
«Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità sono di avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Poche idee e ben confuse, verrebbe da dire. Il guaio è che queste idee - sempre le stesse e confusamente pessime - costituiscono la bussola economico/finanziaria della Commissione europea, tant’è che da giorni Bruxelles manda i soliti «avvisi di navigazione».
Giusto l’altro giorno il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen si era così espresso rispondendo al Financial Times a proposito del 3%: «Si tratta di uno sforzo coordinato della Commissione. Ciò che accade in un settore dell’economia, qual è l’energia, può avere ripercussioni su tutta la società. Per questo stiamo fornendo consulenza tecnica e un supporto ai Paesi per definire gli strumenti di politica economica che intendono utilizzare... all’interno dello spazio fiscale disponibile».
Come a dire: nessuna tentazione di derogare. Ieri invece, direttamente in audizione, è stato il «ministro» dell’Economia, il lettone Valdis Dombrovskis, a sbattere la porta in faccia ai governi realisti, il nostro in testa: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità sono di avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire: siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange. Un ragionamento politico assurdo ma assolutamente conforme con il pensiero dominante della Ue.
Che cosa significa che bisogna essere in grave recessione economica per derogare al Psc, cioè al «Patto di stabilità e crescita»? Se nella dicitura è prevista anche la crescita oltre alla stabilità, come si fa a crescere quando per innescare il meccanismo derogatorio ti chiedono di essere - è proprio il caso di dirlo - alla canna del gas? Davvero è tutto molto assurdo. E bene ha fatto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a richiamare l’Europa sui rischi di tenuta sociale e quindi sull’importanza di andare in deficit.
Ma se queste sono le risposte che danno a Bruxelles, forse la Meloni dovrà ricordare che le prime due forze di maggioranza non sono euro-fanatiche. E che pure alle recenti Europee gli italiani non avevano premiato Bruxelles. Allora sarebbe utile ricordare alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che Fratelli d’Italia si era astenuta e la Lega si era addirittura opposta al suo bis. L’ex ministro della Difesa della Germania continua a vivacchiare tra dogmi (Patto di stabilità, appunto) e figuracce internazionali (il primo sì ai dazi di Trump dato in un resort in Scozia). «Ovviamente continuiamo a monitorare la situazione», ha aggiunto il lettone Dombrovskis dopo aver negato la clausola di salvaguardia e la sospensione del Patto di stabilità. «Com’è umano lei…», per dirla con Fantozzi. Perché a questo punto siamo, alla tragicommedia del ragioner Ugo: l’Italia con altri Paesi chiede di sforare il 3% per non peggiorare le crisi dovute alle guerre e il «ministro» europeo dell’Economia e delle Finanze ci risponde che siccome non siamo in grave recessione economica, di deficit non se ne parla. Ma monitorano. Assurdo!
Se Dombrovskis e Jorgensen ci indicano la rotta europea per affrontare anche questa crisi e bloccano la crescita impedendo il deficit di spesa, tocca al governo italiano azionare la leva e poi ingaggiare il confronto con l’Europa perché - lo ribadisco - se ai governanti europei non interessa il benessere del popolo, lo stesso non vale per chi al popolo chiede il voto per governare. I nodi che avevamo indicato alla vigilia della conferma della Von der Leyen stanno arrivando tutti al pettine, e ora tocca a questo governo strattonare la Commissione: dall’energia al potere d’acquisto per le famiglie passando dalla tenuta del tessuto imprenditoriale, non possiamo permetterci di arrivare allo scenario che la Ue vede come condizione per congelare le regole, ossia la grave recessione economica. Il compito dei governi è evitare le recessioni.
Ieri, in Aula, Giorgia Meloni ha fatto bene a insistere su questo punto. Ma quel punto ora va tenuto: il Mef se la sente di andare fino in fondo? La scorsa manovra è stata un compitino assai rispettoso delle ragioni contabili della Ue; ci avevano detto che era necessario per rientrare dalla procedura di infrazione e quindi poter allargare i cordoni della borsa successivamente. Non eravamo d’accordo, sia perché rientrare anticipatamente dalla procedura di infrazione fa felici solo i mercati (ricordo le osservazioni critiche di Confindustria), sia perché con l’aria che tira era una scommessa ad alto rischio sottovalutare gli imprevisti. Infatti dopo la guerra in Ucraina, abbiamo quest’altra in Iran: tutti scenari dove la rigorosa Unione europea non tocca palla. Ne vale la pena?






