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2022-07-03
La terza dose è un fallimento. Il governo spinge per la quarta
Mentre l’Iss certifica quel che gli italiani sapevano già, ovvero che anche chi ha fatto il booster si può contagiare facilmente senza però (grazie anche al vaccino) sviluppare una forma grave della malattia, è ufficialmente partita la narrazione mediatica per preparare la campagna vaccinale di ottobre, sempre che si riescano ad avere già i farmaci aggiornati per le ultime varianti. Ma per i narratori non c’è problema, se il Covid cambia basta puntare i riflettori sul long Covid (che, peraltro, ha colpito anche i vaccinati), ovvero l’insieme dei disturbi che persistono o che possono presentarsi settimane dopo l’eliminazione del virus dall’organismo. Seguendo uno schema ben preciso. Primo: se hai fatto la terza dose, non rischi il long Covid (basta vedere il risalto dato in questi giorni allo studio pubblicato sulla rivista Journal of the american medical association secondo cui con tre dosi di vaccino a mRna si è più protetti indipendentemente dalla variante da cui veniamo colpiti). Secondo: Omicron 5 crea un long Covid ancora più long (non si spiega però su quali dati si basi questo assunto, considerando che l’ultima variante è comparsa non più di due mesi fa). Il terzo step della narrazione è consequenziale ai primi: fatevi tutti la terza dose e pure la quarta, anche con i vaccini vecchi, che hanno dimostrato di non arginare i contagi delle ultime varianti, ma fatevela. E intanto continuate a indossare la mascherina, che non si sa mai.
Ieri, ad esempio, l’immunologo ed ex membro del Comitato tecnico scientifico, Sergio Abrignani, in un’intervista a Repubblica ha ammesso che «Omicron è troppo contagiosa per i vaccini attuali», ma poi ha detto che «la quarta dose fa aumentare gli anticorpi in modo rapido», quindi va somministrata subito agli anziani, anche se con i vecchi vaccini e anche se «due mesi è la protezione offerta» dal quarto shot. Quanto al vaccino aggiornato non ancora approvato dall’Ema, e per altro preparato con Omicron 1, «non è l’ideale, ma è meglio dell’attuale» e secondo Abrignani dovremmo farlo tutti. Anche se non sappiamo di quanto dovrebbe aumentare la protezione dei contagi. Si è subito allineato il direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano, Fabrizio Pregliasco, che all’agenzia Adnkronos ha condannato chi dice che è meglio aspettare il vaccino nuovo. Un ragionamento che secondo Pregliasco arriverebbe anche come «suggerimento» da «alcuni medici di famiglia», fautori di questo tipo di «narrazione sbagliata» che finisce per «tirare il freno a mano alle quarte dosi fortemente raccomandate a over 80 e fragili». Il vaccino oggi disponibile «serve eccome», assicura Pregliasco.
Al netto dei messaggi rivolti ai no vax, delle narrazioni mediatiche e degli interventi delle varie virostar, pronte a tornare finalmente in tv o sui giornali dopo qualche mese di astinenza provocata dal dibattito sulla guerra in Ucraina, al momento abbiamo poche certezze. Sappiamo che almeno i tre quarti degli anticorpi che vengono prodotti dagli attuali booster sono inutili, nel senso che vanno ad «attaccarsi» a dei pezzi di virus che con Omicron sono cambiati. Con Omicron 5 pare che la percentuale scenda a uno su dieci. Ecco perché i contagi non si fermano. Sappiamo anche che la non gravità del Covid da Omicron deriva dalla risposta dei linfociti T, che agiscono in modo diverso dagli anticorpi. Però attenzione, perché esiste un fenomeno di «esaurimento» dell’immunità a causa della continua esposizione agli antigeni prodotti da ripetute dosi di vaccini uguali. Per ora non sembra una questione centrale per il Covid ma bisogna tenerne conto. Sappiamo che, sul fronte dei nuovi vaccini, il 17 giugno, l’Agenzia europea del farmaco, Ema, ha iniziato la revisione a rotazione per una versione dello Spikevax di Moderna adattata per fornire protezione contro il ceppo originale e contro Omicron. Qualche settimana prima, il responsabile della strategia vaccini dell’Agenzia, Marco Cavaleri, aveva detto che l’obiettivo è dare il via libera ai primi nuovi vaccini in settembre. Sappiamo soprattutto che a oltre due anni dall’inizio della pandemia, l’approccio e le strategie si stanno evolvendo. Il ministero della Salute non può aggrapparsi ai vaccini di oggi, arrivati a fine corsa e il cui «software» va inevitabilmente aggiornato, invece di guardare al futuro prossimo. Si sta finalmente cominciando anche a investire sui trattamenti da integrare con il vaccino (e dunque non sono alternativi ad esso). Le autorità di vigilanza si chiedono se inseguire il virus invece di anticiparlo sia la strategia giusta nell’interesse della salute pubblica.
Si tratta di impostare «una discussione più strategica su quali tipi di vaccini potrebbero essere necessari sul lungo termine per gestire adeguatamente il Covid», ha detto a gennaio Emer Cooke, direttore esecutivo dell’Ema. Ciò può significare una spinta verso i vaccini «universali», quelli che colpiscono parti di virus che non mutano rapidamente come la proteina Spike. Spiegare cosa, e come, stia cambiando nella gestione della pandemia dovrebbe essere compito dei singoli Stati. Spiegare, ad esempio, che anche il vaccino antinfluenzale messo in commercio due o tre anni fa è diverso da quello attuale perché i ceppi virali cambiano, ma ciò non significa che allora sia stato inutile, spiegare anche come viene decisa la programmazione degli acquisti dei prossimi vaccini aggiornati, se le forniture dipendono anche dalla quantità delle attuali scorte da smaltire. Altrimenti, sarà solo narrazione.
Stessi contagi nei no vax e nei «tridosati». I dati certificano la caporetto del booster
La terza dose di vaccino non protegge dall’infezione della variante Omicron del virus Sars-Cov-2. Addirittura, in alcune fasce di popolazione (40-59 anni), il booster ha un tasso di infezione superiore ai non vaccinati, secondo i dati dell’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità (Iss), aggiornato al 28 giugno. Eppure si continua a rilanciare sulla quarta dose per tutti, dopo l’estate. Ieri, su Repubblica, Sergio Abrignani, immunologo dell’università di Milano e membro del Xomitato tecnico scientifico (Cts) durante l’emergenza Covid, in un’intervista, ha spiegato che, in autunno, dovremmo rifare tutti il richiamo con il vaccino per Omicron (anche se c’è da smaltire il precedente e difficilmente sarà disponibile l’aggiornato, che è poco specifico per la variante 5).
Non è chiaro su quali basi scientifiche si arrivi a queste conclusioni, dato che nei vaccinati, sempre secondo l’Iss, dalla seconda dose, crollano le forme gravi del Covid che continuano a interessare praticamente solo la popolazione più anziana.
Basta leggere la tabella 5 del report appena diffuso dall’Iss sull’andamento della pandemia nell’ultimo mese. Nella popolazione generale, dai 12 anni in su, ci si infetta in modo uguale: il tasso di infezione nei non vaccinati è pari a 1,69% mentre in chi ha avuto anche il booster è 1,66%. Nella fascia 40-59, il tasso di diagnosi è perfino più elevato in chi ha avuto la terza dose: 1,8% contro 1,4% dei non vaccinati. Omicron, come è noto, ha una capacità di infettare che è 10-15 volte superiore a quella del ceppo di Wuhan: non a caso, anche le reinfezioni - un nuovo contagio in chi è guarito dal Covid - sono intorno al 9,5%. A cosa potrebbe servire un richiamo per tutti in autunno resta un mistero, soprattutto se si considera che, sui ricoveri e le forme gravi, i vaccini stanno continuando a fare la differenza. Il tasso di ospedalizzazione sulla popolazione over 12 - si legge nel report Iss - per i non vaccinati risulta 3,5 volte più alto rispetto ai vaccinati con booster (57 contro 15 ricoveri per 100.000 abitanti). Anche il tasso di chi finisce in terapia intensiva è quattro volte più elevato rispetto a chi ha avuto il booster (2,4 rispetto a 0,6 ogni 100.000 abitanti). Sul tasso di mortalità, la differenza tra non vaccinati e booster è ancora più evidente: circa sette volte maggiore per chi non ha fatto le tre dosi. Ma anche in questo caso, le forme più gravi sono di poche unità fino ai 59 anni: i numeri iniziano a crescere dopo i 60 anni, con un massimo negli over 80.
I dati relativi all’ospedalizzazione, questione centrale per la pressione sul servizio sanitario, devono inoltre essere contestualizzati a questo momento pandemico. Gli infettivologi che sono in corsia da mesi non registrano le polmoniti delle varianti precedenti. Inoltre, su dieci positivi, si stima che otto scoprano di esserlo solo una volta ricoverati per altre problematiche (pazienti con Covid). In Gran Bretagna, dove le istituzioni fanno questa differenza, già a marzo registravano che solo il 33% dei positivi ricoverati erano per Covid. Oggi la percentuale è simile a quella riportata dagli specialisti italiani che sono nei reparti, a contatto con i pazienti.
Un’altra precisazione importante riguarda il numero dei positivi su cui si calcola l’ospedalizzazione. Gli stessi esperti dell’Iss, nel report, sottolineano che i dati degli infetti sono sottostimati non solo per l’alta percentuale degli asintomatici (70% degli positivi) ma anche per il numero di test che vengono eseguiti a casa e non vengono registrati per evitare le quarantene. Gli epidemiologi stimano che, attualmente, il numero delle persone con Covid sia almeno il triplo di quello ufficiale. Triplicando i positivi, i numeri dei casi gravi reali diventano ulteriormente più bassi mentre, paradossalmente, potrebbero diventare maggiori i positivi con booster e, tra loro, proprio i 40-59enni, tra i quali ci sono anche gli over 50, che sono stati obbligati alla terza dose. Il tutto avverrebbe senza particolari impatti negli ospedali, anche se si potrebbero trovare comunque in affanno, ma non tanto per il Covid, quanto per il fatto che il poco personale che è sempre più sfinito, dopo due anni e mezzo di pandemia, continua a infettarsi e a dare le dimissioni.
Tutte queste osservazioni sembrano non interessare al ministero della Salute, che non esclude la quarta dose per tutti nonostante l’evidenza della bassa efficacia del vaccino aggiornato in arrivo e fatto su Omicron 1. «Il vaccino aggiornato non è l’ideale», ammette Abrignani, «ma è meglio dell’attuale», perché sarebbe efficace al 30-40% contro Omicron 5, rispetto al 10% assicurato dall’attuale. Il numero però è riferito alla quantità di anticorpi che vengono generati e questo, come ammettono le stesse aziende produttrici, non è garanzia della protezione dall’infezione. Si vorrebbe allora capire in base a quali principi scientifici si imporrebbe il vaccino a tutti se, comunque, non si riduce la diffusione del Covid e, in ospedale, si ricoverano anziani, immunodepressi e fragili: la vera popolazione da proteggere.
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I nuovi dati Iss mostrano che la percentuale dei contagi tra i non vaccinati è praticamente identica a quella tra chi ha il booster. Eppure la filastrocca di Roberto Speranza e dei suoi «esperti» non cambia: servono più punture. Per chi lamenta effetti avversi avere i risarcimenti è un’odissea: le storie.Lo speciale comprende due articoli.Mentre l’Iss certifica quel che gli italiani sapevano già, ovvero che anche chi ha fatto il booster si può contagiare facilmente senza però (grazie anche al vaccino) sviluppare una forma grave della malattia, è ufficialmente partita la narrazione mediatica per preparare la campagna vaccinale di ottobre, sempre che si riescano ad avere già i farmaci aggiornati per le ultime varianti. Ma per i narratori non c’è problema, se il Covid cambia basta puntare i riflettori sul long Covid (che, peraltro, ha colpito anche i vaccinati), ovvero l’insieme dei disturbi che persistono o che possono presentarsi settimane dopo l’eliminazione del virus dall’organismo. Seguendo uno schema ben preciso. Primo: se hai fatto la terza dose, non rischi il long Covid (basta vedere il risalto dato in questi giorni allo studio pubblicato sulla rivista Journal of the american medical association secondo cui con tre dosi di vaccino a mRna si è più protetti indipendentemente dalla variante da cui veniamo colpiti). Secondo: Omicron 5 crea un long Covid ancora più long (non si spiega però su quali dati si basi questo assunto, considerando che l’ultima variante è comparsa non più di due mesi fa). Il terzo step della narrazione è consequenziale ai primi: fatevi tutti la terza dose e pure la quarta, anche con i vaccini vecchi, che hanno dimostrato di non arginare i contagi delle ultime varianti, ma fatevela. E intanto continuate a indossare la mascherina, che non si sa mai. Ieri, ad esempio, l’immunologo ed ex membro del Comitato tecnico scientifico, Sergio Abrignani, in un’intervista a Repubblica ha ammesso che «Omicron è troppo contagiosa per i vaccini attuali», ma poi ha detto che «la quarta dose fa aumentare gli anticorpi in modo rapido», quindi va somministrata subito agli anziani, anche se con i vecchi vaccini e anche se «due mesi è la protezione offerta» dal quarto shot. Quanto al vaccino aggiornato non ancora approvato dall’Ema, e per altro preparato con Omicron 1, «non è l’ideale, ma è meglio dell’attuale» e secondo Abrignani dovremmo farlo tutti. Anche se non sappiamo di quanto dovrebbe aumentare la protezione dei contagi. Si è subito allineato il direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano, Fabrizio Pregliasco, che all’agenzia Adnkronos ha condannato chi dice che è meglio aspettare il vaccino nuovo. Un ragionamento che secondo Pregliasco arriverebbe anche come «suggerimento» da «alcuni medici di famiglia», fautori di questo tipo di «narrazione sbagliata» che finisce per «tirare il freno a mano alle quarte dosi fortemente raccomandate a over 80 e fragili». Il vaccino oggi disponibile «serve eccome», assicura Pregliasco.Al netto dei messaggi rivolti ai no vax, delle narrazioni mediatiche e degli interventi delle varie virostar, pronte a tornare finalmente in tv o sui giornali dopo qualche mese di astinenza provocata dal dibattito sulla guerra in Ucraina, al momento abbiamo poche certezze. Sappiamo che almeno i tre quarti degli anticorpi che vengono prodotti dagli attuali booster sono inutili, nel senso che vanno ad «attaccarsi» a dei pezzi di virus che con Omicron sono cambiati. Con Omicron 5 pare che la percentuale scenda a uno su dieci. Ecco perché i contagi non si fermano. Sappiamo anche che la non gravità del Covid da Omicron deriva dalla risposta dei linfociti T, che agiscono in modo diverso dagli anticorpi. Però attenzione, perché esiste un fenomeno di «esaurimento» dell’immunità a causa della continua esposizione agli antigeni prodotti da ripetute dosi di vaccini uguali. Per ora non sembra una questione centrale per il Covid ma bisogna tenerne conto. Sappiamo che, sul fronte dei nuovi vaccini, il 17 giugno, l’Agenzia europea del farmaco, Ema, ha iniziato la revisione a rotazione per una versione dello Spikevax di Moderna adattata per fornire protezione contro il ceppo originale e contro Omicron. Qualche settimana prima, il responsabile della strategia vaccini dell’Agenzia, Marco Cavaleri, aveva detto che l’obiettivo è dare il via libera ai primi nuovi vaccini in settembre. Sappiamo soprattutto che a oltre due anni dall’inizio della pandemia, l’approccio e le strategie si stanno evolvendo. Il ministero della Salute non può aggrapparsi ai vaccini di oggi, arrivati a fine corsa e il cui «software» va inevitabilmente aggiornato, invece di guardare al futuro prossimo. Si sta finalmente cominciando anche a investire sui trattamenti da integrare con il vaccino (e dunque non sono alternativi ad esso). Le autorità di vigilanza si chiedono se inseguire il virus invece di anticiparlo sia la strategia giusta nell’interesse della salute pubblica. Si tratta di impostare «una discussione più strategica su quali tipi di vaccini potrebbero essere necessari sul lungo termine per gestire adeguatamente il Covid», ha detto a gennaio Emer Cooke, direttore esecutivo dell’Ema. Ciò può significare una spinta verso i vaccini «universali», quelli che colpiscono parti di virus che non mutano rapidamente come la proteina Spike. Spiegare cosa, e come, stia cambiando nella gestione della pandemia dovrebbe essere compito dei singoli Stati. Spiegare, ad esempio, che anche il vaccino antinfluenzale messo in commercio due o tre anni fa è diverso da quello attuale perché i ceppi virali cambiano, ma ciò non significa che allora sia stato inutile, spiegare anche come viene decisa la programmazione degli acquisti dei prossimi vaccini aggiornati, se le forniture dipendono anche dalla quantità delle attuali scorte da smaltire. Altrimenti, sarà solo narrazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-speranza-e-le-virostar-non-cambiano-idea-e-invocano-il-quarto-shot-2657601522.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stessi-contagi-nei-no-vax-e-nei-tridosati-i-dati-certificano-la-caporetto-del-booster" data-post-id="2657601522" data-published-at="1656805372" data-use-pagination="False"> Stessi contagi nei no vax e nei «tridosati». 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Ieri, su Repubblica, Sergio Abrignani, immunologo dell’università di Milano e membro del Xomitato tecnico scientifico (Cts) durante l’emergenza Covid, in un’intervista, ha spiegato che, in autunno, dovremmo rifare tutti il richiamo con il vaccino per Omicron (anche se c’è da smaltire il precedente e difficilmente sarà disponibile l’aggiornato, che è poco specifico per la variante 5). Non è chiaro su quali basi scientifiche si arrivi a queste conclusioni, dato che nei vaccinati, sempre secondo l’Iss, dalla seconda dose, crollano le forme gravi del Covid che continuano a interessare praticamente solo la popolazione più anziana. Basta leggere la tabella 5 del report appena diffuso dall’Iss sull’andamento della pandemia nell’ultimo mese. Nella popolazione generale, dai 12 anni in su, ci si infetta in modo uguale: il tasso di infezione nei non vaccinati è pari a 1,69% mentre in chi ha avuto anche il booster è 1,66%. Nella fascia 40-59, il tasso di diagnosi è perfino più elevato in chi ha avuto la terza dose: 1,8% contro 1,4% dei non vaccinati. Omicron, come è noto, ha una capacità di infettare che è 10-15 volte superiore a quella del ceppo di Wuhan: non a caso, anche le reinfezioni - un nuovo contagio in chi è guarito dal Covid - sono intorno al 9,5%. A cosa potrebbe servire un richiamo per tutti in autunno resta un mistero, soprattutto se si considera che, sui ricoveri e le forme gravi, i vaccini stanno continuando a fare la differenza. Il tasso di ospedalizzazione sulla popolazione over 12 - si legge nel report Iss - per i non vaccinati risulta 3,5 volte più alto rispetto ai vaccinati con booster (57 contro 15 ricoveri per 100.000 abitanti). Anche il tasso di chi finisce in terapia intensiva è quattro volte più elevato rispetto a chi ha avuto il booster (2,4 rispetto a 0,6 ogni 100.000 abitanti). Sul tasso di mortalità, la differenza tra non vaccinati e booster è ancora più evidente: circa sette volte maggiore per chi non ha fatto le tre dosi. Ma anche in questo caso, le forme più gravi sono di poche unità fino ai 59 anni: i numeri iniziano a crescere dopo i 60 anni, con un massimo negli over 80. I dati relativi all’ospedalizzazione, questione centrale per la pressione sul servizio sanitario, devono inoltre essere contestualizzati a questo momento pandemico. Gli infettivologi che sono in corsia da mesi non registrano le polmoniti delle varianti precedenti. Inoltre, su dieci positivi, si stima che otto scoprano di esserlo solo una volta ricoverati per altre problematiche (pazienti con Covid). In Gran Bretagna, dove le istituzioni fanno questa differenza, già a marzo registravano che solo il 33% dei positivi ricoverati erano per Covid. Oggi la percentuale è simile a quella riportata dagli specialisti italiani che sono nei reparti, a contatto con i pazienti. Un’altra precisazione importante riguarda il numero dei positivi su cui si calcola l’ospedalizzazione. Gli stessi esperti dell’Iss, nel report, sottolineano che i dati degli infetti sono sottostimati non solo per l’alta percentuale degli asintomatici (70% degli positivi) ma anche per il numero di test che vengono eseguiti a casa e non vengono registrati per evitare le quarantene. Gli epidemiologi stimano che, attualmente, il numero delle persone con Covid sia almeno il triplo di quello ufficiale. Triplicando i positivi, i numeri dei casi gravi reali diventano ulteriormente più bassi mentre, paradossalmente, potrebbero diventare maggiori i positivi con booster e, tra loro, proprio i 40-59enni, tra i quali ci sono anche gli over 50, che sono stati obbligati alla terza dose. Il tutto avverrebbe senza particolari impatti negli ospedali, anche se si potrebbero trovare comunque in affanno, ma non tanto per il Covid, quanto per il fatto che il poco personale che è sempre più sfinito, dopo due anni e mezzo di pandemia, continua a infettarsi e a dare le dimissioni. Tutte queste osservazioni sembrano non interessare al ministero della Salute, che non esclude la quarta dose per tutti nonostante l’evidenza della bassa efficacia del vaccino aggiornato in arrivo e fatto su Omicron 1. «Il vaccino aggiornato non è l’ideale», ammette Abrignani, «ma è meglio dell’attuale», perché sarebbe efficace al 30-40% contro Omicron 5, rispetto al 10% assicurato dall’attuale. Il numero però è riferito alla quantità di anticorpi che vengono generati e questo, come ammettono le stesse aziende produttrici, non è garanzia della protezione dall’infezione. Si vorrebbe allora capire in base a quali principi scientifici si imporrebbe il vaccino a tutti se, comunque, non si riduce la diffusione del Covid e, in ospedale, si ricoverano anziani, immunodepressi e fragili: la vera popolazione da proteggere.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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