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2018-10-30
Lotti e Del Sette, processo in vista per le spifferate sul caso Consip
ANSA
Per il Giglio magico ieri è stata una giornata double face. Dopo quasi due anni la Procura di Roma ha concluso l'inchiesta Consip e ha spedito a sette persone una comunicazione quasi sempre propedeutica alla richiesta di rinvio a giudizio. Tra i destinatari dell'avviso di chiusura indagini l'ex ministro Luca Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, sotto inchiesta per favoreggiamento personale (pena sino a 4 anni): per gli inquirenti avrebbero messo in guardia l'ex ad di Consip, Luigi Marroni, su un'indagine che riguardava la società e su un'attività di intercettazione sulla sua utenza personale. Per questo ora rischiano il processo. All'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è stata contestata anche la rivelazione di segreto a favore dell'ex presidente di Consip Luigi Ferrara: dopo essere stato informato ufficialmente delle investigazioni era tenuto al riserbo. Giornata più dolce per Tiziano Renzi. Secondo i pm non si è macchiato di traffico di influenze illecite né ha millantato conoscenze per ottenere soldi; per l'accusa è stato un suo stretto collaboratore, Carlo Russo, a chiedere decine di migliaia di euro all'imprenditore Alfredo Romeo, usando il nome del babbo ignaro. L'avvocato dei Renzi, Federico Bagattini, nonostante sia oberato di lavoro (i suoi assistiti sono coinvolti in diverse inchieste), si è rallegrato: «Questi ultimi giorni hanno dimostrato che il tempo è galantuomo: prima il riconoscimento del risarcimento del danno a titolo di diffamazione (da parte del Fatto Quotidiano, ndr) ora la richiesta di archiviazione nel procedimento Consip». Certo un gip dovrà confermare la richiesta e la «soddisfazione (…) del dottor Tiziano Renzi (…) risulta menomata dalla considerazione della campagna subita nel corso degli ultimi due anni» che ha prodotto «gravi e irreversibili danni sul piano personale, familiare ed economico».
Ma torniamo a chi non gioisce per niente.
Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. L'1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'ad della Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti.
L'avvocato di Marroni, Luigi Li Gotti, ci spiega come sarebbero andate le cose nell'estate di due anni fa: «Il mio assistito andò a trovare il politico nello studio che si trova nel complesso della galleria Borghese. Lo abbiamo provato con diversi elementi. Quel giorno la segreteria di Marroni avvertì l'autista e diede le indicazioni per l'appuntamento, che avvenne, se non ricordo male, in Santa Maria in Via (dove si trova la sala polifunzionale della presidenza del Consiglio, ndr). Da lì Lotti e Marroni sono andati a piedi a Palazzo Chigi, a un centinaio di metri».
Rimane invischiato nell'inchiesta anche Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua, ex amico di Marroni e inizialmente suo coaccusatore di Lotti. Vannoni, durante il procedimento, ha cambiato linea e ha detto di aver incolpato Lotti, intimorito dai modi spicci del pm Henry John Woodcock e dei suoi segugi. Gli inquirenti non devono aver creduto alla genuinità della retromarcia e lo hanno iscritto per favoreggiamento.
Resta nei guai pure l'aspirante lobbista Carlo Russo. Nell'avviso di chiusura indagini si legge che «si faceva promettere» da Romeo 100.000 euro annui «come prezzo della propria mediazione». Inoltre si faceva garantire altre somme per singole operazioni, sempre millantando conoscenze altolocate, dall'Inps a Grandi stazioni alla politica: per esempio 32.500 euro «nella prospettazione del Russo» andavano destinati ogni mese a lui (2.500) e a Tiziano Renzi (30.000) per la mediazione nei confronti di Marroni, per ottenere vantaggi nelle gare Consip.
Ma per la Procura Russo sarebbe solo un fanfarone, sebbene lo stesso Lotti nel 2015 garantì per lui con il governatore della Puglia Michele Emiliano, a nome proprio e di Maria Elena Boschi: «Lo conosciamo (…) Ha un buon giro ed è inserito nel mondo della farmaceutica. Se lo incontri per 10 minuti non perdi il tuo tempo».
In tutto questo Russo, al contrario di Marroni, con i pm non ha fatto chiamate di correo e così dentro al Giglio magico qualcuno in futuro potrebbe costruirgli un monumento. Intanto rischia un processo per millantato credito (da 2 a 6 anni di carcere), anziché per traffico di influenze illecite, reato di cui era accusato inizialmente (pene da 1 a 3 anni).
Dunque accettando di accollarsi tutte le responsabilità si è preso un bel rischio. Come ha fatto un altro ex collaboratore e coindagato di Renzi senior, Mariano Massone, che senza mai rilasciare dichiarazioni ha patteggiato presso il Tribunale di Genova una pena di 26 mesi per bancarotta.
Nell'avviso di chiusura indagini, tra i sette indagati, chi sembra avere i problemi più seri è il maggiore Gianpaolo Scafarto, il carabiniere del Noe sospettato di aver imbrogliato le carte pur di incastrare Tiziano Renzi. È accusato dagli inquirenti di falsità ideologica (da 3 a 10 anni di detenzione), rivelazione di segreto (da 6 mesi a 3 anni) e di depistaggio (da 3 a 8 anni), insieme con il suo ex superiore, il colonnello Alessandro Sessa. Scafarto in questi mesi ha subìto 8 interrogatori, 2 perquisizioni e gli sono stati sequestrati 4 cellulari e un computer. Nell'inchiesta di Roma l'uomo nero pare essere diventato lui. Infatti del procedimento originario istruito a Napoli per presunti reati contro la pubblica amministrazione rimane poco: per 8 indagati (tra cui l'ex parlamentare Italo Bocchino e l'ex presidente di Consip Domenico Casalino) è stata chiesta l'archiviazione, il manager Marco Gasparri ha patteggiato e a processo è finito solo il suo presunto corruttore, l'avvocato Romeo.
Giacomo Amadori
I pm dopo aver sentito la versione di Renzi padre: «Totale inaffidabilità»
La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione per Tiziano Renzi perché non avrebbe millantato conoscenze e raccomandazioni per spillare quattrini all'imprenditore Alfredo Romeo, ma, nel contempo, ha evidenziato «la sua inverosimile ricostruzione dei fatti e della natura dei rapporti» con l'aspirante lobbista Carlo Russo.
L'immagine che esce dall'inchiesta Consip del padre dell'ex premier è davvero ammaccata. Anzi macchiata. Per dirla con le parole dello stesso Romeo: «È un chiacchierone eh (…) è logorroico proprio, si è presentato con un bermuda, con una polo tutta sbavata». Sì, perché per i magistrati il famoso incontro tra Romeo e Tiziano Renzi, sempre negato dai diretti interessati, potrebbe essere avvenuto. Come aveva rivelato l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei in un'intervista alla Verità. La presunta cena romana tra il babbo, Russo e Romeo, secondo i magistrati potrebbe essere avvenuta in una rosa di 9 date (comprese tra 1 aprile e 3 novembre 2015), quando i cellulari dei tre personaggi agganciarono contemporaneamente le stesse celle telefoniche. I tre potrebbero essersi visti anche il 16 luglio 2015 in zona via Pier Capponi a Firenze. In quei mesi, nella stessa strada, Renzi senior incontrava l'imprenditore Luigi Dagostino, per il quale faceva il piccolo lobbista, ottenendo in cambio una consulenza da quasi 200.000 euro, secondo la Procura di Firenze per un'operazione inesistente. Nei medesimi giorni avrebbe visto anche Romeo, che voleva essere riabilitato agli occhi di Matteo Renzi, dopo aver finanziato con 60.000 euro l'ex Rottamatore ed essere stato assolto in un'inchiesta per corruzione.
«Le risultanze acquisite consentono di stabilire, al più, un probabile incontro Renzi-Romeo in tempi assai precedenti rispetto all'estate 2016 cioè quando Russo e Romeo iniziano a pianificare il loro progetto (…) A prescindere dall'effettività di tale incontro deve censurarsi la totale inattendibilità delle dichiarazioni rese a questo ufficio da Tiziano Renzi», sanciscono i magistrati. Per le toghe «non vi è dubbio» che tra il babbo e Carlo Russo «vi sia una stretta relazione personale e che gli stessi si frequentino (…)», ma i due non avrebbero condiviso il piano di Russo che chiese a Romeo 100.000 euro all'anno per sé e altri 32.500 ogni mese per sé e Tiziano. Renzi senior nel 2017 ha dichiarato agli inquirenti di aver condiviso con Russo sia «esperienze lavorative» che alcuni viaggi, come i pellegrinaggi di gruppo a Medjugorje, e di «aver instaurato un rapporto tale da aver fatto il padrino di battesimo del figlio» ma ha escluso di aver “parlato mai con lui di Consip" né di aver “spinto per lui su Consip"». Qui i magistrati si spazientiscono: «Queste ultime affermazioni non paiono punto credibili, confrontate con quanto dichiarato da Luigi Marroni in modo dettagliato, con alcuni puntuali riscontri su luoghi e tempi degli incontri avuti con Tiziano Renzi, considerando poi che tale teste non aveva interesse ad affermare il falso, ricostruendo circostanze che semmai potevano metterlo in difficoltà».
In effetti Renzi senior, per perorare la causa di Russo, aveva incontrato Marroni a ottobre 2015 e nella primavera 2016. «È un amico, se l'ascolti mi fa piacere, se puoi dargli una mano», gli dice la prima volta.
«Luigi avrei bisogno che te incontri di nuovo Russo, c'ha dei bei progetti, è un bravo figliolo, ci sono affezionato», insiste la seconda. Però, «si sarebbe trattato in base a quanto riferito da Marroni di una generica raccomandazione che non avrebbe avuto alcun esito». A onor del vero il 17 novembre 2015 l'amministratore delegato vede Romeo «ma l'incontro», sottolineano gli inquirenti, «non è stato procurato da Russo». L'ad di Consip, a partire da primavera 2016, non avrebbe avuto altri abboccamenti con Tiziano Renzi. Occorre rammentare che dal giugno di quell'anno, nell'ambito del Giglio magico, inizia a circolare la notizia dell'inchiesta e delle intercettazioni. A inizio autunno Tiziano è spaventato per le indagini e lo riferisce a chi gli sta intorno. Ha paura di essere intercettato. A settembre gli investigatori annotano due incontri con Russo organizzati con modalità un po' carbonare. Il 28 ottobre Marroni fa annullare un appuntamento con Russo e questi «accoglie la notizia con rassegnazione», nonostante sia in compagnia di Tiziano Renzi. Per i pm, però, il mancato intervento dell'illustre genitore non è motivato dal timore per l'inchiesta in corso, ma è un punto a favore dell'indagato: «È ragionevole ritenere» che il babbo «non fosse a conoscenza delle operazioni di avvicinamento di Marroni che Russo intendeva realizzare» per favorire Romeo.
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Avviso di chiusura indagini all'ex ministro, così come al generale dei carabinieri. Una fuga di notizie avrebbe messo in guardia i soggetti al centro dell'inchiesta sugli appalti di Stato. Si complica la posizione di Giampaolo Scafarto. Per il genitore dell'ex premier c'è la richiesta di archiviazione. Ma il suo interrogatorio non ha convinto le toghe: «Inverosimile».Lo speciale contiene due articoli Per il Giglio magico ieri è stata una giornata double face. Dopo quasi due anni la Procura di Roma ha concluso l'inchiesta Consip e ha spedito a sette persone una comunicazione quasi sempre propedeutica alla richiesta di rinvio a giudizio. Tra i destinatari dell'avviso di chiusura indagini l'ex ministro Luca Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, sotto inchiesta per favoreggiamento personale (pena sino a 4 anni): per gli inquirenti avrebbero messo in guardia l'ex ad di Consip, Luigi Marroni, su un'indagine che riguardava la società e su un'attività di intercettazione sulla sua utenza personale. Per questo ora rischiano il processo. All'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è stata contestata anche la rivelazione di segreto a favore dell'ex presidente di Consip Luigi Ferrara: dopo essere stato informato ufficialmente delle investigazioni era tenuto al riserbo. Giornata più dolce per Tiziano Renzi. Secondo i pm non si è macchiato di traffico di influenze illecite né ha millantato conoscenze per ottenere soldi; per l'accusa è stato un suo stretto collaboratore, Carlo Russo, a chiedere decine di migliaia di euro all'imprenditore Alfredo Romeo, usando il nome del babbo ignaro. L'avvocato dei Renzi, Federico Bagattini, nonostante sia oberato di lavoro (i suoi assistiti sono coinvolti in diverse inchieste), si è rallegrato: «Questi ultimi giorni hanno dimostrato che il tempo è galantuomo: prima il riconoscimento del risarcimento del danno a titolo di diffamazione (da parte del Fatto Quotidiano, ndr) ora la richiesta di archiviazione nel procedimento Consip». Certo un gip dovrà confermare la richiesta e la «soddisfazione (…) del dottor Tiziano Renzi (…) risulta menomata dalla considerazione della campagna subita nel corso degli ultimi due anni» che ha prodotto «gravi e irreversibili danni sul piano personale, familiare ed economico». Ma torniamo a chi non gioisce per niente.Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. L'1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'ad della Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti. L'avvocato di Marroni, Luigi Li Gotti, ci spiega come sarebbero andate le cose nell'estate di due anni fa: «Il mio assistito andò a trovare il politico nello studio che si trova nel complesso della galleria Borghese. Lo abbiamo provato con diversi elementi. Quel giorno la segreteria di Marroni avvertì l'autista e diede le indicazioni per l'appuntamento, che avvenne, se non ricordo male, in Santa Maria in Via (dove si trova la sala polifunzionale della presidenza del Consiglio, ndr). Da lì Lotti e Marroni sono andati a piedi a Palazzo Chigi, a un centinaio di metri».Rimane invischiato nell'inchiesta anche Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua, ex amico di Marroni e inizialmente suo coaccusatore di Lotti. Vannoni, durante il procedimento, ha cambiato linea e ha detto di aver incolpato Lotti, intimorito dai modi spicci del pm Henry John Woodcock e dei suoi segugi. Gli inquirenti non devono aver creduto alla genuinità della retromarcia e lo hanno iscritto per favoreggiamento.Resta nei guai pure l'aspirante lobbista Carlo Russo. Nell'avviso di chiusura indagini si legge che «si faceva promettere» da Romeo 100.000 euro annui «come prezzo della propria mediazione». Inoltre si faceva garantire altre somme per singole operazioni, sempre millantando conoscenze altolocate, dall'Inps a Grandi stazioni alla politica: per esempio 32.500 euro «nella prospettazione del Russo» andavano destinati ogni mese a lui (2.500) e a Tiziano Renzi (30.000) per la mediazione nei confronti di Marroni, per ottenere vantaggi nelle gare Consip. Ma per la Procura Russo sarebbe solo un fanfarone, sebbene lo stesso Lotti nel 2015 garantì per lui con il governatore della Puglia Michele Emiliano, a nome proprio e di Maria Elena Boschi: «Lo conosciamo (…) Ha un buon giro ed è inserito nel mondo della farmaceutica. Se lo incontri per 10 minuti non perdi il tuo tempo». In tutto questo Russo, al contrario di Marroni, con i pm non ha fatto chiamate di correo e così dentro al Giglio magico qualcuno in futuro potrebbe costruirgli un monumento. Intanto rischia un processo per millantato credito (da 2 a 6 anni di carcere), anziché per traffico di influenze illecite, reato di cui era accusato inizialmente (pene da 1 a 3 anni).Dunque accettando di accollarsi tutte le responsabilità si è preso un bel rischio. Come ha fatto un altro ex collaboratore e coindagato di Renzi senior, Mariano Massone, che senza mai rilasciare dichiarazioni ha patteggiato presso il Tribunale di Genova una pena di 26 mesi per bancarotta. Nell'avviso di chiusura indagini, tra i sette indagati, chi sembra avere i problemi più seri è il maggiore Gianpaolo Scafarto, il carabiniere del Noe sospettato di aver imbrogliato le carte pur di incastrare Tiziano Renzi. È accusato dagli inquirenti di falsità ideologica (da 3 a 10 anni di detenzione), rivelazione di segreto (da 6 mesi a 3 anni) e di depistaggio (da 3 a 8 anni), insieme con il suo ex superiore, il colonnello Alessandro Sessa. Scafarto in questi mesi ha subìto 8 interrogatori, 2 perquisizioni e gli sono stati sequestrati 4 cellulari e un computer. Nell'inchiesta di Roma l'uomo nero pare essere diventato lui. Infatti del procedimento originario istruito a Napoli per presunti reati contro la pubblica amministrazione rimane poco: per 8 indagati (tra cui l'ex parlamentare Italo Bocchino e l'ex presidente di Consip Domenico Casalino) è stata chiesta l'archiviazione, il manager Marco Gasparri ha patteggiato e a processo è finito solo il suo presunto corruttore, l'avvocato Romeo. Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lotti-e-del-sette-processo-in-vista-per-le-spifferate-sul-caso-consip-2616312003.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-pm-dopo-aver-sentito-la-versione-di-renzi-padre-totale-inaffidabilita" data-post-id="2616312003" data-published-at="1779011377" data-use-pagination="False"> I pm dopo aver sentito la versione di Renzi padre: «Totale inaffidabilità» La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione per Tiziano Renzi perché non avrebbe millantato conoscenze e raccomandazioni per spillare quattrini all'imprenditore Alfredo Romeo, ma, nel contempo, ha evidenziato «la sua inverosimile ricostruzione dei fatti e della natura dei rapporti» con l'aspirante lobbista Carlo Russo. L'immagine che esce dall'inchiesta Consip del padre dell'ex premier è davvero ammaccata. Anzi macchiata. Per dirla con le parole dello stesso Romeo: «È un chiacchierone eh (…) è logorroico proprio, si è presentato con un bermuda, con una polo tutta sbavata». Sì, perché per i magistrati il famoso incontro tra Romeo e Tiziano Renzi, sempre negato dai diretti interessati, potrebbe essere avvenuto. Come aveva rivelato l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei in un'intervista alla Verità. La presunta cena romana tra il babbo, Russo e Romeo, secondo i magistrati potrebbe essere avvenuta in una rosa di 9 date (comprese tra 1 aprile e 3 novembre 2015), quando i cellulari dei tre personaggi agganciarono contemporaneamente le stesse celle telefoniche. I tre potrebbero essersi visti anche il 16 luglio 2015 in zona via Pier Capponi a Firenze. In quei mesi, nella stessa strada, Renzi senior incontrava l'imprenditore Luigi Dagostino, per il quale faceva il piccolo lobbista, ottenendo in cambio una consulenza da quasi 200.000 euro, secondo la Procura di Firenze per un'operazione inesistente. Nei medesimi giorni avrebbe visto anche Romeo, che voleva essere riabilitato agli occhi di Matteo Renzi, dopo aver finanziato con 60.000 euro l'ex Rottamatore ed essere stato assolto in un'inchiesta per corruzione. «Le risultanze acquisite consentono di stabilire, al più, un probabile incontro Renzi-Romeo in tempi assai precedenti rispetto all'estate 2016 cioè quando Russo e Romeo iniziano a pianificare il loro progetto (…) A prescindere dall'effettività di tale incontro deve censurarsi la totale inattendibilità delle dichiarazioni rese a questo ufficio da Tiziano Renzi», sanciscono i magistrati. Per le toghe «non vi è dubbio» che tra il babbo e Carlo Russo «vi sia una stretta relazione personale e che gli stessi si frequentino (…)», ma i due non avrebbero condiviso il piano di Russo che chiese a Romeo 100.000 euro all'anno per sé e altri 32.500 ogni mese per sé e Tiziano. Renzi senior nel 2017 ha dichiarato agli inquirenti di aver condiviso con Russo sia «esperienze lavorative» che alcuni viaggi, come i pellegrinaggi di gruppo a Medjugorje, e di «aver instaurato un rapporto tale da aver fatto il padrino di battesimo del figlio» ma ha escluso di aver “parlato mai con lui di Consip" né di aver “spinto per lui su Consip"». Qui i magistrati si spazientiscono: «Queste ultime affermazioni non paiono punto credibili, confrontate con quanto dichiarato da Luigi Marroni in modo dettagliato, con alcuni puntuali riscontri su luoghi e tempi degli incontri avuti con Tiziano Renzi, considerando poi che tale teste non aveva interesse ad affermare il falso, ricostruendo circostanze che semmai potevano metterlo in difficoltà». In effetti Renzi senior, per perorare la causa di Russo, aveva incontrato Marroni a ottobre 2015 e nella primavera 2016. «È un amico, se l'ascolti mi fa piacere, se puoi dargli una mano», gli dice la prima volta. «Luigi avrei bisogno che te incontri di nuovo Russo, c'ha dei bei progetti, è un bravo figliolo, ci sono affezionato», insiste la seconda. Però, «si sarebbe trattato in base a quanto riferito da Marroni di una generica raccomandazione che non avrebbe avuto alcun esito». A onor del vero il 17 novembre 2015 l'amministratore delegato vede Romeo «ma l'incontro», sottolineano gli inquirenti, «non è stato procurato da Russo». L'ad di Consip, a partire da primavera 2016, non avrebbe avuto altri abboccamenti con Tiziano Renzi. Occorre rammentare che dal giugno di quell'anno, nell'ambito del Giglio magico, inizia a circolare la notizia dell'inchiesta e delle intercettazioni. A inizio autunno Tiziano è spaventato per le indagini e lo riferisce a chi gli sta intorno. Ha paura di essere intercettato. A settembre gli investigatori annotano due incontri con Russo organizzati con modalità un po' carbonare. Il 28 ottobre Marroni fa annullare un appuntamento con Russo e questi «accoglie la notizia con rassegnazione», nonostante sia in compagnia di Tiziano Renzi. Per i pm, però, il mancato intervento dell'illustre genitore non è motivato dal timore per l'inchiesta in corso, ma è un punto a favore dell'indagato: «È ragionevole ritenere» che il babbo «non fosse a conoscenza delle operazioni di avvicinamento di Marroni che Russo intendeva realizzare» per favorire Romeo.
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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Primo piatto assai gustoso che pesca da un “frutto” di stagione che sta iniziando a entrare a piena maturazione: la melanzana. Se leggeste La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, che resta un monumento della nostra cultura gastronomica, vi imbattereste in ricette a base di petonciani. È l’antico nome toscano dato alla “mela insana”, questa solanacea che al pari di patate pomodori al suo apparire suscitò più di un dubbio. È vero che non si può mangiare cruda, ma è anche vero che la melanzana è oggi uno dei must della nostra profumatissima cucina del Meridione. Noi abbiamo pensato di usarla per un primo piatto che mette insieme Napoli e Firenze.
Ingredienti – Due melanzane per un totale di 250 gr (meglio quelle oblunghe), 150 gr di guanciale di maiale, 360 gr di pasta di semola di grano italiano, un cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro, due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, 80 gr di Parmigiano Reggiano e Grana Padano (ma volendo anche Provolone del monaco grattugiato in quel caso attenti al sale), olio extravergine di oliva, sale, pepe o peperoncino q.b.
Procedimento – In una capace padella (ci dove saltare la pasta) fate sudare il guanciale ridotto a cubetti. Nel frattempo fate a cubetti piuttosto piccoli le melanzane e mettete sul fuoco una pentola colma d’acqua leggermente salata per la pasta. Quando il guanciale avrà sudato ritiratelo lasciando il grasso di cottura in padella, aggiungete un po’ di olio extravergine di oliva, i due spicchi d’aglio: fate prendere appena colore all’aglio e poi aggiungete i cubetti di melanzana a fuoco brillante in modo che si cuociano bene. A questo punto rimettete in padella anche il guanciale. Nel frattempo lessate la pasta. Quando manca uno paio di minuti alla cottura della pasta aggiungete in padella il concentrato di pomodoro. Scolate la pasta con una schiumarola passandola direttamente in padella e mantecate bene in modo che il concentrato di pomodoro si leghi perfettamente alla pasta e alle melanzane spolverizzando con abbondante formaggio grattugiato. Aggiustate di sale e di pepe o peperoncino macinato e guarnite con generoso prezzemolo tritato.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con il prezzemolo
Abbinamento – L’abbinamento ideale con questo piatto è il Syrah che ha Cortona uno dei suoi habitat privilegiati. Vanno benissimo anche tre vini da vitigni autoctoni del Meridione: Primitivo di Manduria e siamo in Puglia, Nero d’Avola e siamo in Sicilia o Magliocco e Gaglioppo con il Cirò e siamo in Calabria.
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Donald Trump (Ansa)
Perché mentre il presidente parlava con Xi Jinping di dazi, chip, Intelligenza artificiale e riapertura del mercato cinese, dalle carte depositate presso l’Ufficio per l’etica governativa americano emergeva un dettaglio non proprio secondario: nei primi tre mesi del 2026 Trump ha movimentato centinaia di milioni di dollari in titoli delle stesse aziende che gli facevano da corteo a Pechino. Una coincidenza? I documenti raccontano una raffica di operazioni su colossi come Nvidia, Apple, Meta, Tesla, Visa, Citigroup, Boeing, Qualcomm, GE Aerospace e Paramount Global. Solo su Nvidia risultano quindici transazioni in pochi mesi. Una frenesia da trader. The Donald non si limita a fare geopolitica. Fa storytelling finanziario. Trasforma ogni summit in un palcoscenico, ogni vertice in un reality globale dove politica, Borsa e propaganda si mescolano come ingredienti di un gigantesco hamburger patriottico servito in salsa Maga .«È stato un onore avere con me questi leader straordinari, incluso il grande Jensen Huang», ha scritto Trump sul suo social Truth. E poi la frase che vale quasi un manifesto economico: «Chiederò al presidente Xi di aprire la Cina affinché queste persone brillanti possano compiere le loro magie». Magie. Non investimenti. In fondo il punto è proprio questo. Trump ha capito prima di molti altri che il nuovo petrolio elettorale sono i chip. Sono i data center. Sono i colossi dell’Intelligenza artificiale. Capitalismo relazionale versione XXL. Naturalmente è esplosa la polemica. Trump e la sua famiglia sono già finiti sotto osservazione per investimenti che potrebbero beneficiare delle politiche della sua amministrazione. Sul tavolo c’è anche il ruolo del figlio Eric, sempre più attivo nella galassia economica trumpiana. La difesa della famiglia è arrivata immediata e chirurgica. Un portavoce della Trump Organization ha spiegato che il presidente, la famiglia e la holding «non svolgono alcun ruolo nella selezione, indicazione o approvazione di investimenti specifici». Tutto sarebbe gestito da istituzioni finanziarie indipendenti. Formalmente impeccabile. Politicamente meno semplice.
Perché il sospetto che aleggia a Washington è che questa gigantesca liquidità possa avere anche un altro obiettivo: preparare la guerra delle elezioni di metà mandato. Ed è qui che il racconto finanziario diventa racconto politico. Mancano meno di sei mesi al voto di midterm e i repubblicani arrivano all’appuntamento con il fiatone. L’economia rallenta. L’inflazione è una ferita aperta. La guerra contro l’Iran è sempre più impopolare. Chi conosce il personaggio sa che Donald Trump può perdere consensi. Mai il senso dello spettacolo. Secondo il Wall Street Journal, il super pac Maga Inc. sarebbe pronto a riversare sulle elezioni una cifra mostruosa: 347 milioni di dollari. Una potenza di fuoco elettorale senza precedenti, pensata per evitare che il voto diventi un referendum contro il presidente. Ecco allora che i pezzi del puzzle iniziano a comporsi. Le operazioni sui mercati. I rapporti con le Big Tech. Il viaggio a Pechino. I manager in delegazione. I disinvestimenti milionari. La macchina elettorale pronta a partire. Tutto dentro un unico gigantesco meccanismo politico-finanziario dove il confine tra Wall Street e Pennsylvania Avenue diventa sempre più sottile.
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