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2018-10-30
Lotti e Del Sette, processo in vista per le spifferate sul caso Consip
ANSA
Per il Giglio magico ieri è stata una giornata double face. Dopo quasi due anni la Procura di Roma ha concluso l'inchiesta Consip e ha spedito a sette persone una comunicazione quasi sempre propedeutica alla richiesta di rinvio a giudizio. Tra i destinatari dell'avviso di chiusura indagini l'ex ministro Luca Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, sotto inchiesta per favoreggiamento personale (pena sino a 4 anni): per gli inquirenti avrebbero messo in guardia l'ex ad di Consip, Luigi Marroni, su un'indagine che riguardava la società e su un'attività di intercettazione sulla sua utenza personale. Per questo ora rischiano il processo. All'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è stata contestata anche la rivelazione di segreto a favore dell'ex presidente di Consip Luigi Ferrara: dopo essere stato informato ufficialmente delle investigazioni era tenuto al riserbo. Giornata più dolce per Tiziano Renzi. Secondo i pm non si è macchiato di traffico di influenze illecite né ha millantato conoscenze per ottenere soldi; per l'accusa è stato un suo stretto collaboratore, Carlo Russo, a chiedere decine di migliaia di euro all'imprenditore Alfredo Romeo, usando il nome del babbo ignaro. L'avvocato dei Renzi, Federico Bagattini, nonostante sia oberato di lavoro (i suoi assistiti sono coinvolti in diverse inchieste), si è rallegrato: «Questi ultimi giorni hanno dimostrato che il tempo è galantuomo: prima il riconoscimento del risarcimento del danno a titolo di diffamazione (da parte del Fatto Quotidiano, ndr) ora la richiesta di archiviazione nel procedimento Consip». Certo un gip dovrà confermare la richiesta e la «soddisfazione (…) del dottor Tiziano Renzi (…) risulta menomata dalla considerazione della campagna subita nel corso degli ultimi due anni» che ha prodotto «gravi e irreversibili danni sul piano personale, familiare ed economico».
Ma torniamo a chi non gioisce per niente.
Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. L'1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'ad della Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti.
L'avvocato di Marroni, Luigi Li Gotti, ci spiega come sarebbero andate le cose nell'estate di due anni fa: «Il mio assistito andò a trovare il politico nello studio che si trova nel complesso della galleria Borghese. Lo abbiamo provato con diversi elementi. Quel giorno la segreteria di Marroni avvertì l'autista e diede le indicazioni per l'appuntamento, che avvenne, se non ricordo male, in Santa Maria in Via (dove si trova la sala polifunzionale della presidenza del Consiglio, ndr). Da lì Lotti e Marroni sono andati a piedi a Palazzo Chigi, a un centinaio di metri».
Rimane invischiato nell'inchiesta anche Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua, ex amico di Marroni e inizialmente suo coaccusatore di Lotti. Vannoni, durante il procedimento, ha cambiato linea e ha detto di aver incolpato Lotti, intimorito dai modi spicci del pm Henry John Woodcock e dei suoi segugi. Gli inquirenti non devono aver creduto alla genuinità della retromarcia e lo hanno iscritto per favoreggiamento.
Resta nei guai pure l'aspirante lobbista Carlo Russo. Nell'avviso di chiusura indagini si legge che «si faceva promettere» da Romeo 100.000 euro annui «come prezzo della propria mediazione». Inoltre si faceva garantire altre somme per singole operazioni, sempre millantando conoscenze altolocate, dall'Inps a Grandi stazioni alla politica: per esempio 32.500 euro «nella prospettazione del Russo» andavano destinati ogni mese a lui (2.500) e a Tiziano Renzi (30.000) per la mediazione nei confronti di Marroni, per ottenere vantaggi nelle gare Consip.
Ma per la Procura Russo sarebbe solo un fanfarone, sebbene lo stesso Lotti nel 2015 garantì per lui con il governatore della Puglia Michele Emiliano, a nome proprio e di Maria Elena Boschi: «Lo conosciamo (…) Ha un buon giro ed è inserito nel mondo della farmaceutica. Se lo incontri per 10 minuti non perdi il tuo tempo».
In tutto questo Russo, al contrario di Marroni, con i pm non ha fatto chiamate di correo e così dentro al Giglio magico qualcuno in futuro potrebbe costruirgli un monumento. Intanto rischia un processo per millantato credito (da 2 a 6 anni di carcere), anziché per traffico di influenze illecite, reato di cui era accusato inizialmente (pene da 1 a 3 anni).
Dunque accettando di accollarsi tutte le responsabilità si è preso un bel rischio. Come ha fatto un altro ex collaboratore e coindagato di Renzi senior, Mariano Massone, che senza mai rilasciare dichiarazioni ha patteggiato presso il Tribunale di Genova una pena di 26 mesi per bancarotta.
Nell'avviso di chiusura indagini, tra i sette indagati, chi sembra avere i problemi più seri è il maggiore Gianpaolo Scafarto, il carabiniere del Noe sospettato di aver imbrogliato le carte pur di incastrare Tiziano Renzi. È accusato dagli inquirenti di falsità ideologica (da 3 a 10 anni di detenzione), rivelazione di segreto (da 6 mesi a 3 anni) e di depistaggio (da 3 a 8 anni), insieme con il suo ex superiore, il colonnello Alessandro Sessa. Scafarto in questi mesi ha subìto 8 interrogatori, 2 perquisizioni e gli sono stati sequestrati 4 cellulari e un computer. Nell'inchiesta di Roma l'uomo nero pare essere diventato lui. Infatti del procedimento originario istruito a Napoli per presunti reati contro la pubblica amministrazione rimane poco: per 8 indagati (tra cui l'ex parlamentare Italo Bocchino e l'ex presidente di Consip Domenico Casalino) è stata chiesta l'archiviazione, il manager Marco Gasparri ha patteggiato e a processo è finito solo il suo presunto corruttore, l'avvocato Romeo.
Giacomo Amadori
I pm dopo aver sentito la versione di Renzi padre: «Totale inaffidabilità»
La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione per Tiziano Renzi perché non avrebbe millantato conoscenze e raccomandazioni per spillare quattrini all'imprenditore Alfredo Romeo, ma, nel contempo, ha evidenziato «la sua inverosimile ricostruzione dei fatti e della natura dei rapporti» con l'aspirante lobbista Carlo Russo.
L'immagine che esce dall'inchiesta Consip del padre dell'ex premier è davvero ammaccata. Anzi macchiata. Per dirla con le parole dello stesso Romeo: «È un chiacchierone eh (…) è logorroico proprio, si è presentato con un bermuda, con una polo tutta sbavata». Sì, perché per i magistrati il famoso incontro tra Romeo e Tiziano Renzi, sempre negato dai diretti interessati, potrebbe essere avvenuto. Come aveva rivelato l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei in un'intervista alla Verità. La presunta cena romana tra il babbo, Russo e Romeo, secondo i magistrati potrebbe essere avvenuta in una rosa di 9 date (comprese tra 1 aprile e 3 novembre 2015), quando i cellulari dei tre personaggi agganciarono contemporaneamente le stesse celle telefoniche. I tre potrebbero essersi visti anche il 16 luglio 2015 in zona via Pier Capponi a Firenze. In quei mesi, nella stessa strada, Renzi senior incontrava l'imprenditore Luigi Dagostino, per il quale faceva il piccolo lobbista, ottenendo in cambio una consulenza da quasi 200.000 euro, secondo la Procura di Firenze per un'operazione inesistente. Nei medesimi giorni avrebbe visto anche Romeo, che voleva essere riabilitato agli occhi di Matteo Renzi, dopo aver finanziato con 60.000 euro l'ex Rottamatore ed essere stato assolto in un'inchiesta per corruzione.
«Le risultanze acquisite consentono di stabilire, al più, un probabile incontro Renzi-Romeo in tempi assai precedenti rispetto all'estate 2016 cioè quando Russo e Romeo iniziano a pianificare il loro progetto (…) A prescindere dall'effettività di tale incontro deve censurarsi la totale inattendibilità delle dichiarazioni rese a questo ufficio da Tiziano Renzi», sanciscono i magistrati. Per le toghe «non vi è dubbio» che tra il babbo e Carlo Russo «vi sia una stretta relazione personale e che gli stessi si frequentino (…)», ma i due non avrebbero condiviso il piano di Russo che chiese a Romeo 100.000 euro all'anno per sé e altri 32.500 ogni mese per sé e Tiziano. Renzi senior nel 2017 ha dichiarato agli inquirenti di aver condiviso con Russo sia «esperienze lavorative» che alcuni viaggi, come i pellegrinaggi di gruppo a Medjugorje, e di «aver instaurato un rapporto tale da aver fatto il padrino di battesimo del figlio» ma ha escluso di aver “parlato mai con lui di Consip" né di aver “spinto per lui su Consip"». Qui i magistrati si spazientiscono: «Queste ultime affermazioni non paiono punto credibili, confrontate con quanto dichiarato da Luigi Marroni in modo dettagliato, con alcuni puntuali riscontri su luoghi e tempi degli incontri avuti con Tiziano Renzi, considerando poi che tale teste non aveva interesse ad affermare il falso, ricostruendo circostanze che semmai potevano metterlo in difficoltà».
In effetti Renzi senior, per perorare la causa di Russo, aveva incontrato Marroni a ottobre 2015 e nella primavera 2016. «È un amico, se l'ascolti mi fa piacere, se puoi dargli una mano», gli dice la prima volta.
«Luigi avrei bisogno che te incontri di nuovo Russo, c'ha dei bei progetti, è un bravo figliolo, ci sono affezionato», insiste la seconda. Però, «si sarebbe trattato in base a quanto riferito da Marroni di una generica raccomandazione che non avrebbe avuto alcun esito». A onor del vero il 17 novembre 2015 l'amministratore delegato vede Romeo «ma l'incontro», sottolineano gli inquirenti, «non è stato procurato da Russo». L'ad di Consip, a partire da primavera 2016, non avrebbe avuto altri abboccamenti con Tiziano Renzi. Occorre rammentare che dal giugno di quell'anno, nell'ambito del Giglio magico, inizia a circolare la notizia dell'inchiesta e delle intercettazioni. A inizio autunno Tiziano è spaventato per le indagini e lo riferisce a chi gli sta intorno. Ha paura di essere intercettato. A settembre gli investigatori annotano due incontri con Russo organizzati con modalità un po' carbonare. Il 28 ottobre Marroni fa annullare un appuntamento con Russo e questi «accoglie la notizia con rassegnazione», nonostante sia in compagnia di Tiziano Renzi. Per i pm, però, il mancato intervento dell'illustre genitore non è motivato dal timore per l'inchiesta in corso, ma è un punto a favore dell'indagato: «È ragionevole ritenere» che il babbo «non fosse a conoscenza delle operazioni di avvicinamento di Marroni che Russo intendeva realizzare» per favorire Romeo.
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Avviso di chiusura indagini all'ex ministro, così come al generale dei carabinieri. Una fuga di notizie avrebbe messo in guardia i soggetti al centro dell'inchiesta sugli appalti di Stato. Si complica la posizione di Giampaolo Scafarto. Per il genitore dell'ex premier c'è la richiesta di archiviazione. Ma il suo interrogatorio non ha convinto le toghe: «Inverosimile».Lo speciale contiene due articoli Per il Giglio magico ieri è stata una giornata double face. Dopo quasi due anni la Procura di Roma ha concluso l'inchiesta Consip e ha spedito a sette persone una comunicazione quasi sempre propedeutica alla richiesta di rinvio a giudizio. Tra i destinatari dell'avviso di chiusura indagini l'ex ministro Luca Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, sotto inchiesta per favoreggiamento personale (pena sino a 4 anni): per gli inquirenti avrebbero messo in guardia l'ex ad di Consip, Luigi Marroni, su un'indagine che riguardava la società e su un'attività di intercettazione sulla sua utenza personale. Per questo ora rischiano il processo. All'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è stata contestata anche la rivelazione di segreto a favore dell'ex presidente di Consip Luigi Ferrara: dopo essere stato informato ufficialmente delle investigazioni era tenuto al riserbo. Giornata più dolce per Tiziano Renzi. Secondo i pm non si è macchiato di traffico di influenze illecite né ha millantato conoscenze per ottenere soldi; per l'accusa è stato un suo stretto collaboratore, Carlo Russo, a chiedere decine di migliaia di euro all'imprenditore Alfredo Romeo, usando il nome del babbo ignaro. L'avvocato dei Renzi, Federico Bagattini, nonostante sia oberato di lavoro (i suoi assistiti sono coinvolti in diverse inchieste), si è rallegrato: «Questi ultimi giorni hanno dimostrato che il tempo è galantuomo: prima il riconoscimento del risarcimento del danno a titolo di diffamazione (da parte del Fatto Quotidiano, ndr) ora la richiesta di archiviazione nel procedimento Consip». Certo un gip dovrà confermare la richiesta e la «soddisfazione (…) del dottor Tiziano Renzi (…) risulta menomata dalla considerazione della campagna subita nel corso degli ultimi due anni» che ha prodotto «gravi e irreversibili danni sul piano personale, familiare ed economico». Ma torniamo a chi non gioisce per niente.Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. L'1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'ad della Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti. L'avvocato di Marroni, Luigi Li Gotti, ci spiega come sarebbero andate le cose nell'estate di due anni fa: «Il mio assistito andò a trovare il politico nello studio che si trova nel complesso della galleria Borghese. Lo abbiamo provato con diversi elementi. Quel giorno la segreteria di Marroni avvertì l'autista e diede le indicazioni per l'appuntamento, che avvenne, se non ricordo male, in Santa Maria in Via (dove si trova la sala polifunzionale della presidenza del Consiglio, ndr). Da lì Lotti e Marroni sono andati a piedi a Palazzo Chigi, a un centinaio di metri».Rimane invischiato nell'inchiesta anche Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua, ex amico di Marroni e inizialmente suo coaccusatore di Lotti. Vannoni, durante il procedimento, ha cambiato linea e ha detto di aver incolpato Lotti, intimorito dai modi spicci del pm Henry John Woodcock e dei suoi segugi. Gli inquirenti non devono aver creduto alla genuinità della retromarcia e lo hanno iscritto per favoreggiamento.Resta nei guai pure l'aspirante lobbista Carlo Russo. Nell'avviso di chiusura indagini si legge che «si faceva promettere» da Romeo 100.000 euro annui «come prezzo della propria mediazione». Inoltre si faceva garantire altre somme per singole operazioni, sempre millantando conoscenze altolocate, dall'Inps a Grandi stazioni alla politica: per esempio 32.500 euro «nella prospettazione del Russo» andavano destinati ogni mese a lui (2.500) e a Tiziano Renzi (30.000) per la mediazione nei confronti di Marroni, per ottenere vantaggi nelle gare Consip. Ma per la Procura Russo sarebbe solo un fanfarone, sebbene lo stesso Lotti nel 2015 garantì per lui con il governatore della Puglia Michele Emiliano, a nome proprio e di Maria Elena Boschi: «Lo conosciamo (…) Ha un buon giro ed è inserito nel mondo della farmaceutica. Se lo incontri per 10 minuti non perdi il tuo tempo». In tutto questo Russo, al contrario di Marroni, con i pm non ha fatto chiamate di correo e così dentro al Giglio magico qualcuno in futuro potrebbe costruirgli un monumento. Intanto rischia un processo per millantato credito (da 2 a 6 anni di carcere), anziché per traffico di influenze illecite, reato di cui era accusato inizialmente (pene da 1 a 3 anni).Dunque accettando di accollarsi tutte le responsabilità si è preso un bel rischio. Come ha fatto un altro ex collaboratore e coindagato di Renzi senior, Mariano Massone, che senza mai rilasciare dichiarazioni ha patteggiato presso il Tribunale di Genova una pena di 26 mesi per bancarotta. Nell'avviso di chiusura indagini, tra i sette indagati, chi sembra avere i problemi più seri è il maggiore Gianpaolo Scafarto, il carabiniere del Noe sospettato di aver imbrogliato le carte pur di incastrare Tiziano Renzi. È accusato dagli inquirenti di falsità ideologica (da 3 a 10 anni di detenzione), rivelazione di segreto (da 6 mesi a 3 anni) e di depistaggio (da 3 a 8 anni), insieme con il suo ex superiore, il colonnello Alessandro Sessa. Scafarto in questi mesi ha subìto 8 interrogatori, 2 perquisizioni e gli sono stati sequestrati 4 cellulari e un computer. Nell'inchiesta di Roma l'uomo nero pare essere diventato lui. Infatti del procedimento originario istruito a Napoli per presunti reati contro la pubblica amministrazione rimane poco: per 8 indagati (tra cui l'ex parlamentare Italo Bocchino e l'ex presidente di Consip Domenico Casalino) è stata chiesta l'archiviazione, il manager Marco Gasparri ha patteggiato e a processo è finito solo il suo presunto corruttore, l'avvocato Romeo. Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lotti-e-del-sette-processo-in-vista-per-le-spifferate-sul-caso-consip-2616312003.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-pm-dopo-aver-sentito-la-versione-di-renzi-padre-totale-inaffidabilita" data-post-id="2616312003" data-published-at="1781431208" data-use-pagination="False"> I pm dopo aver sentito la versione di Renzi padre: «Totale inaffidabilità» La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione per Tiziano Renzi perché non avrebbe millantato conoscenze e raccomandazioni per spillare quattrini all'imprenditore Alfredo Romeo, ma, nel contempo, ha evidenziato «la sua inverosimile ricostruzione dei fatti e della natura dei rapporti» con l'aspirante lobbista Carlo Russo. L'immagine che esce dall'inchiesta Consip del padre dell'ex premier è davvero ammaccata. Anzi macchiata. Per dirla con le parole dello stesso Romeo: «È un chiacchierone eh (…) è logorroico proprio, si è presentato con un bermuda, con una polo tutta sbavata». Sì, perché per i magistrati il famoso incontro tra Romeo e Tiziano Renzi, sempre negato dai diretti interessati, potrebbe essere avvenuto. Come aveva rivelato l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei in un'intervista alla Verità. La presunta cena romana tra il babbo, Russo e Romeo, secondo i magistrati potrebbe essere avvenuta in una rosa di 9 date (comprese tra 1 aprile e 3 novembre 2015), quando i cellulari dei tre personaggi agganciarono contemporaneamente le stesse celle telefoniche. I tre potrebbero essersi visti anche il 16 luglio 2015 in zona via Pier Capponi a Firenze. In quei mesi, nella stessa strada, Renzi senior incontrava l'imprenditore Luigi Dagostino, per il quale faceva il piccolo lobbista, ottenendo in cambio una consulenza da quasi 200.000 euro, secondo la Procura di Firenze per un'operazione inesistente. Nei medesimi giorni avrebbe visto anche Romeo, che voleva essere riabilitato agli occhi di Matteo Renzi, dopo aver finanziato con 60.000 euro l'ex Rottamatore ed essere stato assolto in un'inchiesta per corruzione. «Le risultanze acquisite consentono di stabilire, al più, un probabile incontro Renzi-Romeo in tempi assai precedenti rispetto all'estate 2016 cioè quando Russo e Romeo iniziano a pianificare il loro progetto (…) A prescindere dall'effettività di tale incontro deve censurarsi la totale inattendibilità delle dichiarazioni rese a questo ufficio da Tiziano Renzi», sanciscono i magistrati. Per le toghe «non vi è dubbio» che tra il babbo e Carlo Russo «vi sia una stretta relazione personale e che gli stessi si frequentino (…)», ma i due non avrebbero condiviso il piano di Russo che chiese a Romeo 100.000 euro all'anno per sé e altri 32.500 ogni mese per sé e Tiziano. Renzi senior nel 2017 ha dichiarato agli inquirenti di aver condiviso con Russo sia «esperienze lavorative» che alcuni viaggi, come i pellegrinaggi di gruppo a Medjugorje, e di «aver instaurato un rapporto tale da aver fatto il padrino di battesimo del figlio» ma ha escluso di aver “parlato mai con lui di Consip" né di aver “spinto per lui su Consip"». Qui i magistrati si spazientiscono: «Queste ultime affermazioni non paiono punto credibili, confrontate con quanto dichiarato da Luigi Marroni in modo dettagliato, con alcuni puntuali riscontri su luoghi e tempi degli incontri avuti con Tiziano Renzi, considerando poi che tale teste non aveva interesse ad affermare il falso, ricostruendo circostanze che semmai potevano metterlo in difficoltà». In effetti Renzi senior, per perorare la causa di Russo, aveva incontrato Marroni a ottobre 2015 e nella primavera 2016. «È un amico, se l'ascolti mi fa piacere, se puoi dargli una mano», gli dice la prima volta. «Luigi avrei bisogno che te incontri di nuovo Russo, c'ha dei bei progetti, è un bravo figliolo, ci sono affezionato», insiste la seconda. Però, «si sarebbe trattato in base a quanto riferito da Marroni di una generica raccomandazione che non avrebbe avuto alcun esito». A onor del vero il 17 novembre 2015 l'amministratore delegato vede Romeo «ma l'incontro», sottolineano gli inquirenti, «non è stato procurato da Russo». L'ad di Consip, a partire da primavera 2016, non avrebbe avuto altri abboccamenti con Tiziano Renzi. Occorre rammentare che dal giugno di quell'anno, nell'ambito del Giglio magico, inizia a circolare la notizia dell'inchiesta e delle intercettazioni. A inizio autunno Tiziano è spaventato per le indagini e lo riferisce a chi gli sta intorno. Ha paura di essere intercettato. A settembre gli investigatori annotano due incontri con Russo organizzati con modalità un po' carbonare. Il 28 ottobre Marroni fa annullare un appuntamento con Russo e questi «accoglie la notizia con rassegnazione», nonostante sia in compagnia di Tiziano Renzi. Per i pm, però, il mancato intervento dell'illustre genitore non è motivato dal timore per l'inchiesta in corso, ma è un punto a favore dell'indagato: «È ragionevole ritenere» che il babbo «non fosse a conoscenza delle operazioni di avvicinamento di Marroni che Russo intendeva realizzare» per favorire Romeo.
iStock
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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