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2019-04-11
L’utero in affitto da noi è fuorilegge però la Corte europea ce lo impone
Ansa
Come l'Italia si deve comportare con i bambini nati con maternità surrogata? Lo decide la Corte europea per i diritti dell'uomo. In Italia la surrogazione di maternità, più comunemente detta utero in affitto, è una pratica medica vietata? Non importano le leggi nazionali, la Corte decide per tutti. E lo fa per sentenza.
Quindi i giudici di Strasburgo hanno sancito che il diritto del bambino ad avere entrambi i genitori è più importante del divieto della maternità surrogata. Sta poi ai singoli Paesi decidere come procedere per adeguarsi: se con la trascrizione o l'adozione. Su questo riconoscono libertà.
Nello specifico il verdetto continentale recita così: un bebè che nasce all'estero con la maternità surrogata, in un Paese in cui la «gestazione per altri» è legale, deve essere riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica non è consentita, o con la trascrizione immediata all'anagrafe oppure con un'adozione piena che riconosca tutti i diritti-doveri anche alla madre non biologica, oppure al secondo padre.
Quindi il bambino nato all'estero con la surrogata deve essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori. La motivazione? Perché il rispetto del diritto del minore viene prima della salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata.
Alla Corte, che è bene precisare non è organismo della Ue, aderiscono i 47 Paesi del Consiglio d'Europa, e di conseguenza il suo parere orientativo vale per tutti questi stati, Italia compresa.
E cosa dovrebbero fare le varie nazioni? Lo spiega al Corriere.it Alexander Schuster, avvocato di Trento che assiste coppie in questa situazione: «I singoli Paesi europei devono prevedere la possibilità di dare lo status di genitore della madre intenzionale e per estensione del secondo papà nelle coppie gay», commenta il legale, «come previsto dal certificato di nascita del Paese straniero in cui quel bimbo è venuto al mondo».
Le vie per «obbedire» agli ordini di Strasburgo sono due, ogni nazione può scegliere quale imboccare: la trascrizione immediata all'anagrafe oppure l'adozione, che però deve essere «a pieno titolo» e «veloce». Non vale quindi la «stepchild adoption» come è oggi formulata in Italia, che è limitata. L'adozione, precisa infatti la Corte, deve consentire di «prendere rapidamente una decisione, in modo che il minore non sia trattenuto in una situazione di incertezza giuridica».
La prima reazione alla decisione europea arriva dagli organizzatori del Congresso delle famiglie di Verona, Jacopo Coghe e Toni Brandi: «Riconoscere la madre intenzionale come madre legale nei certificati di nascita di altri Paesi è un'entrata a gamba tesa. Ci batteremo per impedire la sua assimilazione giuridica seppure non vincolante. Se gli stati potranno utilizzare la procedura dell'adozione significa che Strasburgo», attaccano Coghe e Brandi, «giustificherà d'ora in poi la violenza contro le donne e la commercializzazione di bambini e incentiverà molte coppie a continuare a sfruttare all'estero gli uteri». Secondo i due esponenti di Provita e Famiglia, infatti, da poco in Italia è passata una mozione che definisce questa pratica una «forma di violenza»: «La mozione impegna il Paese a compiere il necessario per fermare questa vergognosa forma di schiavitù spacciata per amore», spiegano, «l'Europa dei tecnocrati non cambierà il concetto di dignità guadagnato nei secoli in difesa dei deboli e degli sfruttati e non si può accettare di far nascere intenzionalmente orfani di madri biologiche». C'è però da aggiungere che in Italia diverse sentenze hanno portato al riconoscimento dei bimbi nati con la surrogata da coppie eterosessuali sulla base del «superiore interesse del bambino». Quindi con le stesse motivazioni avanzate dalla Corte europea. Per le coppie omosessuali si attende, invece, a breve un pronunciamento della Cassazione.
I giudici di Strasburgo sono arrivati a questo verdetto rispondendo alla richiesta della Cassazione francese sul caso di una coppia eterosessuale, Sylvie e Dominique Mennesson: i loro gemelli sono nati in California attraverso la gestazione per altri. Il padre ha dato il suo seme e una donatrice l'ovulo, mentre la gravidanza è stata portata avanti da una terza donna.
I figli quindi non hanno legami biologici con la loro madre legale, Sylvie, che però negli Stati Uniti è riconosciuta madre a tutti gli effetti. Le autorità di Parigi avevano negato all'inizio il riconoscimento di entrambi i genitori. Poi, dopo una prima condanna da parte della Corte europea, li avevano registrati come figli solo del padre. Quindi di fronte alla richiesta di riconoscere anche Sylvie la Cassazione francese nell'ottobre 2018 ha chiesto lumi alla Corte di Strasburgo.
Il farmaco gender arriva in Senato: «In Italia 10 prescrizioni all’anno»
Il dibattito sul farmaco gender sbarca in Senato, dove in commissione Sanità è stata aperta un'indagine su iniziativa del senatore di Fratelli d'Italia Franco Zaffini. «Si tratta di un affare assegnato, che porterà cioè a una risoluzione obbligatoria in aula», visto che poco più di un mese fa la triptorelina - medicina antitumorale usata anche per sospendere la pubertà nei casi di disforia di genere - è diventata un farmaco a totale carico del Servizio sanitario nazionale. «Faremo un totale di 14 audizioni, ma si andrà avanti speditamente», ha spiegato alla Verità il presidente di commissione Pierpaolo Sileri (M5s). «Domani (oggi, ndr) sentiremo i presidenti di tre società di pediatria ed endocrinologia». Ieri invece è stata la volta dell'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e di un rappresentante del Comitato nazionale per la bioetica, il professor Lucio Romano, che ha sottoposto al consesso uno studio secondo cui i rischi possibili legati a un intervento precoce sono minori rispetto ai rischi derivati da un mancato intervento, quali psicopatologia, drop-out scolastico, isolamento sociale e addirittura suicidio. Secondo le tabelle di Cnb, tra i criteri di inclusione nella terapia c'è la diagnosi di disforia confermata da una equipe multidisciplinare specialistica (neuropsichiatra dell'infanzia e dell'adolescenza, endocrinologia pediatrica, psicologia dell'età evolutiva e bioetica), la mancata efficacia dell'assistenza psicologica, psicoterapeutica o psichiatrica e il consenso informato dell'adolescente e dei genitori. Tra i criteri di esclusione, l'esistenza di patologie di disfunzione ormonale non trattata e/o non stabilizzata o di psicopatologie associate interferenti con l'iter diagnostico o terapeutico. Per quanto riguarda le fasi diagnostiche della disforia di genere, la prima fase, che va dai 4 ai 12 anni di età, non prevede alcun intervento medico, ma l'ausilio di un esperto in salute mentale. Nella seconda fase diagnostica (tra i 12 e i 18 anni) ci sarà invece la soppressione della pubertà con il «farmaco gender», che, secondo i dati presentati da Romano è totalmente reversibile. L'irreversibilità si avrà solo con l'intervento chirurgico di affermazione di genere (dopo i 18 anni), preceduto dalla terapia ormonale che è parzialmente reversibile (Tra i 15/16 anni e i 18). Arrivando alla casistica, in Italia dal 2005 all'aprile 2018 i casi diagnosticati di disforia di genere sono stati 251, circa 19 all'anno, ma su 208 adolescenti presi in carico, solo 4 soddisfacevano i criteri per la terapia con i farmaci bloccanti (1.9%), «opzione terapeutica solo in casi accuratamente selezionati», dice il documento presentato da Romano. Tra i potenziali rischi dell'uso di triptorelina per la disforia, il Cnb segnala le conseguenze del blocco dello sviluppo sessuale in rapporto allo sviluppo emotivo cognitivo, ma anche quelli relativi alla condizione di particolare vulnerabilità (depressione, ansia, istinti suicidari) dell'adolescente che presta il suo consenso alla terapia, nonché gli effetti collaterali a lungo termine. «Su questo farmaco non c'è letteratura e non c'è sperimentazione medica adeguata», è l'affondo di Zaffini. Passando a quanto detto dall'Aifa, è stato specificato che il farmaco è stato reso disponibile «ai pochi pazienti selezionati con criteri di inclusione stringenti, secondo un percorso diagnostico e terapeutico in linea con le migliori evidenze scientifiche e linee guida internazionali». Fonti parlamentari parlano di circa 10 casi all'anno, secondo questi parametri. L'uso della triptorelina, sempre secondo Aifa, va considerata «come ultima risorsa possibile nei casi in cui il rapporto beneficio-rischio sia effettivamente stato accertato come favorevole», con la cautela di definire la «durata del piano terapeutico». Vediamo infine qualche numero: la disforia in Italia si attesta intorno allo 0,002-0,005% della popolazione e considerando che la popolazione residente di ragazzi tra i 10 e i 14 anni è di circa 2,8 milioni, la presenza di quelli col disturbo è di circa 90.
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La maternità surrogata è una pratica proibita dallo Stato italiano, ma Strasburgo ha stabilito che i bimbi nati all'estero con quella tecnica, anche da coppie omosessuali, dovranno essere registrati in anagrafe.Fdi porta la questione in commissione Sanità: previste 14 audizioni. L'Aifa minimizza e promette «criteri stringenti», oggi tocca a pediatri ed endocrinologi. Finora diagnosticati 251 casi nel Paese.Lo speciale contiene due articoli. Come l'Italia si deve comportare con i bambini nati con maternità surrogata? Lo decide la Corte europea per i diritti dell'uomo. In Italia la surrogazione di maternità, più comunemente detta utero in affitto, è una pratica medica vietata? Non importano le leggi nazionali, la Corte decide per tutti. E lo fa per sentenza.Quindi i giudici di Strasburgo hanno sancito che il diritto del bambino ad avere entrambi i genitori è più importante del divieto della maternità surrogata. Sta poi ai singoli Paesi decidere come procedere per adeguarsi: se con la trascrizione o l'adozione. Su questo riconoscono libertà.Nello specifico il verdetto continentale recita così: un bebè che nasce all'estero con la maternità surrogata, in un Paese in cui la «gestazione per altri» è legale, deve essere riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica non è consentita, o con la trascrizione immediata all'anagrafe oppure con un'adozione piena che riconosca tutti i diritti-doveri anche alla madre non biologica, oppure al secondo padre.Quindi il bambino nato all'estero con la surrogata deve essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori. La motivazione? Perché il rispetto del diritto del minore viene prima della salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata. Alla Corte, che è bene precisare non è organismo della Ue, aderiscono i 47 Paesi del Consiglio d'Europa, e di conseguenza il suo parere orientativo vale per tutti questi stati, Italia compresa.E cosa dovrebbero fare le varie nazioni? Lo spiega al Corriere.it Alexander Schuster, avvocato di Trento che assiste coppie in questa situazione: «I singoli Paesi europei devono prevedere la possibilità di dare lo status di genitore della madre intenzionale e per estensione del secondo papà nelle coppie gay», commenta il legale, «come previsto dal certificato di nascita del Paese straniero in cui quel bimbo è venuto al mondo». Le vie per «obbedire» agli ordini di Strasburgo sono due, ogni nazione può scegliere quale imboccare: la trascrizione immediata all'anagrafe oppure l'adozione, che però deve essere «a pieno titolo» e «veloce». Non vale quindi la «stepchild adoption» come è oggi formulata in Italia, che è limitata. L'adozione, precisa infatti la Corte, deve consentire di «prendere rapidamente una decisione, in modo che il minore non sia trattenuto in una situazione di incertezza giuridica».La prima reazione alla decisione europea arriva dagli organizzatori del Congresso delle famiglie di Verona, Jacopo Coghe e Toni Brandi: «Riconoscere la madre intenzionale come madre legale nei certificati di nascita di altri Paesi è un'entrata a gamba tesa. Ci batteremo per impedire la sua assimilazione giuridica seppure non vincolante. Se gli stati potranno utilizzare la procedura dell'adozione significa che Strasburgo», attaccano Coghe e Brandi, «giustificherà d'ora in poi la violenza contro le donne e la commercializzazione di bambini e incentiverà molte coppie a continuare a sfruttare all'estero gli uteri». Secondo i due esponenti di Provita e Famiglia, infatti, da poco in Italia è passata una mozione che definisce questa pratica una «forma di violenza»: «La mozione impegna il Paese a compiere il necessario per fermare questa vergognosa forma di schiavitù spacciata per amore», spiegano, «l'Europa dei tecnocrati non cambierà il concetto di dignità guadagnato nei secoli in difesa dei deboli e degli sfruttati e non si può accettare di far nascere intenzionalmente orfani di madri biologiche». C'è però da aggiungere che in Italia diverse sentenze hanno portato al riconoscimento dei bimbi nati con la surrogata da coppie eterosessuali sulla base del «superiore interesse del bambino». Quindi con le stesse motivazioni avanzate dalla Corte europea. Per le coppie omosessuali si attende, invece, a breve un pronunciamento della Cassazione.I giudici di Strasburgo sono arrivati a questo verdetto rispondendo alla richiesta della Cassazione francese sul caso di una coppia eterosessuale, Sylvie e Dominique Mennesson: i loro gemelli sono nati in California attraverso la gestazione per altri. Il padre ha dato il suo seme e una donatrice l'ovulo, mentre la gravidanza è stata portata avanti da una terza donna. I figli quindi non hanno legami biologici con la loro madre legale, Sylvie, che però negli Stati Uniti è riconosciuta madre a tutti gli effetti. Le autorità di Parigi avevano negato all'inizio il riconoscimento di entrambi i genitori. Poi, dopo una prima condanna da parte della Corte europea, li avevano registrati come figli solo del padre. 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Ieri invece è stata la volta dell'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e di un rappresentante del Comitato nazionale per la bioetica, il professor Lucio Romano, che ha sottoposto al consesso uno studio secondo cui i rischi possibili legati a un intervento precoce sono minori rispetto ai rischi derivati da un mancato intervento, quali psicopatologia, drop-out scolastico, isolamento sociale e addirittura suicidio. Secondo le tabelle di Cnb, tra i criteri di inclusione nella terapia c'è la diagnosi di disforia confermata da una equipe multidisciplinare specialistica (neuropsichiatra dell'infanzia e dell'adolescenza, endocrinologia pediatrica, psicologia dell'età evolutiva e bioetica), la mancata efficacia dell'assistenza psicologica, psicoterapeutica o psichiatrica e il consenso informato dell'adolescente e dei genitori. Tra i criteri di esclusione, l'esistenza di patologie di disfunzione ormonale non trattata e/o non stabilizzata o di psicopatologie associate interferenti con l'iter diagnostico o terapeutico. Per quanto riguarda le fasi diagnostiche della disforia di genere, la prima fase, che va dai 4 ai 12 anni di età, non prevede alcun intervento medico, ma l'ausilio di un esperto in salute mentale. Nella seconda fase diagnostica (tra i 12 e i 18 anni) ci sarà invece la soppressione della pubertà con il «farmaco gender», che, secondo i dati presentati da Romano è totalmente reversibile. L'irreversibilità si avrà solo con l'intervento chirurgico di affermazione di genere (dopo i 18 anni), preceduto dalla terapia ormonale che è parzialmente reversibile (Tra i 15/16 anni e i 18). Arrivando alla casistica, in Italia dal 2005 all'aprile 2018 i casi diagnosticati di disforia di genere sono stati 251, circa 19 all'anno, ma su 208 adolescenti presi in carico, solo 4 soddisfacevano i criteri per la terapia con i farmaci bloccanti (1.9%), «opzione terapeutica solo in casi accuratamente selezionati», dice il documento presentato da Romano. Tra i potenziali rischi dell'uso di triptorelina per la disforia, il Cnb segnala le conseguenze del blocco dello sviluppo sessuale in rapporto allo sviluppo emotivo cognitivo, ma anche quelli relativi alla condizione di particolare vulnerabilità (depressione, ansia, istinti suicidari) dell'adolescente che presta il suo consenso alla terapia, nonché gli effetti collaterali a lungo termine. «Su questo farmaco non c'è letteratura e non c'è sperimentazione medica adeguata», è l'affondo di Zaffini. Passando a quanto detto dall'Aifa, è stato specificato che il farmaco è stato reso disponibile «ai pochi pazienti selezionati con criteri di inclusione stringenti, secondo un percorso diagnostico e terapeutico in linea con le migliori evidenze scientifiche e linee guida internazionali». Fonti parlamentari parlano di circa 10 casi all'anno, secondo questi parametri. L'uso della triptorelina, sempre secondo Aifa, va considerata «come ultima risorsa possibile nei casi in cui il rapporto beneficio-rischio sia effettivamente stato accertato come favorevole», con la cautela di definire la «durata del piano terapeutico». Vediamo infine qualche numero: la disforia in Italia si attesta intorno allo 0,002-0,005% della popolazione e considerando che la popolazione residente di ragazzi tra i 10 e i 14 anni è di circa 2,8 milioni, la presenza di quelli col disturbo è di circa 90.
Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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L’andamento del turismo italiano in questa prima parte del 2026 è positivo e incoraggiante.
Nel primo trimestre, secondo la fonte amministrativa Alloggiati Web, gli arrivi turistici risultano in aumento del 5,5%, mentre le presenze registrano un incremento del 6,8%. I dati emergono dalle rilevazioni dell’ufficio di statistica del Ministero del Turismo.