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2023-07-27
L’opposizione va in pezzi sull’utero in affitto
Elly Schlein e Paola De Micheli (Ansa)
È arrivato il primo via libera del Parlamento alla legge che trasforma in reato universale la pratica dell’utero in affitto. Il pdl a prima firma della deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi (che ne è stata anche relatrice), rende punibile la maternità surrogata per i cittadini italiani che vi facessero ricorso anche nei Paesi dove questa non è considerata reato, a differenza che in Italia dove - è bene ricordarlo - questa pratica già oggi è fuori dalla legge. Il provvedimento è passato con 166 voti a favore, 104 contrari e 4 astenuti. Ora passa al Senato. A livello politico, il dato più evidente non stata la prova di coerenza e compattezza per il centrodestra, che aveva da tempo annunciato un provvedimento che andasse in questo senso, ma l’ennesima Caporetto delle opposizioni, che sono andate all’appuntamento in ordine sparso, lasciando in particolare nel Pd le tossine di un dibattito teso che ne ha evidenziato le lacerazioni interne e - forse - i germi di ulteriori abbandoni polemici. Che si trattasse di un voto ad alto tasso polemico lo si era capito da giorni, da quando cioè il segretario di +Europa Riccardo Magi, avendo intuito i problemi dei dem, ha presentato un emendamento «di bandiera» che se approvato avrebbe ammesso la cosiddetta «gestazione solidale», vale a dire l’utero in affitto senza transazioni di denaro e per chi non può avere figli.
La cosa ha sollevato un vespaio al Nazareno, dato che la segretaria Elly Schlein si era detta personalmente favorevole a questo tipo di pratica, mentre il gruppo parlamentare era chiaramente orientato verso il no, tanto che la presidente dei deputati Chiara Braga ieri, al momento di intervenire in Aula, non ha potuto che constatare l’impossibilità di tenere una linea unitaria e ha annunciato la non partecipazione al voto dei suoi, non lesinando una punta polemica nei confronti dell’alleato radicale. «A nostro avviso», ha detto Braga, «questo emendamento non viene presentato per emendare una legge ingiusta ma apre una questione che meriterebbe di essere discussa in altra sede. È una forzatura parlamentare», ha aggiunto, «che non siamo disponibili ad accettare, che non ha nessuna possibilità di approvazione e aprirebbe a una revisione della legge 40 senza nessun confronto tra noi». Una scelta necessaria, quella fatta dalla Schlein e messa in pratica dalla Braga, che non ha evitato scelte in dissenso, come quella dell’ex ministro Paola De Micheli, che ha votato contro l’emendamento Magi, o di Bruno Tabacci, che si è astenuto. Nel corso del dibattito, inoltre, le prese di posizione di personalità come il presidente del Copasir Lorenzo Guerini o di Graziano Delrio non lasciano presagire un clima migliore quando il ddl arriverà nell’altro ramo del Parlamento.
Ma lo strappo della De Micheli non è stato il più clamoroso, perché nel corso delle votazioni la capogruppo dei rossoverdi, Luana Zanella, si è smarcata dai suoi compagni assumendo una linea intransigente sull’utero in affitto dichiarando tra gli applausi del centrodestra il proprio voto contrario all’emendamento Magi e presentando a sua volta un suo ordine del giorno che è stato fatto proprio dalla maggioranza e quindi approvato. «Attorno alla cosiddetta generosità di una donna che presta se stessa per una gravidanza», ha osservato Zanella, «c’è il profitto da parte di tutti i soggetti coinvolti, in particolare le agenzie che anche a livello europeo agiscono in un vero e proprio settore produttivo, in cui la donna viene sfruttata per la sua capacità produttiva». Per tutta risposta, senza essere apertamente citata, Zanella si è vista qualche minuto dopo affibbiare il marchio di «reazionaria» dal dem Alessandro Zan. Nel bailamme di accuse incrociate, il segretario di +Europa, dopo l’esito del voto sul suo emendamento, si è rivolto verso il Pd con parole di fuoco: «Attaccano noi per non ammettere le loro divisioni interne e renderle palesi. Uno schiaffo in faccia», ha aggiunto, «alle famiglie e alle persone che hanno nella Gpa l’unica alternativa per avere figli. Nel Pd persiste un’anima conservatrice su questi temi che ogni volta blocca tutto». A completare la babele delle opposizioni, il voto in ordine sparso di Italia viva e Azione, i cui esponenti hanno votato sia contro che a favore che astensione sull’emendamento Magi e sul provvedimento nel suo complesso, mentre M5s si è astenuto sull’emendamento e ha votato contro la legge, al pari del Pd e dei rossoverdi. La situazione, a un certo punto, è diventata così confusa che anche dai liberali sono giunti degli attacchi all’ignavia del Pd: il deputato di Azione Fabrizio Benzoni, capofila dei calendiani laici, ha parlato di «chiacchiere a vuoto e balletti improvvisati» dei dem.
Dal perimetro della maggioranza, numerosi gli attestati di soddisfazione, in attesa dell’approvazione definitiva. Subito dopo il voto, le deputate di Fdi hanno dato vita a un flash-mob in piazza Montecitorio, al quale ha partecipato anche il ministro per la Famiglia e la Natalità Eugenia Roccella, nel quale è stato srotolato lo striscione con la scritta «difendiamo il corpo delle donne». «Bisogna trovare il coraggio di proteggere la vita nella sua interezza», ha detto in aula la leghista Simona Loizzo, «la genitorialità nella sua unicità, la gravidanza nella sua miracolosa essenza», mentre per Fi ha parlato Annarita Patriarca, per la quale «l’introduzione di tale previsione di reato è una difesa anche per le donne deboli che sono al centro di questo mercimonio». Al Partito Radicale, intanto, non sembra vero di poter annunciare un referendum abrogativo della legge Varchi, anche se non è stata ancora approvata definitivamente.
Vescovi a lezione di femminismo. Ad Assisi le teologhe pro Lgbt
Tra i tanti meriti del cristianesimo c’è quello di aver concettualmente parificato l’uomo e la donna. Sulla base di una elementare verità di fede. Se il corpo materiale è di secondaria importanza rispetto all’anima, ecco che davanti a Dio, come disse il Maestro, «Non c’è più né uomo, né donna» (Gal 3,28). Ma si sa, la Chiesa del 2023 più che ispirarsi al Vangelo che la precede, guarda al futuro e cerca di intercettarlo, seguendo pomposi corsi di aggiornamento e di «auto-secolarizzazione» (Benedetto XVI).
Così il Sir, l’agenzia ufficiale della Cei, annuncia l’apertura, ad Assisi, della «59esima sessione di formazione» del «Segretariato attività ecumeniche». La sessione è dedicata al tema «Chiese inclusive per donne e uomini nuovi». Il parterre è troppo ampio per essere citato. In ogni caso ci sono molti rappresentanti cattolici, come il vescovo di Pinerolo Derio Olivero e vari sacerdoti. Ma anche rappresentanti valdesi, battisti, metodisti e perfino dell’ebraismo e dell’islam. «Si parlerà di linguaggio sessista nel discorso su Dio», avverte il comunicato ufficiale, «dello snodo critico dei ministeri, delle questioni etiche, di maschilità, paternità e maternità, famiglia/famiglie». Il taglio quindi è chiaro per chi non voglia farsi ingannare.
La parte del leone spetta alle rappresentanti del Coordinamento teologhe italiane, un’associazione riconosciuta dalla Chiesa di Roma ed anzi lodata e blandita per il presunto contributo alla elaborazione di un nuovo «femminismo cattolico». Tra le partecipanti alla sessione, «la presidente Lucia Vantini, la vice presidente Simona Segoloni». Il Sir, che non è il bollettino delle comunità di base, ma l’agenzia stampa dei vescovi, non trova nulla di censurabile nei discorsi «meta-femministi» e anti-biblici che alcune signore hanno tenuto nei giorni scorsi. Per esempio si cita un lungo passaggio della prolusione di Debora Spini, teologa e «docente di Filosofia politica e sociale». La quale, dopo la giusta denuncia delle violenze sessuali sulle donne, si dà ad una ricostruzione della storia del femminismo, che pare fatta da un’anarchica Lgbt, fautrice della trans-identità.
Secondo la Spini, che vede il femminismo puro come un agnello senza macchia - il che non è - esso avrebbe avuto tre fasi. La prima fase sarebbe quella delle suffragette americane, «che chiedevano il diritto di voto». Gli storici attestano che la Chiesa e i conservatori erano pro, mentre le sinistre erano contro, temendo che le donne fossero troppo ancorate alla religione. Ma ciò è omesso per dare un quadro al 100% di parte. Poi c’è il femminismo del ’68, che «ha portato all’attenzione come temi politici quelli che avevano fatto parte della vita privata». Un modo soft per non citare il divorzio e l’aborto. Peccati divenuti conquiste? Oggi, dice la Spini, la tentazione del femminismo, è di «essere arruolato dal capitalismo». Anzi, peggio dalla reazione. Infatti, esisterebbe un «femminismo neo-autoritario», i cui saggi anziani, difenderebbero la donna, ma solo per diffondere un «populismo di destra etnocentrico che razzializza la libertà femminile».
Come combattere questa deriva secondo la teologa che piace oltre Tevere? Basta «ricorrere a una parola fondamentale: intersezionalità». Che è il mantra usato dal trans-femminismo per negare che esista un «proprium» ontologico e specifico della donna, azzerato oggi dalle involuzioni del pensiero ateo. E che coincide con ciò Giovanni Paolo II chiamò il «genio femminile» (Mulieris dignitatem).
Insomma: da «donna über alles» del proto-femminismo a «è donna chi si sente tale». Un progresso?
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Passa alla Camera la proposta di Fdi per rendere la surrogata reato universale. Un emendamento di Riccardo Magi sulla «gestazione solidale» lacera la minoranza: Paola De Micheli vota contro, Bruno Tabacci si astiene, i rossoverdi litigano. E in Aula volano gli stracci.Il Segretariato attività ecumeniche ospiterà anche le teoriche dell’«intersezionalità».Lo speciale contiene due articoliÈ arrivato il primo via libera del Parlamento alla legge che trasforma in reato universale la pratica dell’utero in affitto. Il pdl a prima firma della deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi (che ne è stata anche relatrice), rende punibile la maternità surrogata per i cittadini italiani che vi facessero ricorso anche nei Paesi dove questa non è considerata reato, a differenza che in Italia dove - è bene ricordarlo - questa pratica già oggi è fuori dalla legge. Il provvedimento è passato con 166 voti a favore, 104 contrari e 4 astenuti. Ora passa al Senato. A livello politico, il dato più evidente non stata la prova di coerenza e compattezza per il centrodestra, che aveva da tempo annunciato un provvedimento che andasse in questo senso, ma l’ennesima Caporetto delle opposizioni, che sono andate all’appuntamento in ordine sparso, lasciando in particolare nel Pd le tossine di un dibattito teso che ne ha evidenziato le lacerazioni interne e - forse - i germi di ulteriori abbandoni polemici. Che si trattasse di un voto ad alto tasso polemico lo si era capito da giorni, da quando cioè il segretario di +Europa Riccardo Magi, avendo intuito i problemi dei dem, ha presentato un emendamento «di bandiera» che se approvato avrebbe ammesso la cosiddetta «gestazione solidale», vale a dire l’utero in affitto senza transazioni di denaro e per chi non può avere figli. La cosa ha sollevato un vespaio al Nazareno, dato che la segretaria Elly Schlein si era detta personalmente favorevole a questo tipo di pratica, mentre il gruppo parlamentare era chiaramente orientato verso il no, tanto che la presidente dei deputati Chiara Braga ieri, al momento di intervenire in Aula, non ha potuto che constatare l’impossibilità di tenere una linea unitaria e ha annunciato la non partecipazione al voto dei suoi, non lesinando una punta polemica nei confronti dell’alleato radicale. «A nostro avviso», ha detto Braga, «questo emendamento non viene presentato per emendare una legge ingiusta ma apre una questione che meriterebbe di essere discussa in altra sede. È una forzatura parlamentare», ha aggiunto, «che non siamo disponibili ad accettare, che non ha nessuna possibilità di approvazione e aprirebbe a una revisione della legge 40 senza nessun confronto tra noi». Una scelta necessaria, quella fatta dalla Schlein e messa in pratica dalla Braga, che non ha evitato scelte in dissenso, come quella dell’ex ministro Paola De Micheli, che ha votato contro l’emendamento Magi, o di Bruno Tabacci, che si è astenuto. Nel corso del dibattito, inoltre, le prese di posizione di personalità come il presidente del Copasir Lorenzo Guerini o di Graziano Delrio non lasciano presagire un clima migliore quando il ddl arriverà nell’altro ramo del Parlamento.Ma lo strappo della De Micheli non è stato il più clamoroso, perché nel corso delle votazioni la capogruppo dei rossoverdi, Luana Zanella, si è smarcata dai suoi compagni assumendo una linea intransigente sull’utero in affitto dichiarando tra gli applausi del centrodestra il proprio voto contrario all’emendamento Magi e presentando a sua volta un suo ordine del giorno che è stato fatto proprio dalla maggioranza e quindi approvato. «Attorno alla cosiddetta generosità di una donna che presta se stessa per una gravidanza», ha osservato Zanella, «c’è il profitto da parte di tutti i soggetti coinvolti, in particolare le agenzie che anche a livello europeo agiscono in un vero e proprio settore produttivo, in cui la donna viene sfruttata per la sua capacità produttiva». Per tutta risposta, senza essere apertamente citata, Zanella si è vista qualche minuto dopo affibbiare il marchio di «reazionaria» dal dem Alessandro Zan. Nel bailamme di accuse incrociate, il segretario di +Europa, dopo l’esito del voto sul suo emendamento, si è rivolto verso il Pd con parole di fuoco: «Attaccano noi per non ammettere le loro divisioni interne e renderle palesi. Uno schiaffo in faccia», ha aggiunto, «alle famiglie e alle persone che hanno nella Gpa l’unica alternativa per avere figli. Nel Pd persiste un’anima conservatrice su questi temi che ogni volta blocca tutto». A completare la babele delle opposizioni, il voto in ordine sparso di Italia viva e Azione, i cui esponenti hanno votato sia contro che a favore che astensione sull’emendamento Magi e sul provvedimento nel suo complesso, mentre M5s si è astenuto sull’emendamento e ha votato contro la legge, al pari del Pd e dei rossoverdi. La situazione, a un certo punto, è diventata così confusa che anche dai liberali sono giunti degli attacchi all’ignavia del Pd: il deputato di Azione Fabrizio Benzoni, capofila dei calendiani laici, ha parlato di «chiacchiere a vuoto e balletti improvvisati» dei dem. Dal perimetro della maggioranza, numerosi gli attestati di soddisfazione, in attesa dell’approvazione definitiva. Subito dopo il voto, le deputate di Fdi hanno dato vita a un flash-mob in piazza Montecitorio, al quale ha partecipato anche il ministro per la Famiglia e la Natalità Eugenia Roccella, nel quale è stato srotolato lo striscione con la scritta «difendiamo il corpo delle donne». «Bisogna trovare il coraggio di proteggere la vita nella sua interezza», ha detto in aula la leghista Simona Loizzo, «la genitorialità nella sua unicità, la gravidanza nella sua miracolosa essenza», mentre per Fi ha parlato Annarita Patriarca, per la quale «l’introduzione di tale previsione di reato è una difesa anche per le donne deboli che sono al centro di questo mercimonio». Al Partito Radicale, intanto, non sembra vero di poter annunciare un referendum abrogativo della legge Varchi, anche se non è stata ancora approvata definitivamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lopposizione-va-in-pezzi-sullutero-in-affitto-2662490376.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vescovi-a-lezione-di-femminismo-ad-assisi-le-teologhe-pro-lgbt" data-post-id="2662490376" data-published-at="1690398789" data-use-pagination="False"> Vescovi a lezione di femminismo. Ad Assisi le teologhe pro Lgbt Tra i tanti meriti del cristianesimo c’è quello di aver concettualmente parificato l’uomo e la donna. Sulla base di una elementare verità di fede. Se il corpo materiale è di secondaria importanza rispetto all’anima, ecco che davanti a Dio, come disse il Maestro, «Non c’è più né uomo, né donna» (Gal 3,28). Ma si sa, la Chiesa del 2023 più che ispirarsi al Vangelo che la precede, guarda al futuro e cerca di intercettarlo, seguendo pomposi corsi di aggiornamento e di «auto-secolarizzazione» (Benedetto XVI). Così il Sir, l’agenzia ufficiale della Cei, annuncia l’apertura, ad Assisi, della «59esima sessione di formazione» del «Segretariato attività ecumeniche». La sessione è dedicata al tema «Chiese inclusive per donne e uomini nuovi». Il parterre è troppo ampio per essere citato. In ogni caso ci sono molti rappresentanti cattolici, come il vescovo di Pinerolo Derio Olivero e vari sacerdoti. Ma anche rappresentanti valdesi, battisti, metodisti e perfino dell’ebraismo e dell’islam. «Si parlerà di linguaggio sessista nel discorso su Dio», avverte il comunicato ufficiale, «dello snodo critico dei ministeri, delle questioni etiche, di maschilità, paternità e maternità, famiglia/famiglie». Il taglio quindi è chiaro per chi non voglia farsi ingannare. La parte del leone spetta alle rappresentanti del Coordinamento teologhe italiane, un’associazione riconosciuta dalla Chiesa di Roma ed anzi lodata e blandita per il presunto contributo alla elaborazione di un nuovo «femminismo cattolico». Tra le partecipanti alla sessione, «la presidente Lucia Vantini, la vice presidente Simona Segoloni». Il Sir, che non è il bollettino delle comunità di base, ma l’agenzia stampa dei vescovi, non trova nulla di censurabile nei discorsi «meta-femministi» e anti-biblici che alcune signore hanno tenuto nei giorni scorsi. Per esempio si cita un lungo passaggio della prolusione di Debora Spini, teologa e «docente di Filosofia politica e sociale». La quale, dopo la giusta denuncia delle violenze sessuali sulle donne, si dà ad una ricostruzione della storia del femminismo, che pare fatta da un’anarchica Lgbt, fautrice della trans-identità. Secondo la Spini, che vede il femminismo puro come un agnello senza macchia - il che non è - esso avrebbe avuto tre fasi. La prima fase sarebbe quella delle suffragette americane, «che chiedevano il diritto di voto». Gli storici attestano che la Chiesa e i conservatori erano pro, mentre le sinistre erano contro, temendo che le donne fossero troppo ancorate alla religione. Ma ciò è omesso per dare un quadro al 100% di parte. Poi c’è il femminismo del ’68, che «ha portato all’attenzione come temi politici quelli che avevano fatto parte della vita privata». Un modo soft per non citare il divorzio e l’aborto. Peccati divenuti conquiste? Oggi, dice la Spini, la tentazione del femminismo, è di «essere arruolato dal capitalismo». Anzi, peggio dalla reazione. Infatti, esisterebbe un «femminismo neo-autoritario», i cui saggi anziani, difenderebbero la donna, ma solo per diffondere un «populismo di destra etnocentrico che razzializza la libertà femminile». Come combattere questa deriva secondo la teologa che piace oltre Tevere? Basta «ricorrere a una parola fondamentale: intersezionalità». Che è il mantra usato dal trans-femminismo per negare che esista un «proprium» ontologico e specifico della donna, azzerato oggi dalle involuzioni del pensiero ateo. E che coincide con ciò Giovanni Paolo II chiamò il «genio femminile» (Mulieris dignitatem). Insomma: da «donna über alles» del proto-femminismo a «è donna chi si sente tale». Un progresso?
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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