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2023-07-27
L’opposizione va in pezzi sull’utero in affitto
Elly Schlein e Paola De Micheli (Ansa)
È arrivato il primo via libera del Parlamento alla legge che trasforma in reato universale la pratica dell’utero in affitto. Il pdl a prima firma della deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi (che ne è stata anche relatrice), rende punibile la maternità surrogata per i cittadini italiani che vi facessero ricorso anche nei Paesi dove questa non è considerata reato, a differenza che in Italia dove - è bene ricordarlo - questa pratica già oggi è fuori dalla legge. Il provvedimento è passato con 166 voti a favore, 104 contrari e 4 astenuti. Ora passa al Senato. A livello politico, il dato più evidente non stata la prova di coerenza e compattezza per il centrodestra, che aveva da tempo annunciato un provvedimento che andasse in questo senso, ma l’ennesima Caporetto delle opposizioni, che sono andate all’appuntamento in ordine sparso, lasciando in particolare nel Pd le tossine di un dibattito teso che ne ha evidenziato le lacerazioni interne e - forse - i germi di ulteriori abbandoni polemici. Che si trattasse di un voto ad alto tasso polemico lo si era capito da giorni, da quando cioè il segretario di +Europa Riccardo Magi, avendo intuito i problemi dei dem, ha presentato un emendamento «di bandiera» che se approvato avrebbe ammesso la cosiddetta «gestazione solidale», vale a dire l’utero in affitto senza transazioni di denaro e per chi non può avere figli.
La cosa ha sollevato un vespaio al Nazareno, dato che la segretaria Elly Schlein si era detta personalmente favorevole a questo tipo di pratica, mentre il gruppo parlamentare era chiaramente orientato verso il no, tanto che la presidente dei deputati Chiara Braga ieri, al momento di intervenire in Aula, non ha potuto che constatare l’impossibilità di tenere una linea unitaria e ha annunciato la non partecipazione al voto dei suoi, non lesinando una punta polemica nei confronti dell’alleato radicale. «A nostro avviso», ha detto Braga, «questo emendamento non viene presentato per emendare una legge ingiusta ma apre una questione che meriterebbe di essere discussa in altra sede. È una forzatura parlamentare», ha aggiunto, «che non siamo disponibili ad accettare, che non ha nessuna possibilità di approvazione e aprirebbe a una revisione della legge 40 senza nessun confronto tra noi». Una scelta necessaria, quella fatta dalla Schlein e messa in pratica dalla Braga, che non ha evitato scelte in dissenso, come quella dell’ex ministro Paola De Micheli, che ha votato contro l’emendamento Magi, o di Bruno Tabacci, che si è astenuto. Nel corso del dibattito, inoltre, le prese di posizione di personalità come il presidente del Copasir Lorenzo Guerini o di Graziano Delrio non lasciano presagire un clima migliore quando il ddl arriverà nell’altro ramo del Parlamento.
Ma lo strappo della De Micheli non è stato il più clamoroso, perché nel corso delle votazioni la capogruppo dei rossoverdi, Luana Zanella, si è smarcata dai suoi compagni assumendo una linea intransigente sull’utero in affitto dichiarando tra gli applausi del centrodestra il proprio voto contrario all’emendamento Magi e presentando a sua volta un suo ordine del giorno che è stato fatto proprio dalla maggioranza e quindi approvato. «Attorno alla cosiddetta generosità di una donna che presta se stessa per una gravidanza», ha osservato Zanella, «c’è il profitto da parte di tutti i soggetti coinvolti, in particolare le agenzie che anche a livello europeo agiscono in un vero e proprio settore produttivo, in cui la donna viene sfruttata per la sua capacità produttiva». Per tutta risposta, senza essere apertamente citata, Zanella si è vista qualche minuto dopo affibbiare il marchio di «reazionaria» dal dem Alessandro Zan. Nel bailamme di accuse incrociate, il segretario di +Europa, dopo l’esito del voto sul suo emendamento, si è rivolto verso il Pd con parole di fuoco: «Attaccano noi per non ammettere le loro divisioni interne e renderle palesi. Uno schiaffo in faccia», ha aggiunto, «alle famiglie e alle persone che hanno nella Gpa l’unica alternativa per avere figli. Nel Pd persiste un’anima conservatrice su questi temi che ogni volta blocca tutto». A completare la babele delle opposizioni, il voto in ordine sparso di Italia viva e Azione, i cui esponenti hanno votato sia contro che a favore che astensione sull’emendamento Magi e sul provvedimento nel suo complesso, mentre M5s si è astenuto sull’emendamento e ha votato contro la legge, al pari del Pd e dei rossoverdi. La situazione, a un certo punto, è diventata così confusa che anche dai liberali sono giunti degli attacchi all’ignavia del Pd: il deputato di Azione Fabrizio Benzoni, capofila dei calendiani laici, ha parlato di «chiacchiere a vuoto e balletti improvvisati» dei dem.
Dal perimetro della maggioranza, numerosi gli attestati di soddisfazione, in attesa dell’approvazione definitiva. Subito dopo il voto, le deputate di Fdi hanno dato vita a un flash-mob in piazza Montecitorio, al quale ha partecipato anche il ministro per la Famiglia e la Natalità Eugenia Roccella, nel quale è stato srotolato lo striscione con la scritta «difendiamo il corpo delle donne». «Bisogna trovare il coraggio di proteggere la vita nella sua interezza», ha detto in aula la leghista Simona Loizzo, «la genitorialità nella sua unicità, la gravidanza nella sua miracolosa essenza», mentre per Fi ha parlato Annarita Patriarca, per la quale «l’introduzione di tale previsione di reato è una difesa anche per le donne deboli che sono al centro di questo mercimonio». Al Partito Radicale, intanto, non sembra vero di poter annunciare un referendum abrogativo della legge Varchi, anche se non è stata ancora approvata definitivamente.
Vescovi a lezione di femminismo. Ad Assisi le teologhe pro Lgbt
Tra i tanti meriti del cristianesimo c’è quello di aver concettualmente parificato l’uomo e la donna. Sulla base di una elementare verità di fede. Se il corpo materiale è di secondaria importanza rispetto all’anima, ecco che davanti a Dio, come disse il Maestro, «Non c’è più né uomo, né donna» (Gal 3,28). Ma si sa, la Chiesa del 2023 più che ispirarsi al Vangelo che la precede, guarda al futuro e cerca di intercettarlo, seguendo pomposi corsi di aggiornamento e di «auto-secolarizzazione» (Benedetto XVI).
Così il Sir, l’agenzia ufficiale della Cei, annuncia l’apertura, ad Assisi, della «59esima sessione di formazione» del «Segretariato attività ecumeniche». La sessione è dedicata al tema «Chiese inclusive per donne e uomini nuovi». Il parterre è troppo ampio per essere citato. In ogni caso ci sono molti rappresentanti cattolici, come il vescovo di Pinerolo Derio Olivero e vari sacerdoti. Ma anche rappresentanti valdesi, battisti, metodisti e perfino dell’ebraismo e dell’islam. «Si parlerà di linguaggio sessista nel discorso su Dio», avverte il comunicato ufficiale, «dello snodo critico dei ministeri, delle questioni etiche, di maschilità, paternità e maternità, famiglia/famiglie». Il taglio quindi è chiaro per chi non voglia farsi ingannare.
La parte del leone spetta alle rappresentanti del Coordinamento teologhe italiane, un’associazione riconosciuta dalla Chiesa di Roma ed anzi lodata e blandita per il presunto contributo alla elaborazione di un nuovo «femminismo cattolico». Tra le partecipanti alla sessione, «la presidente Lucia Vantini, la vice presidente Simona Segoloni». Il Sir, che non è il bollettino delle comunità di base, ma l’agenzia stampa dei vescovi, non trova nulla di censurabile nei discorsi «meta-femministi» e anti-biblici che alcune signore hanno tenuto nei giorni scorsi. Per esempio si cita un lungo passaggio della prolusione di Debora Spini, teologa e «docente di Filosofia politica e sociale». La quale, dopo la giusta denuncia delle violenze sessuali sulle donne, si dà ad una ricostruzione della storia del femminismo, che pare fatta da un’anarchica Lgbt, fautrice della trans-identità.
Secondo la Spini, che vede il femminismo puro come un agnello senza macchia - il che non è - esso avrebbe avuto tre fasi. La prima fase sarebbe quella delle suffragette americane, «che chiedevano il diritto di voto». Gli storici attestano che la Chiesa e i conservatori erano pro, mentre le sinistre erano contro, temendo che le donne fossero troppo ancorate alla religione. Ma ciò è omesso per dare un quadro al 100% di parte. Poi c’è il femminismo del ’68, che «ha portato all’attenzione come temi politici quelli che avevano fatto parte della vita privata». Un modo soft per non citare il divorzio e l’aborto. Peccati divenuti conquiste? Oggi, dice la Spini, la tentazione del femminismo, è di «essere arruolato dal capitalismo». Anzi, peggio dalla reazione. Infatti, esisterebbe un «femminismo neo-autoritario», i cui saggi anziani, difenderebbero la donna, ma solo per diffondere un «populismo di destra etnocentrico che razzializza la libertà femminile».
Come combattere questa deriva secondo la teologa che piace oltre Tevere? Basta «ricorrere a una parola fondamentale: intersezionalità». Che è il mantra usato dal trans-femminismo per negare che esista un «proprium» ontologico e specifico della donna, azzerato oggi dalle involuzioni del pensiero ateo. E che coincide con ciò Giovanni Paolo II chiamò il «genio femminile» (Mulieris dignitatem).
Insomma: da «donna über alles» del proto-femminismo a «è donna chi si sente tale». Un progresso?
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Passa alla Camera la proposta di Fdi per rendere la surrogata reato universale. Un emendamento di Riccardo Magi sulla «gestazione solidale» lacera la minoranza: Paola De Micheli vota contro, Bruno Tabacci si astiene, i rossoverdi litigano. E in Aula volano gli stracci.Il Segretariato attività ecumeniche ospiterà anche le teoriche dell’«intersezionalità».Lo speciale contiene due articoliÈ arrivato il primo via libera del Parlamento alla legge che trasforma in reato universale la pratica dell’utero in affitto. Il pdl a prima firma della deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi (che ne è stata anche relatrice), rende punibile la maternità surrogata per i cittadini italiani che vi facessero ricorso anche nei Paesi dove questa non è considerata reato, a differenza che in Italia dove - è bene ricordarlo - questa pratica già oggi è fuori dalla legge. Il provvedimento è passato con 166 voti a favore, 104 contrari e 4 astenuti. Ora passa al Senato. A livello politico, il dato più evidente non stata la prova di coerenza e compattezza per il centrodestra, che aveva da tempo annunciato un provvedimento che andasse in questo senso, ma l’ennesima Caporetto delle opposizioni, che sono andate all’appuntamento in ordine sparso, lasciando in particolare nel Pd le tossine di un dibattito teso che ne ha evidenziato le lacerazioni interne e - forse - i germi di ulteriori abbandoni polemici. Che si trattasse di un voto ad alto tasso polemico lo si era capito da giorni, da quando cioè il segretario di +Europa Riccardo Magi, avendo intuito i problemi dei dem, ha presentato un emendamento «di bandiera» che se approvato avrebbe ammesso la cosiddetta «gestazione solidale», vale a dire l’utero in affitto senza transazioni di denaro e per chi non può avere figli. La cosa ha sollevato un vespaio al Nazareno, dato che la segretaria Elly Schlein si era detta personalmente favorevole a questo tipo di pratica, mentre il gruppo parlamentare era chiaramente orientato verso il no, tanto che la presidente dei deputati Chiara Braga ieri, al momento di intervenire in Aula, non ha potuto che constatare l’impossibilità di tenere una linea unitaria e ha annunciato la non partecipazione al voto dei suoi, non lesinando una punta polemica nei confronti dell’alleato radicale. «A nostro avviso», ha detto Braga, «questo emendamento non viene presentato per emendare una legge ingiusta ma apre una questione che meriterebbe di essere discussa in altra sede. È una forzatura parlamentare», ha aggiunto, «che non siamo disponibili ad accettare, che non ha nessuna possibilità di approvazione e aprirebbe a una revisione della legge 40 senza nessun confronto tra noi». Una scelta necessaria, quella fatta dalla Schlein e messa in pratica dalla Braga, che non ha evitato scelte in dissenso, come quella dell’ex ministro Paola De Micheli, che ha votato contro l’emendamento Magi, o di Bruno Tabacci, che si è astenuto. Nel corso del dibattito, inoltre, le prese di posizione di personalità come il presidente del Copasir Lorenzo Guerini o di Graziano Delrio non lasciano presagire un clima migliore quando il ddl arriverà nell’altro ramo del Parlamento.Ma lo strappo della De Micheli non è stato il più clamoroso, perché nel corso delle votazioni la capogruppo dei rossoverdi, Luana Zanella, si è smarcata dai suoi compagni assumendo una linea intransigente sull’utero in affitto dichiarando tra gli applausi del centrodestra il proprio voto contrario all’emendamento Magi e presentando a sua volta un suo ordine del giorno che è stato fatto proprio dalla maggioranza e quindi approvato. «Attorno alla cosiddetta generosità di una donna che presta se stessa per una gravidanza», ha osservato Zanella, «c’è il profitto da parte di tutti i soggetti coinvolti, in particolare le agenzie che anche a livello europeo agiscono in un vero e proprio settore produttivo, in cui la donna viene sfruttata per la sua capacità produttiva». Per tutta risposta, senza essere apertamente citata, Zanella si è vista qualche minuto dopo affibbiare il marchio di «reazionaria» dal dem Alessandro Zan. Nel bailamme di accuse incrociate, il segretario di +Europa, dopo l’esito del voto sul suo emendamento, si è rivolto verso il Pd con parole di fuoco: «Attaccano noi per non ammettere le loro divisioni interne e renderle palesi. Uno schiaffo in faccia», ha aggiunto, «alle famiglie e alle persone che hanno nella Gpa l’unica alternativa per avere figli. Nel Pd persiste un’anima conservatrice su questi temi che ogni volta blocca tutto». A completare la babele delle opposizioni, il voto in ordine sparso di Italia viva e Azione, i cui esponenti hanno votato sia contro che a favore che astensione sull’emendamento Magi e sul provvedimento nel suo complesso, mentre M5s si è astenuto sull’emendamento e ha votato contro la legge, al pari del Pd e dei rossoverdi. La situazione, a un certo punto, è diventata così confusa che anche dai liberali sono giunti degli attacchi all’ignavia del Pd: il deputato di Azione Fabrizio Benzoni, capofila dei calendiani laici, ha parlato di «chiacchiere a vuoto e balletti improvvisati» dei dem. Dal perimetro della maggioranza, numerosi gli attestati di soddisfazione, in attesa dell’approvazione definitiva. Subito dopo il voto, le deputate di Fdi hanno dato vita a un flash-mob in piazza Montecitorio, al quale ha partecipato anche il ministro per la Famiglia e la Natalità Eugenia Roccella, nel quale è stato srotolato lo striscione con la scritta «difendiamo il corpo delle donne». «Bisogna trovare il coraggio di proteggere la vita nella sua interezza», ha detto in aula la leghista Simona Loizzo, «la genitorialità nella sua unicità, la gravidanza nella sua miracolosa essenza», mentre per Fi ha parlato Annarita Patriarca, per la quale «l’introduzione di tale previsione di reato è una difesa anche per le donne deboli che sono al centro di questo mercimonio». Al Partito Radicale, intanto, non sembra vero di poter annunciare un referendum abrogativo della legge Varchi, anche se non è stata ancora approvata definitivamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lopposizione-va-in-pezzi-sullutero-in-affitto-2662490376.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vescovi-a-lezione-di-femminismo-ad-assisi-le-teologhe-pro-lgbt" data-post-id="2662490376" data-published-at="1690398789" data-use-pagination="False"> Vescovi a lezione di femminismo. Ad Assisi le teologhe pro Lgbt Tra i tanti meriti del cristianesimo c’è quello di aver concettualmente parificato l’uomo e la donna. Sulla base di una elementare verità di fede. Se il corpo materiale è di secondaria importanza rispetto all’anima, ecco che davanti a Dio, come disse il Maestro, «Non c’è più né uomo, né donna» (Gal 3,28). Ma si sa, la Chiesa del 2023 più che ispirarsi al Vangelo che la precede, guarda al futuro e cerca di intercettarlo, seguendo pomposi corsi di aggiornamento e di «auto-secolarizzazione» (Benedetto XVI). Così il Sir, l’agenzia ufficiale della Cei, annuncia l’apertura, ad Assisi, della «59esima sessione di formazione» del «Segretariato attività ecumeniche». La sessione è dedicata al tema «Chiese inclusive per donne e uomini nuovi». Il parterre è troppo ampio per essere citato. In ogni caso ci sono molti rappresentanti cattolici, come il vescovo di Pinerolo Derio Olivero e vari sacerdoti. Ma anche rappresentanti valdesi, battisti, metodisti e perfino dell’ebraismo e dell’islam. «Si parlerà di linguaggio sessista nel discorso su Dio», avverte il comunicato ufficiale, «dello snodo critico dei ministeri, delle questioni etiche, di maschilità, paternità e maternità, famiglia/famiglie». Il taglio quindi è chiaro per chi non voglia farsi ingannare. La parte del leone spetta alle rappresentanti del Coordinamento teologhe italiane, un’associazione riconosciuta dalla Chiesa di Roma ed anzi lodata e blandita per il presunto contributo alla elaborazione di un nuovo «femminismo cattolico». Tra le partecipanti alla sessione, «la presidente Lucia Vantini, la vice presidente Simona Segoloni». Il Sir, che non è il bollettino delle comunità di base, ma l’agenzia stampa dei vescovi, non trova nulla di censurabile nei discorsi «meta-femministi» e anti-biblici che alcune signore hanno tenuto nei giorni scorsi. Per esempio si cita un lungo passaggio della prolusione di Debora Spini, teologa e «docente di Filosofia politica e sociale». La quale, dopo la giusta denuncia delle violenze sessuali sulle donne, si dà ad una ricostruzione della storia del femminismo, che pare fatta da un’anarchica Lgbt, fautrice della trans-identità. Secondo la Spini, che vede il femminismo puro come un agnello senza macchia - il che non è - esso avrebbe avuto tre fasi. La prima fase sarebbe quella delle suffragette americane, «che chiedevano il diritto di voto». Gli storici attestano che la Chiesa e i conservatori erano pro, mentre le sinistre erano contro, temendo che le donne fossero troppo ancorate alla religione. Ma ciò è omesso per dare un quadro al 100% di parte. Poi c’è il femminismo del ’68, che «ha portato all’attenzione come temi politici quelli che avevano fatto parte della vita privata». Un modo soft per non citare il divorzio e l’aborto. Peccati divenuti conquiste? Oggi, dice la Spini, la tentazione del femminismo, è di «essere arruolato dal capitalismo». Anzi, peggio dalla reazione. Infatti, esisterebbe un «femminismo neo-autoritario», i cui saggi anziani, difenderebbero la donna, ma solo per diffondere un «populismo di destra etnocentrico che razzializza la libertà femminile». Come combattere questa deriva secondo la teologa che piace oltre Tevere? Basta «ricorrere a una parola fondamentale: intersezionalità». Che è il mantra usato dal trans-femminismo per negare che esista un «proprium» ontologico e specifico della donna, azzerato oggi dalle involuzioni del pensiero ateo. E che coincide con ciò Giovanni Paolo II chiamò il «genio femminile» (Mulieris dignitatem). Insomma: da «donna über alles» del proto-femminismo a «è donna chi si sente tale». Un progresso?
La manifestazione in onore di Quentin Deranque a Parigi (Ansa)
Di fronte alla gravità della situazione il presidente Emmanuel Macron ha scritto su X che «nella Repubblica, nessuna causa, nessuna ideologia giustificheranno mai il fatto di uccidere». Macron ha parlato della necessità di «trascinare davanti alla giustizia e condannare gli autori di questa ignominia» e lanciato un appello «alla calma, alla moderazione e al rispetto». Domenica, negli studi della trasmissione Grand Jury trasmessa da Le Figaro, Rtl, Public Sénat e M6, il ministro della giustizia Gérald Darmanin ha dichiarato che «la retorica politica violenta porta alla violenza fisica. C’è una complicità all’interno di La France Insoumise nei confronti della violenza politica».
Sempre l’altro ieri dal ministro dell’interno, Laurent Nunez, sono arrivate parole pesanti come macigni. Per prima cosa, il ministro ha definito un «linciaggio», l’aggressione subita da Quentin Deranque aggiungendo che «chiaramente, dietro tutto questo c’era l’estrema sinistra». «L’indagine confermerà o smentirà se fossero membri della Jeune Garde» (sciolta dal ministero dell’interno nel 2025, ndr). Ma, ha aggiunto Nunez, «le testimonianze puntano chiaramente in quella direzione». Con un comunicato, la Jeune Garde ha affermato di non poter «essere ritenuta responsabile» della morte del ventitreenne Deranque.
Dura la posizione ufficiale del governo, ribadita dalla portavoce Maud Bregeon che, rispondendo alle domande di Bfm-Rmc, ha dichiarato: «Per anni, La France Insoumise ha fomentato un clima di violenza. Lfi ha avuto e riconosciuto legami con gruppi di estrema sinistra estremamente violenti». Secondo Bregeon ci sarebbe una «responsabilità morale di Lfi in questo clima di violenza».
Anche tra le file della sinistra non sono mancate le condanne. Su Franceinfo, Alexis Corbière, deputato di Seine-Saint-Denis ex-Lfi, è stato categorico: «Nulla dovrebbe giustificare la violenza». Il deputato di sinistra ha espresso «una condanna molto chiara» dei fatti di Lione. L’Università Lione-2 ha espresso «profonda tristezza».
Più moderata invece la posizione di Raphaël Glucksmann: «Ora dobbiamo porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico» ha dichiarato Glucksmann su radio Rtl, parlando anche delle «responsabilità di tutti i leader politici che incitano all’odio, compresi quelli di La France Insoumise». Ma dopo aver dato un colpo alla botte, Glucksmann ne ha dato uno al cerchio, dichiarando che «ci sono anche morti causate dalle milizie di estrema destra», e che il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella «oggi minaccia di prendere il potere in Francia» e «di far scivolare la Francia nel campo trumpiano e putiniano». Glucksmann ha promesso di diventare una «diga» per la «difesa della democrazia» e che il suo partito non farà «alleanze con movimenti che minano la democrazia, tra cui La France insoumise».
In risposta alle condanne, Lfi ha cercato di farsi passare come la vittima. Da un lato, Jean-Luc Mélenchon ha dichiarato di voler esprimere «la nostra costernazione, ma anche la nostra empatia e compassione per la famiglia» (della vittima, ndr) e ricordato di aver detto «decine di volte che siamo ostili e contrari alla violenza». Dall’altro lato però, Mélenchon, ha cercato di capovolgere la situazione affermando: «Siamo noi a essere attaccati!». L’esponente dei Verdi Sandrine Rousseau ha ribadito su Franceinfo la necessità di avere «nel momento che stiamo vivendo in Francia, dei militanti antifascisti». Tuttavia, per Rousseau, questi «non devono utilizzare la violenza fisica né assumere un atteggiamento virilista attorno alla politica».
Nel frattempo, ieri, la presidente dell’assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha sospeso «a titolo precauzionale» l’accesso alla Camera bassa all’assistente parlamentare del deputato della Lfi Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, sospettato di essere coinvolto nei fatti di Lione. Alcuni testimoni citati da Le Figaro avrebbero detto di aver riconosciuto Favrot tra gli aggressori di Quentin.
Ieri pomeriggio il procuratore di Lione, Thierry Dran, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha fornito una ricostruzione dell’aggressione che ha causato la morte di Quentin Deranque. Dran ha parlato di «diverse testimonianze significative» e dell’apertura dell’inchiesta per «violenze aggravate» e «colpi mortali».
Il procuratore ha menzionato anche «l’autopsia effettuata [lunedì] mattina» che «ha permesso di determinare essenzialmente lesioni alla testa, tra cui un grave trauma cranio-encefalico e una frattura temporale destra». Per Dran, il giovane Deranque sarebbe stato picchiato e buttato per terra «da almeno sei» persone.
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Keir Starmer (Ansa)
Ieri, il premier britannico ha annunciato che, «entro pochi mesi», il governo introdurrà una stretta sull’accesso dei teenager alle piattaforme. Non si tratterà semplicemente di stabilire nuove soglie di età per l’iscrizione, bensì di complicarne l’aggiramento, impedendo le connessioni crittografate, oltre che di limitare alcune funzioni, tra cui l’«auto-scrolling». Quel meccanismo di «costante attaccamento alla macchina», come lo ha chiamato Starmer, per cui gli utenti «non riescono mai a smettere» di compulsare immagini e video. Un fenomeno che va di pari passo con il «doomscrolling»: lasciarsi catturare da un vortice di messaggi negativi e ansiogeni. Il primo ministro si è detto «aperto» addirittura all’idea di seguire l’esempio australiano: il 10 dicembre 2025, Canberra ha fatto entrare in vigore un bando totale sull’utilizzo dei social per i minori di 16 anni. È il primo Paese al mondo.
Che quel pubblico sia particolarmente vulnerabile ad alcune dinamiche che la fruizione delle piattaforme innesca, è oramai verificato dagli scienziati. Gli ultimi studi del 2025 citano la diffusione di disturbi del sonno e dell’alimentazione (Healthcare), un peggioramento del benessere mentale, con incremento della disistima di sé, dello stress sociale e della vulnerabilità psicologica (Adolescent Reserach), episodi di ansia e depressione (Adolescents). Senza contare che, secondo un esperimento condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Dublino su un campione di tredicenni, i più giovani sono proprio quelli ai quali l’algoritmo propone contenuti dannosi con maggiore frequenza e velocità. Negli Stati Uniti, intanto, è in corso una causa pionieristica, intentata da una ventenne nei confronti di Instagram, Facebook e YouTube, che le avrebbero provocato stress e depressione. Secondo i legali della ragazza, le piattaforme sono state progettate in modo tale da indurre i fruitori a trascorrervi più tempo possibile. Un trucco che fa tanto più presa quanto più bassa è l’età dell’utente. E più bassa è la sua età, peggiore sarà il danno subìto dall’utente.
Non c’è dubbio, insomma, che qualche azione a salvaguardia dei vulnerabili sia auspicabile. Il punto, nel caso del Regno Unito, è che la stessa solerzia non si è vista quando, per fedeltà alla causa woke, l’establishment laburista chiuse entrambi gli occhi sullo scandalo delle grooming gang, tra gli anni Novanta e gli anni Duemiladieci.
Starmer, ora, rinfaccia ai conservatori di non aver fatto abbastanza per difendere i ragazzini dai danni dei social, che accusa di essere «evoluti in qualcosa» che «sta danneggiando i nostri figli». Ma dal 2008 al 2013 fu direttore del Crown prosecution service, nominato dall’esecutivo di sinistra. E, da super pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles, non ritenne che si dovessero perseguire con rapidità e severità gli abusi degli immigrati islamici sulle bambine. Solo nel 2025, travolto dall’indignazione della gente, il gabinetto laburista si è risolto ad avviare un’inchiesta nazionale. E come mai il premier, che conferì l’incarico di ambasciatore negli Usa a Peter Benjamin Mandelson, in seguito coinvolto nel caso Epstein, sente il bisogno di proteggere i minori da Meta ma non dall’ideologia gender? I reel di Instagram e le pillole video di TikTok sono pericolosi. La transizione di genere a 4 anni, no?
Certo, l’Australia e la Gran Bretagna non sono le uniche nazioni a essersi poste il problema degli adolescenti sui social. Emmanuel Macron, a fine gennaio, ha elogiato il disegno di legge approvato dai parlamentari francesi, per interdire le piattaforme a chi ha meno di 15 anni: «Il cervello dei nostri figli», ha twittato, «non è in vendita. Né sulle piattaforme americane, né sulle reti cinesi». Anche la Spagna di Pedro Sánchez è orientata a proibire i social agli under 16 e disporrà indagini «su possibili violazioni commessa da parte di Instagram, TikTok e Grok», l’intelligenza artificiale di X. Inoltre, un giro di vite è in programma in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Finalmente? Sorvoliamo sulle ipocrisie inglesi ed evitiamo di menzionare il peso che hanno le ripicche europee contro Donald Trump e le Big tech Usa. Ciò che sarà davvero cruciale è se - a proposito di strade per l’inferno - nei dettagli non finirà per nascondersi il diavolo.
Pure in Cina, infatti, sono in vigore diverse restrizioni: limiti di un’ora al giorno nei soli weekend per l’uso di videogiochi, nonché tetti al tempo che si può trascorrere su TikTok. Peccato che le misure giustificate dall’imperativo della salute dei minori occultino siano l’involucro in cui avvolgere stratagemmi propagandistici: filtri automatici sugli argomenti spinosi, religione compresa; imposizione di contenuti ideologici, dalla storia riscritta a uso e consumo del regime fino al culto del partito e di Xi Jinping; obblighi di identificazione e tracciamento dei comportamenti, che contribuiscono al pervasivo controllo digitale, chiodo fisso del Dragone comunista.
È vero: qui siamo in Occidente, mica a Pechino. Ma abbiamo vissuto una pandemia. Ci ricordiamo cosa è già successo. E del potere benevolo ci fidiamo poco: il suo scopo è proteggerci o sorvegliarci?
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Astrid, attivista del collettivo Nemesis, racconta la morte di Quentin, il 23enne ucciso a Lione dopo un’aggressione di gruppo durante una manifestazione. Secondo Astrid, l’omicidio sarebbe stato minimizzato dai media e dalle istituzioni, mentre cresce la preoccupazione per la violenza politica nelle piazze francesi.