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2025-02-03
Lunga vita ai nonni
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Ah, se non ci fossero i nonni. Raramente ci si fa caso, ma i genitori dei genitori rappresentano molto di più della fascia anziana della famiglia: sono memoria, storia, radici. Sono al tempo stesso ponte tra il passato e il presente e premessa imprescindibile per il futuro. Senza di loro la vita sarebbe molto più complicata, specialmente quella delle mamme lavoratrici. Come infatti messo in luce dalla statistica Linda Laura Sabbadini, «i nonni, e in particolare le nonne, sono il pilastro del supporto alle lavoratrici madri con figli fino a 10 anni». «Nei casi in cui entrambi i genitori sono occupati», ha osservato sempre la Sabbadini, i nonni «se ne prendono cura nel 60,4% dei casi quando il bimbo più piccolo ha fino a 2 anni, nel 61,3% quando ha da 3 a 5 anni e nel 47,1% se è più grande. Valori che superano il 65% nel Mezzogiorno».
L’aiuto dei nonni alle mamme lavoratrici è confermato anche dalla professoressa Shireen Kanji della Brunel University di Londra. «L’assistenza all’infanzia da parte dei nonni», ha scritto la Kanji in un articolo uscito su The Conversation, «ha aumentato del 26% la partecipazione delle madri di bambini di 4 e 5 anni al mercato del lavoro, rispetto a quanto sarebbe successo se i nonni non avessero fornito la loro assistenza all’infanzia».
Il supporto dei nonni, specie alle madri, è rilevante anche sotto il profilo emotivo, risultando fondamentalmente correlato, nel corso del primo anno dopo il parto, a una migliore condizione della donna: lo si è visto in una metanalisi pubblicata nel 2023 sulla rivista Human Nature, a partire da 11 studi per un totale di quasi 3.400 partecipanti, attraverso la quale si è osservata questo fenomeno sia nelle madri adolescenti sia in quelle mamme a basso rischio di disturbi emotivi del dopo parto. Dunque i nonni non sono componenti marginali, bensì fondamentali della famiglia.
Tutto ciò vale in modo particolare per l’Italia. Se infatti la media europea degli over 65 che si sente utile occupandosi a tempo pieno dei nipoti è del 30%, nel nostro Paese è al 44%. Il che si traduce anzitutto in servizi concreti come tenere compagnia ai bambini, aiutarli nei compiti, accompagnarli a scuola o agli allenamenti sportivi, vigilare su di loro quando mamma e papà sono fuori casa. Insomma, i nonni da un lato offrono un sostegno affettivo e materiale ai genitori - tanto più nei momenti di crisi o difficoltà - e dall’altro si confermano figure fondamentali nello sviluppo emotivo, cognitivo e sociale dei nipoti, arricchendo in modo decisivo il processo educativo. Se infatti mamma e papà trasmettono ai figli insegnamenti, i nonni trasmettono loro tradizioni.
Ma non solo: la componente anziana della famiglia dà un apporto anche sotto il profilo delle competenze. Eloquente, su questo, Early child care and child outcomes: the role of grandparents, studio basato sui dati del Millennium cohort study, indagine inglese contenente informazioni su un campione di quasi 19.000 famiglie con bambini nati nel 2000/2001. Ebbene, gli autori di questa ricerca si sono accorti di come, rispetto ai coetanei che frequentano l’asilo nido, i bambini che sono seguiti dai nonni conoscono un maggior numero di parole, dimostrandosi più abili nel dare nomi agli oggetti: davanti a un libretto con figure colorate sono pertanto in grado di dire il nome corretto dell’oggetto più frequentemente degli altri bambini.
Un’altra funzione dei nonni è quella di contrastare i pregiudizi. Un’indagine belga pubblicata nel 2019 sulla rivista Child development a cura dei ricercatori Allison Flamion, Pierre Missotten, Manon Marquet e Stéphane Adam - i quali hanno esaminato 1.151 bambini di età compresa tra 7 e 16 anni - ha scoperto come i nipoti che vedevano i nonni almeno una volta alla settimana fossero più amorevoli verso gli anziani; più tempo trascorrevano con loro, meno forti risultavano i loro pregiudizi nei confronti della terza età.
È poi interessante il lavoro dalla dottoressa Hayley A. Hamilton, la quale ha dimostrato - con l’indagine pubblicata sul Journal of adolescent health, realizzata a partire dai dati del National longitudinal study of adolescent health - come tra i minori afroamericani, più di altri esposti a degrado e difficoltà, la presenza di un nonno in casa sia associata a sintomi depressivi inferiori e comportamenti meno devianti.
E non è finita. Effetti positivi riconducibili alla presenza dei nonni sono stati riscontrati anche in relazione all’obesità infantile. Una ricerca pubblicata nel 2016 su Pediatric obesity - realizzata su 39 minori in età prescolare dai ricercatori dello svedese Karolinska Institutet e dell’Institute of social and cultural anthropology presso l’Università di Oxford - ha infatti scoperto come il sostegno dei nonni sia collegato a livelli più bassi di obesità nei bambini. «Il nostro studio dimostra che il supporto emotivo dei nonni può avere un effetto preventivo contro l’obesità infantile, che è una malattia grave», ha commentato Paulina Nowicka, professoressa del Karolinska Institutet e coautrice di questo studio.
Dulcis in fundo, in quello che appare un bellissimo circuito di affetti - un bene, cioè, che ritorna dopo essere stato donato - accade che la presenza dei nipoti faccia del bene ai nonni, anzitutto tenendoli cognitivamente attivi. Fa testo a tal proposito uno studio pubblicato nel 2014 - intitolato Does grandparenting pay off? The effect of childcare on grandparents’ cognitive functioning - con il quale si è visto come i nonni che curano i nipoti settimanalmente mostrino migliori abilità verbali. E questo senza differenza di genere: a parità di tempo trascorso insieme ai nipoti, i benefici sono risultati simili per nonne e nonni. Più recentemente, nel 2019, un lavoro uscito sulla rivista Social science & medicine - con cui si sono prese in considerazione persone di 50 anni e più in 11 Paesi europei, per un totale di quasi 25.000 individui - ha riscontrato come «i nonni più attivi hanno dichiarato di godere di una salute migliore rispetto ai nonni che lo sono meno».
Certo, si potrebbe sempre obiettare che queste dichiarazioni non siano poi così accurate e che magari l’importanza attribuita agli affetti possa in qualche modo influenzare la valutazione della propria salute. Ma a parte il fatto che questa indagine ha considerato numerosi parametri (come i sintomi depressivi, la soddisfazione di vita e le criticità emerse nelle attività quotidiane), che son tutti risultati migliori per i nonni attivi, ci sono anche evidenze che hanno dimostrato in modo definitivo i benefici per gli anziani nello stare coi loro nipoti. Il riferimento, qui, è agli impressionanti esiti di quello che è noto come Berlin aging study, un maxistudio multidisciplinare - pubblicato a cura di Paul B. Baltes e Karl Ulrich Mayer del Max-Planck-Institut für Bildungsforschung - nel quale si è considerato un campione di 516 persone di età compresa tra i 70 e i 100 anni, che sono state divise in tre gruppi: i nonni che occasionalmente aiutavano con i nipoti, gli anziani che avevano alcune responsabilità di assistenza per persone non familiari e gli anziani che non prestavano assistenza a nessun altro. Ebbene, al termine di questa indagine ventennale si è visto come i nonni in prima linea nell’assistere fin dall’infanzia i loro nipoti mostrassero tassi di mortalità inferiori del 37% rispetto agli altri. Insomma, è proprio il caso di dirlo: lunga vita ai nonni che più fanno i nonni.
«Oggi sono ripudiati perché si vuole demolire il passato»
Classe 1939, avvocato, due figli, sette nipoti, già prosindaco (1985-87) e vicesindaco di Milano (1991), Giuseppe Zola - per tutti Peppino - è tra i fondatori nonché presidente, anche grazie alla consorte Adriana mancata nel 2022 («la mia combattiva moglie»), di Nonni 2.0, associazione nata nel 2014 non per «aiutare i nonni a fare bene i nonni (lo sanno già fare per natura)», bensì «per aiutarli a prendere maggiore coscienza dei propri compiti sia in relazione alla propria famiglia sia in relazione all’intera società». Dunque è la persona giusta per farsi un’idea sui nonni nel panorama odierno.
Zola, a oltre 10 anni dalla fondazione, quali sono state le principali iniziative di Nonni 2.0?
«Ci siamo molto impegnati su tre fronti. Innanzitutto quello culturale, con una fitta serie di incontri interni ed esterni tesi ad approfondire i compiti specifici dei nonni, soprattutto sul versante educativo. In particolare, negli ultimi due anni abbiamo affrontato di petto il tema della alleanza tra generazioni, che riteniamo essere indispensabile per aiutare la crescita di un pensiero critico, la tutela della vita e della libertà e l’incremento dell’educazione e delle esperienze comunitarie. A ognuno di questi incontri partecipava un nonno, un genitore non ancora nonno, uno studente universitario e un sacerdote. È aumentata la coscienza che si tratta di un tema essenziale. Un secondo tipo di impegno si è rivolto verso la Chiesa, segnalando l’importanza che i nonni hanno nell’ambito degli impegni pastorali delle comunità e dei movimenti ecclesiali. Anche all’interno di tali comunità, infatti, vi può essere il pericolo di considerare i nonni e in generale gli anziani solo come persone da “assistere” e non da coinvolgere in un impegno. Una terza area di nostra attenzione è stata quella che riguarda l’ambito sociale e anche politico, che si deve rendere sempre più conto della funzione essenziale e molto importante che i nonni hanno nel tenere insieme l’intera società».
Come?
«Per esempio, abbiamo proposto che gli aiuti economici che i nonni danno ai nipoti vengano presi in considerazione tra le deduzioni possibili dal punto di vista fiscale e che i nonni possano partecipare alle assemblee di classe su delega dei genitori, quando questi ultimi siano impossibilitati a parteciparvi. Segnalo, in particolare, questa iniziativa: insieme ai pensionati Cisl, abbiamo indetto un concorso scolastico nazionale sul tema: “Io e i miei nonni: esperienze e riflessioni”, la cui premiazione avverrà il prossimo 14 maggio ad Agrigento, designata come Capitale culturale italiana per il 2025».
Come mai, nonostante l’importanza che ciascuno nel proprio vissuto attribuisce ai nonni, essi restano una risorsa sottostimata? Dopotutto, i nonni in Italia sono 12 milioni.
«La causa principale di questa sottostima sta in una concezione culturale, che oggi sembra essere prevalente, secondo la quale non viene sottolineata a sufficienza la tradizione dalla quale proveniamo ciascuno di noi e il nostro intero popolo. Si tende a guardare solo a un progresso che non tiene conto della storia da cui proveniamo. I nonni sono come il simbolo fisico di questa storia e pertanto non vengono presi in considerazione: sono visti con una certa simpatia - a volte anche con un po’ di tenerezza -, ma non si tiene conto di loro quando si devono prendere le decisioni importanti. Il pensiero dominante tende a relegare in un angolo i nonni, perché essi potrebbero demolire il tentativo di distruggere il passato, come vorrebbe la cancel culture. Errore madornale e antistorico».
A quanto ammonta il contributo che i nonni danno al welfare?
«Durante un convegno sulla famiglia tenutosi lo scorso agosto al Meeting di Rimini, il professor Mario Bolzan, ordinario di statistica sociale all’Università di Padova, ha presentato una slide relativa a una ricerca su 11 Paesi europei, che ha mostrato come in Gran Bretagna una famiglia media riceva 468 ore all’anno di assistenza ai nipoti dai nonni: se si dovessero tradurre tali ore in valore economico, ogni famiglia avrebbe un risparmio annuale di 4.600 sterline, pari a circa 4.000 euro. Basterebbe fare un piccolo conto sulla base di questi dati: si dimostrerebbe facilmente che il welfare prodotto dai nonni, attraverso la loro gratuita attività quotidiana, ammonta in Italia a molti miliardi di euro, pari a una quota rilevante del Pil nazionale».
Qualcuno che ogni tanto richiama l’importanza dei nonni però c’è: papa Francesco.
«Interviene non ogni tanto, ma molto spesso e nelle più varie occasioni. Ne parla anche a livello personale, nel senso che ha più volte detto che la sua stessa vocazione è stata grandemente favorita da sua nonna».
Da anni - lo fece pure Silvio Berlusconi - si parla di un ministero degli Anziani, tema su cui lo scorso anno le Rsa del Veneto hanno rivolto un appello a Giorgia Meloni. Che ne pensa?
«Il tema è molto interessante e, comunque, segnala il fatto che gli anziani, nonni compresi, costituiscono un fattore positivo essenziale per l’intero Paese, come messo in evidenza dalla legge 33/2023. Si potrebbe approfondire l’ipotesi, a qualche condizione».
Quali?
«La prima che l’eventuale ministero non nasca a tavolino, ma solo dopo avere ascoltato chi si occupa quotidianamente di queste problematiche. La seconda è che non venga creata un’altra struttura destinata ad aumentare i lacci burocratici, che già appesantiscono la nostra vita. La terza è che l’eventuale nuova struttura tenga conto del fatto che il 70% degli anziani e dei nonni non è principalmente da “assistere”, ma da valorizzare».
Anche la Chiesa omaggia gli anziani da sempre angeli custodi della fede
Se la cultura dominante di rado ricorda l’importanza dei nonni, così non è per la Chiesa. In effetti, sono molto chiari in proposito i messaggi dei pontefici degli ultimi decenni, a partire da Karol Wojtyla. Correva infatti il 31 dicembre 1978, Giovanni Paolo II era stato eletto Papa da poco più di due mesi, allorquando nell’Angelus domenicale volle esplicitamente ricordare le persone «di età avanzata», tra cui «nonni e nonne», sottolineando come debbano essere guardate «con rispetto (“onora!”); a loro devono le famiglie la propria esistenza, l’educazione, il mantenimento, che spesso sono stati pagati con duro lavoro e con molta sofferenza. Non possono essere trattati come se fossero ormai inutili».
Il 1° ottobre 1999, poco più di 20 anni dopo, fu sempre il pontefice polacco a scrivere una Lettera agli anziani nella quale indicava nei genitori dei genitori le radici della fede. «In quante famiglie», sottolineava infatti Wojtyla in quel documento, «i nipotini ricevono dai nonni i primi rudimenti della fede! Ma sono molti altri i campi a cui può estendersi il benefico apporto degli anziani. Lo Spirito agisce come e dove vuole, servendosi non di rado di vie umane che agli occhi del mondo appaiono di poco conto».
Anche Joseph Ratzinger non perse occasione, da Papa, per ricordare l’importanza dei nonni. Nel discorso tenuto il 5 aprile 2008 all’assemblea plenaria del Pontificio consiglio per la famiglia, in sala Clementina, Benedetto XVI denunciò in particolare l’emarginazione dei più anziani degli ultimi decenni. «Oggi, l’evoluzione economica e sociale», osservava il pontefice tedesco, «ha portato profonde trasformazioni nella vita delle famiglie. Gli anziani, tra cui molti nonni, si sono trovati in una sorta di “zona di parcheggio”: alcuni si accorgono di essere un peso in famiglia e preferiscono vivere soli o in case di riposo, con tutte le conseguenze che queste scelte comportano».
In continuità coi predecessori anche papa Francesco si è più volte soffermato sull’importanza dei nonni; a partire dal 26 ottobre 2013, quando, in occasione del pellegrinaggio delle famiglie, domandò: «Voi ascoltate i nonni? Voi aprite il vostro cuore alla memoria che ci danno i nonni? Un popolo che non ascolta i nonni è un popolo che muore». Nell’incontro nell’aula Paolo VI con nonni, anziani e nipoti promosso dalla fondazione Età grande, il 27 aprile 2024, il pontefice argentino ha offerto un’interpretazione originale del Vangelo a favore dei più anziani, come i primi che hanno capito chi fosse davvero Gesù. «Sono due anziani, mi piace pensare due nonni, Simeone e Anna», ha osservato papa Bergoglio, «a riconoscere Gesù quando è stato portato al Tempio da Maria e Giuseppe (cfr Lc 2,22-38). Sono stati questi due nonni a riconoscere Gesù, prima di tutti. L’hanno accolto, preso tra le braccia e hanno compreso - solo loro l’hanno compreso - quello che stava succedendo. Cioè che Dio era lì, presente, e che li guardava con gli occhi di un Bambino».
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Depositari della storia della propria famiglia, rappresentano un supporto fondamentale per i genitori che lavorano a tempo pieno. E più studi rivelano che i bambini da loro accuditi vantano un maggiore benessere psicofisico.L’ex prosindaco di Milano Giuseppe Zola: «Sono visti come un baluardo contro la cancel culture. Con la mia associazione lotto per valorizzarli».Anche la Chiesa omaggia gli anziani da sempre angeli custodi della fede. Giovanni Paolo II dedicò loro una Lettera, Benedetto XVI denunciò chi li emarginava.Lo speciale contiene tre articoli.Ah, se non ci fossero i nonni. Raramente ci si fa caso, ma i genitori dei genitori rappresentano molto di più della fascia anziana della famiglia: sono memoria, storia, radici. Sono al tempo stesso ponte tra il passato e il presente e premessa imprescindibile per il futuro. Senza di loro la vita sarebbe molto più complicata, specialmente quella delle mamme lavoratrici. Come infatti messo in luce dalla statistica Linda Laura Sabbadini, «i nonni, e in particolare le nonne, sono il pilastro del supporto alle lavoratrici madri con figli fino a 10 anni». «Nei casi in cui entrambi i genitori sono occupati», ha osservato sempre la Sabbadini, i nonni «se ne prendono cura nel 60,4% dei casi quando il bimbo più piccolo ha fino a 2 anni, nel 61,3% quando ha da 3 a 5 anni e nel 47,1% se è più grande. Valori che superano il 65% nel Mezzogiorno». L’aiuto dei nonni alle mamme lavoratrici è confermato anche dalla professoressa Shireen Kanji della Brunel University di Londra. «L’assistenza all’infanzia da parte dei nonni», ha scritto la Kanji in un articolo uscito su The Conversation, «ha aumentato del 26% la partecipazione delle madri di bambini di 4 e 5 anni al mercato del lavoro, rispetto a quanto sarebbe successo se i nonni non avessero fornito la loro assistenza all’infanzia». Il supporto dei nonni, specie alle madri, è rilevante anche sotto il profilo emotivo, risultando fondamentalmente correlato, nel corso del primo anno dopo il parto, a una migliore condizione della donna: lo si è visto in una metanalisi pubblicata nel 2023 sulla rivista Human Nature, a partire da 11 studi per un totale di quasi 3.400 partecipanti, attraverso la quale si è osservata questo fenomeno sia nelle madri adolescenti sia in quelle mamme a basso rischio di disturbi emotivi del dopo parto. Dunque i nonni non sono componenti marginali, bensì fondamentali della famiglia.Tutto ciò vale in modo particolare per l’Italia. Se infatti la media europea degli over 65 che si sente utile occupandosi a tempo pieno dei nipoti è del 30%, nel nostro Paese è al 44%. Il che si traduce anzitutto in servizi concreti come tenere compagnia ai bambini, aiutarli nei compiti, accompagnarli a scuola o agli allenamenti sportivi, vigilare su di loro quando mamma e papà sono fuori casa. Insomma, i nonni da un lato offrono un sostegno affettivo e materiale ai genitori - tanto più nei momenti di crisi o difficoltà - e dall’altro si confermano figure fondamentali nello sviluppo emotivo, cognitivo e sociale dei nipoti, arricchendo in modo decisivo il processo educativo. Se infatti mamma e papà trasmettono ai figli insegnamenti, i nonni trasmettono loro tradizioni. Ma non solo: la componente anziana della famiglia dà un apporto anche sotto il profilo delle competenze. Eloquente, su questo, Early child care and child outcomes: the role of grandparents, studio basato sui dati del Millennium cohort study, indagine inglese contenente informazioni su un campione di quasi 19.000 famiglie con bambini nati nel 2000/2001. Ebbene, gli autori di questa ricerca si sono accorti di come, rispetto ai coetanei che frequentano l’asilo nido, i bambini che sono seguiti dai nonni conoscono un maggior numero di parole, dimostrandosi più abili nel dare nomi agli oggetti: davanti a un libretto con figure colorate sono pertanto in grado di dire il nome corretto dell’oggetto più frequentemente degli altri bambini. Un’altra funzione dei nonni è quella di contrastare i pregiudizi. Un’indagine belga pubblicata nel 2019 sulla rivista Child development a cura dei ricercatori Allison Flamion, Pierre Missotten, Manon Marquet e Stéphane Adam - i quali hanno esaminato 1.151 bambini di età compresa tra 7 e 16 anni - ha scoperto come i nipoti che vedevano i nonni almeno una volta alla settimana fossero più amorevoli verso gli anziani; più tempo trascorrevano con loro, meno forti risultavano i loro pregiudizi nei confronti della terza età. È poi interessante il lavoro dalla dottoressa Hayley A. Hamilton, la quale ha dimostrato - con l’indagine pubblicata sul Journal of adolescent health, realizzata a partire dai dati del National longitudinal study of adolescent health - come tra i minori afroamericani, più di altri esposti a degrado e difficoltà, la presenza di un nonno in casa sia associata a sintomi depressivi inferiori e comportamenti meno devianti. E non è finita. Effetti positivi riconducibili alla presenza dei nonni sono stati riscontrati anche in relazione all’obesità infantile. Una ricerca pubblicata nel 2016 su Pediatric obesity - realizzata su 39 minori in età prescolare dai ricercatori dello svedese Karolinska Institutet e dell’Institute of social and cultural anthropology presso l’Università di Oxford - ha infatti scoperto come il sostegno dei nonni sia collegato a livelli più bassi di obesità nei bambini. «Il nostro studio dimostra che il supporto emotivo dei nonni può avere un effetto preventivo contro l’obesità infantile, che è una malattia grave», ha commentato Paulina Nowicka, professoressa del Karolinska Institutet e coautrice di questo studio.Dulcis in fundo, in quello che appare un bellissimo circuito di affetti - un bene, cioè, che ritorna dopo essere stato donato - accade che la presenza dei nipoti faccia del bene ai nonni, anzitutto tenendoli cognitivamente attivi. Fa testo a tal proposito uno studio pubblicato nel 2014 - intitolato Does grandparenting pay off? The effect of childcare on grandparents’ cognitive functioning - con il quale si è visto come i nonni che curano i nipoti settimanalmente mostrino migliori abilità verbali. E questo senza differenza di genere: a parità di tempo trascorso insieme ai nipoti, i benefici sono risultati simili per nonne e nonni. Più recentemente, nel 2019, un lavoro uscito sulla rivista Social science & medicine - con cui si sono prese in considerazione persone di 50 anni e più in 11 Paesi europei, per un totale di quasi 25.000 individui - ha riscontrato come «i nonni più attivi hanno dichiarato di godere di una salute migliore rispetto ai nonni che lo sono meno». Certo, si potrebbe sempre obiettare che queste dichiarazioni non siano poi così accurate e che magari l’importanza attribuita agli affetti possa in qualche modo influenzare la valutazione della propria salute. Ma a parte il fatto che questa indagine ha considerato numerosi parametri (come i sintomi depressivi, la soddisfazione di vita e le criticità emerse nelle attività quotidiane), che son tutti risultati migliori per i nonni attivi, ci sono anche evidenze che hanno dimostrato in modo definitivo i benefici per gli anziani nello stare coi loro nipoti. Il riferimento, qui, è agli impressionanti esiti di quello che è noto come Berlin aging study, un maxistudio multidisciplinare - pubblicato a cura di Paul B. Baltes e Karl Ulrich Mayer del Max-Planck-Institut für Bildungsforschung - nel quale si è considerato un campione di 516 persone di età compresa tra i 70 e i 100 anni, che sono state divise in tre gruppi: i nonni che occasionalmente aiutavano con i nipoti, gli anziani che avevano alcune responsabilità di assistenza per persone non familiari e gli anziani che non prestavano assistenza a nessun altro. Ebbene, al termine di questa indagine ventennale si è visto come i nonni in prima linea nell’assistere fin dall’infanzia i loro nipoti mostrassero tassi di mortalità inferiori del 37% rispetto agli altri. 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Dunque è la persona giusta per farsi un’idea sui nonni nel panorama odierno. Zola, a oltre 10 anni dalla fondazione, quali sono state le principali iniziative di Nonni 2.0? «Ci siamo molto impegnati su tre fronti. Innanzitutto quello culturale, con una fitta serie di incontri interni ed esterni tesi ad approfondire i compiti specifici dei nonni, soprattutto sul versante educativo. In particolare, negli ultimi due anni abbiamo affrontato di petto il tema della alleanza tra generazioni, che riteniamo essere indispensabile per aiutare la crescita di un pensiero critico, la tutela della vita e della libertà e l’incremento dell’educazione e delle esperienze comunitarie. A ognuno di questi incontri partecipava un nonno, un genitore non ancora nonno, uno studente universitario e un sacerdote. È aumentata la coscienza che si tratta di un tema essenziale. Un secondo tipo di impegno si è rivolto verso la Chiesa, segnalando l’importanza che i nonni hanno nell’ambito degli impegni pastorali delle comunità e dei movimenti ecclesiali. Anche all’interno di tali comunità, infatti, vi può essere il pericolo di considerare i nonni e in generale gli anziani solo come persone da “assistere” e non da coinvolgere in un impegno. Una terza area di nostra attenzione è stata quella che riguarda l’ambito sociale e anche politico, che si deve rendere sempre più conto della funzione essenziale e molto importante che i nonni hanno nel tenere insieme l’intera società». Come? «Per esempio, abbiamo proposto che gli aiuti economici che i nonni danno ai nipoti vengano presi in considerazione tra le deduzioni possibili dal punto di vista fiscale e che i nonni possano partecipare alle assemblee di classe su delega dei genitori, quando questi ultimi siano impossibilitati a parteciparvi. Segnalo, in particolare, questa iniziativa: insieme ai pensionati Cisl, abbiamo indetto un concorso scolastico nazionale sul tema: “Io e i miei nonni: esperienze e riflessioni”, la cui premiazione avverrà il prossimo 14 maggio ad Agrigento, designata come Capitale culturale italiana per il 2025». Come mai, nonostante l’importanza che ciascuno nel proprio vissuto attribuisce ai nonni, essi restano una risorsa sottostimata? Dopotutto, i nonni in Italia sono 12 milioni. «La causa principale di questa sottostima sta in una concezione culturale, che oggi sembra essere prevalente, secondo la quale non viene sottolineata a sufficienza la tradizione dalla quale proveniamo ciascuno di noi e il nostro intero popolo. Si tende a guardare solo a un progresso che non tiene conto della storia da cui proveniamo. I nonni sono come il simbolo fisico di questa storia e pertanto non vengono presi in considerazione: sono visti con una certa simpatia - a volte anche con un po’ di tenerezza -, ma non si tiene conto di loro quando si devono prendere le decisioni importanti. Il pensiero dominante tende a relegare in un angolo i nonni, perché essi potrebbero demolire il tentativo di distruggere il passato, come vorrebbe la cancel culture. Errore madornale e antistorico». A quanto ammonta il contributo che i nonni danno al welfare? «Durante un convegno sulla famiglia tenutosi lo scorso agosto al Meeting di Rimini, il professor Mario Bolzan, ordinario di statistica sociale all’Università di Padova, ha presentato una slide relativa a una ricerca su 11 Paesi europei, che ha mostrato come in Gran Bretagna una famiglia media riceva 468 ore all’anno di assistenza ai nipoti dai nonni: se si dovessero tradurre tali ore in valore economico, ogni famiglia avrebbe un risparmio annuale di 4.600 sterline, pari a circa 4.000 euro. Basterebbe fare un piccolo conto sulla base di questi dati: si dimostrerebbe facilmente che il welfare prodotto dai nonni, attraverso la loro gratuita attività quotidiana, ammonta in Italia a molti miliardi di euro, pari a una quota rilevante del Pil nazionale». Qualcuno che ogni tanto richiama l’importanza dei nonni però c’è: papa Francesco. «Interviene non ogni tanto, ma molto spesso e nelle più varie occasioni. Ne parla anche a livello personale, nel senso che ha più volte detto che la sua stessa vocazione è stata grandemente favorita da sua nonna». Da anni - lo fece pure Silvio Berlusconi - si parla di un ministero degli Anziani, tema su cui lo scorso anno le Rsa del Veneto hanno rivolto un appello a Giorgia Meloni. Che ne pensa? «Il tema è molto interessante e, comunque, segnala il fatto che gli anziani, nonni compresi, costituiscono un fattore positivo essenziale per l’intero Paese, come messo in evidenza dalla legge 33/2023. Si potrebbe approfondire l’ipotesi, a qualche condizione». Quali? «La prima che l’eventuale ministero non nasca a tavolino, ma solo dopo avere ascoltato chi si occupa quotidianamente di queste problematiche. La seconda è che non venga creata un’altra struttura destinata ad aumentare i lacci burocratici, che già appesantiscono la nostra vita. 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Correva infatti il 31 dicembre 1978, Giovanni Paolo II era stato eletto Papa da poco più di due mesi, allorquando nell’Angelus domenicale volle esplicitamente ricordare le persone «di età avanzata», tra cui «nonni e nonne», sottolineando come debbano essere guardate «con rispetto (“onora!”); a loro devono le famiglie la propria esistenza, l’educazione, il mantenimento, che spesso sono stati pagati con duro lavoro e con molta sofferenza. Non possono essere trattati come se fossero ormai inutili». Il 1° ottobre 1999, poco più di 20 anni dopo, fu sempre il pontefice polacco a scrivere una Lettera agli anziani nella quale indicava nei genitori dei genitori le radici della fede. «In quante famiglie», sottolineava infatti Wojtyla in quel documento, «i nipotini ricevono dai nonni i primi rudimenti della fede! Ma sono molti altri i campi a cui può estendersi il benefico apporto degli anziani. Lo Spirito agisce come e dove vuole, servendosi non di rado di vie umane che agli occhi del mondo appaiono di poco conto». Anche Joseph Ratzinger non perse occasione, da Papa, per ricordare l’importanza dei nonni. Nel discorso tenuto il 5 aprile 2008 all’assemblea plenaria del Pontificio consiglio per la famiglia, in sala Clementina, Benedetto XVI denunciò in particolare l’emarginazione dei più anziani degli ultimi decenni. «Oggi, l’evoluzione economica e sociale», osservava il pontefice tedesco, «ha portato profonde trasformazioni nella vita delle famiglie. Gli anziani, tra cui molti nonni, si sono trovati in una sorta di “zona di parcheggio”: alcuni si accorgono di essere un peso in famiglia e preferiscono vivere soli o in case di riposo, con tutte le conseguenze che queste scelte comportano». In continuità coi predecessori anche papa Francesco si è più volte soffermato sull’importanza dei nonni; a partire dal 26 ottobre 2013, quando, in occasione del pellegrinaggio delle famiglie, domandò: «Voi ascoltate i nonni? Voi aprite il vostro cuore alla memoria che ci danno i nonni? Un popolo che non ascolta i nonni è un popolo che muore». Nell’incontro nell’aula Paolo VI con nonni, anziani e nipoti promosso dalla fondazione Età grande, il 27 aprile 2024, il pontefice argentino ha offerto un’interpretazione originale del Vangelo a favore dei più anziani, come i primi che hanno capito chi fosse davvero Gesù. «Sono due anziani, mi piace pensare due nonni, Simeone e Anna», ha osservato papa Bergoglio, «a riconoscere Gesù quando è stato portato al Tempio da Maria e Giuseppe (cfr Lc 2,22-38). Sono stati questi due nonni a riconoscere Gesù, prima di tutti. L’hanno accolto, preso tra le braccia e hanno compreso - solo loro l’hanno compreso - quello che stava succedendo. Cioè che Dio era lì, presente, e che li guardava con gli occhi di un Bambino».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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