giorgia Meloni», hanno fatto sapere fonti dell’Eliseo, citate dall’agenzia France Presse e rilanciate dall’Ansa, «di andare a trovarla, perché è il suo ruolo di riunire gli europei ed ha a cuore di lavorare anche con lei. Francia e l’Italia», hanno aggiunto le fonti, «sono partner importanti reciprocamente e condividono numerosi interessi comuni, in particolare, in campo economico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-cerca-intesa-con-meloni-2672231864.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-corteggia-pechino-sul-clima" data-post-id="2672231864" data-published-at="1748554250" data-use-pagination="False"> Parigi corteggia Pechino sul clima Rafforzare i rapporti tra Unione Europea e Cina anche in chiave anti-americana. Da quando alla Casa Bianca c’è Donald Trump e oggettivamente i rapporti tra Washington e Bruxelles sono diventati più tesi, non sono mancati gli assist e gli ammiccamenti dell’Europa a Pechino. Poi certo le visite di Stato e i bilaterali hanno diverse declinazioni a seconda dei Paesi interessati, ma che il ministro dell’Ambiente francese Agnès Pannier-Runacher voli in Cina con l’obiettivo di accorciare le distanze, che oggi potremmo definire abissali, tra Ue e Pechino sull’azione internazionale per il clima, fa riflettere. Certo, l’assist gliel’ha fornito il nuovo presidente americano che già a gennaio ha notificato ufficialmente l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima definendo il trattato una «truffa iniqua e unilaterale». E che Trump avesse preso la stessa decisione già nel corso del primo mandato, non sposta di molto i termini della questione. Il punto è che la Francia, a quanto pare con l’avallo del commissario per l’azione climatica dell’Ue Wopke Hoekstra, ha deciso di mandare la collega francese a trattare con Pechino in vista di un incontro tra Unione Europea e Cina che si terrà a luglio. Cosa chiederà la Pannier-Runacher ai suoi interlocutori asiatici? In buona sostanza, una riaffermazione pubblica dell’impegno rispetto all’accordo siglato a Parigi nel 2015 che prevede di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con l’ambizione di contenerlo entro 1,5°C, per ridurre i rischi e gli impatti del cambiamento climatico. Lo scopo alla fine è sempre quello di arrivare alla neutralità climatica e per raggiungerlo sono previsti step e verifiche. Non solo. Perché l’intesa approvata nella capitale francese prevede anche l’impegno a fornitura più fondi ai Paesi poveri sia per la transizione dei loro sistemi energetici sia per l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico. Al di là dei modi, la posizione critica riproposta qualche mese fa da Trump non è certo isolata. Diversi analisti evidenziano come le intese di Parigi abbiano più una valenza politica che pratica e in buona sostanza non vengano rispettate da nessuno. Ma proprio perché la valenza è politica, la missione della Francia in Cina assume ancora più valore. «Siamo in un momento in cui vengono espressi dubbi sul multilateralismo climatico, sul sistema COP e sull’Accordo di Parigi, ed è estremamente importante che la Cina e l’Unione europea inviino un messaggio molto forte», ha dichiarato secondo quanto raccolto da Euractiv un membro del gabinetto del ministro dell’Ambiente transalpino. Ma non c’è solo la politica, stringi stringi la questione ambientale si risolve sempre in un dibattito sui fondi da versare. Chi deve pagare per aiutare i Paesi più poveri a combattere il cambiamento climatico? Da anni infatti i governi meno industrializzati evidenziano che buona parte del problema del surriscaldamento è stato provocato dalle nazioni più evolute che hanno la maggior parte delle responsabilità e insomma adesso devono pagare dazio. Il problema è che la Cina continua ancor oggi a sostenere di essere un Paese in via di sviluppo. Non dovrebbe sfuggire però sia ai francesi sia ai politici dell’Unione Europea che Pechino da anni è il primo Paese al mondo per emissioni di gas serra. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia è responsabile di più del 30% delle emissioni globali di CO2. E che se è vero che dei piccoli passi in avanti, soprattutto grazie all’uso delle rinnovabili e delle auto elettriche, è stato fatto, la Cina resta lontana anni luce dal rispetto degli impegni presi anche con l’accordo di Parigi. Insomma, sarà pur vero che è un Paese in via di sviluppo, ma quello sviluppo lo sta facendo pagare a noi. Cosa che evidentemente all’Eliseo e a Bruxelles importa poco: quello che conta è allearsi con il «nemico» di Trump.
Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
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