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2019-10-12
L’università dei misteri rischia di fallire
Ansa
Non si chiama Donald Trump né Vladimir Putin il tormento che agita le austere stanze del Casale di San Pio V, a Roma. Là dove ha sede la Link Campus University, la filiale italiana dell'Università di Malta finita al centro di una trama di spionaggio internazionale per le mail rubate dagli hacker russi alla candidata democratica Hillary Clinton e offerte all'entourage del presidente Usa dal professor Joseph Mifsud, da tempo ormai scomparso dai radar. L'angoscia è dovuta al fatto che l'Agenzia delle entrate pretende 1.207.641,67 euro di tasse mai versate all'erario.
E poiché l'Università di Roma non ha onorato il maxi debito, la stessa Agenzia delle entrate ne ha chiesto il fallimento trascinandola davanti alla sezione specializzata del tribunale della capitale. A occuparsi del procedimento numero 2612/17 è il giudice delegato Daniela Cavaliere. Al quale, nei giorni scorsi, secondo quanto La Verità ha potuto verificare, il presidente dell'Ateneo romano Vincenzo Scotti, ex plenipotenziario democristiano, ha inoltrato istanza di concordato preventivo.
Un modo per attivare la sospensione dell'iter e presentare un piano di ristrutturazione dei debiti da sottoporre ai creditori al fine di evitare la procedura concorsuale e trovare un accordo che impedisca il default dell'ateneo. Facoltà riconosciuta dal 6° comma dell'articolo 161 della legge fallimentare che prevede che «l'imprenditore può depositare il ricorso contenente la domanda di concordato unitamente ai bilanci relativi agli ultimi tre esercizi e all'elenco nominativo dei creditori con l'indicazione dei rispettivi crediti, riservandosi di presentare la proposta, il piano e la documentazione […] entro un termine fissato dal giudice compreso fra sessanta e centoventi giorni e prorogabile, in presenza di giustificati motivi, di non oltre sessanta giorni».
Com'è stato possibile però arrivare a questo punto? L'ateneo, per ammissione del suo stesso presidente, versa in condizioni di gravissima crisi dovuta per lo più ai costi fissi di mantenimento della struttura e acuita dai ritardi nel pagamento delle rette da parte degli studenti. A ciò si aggiunga che la Link Campus ha ricevuto, dal 2005 in poi, atti impositivi per tasse e contributi non versati da parte di Inps e altri agenti della riscossione che ne hanno indebolito ulteriormente la tenuta finanziaria. Il tutto, spiega l'ateneo, per colpa di un equivoco o meglio di un errore che risale a circa tredici anni fa, quando la società consortile a responsabilità limitata che gestiva l'organizzazione dell'Università venne trasformata nell'attuale Fondazione Link Campus University. Un passaggio che non solo avvenne senza la contestuale iscrizione della Fondazione alla sezione specifica dedicata agli enti ma, cosa ancor più grave, in mancanza della cancellazione della vecchia società consortile a responsabilità limitata dal Registro delle imprese. Una disattenzione che, di fatto, secondo la versione dell'università, ha comportato l'accumulo di milioni di euro di debiti con le varie amministrazioni dello Stato ormai non più sostenibili. La storia della Link Campus inizia poco prima degli anni Duemila quando un decreto del ministero della Ricerca scientifica le riconosce lo status di «filiazione» in Italia dell'università della piccola isola del Mediterraneo. È il 27 novembre del 1999. Passano pochi mesi e il 16 giugno 2000 l'università di Malta e la Società per la gestione della Link Campus Università of Malta Spa costituiscono, davanti a un notaio della capitale, la Link Campus società consortile a responsabilità limitata con un capitale sociale di 10.000 euro, diviso per il 90 per cento all'università di Malta e per il restante 10 per cento alla Spa. Superata la fase di start up, nel 2006, la società consortile si trasforma in Fondazione con una dotazione finanziaria di 100.000 euro messa a disposizione dalla Link Campus Università of Malta Spa. Da allora, l'ateneo ha allargato la sua offerta formativa puntando su corsi di laurea legati al mondo della pubblica amministrazione e alle scienze della sicurezza.
Negli ultimi tempi, la Link ha offerto al M5s numerosi quadri dirigenti. L'ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, è stata ad esempio vicedirettrice del master in intelligence dell'ateneo. E proprio della Trenta è stata assistente al ministero, per la «gestione degli aspetti linguistici», la giovane docente Veronica Fortuzzi, indagata dalla Procura di Firenze nell'ambito di un filone su presunti esami facili al campus. Il fascicolo per falso raccoglie oltre una quarantina di posizioni tra studenti-poliziotti, professori, tutor e sindacalisti delle forze di polizia. L'ipotesi della pm Christine von Borries è che gli agenti, iscritti al corso di laurea triennale in Scienza della politica e dei rapporti internazionali, nel quadriennio 2016-2019 abbiano sostenuto esami senza la presenza dei professori e con la possibilità di copiare. Le indagini sono ancora in fase istruttoria, e quando saranno chiuse di sicuro il tribunale fallimentare avrà già deciso sulla richiesta di Scotti di evitare la bancarotta di una piccola università finita in un gioco mortale di spie e ricatti.
La sicurezza informatica di Palazzo Chigi è in mano a un tecnico russo
Sulle piattaforme di condivisione foto - come Flickr e Sprea - il suo nickname è gelogelo. Per di più è russo e viene dal freddo ma non è una spia, come nel romanzo. Semplicemente gelo è il suo nome di battesimo scritto al contrario, Oleg. O meglio, per essere più precisi, Oleg Nikolaevic Tsapko. Di professione ingegnere in servizio presso la presidenza del Consiglio dei ministri con un incarico di grande delicatezza e responsabilità: quello di specialista esperto di sistemi informatici.
In pratica, uno dei pochissimi autorizzato a mettere il naso (e le mani) nelle fibre ottiche lungo cui viaggiano tutti i documenti e i cablogrammi che riguardano le attività non solo di Palazzo Chigi ma dell'intero governo e di tutte le amministrazioni dello Stato. Una miniera d'oro che al posto delle più classiche pepite custodisce terabyte di informazioni ad alto voltaggio.
Nel Paese in cui in questi mesi si è scatenata una parossistica caccia al russo (vuoi per le imprese del Metropol di Mosca e l'inchiesta sulle presunte mazzette alla Lega, vuoi per le implicazioni italiane del Russiagate con un ministro Usa che incontra i direttori dei servizi di intelligence italiani mentre è alla ricerca di un professore universitario con l'allure da agente provocatore), c'è un distinto signore di 65 anni, nato nelle lande dell'ex Cortina di Ferro che, ogni mattina, di buon'ora, striscia il badge all'ingresso dell'edificio di via della Mercede 96 e si accomoda nel suo ufficio al primo piano, a Roma.
Tranquillo e riservato, a tal punto che pure il Grande fratello di Mountain View svela poco di lui. Eccezion fatta per le raccolte di foto naturalistiche fatte in giro per l'Italia che ritraggono, per lo più, ambienti marini e uccelli. Su Google scopriamo che Oleg Nikolaevic Tsapko è incardinato nei ranghi dell'Ufficio informatica e telematica del dipartimento Servizi strumentali di Palazzo Chigi e addetto al servizio di monitoraggio delle attività informatica e programmazione applicativi. È nato a Penza, città di 500.000 abitanti situata sul fiume Sura, a circa 700 chilometri dalla capitale russa, nel 1953, pochi mesi prima della dipartita del compagno Iosif Vissarionovič Dzugasvili altrimenti noto come Iosif Stalin.
Ha studiato all'Università tecnica di Mosca, dove si è laureato in ingegneria, ma si è specializzato in Italia con un master alla Sapienza. Oltre alla lingua madre, parla correntemente inglese e italiano. Su un profilo a suo nome sul portale Xing, una sorta di community per professionisti che incrocia domande e offerte di lavoro, c'è scritto che i suoi interessi sono la musica, la lettura, il cinema, i viaggi e la pesca. Passioni, queste ultime due, che emergono chiaramente dalle foto pubblicate nei raccoglitori presenti sul web.
A Xing Tsapko risulta iscritto dall'agosto 2007 con 945 accessi al profilo. Non pochi (circa sette al mese) tenuto conto che stiamo parlando di uno sconosciuto funzionario del mastodontico ingranaggio della burocrazia capitolina. Qualche informazione in più la ricaviamo invece dalla sezione Trasparenza del sito della presidenza del Consiglio dei ministri dove ci sono ancora alcuni dei bandi di gara in cui Oleg Nikolaevic ha ricoperto il ruolo di responsabile unico del procedimento (Rup). Quello del 2016 per il servizio di manutenzione di software applicativi con affidamento diretto per una somma pari a 3.400 euro. E quello di un anno dopo, che vede la partecipazione di undici società informatiche per la presentazione di un'offerta per l'acquisto di 50 licenze Acrobat Standard 2017 del valore di 15.000 euro.
Solo due snodi di una ben più complessa attività professionale che riguarda non solo le gare e gli appalti ma anche la gestione e la cura delle «infrastrutture» informatiche e telematiche del palazzo più protetto e monitorato della nostra Nazione. Per il suo lavoro, il 27 dicembre 2012, Oleg Nikolaevic Tsapko è stato nominato dall'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana.
La proposta per il conferimento della prestigiosa onorificenza era arrivata direttamente dalla presidenza del Consiglio dei ministri, dov'era arrivato anni prima Romano Prodi regnante. La gratificazione non gli ha fatto perdere, però, il piacere della riservatezza tant'è che, ancora oggi, la sua immagine profilo sulle piattaforme di condivisione foto è la sua ombra proiettata sull'asfalto.
I legali di Occhionero: «La polizia ha forzato lo spazio Web degli Usa»
Lunedì mattina gli avvocati Stefano Parretta e Roberto Bottacchiari busseranno alla porta dell'ambasciata statunitense di Roma per consegnare nuovi documenti relativi al caso EyePyramid, del quale La Verità sta parlando da alcuni giorni. I due penalisti romani sono i difensori dei fratelli Giulio e Francesca Occhionero, arrestati nel gennaio del 2017 dalla Procura di Roma con l'accusa di essere autori di un gigantesco spionaggio politico, economico ed istituzionale di rango internazionale.
Le carte in possesso dei due legali si annunciano dirompenti: la Procura di Roma e gli agenti del Cnaipic (Centro anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) della Polizia postale avrebbero forzato lo spazio Web Usa per impossessarsi di alcuni domini di proprietà dei fratelli romani.
Non sarebbe neppure la prima volta - secondo quanto si legge negli atti allegati al caso - in quanto già nelle prime fasi dell'inchiesta EyePyramid episodi analoghi vennero denunciati alla magistratura, tant'è che a Perugia pende una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di pm e funzionari di Polizia proprio per ipotesi di reato legate alla svolgimento dell'indagine-madre (vedi La Verità del 10 ottobre).
Si dirà: e allora, dov'è il problema se le forze dell'ordine devono accertare e procurarsi prove a sostegno della propria accusa? Il problema c'è ed è pure grosso perché la normativa internazionale (Regolamento Nato e Convenzione di Budapest in primis) non solo equipara lo spazio cibernetico a quello aereo, terrestre e marino – quindi entrare in una mail in territorio estero equivale ad intrufolarvisi senza credenziali - ma impone che per l'acquisizione di dati giacenti su piattaforme ospitate oltre confine si debba chiedere il permesso all'autorità competente dello stato dov'è situato lo spazio web. Si chiama rogatoria internazionale, atto senza il quale nessuno può procedere a fare alcunché, pena la commissione di reati.
È esattamente questo il termine del problema che oggi si para innanzi alla Procura di Perugia (dove è stato depositato l'ennesimo esposto da parte dei legali di Occhionero) oltre che ai capi del Doj (Dipartimento di giustizia Usa) dell'Fbi, dell'attaché americano presso l'ambasciata di via Veneto a Roma e, in forma confidenziale, ai «senior officers» del governo statunitense a Washington, tutti formalmente investiti della questione.
Ma dove e quando si sarebbero verificate queste nuove, presunte intrusioni illegali, questo «hackeraggio» da parte della polizia italiana? Precisamente il 29 maggio del 2018 - secondo l'esposto - quando il sovrintendente capo di Ps Andrea Caruso, in esecuzione di un ordine della procura romana (pm Eugenio Albamonte) annota in un verbale (del 30 maggio) tutte le operazioni compiute. In primo luogo è stata creata una casella email nuova chiamata cnaipic.pg@gmail.com con la quale – si legge testualmente - «verranno sostituite le email utilizzate per la registrazione e l'eventuale ripristino degli account utilizzati dall'indagato (Giulio Occhionero, ndr) per la creazione degli spazi cloud». Il punto è che manca all'appello la cosa principale: il permesso di operare su «suolo» Usa, la qual cosa pone seri problemi in ordine non solo alla posizione degli inquirenti romani del caso EyePyramid rispetto alle scelte del tribunale di Perugia ma pure alla regolarità stessa dell'indagine a carico degli Occhionero (nel frattempo condannati in I grado). Quando lunedì questi atti finiranno sulla scrivania dell'ambasciatore Usa saranno contestualmente trasmessi a quella del presidente Trump, da tempo deciso a venire a capo della vicenda Russiagate, dove appare sempre più vittima invece che carnefice, cioè quel che gli Occhionero, ed i loro legali, sostengono da circa due anni e mezzo: e di cui il governo italiano (Renzi-Gentiloni e, verosimilmente, ora anche Conte) membri del Copasir (come l'ex vicepresidente Giuseppe Esposito) sono a conoscenza da altrettanto tempo.
Continua a leggereRiduci
Nel 2017 l'Agenzia delle entrate ha contestato all'ateneo dello spygate mancati pagamenti per un totale di 1.200.000 euro. Pochi giorni fa il presidente, l'ex dc Vincenzo Scotti, ha presentato una proposta di concordato. La sentenza è attesa a breve.In tempi di Russiagate, nessuno ha ancora notato che tutti i documenti dell'esecutivo passano da Oleg Tsapko, assunto sotto Romano Prodi e nominato cavaliere da Giorgio Napolitano.Lunedì verrà presentato un esposto: «Mai chieste le rogatorie a Washington».Lo speciale contiene tre articoli Non si chiama Donald Trump né Vladimir Putin il tormento che agita le austere stanze del Casale di San Pio V, a Roma. Là dove ha sede la Link Campus University, la filiale italiana dell'Università di Malta finita al centro di una trama di spionaggio internazionale per le mail rubate dagli hacker russi alla candidata democratica Hillary Clinton e offerte all'entourage del presidente Usa dal professor Joseph Mifsud, da tempo ormai scomparso dai radar. L'angoscia è dovuta al fatto che l'Agenzia delle entrate pretende 1.207.641,67 euro di tasse mai versate all'erario. E poiché l'Università di Roma non ha onorato il maxi debito, la stessa Agenzia delle entrate ne ha chiesto il fallimento trascinandola davanti alla sezione specializzata del tribunale della capitale. A occuparsi del procedimento numero 2612/17 è il giudice delegato Daniela Cavaliere. Al quale, nei giorni scorsi, secondo quanto La Verità ha potuto verificare, il presidente dell'Ateneo romano Vincenzo Scotti, ex plenipotenziario democristiano, ha inoltrato istanza di concordato preventivo. Un modo per attivare la sospensione dell'iter e presentare un piano di ristrutturazione dei debiti da sottoporre ai creditori al fine di evitare la procedura concorsuale e trovare un accordo che impedisca il default dell'ateneo. Facoltà riconosciuta dal 6° comma dell'articolo 161 della legge fallimentare che prevede che «l'imprenditore può depositare il ricorso contenente la domanda di concordato unitamente ai bilanci relativi agli ultimi tre esercizi e all'elenco nominativo dei creditori con l'indicazione dei rispettivi crediti, riservandosi di presentare la proposta, il piano e la documentazione […] entro un termine fissato dal giudice compreso fra sessanta e centoventi giorni e prorogabile, in presenza di giustificati motivi, di non oltre sessanta giorni». Com'è stato possibile però arrivare a questo punto? L'ateneo, per ammissione del suo stesso presidente, versa in condizioni di gravissima crisi dovuta per lo più ai costi fissi di mantenimento della struttura e acuita dai ritardi nel pagamento delle rette da parte degli studenti. A ciò si aggiunga che la Link Campus ha ricevuto, dal 2005 in poi, atti impositivi per tasse e contributi non versati da parte di Inps e altri agenti della riscossione che ne hanno indebolito ulteriormente la tenuta finanziaria. Il tutto, spiega l'ateneo, per colpa di un equivoco o meglio di un errore che risale a circa tredici anni fa, quando la società consortile a responsabilità limitata che gestiva l'organizzazione dell'Università venne trasformata nell'attuale Fondazione Link Campus University. Un passaggio che non solo avvenne senza la contestuale iscrizione della Fondazione alla sezione specifica dedicata agli enti ma, cosa ancor più grave, in mancanza della cancellazione della vecchia società consortile a responsabilità limitata dal Registro delle imprese. Una disattenzione che, di fatto, secondo la versione dell'università, ha comportato l'accumulo di milioni di euro di debiti con le varie amministrazioni dello Stato ormai non più sostenibili. La storia della Link Campus inizia poco prima degli anni Duemila quando un decreto del ministero della Ricerca scientifica le riconosce lo status di «filiazione» in Italia dell'università della piccola isola del Mediterraneo. È il 27 novembre del 1999. Passano pochi mesi e il 16 giugno 2000 l'università di Malta e la Società per la gestione della Link Campus Università of Malta Spa costituiscono, davanti a un notaio della capitale, la Link Campus società consortile a responsabilità limitata con un capitale sociale di 10.000 euro, diviso per il 90 per cento all'università di Malta e per il restante 10 per cento alla Spa. Superata la fase di start up, nel 2006, la società consortile si trasforma in Fondazione con una dotazione finanziaria di 100.000 euro messa a disposizione dalla Link Campus Università of Malta Spa. Da allora, l'ateneo ha allargato la sua offerta formativa puntando su corsi di laurea legati al mondo della pubblica amministrazione e alle scienze della sicurezza. Negli ultimi tempi, la Link ha offerto al M5s numerosi quadri dirigenti. L'ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, è stata ad esempio vicedirettrice del master in intelligence dell'ateneo. E proprio della Trenta è stata assistente al ministero, per la «gestione degli aspetti linguistici», la giovane docente Veronica Fortuzzi, indagata dalla Procura di Firenze nell'ambito di un filone su presunti esami facili al campus. Il fascicolo per falso raccoglie oltre una quarantina di posizioni tra studenti-poliziotti, professori, tutor e sindacalisti delle forze di polizia. L'ipotesi della pm Christine von Borries è che gli agenti, iscritti al corso di laurea triennale in Scienza della politica e dei rapporti internazionali, nel quadriennio 2016-2019 abbiano sostenuto esami senza la presenza dei professori e con la possibilità di copiare. Le indagini sono ancora in fase istruttoria, e quando saranno chiuse di sicuro il tribunale fallimentare avrà già deciso sulla richiesta di Scotti di evitare la bancarotta di una piccola università finita in un gioco mortale di spie e ricatti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/luniversita-link-campus-rischia-di-fallire-2640933209.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sicurezza-informatica-di-palazzo-chigi-e-in-mano-a-un-tecnico-russo" data-post-id="2640933209" data-published-at="1779774882" data-use-pagination="False"> La sicurezza informatica di Palazzo Chigi è in mano a un tecnico russo Sulle piattaforme di condivisione foto - come Flickr e Sprea - il suo nickname è gelogelo. Per di più è russo e viene dal freddo ma non è una spia, come nel romanzo. Semplicemente gelo è il suo nome di battesimo scritto al contrario, Oleg. O meglio, per essere più precisi, Oleg Nikolaevic Tsapko. Di professione ingegnere in servizio presso la presidenza del Consiglio dei ministri con un incarico di grande delicatezza e responsabilità: quello di specialista esperto di sistemi informatici. In pratica, uno dei pochissimi autorizzato a mettere il naso (e le mani) nelle fibre ottiche lungo cui viaggiano tutti i documenti e i cablogrammi che riguardano le attività non solo di Palazzo Chigi ma dell'intero governo e di tutte le amministrazioni dello Stato. Una miniera d'oro che al posto delle più classiche pepite custodisce terabyte di informazioni ad alto voltaggio. Nel Paese in cui in questi mesi si è scatenata una parossistica caccia al russo (vuoi per le imprese del Metropol di Mosca e l'inchiesta sulle presunte mazzette alla Lega, vuoi per le implicazioni italiane del Russiagate con un ministro Usa che incontra i direttori dei servizi di intelligence italiani mentre è alla ricerca di un professore universitario con l'allure da agente provocatore), c'è un distinto signore di 65 anni, nato nelle lande dell'ex Cortina di Ferro che, ogni mattina, di buon'ora, striscia il badge all'ingresso dell'edificio di via della Mercede 96 e si accomoda nel suo ufficio al primo piano, a Roma. Tranquillo e riservato, a tal punto che pure il Grande fratello di Mountain View svela poco di lui. Eccezion fatta per le raccolte di foto naturalistiche fatte in giro per l'Italia che ritraggono, per lo più, ambienti marini e uccelli. Su Google scopriamo che Oleg Nikolaevic Tsapko è incardinato nei ranghi dell'Ufficio informatica e telematica del dipartimento Servizi strumentali di Palazzo Chigi e addetto al servizio di monitoraggio delle attività informatica e programmazione applicativi. È nato a Penza, città di 500.000 abitanti situata sul fiume Sura, a circa 700 chilometri dalla capitale russa, nel 1953, pochi mesi prima della dipartita del compagno Iosif Vissarionovič Dzugasvili altrimenti noto come Iosif Stalin. Ha studiato all'Università tecnica di Mosca, dove si è laureato in ingegneria, ma si è specializzato in Italia con un master alla Sapienza. Oltre alla lingua madre, parla correntemente inglese e italiano. Su un profilo a suo nome sul portale Xing, una sorta di community per professionisti che incrocia domande e offerte di lavoro, c'è scritto che i suoi interessi sono la musica, la lettura, il cinema, i viaggi e la pesca. Passioni, queste ultime due, che emergono chiaramente dalle foto pubblicate nei raccoglitori presenti sul web. A Xing Tsapko risulta iscritto dall'agosto 2007 con 945 accessi al profilo. Non pochi (circa sette al mese) tenuto conto che stiamo parlando di uno sconosciuto funzionario del mastodontico ingranaggio della burocrazia capitolina. Qualche informazione in più la ricaviamo invece dalla sezione Trasparenza del sito della presidenza del Consiglio dei ministri dove ci sono ancora alcuni dei bandi di gara in cui Oleg Nikolaevic ha ricoperto il ruolo di responsabile unico del procedimento (Rup). Quello del 2016 per il servizio di manutenzione di software applicativi con affidamento diretto per una somma pari a 3.400 euro. E quello di un anno dopo, che vede la partecipazione di undici società informatiche per la presentazione di un'offerta per l'acquisto di 50 licenze Acrobat Standard 2017 del valore di 15.000 euro. Solo due snodi di una ben più complessa attività professionale che riguarda non solo le gare e gli appalti ma anche la gestione e la cura delle «infrastrutture» informatiche e telematiche del palazzo più protetto e monitorato della nostra Nazione. Per il suo lavoro, il 27 dicembre 2012, Oleg Nikolaevic Tsapko è stato nominato dall'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana. La proposta per il conferimento della prestigiosa onorificenza era arrivata direttamente dalla presidenza del Consiglio dei ministri, dov'era arrivato anni prima Romano Prodi regnante. La gratificazione non gli ha fatto perdere, però, il piacere della riservatezza tant'è che, ancora oggi, la sua immagine profilo sulle piattaforme di condivisione foto è la sua ombra proiettata sull'asfalto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/luniversita-link-campus-rischia-di-fallire-2640933209.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-legali-di-occhionero-la-polizia-ha-forzato-lo-spazio-web-degli-usa" data-post-id="2640933209" data-published-at="1779774882" data-use-pagination="False"> I legali di Occhionero: «La polizia ha forzato lo spazio Web degli Usa» Lunedì mattina gli avvocati Stefano Parretta e Roberto Bottacchiari busseranno alla porta dell'ambasciata statunitense di Roma per consegnare nuovi documenti relativi al caso EyePyramid, del quale La Verità sta parlando da alcuni giorni. I due penalisti romani sono i difensori dei fratelli Giulio e Francesca Occhionero, arrestati nel gennaio del 2017 dalla Procura di Roma con l'accusa di essere autori di un gigantesco spionaggio politico, economico ed istituzionale di rango internazionale. Le carte in possesso dei due legali si annunciano dirompenti: la Procura di Roma e gli agenti del Cnaipic (Centro anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) della Polizia postale avrebbero forzato lo spazio Web Usa per impossessarsi di alcuni domini di proprietà dei fratelli romani. Non sarebbe neppure la prima volta - secondo quanto si legge negli atti allegati al caso - in quanto già nelle prime fasi dell'inchiesta EyePyramid episodi analoghi vennero denunciati alla magistratura, tant'è che a Perugia pende una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di pm e funzionari di Polizia proprio per ipotesi di reato legate alla svolgimento dell'indagine-madre (vedi La Verità del 10 ottobre). Si dirà: e allora, dov'è il problema se le forze dell'ordine devono accertare e procurarsi prove a sostegno della propria accusa? Il problema c'è ed è pure grosso perché la normativa internazionale (Regolamento Nato e Convenzione di Budapest in primis) non solo equipara lo spazio cibernetico a quello aereo, terrestre e marino – quindi entrare in una mail in territorio estero equivale ad intrufolarvisi senza credenziali - ma impone che per l'acquisizione di dati giacenti su piattaforme ospitate oltre confine si debba chiedere il permesso all'autorità competente dello stato dov'è situato lo spazio web. Si chiama rogatoria internazionale, atto senza il quale nessuno può procedere a fare alcunché, pena la commissione di reati. È esattamente questo il termine del problema che oggi si para innanzi alla Procura di Perugia (dove è stato depositato l'ennesimo esposto da parte dei legali di Occhionero) oltre che ai capi del Doj (Dipartimento di giustizia Usa) dell'Fbi, dell'attaché americano presso l'ambasciata di via Veneto a Roma e, in forma confidenziale, ai «senior officers» del governo statunitense a Washington, tutti formalmente investiti della questione. Ma dove e quando si sarebbero verificate queste nuove, presunte intrusioni illegali, questo «hackeraggio» da parte della polizia italiana? Precisamente il 29 maggio del 2018 - secondo l'esposto - quando il sovrintendente capo di Ps Andrea Caruso, in esecuzione di un ordine della procura romana (pm Eugenio Albamonte) annota in un verbale (del 30 maggio) tutte le operazioni compiute. In primo luogo è stata creata una casella email nuova chiamata cnaipic.pg@gmail.com con la quale – si legge testualmente - «verranno sostituite le email utilizzate per la registrazione e l'eventuale ripristino degli account utilizzati dall'indagato (Giulio Occhionero, ndr) per la creazione degli spazi cloud». Il punto è che manca all'appello la cosa principale: il permesso di operare su «suolo» Usa, la qual cosa pone seri problemi in ordine non solo alla posizione degli inquirenti romani del caso EyePyramid rispetto alle scelte del tribunale di Perugia ma pure alla regolarità stessa dell'indagine a carico degli Occhionero (nel frattempo condannati in I grado). Quando lunedì questi atti finiranno sulla scrivania dell'ambasciatore Usa saranno contestualmente trasmessi a quella del presidente Trump, da tempo deciso a venire a capo della vicenda Russiagate, dove appare sempre più vittima invece che carnefice, cioè quel che gli Occhionero, ed i loro legali, sostengono da circa due anni e mezzo: e di cui il governo italiano (Renzi-Gentiloni e, verosimilmente, ora anche Conte) membri del Copasir (come l'ex vicepresidente Giuseppe Esposito) sono a conoscenza da altrettanto tempo.
Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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Andrea Martella, candidato sindaco del Pd per le elezioni comunali di Venezia (Ansa)
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Il testo - 255 paragrafi per circa 250.000 caratteri nella traduzione italiana, dunque medio-lungo - parte con un bivio apocalittico sull’Intelligenza artificiale. Una strada è quella della Torre biblica, il cui tentativo non è né malvagio né impossibile («toccare il cielo», «farsi un nome») ma tragico perché convinto della propria autosufficienza, in forza della quale la dignità delle persone è subordinata all’efficienza unificante della tecnica. È l’Intelligenza artificiale nella sua deriva possibile. A questo scenario Leone contrappone il contributo di Neemia, che contempla la devastazione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Egli non si affretta: digiuna, prega, parla col re, e solo dopo «convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire». Nessuna ripulsa dell’innovazione né fughe nel passato, ma senso del limite che funga da antidoto al pericolo ideologico del progresso senza limiti come «autoaffermazione illimitata».
I primi due capitoli sono un’apparente parentesi con una funzione essenziale: nel fornire un compendio del fondamento e della storia della Dottrina sociale, ne ribadiscono i riferimenti, l’attualità e la pertinenza, arrivando a calarle nei problemi dello scenario attuale: bene comune, sussidiarietà, proprietà privata come diritto fondativo ma subordinato alla «destinazione universale dei beni» vanno calati nel contesto del dominio degli algoritmi.
Nel terzo capitolo si entra nel vivo, ripartendo dal bivio Babele/Gerusalemme. Con Romano Guardini, Prevost inquadra il dramma moderno di uomo «non educato al retto uso della potenza»: il progresso - mai neutro - «chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». E nell’IA si incontra un primo problema: la «scatola nera» di questa tecnologia è in parte inaccessibile. Le IA - scrive il Papa - «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non hanno una coscienza morale, non capiscono ciò che producono»: compiono un «adattamento statistico che può essere molto efficace ma non implica una crescita».
Nel testo non c’è mai una cesura netta tra la dimensione teologica e quella politica: anzi, lo sguardo fisso alle cose ultime arriva a una notevole capillarità pratica. Leone XIV indica tre aspetti decisivi da tenere presenti nell’uso personale degli strumenti di IA: «La facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Così come il testo è esigente in termini legislativi e politici: i paragrafi dal 102 al 111 illuminano il rischio che «lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione» vengano affidati a sistemi automatizzati occultando la responsabilità delle scelte. In Prevost lumeggia una lettura heideggeriana dei «dispositivi», capaci di far scomparire dall’orizzonte i «gesti politici». L’IA non è «moralmente neutra»: tema che non si risolve solo con la regolamentazione ma anzitutto con un’operazione da katechon: «rallentare». «Serve una politica più presente», spiega il Papa, contro la presunta deriva accelerazionista che giustifica e rende apparentemente inevitabile «la nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli». Da qui il «disarmo» dell’IA che si prenderà i titoli: non solo de-bellicizzare gli applicativi quanto «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare». Fa impressione che la principale voce laica sull’Intelligenza artificiale arrivi da un’autorità religiosa, ma è così: Leone «smonta» il racconto di uno sviluppo univocamente positivo e chiede arene pubbliche in cui l’IA sia «sottratta ai monopoli, discutibile, contestabile, abitabile, restituita alla pluralità delle culture umane».
La formulazione più riuscita è forse nell’affronto di transumano e postumano, dove affiora deciso l’agostinismo del Pontefice: «L’umano non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite». A una tecnologia che ne promette il superamento, Prevost propone l’«autentico “più che umano”: la grazia di Dio ricevuta in Cristo». Prima delle promesse della tecnica, la Chiesa rivendica di essere generata dalla più radicale ipotesi di compimento dell’uomo oltre sé stesso. Qui l’agostiniano cede per un istante al tomista: la trasformazione che nasce dal dono di Dio «supera la capacità della natura» (secondo le parole dell’Aquinate). «Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo» e «chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona». Poi torna il Santo d’Ippona, a scandire l’eterno gioco tra le due Città, quella di Dio e quella dell’uomo: «Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Il quarto capitolo è una critica implicita all’orizzonte liberale della modernità, in cui il pragmatismo dell’efficacia spegne la tensione verso la verità, e l’uomo si concepisce «solo autore di sé stesso» (Ratzinger). L’IA accade in questo orizzonte, cui occorre reagire sul fronte comportamentale, educativo, sociale, scolastico, pedagogico ma soprattutto lavorativo. L’eco con la Rerum novarum è esplicita, fino al rigetto della «mano invisibile» e alla richiesta, molto politica, di «trasparenza e responsabilità», perché «la persona non sia ridotta a profilo», la famiglia e l’impresa siano tutelate nell’opporsi al «controllo sociale» della profilazione predittiva. Ed ecco l’altro affondo heideggeriano: l’uomo come «oggetto manipolabile, risorsa da ottimizzare», poiché «ciò che conta è l’efficienza e non il rispetto della libertà e della dignità umana». C’è spazio per la richiesta di perdono a nome della Chiesa per non aver denunciato prima la piaga della schiavitù, poi Prevost attacca chi «possiede i dati sanitari di intere popolazioni e può modellare bisogni e mercati, decidendo a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni».
Più alto e spirituale l’ultimo capitolo: Babele e Neemia si spostano sul piano teologico, lasciando il posto alla «cultura della potenza» e a quella dell’amore. Il Papa ribadisce - a JD Vance saranno fischiate le orecchie - il «superamento della dottrina della guerra giusta, ferma restando la legittima difesa». A maggior ragione con le armi legate all’IA, e in una scena «resa ancora più instabile da gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali», ribadisce che «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», e che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», dissolvendo «nella macchina» responsabilità e colpe. Leone sfiora la categoria del «falso realismo politico», sintesi tra «nichilismo e pragmatismo», contrappondendogli un «sano realismo» che contrasti quell’«idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, finisce per abitare una realtà costruita a misura della proprie convinzioni». Per spiegare come il destino dell’uomo e del mondo sia aperto alla conversione, il Papa sceglie Gandalf, di cui riporta questa citazione tratta dal terzo volume del capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La conclusione è l’inno del Magnificat che rimette al centro del villaggio l’Incarnazione, via autentica alle pulsioni distorte del trans e postumano. La Madonna, conscia di avere in grembo il Redentore, esulta: «Nulla», nota Prevost, «è cambiato attorno a lei, eppure tutto è cambiato dentro di lei». Questo è lo sguardo che il Papa chiede al mondo nel tempo dell’IA.
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Tra fine inverno e inizio primavera del 2000 a Palazzo Chigi c’era il primo premier post comunista: Massimo D’Alema. Ora la prima presidente post missina. Ai mercati piacciono gli estremi? In realtà la politica conta fino a un certo punto in Borsa. Conta se è stabile, certo, ma soprattutto se non rompe le scatole al mercato e agli investitori. Perché in realtà a chi compra titoli piacciono altre cose: gli utili, i dividendi e la liquidità, specie se a costi (tassi) bassi. E a Milano ora è pieno di azioni che pagano belle cedole, con profitti record e buone prospettive. Tipo le banche, ma anche Eni o Enel. E pure le utilities. O Ferrari, per dirne una.
La politica conta e non conta, ma a rileggere certe frasi pre-elezioni Politiche del 2022, quelle che hanno portato Giorgia Meloni a diventare il primo presidente del Consiglio donna, viene da ridere per non piangere. «Se vince la destra sarà a rischio la libertà. Ci sono tentativi di interferenza russa. La destra al governo porterà l’Italia in braccio a Putin e Orbàn», diceva Luigi Di Maio. Lorenzo Guerini (Pd) parlava invece di «rischio default per l’Italia con la destra al governo». Stesso pensiero di Enrico Letta: «La destra al governo ci porterà alla bancarotta». Romano Prodi tremava: con la destra «al governo conti in pericolo». Altra perla, targata Piero Fassino: «Se vince la destra sovranista e populista, l’Italia verrà isolata in Europa e nel mondo». Invece il 25 settembre il centrodestra vince, E da quel giorno l’indice dei principali 40 titoli di Piazza Affari è passato da 21.000 punti circa a 52.200 punti. Un rialzo di quasi il 140%. Senza contare i dividendi pagati dalle società quotate ai loro azionisti, grandi e piccoli. E la «bancarotta»? E il «default»? E «l’isolamento» internazionale? C’è da ridere per non piangere anche perché queste cassandrate finite male erano uscite da esponenti di uno schieramento che la Borsa non l’aveva tirata su. Anzi... Quando arrivò Mario Monti al governo si toccò il minimo storico intorno ai 12.000 punti. Altro che salvatore della patria... e poi con Renzi, Gentiloni, Conte e pure Draghi, non avevamo rivisto i massimi. Si era tornati in zona 20.000, ma i 50.000 sembravano irraggiungibili. Un miraggio. Il Dax di Francoforte invece aveva recuperato e oltrepassato i record già oltre 10 anni fa. E poi Parigi, Londra. Non parliamo di Wall Street. Come mai allora la nostra Borsa ci ha messo una vita per superare se stessa?
Innanzitutto va detto che 26 anni fa la geografia dei titoli più forti era completamente diversa: dominavano i Tmt - tecnologia, media e telecomunicazioni. Telecom e Tim, all’epoca, regnavano con una capitalizzazione complessiva sui 150 miliardi. Vi ricordate l’Opa di Telecom su Seat Pagine Gialle per poi fondere Seat con Tin.it? Dopo crollò tutto, in scia al ko del Nasdaq. Valutazioni troppo alte rispetto agli utili. Solo che da quel falò di migliaia di miliardi in America nacquero i colossi di adesso: Amazon, Apple, Microsoft, per dirle alcuni. Interpreti della vera new economy. Noi, Italia ed Europa, siamo invece rimasti indietro. I big delle tlc tricolori sono state poi spolpate e svendute. Ciò nonostante, governo Berlusconi, Piazza Affari tentò la rimonta verso il record. Purtroppo arrivarono il crac Lehman Brothers e il taroccamento dei conti pubblici greci che dimostrò la pochezza del sistema eurocentrico. Crisi finanziarie che portarono a un decennio di tassi bassi, o negativi, che notoriamente non fanno guadagnare le banche, grandi protagoniste del Ftse Mib. Poi il Covid, la guerra, il mega rialzo dei tassi americani ed europei. Fino al momento Liz Truss, la premier britannica che voleva tagliare le tasse facendo debito impegnando ulteriormente i già deboli conti pubblici del Regno Unito. Durò poco, pochissimo. Fu spazzata via dalle vendite sui titoli di stato della Corona. Era inizio autunno 2022. E Giorgia Meloni capì che non si scherza con i mercati: troppo indebitati, i governi, per sfidarli. Memore anche dei colpi di spread contro il governo Berlusconi. E allora le nuove parole d’ordine: stabilità e serietà sui conti.
Se a questo ci mettiamo che dal settembre 2022 i tassi hanno iniziato a scendere e la recessione, spesso annunciata, in realtà non s’è mai vista, ecco spiegato il rally della Borsa. Durerà? Due le condizioni: liquidità e crescita (anche poca) del Pil. Basta vedere quello che accade in Giappone: il record del 1990 a oltre 40.000 punti è stato riacciuffato solo un paio di anni fa. Ora siamo a 65.000 punti. Occhio però: va bene la liquidità per evitare la recessione, ma prima o poi i debiti si pagano...
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