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2025-05-30
Macron cerca l’intesa con la Meloni su veicoli green e agro-alimentare
Emmanuel Macron e Giorgia Meloni (Getty Images)
«Solo uno scambio di idee»: così alte fonti di governo commentano con La Verità la notizia dell’incontro tra Giorgia Meloni e Emmanuel Macron, previsto per le 18 di martedì 3 giugno a Roma. «Al centro del colloquio», fanno sapere da Palazzo Chigi, «i principali temi dell’agenda bilaterale, europea e internazionale». L’intento è quello, è evidente, di non caricare di troppi significati un faccia a faccia che è di suo già una notizia: il gelo tra Meloni e Macron ha caratterizzato gli ultimi mesi della politica internazionale, con scambi di frecciatine che hanno portato a una vera e propria frattura tra Roma e Parigi sui principali temi geopolitici. Dai «volenterosi» per l’Ucraina al rapporto con gli Stati Uniti, le posizioni della Meloni e di Macron sono state, sono e (forse) saranno inconciliabili su alcuni dossier internazionali, ma va anche detto che Italia e Francia sono inevitabilmente destinate a avere un rapporto solido: l’Europa vive un momento di estrema difficoltà, è divisa e litigiosa, il suo ruolo sullo scacchiere internazionale si fa sempre più appannato e in questi momenti l’esigenza di rinsaldare comunque i rapporti è più forte di quelle che possono essere antipatie personali e visioni politiche diverse. L’ultimo screzio lo scorso 16 maggio a Tirana, con l’assenza del nostro presidente del Consiglio al tavolo dei «volenterosi» (al quale erano seduti i leader di Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania e Ucraina, che avevano parlato al telefono con Donald Trump) e soprattutto con le dichiarazioni successive. Giorgia Meloni aveva spiegato di non aver partecipato perché «l’Italia ha da tempo dichiarato di non essere disponibile a mandare truppe» e Macron aveva ribattuto con estrema durezza: «Non c’è stata una discussione sull’invio di truppe. Guardiamoci dal divulgare false informazioni, ce ne sono a sufficienza di quelle russe». Un botta e risposta che ormai appartiene al passato: grazie a una serie di informazioni ottenute da fonti estremamente attendibili, siamo in grado di ricostruire come si è arrivati all’incontro di martedì prossimo e quali sono le motivazioni che hanno convinto la Meloni e Macron a incontrarsi. Un vertice la cui preparazione va avanti da diversi giorni, e che viene definito «normale», in quanto Italia e Francia, anche avendo visioni completamente diverse su molte questioni internazionali, in Europa hanno invece numerosi dossier in comune. Per entrambe le nazioni i dazi eventualmente imposti da Donald Trump, argomento che verrà certamente affrontato durante il vertice, sarebbero un grosso problema, considerate le esportazioni del settore agroalimentare e delle auto, tanto per fare un esempio, che sono massicce sia per quanto riguarda l’Italia che la Francia. A proposito di auto, è probabile che la Meloni e Macron si confronteranno anche sul tema del Green deal, spina nel fianco dell’industria automobilistica. Altro punto in comune, l’alto debito pubblico, problema che attanaglia sia Roma che Parigi. In Consiglio europeo, inoltre, la Meloni e Macron sono in questo momento i due leader più autorevoli, considerato che il neocancelliere tedesco Friedrich Merz non ha ancora «preso le misure» con i mille labirinti della diplomazia europea. È un dato di grande rilievo, inoltre, che sia Macron a volare a Roma e che sia stato lui a proporre l’incontro: la Capitale si conferma il centro della geopolitica europea, considerata la serie di leader internazionali che arrivano per incontrare il nostro presidente del Consiglio. Non risulta che Macron incontrerà anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, così come non sono in agenda colloqui in Vaticano, anche se c’è da essere certi che il leader francese tenterà di incontrare Papa Leone XIV. In sostanza, il vertice non viene letto né come una notizia clamorosa né come un incontro di routine: Meloni e Macron cercheranno di trovare punti d’incontro sugli argomenti che vedono Italia e Francia alle prese con le stesse problematiche. Naturalmente, verrà affrontato anche il tema dell’Ucraina: la delusione di Trump per l’atteggiamento di Vladimir Putin preoccupa inevitabilmente l’Europa. Le divergenze tra Roma e Parigi su come arrivare a un processo negoziale restano, ma è pur vero che le recenti dichiarazioni di Macron, che ha tolto dal tavolo l’ipotesi di inviare truppe in Ucraina, hanno sgomberato il campo dalla divergenza più spinosa tra Italia e Francia. Infine, molto importante è quanto trapelato ieri sera da Parigi. «È stato il presidente, Emmanuel Macron a proporre alla premier italiana, Giorgia Meloni», hanno fatto sapere fonti dell’Eliseo, citate dall’agenzia France Presse e rilanciate dall’Ansa, «di andare a trovarla, perché è il suo ruolo di riunire gli europei ed ha a cuore di lavorare anche con lei. Francia e l’Italia», hanno aggiunto le fonti, «sono partner importanti reciprocamente e condividono numerosi interessi comuni, in particolare, in campo economico».
Parigi corteggia Pechino sul clima
Rafforzare i rapporti tra Unione Europea e Cina anche in chiave anti-americana. Da quando alla Casa Bianca c’è Donald Trump e oggettivamente i rapporti tra Washington e Bruxelles sono diventati più tesi, non sono mancati gli assist e gli ammiccamenti dell’Europa a Pechino. Poi certo le visite di Stato e i bilaterali hanno diverse declinazioni a seconda dei Paesi interessati, ma che il ministro dell’Ambiente francese Agnès Pannier-Runacher voli in Cina con l’obiettivo di accorciare le distanze, che oggi potremmo definire abissali, tra Ue e Pechino sull’azione internazionale per il clima, fa riflettere. Certo, l’assist gliel’ha fornito il nuovo presidente americano che già a gennaio ha notificato ufficialmente l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima definendo il trattato una «truffa iniqua e unilaterale». E che Trump avesse preso la stessa decisione già nel corso del primo mandato, non sposta di molto i termini della questione. Il punto è che la Francia, a quanto pare con l’avallo del commissario per l’azione climatica dell’Ue Wopke Hoekstra, ha deciso di mandare la collega francese a trattare con Pechino in vista di un incontro tra Unione Europea e Cina che si terrà a luglio.
Cosa chiederà la Pannier-Runacher ai suoi interlocutori asiatici? In buona sostanza, una riaffermazione pubblica dell’impegno rispetto all’accordo siglato a Parigi nel 2015 che prevede di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con l’ambizione di contenerlo entro 1,5°C, per ridurre i rischi e gli impatti del cambiamento climatico.
Lo scopo alla fine è sempre quello di arrivare alla neutralità climatica e per raggiungerlo sono previsti step e verifiche. Non solo. Perché l’intesa approvata nella capitale francese prevede anche l’impegno a fornitura più fondi ai Paesi poveri sia per la transizione dei loro sistemi energetici sia per l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico.
Al di là dei modi, la posizione critica riproposta qualche mese fa da Trump non è certo isolata. Diversi analisti evidenziano come le intese di Parigi abbiano più una valenza politica che pratica e in buona sostanza non vengano rispettate da nessuno. Ma proprio perché la valenza è politica, la missione della Francia in Cina assume ancora più valore. «Siamo in un momento in cui vengono espressi dubbi sul multilateralismo climatico, sul sistema COP e sull’Accordo di Parigi, ed è estremamente importante che la Cina e l’Unione europea inviino un messaggio molto forte», ha dichiarato secondo quanto raccolto da Euractiv un membro del gabinetto del ministro dell’Ambiente transalpino.
Ma non c’è solo la politica, stringi stringi la questione ambientale si risolve sempre in un dibattito sui fondi da versare. Chi deve pagare per aiutare i Paesi più poveri a combattere il cambiamento climatico? Da anni infatti i governi meno industrializzati evidenziano che buona parte del problema del surriscaldamento è stato provocato dalle nazioni più evolute che hanno la maggior parte delle responsabilità e insomma adesso devono pagare dazio. Il problema è che la Cina continua ancor oggi a sostenere di essere un Paese in via di sviluppo.
Non dovrebbe sfuggire però sia ai francesi sia ai politici dell’Unione Europea che Pechino da anni è il primo Paese al mondo per emissioni di gas serra. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia è responsabile di più del 30% delle emissioni globali di CO2. E che se è vero che dei piccoli passi in avanti, soprattutto grazie all’uso delle rinnovabili e delle auto elettriche, è stato fatto, la Cina resta lontana anni luce dal rispetto degli impegni presi anche con l’accordo di Parigi.
Insomma, sarà pur vero che è un Paese in via di sviluppo, ma quello sviluppo lo sta facendo pagare a noi. Cosa che evidentemente all’Eliseo e a Bruxelles importa poco: quello che conta è allearsi con il «nemico» di Trump.
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Nell’incontro romano di martedì l’obiettivo è trovare un punto di convergenza sui dossier di interesse comune. Apprezzato da Chigi che sia il presidente a venire in Italia. Non è previsto un vertice con Mattarella.Missione in Asia del ministro dell’Ambiente francese per convincere Xi a impegnarsi sugli accordi ecologisti. Si vuol rafforzare il legame Cina-Ue in chiave anti Trump.Lo speciale contiene due articoli.«Solo uno scambio di idee»: così alte fonti di governo commentano con La Verità la notizia dell’incontro tra Giorgia Meloni e Emmanuel Macron, previsto per le 18 di martedì 3 giugno a Roma. «Al centro del colloquio», fanno sapere da Palazzo Chigi, «i principali temi dell’agenda bilaterale, europea e internazionale». L’intento è quello, è evidente, di non caricare di troppi significati un faccia a faccia che è di suo già una notizia: il gelo tra Meloni e Macron ha caratterizzato gli ultimi mesi della politica internazionale, con scambi di frecciatine che hanno portato a una vera e propria frattura tra Roma e Parigi sui principali temi geopolitici. Dai «volenterosi» per l’Ucraina al rapporto con gli Stati Uniti, le posizioni della Meloni e di Macron sono state, sono e (forse) saranno inconciliabili su alcuni dossier internazionali, ma va anche detto che Italia e Francia sono inevitabilmente destinate a avere un rapporto solido: l’Europa vive un momento di estrema difficoltà, è divisa e litigiosa, il suo ruolo sullo scacchiere internazionale si fa sempre più appannato e in questi momenti l’esigenza di rinsaldare comunque i rapporti è più forte di quelle che possono essere antipatie personali e visioni politiche diverse. L’ultimo screzio lo scorso 16 maggio a Tirana, con l’assenza del nostro presidente del Consiglio al tavolo dei «volenterosi» (al quale erano seduti i leader di Gran Bretagna, Francia, Polonia, Germania e Ucraina, che avevano parlato al telefono con Donald Trump) e soprattutto con le dichiarazioni successive. Giorgia Meloni aveva spiegato di non aver partecipato perché «l’Italia ha da tempo dichiarato di non essere disponibile a mandare truppe» e Macron aveva ribattuto con estrema durezza: «Non c’è stata una discussione sull’invio di truppe. Guardiamoci dal divulgare false informazioni, ce ne sono a sufficienza di quelle russe». Un botta e risposta che ormai appartiene al passato: grazie a una serie di informazioni ottenute da fonti estremamente attendibili, siamo in grado di ricostruire come si è arrivati all’incontro di martedì prossimo e quali sono le motivazioni che hanno convinto la Meloni e Macron a incontrarsi. Un vertice la cui preparazione va avanti da diversi giorni, e che viene definito «normale», in quanto Italia e Francia, anche avendo visioni completamente diverse su molte questioni internazionali, in Europa hanno invece numerosi dossier in comune. Per entrambe le nazioni i dazi eventualmente imposti da Donald Trump, argomento che verrà certamente affrontato durante il vertice, sarebbero un grosso problema, considerate le esportazioni del settore agroalimentare e delle auto, tanto per fare un esempio, che sono massicce sia per quanto riguarda l’Italia che la Francia. A proposito di auto, è probabile che la Meloni e Macron si confronteranno anche sul tema del Green deal, spina nel fianco dell’industria automobilistica. Altro punto in comune, l’alto debito pubblico, problema che attanaglia sia Roma che Parigi. In Consiglio europeo, inoltre, la Meloni e Macron sono in questo momento i due leader più autorevoli, considerato che il neocancelliere tedesco Friedrich Merz non ha ancora «preso le misure» con i mille labirinti della diplomazia europea. È un dato di grande rilievo, inoltre, che sia Macron a volare a Roma e che sia stato lui a proporre l’incontro: la Capitale si conferma il centro della geopolitica europea, considerata la serie di leader internazionali che arrivano per incontrare il nostro presidente del Consiglio. Non risulta che Macron incontrerà anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, così come non sono in agenda colloqui in Vaticano, anche se c’è da essere certi che il leader francese tenterà di incontrare Papa Leone XIV. In sostanza, il vertice non viene letto né come una notizia clamorosa né come un incontro di routine: Meloni e Macron cercheranno di trovare punti d’incontro sugli argomenti che vedono Italia e Francia alle prese con le stesse problematiche. Naturalmente, verrà affrontato anche il tema dell’Ucraina: la delusione di Trump per l’atteggiamento di Vladimir Putin preoccupa inevitabilmente l’Europa. Le divergenze tra Roma e Parigi su come arrivare a un processo negoziale restano, ma è pur vero che le recenti dichiarazioni di Macron, che ha tolto dal tavolo l’ipotesi di inviare truppe in Ucraina, hanno sgomberato il campo dalla divergenza più spinosa tra Italia e Francia. Infine, molto importante è quanto trapelato ieri sera da Parigi. «È stato il presidente, Emmanuel Macron a proporre alla premier italiana, Giorgia Meloni», hanno fatto sapere fonti dell’Eliseo, citate dall’agenzia France Presse e rilanciate dall’Ansa, «di andare a trovarla, perché è il suo ruolo di riunire gli europei ed ha a cuore di lavorare anche con lei. Francia e l’Italia», hanno aggiunto le fonti, «sono partner importanti reciprocamente e condividono numerosi interessi comuni, in particolare, in campo economico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-cerca-intesa-con-meloni-2672231864.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-corteggia-pechino-sul-clima" data-post-id="2672231864" data-published-at="1748554250" data-use-pagination="False"> Parigi corteggia Pechino sul clima Rafforzare i rapporti tra Unione Europea e Cina anche in chiave anti-americana. Da quando alla Casa Bianca c’è Donald Trump e oggettivamente i rapporti tra Washington e Bruxelles sono diventati più tesi, non sono mancati gli assist e gli ammiccamenti dell’Europa a Pechino. Poi certo le visite di Stato e i bilaterali hanno diverse declinazioni a seconda dei Paesi interessati, ma che il ministro dell’Ambiente francese Agnès Pannier-Runacher voli in Cina con l’obiettivo di accorciare le distanze, che oggi potremmo definire abissali, tra Ue e Pechino sull’azione internazionale per il clima, fa riflettere. Certo, l’assist gliel’ha fornito il nuovo presidente americano che già a gennaio ha notificato ufficialmente l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima definendo il trattato una «truffa iniqua e unilaterale». E che Trump avesse preso la stessa decisione già nel corso del primo mandato, non sposta di molto i termini della questione. Il punto è che la Francia, a quanto pare con l’avallo del commissario per l’azione climatica dell’Ue Wopke Hoekstra, ha deciso di mandare la collega francese a trattare con Pechino in vista di un incontro tra Unione Europea e Cina che si terrà a luglio. Cosa chiederà la Pannier-Runacher ai suoi interlocutori asiatici? In buona sostanza, una riaffermazione pubblica dell’impegno rispetto all’accordo siglato a Parigi nel 2015 che prevede di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con l’ambizione di contenerlo entro 1,5°C, per ridurre i rischi e gli impatti del cambiamento climatico. Lo scopo alla fine è sempre quello di arrivare alla neutralità climatica e per raggiungerlo sono previsti step e verifiche. Non solo. Perché l’intesa approvata nella capitale francese prevede anche l’impegno a fornitura più fondi ai Paesi poveri sia per la transizione dei loro sistemi energetici sia per l’adattamento agli effetti del cambiamento climatico. Al di là dei modi, la posizione critica riproposta qualche mese fa da Trump non è certo isolata. Diversi analisti evidenziano come le intese di Parigi abbiano più una valenza politica che pratica e in buona sostanza non vengano rispettate da nessuno. Ma proprio perché la valenza è politica, la missione della Francia in Cina assume ancora più valore. «Siamo in un momento in cui vengono espressi dubbi sul multilateralismo climatico, sul sistema COP e sull’Accordo di Parigi, ed è estremamente importante che la Cina e l’Unione europea inviino un messaggio molto forte», ha dichiarato secondo quanto raccolto da Euractiv un membro del gabinetto del ministro dell’Ambiente transalpino. Ma non c’è solo la politica, stringi stringi la questione ambientale si risolve sempre in un dibattito sui fondi da versare. Chi deve pagare per aiutare i Paesi più poveri a combattere il cambiamento climatico? Da anni infatti i governi meno industrializzati evidenziano che buona parte del problema del surriscaldamento è stato provocato dalle nazioni più evolute che hanno la maggior parte delle responsabilità e insomma adesso devono pagare dazio. Il problema è che la Cina continua ancor oggi a sostenere di essere un Paese in via di sviluppo. Non dovrebbe sfuggire però sia ai francesi sia ai politici dell’Unione Europea che Pechino da anni è il primo Paese al mondo per emissioni di gas serra. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia è responsabile di più del 30% delle emissioni globali di CO2. E che se è vero che dei piccoli passi in avanti, soprattutto grazie all’uso delle rinnovabili e delle auto elettriche, è stato fatto, la Cina resta lontana anni luce dal rispetto degli impegni presi anche con l’accordo di Parigi. Insomma, sarà pur vero che è un Paese in via di sviluppo, ma quello sviluppo lo sta facendo pagare a noi. Cosa che evidentemente all’Eliseo e a Bruxelles importa poco: quello che conta è allearsi con il «nemico» di Trump.
Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 gennaio 2026. Il deputato della Lega Giampiero Zinzi commenta la falsa partenza di Fico in Campania tra incompatibilità e conflitti di interesse.
In questa puntata di Segreti si ricostruisce il delitto di Aurora a Milano: un omicidio brutale, preceduto da aggressioni, segnali ignorati e una lunga scia di precedenti. Un’analisi che mette al centro il profilo dell’assassino, le falle del sistema e una domanda che resta aperta: come è stato possibile che un soggetto così pericoloso fosse ancora libero di colpire?
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La piccola exclave per decenni ha avuto un’economia particolarmente florida, basata sugli introiti del locale casinò, gestito da una società interamente partecipata dal Comune. Fino al 2018, quando il fallimento della casa da gioco (riaperta nel 2021 dopo l’omologa del concordato) ha trascinato l’ente locale in un dissesto milionario, come detto tuttora gestito da un organismo straordinario di liquidazione che affianca il lavoro dell’attuale primo cittadino, eletto nel 2020 dopo due anni di commissariamento.
Prima del tracollo di otto anni fa, i dipendenti comunali erano circa 120 (poco meno del 10% della popolazione), di cui una quarantina deputati ai controlli all’interno del casinò; adesso, il drastico taglio al budget comunale ha falcidiato il personale, ridotto a 15 unità, di cui due part-time. Ma gli stipendi d’oro, derivanti da una norma risalente agli anni Ottanta, basata sul fatto che la «particolare situazione geografica e il contesto economico svizzero in cui è inserito il Comune di Campione d’Italia ove la valuta corrente è il franco svizzero», stabiliva trattamento un economico dei dipendenti comunali con decorrenza 1° gennaio 1986, prevedendo un assegno ad personam da 4.000 a 5.000 franchi svizzeri, e assegno di exclave da 5.000 a 6.000 franchi per un totale mensile netto a dipendente fra gli 8.000 e i 13.000 franchi. A oggi una cifra che spazia all’incirca tra gli 8.000 e i 13.000 euro netti mensili.
Sulle nuove assunzioni Verda e Marchesini, hanno prodotto un’interrogazione a risposta scritta diretta al sindaco Roberto Canesi: «In un momento dove non si pagano gli arretrati degli ex dipendenti, dei pensionati, dei carabinieri, si cerca solo di favorire figure singole senza a nostro avviso una strategia, basti pensare che la pianta organica dal 1° gennaio 2026 passerà da 15 a 21, con cinque di loro componenti della polizia locale, tra cui addirittura marito e moglie, e la spesa passa da 2 milioni e 700.000 euro a 4 milioni e 700.000».
Secondo quanto risulta a La Verità tra i nuovi assunti ci sarebbe anche una persona che si era licenziata dopo il dissesto e che è stata riassunta direttamente, grazie a una norma che permette di far tornare nel posto di lavoro chi si era dimesso nei cinque anni precedenti. Anche su questo caso i due consiglieri di Campione 2.0 hanno presentato un’interrogazione. Anche perché, in virtù della procedura di dissesto, il Comune di Campione d’Italia, come prevede la normativa, riceve fondi da Roma. «Il contributo dello Stato a Campione d’Italia è di 10 milioni di euro, la metà viene spesa per tutti i dipendenti», spiega a La Verità il consigliere Verda. In passato i maxi stipendi venivano coperti dai proventi che generava il casinò, che riempivano le casse del Comune, con cifre che oscillavano, prima del 2018, tra i 40 e i 50 milioni di euro.
L’ente locale è tuttora l’azionista unico della società partecipata che gestisce la casa da gioco. Ma con l’entrata in vigore del concordato, indispensabile per sanare il debito da circa 132 milioni di euro della casa da gioco, quest’ultima paga al Comune una somma fissa per tutta la durata della procedura. Si parte dai 500.000 euro del 2022, per arrivare ai 2,5 milioni che la casa da gioco verserà nel 2026 e 2027. Detto in parole povere, senza il contributo di Stato, il Comune probabilmente farebbe fatica a pagare gli stipendi. Ma c’è di più. Il dissesto di un Comune impone vincoli che rendono pressoché impossibile assumere nuovo personale. E anche su questo argomento la tensione tra la maggioranza e l’opposizione è alle stelle. Per quest’ultima, infatti, se da un lato è vero che esiste il decreto ministeriale del 24 dicembre 2021 di approvazione dell’ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato 2018-2022, dall’altro c’è stato in seguito l’esito negativo del controllo della Corte dei Conti e la decisione delle Sezioni riunite che porterebbero a escludere che il Comune possa qualificarsi come dotato di un bilancio stabilmente riequilibrato.
Di conseguenza, l’ente sarebbe ancora in dissesto. A rafforzare la teoria degli esponenti di Campione 2.0 anche il fatto che l’Osl sia ancora attivo, tanto che l’ultima delibera firmata dal commissario porta la data del 17 dicembre 2025.
I due consiglieri di opposizione chiedono all’amministrazione chiarezza anche sulle conseguenze delle assunzioni, convinti che, per espressa giurisprudenza contabile, l’ente non possa disporre di un numero di dipendenti superiore al rapporto massimo previsto dalla legge in relazione agli abitanti, che sarebbe di 15 posizioni professionali. Un tetto che, già con la prima assunzione, verrebbe sforato. Secondo quanto risulta a La Verità, Verda e Marchesini, per fare chiarezza sulla vicenda, starebbero anche valutando di presentare una denuncia alla magistratura.
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