
Lo scorso 19 giugno il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko, ha diffuso tramite la tv di Stato un aspro discorso contro il Fondo monetario internazionale. Il dittatore ex Kgb afferma che il fondo sarebbe stato disposto a elargire in breve tempo 940 milioni di dollari (su un debito estero attuale che si aggira sui 17 miliardi) in cambio di misure sanitarie stringenti. «Ci viene chiesto», ha detto Lukashenko «di modellare la nostra risposta al coronavirus in base a quella italiana di applicare il lockdown. Il nostro Paese è il nostro Paese, non accettiamo intromissioni», ha concluso durante la riunione di governo aggiungendo: «Non voglio che la situazione italiana si ripeta qui in Bielorussia».
Il discorso è stato ripreso anche dall'agenzia di stampa Belta. Il che non garantisce che le cose siano avvenute esattamente come le ha illustrate il presidente di Minsk, ma significa che questo è il messaggio che la propaganda della Bielorussia vuole far trapelare all'estero. Il bilancio del Paese al momento è esposto a fondi russi e cinesi e, per una minima quantità, a finanziamenti della Bers, banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Nel 2019 il regime di Lukashenko ha sborsato circa 1,5 miliardi di dollari in interessi sul debito ai soliti sostenitori. Mentre da quest'anno Minsk vorrebbe aprirsi anche a strutture occidentali. Da un lato, il Fmi e, dall'altro, la Banca mondiale. Lukashenko si è schierato per la seconda sostenendo che quest'ultima non avrebbe imposto altre condizioni rispetto a quelle finanziarie.
Non abbiamo modo di verificare la denuncia bielorussa. Però abbiamo contattato due ex funzionari del Fmi. Entrambi hanno, di fatto, negato che lo statuto del fondo di Washington consenta richiesta come il lockdown o scelte sanitarie di diversa specie. Però, per via della particolare situazione di governance dell'ex Paese sovietico, il Fmi potrebbe aver chiesto a Lukashenko di applicare progetti di spesa sanitaria specifici e interventi mirati a bloccare l'avanzata del Covid-19 sul territorio. In questo momento il Paese conta circa 67.000 contagiati e 60.000 guariti. Con un totale di 528 morti. In Italia dall'inizio dell'epidemia si sono verificati poco meno di 250.000 casi con 35.000 decessi circa. In proporzione la Bielorussia è stata più colpita rispetto a noi nel numero dei casi, ma con mortalità bassissima. Tale da non giustificare un pesante lockdown come quello che ha affrontato l'Italia e soprattutto la Lombardia. Il messaggio di Lukashenko ha un obiettivo chiarissimo. Ipotizzare che il Fmi voglia entrare nel Paese con un prestito allettante, ma con il rischio concreto di far saltare l'intera economia tramite l'applicazione del lockdown e, a quel punto, fornire altri prestiti fino ad avviare quel loop che molti analisti chiamano regime change.
Almeno questo sarebbe il timore del dittatore. È chiaro che la verità può non essere questa, ma è altrettanto vero che l'Fmi si muove secondo progetti macro economici che implicano scelte politiche molto drastiche. Basti pensare a patrimoniali o riforme pensionistiche (più volte suggerite dal Fondo all'Italia) che finiscono a modificare il welfare e la struttura sociale stessa di un Paese.
L'Fmi ha un background non da poco in quanto a interventi a gamba tesa: un paio di Paesi sudamericani hanno subito forti tensioni dopo aver applicato riforme chieste, e anche le nazioni ex Urss della fascia meridionale dopo il 1991 si sono ritrovate all'indomani del crollo della confederazione ad applicare ricette che si sono rivelate impossibili da travasare in un terreno sociale a dir poco arido, dopo decenni di socialismo reale. Uno dei risultati è stato il proliferare della corruzione. Probabilmente il guaio avrebbe afflitto lo stesso quei Paesi, ma gli interventi del Fmi hanno creato un effetto leva.
In pratica, al netto della propaganda di Lukashenko, le sue dichiarazioni toccano un tasto bollente. Che riguarda l'uso politico degli interventi sanitari anti Covid. In fondo Minsk puntando il dito contro il Fmi conferma che il lockdown impatta direttamente sulla stabilità di un governo. Nel senso che dal punto di vista del dittatore potrebbe servire a ribaltarlo. Mentre in Italia la funzione è stata la stessa, ma di segno opposta. In pratica, il lockdown ha consentito, da un lato, le le leggi speciali tramite Dpcm e, dall'altro, ha causato un fortissimo crollo dell'economia. Non a caso la nostra situazione è la peggiore a livello mondiale.
Nel bollettino diffuso il 20 giugno, la Banca centrale europea ha sintetizzato il dramma del nostro Paese con una sola tabella. Sul lato dell'ordinata ha indicato il crollo del Pil e lungo l'ascissa il tempo e la qualità degli interventi pubblici messi in campo per contrastare il Covid. La media europea segna un calo del prodotto interno lordo di circa il 4% con una efficienza anti Covid pari a circa 15 punti. Le migliori nazioni risultano essere Cipro e Finlandia e Olanda. In seconda fila si piazzano la Germania, l'Austria, il Belgio e il Portogallo. Infine, l'Italia che segna un calo del Pil abbastanza vicino al -6% e una efficienza nelle misure di intervento dimezzata rispetto alla media Ue. Come è stato sotto gli occhi di tutti siamo stati i primi a entrare in lockdown e gli ultimi a uscirne. Chiudere tutti in casa è servito a Giuseppe Conte per rimanere in sella. La crisi economica affiancata allo stato di emergenza e ai progetti di finanziamento Ue servirà per evitare un cambio di governo. In fondo, l'uscita di Lukashenko vista da Roma non suona poi così assurda.






