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2019-04-11
L’utero in affitto da noi è fuorilegge però la Corte europea ce lo impone
Ansa
Come l'Italia si deve comportare con i bambini nati con maternità surrogata? Lo decide la Corte europea per i diritti dell'uomo. In Italia la surrogazione di maternità, più comunemente detta utero in affitto, è una pratica medica vietata? Non importano le leggi nazionali, la Corte decide per tutti. E lo fa per sentenza.
Quindi i giudici di Strasburgo hanno sancito che il diritto del bambino ad avere entrambi i genitori è più importante del divieto della maternità surrogata. Sta poi ai singoli Paesi decidere come procedere per adeguarsi: se con la trascrizione o l'adozione. Su questo riconoscono libertà.
Nello specifico il verdetto continentale recita così: un bebè che nasce all'estero con la maternità surrogata, in un Paese in cui la «gestazione per altri» è legale, deve essere riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica non è consentita, o con la trascrizione immediata all'anagrafe oppure con un'adozione piena che riconosca tutti i diritti-doveri anche alla madre non biologica, oppure al secondo padre.
Quindi il bambino nato all'estero con la surrogata deve essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori. La motivazione? Perché il rispetto del diritto del minore viene prima della salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata.
Alla Corte, che è bene precisare non è organismo della Ue, aderiscono i 47 Paesi del Consiglio d'Europa, e di conseguenza il suo parere orientativo vale per tutti questi stati, Italia compresa.
E cosa dovrebbero fare le varie nazioni? Lo spiega al Corriere.it Alexander Schuster, avvocato di Trento che assiste coppie in questa situazione: «I singoli Paesi europei devono prevedere la possibilità di dare lo status di genitore della madre intenzionale e per estensione del secondo papà nelle coppie gay», commenta il legale, «come previsto dal certificato di nascita del Paese straniero in cui quel bimbo è venuto al mondo».
Le vie per «obbedire» agli ordini di Strasburgo sono due, ogni nazione può scegliere quale imboccare: la trascrizione immediata all'anagrafe oppure l'adozione, che però deve essere «a pieno titolo» e «veloce». Non vale quindi la «stepchild adoption» come è oggi formulata in Italia, che è limitata. L'adozione, precisa infatti la Corte, deve consentire di «prendere rapidamente una decisione, in modo che il minore non sia trattenuto in una situazione di incertezza giuridica».
La prima reazione alla decisione europea arriva dagli organizzatori del Congresso delle famiglie di Verona, Jacopo Coghe e Toni Brandi: «Riconoscere la madre intenzionale come madre legale nei certificati di nascita di altri Paesi è un'entrata a gamba tesa. Ci batteremo per impedire la sua assimilazione giuridica seppure non vincolante. Se gli stati potranno utilizzare la procedura dell'adozione significa che Strasburgo», attaccano Coghe e Brandi, «giustificherà d'ora in poi la violenza contro le donne e la commercializzazione di bambini e incentiverà molte coppie a continuare a sfruttare all'estero gli uteri». Secondo i due esponenti di Provita e Famiglia, infatti, da poco in Italia è passata una mozione che definisce questa pratica una «forma di violenza»: «La mozione impegna il Paese a compiere il necessario per fermare questa vergognosa forma di schiavitù spacciata per amore», spiegano, «l'Europa dei tecnocrati non cambierà il concetto di dignità guadagnato nei secoli in difesa dei deboli e degli sfruttati e non si può accettare di far nascere intenzionalmente orfani di madri biologiche». C'è però da aggiungere che in Italia diverse sentenze hanno portato al riconoscimento dei bimbi nati con la surrogata da coppie eterosessuali sulla base del «superiore interesse del bambino». Quindi con le stesse motivazioni avanzate dalla Corte europea. Per le coppie omosessuali si attende, invece, a breve un pronunciamento della Cassazione.
I giudici di Strasburgo sono arrivati a questo verdetto rispondendo alla richiesta della Cassazione francese sul caso di una coppia eterosessuale, Sylvie e Dominique Mennesson: i loro gemelli sono nati in California attraverso la gestazione per altri. Il padre ha dato il suo seme e una donatrice l'ovulo, mentre la gravidanza è stata portata avanti da una terza donna.
I figli quindi non hanno legami biologici con la loro madre legale, Sylvie, che però negli Stati Uniti è riconosciuta madre a tutti gli effetti. Le autorità di Parigi avevano negato all'inizio il riconoscimento di entrambi i genitori. Poi, dopo una prima condanna da parte della Corte europea, li avevano registrati come figli solo del padre. Quindi di fronte alla richiesta di riconoscere anche Sylvie la Cassazione francese nell'ottobre 2018 ha chiesto lumi alla Corte di Strasburgo.
Il farmaco gender arriva in Senato: «In Italia 10 prescrizioni all’anno»
Il dibattito sul farmaco gender sbarca in Senato, dove in commissione Sanità è stata aperta un'indagine su iniziativa del senatore di Fratelli d'Italia Franco Zaffini. «Si tratta di un affare assegnato, che porterà cioè a una risoluzione obbligatoria in aula», visto che poco più di un mese fa la triptorelina - medicina antitumorale usata anche per sospendere la pubertà nei casi di disforia di genere - è diventata un farmaco a totale carico del Servizio sanitario nazionale. «Faremo un totale di 14 audizioni, ma si andrà avanti speditamente», ha spiegato alla Verità il presidente di commissione Pierpaolo Sileri (M5s). «Domani (oggi, ndr) sentiremo i presidenti di tre società di pediatria ed endocrinologia». Ieri invece è stata la volta dell'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e di un rappresentante del Comitato nazionale per la bioetica, il professor Lucio Romano, che ha sottoposto al consesso uno studio secondo cui i rischi possibili legati a un intervento precoce sono minori rispetto ai rischi derivati da un mancato intervento, quali psicopatologia, drop-out scolastico, isolamento sociale e addirittura suicidio. Secondo le tabelle di Cnb, tra i criteri di inclusione nella terapia c'è la diagnosi di disforia confermata da una equipe multidisciplinare specialistica (neuropsichiatra dell'infanzia e dell'adolescenza, endocrinologia pediatrica, psicologia dell'età evolutiva e bioetica), la mancata efficacia dell'assistenza psicologica, psicoterapeutica o psichiatrica e il consenso informato dell'adolescente e dei genitori. Tra i criteri di esclusione, l'esistenza di patologie di disfunzione ormonale non trattata e/o non stabilizzata o di psicopatologie associate interferenti con l'iter diagnostico o terapeutico. Per quanto riguarda le fasi diagnostiche della disforia di genere, la prima fase, che va dai 4 ai 12 anni di età, non prevede alcun intervento medico, ma l'ausilio di un esperto in salute mentale. Nella seconda fase diagnostica (tra i 12 e i 18 anni) ci sarà invece la soppressione della pubertà con il «farmaco gender», che, secondo i dati presentati da Romano è totalmente reversibile. L'irreversibilità si avrà solo con l'intervento chirurgico di affermazione di genere (dopo i 18 anni), preceduto dalla terapia ormonale che è parzialmente reversibile (Tra i 15/16 anni e i 18). Arrivando alla casistica, in Italia dal 2005 all'aprile 2018 i casi diagnosticati di disforia di genere sono stati 251, circa 19 all'anno, ma su 208 adolescenti presi in carico, solo 4 soddisfacevano i criteri per la terapia con i farmaci bloccanti (1.9%), «opzione terapeutica solo in casi accuratamente selezionati», dice il documento presentato da Romano. Tra i potenziali rischi dell'uso di triptorelina per la disforia, il Cnb segnala le conseguenze del blocco dello sviluppo sessuale in rapporto allo sviluppo emotivo cognitivo, ma anche quelli relativi alla condizione di particolare vulnerabilità (depressione, ansia, istinti suicidari) dell'adolescente che presta il suo consenso alla terapia, nonché gli effetti collaterali a lungo termine. «Su questo farmaco non c'è letteratura e non c'è sperimentazione medica adeguata», è l'affondo di Zaffini. Passando a quanto detto dall'Aifa, è stato specificato che il farmaco è stato reso disponibile «ai pochi pazienti selezionati con criteri di inclusione stringenti, secondo un percorso diagnostico e terapeutico in linea con le migliori evidenze scientifiche e linee guida internazionali». Fonti parlamentari parlano di circa 10 casi all'anno, secondo questi parametri. L'uso della triptorelina, sempre secondo Aifa, va considerata «come ultima risorsa possibile nei casi in cui il rapporto beneficio-rischio sia effettivamente stato accertato come favorevole», con la cautela di definire la «durata del piano terapeutico». Vediamo infine qualche numero: la disforia in Italia si attesta intorno allo 0,002-0,005% della popolazione e considerando che la popolazione residente di ragazzi tra i 10 e i 14 anni è di circa 2,8 milioni, la presenza di quelli col disturbo è di circa 90.
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La maternità surrogata è una pratica proibita dallo Stato italiano, ma Strasburgo ha stabilito che i bimbi nati all'estero con quella tecnica, anche da coppie omosessuali, dovranno essere registrati in anagrafe.Fdi porta la questione in commissione Sanità: previste 14 audizioni. L'Aifa minimizza e promette «criteri stringenti», oggi tocca a pediatri ed endocrinologi. Finora diagnosticati 251 casi nel Paese.Lo speciale contiene due articoli. Come l'Italia si deve comportare con i bambini nati con maternità surrogata? Lo decide la Corte europea per i diritti dell'uomo. In Italia la surrogazione di maternità, più comunemente detta utero in affitto, è una pratica medica vietata? Non importano le leggi nazionali, la Corte decide per tutti. E lo fa per sentenza.Quindi i giudici di Strasburgo hanno sancito che il diritto del bambino ad avere entrambi i genitori è più importante del divieto della maternità surrogata. Sta poi ai singoli Paesi decidere come procedere per adeguarsi: se con la trascrizione o l'adozione. Su questo riconoscono libertà.Nello specifico il verdetto continentale recita così: un bebè che nasce all'estero con la maternità surrogata, in un Paese in cui la «gestazione per altri» è legale, deve essere riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica non è consentita, o con la trascrizione immediata all'anagrafe oppure con un'adozione piena che riconosca tutti i diritti-doveri anche alla madre non biologica, oppure al secondo padre.Quindi il bambino nato all'estero con la surrogata deve essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori. La motivazione? Perché il rispetto del diritto del minore viene prima della salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata. Alla Corte, che è bene precisare non è organismo della Ue, aderiscono i 47 Paesi del Consiglio d'Europa, e di conseguenza il suo parere orientativo vale per tutti questi stati, Italia compresa.E cosa dovrebbero fare le varie nazioni? Lo spiega al Corriere.it Alexander Schuster, avvocato di Trento che assiste coppie in questa situazione: «I singoli Paesi europei devono prevedere la possibilità di dare lo status di genitore della madre intenzionale e per estensione del secondo papà nelle coppie gay», commenta il legale, «come previsto dal certificato di nascita del Paese straniero in cui quel bimbo è venuto al mondo». Le vie per «obbedire» agli ordini di Strasburgo sono due, ogni nazione può scegliere quale imboccare: la trascrizione immediata all'anagrafe oppure l'adozione, che però deve essere «a pieno titolo» e «veloce». Non vale quindi la «stepchild adoption» come è oggi formulata in Italia, che è limitata. L'adozione, precisa infatti la Corte, deve consentire di «prendere rapidamente una decisione, in modo che il minore non sia trattenuto in una situazione di incertezza giuridica».La prima reazione alla decisione europea arriva dagli organizzatori del Congresso delle famiglie di Verona, Jacopo Coghe e Toni Brandi: «Riconoscere la madre intenzionale come madre legale nei certificati di nascita di altri Paesi è un'entrata a gamba tesa. Ci batteremo per impedire la sua assimilazione giuridica seppure non vincolante. Se gli stati potranno utilizzare la procedura dell'adozione significa che Strasburgo», attaccano Coghe e Brandi, «giustificherà d'ora in poi la violenza contro le donne e la commercializzazione di bambini e incentiverà molte coppie a continuare a sfruttare all'estero gli uteri». Secondo i due esponenti di Provita e Famiglia, infatti, da poco in Italia è passata una mozione che definisce questa pratica una «forma di violenza»: «La mozione impegna il Paese a compiere il necessario per fermare questa vergognosa forma di schiavitù spacciata per amore», spiegano, «l'Europa dei tecnocrati non cambierà il concetto di dignità guadagnato nei secoli in difesa dei deboli e degli sfruttati e non si può accettare di far nascere intenzionalmente orfani di madri biologiche». C'è però da aggiungere che in Italia diverse sentenze hanno portato al riconoscimento dei bimbi nati con la surrogata da coppie eterosessuali sulla base del «superiore interesse del bambino». Quindi con le stesse motivazioni avanzate dalla Corte europea. Per le coppie omosessuali si attende, invece, a breve un pronunciamento della Cassazione.I giudici di Strasburgo sono arrivati a questo verdetto rispondendo alla richiesta della Cassazione francese sul caso di una coppia eterosessuale, Sylvie e Dominique Mennesson: i loro gemelli sono nati in California attraverso la gestazione per altri. Il padre ha dato il suo seme e una donatrice l'ovulo, mentre la gravidanza è stata portata avanti da una terza donna. I figli quindi non hanno legami biologici con la loro madre legale, Sylvie, che però negli Stati Uniti è riconosciuta madre a tutti gli effetti. Le autorità di Parigi avevano negato all'inizio il riconoscimento di entrambi i genitori. Poi, dopo una prima condanna da parte della Corte europea, li avevano registrati come figli solo del padre. 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Ieri invece è stata la volta dell'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e di un rappresentante del Comitato nazionale per la bioetica, il professor Lucio Romano, che ha sottoposto al consesso uno studio secondo cui i rischi possibili legati a un intervento precoce sono minori rispetto ai rischi derivati da un mancato intervento, quali psicopatologia, drop-out scolastico, isolamento sociale e addirittura suicidio. Secondo le tabelle di Cnb, tra i criteri di inclusione nella terapia c'è la diagnosi di disforia confermata da una equipe multidisciplinare specialistica (neuropsichiatra dell'infanzia e dell'adolescenza, endocrinologia pediatrica, psicologia dell'età evolutiva e bioetica), la mancata efficacia dell'assistenza psicologica, psicoterapeutica o psichiatrica e il consenso informato dell'adolescente e dei genitori. Tra i criteri di esclusione, l'esistenza di patologie di disfunzione ormonale non trattata e/o non stabilizzata o di psicopatologie associate interferenti con l'iter diagnostico o terapeutico. Per quanto riguarda le fasi diagnostiche della disforia di genere, la prima fase, che va dai 4 ai 12 anni di età, non prevede alcun intervento medico, ma l'ausilio di un esperto in salute mentale. Nella seconda fase diagnostica (tra i 12 e i 18 anni) ci sarà invece la soppressione della pubertà con il «farmaco gender», che, secondo i dati presentati da Romano è totalmente reversibile. L'irreversibilità si avrà solo con l'intervento chirurgico di affermazione di genere (dopo i 18 anni), preceduto dalla terapia ormonale che è parzialmente reversibile (Tra i 15/16 anni e i 18). Arrivando alla casistica, in Italia dal 2005 all'aprile 2018 i casi diagnosticati di disforia di genere sono stati 251, circa 19 all'anno, ma su 208 adolescenti presi in carico, solo 4 soddisfacevano i criteri per la terapia con i farmaci bloccanti (1.9%), «opzione terapeutica solo in casi accuratamente selezionati», dice il documento presentato da Romano. Tra i potenziali rischi dell'uso di triptorelina per la disforia, il Cnb segnala le conseguenze del blocco dello sviluppo sessuale in rapporto allo sviluppo emotivo cognitivo, ma anche quelli relativi alla condizione di particolare vulnerabilità (depressione, ansia, istinti suicidari) dell'adolescente che presta il suo consenso alla terapia, nonché gli effetti collaterali a lungo termine. «Su questo farmaco non c'è letteratura e non c'è sperimentazione medica adeguata», è l'affondo di Zaffini. Passando a quanto detto dall'Aifa, è stato specificato che il farmaco è stato reso disponibile «ai pochi pazienti selezionati con criteri di inclusione stringenti, secondo un percorso diagnostico e terapeutico in linea con le migliori evidenze scientifiche e linee guida internazionali». Fonti parlamentari parlano di circa 10 casi all'anno, secondo questi parametri. L'uso della triptorelina, sempre secondo Aifa, va considerata «come ultima risorsa possibile nei casi in cui il rapporto beneficio-rischio sia effettivamente stato accertato come favorevole», con la cautela di definire la «durata del piano terapeutico». Vediamo infine qualche numero: la disforia in Italia si attesta intorno allo 0,002-0,005% della popolazione e considerando che la popolazione residente di ragazzi tra i 10 e i 14 anni è di circa 2,8 milioni, la presenza di quelli col disturbo è di circa 90.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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