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2026-02-12
E se Epstein non fosse nemmeno morto?
A sinistra Jeffrey Epstein (Ansa). A destra l'immagine di un video presente nei nuovi Epstein files in cui si intravede una sagoma arancione andare verso la cella di Epstein la notte della morte
La domanda può suonare assurda, anche all’orecchio di chi scrive. Ma va detto: con tutte le presunte «falsità» o «teorie del complotto» che in questa storia si sono rivelate vere, prima di escludere a priori una pista è meglio adoperare estrema prudenza. Ci si limiterà, qui, a mettere in fila alcuni fatti quantomeno insoliti, alcune coincidenze - come dire - allarmanti. Partendo da un presupposto storico certo: Jeffrey Epstein ha ricevuto una prima condanna a 18 mesi di reclusione (ma fu scontato un solo anno, in un carcere di lusso e con la possibilità di uscire 12 ore al giorno) nel 2008 dopo aver ricevuto accuse pesantissime. Nell’atto della Procura non si parlava «solo» di abusi sessuali (su ragazze minorenne, in tutto 19), ma anche di cospirazione e traffico di minori. Epstein si dichiarò colpevole di due capi d’accusa statali, sollecitazione alla prostituzione e procacciamento di minori a scopo di prostituzione, e grazie a un patteggiamento con la Procura federale ottenne un accordo di non perseguibilità, evitando accuse federali ben peggiori. È evidente, insomma, che quest’uomo tenesse sotto scacco qualcuno di potente.
Le incongruenze sulla morte del faccendiere sono più di una. Innanzitutto, tra i documenti rilasciati a fine gennaio dal governo americano spunta una bozza di comunicato sulla morte di Epstein datato venerdì 9 agosto 2019. L’intestazione è dell’Ufficio del procuratore generale, distretto Sud di New York, e sul foglio c’è scritto: «Per diffusione immediata». Nel database si trovano documenti identici con la data di morte ufficiale, sabato 10 agosto, e questo fa riflettere per due ragioni: in primo luogo, è possibile che su un argomento così delicato, così catalizzante per l’opinione pubblica, il documento sia stato redatto con tale superficialità da sbagliare la data? Secondo, se uno per errore sbaglia la data, confonde anche il giorno della settimana oltre che del mese?
Sempre dagli ultimi file pubblicati, emerge che il corpo che tutto il mondo ha visto trasportato dal carcere di Manhattan non era quello di Epstein. In un rapporto dell’Fbi si legge che, «a causa della massiccia presenza dei media all’esterno» della prigione, un funzionario «ha chiamato dicendo che sarebbe arrivato alla banchina di carico con un veicolo nero. Al fine di evitare i media, [redatto], [redatto] e [redatto] hanno utilizzato scatole e lenzuola per creare quello che sembrava un corpo umano, che è stato caricato nel veicolo bianco […] seguito dalla stampa, permettendo così al veicolo nero di allontanarsi inosservato con il corpo di Epstein». Che cosa si aspettavano, un assalto al cadavere da parte dei giornalisti?
Altra coincidenza bizzarra: le telecamere della cella di Epstein, quando il pedofilo si è suicidato, non funzionavano. Un altro apporto dell’Fbi spiega: «[Redatto] ha riferito che solo un hard disk del sistema di telecamere era funzionante al momento dell’incidente, il 10 agosto 2019. Quando un Dvr smetteva di funzionare, nessuna delle telecamere registrava. Si è verificato un guasto al sistema del Dvr 2 il 29 luglio 2019 e la scheda madre del Dvr 2 si è guastata l’8 agosto 2019. Il guasto all’hard disk è avvenuto il 10 agosto 2019». Il documento spiega, è vero, che il sistema di telecamere era già piuttosto obsoleto, ma guarda caso non è stato possibile recuperare alcun fotogramma, niente di niente, sul suicidio di uno dei detenuti più controversi della storia americana. Tra i file rilasciati, invece, c’è il filmato di una telecamera esterna alla cella che sta facendo molto discutere: come mostra la foto in pagina, si vede una figura arancione andare nella direzione della cella di Epstein verso le 22.40 del 9 agosto, la notte in cui, secondo le ricostruzioni ufficiali, l’uomo si sarebbe suicidato.
Ultimo ma non ultimo, il post uscito su 4chan, una bacheca digitale anonima di moda all’epoca su Internet, il 10 agosto 2019 alle 14.44. L’autore, che scrive facendo intende di essere un dipendente del carcere, suggerisce che Epstein sia stato segretamente scambiato con qualcun altro la notte prima della sua presunta morte in prigione. Descrive alcuni dettagli osservati o riferiti, come il trasferimento di Epstein in infermeria, seduto su una sedia a rotelle, e la comparsa di un furgone per i trasferimenti non registrato, guidato da una persona in divisa militare. «Noi non facciamo rilasci nei fine settimana a meno che non lo ordini un giudice», nota l’anonimo. «Ragazzi», conclude, «sto tremando in questo momento ma penso che lo abbiano scambiato». Ebbene, l’Fbi ha poi avviato delle indagini ed è risalito all’identità dell’uomo: si chiama Roberto Grijalva. E, guardate un po’, attraverso l’incrocio di dati di 4chan, provider telefonici e banche, gli investigatori hanno confermato che fosse un residente di New York che percepiva uno stipendio federale. Insomma, Epstein sarà sicuramente morto, ma hanno fatto di tutto per spingerci a sospettare del contrario.
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Con tutte le «teorie» che in questa storia si sono rivelate vere, occorre prudenza prima di derubricare una pista come folle. Nei file ci sono almeno cinque coincidenze curiose sul «suicidio»: date sbagliate, corpi finti, telecamere difettose, video sospetti e strani post.Ci vorrà tempo per sviscerare tutti i milioni di documenti presenti negli Epstein files. Inoltre, visto l’andazzo, è altresì verosimile che il Dipartimento di Giustizia americano sarà costretto a rivelare altre identità finora tenute nascoste. Quello che è chiaro, finora, è che non tutti i complottismi vengono per nuocere. La rete di pedofilia esisteva, i legami ambigui (nel migliore dei casi) con le élite globali c’erano, il pizzagate, tema ancora da approfondire su queste pagine, era vero, così come tanti altri aspetti scabrosi. Giunti a queste conclusioni, qualsiasi persona dotata di senno considera basse le probabilità che Jeffrey Epstein si sia davvero suicidato. E se nemmeno fosse davvero morto?La domanda può suonare assurda, anche all’orecchio di chi scrive. Ma va detto: con tutte le presunte «falsità» o «teorie del complotto» che in questa storia si sono rivelate vere, prima di escludere a priori una pista è meglio adoperare estrema prudenza. Ci si limiterà, qui, a mettere in fila alcuni fatti quantomeno insoliti, alcune coincidenze - come dire - allarmanti. Partendo da un presupposto storico certo: Jeffrey Epstein ha ricevuto una prima condanna a 18 mesi di reclusione (ma fu scontato un solo anno, in un carcere di lusso e con la possibilità di uscire 12 ore al giorno) nel 2008 dopo aver ricevuto accuse pesantissime. Nell’atto della Procura non si parlava «solo» di abusi sessuali (su ragazze minorenne, in tutto 19), ma anche di cospirazione e traffico di minori. Epstein si dichiarò colpevole di due capi d’accusa statali, sollecitazione alla prostituzione e procacciamento di minori a scopo di prostituzione, e grazie a un patteggiamento con la Procura federale ottenne un accordo di non perseguibilità, evitando accuse federali ben peggiori. È evidente, insomma, che quest’uomo tenesse sotto scacco qualcuno di potente. Le incongruenze sulla morte del faccendiere sono più di una. Innanzitutto, tra i documenti rilasciati a fine gennaio dal governo americano spunta una bozza di comunicato sulla morte di Epstein datato venerdì 9 agosto 2019. L’intestazione è dell’Ufficio del procuratore generale, distretto Sud di New York, e sul foglio c’è scritto: «Per diffusione immediata». Nel database si trovano documenti identici con la data di morte ufficiale, sabato 10 agosto, e questo fa riflettere per due ragioni: in primo luogo, è possibile che su un argomento così delicato, così catalizzante per l’opinione pubblica, il documento sia stato redatto con tale superficialità da sbagliare la data? Secondo, se uno per errore sbaglia la data, confonde anche il giorno della settimana oltre che del mese? Sempre dagli ultimi file pubblicati, emerge che il corpo che tutto il mondo ha visto trasportato dal carcere di Manhattan non era quello di Epstein. In un rapporto dell’Fbi si legge che, «a causa della massiccia presenza dei media all’esterno» della prigione, un funzionario «ha chiamato dicendo che sarebbe arrivato alla banchina di carico con un veicolo nero. Al fine di evitare i media, [redatto], [redatto] e [redatto] hanno utilizzato scatole e lenzuola per creare quello che sembrava un corpo umano, che è stato caricato nel veicolo bianco […] seguito dalla stampa, permettendo così al veicolo nero di allontanarsi inosservato con il corpo di Epstein». Che cosa si aspettavano, un assalto al cadavere da parte dei giornalisti?Altra coincidenza bizzarra: le telecamere della cella di Epstein, quando il pedofilo si è suicidato, non funzionavano. Un altro apporto dell’Fbi spiega: «[Redatto] ha riferito che solo un hard disk del sistema di telecamere era funzionante al momento dell’incidente, il 10 agosto 2019. Quando un Dvr smetteva di funzionare, nessuna delle telecamere registrava. Si è verificato un guasto al sistema del Dvr 2 il 29 luglio 2019 e la scheda madre del Dvr 2 si è guastata l’8 agosto 2019. Il guasto all’hard disk è avvenuto il 10 agosto 2019». Il documento spiega, è vero, che il sistema di telecamere era già piuttosto obsoleto, ma guarda caso non è stato possibile recuperare alcun fotogramma, niente di niente, sul suicidio di uno dei detenuti più controversi della storia americana. Tra i file rilasciati, invece, c’è il filmato di una telecamera esterna alla cella che sta facendo molto discutere: come mostra la foto in pagina, si vede una figura arancione andare nella direzione della cella di Epstein verso le 22.40 del 9 agosto, la notte in cui, secondo le ricostruzioni ufficiali, l’uomo si sarebbe suicidato.Ultimo ma non ultimo, il post uscito su 4chan, una bacheca digitale anonima di moda all’epoca su Internet, il 10 agosto 2019 alle 14.44. L’autore, che scrive facendo intende di essere un dipendente del carcere, suggerisce che Epstein sia stato segretamente scambiato con qualcun altro la notte prima della sua presunta morte in prigione. Descrive alcuni dettagli osservati o riferiti, come il trasferimento di Epstein in infermeria, seduto su una sedia a rotelle, e la comparsa di un furgone per i trasferimenti non registrato, guidato da una persona in divisa militare. «Noi non facciamo rilasci nei fine settimana a meno che non lo ordini un giudice», nota l’anonimo. «Ragazzi», conclude, «sto tremando in questo momento ma penso che lo abbiano scambiato». Ebbene, l’Fbi ha poi avviato delle indagini ed è risalito all’identità dell’uomo: si chiama Roberto Grijalva. E, guardate un po’, attraverso l’incrocio di dati di 4chan, provider telefonici e banche, gli investigatori hanno confermato che fosse un residente di New York che percepiva uno stipendio federale. Insomma, Epstein sarà sicuramente morto, ma hanno fatto di tutto per spingerci a sospettare del contrario.
Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.
Elon Musk (Ansa)
L’estensione del «villaggio globale» teorizzata negli anni Sessanta si compie oggi, a maggior ragione se pensiamo che grazie all’Intelligenza artificiale saranno possibili fra poco anche le traduzioni di audio e video in tempo reale e in alta qualità. Stiamo così assistendo al superamento della vecchia idea di esperanto e all’approdo ad una sorta di lingua unica universale basata sulla trasformazione a posteriori del discorso realizzata da un agente terzo robotico, con conseguente perdita di rilievo della conoscenza umana delle lingue straniere.
Ciò comporta a tutti gli effetti la nascita di un vero ambiente globale condiviso non basato sulle cose ma sulle idee, una vera e propria nuova fase di quella «Galassia Gutenberg» nata mezzo millennio fa. Le implicazioni pratiche e teoriche sono enormi: la creazione di un ambiente unico delle idee modificherà la natura delle idee stesse rendendole necessariamente più astratte ma, allo stesso tempo, più sottoposte a vaglio critico. La comunicazione cessa di essere veicolo di contenuti stabiliti altrove sulla base di precise linee ideologiche o narrative e diventa essa stessa il nuovo spazio pubblico basato sull’astrazione e sulla contaminazione. In questo modo media, accademia, ambito ristretto degli «esperti», agenzie di validazione e loro ripetitori, perdono il monopolio del riconoscimento a priori a scapito di una riscrittura delle gerarchie narrative in base alla quale ogni contenuto teorico è esposto a un approccio critico esteso da parte di una platea globale. L’attendibilità non cesserà affatto di essere un valore, ma sarà costantemente messa alla prova e vedrà svanire ogni struttura formale di attribuzione di autorevolezza a priori. Certo, tutto ciò non comporterà la fine immediata dei festival culturali pagati con soldi pubblici e riservati a esponenti appartenenti a quel mondo culturale costruito dai centri di validazione gramsciana, ma ne provocherà la rapida deriva verso la giusta irrilevanza che, si spera, possa costituire il presupposto necessario per la loro graduale scomparsa. Il tramonto, o almeno la riscrittura essenziale, dell’argumentum ab auctoritate rappresenta, per converso, una ricentralizzazione della pura forza dell’argomento ed un superamento delle rendite di posizione culturale: titoli, appartenenze istituzionali e «prestigio culturale», costruito molto spesso in base a mere dinamiche economico-editoriali, diventano così irrilevanti di fronte alla forza intrinseca dell’argomentazione calata in una reale arena aperta.
Quando coerenza interna degli argomenti e capacità persuasiva delle fonti non subiscono più i filtri verticistici dell’ambiente intellettuale, le teorie della comunicazione prosperate durante il Novecento e plasmate sull’idea di «propaganda» cessano di esercitare il proprio ruolo. In pratica è ciò che sta accadendo quando i manifestanti pro-Maduro incontrano dei venezuelani veri o quando i radical chic, sulle loro barche a vela, corrono a Cuba a sostenere un popolo alla fame stando nelle piscine degli hotel a cinque stelle: il senso narrativo e la «presa di coscienza» politica, figlie del marxismo, lasciano il posto al dato del reale, non più ignorato dal singolo inviato speciale amico o parente dei manifestanti, ma ripreso in diretta dagli smartphone e rilanciato in tempo reale sui social.
Attenzione però, sarebbe un errore indulgere in ingenui ottimismi e non scorgere i rischi intrinseci di questo nuovo assetto il quale ci porta direttamente a un bivio: da una parte il trionfo della forza argomentativa in un ambiente equo e privo di condizionamenti, dall’altra il dominio delle tecniche narrative sofisticate basate su appeal emotivo, contaminazioni multimediali, strategie di viralità e manipolazione algoritmica. Di fronte a questi rischi sarebbe tuttavia un errore cercare i rimedi nella vecchia «etica della comunicazione» del recentemente scomparso Jürgen Habermas. Resi obsoleti sia il «modello lineare» sia l’«agire comunicativo» ogni tentativo di filtrare la comunicazione a monte assume un semplice e preciso significato: quello della censura. Sfera pubblica e sovranità devono dunque essere ripensati alla luce di un’arena discorsiva che non conosce più né confini, né gatekeeper, né tantomeno fact-checker, un’arena discorsiva che non può essere tecnicamente arginata né algoreticamente condizionata. L’unica risposta possibile consiste dunque nell’insegnamento esteso degli strumenti logici, filosofici, informatici e culturali atti a mettere l’utente umano nelle condizioni di conoscere questo nuovo ambiente, e ciò a partire dai bambini. Solo così si può pensare di piegare la tecnologia verso un esito umano e non l’uomo verso un esito tecnologico, lasciando i provvedimenti basati su limiti di età e censure di Stato al Novecento al quale appartengono.
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Le storie del tredicenne di Bergamo che accoltella la professoressa di francese tentando di ucciderla e del diciassettenne di Pescara trasferitosi a Perugia che progettava una strage in stile Columbine High School, se analizzate con lucidità, demoliscono abbastanza velocemente tutte le banalità e gli stereotipi che vengono ribaditi in queste ore a proposito della fragilità e della sofferenza dei minorenni. I due ragazzini in questione, soprattutto il secondo, hanno affrontato un percorso abbastanza simile a quello percorso anni fa da europei di origine mediorientale che si sono arruolati nelle file dello Stato islamico e sono andati a morire in Siria come se si trattasse di partecipare a un gigantesco videogioco. Si sono isolati e distaccati completamente dalla realtà, immergendosi in un mondo digitale pieno di manipolatori feroci e di coetanei rabbiosi con cui fomentarsi a vicenda. L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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