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2020-04-25
I grillini calano le braghe: sì al Mes
«Urgente e necessario». Per sbandierare come un grande successo questi due aggettivi, riferiti al fondo europeo per la ripresa (Recovery fund), ci sono voluti ben 39 giorni, dal primo Eurogruppo del 16 marzo. Una insostenibile lentezza rispetto alla drammaticità della situazione reale del Paese, che sta vivendo sulla propria pelle una crisi sanitaria, democratica ed economica senza precedenti. Il calo del Pil su base annua potrebbe sfiorare il 10% e la disoccupazione attestarsi intorno al 11/12%.
Dopo l'Eurogruppo del 16 e il Consiglio del 17 marzo, a Bruxelles erano riusciti a recuperare qualche residuo dal bilancio Ue e ad archiviare le anacronistiche regole del Patto di stabilità e del divieto di aiuti di Stato. Con un incendio in corso avevano consentito ai pompieri fare uso di acqua.
Solo con l'Eurogruppo del 24 marzo finalmente a Bruxelles si è cominciata ad avvertire la gravità della situazione, e il comunicato finale recitava che «c'era ampio consenso sull'uso della linea di credito a condizioni rafforzate (Eccl) del Mes come ulteriore linea di difesa contro la crisi».
Il Consiglio del 26 marzo ha poi preso atto dell'esiguità e soprattutto dell'impresentabilità del Mes e ha invitato l'Eurogruppo a presentare nuove proposte entro le successive 2 settimane.
Qui, tra il 7 e il 9 aprile, dopo 30 ore di colloqui, è rimasto sul tavolo il Mes affiancato dai prestiti della Bei e del Sure, e ha faticosamente fatto capolino, al paragrafo 19 del comunicato finale, il Recovery Fund. I ministri delle Finanze «concordavano di lavorarci su» («agreed to work on»), ripassando il cerino al Consiglio del 23 aprile per ricevere dai leader le opportune linee guida per la costituzione di questo fondo.
Ma due giorni fa il comunicato finale del Consiglio ha solo avallato in pieno le proposte dell'Eurogruppo del 9 aprile (Mes/Bei/Sure) e, con riguardo al Recovery Fund, «ha concordato di lavorare all'istituzione di un fondo per la ripresa». Ma il Consiglio, avendo scoperto che il fondo è «necessario e urgente», per non rilanciare il cerino all'ormai esausto Eurogruppo ha pensato bene di dare due settimane alla Commissione per mettere a punto una proposta.
Ma su cosa dovrà lavorare la Commissione? Il Consiglio non ha fornito linee guida su dimensioni del fondo, chi e come lo finanzia, chi e come riceve le somme raccolte, quale sarà la sua durata. Zero assoluto, perché su questi temi la spaccatura è profonda e allora è meglio lanciare la palla in tribuna verso la Commissione e prendere altro tempo, mentre l'Italia brucia.
La discrepanza tra questa cruda realtà ed il coro baldanzoso di numerosi esponenti della maggioranza è abissale. Dal premier Giuseppe Conte al ministro Roberto Gualtieri, al commissario Paolo Gentiloni, al portavoce del M5s Vito Crimi, un'unica sequela di commenti trionfalistici per aver conquistato due aggettivi in due settimane. C'è di che vergognarsi. La Palma d'oro spetta però a Matteo Renzi con «Francia e Italia insieme portano a casa un bel risultato». Peccato però che Emmanuel Macron non abbia nascosto tutta la sua insoddisfazione per il disaccordo sul punto cruciale: aiuti in forma di prestiti («loans») o di sovvenzioni («grants»), queste ultime fortemente sostenute sia da Parigi che da Madrid? Invece Conte, come rivelato da Bloomberg, pare che sia stato il primo a sfilarsi e accettare anche prestiti.
Aldilà della vuota propaganda, le cose stanno ben diversamente. La linea del blocco nordico, unica ammissibile a Trattati vigenti, è invalicabile ed è articolata su due livelli:
1 Un eventuale fondo finanziato con l'emissione di obbligazioni potrà erogare solo prestiti agli Stati membri. Come un Mes o un Sure, con tutte le condizioni tipiche di questi veicoli finanziari e cioè stretta sorveglianza macroeconomica dello Stato e rigida separazione delle responsabilità finanziarie degli Stati garanti, perché non ci può essere responsabilità solidale. Ma, per emettere bond ci vogliono capitale o garanzie e, su questo fronte, i precedenti non sono confortanti. Nel 2010-2012 l'Italia si indebitò per ben 58 miliardi (inclusi prestiti bilaterali) per contribuire ad Efsf e Mes. Infatti, anche qualora fossero sufficienti solo garanzie, il debito emesso da questo fondo sarebbe imputato pro-quota ai Paesi garanti, come accadde per Efsf. Insomma, nella migliore delle ipotesi ci indebiteremmo per ricevere prestiti in pari misura. Qualcosa di simile alle 40.000 lire di Totò e Peppino. Nell'ipotesi remota che tale fondo erogasse anche sovvenzioni, nella nostra veste di contribuenti netti al bilancio Ue, saremmo allora costretti a versare contributi per pagare gli interessi e, anche qui, pagheremmo per aiuti concessi ad altri Stati.
2 Se proprio si devono erogare sovvenzioni, allora il bilancio Ue gioca un ruolo centrale. E la musica non cambia per noi. Questo salvadanaio in cui già finiscono circa 1.100 miliardi in 7 anni (1% del PIL Ue), distribuiti tra gli Stati membri, dovrebbe essere raddoppiato. La Germania, che ha impedito per ben 18 mesi l'approvazione del nuovo bilancio 2021-27, si è resa disponibile ad aumentare il suo contributo, ma resta il fatto che l'Italia è il terzo contribuente netto e non si capisce come sia possibile che diventi beneficiario netto, o pensiamo di togliere il pane di bocca a polacchi, rumeni, greci ed ungheresi?
La realtà è che qualsiasi tentativo di distribuire sovvenzioni in Europa ci vedrebbe contribuenti e non beneficiari. Per il resto ci sono i prestiti, col guinzaglio del creditore privilegiato. Ed è lì che stanno portando il Paese.
Tradimento del M5s sul Fondo salvastati. Ma sette deputati si ribellano ai vertici
Mes-cappato un sì: Fratelli d'Italia mette all'angolo il M5s, che va in frantumi su un ordine del giorno presentato dal partito di Giorgia Meloni ieri alla Camera. Una mossa, quella della Meloni, che mette a nudo le reali posizioni dei partiti sul Fondo ammazza Stati: oltre a far emergere la divisione interna al M5s, infatti, diventa ufficiale anche la posizione di Forza Italia, favorevole al Mes a differenza degli (ex?) alleati del centrodestra. La giornata di ieri a Montecitorio è di quelle da ricordare, tra urla, insulti, cori, presunti errori nel voto, dissidenti allo scoperto, polemiche a raffica, accuse di aver violato i patti, e una verità che esce fuori dal tabellone luminoso: Pd, Forza Italia, Italia viva e M5s sono favorevoli al Mes. Se i dem, i renziani e i berlusconiani, però, almeno lo hanno sempre detto, a essere ancora una volta sbugiardati sono i pentastellati, che come al solito votano in maniera esattamente opposta rispetto ai proclami propagandistici a uso e consumo di tv, giornali e social network.
Riavvolgiamo il nastro: ieri mattina, alla Camera, si mette in votazione un ordine del giorno di Fratelli d'Italia al decreto Cura Italia, che impegna il governo a «non utilizzare in alcun caso il Mes per far fronte all'insieme delle misure volte a contrastare l'attuale emergenza». Giorgia Meloni, prima firmataria dell'ordine del giorno, interviene in aula: «È un dovere del Parlamento», dice la leader di Fdi, «opporsi all'adesione di un accordo in Europa che preveda il Mes, perchè, al di là delle fumose garanzie asserite dal governo, Mes oggi non significa altro che aprire le porte alla troika Ue. Noi sappiamo bene cosa significherebbe aprire le porte del nostro paese alla troika Ue. Chi invece non lo sapesse», aggiunge la Meloni, «può domandarlo serenamente ai greci che lo hanno sperimentato sulla loro pelle e lo sanno molto bene. Votate con noi contro il Mes», dice rivolta ai grillini, «il Pd vuole umiliarvi!».
Il governo esprime parere contrario, si procede con la votazione: l'odg viene bocciato con 119 favorevoli e 216 contrari. Dai banchi di Fratelli d'Italia si leva alto e forte il coro «venduti, venduti!». Dai tabulati, arriva la sorpresa: ben sette deputati del M5s hanno votato sì insieme a Fratelli d'Italia e Lega. I dissidenti sono Pino Cabras, Antonio Lombardo, Alvise Maniero, Dalila Nesci, Raphael Raduzzi, Andrea Vallascas e Giovanni Vianello. Un'altra deputata, Valentina Corneli, si è astenuta. Ha votato a favore dell'odg della Meloni anche Stefano Fassina, di Leu. Giallo per quel che riguarda Forza Italia: al termine della votazione, interviene il capogruppo, Mariastella Gelmini: «Chiediamo una rettifica», dice la Gelmini, «per sbaglio qualcuno ha votato, ma non volevamo partecipare al voto». Silvio Berlusconi in persona, da settimane, ha ufficializzato la posizione del suo partito, favorevole al Mes sanitario. Gli azzurri sono allo sbando, divisi tra chi non vuole mettere in discussione l'alleanza con Lega e Fdi e chi invece segue con convinzione la linea di Berlusconi.
La Meloni, su Facebook, mette il dito nella piaga grillina: «Ci sono sette deputati del M5s», scrive la leader di Fdi, «che non hanno seguito il diktat di partito, votando a favore dell'ordine del giorno di Fratelli d'Italia per dire chiaramente no al Mes. In contrasto anche con i loro colleghi di partito che hanno scelto di sottomettersi al Pd. Senza che tolga nulla alle nostre differenze, da italiana», aggiunge la Meloni, «li voglio ringraziare per essere stati coerenti e coraggiosi». Il M5s è allo sbando, sul blog penta stellato compare un post pieno di livore nei confronti di Giorgia Meloni: «La provocazione dell'odg della Meloni», si arrampicano sugli specchi i grillini, «è stata naturalmente respinta».
La Lega, da parte sua, annuncia una mozione di sfiducia al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, e attacca frontalmente Forza Italia: «Sostenere e appoggiare il Meccanismo europeo di stabilità», spiegano i capigruppo del Carroccio al Senato e alla Camera, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, «senza aver consultato le Camere è un atto contro la legge, contro il Parlamento, un crimine contro l'Italia, contro l'interesse nazionale, contro il futuro dei nostri figli. Denunciamo questo governo per aver condotto trattative in Europa senza la legittimazione del parlamento, per avere, di fatto, già accettato come strumento il Mes: mettere a rischio il futuro del Paese, la nostra economia non può passare sotto silenzio. Visto che il governo ha impedito un legittimo voto in Parlamento», aggiungono Romeo e Molinari, «ogni singolo parlamentare si assuma ora la responsabilità di avallare le scelte compiute personalmente dal ministro Gualtieri decidendo se debba restare o meno al suo posto. Prendiamo atto con rammarico che Forza Italia, sul Mes, sostiene le posizioni del governo Conte, le stesse che sono state di Romano Prodi e di Mario Monti. Noi chiediamo la sfiducia per Gualtieri per aver tradito gli italiani e il Parlamento».
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La principale novità arrivata dal Consiglio europeo è aver definito il Recovery fund «necessario e urgente», senza dare altre indicazioni. Ma, con queste regole, qualsiasi fondo ci vedrebbe solo come contribuenti.Tradimento del M5s sul Fondo salvastati. Ma sette deputati si ribellano ai vertici. Bocciato l'ordine del giorno di Fdi anti Mes: Forza Italia vota contro e poi rettifica. La Lega: «Mozione di sfiducia a Gualtieri». Lo speciale comprende due articoli.«Urgente e necessario». Per sbandierare come un grande successo questi due aggettivi, riferiti al fondo europeo per la ripresa (Recovery fund), ci sono voluti ben 39 giorni, dal primo Eurogruppo del 16 marzo. Una insostenibile lentezza rispetto alla drammaticità della situazione reale del Paese, che sta vivendo sulla propria pelle una crisi sanitaria, democratica ed economica senza precedenti. Il calo del Pil su base annua potrebbe sfiorare il 10% e la disoccupazione attestarsi intorno al 11/12%.Dopo l'Eurogruppo del 16 e il Consiglio del 17 marzo, a Bruxelles erano riusciti a recuperare qualche residuo dal bilancio Ue e ad archiviare le anacronistiche regole del Patto di stabilità e del divieto di aiuti di Stato. Con un incendio in corso avevano consentito ai pompieri fare uso di acqua.Solo con l'Eurogruppo del 24 marzo finalmente a Bruxelles si è cominciata ad avvertire la gravità della situazione, e il comunicato finale recitava che «c'era ampio consenso sull'uso della linea di credito a condizioni rafforzate (Eccl) del Mes come ulteriore linea di difesa contro la crisi».Il Consiglio del 26 marzo ha poi preso atto dell'esiguità e soprattutto dell'impresentabilità del Mes e ha invitato l'Eurogruppo a presentare nuove proposte entro le successive 2 settimane.Qui, tra il 7 e il 9 aprile, dopo 30 ore di colloqui, è rimasto sul tavolo il Mes affiancato dai prestiti della Bei e del Sure, e ha faticosamente fatto capolino, al paragrafo 19 del comunicato finale, il Recovery Fund. I ministri delle Finanze «concordavano di lavorarci su» («agreed to work on»), ripassando il cerino al Consiglio del 23 aprile per ricevere dai leader le opportune linee guida per la costituzione di questo fondo. Ma due giorni fa il comunicato finale del Consiglio ha solo avallato in pieno le proposte dell'Eurogruppo del 9 aprile (Mes/Bei/Sure) e, con riguardo al Recovery Fund, «ha concordato di lavorare all'istituzione di un fondo per la ripresa». Ma il Consiglio, avendo scoperto che il fondo è «necessario e urgente», per non rilanciare il cerino all'ormai esausto Eurogruppo ha pensato bene di dare due settimane alla Commissione per mettere a punto una proposta.Ma su cosa dovrà lavorare la Commissione? Il Consiglio non ha fornito linee guida su dimensioni del fondo, chi e come lo finanzia, chi e come riceve le somme raccolte, quale sarà la sua durata. Zero assoluto, perché su questi temi la spaccatura è profonda e allora è meglio lanciare la palla in tribuna verso la Commissione e prendere altro tempo, mentre l'Italia brucia. La discrepanza tra questa cruda realtà ed il coro baldanzoso di numerosi esponenti della maggioranza è abissale. Dal premier Giuseppe Conte al ministro Roberto Gualtieri, al commissario Paolo Gentiloni, al portavoce del M5s Vito Crimi, un'unica sequela di commenti trionfalistici per aver conquistato due aggettivi in due settimane. C'è di che vergognarsi. La Palma d'oro spetta però a Matteo Renzi con «Francia e Italia insieme portano a casa un bel risultato». Peccato però che Emmanuel Macron non abbia nascosto tutta la sua insoddisfazione per il disaccordo sul punto cruciale: aiuti in forma di prestiti («loans») o di sovvenzioni («grants»), queste ultime fortemente sostenute sia da Parigi che da Madrid? Invece Conte, come rivelato da Bloomberg, pare che sia stato il primo a sfilarsi e accettare anche prestiti.Aldilà della vuota propaganda, le cose stanno ben diversamente. La linea del blocco nordico, unica ammissibile a Trattati vigenti, è invalicabile ed è articolata su due livelli:1 Un eventuale fondo finanziato con l'emissione di obbligazioni potrà erogare solo prestiti agli Stati membri. Come un Mes o un Sure, con tutte le condizioni tipiche di questi veicoli finanziari e cioè stretta sorveglianza macroeconomica dello Stato e rigida separazione delle responsabilità finanziarie degli Stati garanti, perché non ci può essere responsabilità solidale. Ma, per emettere bond ci vogliono capitale o garanzie e, su questo fronte, i precedenti non sono confortanti. Nel 2010-2012 l'Italia si indebitò per ben 58 miliardi (inclusi prestiti bilaterali) per contribuire ad Efsf e Mes. Infatti, anche qualora fossero sufficienti solo garanzie, il debito emesso da questo fondo sarebbe imputato pro-quota ai Paesi garanti, come accadde per Efsf. Insomma, nella migliore delle ipotesi ci indebiteremmo per ricevere prestiti in pari misura. Qualcosa di simile alle 40.000 lire di Totò e Peppino. Nell'ipotesi remota che tale fondo erogasse anche sovvenzioni, nella nostra veste di contribuenti netti al bilancio Ue, saremmo allora costretti a versare contributi per pagare gli interessi e, anche qui, pagheremmo per aiuti concessi ad altri Stati.2 Se proprio si devono erogare sovvenzioni, allora il bilancio Ue gioca un ruolo centrale. E la musica non cambia per noi. Questo salvadanaio in cui già finiscono circa 1.100 miliardi in 7 anni (1% del PIL Ue), distribuiti tra gli Stati membri, dovrebbe essere raddoppiato. La Germania, che ha impedito per ben 18 mesi l'approvazione del nuovo bilancio 2021-27, si è resa disponibile ad aumentare il suo contributo, ma resta il fatto che l'Italia è il terzo contribuente netto e non si capisce come sia possibile che diventi beneficiario netto, o pensiamo di togliere il pane di bocca a polacchi, rumeni, greci ed ungheresi?La realtà è che qualsiasi tentativo di distribuire sovvenzioni in Europa ci vedrebbe contribuenti e non beneficiari. Per il resto ci sono i prestiti, col guinzaglio del creditore privilegiato. Ed è lì che stanno portando il Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lunica-certezza-sono-i-soldi-da-dare-per-quelli-da-prendere-si-vedra-2645826273.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tradimento-del-m5s-sul-fondo-salvastati-ma-sette-deputati-si-ribellano-ai-vertici" data-post-id="2645826273" data-published-at="1587758763" data-use-pagination="False"> Tradimento del M5s sul Fondo salvastati. Ma sette deputati si ribellano ai vertici Mes-cappato un sì: Fratelli d'Italia mette all'angolo il M5s, che va in frantumi su un ordine del giorno presentato dal partito di Giorgia Meloni ieri alla Camera. Una mossa, quella della Meloni, che mette a nudo le reali posizioni dei partiti sul Fondo ammazza Stati: oltre a far emergere la divisione interna al M5s, infatti, diventa ufficiale anche la posizione di Forza Italia, favorevole al Mes a differenza degli (ex?) alleati del centrodestra. La giornata di ieri a Montecitorio è di quelle da ricordare, tra urla, insulti, cori, presunti errori nel voto, dissidenti allo scoperto, polemiche a raffica, accuse di aver violato i patti, e una verità che esce fuori dal tabellone luminoso: Pd, Forza Italia, Italia viva e M5s sono favorevoli al Mes. Se i dem, i renziani e i berlusconiani, però, almeno lo hanno sempre detto, a essere ancora una volta sbugiardati sono i pentastellati, che come al solito votano in maniera esattamente opposta rispetto ai proclami propagandistici a uso e consumo di tv, giornali e social network. Riavvolgiamo il nastro: ieri mattina, alla Camera, si mette in votazione un ordine del giorno di Fratelli d'Italia al decreto Cura Italia, che impegna il governo a «non utilizzare in alcun caso il Mes per far fronte all'insieme delle misure volte a contrastare l'attuale emergenza». Giorgia Meloni, prima firmataria dell'ordine del giorno, interviene in aula: «È un dovere del Parlamento», dice la leader di Fdi, «opporsi all'adesione di un accordo in Europa che preveda il Mes, perchè, al di là delle fumose garanzie asserite dal governo, Mes oggi non significa altro che aprire le porte alla troika Ue. Noi sappiamo bene cosa significherebbe aprire le porte del nostro paese alla troika Ue. Chi invece non lo sapesse», aggiunge la Meloni, «può domandarlo serenamente ai greci che lo hanno sperimentato sulla loro pelle e lo sanno molto bene. Votate con noi contro il Mes», dice rivolta ai grillini, «il Pd vuole umiliarvi!». Il governo esprime parere contrario, si procede con la votazione: l'odg viene bocciato con 119 favorevoli e 216 contrari. Dai banchi di Fratelli d'Italia si leva alto e forte il coro «venduti, venduti!». Dai tabulati, arriva la sorpresa: ben sette deputati del M5s hanno votato sì insieme a Fratelli d'Italia e Lega. I dissidenti sono Pino Cabras, Antonio Lombardo, Alvise Maniero, Dalila Nesci, Raphael Raduzzi, Andrea Vallascas e Giovanni Vianello. Un'altra deputata, Valentina Corneli, si è astenuta. Ha votato a favore dell'odg della Meloni anche Stefano Fassina, di Leu. Giallo per quel che riguarda Forza Italia: al termine della votazione, interviene il capogruppo, Mariastella Gelmini: «Chiediamo una rettifica», dice la Gelmini, «per sbaglio qualcuno ha votato, ma non volevamo partecipare al voto». Silvio Berlusconi in persona, da settimane, ha ufficializzato la posizione del suo partito, favorevole al Mes sanitario. Gli azzurri sono allo sbando, divisi tra chi non vuole mettere in discussione l'alleanza con Lega e Fdi e chi invece segue con convinzione la linea di Berlusconi. La Meloni, su Facebook, mette il dito nella piaga grillina: «Ci sono sette deputati del M5s», scrive la leader di Fdi, «che non hanno seguito il diktat di partito, votando a favore dell'ordine del giorno di Fratelli d'Italia per dire chiaramente no al Mes. In contrasto anche con i loro colleghi di partito che hanno scelto di sottomettersi al Pd. Senza che tolga nulla alle nostre differenze, da italiana», aggiunge la Meloni, «li voglio ringraziare per essere stati coerenti e coraggiosi». Il M5s è allo sbando, sul blog penta stellato compare un post pieno di livore nei confronti di Giorgia Meloni: «La provocazione dell'odg della Meloni», si arrampicano sugli specchi i grillini, «è stata naturalmente respinta». La Lega, da parte sua, annuncia una mozione di sfiducia al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, e attacca frontalmente Forza Italia: «Sostenere e appoggiare il Meccanismo europeo di stabilità», spiegano i capigruppo del Carroccio al Senato e alla Camera, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, «senza aver consultato le Camere è un atto contro la legge, contro il Parlamento, un crimine contro l'Italia, contro l'interesse nazionale, contro il futuro dei nostri figli. Denunciamo questo governo per aver condotto trattative in Europa senza la legittimazione del parlamento, per avere, di fatto, già accettato come strumento il Mes: mettere a rischio il futuro del Paese, la nostra economia non può passare sotto silenzio. Visto che il governo ha impedito un legittimo voto in Parlamento», aggiungono Romeo e Molinari, «ogni singolo parlamentare si assuma ora la responsabilità di avallare le scelte compiute personalmente dal ministro Gualtieri decidendo se debba restare o meno al suo posto. Prendiamo atto con rammarico che Forza Italia, sul Mes, sostiene le posizioni del governo Conte, le stesse che sono state di Romano Prodi e di Mario Monti. Noi chiediamo la sfiducia per Gualtieri per aver tradito gli italiani e il Parlamento».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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