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2022-07-03
La terza dose è un fallimento. Il governo spinge per la quarta
Mentre l’Iss certifica quel che gli italiani sapevano già, ovvero che anche chi ha fatto il booster si può contagiare facilmente senza però (grazie anche al vaccino) sviluppare una forma grave della malattia, è ufficialmente partita la narrazione mediatica per preparare la campagna vaccinale di ottobre, sempre che si riescano ad avere già i farmaci aggiornati per le ultime varianti. Ma per i narratori non c’è problema, se il Covid cambia basta puntare i riflettori sul long Covid (che, peraltro, ha colpito anche i vaccinati), ovvero l’insieme dei disturbi che persistono o che possono presentarsi settimane dopo l’eliminazione del virus dall’organismo. Seguendo uno schema ben preciso. Primo: se hai fatto la terza dose, non rischi il long Covid (basta vedere il risalto dato in questi giorni allo studio pubblicato sulla rivista Journal of the american medical association secondo cui con tre dosi di vaccino a mRna si è più protetti indipendentemente dalla variante da cui veniamo colpiti). Secondo: Omicron 5 crea un long Covid ancora più long (non si spiega però su quali dati si basi questo assunto, considerando che l’ultima variante è comparsa non più di due mesi fa). Il terzo step della narrazione è consequenziale ai primi: fatevi tutti la terza dose e pure la quarta, anche con i vaccini vecchi, che hanno dimostrato di non arginare i contagi delle ultime varianti, ma fatevela. E intanto continuate a indossare la mascherina, che non si sa mai.
Ieri, ad esempio, l’immunologo ed ex membro del Comitato tecnico scientifico, Sergio Abrignani, in un’intervista a Repubblica ha ammesso che «Omicron è troppo contagiosa per i vaccini attuali», ma poi ha detto che «la quarta dose fa aumentare gli anticorpi in modo rapido», quindi va somministrata subito agli anziani, anche se con i vecchi vaccini e anche se «due mesi è la protezione offerta» dal quarto shot. Quanto al vaccino aggiornato non ancora approvato dall’Ema, e per altro preparato con Omicron 1, «non è l’ideale, ma è meglio dell’attuale» e secondo Abrignani dovremmo farlo tutti. Anche se non sappiamo di quanto dovrebbe aumentare la protezione dei contagi. Si è subito allineato il direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano, Fabrizio Pregliasco, che all’agenzia Adnkronos ha condannato chi dice che è meglio aspettare il vaccino nuovo. Un ragionamento che secondo Pregliasco arriverebbe anche come «suggerimento» da «alcuni medici di famiglia», fautori di questo tipo di «narrazione sbagliata» che finisce per «tirare il freno a mano alle quarte dosi fortemente raccomandate a over 80 e fragili». Il vaccino oggi disponibile «serve eccome», assicura Pregliasco.
Al netto dei messaggi rivolti ai no vax, delle narrazioni mediatiche e degli interventi delle varie virostar, pronte a tornare finalmente in tv o sui giornali dopo qualche mese di astinenza provocata dal dibattito sulla guerra in Ucraina, al momento abbiamo poche certezze. Sappiamo che almeno i tre quarti degli anticorpi che vengono prodotti dagli attuali booster sono inutili, nel senso che vanno ad «attaccarsi» a dei pezzi di virus che con Omicron sono cambiati. Con Omicron 5 pare che la percentuale scenda a uno su dieci. Ecco perché i contagi non si fermano. Sappiamo anche che la non gravità del Covid da Omicron deriva dalla risposta dei linfociti T, che agiscono in modo diverso dagli anticorpi. Però attenzione, perché esiste un fenomeno di «esaurimento» dell’immunità a causa della continua esposizione agli antigeni prodotti da ripetute dosi di vaccini uguali. Per ora non sembra una questione centrale per il Covid ma bisogna tenerne conto. Sappiamo che, sul fronte dei nuovi vaccini, il 17 giugno, l’Agenzia europea del farmaco, Ema, ha iniziato la revisione a rotazione per una versione dello Spikevax di Moderna adattata per fornire protezione contro il ceppo originale e contro Omicron. Qualche settimana prima, il responsabile della strategia vaccini dell’Agenzia, Marco Cavaleri, aveva detto che l’obiettivo è dare il via libera ai primi nuovi vaccini in settembre. Sappiamo soprattutto che a oltre due anni dall’inizio della pandemia, l’approccio e le strategie si stanno evolvendo. Il ministero della Salute non può aggrapparsi ai vaccini di oggi, arrivati a fine corsa e il cui «software» va inevitabilmente aggiornato, invece di guardare al futuro prossimo. Si sta finalmente cominciando anche a investire sui trattamenti da integrare con il vaccino (e dunque non sono alternativi ad esso). Le autorità di vigilanza si chiedono se inseguire il virus invece di anticiparlo sia la strategia giusta nell’interesse della salute pubblica.
Si tratta di impostare «una discussione più strategica su quali tipi di vaccini potrebbero essere necessari sul lungo termine per gestire adeguatamente il Covid», ha detto a gennaio Emer Cooke, direttore esecutivo dell’Ema. Ciò può significare una spinta verso i vaccini «universali», quelli che colpiscono parti di virus che non mutano rapidamente come la proteina Spike. Spiegare cosa, e come, stia cambiando nella gestione della pandemia dovrebbe essere compito dei singoli Stati. Spiegare, ad esempio, che anche il vaccino antinfluenzale messo in commercio due o tre anni fa è diverso da quello attuale perché i ceppi virali cambiano, ma ciò non significa che allora sia stato inutile, spiegare anche come viene decisa la programmazione degli acquisti dei prossimi vaccini aggiornati, se le forniture dipendono anche dalla quantità delle attuali scorte da smaltire. Altrimenti, sarà solo narrazione.
Stessi contagi nei no vax e nei «tridosati». I dati certificano la caporetto del booster
La terza dose di vaccino non protegge dall’infezione della variante Omicron del virus Sars-Cov-2. Addirittura, in alcune fasce di popolazione (40-59 anni), il booster ha un tasso di infezione superiore ai non vaccinati, secondo i dati dell’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità (Iss), aggiornato al 28 giugno. Eppure si continua a rilanciare sulla quarta dose per tutti, dopo l’estate. Ieri, su Repubblica, Sergio Abrignani, immunologo dell’università di Milano e membro del Xomitato tecnico scientifico (Cts) durante l’emergenza Covid, in un’intervista, ha spiegato che, in autunno, dovremmo rifare tutti il richiamo con il vaccino per Omicron (anche se c’è da smaltire il precedente e difficilmente sarà disponibile l’aggiornato, che è poco specifico per la variante 5).
Non è chiaro su quali basi scientifiche si arrivi a queste conclusioni, dato che nei vaccinati, sempre secondo l’Iss, dalla seconda dose, crollano le forme gravi del Covid che continuano a interessare praticamente solo la popolazione più anziana.
Basta leggere la tabella 5 del report appena diffuso dall’Iss sull’andamento della pandemia nell’ultimo mese. Nella popolazione generale, dai 12 anni in su, ci si infetta in modo uguale: il tasso di infezione nei non vaccinati è pari a 1,69% mentre in chi ha avuto anche il booster è 1,66%. Nella fascia 40-59, il tasso di diagnosi è perfino più elevato in chi ha avuto la terza dose: 1,8% contro 1,4% dei non vaccinati. Omicron, come è noto, ha una capacità di infettare che è 10-15 volte superiore a quella del ceppo di Wuhan: non a caso, anche le reinfezioni - un nuovo contagio in chi è guarito dal Covid - sono intorno al 9,5%. A cosa potrebbe servire un richiamo per tutti in autunno resta un mistero, soprattutto se si considera che, sui ricoveri e le forme gravi, i vaccini stanno continuando a fare la differenza. Il tasso di ospedalizzazione sulla popolazione over 12 - si legge nel report Iss - per i non vaccinati risulta 3,5 volte più alto rispetto ai vaccinati con booster (57 contro 15 ricoveri per 100.000 abitanti). Anche il tasso di chi finisce in terapia intensiva è quattro volte più elevato rispetto a chi ha avuto il booster (2,4 rispetto a 0,6 ogni 100.000 abitanti). Sul tasso di mortalità, la differenza tra non vaccinati e booster è ancora più evidente: circa sette volte maggiore per chi non ha fatto le tre dosi. Ma anche in questo caso, le forme più gravi sono di poche unità fino ai 59 anni: i numeri iniziano a crescere dopo i 60 anni, con un massimo negli over 80.
I dati relativi all’ospedalizzazione, questione centrale per la pressione sul servizio sanitario, devono inoltre essere contestualizzati a questo momento pandemico. Gli infettivologi che sono in corsia da mesi non registrano le polmoniti delle varianti precedenti. Inoltre, su dieci positivi, si stima che otto scoprano di esserlo solo una volta ricoverati per altre problematiche (pazienti con Covid). In Gran Bretagna, dove le istituzioni fanno questa differenza, già a marzo registravano che solo il 33% dei positivi ricoverati erano per Covid. Oggi la percentuale è simile a quella riportata dagli specialisti italiani che sono nei reparti, a contatto con i pazienti.
Un’altra precisazione importante riguarda il numero dei positivi su cui si calcola l’ospedalizzazione. Gli stessi esperti dell’Iss, nel report, sottolineano che i dati degli infetti sono sottostimati non solo per l’alta percentuale degli asintomatici (70% degli positivi) ma anche per il numero di test che vengono eseguiti a casa e non vengono registrati per evitare le quarantene. Gli epidemiologi stimano che, attualmente, il numero delle persone con Covid sia almeno il triplo di quello ufficiale. Triplicando i positivi, i numeri dei casi gravi reali diventano ulteriormente più bassi mentre, paradossalmente, potrebbero diventare maggiori i positivi con booster e, tra loro, proprio i 40-59enni, tra i quali ci sono anche gli over 50, che sono stati obbligati alla terza dose. Il tutto avverrebbe senza particolari impatti negli ospedali, anche se si potrebbero trovare comunque in affanno, ma non tanto per il Covid, quanto per il fatto che il poco personale che è sempre più sfinito, dopo due anni e mezzo di pandemia, continua a infettarsi e a dare le dimissioni.
Tutte queste osservazioni sembrano non interessare al ministero della Salute, che non esclude la quarta dose per tutti nonostante l’evidenza della bassa efficacia del vaccino aggiornato in arrivo e fatto su Omicron 1. «Il vaccino aggiornato non è l’ideale», ammette Abrignani, «ma è meglio dell’attuale», perché sarebbe efficace al 30-40% contro Omicron 5, rispetto al 10% assicurato dall’attuale. Il numero però è riferito alla quantità di anticorpi che vengono generati e questo, come ammettono le stesse aziende produttrici, non è garanzia della protezione dall’infezione. Si vorrebbe allora capire in base a quali principi scientifici si imporrebbe il vaccino a tutti se, comunque, non si riduce la diffusione del Covid e, in ospedale, si ricoverano anziani, immunodepressi e fragili: la vera popolazione da proteggere.
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I nuovi dati Iss mostrano che la percentuale dei contagi tra i non vaccinati è praticamente identica a quella tra chi ha il booster. Eppure la filastrocca di Roberto Speranza e dei suoi «esperti» non cambia: servono più punture. Per chi lamenta effetti avversi avere i risarcimenti è un’odissea: le storie.Lo speciale comprende due articoli.Mentre l’Iss certifica quel che gli italiani sapevano già, ovvero che anche chi ha fatto il booster si può contagiare facilmente senza però (grazie anche al vaccino) sviluppare una forma grave della malattia, è ufficialmente partita la narrazione mediatica per preparare la campagna vaccinale di ottobre, sempre che si riescano ad avere già i farmaci aggiornati per le ultime varianti. Ma per i narratori non c’è problema, se il Covid cambia basta puntare i riflettori sul long Covid (che, peraltro, ha colpito anche i vaccinati), ovvero l’insieme dei disturbi che persistono o che possono presentarsi settimane dopo l’eliminazione del virus dall’organismo. Seguendo uno schema ben preciso. Primo: se hai fatto la terza dose, non rischi il long Covid (basta vedere il risalto dato in questi giorni allo studio pubblicato sulla rivista Journal of the american medical association secondo cui con tre dosi di vaccino a mRna si è più protetti indipendentemente dalla variante da cui veniamo colpiti). Secondo: Omicron 5 crea un long Covid ancora più long (non si spiega però su quali dati si basi questo assunto, considerando che l’ultima variante è comparsa non più di due mesi fa). Il terzo step della narrazione è consequenziale ai primi: fatevi tutti la terza dose e pure la quarta, anche con i vaccini vecchi, che hanno dimostrato di non arginare i contagi delle ultime varianti, ma fatevela. E intanto continuate a indossare la mascherina, che non si sa mai. Ieri, ad esempio, l’immunologo ed ex membro del Comitato tecnico scientifico, Sergio Abrignani, in un’intervista a Repubblica ha ammesso che «Omicron è troppo contagiosa per i vaccini attuali», ma poi ha detto che «la quarta dose fa aumentare gli anticorpi in modo rapido», quindi va somministrata subito agli anziani, anche se con i vecchi vaccini e anche se «due mesi è la protezione offerta» dal quarto shot. Quanto al vaccino aggiornato non ancora approvato dall’Ema, e per altro preparato con Omicron 1, «non è l’ideale, ma è meglio dell’attuale» e secondo Abrignani dovremmo farlo tutti. Anche se non sappiamo di quanto dovrebbe aumentare la protezione dei contagi. Si è subito allineato il direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano, Fabrizio Pregliasco, che all’agenzia Adnkronos ha condannato chi dice che è meglio aspettare il vaccino nuovo. Un ragionamento che secondo Pregliasco arriverebbe anche come «suggerimento» da «alcuni medici di famiglia», fautori di questo tipo di «narrazione sbagliata» che finisce per «tirare il freno a mano alle quarte dosi fortemente raccomandate a over 80 e fragili». Il vaccino oggi disponibile «serve eccome», assicura Pregliasco.Al netto dei messaggi rivolti ai no vax, delle narrazioni mediatiche e degli interventi delle varie virostar, pronte a tornare finalmente in tv o sui giornali dopo qualche mese di astinenza provocata dal dibattito sulla guerra in Ucraina, al momento abbiamo poche certezze. Sappiamo che almeno i tre quarti degli anticorpi che vengono prodotti dagli attuali booster sono inutili, nel senso che vanno ad «attaccarsi» a dei pezzi di virus che con Omicron sono cambiati. Con Omicron 5 pare che la percentuale scenda a uno su dieci. Ecco perché i contagi non si fermano. Sappiamo anche che la non gravità del Covid da Omicron deriva dalla risposta dei linfociti T, che agiscono in modo diverso dagli anticorpi. Però attenzione, perché esiste un fenomeno di «esaurimento» dell’immunità a causa della continua esposizione agli antigeni prodotti da ripetute dosi di vaccini uguali. Per ora non sembra una questione centrale per il Covid ma bisogna tenerne conto. Sappiamo che, sul fronte dei nuovi vaccini, il 17 giugno, l’Agenzia europea del farmaco, Ema, ha iniziato la revisione a rotazione per una versione dello Spikevax di Moderna adattata per fornire protezione contro il ceppo originale e contro Omicron. Qualche settimana prima, il responsabile della strategia vaccini dell’Agenzia, Marco Cavaleri, aveva detto che l’obiettivo è dare il via libera ai primi nuovi vaccini in settembre. Sappiamo soprattutto che a oltre due anni dall’inizio della pandemia, l’approccio e le strategie si stanno evolvendo. Il ministero della Salute non può aggrapparsi ai vaccini di oggi, arrivati a fine corsa e il cui «software» va inevitabilmente aggiornato, invece di guardare al futuro prossimo. Si sta finalmente cominciando anche a investire sui trattamenti da integrare con il vaccino (e dunque non sono alternativi ad esso). Le autorità di vigilanza si chiedono se inseguire il virus invece di anticiparlo sia la strategia giusta nell’interesse della salute pubblica. Si tratta di impostare «una discussione più strategica su quali tipi di vaccini potrebbero essere necessari sul lungo termine per gestire adeguatamente il Covid», ha detto a gennaio Emer Cooke, direttore esecutivo dell’Ema. Ciò può significare una spinta verso i vaccini «universali», quelli che colpiscono parti di virus che non mutano rapidamente come la proteina Spike. Spiegare cosa, e come, stia cambiando nella gestione della pandemia dovrebbe essere compito dei singoli Stati. Spiegare, ad esempio, che anche il vaccino antinfluenzale messo in commercio due o tre anni fa è diverso da quello attuale perché i ceppi virali cambiano, ma ciò non significa che allora sia stato inutile, spiegare anche come viene decisa la programmazione degli acquisti dei prossimi vaccini aggiornati, se le forniture dipendono anche dalla quantità delle attuali scorte da smaltire. Altrimenti, sarà solo narrazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-speranza-e-le-virostar-non-cambiano-idea-e-invocano-il-quarto-shot-2657601522.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stessi-contagi-nei-no-vax-e-nei-tridosati-i-dati-certificano-la-caporetto-del-booster" data-post-id="2657601522" data-published-at="1656805372" data-use-pagination="False"> Stessi contagi nei no vax e nei «tridosati». 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Ieri, su Repubblica, Sergio Abrignani, immunologo dell’università di Milano e membro del Xomitato tecnico scientifico (Cts) durante l’emergenza Covid, in un’intervista, ha spiegato che, in autunno, dovremmo rifare tutti il richiamo con il vaccino per Omicron (anche se c’è da smaltire il precedente e difficilmente sarà disponibile l’aggiornato, che è poco specifico per la variante 5). Non è chiaro su quali basi scientifiche si arrivi a queste conclusioni, dato che nei vaccinati, sempre secondo l’Iss, dalla seconda dose, crollano le forme gravi del Covid che continuano a interessare praticamente solo la popolazione più anziana. Basta leggere la tabella 5 del report appena diffuso dall’Iss sull’andamento della pandemia nell’ultimo mese. Nella popolazione generale, dai 12 anni in su, ci si infetta in modo uguale: il tasso di infezione nei non vaccinati è pari a 1,69% mentre in chi ha avuto anche il booster è 1,66%. Nella fascia 40-59, il tasso di diagnosi è perfino più elevato in chi ha avuto la terza dose: 1,8% contro 1,4% dei non vaccinati. Omicron, come è noto, ha una capacità di infettare che è 10-15 volte superiore a quella del ceppo di Wuhan: non a caso, anche le reinfezioni - un nuovo contagio in chi è guarito dal Covid - sono intorno al 9,5%. A cosa potrebbe servire un richiamo per tutti in autunno resta un mistero, soprattutto se si considera che, sui ricoveri e le forme gravi, i vaccini stanno continuando a fare la differenza. Il tasso di ospedalizzazione sulla popolazione over 12 - si legge nel report Iss - per i non vaccinati risulta 3,5 volte più alto rispetto ai vaccinati con booster (57 contro 15 ricoveri per 100.000 abitanti). Anche il tasso di chi finisce in terapia intensiva è quattro volte più elevato rispetto a chi ha avuto il booster (2,4 rispetto a 0,6 ogni 100.000 abitanti). Sul tasso di mortalità, la differenza tra non vaccinati e booster è ancora più evidente: circa sette volte maggiore per chi non ha fatto le tre dosi. Ma anche in questo caso, le forme più gravi sono di poche unità fino ai 59 anni: i numeri iniziano a crescere dopo i 60 anni, con un massimo negli over 80. I dati relativi all’ospedalizzazione, questione centrale per la pressione sul servizio sanitario, devono inoltre essere contestualizzati a questo momento pandemico. Gli infettivologi che sono in corsia da mesi non registrano le polmoniti delle varianti precedenti. Inoltre, su dieci positivi, si stima che otto scoprano di esserlo solo una volta ricoverati per altre problematiche (pazienti con Covid). In Gran Bretagna, dove le istituzioni fanno questa differenza, già a marzo registravano che solo il 33% dei positivi ricoverati erano per Covid. Oggi la percentuale è simile a quella riportata dagli specialisti italiani che sono nei reparti, a contatto con i pazienti. Un’altra precisazione importante riguarda il numero dei positivi su cui si calcola l’ospedalizzazione. Gli stessi esperti dell’Iss, nel report, sottolineano che i dati degli infetti sono sottostimati non solo per l’alta percentuale degli asintomatici (70% degli positivi) ma anche per il numero di test che vengono eseguiti a casa e non vengono registrati per evitare le quarantene. Gli epidemiologi stimano che, attualmente, il numero delle persone con Covid sia almeno il triplo di quello ufficiale. Triplicando i positivi, i numeri dei casi gravi reali diventano ulteriormente più bassi mentre, paradossalmente, potrebbero diventare maggiori i positivi con booster e, tra loro, proprio i 40-59enni, tra i quali ci sono anche gli over 50, che sono stati obbligati alla terza dose. Il tutto avverrebbe senza particolari impatti negli ospedali, anche se si potrebbero trovare comunque in affanno, ma non tanto per il Covid, quanto per il fatto che il poco personale che è sempre più sfinito, dopo due anni e mezzo di pandemia, continua a infettarsi e a dare le dimissioni. Tutte queste osservazioni sembrano non interessare al ministero della Salute, che non esclude la quarta dose per tutti nonostante l’evidenza della bassa efficacia del vaccino aggiornato in arrivo e fatto su Omicron 1. «Il vaccino aggiornato non è l’ideale», ammette Abrignani, «ma è meglio dell’attuale», perché sarebbe efficace al 30-40% contro Omicron 5, rispetto al 10% assicurato dall’attuale. Il numero però è riferito alla quantità di anticorpi che vengono generati e questo, come ammettono le stesse aziende produttrici, non è garanzia della protezione dall’infezione. Si vorrebbe allora capire in base a quali principi scientifici si imporrebbe il vaccino a tutti se, comunque, non si riduce la diffusione del Covid e, in ospedale, si ricoverano anziani, immunodepressi e fragili: la vera popolazione da proteggere.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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