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2019-04-11
L’utero in affitto da noi è fuorilegge però la Corte europea ce lo impone
Ansa
Come l'Italia si deve comportare con i bambini nati con maternità surrogata? Lo decide la Corte europea per i diritti dell'uomo. In Italia la surrogazione di maternità, più comunemente detta utero in affitto, è una pratica medica vietata? Non importano le leggi nazionali, la Corte decide per tutti. E lo fa per sentenza.
Quindi i giudici di Strasburgo hanno sancito che il diritto del bambino ad avere entrambi i genitori è più importante del divieto della maternità surrogata. Sta poi ai singoli Paesi decidere come procedere per adeguarsi: se con la trascrizione o l'adozione. Su questo riconoscono libertà.
Nello specifico il verdetto continentale recita così: un bebè che nasce all'estero con la maternità surrogata, in un Paese in cui la «gestazione per altri» è legale, deve essere riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica non è consentita, o con la trascrizione immediata all'anagrafe oppure con un'adozione piena che riconosca tutti i diritti-doveri anche alla madre non biologica, oppure al secondo padre.
Quindi il bambino nato all'estero con la surrogata deve essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori. La motivazione? Perché il rispetto del diritto del minore viene prima della salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata.
Alla Corte, che è bene precisare non è organismo della Ue, aderiscono i 47 Paesi del Consiglio d'Europa, e di conseguenza il suo parere orientativo vale per tutti questi stati, Italia compresa.
E cosa dovrebbero fare le varie nazioni? Lo spiega al Corriere.it Alexander Schuster, avvocato di Trento che assiste coppie in questa situazione: «I singoli Paesi europei devono prevedere la possibilità di dare lo status di genitore della madre intenzionale e per estensione del secondo papà nelle coppie gay», commenta il legale, «come previsto dal certificato di nascita del Paese straniero in cui quel bimbo è venuto al mondo».
Le vie per «obbedire» agli ordini di Strasburgo sono due, ogni nazione può scegliere quale imboccare: la trascrizione immediata all'anagrafe oppure l'adozione, che però deve essere «a pieno titolo» e «veloce». Non vale quindi la «stepchild adoption» come è oggi formulata in Italia, che è limitata. L'adozione, precisa infatti la Corte, deve consentire di «prendere rapidamente una decisione, in modo che il minore non sia trattenuto in una situazione di incertezza giuridica».
La prima reazione alla decisione europea arriva dagli organizzatori del Congresso delle famiglie di Verona, Jacopo Coghe e Toni Brandi: «Riconoscere la madre intenzionale come madre legale nei certificati di nascita di altri Paesi è un'entrata a gamba tesa. Ci batteremo per impedire la sua assimilazione giuridica seppure non vincolante. Se gli stati potranno utilizzare la procedura dell'adozione significa che Strasburgo», attaccano Coghe e Brandi, «giustificherà d'ora in poi la violenza contro le donne e la commercializzazione di bambini e incentiverà molte coppie a continuare a sfruttare all'estero gli uteri». Secondo i due esponenti di Provita e Famiglia, infatti, da poco in Italia è passata una mozione che definisce questa pratica una «forma di violenza»: «La mozione impegna il Paese a compiere il necessario per fermare questa vergognosa forma di schiavitù spacciata per amore», spiegano, «l'Europa dei tecnocrati non cambierà il concetto di dignità guadagnato nei secoli in difesa dei deboli e degli sfruttati e non si può accettare di far nascere intenzionalmente orfani di madri biologiche». C'è però da aggiungere che in Italia diverse sentenze hanno portato al riconoscimento dei bimbi nati con la surrogata da coppie eterosessuali sulla base del «superiore interesse del bambino». Quindi con le stesse motivazioni avanzate dalla Corte europea. Per le coppie omosessuali si attende, invece, a breve un pronunciamento della Cassazione.
I giudici di Strasburgo sono arrivati a questo verdetto rispondendo alla richiesta della Cassazione francese sul caso di una coppia eterosessuale, Sylvie e Dominique Mennesson: i loro gemelli sono nati in California attraverso la gestazione per altri. Il padre ha dato il suo seme e una donatrice l'ovulo, mentre la gravidanza è stata portata avanti da una terza donna.
I figli quindi non hanno legami biologici con la loro madre legale, Sylvie, che però negli Stati Uniti è riconosciuta madre a tutti gli effetti. Le autorità di Parigi avevano negato all'inizio il riconoscimento di entrambi i genitori. Poi, dopo una prima condanna da parte della Corte europea, li avevano registrati come figli solo del padre. Quindi di fronte alla richiesta di riconoscere anche Sylvie la Cassazione francese nell'ottobre 2018 ha chiesto lumi alla Corte di Strasburgo.
Il farmaco gender arriva in Senato: «In Italia 10 prescrizioni all’anno»
Il dibattito sul farmaco gender sbarca in Senato, dove in commissione Sanità è stata aperta un'indagine su iniziativa del senatore di Fratelli d'Italia Franco Zaffini. «Si tratta di un affare assegnato, che porterà cioè a una risoluzione obbligatoria in aula», visto che poco più di un mese fa la triptorelina - medicina antitumorale usata anche per sospendere la pubertà nei casi di disforia di genere - è diventata un farmaco a totale carico del Servizio sanitario nazionale. «Faremo un totale di 14 audizioni, ma si andrà avanti speditamente», ha spiegato alla Verità il presidente di commissione Pierpaolo Sileri (M5s). «Domani (oggi, ndr) sentiremo i presidenti di tre società di pediatria ed endocrinologia». Ieri invece è stata la volta dell'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e di un rappresentante del Comitato nazionale per la bioetica, il professor Lucio Romano, che ha sottoposto al consesso uno studio secondo cui i rischi possibili legati a un intervento precoce sono minori rispetto ai rischi derivati da un mancato intervento, quali psicopatologia, drop-out scolastico, isolamento sociale e addirittura suicidio. Secondo le tabelle di Cnb, tra i criteri di inclusione nella terapia c'è la diagnosi di disforia confermata da una equipe multidisciplinare specialistica (neuropsichiatra dell'infanzia e dell'adolescenza, endocrinologia pediatrica, psicologia dell'età evolutiva e bioetica), la mancata efficacia dell'assistenza psicologica, psicoterapeutica o psichiatrica e il consenso informato dell'adolescente e dei genitori. Tra i criteri di esclusione, l'esistenza di patologie di disfunzione ormonale non trattata e/o non stabilizzata o di psicopatologie associate interferenti con l'iter diagnostico o terapeutico. Per quanto riguarda le fasi diagnostiche della disforia di genere, la prima fase, che va dai 4 ai 12 anni di età, non prevede alcun intervento medico, ma l'ausilio di un esperto in salute mentale. Nella seconda fase diagnostica (tra i 12 e i 18 anni) ci sarà invece la soppressione della pubertà con il «farmaco gender», che, secondo i dati presentati da Romano è totalmente reversibile. L'irreversibilità si avrà solo con l'intervento chirurgico di affermazione di genere (dopo i 18 anni), preceduto dalla terapia ormonale che è parzialmente reversibile (Tra i 15/16 anni e i 18). Arrivando alla casistica, in Italia dal 2005 all'aprile 2018 i casi diagnosticati di disforia di genere sono stati 251, circa 19 all'anno, ma su 208 adolescenti presi in carico, solo 4 soddisfacevano i criteri per la terapia con i farmaci bloccanti (1.9%), «opzione terapeutica solo in casi accuratamente selezionati», dice il documento presentato da Romano. Tra i potenziali rischi dell'uso di triptorelina per la disforia, il Cnb segnala le conseguenze del blocco dello sviluppo sessuale in rapporto allo sviluppo emotivo cognitivo, ma anche quelli relativi alla condizione di particolare vulnerabilità (depressione, ansia, istinti suicidari) dell'adolescente che presta il suo consenso alla terapia, nonché gli effetti collaterali a lungo termine. «Su questo farmaco non c'è letteratura e non c'è sperimentazione medica adeguata», è l'affondo di Zaffini. Passando a quanto detto dall'Aifa, è stato specificato che il farmaco è stato reso disponibile «ai pochi pazienti selezionati con criteri di inclusione stringenti, secondo un percorso diagnostico e terapeutico in linea con le migliori evidenze scientifiche e linee guida internazionali». Fonti parlamentari parlano di circa 10 casi all'anno, secondo questi parametri. L'uso della triptorelina, sempre secondo Aifa, va considerata «come ultima risorsa possibile nei casi in cui il rapporto beneficio-rischio sia effettivamente stato accertato come favorevole», con la cautela di definire la «durata del piano terapeutico». Vediamo infine qualche numero: la disforia in Italia si attesta intorno allo 0,002-0,005% della popolazione e considerando che la popolazione residente di ragazzi tra i 10 e i 14 anni è di circa 2,8 milioni, la presenza di quelli col disturbo è di circa 90.
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La maternità surrogata è una pratica proibita dallo Stato italiano, ma Strasburgo ha stabilito che i bimbi nati all'estero con quella tecnica, anche da coppie omosessuali, dovranno essere registrati in anagrafe.Fdi porta la questione in commissione Sanità: previste 14 audizioni. L'Aifa minimizza e promette «criteri stringenti», oggi tocca a pediatri ed endocrinologi. Finora diagnosticati 251 casi nel Paese.Lo speciale contiene due articoli. Come l'Italia si deve comportare con i bambini nati con maternità surrogata? Lo decide la Corte europea per i diritti dell'uomo. In Italia la surrogazione di maternità, più comunemente detta utero in affitto, è una pratica medica vietata? Non importano le leggi nazionali, la Corte decide per tutti. E lo fa per sentenza.Quindi i giudici di Strasburgo hanno sancito che il diritto del bambino ad avere entrambi i genitori è più importante del divieto della maternità surrogata. Sta poi ai singoli Paesi decidere come procedere per adeguarsi: se con la trascrizione o l'adozione. Su questo riconoscono libertà.Nello specifico il verdetto continentale recita così: un bebè che nasce all'estero con la maternità surrogata, in un Paese in cui la «gestazione per altri» è legale, deve essere riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica non è consentita, o con la trascrizione immediata all'anagrafe oppure con un'adozione piena che riconosca tutti i diritti-doveri anche alla madre non biologica, oppure al secondo padre.Quindi il bambino nato all'estero con la surrogata deve essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori. La motivazione? Perché il rispetto del diritto del minore viene prima della salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata. Alla Corte, che è bene precisare non è organismo della Ue, aderiscono i 47 Paesi del Consiglio d'Europa, e di conseguenza il suo parere orientativo vale per tutti questi stati, Italia compresa.E cosa dovrebbero fare le varie nazioni? Lo spiega al Corriere.it Alexander Schuster, avvocato di Trento che assiste coppie in questa situazione: «I singoli Paesi europei devono prevedere la possibilità di dare lo status di genitore della madre intenzionale e per estensione del secondo papà nelle coppie gay», commenta il legale, «come previsto dal certificato di nascita del Paese straniero in cui quel bimbo è venuto al mondo». Le vie per «obbedire» agli ordini di Strasburgo sono due, ogni nazione può scegliere quale imboccare: la trascrizione immediata all'anagrafe oppure l'adozione, che però deve essere «a pieno titolo» e «veloce». Non vale quindi la «stepchild adoption» come è oggi formulata in Italia, che è limitata. L'adozione, precisa infatti la Corte, deve consentire di «prendere rapidamente una decisione, in modo che il minore non sia trattenuto in una situazione di incertezza giuridica».La prima reazione alla decisione europea arriva dagli organizzatori del Congresso delle famiglie di Verona, Jacopo Coghe e Toni Brandi: «Riconoscere la madre intenzionale come madre legale nei certificati di nascita di altri Paesi è un'entrata a gamba tesa. Ci batteremo per impedire la sua assimilazione giuridica seppure non vincolante. Se gli stati potranno utilizzare la procedura dell'adozione significa che Strasburgo», attaccano Coghe e Brandi, «giustificherà d'ora in poi la violenza contro le donne e la commercializzazione di bambini e incentiverà molte coppie a continuare a sfruttare all'estero gli uteri». Secondo i due esponenti di Provita e Famiglia, infatti, da poco in Italia è passata una mozione che definisce questa pratica una «forma di violenza»: «La mozione impegna il Paese a compiere il necessario per fermare questa vergognosa forma di schiavitù spacciata per amore», spiegano, «l'Europa dei tecnocrati non cambierà il concetto di dignità guadagnato nei secoli in difesa dei deboli e degli sfruttati e non si può accettare di far nascere intenzionalmente orfani di madri biologiche». C'è però da aggiungere che in Italia diverse sentenze hanno portato al riconoscimento dei bimbi nati con la surrogata da coppie eterosessuali sulla base del «superiore interesse del bambino». Quindi con le stesse motivazioni avanzate dalla Corte europea. Per le coppie omosessuali si attende, invece, a breve un pronunciamento della Cassazione.I giudici di Strasburgo sono arrivati a questo verdetto rispondendo alla richiesta della Cassazione francese sul caso di una coppia eterosessuale, Sylvie e Dominique Mennesson: i loro gemelli sono nati in California attraverso la gestazione per altri. Il padre ha dato il suo seme e una donatrice l'ovulo, mentre la gravidanza è stata portata avanti da una terza donna. I figli quindi non hanno legami biologici con la loro madre legale, Sylvie, che però negli Stati Uniti è riconosciuta madre a tutti gli effetti. Le autorità di Parigi avevano negato all'inizio il riconoscimento di entrambi i genitori. Poi, dopo una prima condanna da parte della Corte europea, li avevano registrati come figli solo del padre. Quindi di fronte alla richiesta di riconoscere anche Sylvie la Cassazione francese nell'ottobre 2018 ha chiesto lumi alla Corte di Strasburgo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lutero-in-affitto-da-noi-e-fuorilegge-pero-la-corte-europea-ce-lo-impone-2634250713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-farmaco-gender-arriva-in-senato-in-italia-10-prescrizioni-allanno" data-post-id="2634250713" data-published-at="1767526093" data-use-pagination="False"> Il farmaco gender arriva in Senato: «In Italia 10 prescrizioni all’anno» Il dibattito sul farmaco gender sbarca in Senato, dove in commissione Sanità è stata aperta un'indagine su iniziativa del senatore di Fratelli d'Italia Franco Zaffini. «Si tratta di un affare assegnato, che porterà cioè a una risoluzione obbligatoria in aula», visto che poco più di un mese fa la triptorelina - medicina antitumorale usata anche per sospendere la pubertà nei casi di disforia di genere - è diventata un farmaco a totale carico del Servizio sanitario nazionale. «Faremo un totale di 14 audizioni, ma si andrà avanti speditamente», ha spiegato alla Verità il presidente di commissione Pierpaolo Sileri (M5s). «Domani (oggi, ndr) sentiremo i presidenti di tre società di pediatria ed endocrinologia». Ieri invece è stata la volta dell'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e di un rappresentante del Comitato nazionale per la bioetica, il professor Lucio Romano, che ha sottoposto al consesso uno studio secondo cui i rischi possibili legati a un intervento precoce sono minori rispetto ai rischi derivati da un mancato intervento, quali psicopatologia, drop-out scolastico, isolamento sociale e addirittura suicidio. Secondo le tabelle di Cnb, tra i criteri di inclusione nella terapia c'è la diagnosi di disforia confermata da una equipe multidisciplinare specialistica (neuropsichiatra dell'infanzia e dell'adolescenza, endocrinologia pediatrica, psicologia dell'età evolutiva e bioetica), la mancata efficacia dell'assistenza psicologica, psicoterapeutica o psichiatrica e il consenso informato dell'adolescente e dei genitori. Tra i criteri di esclusione, l'esistenza di patologie di disfunzione ormonale non trattata e/o non stabilizzata o di psicopatologie associate interferenti con l'iter diagnostico o terapeutico. Per quanto riguarda le fasi diagnostiche della disforia di genere, la prima fase, che va dai 4 ai 12 anni di età, non prevede alcun intervento medico, ma l'ausilio di un esperto in salute mentale. Nella seconda fase diagnostica (tra i 12 e i 18 anni) ci sarà invece la soppressione della pubertà con il «farmaco gender», che, secondo i dati presentati da Romano è totalmente reversibile. L'irreversibilità si avrà solo con l'intervento chirurgico di affermazione di genere (dopo i 18 anni), preceduto dalla terapia ormonale che è parzialmente reversibile (Tra i 15/16 anni e i 18). Arrivando alla casistica, in Italia dal 2005 all'aprile 2018 i casi diagnosticati di disforia di genere sono stati 251, circa 19 all'anno, ma su 208 adolescenti presi in carico, solo 4 soddisfacevano i criteri per la terapia con i farmaci bloccanti (1.9%), «opzione terapeutica solo in casi accuratamente selezionati», dice il documento presentato da Romano. Tra i potenziali rischi dell'uso di triptorelina per la disforia, il Cnb segnala le conseguenze del blocco dello sviluppo sessuale in rapporto allo sviluppo emotivo cognitivo, ma anche quelli relativi alla condizione di particolare vulnerabilità (depressione, ansia, istinti suicidari) dell'adolescente che presta il suo consenso alla terapia, nonché gli effetti collaterali a lungo termine. «Su questo farmaco non c'è letteratura e non c'è sperimentazione medica adeguata», è l'affondo di Zaffini. Passando a quanto detto dall'Aifa, è stato specificato che il farmaco è stato reso disponibile «ai pochi pazienti selezionati con criteri di inclusione stringenti, secondo un percorso diagnostico e terapeutico in linea con le migliori evidenze scientifiche e linee guida internazionali». Fonti parlamentari parlano di circa 10 casi all'anno, secondo questi parametri. L'uso della triptorelina, sempre secondo Aifa, va considerata «come ultima risorsa possibile nei casi in cui il rapporto beneficio-rischio sia effettivamente stato accertato come favorevole», con la cautela di definire la «durata del piano terapeutico». Vediamo infine qualche numero: la disforia in Italia si attesta intorno allo 0,002-0,005% della popolazione e considerando che la popolazione residente di ragazzi tra i 10 e i 14 anni è di circa 2,8 milioni, la presenza di quelli col disturbo è di circa 90.
Getty Images
Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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Arriva la Befana e dicono che si porta via tutte le feste, ma non è così: se in cucina siete attenti e precisi potete prolungare il godimento del buon cibo all’infinito. Magari approfittando di ciò che resta nel forno tanto per scimmiottare un film capolavoro di James Ivory. Così dopo avervi fatto gli auguri per un 2026 ottimo di sapore e di prospettive abbiamo pensato a una ricetta di riuso che scimmiotta un grande classico (per nulla facile da fare al contrario della nostra preparazione): il filetto alla Wellington. Al posto del filetto un cotechino e al posto dei funghi le lenticchie e il gioco è fatto.
Ingredienti – Un cotechino precotto di circa 400 gr; 200 gr di lenticchie, prendete quelle che non hanno bisogno di ammollo; una confezione di pasta brisé; 100 gr di prosciutto crudo (meglio se Parma o San Daniele che sono più dolci) affettato non troppo sottilmente; un uovo; uno scalogno,; due foglie di alloro e due di salvia; sei cucchiai di olio extravergine di oliva; sale qb.
Procedimento – In due pentole separate mettete a bollire il cotechino senza estrarlo dalla busta di confezionamento e le lenticchie con le foglie di alloro, di slava e lo scalogno che averte opportunamente mondato. Il tempo di cottura è uguale: circa 20 minuti. Trascorso il tempo, aprite il cotechino e fatelo raffreddare in un piatto, scolate le lenticchie: togliete solo le foglie di alloro e frullate tre quarti delle lenticchie col mixer condendo con quattro cucchiai di olio extravergine e aggiustando di sale. Se frullate le lenticchie ancora calde l’operazione sarà più facile. Ora stendete la pasta brisé su una placca da forno conservando la carta forno, stendete sulla pasta le fette di prosciutto e su una metà circa del disco sopra al prosciutto stendete il paté di lenticchie. Poggiate a tre quarti del disco di pasta il cotechino e avvolgetelo avendo cura che lenticchie e prosciutto aderiscano bene alla superficie del cotechino. Sigillate bene il rotolo. Sbattete l’uovo. Con un coltellino fate delle incisioni in diagonale (a formare una specie di reticolo) sulla parte superiore del rotolo e pennellatelo tutto con l’uovo sbattuto. Andate inforno a 180/190° per una ventina di minuti. Sfornate e portate in tavola con contorno delle altre lenticchie condite con l’extravergine rimasto, il sale e se volete con qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire ai piccoli la pasta brisé con il prosciutto e il paté di lenticchie.
Abbinamenti – Noi abbiamo scelto un Bolgheri Doc uvaggio bordolese di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot, ne trovate di ottimi anche in Alto Adige e in Veneto. In alternativa vanno benissimo un ottimo Lambrusco o una Bonarda frizzante dell’Oltrepò.
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