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2018-10-24
L’Onu vuole rimettere il velo alle donne francesi
ANSA
L'Onu interviene a gamba tesa contro la Francia, dichiarando illegittimo il divieto di indossare il velo integrale che il governo di Parigi ha introdotto nel 2010. La Francia, il paese che ha pagato il conto più salato al terrorismo islamico, si vede messa all'indice da un organismo, le Nazioni Unite, che sembra ormai completamente fuori dalla realtà: ricordiamo la recente minaccia di inviare «ispettori» in Italia per vigilare sugli «atti di razzismo» che costituirebbero addirittura un allarme. Per fortuna, la decisione dell'Onu non avrà alcun effetto pratico sulla legislazione francese, ma il caso è destinato a far discutere.
Ieri si è appreso che un gruppo di 18 «esperti indipendenti» delle Nazioni Unite, il Comitato per i diritti umani, ha condannato la Francia in quanto avrebbe violato i diritti umani di due donne. In particolare, la censura dell'Onu si riferisce alla condanna inflitta alle due ricorrenti, di fede musulmana, che erano state sanzionate nel 2012 per aver indossato in pubblico niqab, il velo integrale, contravvenendo alla legge. Alle due donne era stato comminato un verbale, ma loro nel 2016, ben quattro anni dopo il fatto, avevano presentato una denuncia all'Onu.
Manco a dirlo, ieri è stata pubblicata, a Ginevra, la decisione: la Francia non avrebbe sufficientemente spiegato i motivi alla base della legge che vieta di indossare il niqab in pubblico, e oltretutto lo stesso divieto, secondo gli «esperti indipendenti» dell'Onu, interferirebbe in modo sproporzionato con il diritto di manifestare liberamente la propria religione. Il Comitato, bontà sua, riconosce che gli stati possono chiedere alle persone di scoprire il volto in alcune circostanze, come nel corso di un controllo di polizia, ma il divieto generale di indossare il niqab in pubblico sarebbe una misura troppo radicale, che rischierebbe di emarginare le donne musulmane, confinandole nelle loro case. Il Comitato ha chiesto alla Francia una compensazione per le due donne, l'adozione di misure volte a evitare che casi simili si verifichino in futuro, e la trasmissione di una relazione entro 180 giorni sulle misure adottate per attuare la decisione del comitato.
La Francia però, e ci mancherebbe altro, non ci pensa nemmeno a cambiare la sua legislazione per l'intervento degli «esperti indipendenti» dell'Onu. Ieri, il ministero degli Esteri francese ha diffuso un comunicato in cui si ricorda «la piena legittimità» della sua legge del 2010 che vieta il velo integrale, condannata dall'Onu. Il ministero, «ricorda che la legge del 2010 vieta la dissimulazione del volto nello spazio pubblico nella misura in cui è considerata incompatibile con il principio di fraternità e con i valori di una società democratica e aperta. La Francia», prosegue il comunicato del governo francese, «ricorda che il Consiglio costituzionale ha giudicato la legge conforme alla Costituzione. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito nella sua sentenza del luglio 2014 che non danneggia né la libertà di coscienza né la libertà di religione e che non è discriminatoria. La Francia», conclude la nota, «sottolinea la piena legittimità di una legge il cui obiettivo è di garantire le condizioni di convivenza necessarie al pieno esercizio dei diritti civili e politici».
Migranti, Macron respinge i minori. La Croce rossa: «21 da inizio anno»
Dal 2014 a oggi, stando ai dati del ministero dell'Interno, il nostro Paese ha accolto la bellezza di 70.293 minori stranieri non accompagnati. Ai quali vanno aggiunti i numerosi bambini arrivati qui assieme ai genitori, e perfino quelli venuti al mondo sulle navi di soccorso nel Mediterraneo. Dal 2017, per altro, in Italia è in vigore una legge che prevede l'accoglienza immediata di tutti i minorenni che arrivano senza genitori. Niente controlli, niente verifiche: appena sbarcano ottengono la protezione e lo Stato se ne fa subito carico. Anche se sono a un passo dalla maggiore età, o se sono addirittura più grandi (cosa difficile da stabilire nella grande maggioranza dei casi).
Così ci comportiamo noi. Poi ci sono i nostri vicini, i simpatici francesi. Quelli che ci hanno definito «vomitevoli», che hanno preteso di darci lezioni di inclusione. Ecco, questi signori sapete che fanno? I migranti minorenni li rispediscono indietro, in barba a ogni trattato e a ogni norma di civiltà. Che i gendarmi d'Oltralpe scaricassero qui gli stranieri sgraditi lo abbiamo appreso qualche giorno fa, quando la polizia italiana ha filmato (a Claviere, in provincia di Torino) una camionetta che faceva scendere persone nei boschi oltre il confine. Sulle prime, i francesi si sono scusati, hanno parlato di un errore, poi hanno dato la colpa all'inesperienza degli agenti che hanno svolto l'operazione.
Ma, nei giorni seguenti, si è avuta la conferma che si trattava di una presa in giro. Un video diffuso dal Viminale ha mostrato altri gendarmi intenti a fare la stessa cosa: sono giunti in auto in Italia, hanno fatto scendere dal veicolo tre stranieri, poi sono tornati in patria. Di nuovo, da Parigi hanno accampato scuse, parlando di operazioni concordate. Ieri, infine, l'ultimo insulto. Fonti del Viminale hanno comunicato che «la Francia ha cercato di restituire all'Italia anche dei minorenni: è successo il 18 ottobre, dopo le 22. 30, ma le autorità italiane hanno bloccato la procedura».
Questa brutta storia è emersa «nel corso della visita degli esperti inviati dal Viminale a Claviere, dopo gli episodi di sconfinamento. Il sospetto del governo italiano è che le autorità francesi abbiano riportato dei cittadini stranieri in Italia in modo sbrigativo anche per eludere le procedure previste dal trattato di Dublino». Già, perché rifiutare i minorenni non si può, anche se clandestini.
Matteo Salvini, ovviamente, non ha perso l'occasione per infilzare il commissario Ue agli Affari europei Pierre Moscovici, cioè il signore che - parlando della polemica sul caso Lodi - si era detto «scioccato».
«Chissà se Moscovici sarà scioccato anche per la tentata espulsione di minorenni stranieri da parte della Francia. Oppure il commissario Ue riserva il suo turbamento solo per una giusta battaglia come quella del sindaco di Lodi?», ha detto il ministro dell'Interno. Che ha aggiunto: «Quello che sta emergendo a Claviere ci conferma che, anche in materia di diritti umani, nessuno può permettersi di dare lezioni all'Italia».
L'episodio dei minori respinti al confine, in ogni caso, non è affatto una invenzione di Salvini per fare polemica con i francesi. Il respingimento di ragazzini da parte delle autorità transalpine sembra essere una prassi piuttosto in voga. Sempre ieri, la Croce rossa ha fatto sapere che «sono stati 21, dall'inizio dell'anno, i minori respinti alla frontiera del Monginevro, tra Italia e Francia, e intercettati dai presidi della Croce Rossa a Oulx e a Bardonecchia, in alta Valle di Susa». Paolo De Marchis, sindaco di Oulx, aggiunge benzina: «Una quindicina di giorni fa, a Beaulard, li ho incontrati io stesso: tre ragazzi, di cui uno sotto i 18 anni, mi hanno raccontato di essere stati scaricati all'uscita dell'autostrada». Sull'argomento, la scorsa settimana, si era pronunciata anche la sezione francese di Amnesty International. L'organizzazione umanitaria ha organizzato una missione di osservazione tra il a 12 e il 13 ottobre. In quel periodo sono avvenuti 26 respingimenti di migranti «dal posto di polizia di frontiera di Montgenèvre verso Clavière, primo villaggio italiano, senza esame individuale della loro situazione né possibilità di domanda di asilo». Amnesty, soprattutto, notava la «mancata presa d'atto della minore età di otto persone, che pure si erano dichiarate come minorenni alle forze dell'ordine».
Insomma, i nostri vicini trattano anche i bambini come rifiuti umani, forzano i trattati e violano i confini (nonché la legge). Fino ad oggi, però, gli organismi sovranazionali come l'Onu e in particolare l'Ue sono rimasti in silenzio. Quando si tratta di attaccare i populisti e di gridare al razzismo, non perdono tempo. Ma se c'è da bacchettare Emmanuel Macron che caccia i minorenni, se la prendono comoda. In effetti, «vomitevoli» è la parola giusta per definirli.
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La Francia, insanguinata dai terroristi islamici, vietò il niqab per ragioni di sicurezza. Ma l'ente dice no: «Violati i diritti».Gli esperti del Viminale inviati a Claviere scoprono l'ennesimo scandalo: «I gendarmi hanno tentato di espellerli eludendo il trattato di Dublino». I sindaci di confine confermano: «Accade molto spesso».Lo speciale contiene due articoli.L'Onu interviene a gamba tesa contro la Francia, dichiarando illegittimo il divieto di indossare il velo integrale che il governo di Parigi ha introdotto nel 2010. La Francia, il paese che ha pagato il conto più salato al terrorismo islamico, si vede messa all'indice da un organismo, le Nazioni Unite, che sembra ormai completamente fuori dalla realtà: ricordiamo la recente minaccia di inviare «ispettori» in Italia per vigilare sugli «atti di razzismo» che costituirebbero addirittura un allarme. Per fortuna, la decisione dell'Onu non avrà alcun effetto pratico sulla legislazione francese, ma il caso è destinato a far discutere. Ieri si è appreso che un gruppo di 18 «esperti indipendenti» delle Nazioni Unite, il Comitato per i diritti umani, ha condannato la Francia in quanto avrebbe violato i diritti umani di due donne. In particolare, la censura dell'Onu si riferisce alla condanna inflitta alle due ricorrenti, di fede musulmana, che erano state sanzionate nel 2012 per aver indossato in pubblico niqab, il velo integrale, contravvenendo alla legge. Alle due donne era stato comminato un verbale, ma loro nel 2016, ben quattro anni dopo il fatto, avevano presentato una denuncia all'Onu.Manco a dirlo, ieri è stata pubblicata, a Ginevra, la decisione: la Francia non avrebbe sufficientemente spiegato i motivi alla base della legge che vieta di indossare il niqab in pubblico, e oltretutto lo stesso divieto, secondo gli «esperti indipendenti» dell'Onu, interferirebbe in modo sproporzionato con il diritto di manifestare liberamente la propria religione. Il Comitato, bontà sua, riconosce che gli stati possono chiedere alle persone di scoprire il volto in alcune circostanze, come nel corso di un controllo di polizia, ma il divieto generale di indossare il niqab in pubblico sarebbe una misura troppo radicale, che rischierebbe di emarginare le donne musulmane, confinandole nelle loro case. Il Comitato ha chiesto alla Francia una compensazione per le due donne, l'adozione di misure volte a evitare che casi simili si verifichino in futuro, e la trasmissione di una relazione entro 180 giorni sulle misure adottate per attuare la decisione del comitato. La Francia però, e ci mancherebbe altro, non ci pensa nemmeno a cambiare la sua legislazione per l'intervento degli «esperti indipendenti» dell'Onu. Ieri, il ministero degli Esteri francese ha diffuso un comunicato in cui si ricorda «la piena legittimità» della sua legge del 2010 che vieta il velo integrale, condannata dall'Onu. Il ministero, «ricorda che la legge del 2010 vieta la dissimulazione del volto nello spazio pubblico nella misura in cui è considerata incompatibile con il principio di fraternità e con i valori di una società democratica e aperta. La Francia», prosegue il comunicato del governo francese, «ricorda che il Consiglio costituzionale ha giudicato la legge conforme alla Costituzione. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito nella sua sentenza del luglio 2014 che non danneggia né la libertà di coscienza né la libertà di religione e che non è discriminatoria. La Francia», conclude la nota, «sottolinea la piena legittimità di una legge il cui obiettivo è di garantire le condizioni di convivenza necessarie al pieno esercizio dei diritti civili e politici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lonu-vuole-rimettere-il-velo-alle-donne-francesi-2614624657.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="migranti-macron-respinge-i-minori-la-croce-rossa-21-da-inizio-anno" data-post-id="2614624657" data-published-at="1767800342" data-use-pagination="False"> Migranti, Macron respinge i minori. La Croce rossa: «21 da inizio anno» Dal 2014 a oggi, stando ai dati del ministero dell'Interno, il nostro Paese ha accolto la bellezza di 70.293 minori stranieri non accompagnati. Ai quali vanno aggiunti i numerosi bambini arrivati qui assieme ai genitori, e perfino quelli venuti al mondo sulle navi di soccorso nel Mediterraneo. Dal 2017, per altro, in Italia è in vigore una legge che prevede l'accoglienza immediata di tutti i minorenni che arrivano senza genitori. Niente controlli, niente verifiche: appena sbarcano ottengono la protezione e lo Stato se ne fa subito carico. Anche se sono a un passo dalla maggiore età, o se sono addirittura più grandi (cosa difficile da stabilire nella grande maggioranza dei casi). Così ci comportiamo noi. Poi ci sono i nostri vicini, i simpatici francesi. Quelli che ci hanno definito «vomitevoli», che hanno preteso di darci lezioni di inclusione. Ecco, questi signori sapete che fanno? I migranti minorenni li rispediscono indietro, in barba a ogni trattato e a ogni norma di civiltà. Che i gendarmi d'Oltralpe scaricassero qui gli stranieri sgraditi lo abbiamo appreso qualche giorno fa, quando la polizia italiana ha filmato (a Claviere, in provincia di Torino) una camionetta che faceva scendere persone nei boschi oltre il confine. Sulle prime, i francesi si sono scusati, hanno parlato di un errore, poi hanno dato la colpa all'inesperienza degli agenti che hanno svolto l'operazione. Ma, nei giorni seguenti, si è avuta la conferma che si trattava di una presa in giro. Un video diffuso dal Viminale ha mostrato altri gendarmi intenti a fare la stessa cosa: sono giunti in auto in Italia, hanno fatto scendere dal veicolo tre stranieri, poi sono tornati in patria. Di nuovo, da Parigi hanno accampato scuse, parlando di operazioni concordate. Ieri, infine, l'ultimo insulto. Fonti del Viminale hanno comunicato che «la Francia ha cercato di restituire all'Italia anche dei minorenni: è successo il 18 ottobre, dopo le 22. 30, ma le autorità italiane hanno bloccato la procedura». Questa brutta storia è emersa «nel corso della visita degli esperti inviati dal Viminale a Claviere, dopo gli episodi di sconfinamento. Il sospetto del governo italiano è che le autorità francesi abbiano riportato dei cittadini stranieri in Italia in modo sbrigativo anche per eludere le procedure previste dal trattato di Dublino». Già, perché rifiutare i minorenni non si può, anche se clandestini. Matteo Salvini, ovviamente, non ha perso l'occasione per infilzare il commissario Ue agli Affari europei Pierre Moscovici, cioè il signore che - parlando della polemica sul caso Lodi - si era detto «scioccato». «Chissà se Moscovici sarà scioccato anche per la tentata espulsione di minorenni stranieri da parte della Francia. Oppure il commissario Ue riserva il suo turbamento solo per una giusta battaglia come quella del sindaco di Lodi?», ha detto il ministro dell'Interno. Che ha aggiunto: «Quello che sta emergendo a Claviere ci conferma che, anche in materia di diritti umani, nessuno può permettersi di dare lezioni all'Italia». L'episodio dei minori respinti al confine, in ogni caso, non è affatto una invenzione di Salvini per fare polemica con i francesi. Il respingimento di ragazzini da parte delle autorità transalpine sembra essere una prassi piuttosto in voga. Sempre ieri, la Croce rossa ha fatto sapere che «sono stati 21, dall'inizio dell'anno, i minori respinti alla frontiera del Monginevro, tra Italia e Francia, e intercettati dai presidi della Croce Rossa a Oulx e a Bardonecchia, in alta Valle di Susa». Paolo De Marchis, sindaco di Oulx, aggiunge benzina: «Una quindicina di giorni fa, a Beaulard, li ho incontrati io stesso: tre ragazzi, di cui uno sotto i 18 anni, mi hanno raccontato di essere stati scaricati all'uscita dell'autostrada». Sull'argomento, la scorsa settimana, si era pronunciata anche la sezione francese di Amnesty International. L'organizzazione umanitaria ha organizzato una missione di osservazione tra il a 12 e il 13 ottobre. In quel periodo sono avvenuti 26 respingimenti di migranti «dal posto di polizia di frontiera di Montgenèvre verso Clavière, primo villaggio italiano, senza esame individuale della loro situazione né possibilità di domanda di asilo». Amnesty, soprattutto, notava la «mancata presa d'atto della minore età di otto persone, che pure si erano dichiarate come minorenni alle forze dell'ordine». Insomma, i nostri vicini trattano anche i bambini come rifiuti umani, forzano i trattati e violano i confini (nonché la legge). Fino ad oggi, però, gli organismi sovranazionali come l'Onu e in particolare l'Ue sono rimasti in silenzio. Quando si tratta di attaccare i populisti e di gridare al razzismo, non perdono tempo. Ma se c'è da bacchettare Emmanuel Macron che caccia i minorenni, se la prendono comoda. In effetti, «vomitevoli» è la parola giusta per definirli.
Bernardo Lodispoto (Imagoecoenomica)
Secondo l’ipotesi investigativa, il presunto corruttore sarebbe un imprenditore della zona, piuttosto conosciuto, nonché quasi omonimo di un altro imprenditore già coinvolto in un’altra indagine che riguarda la Provincia. I due sarebbero legati da un rapporto di parentela. Le Fiamme gialle che hanno eseguito un decreto firmato dai pm della Procura di Trani, Marco Gambardella e Francesco Tosto, che coordinano un fascicolo aperto lo scorso anno e che si fonda su una serie di intercettazioni, cercavano in particolare una cartellina gialla, convinte, probabilmente dal contenuto delle conversazioni captate, che all’interno ci fosse il denaro, ovvero il corrispettivo di una possibile mazzetta.
Secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano locale, il contenitore sarebbe effettivamente stato trovato dai finanzieri che hanno effettuato la perquisizione, ma all’interno non ci sarebbero stati i contanti.
Proprio le intercettazioni avrebbero fatto emergere gli indizi di un presunto patto corruttivo che coinvolgerebbe Lodispoto, Marchio Rossi e il consigliere Sgarra, ai quali a vario titolo l’imprenditore si sarebbe rivolto per aggiudicarsi un appalto relativo a una strada sul territorio provinciale. Secondo quanto risulta a La Verità, alcuni degli indagati potrebbero aver presentato ricorso al tribunale del Riesame. E forse gli atti che verranno depositati in quella sede potranno rendere più chiare le singole responsabilità che i pm attribuiscono agli indagati. Lodispoto, che nella vita svolge la professione di avvocato, è alla guida della Provincia Bat dal 26 settembre 2019, con il sostegno anche di una parte del centrodestra, ed è una delle colonne della politica del territorio. Sindaco di Santa Margherita di Savoia per la prima volta dal 1987 al 1990, è stato poi eletto due volte, nel 1994 e nel 1998, consigliere della Provincia di Foggia. Incarico lasciato nel 1999 per andare a ricoprire la carica di assessore provinciale alle Risorse economiche e finanziarie. Nel 2008, racconta il suo curriculum, viene di nuovo eletto consigliere provinciale a Foggia, ruolo che ricopre contestualmente, tra il 2009 e il 2014, nella neonata Provincia Bat. Nel 2018 viene di nuovo eletto sindaco a Santa Margherita di Savoia e poi confermato nel 2023, in entrambi casi sostenuto da una coalizione civica.
Nel 2019, come detto, viene eletto presidente della Provincia Bat. Non senza tensioni, almeno nell’ultimo anno, visto che nel luglio scorso gli esponenti del Pd della giunta provinciale hanno rimesso le deleghe, chiedendo discontinuità su ambiente e rifiuti. Insomma, una carriera politica quasi quarantennale, finora senza inciampi giudiziari. Tanto che la notizia dell’indagine su di lui, filtrata un mese dopo le perquisizioni, ha colto molti di sorpresa. Nel 2020, però, Lodispoto era scivolato su una buccia di banana comunicativa, che aveva scatenato una polemica a livello nazionale.
In un video promozionale sulle iniziative della notte di San Silvestro, si vedeva Lodispoto che, imitando il dialetto siciliano con panama in testa e occhiali da sole specchiati, prometteva di lavorare bene per tutti. Una mossa che, in virtù del fatto che la che manifestazione era prevista in piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale ucciso dalla mafia, aveva scatenato le ire dei parlamentari di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato e Fabio Rampelli, che avevano anche presentato un’interrogazione parlamentare. Lodispoto si era difeso sostenendo di essere stato inserito nello spot a sua insaputa, ma la vicenda aveva portato a una polemica tra l’allora governatore della Puglia Michele Emiliano, che accusava i due deputati di Fdi di aver «inventato» un suo «coinvolgimento su una vicenda che non solo non mi riguarda ma di cui tutti ignoravano l’esistenza, me compreso, sino a poche ore fa. Io non ho problemi a dire che con la mafia non si scherza e che quel video non mi piace».
L’ormai ex presidente della Puglia aveva anche annunciato un’azione legale nei confronti di Gemmato e Rampelli: «Ci vediamo in tribunale». I due parlamentari si erano detti stupiti «della mancata reazione a questa vergogna del governatore Emiliano, magistrato in aspettativa che ha combattuto la mafia pugliese nella sua carriera togata forse perché sostenuto nelle elezioni primarie per la presidenza della Regione dallo stesso Lodispoto».
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Oltre 13 milioni di euro assegnati alle federazioni del tiro nel riparto 2026 di Sport e Salute fotografano una disciplina spesso invisibile nel dibattito pubblico. Tra tesserati ufficiali, praticanti non censiti e risultati internazionali continui, il tiro sportivo italiano si conferma un movimento strutturato, attivo tutto l’anno e non legato solo all’appuntamento olimpico.
Il tiro sportivo in Italia è un movimento in crescita più di quanto raccontino i numeri. Non perché manchino risultati o strutture, ma perché si tratta di una disciplina che sfugge per sua natura alle rilevazioni immediate e alla visibilità ciclica dei grandi eventi. Stimare con precisione le dimensioni del tiro sportivo nel nostro Paese non è semplice: i dati sono frammentati tra più federazioni e specialità, e una parte consistente dei praticanti non rientra nei circuiti ufficiali.
Le stime più attendibili parlano comunque di oltre 100.000 tesserati, distribuiti tra tiro a volo, tiro a segno, tiro dinamico e altre discipline affini. A questa base va aggiunta una platea informale di appassionati che frequentano poligoni e campi di tiro senza un tesseramento stabile: una fascia difficilmente quantificabile, ma che secondo alcune valutazioni potrebbe arrivare a diverse centinaia di migliaia di persone. Numeri che non collocano il tiro tra gli sport di massa, ma che ne confermano la solidità all’interno del sistema sportivo nazionale. Questo quadro trova una prima conferma nel riparto dei contributi pubblici per il 2026 deliberato da Sport e Salute. Su un totale di 344,4 milioni di euro destinati agli organismi sportivi, il comparto del tiro – escludendo il tiro con l’arco – riceve complessivamente oltre 13 milioni di euro. Una cifra che riflette risultati internazionali continui e una capacità organizzativa valutata positivamente dal Modello algoritmico dei contributi (MaC), lo strumento adottato per misurare performance, crescita e utilizzo efficiente delle risorse pubbliche.
Nel dettaglio, la Federazione italiana Tiro a volo supera i 7,19 milioni di euro, collocandosi attorno alla quindicesima posizione nel ranking generale dei contributi. L’Unione italiana Tiro a segno riceve poco più di 4 milioni, mentre la Federazione italiana Discipline con Armi sportive da caccia si attesta sopra 1,55 milioni. Più contenuta in valore assoluto, ma significativa sul piano percentuale, la quota assegnata alla Federazione italiana Tiro dinamico sportivo, che registra l’incremento massimo consentito dal sistema, pari al 15%. I finanziamenti si inseriscono in un contesto più ampio di crescita del sistema sportivo italiano, sostenuto da un meccanismo di autofinanziamento attivo dal 2019 e da una politica pubblica orientata a premiare non solo il merito agonistico, ma anche l’impatto sociale e la sostenibilità gestionale. Le risorse complessive destinate allo sport, alimentate in larga parte dal prelievo fiscale generato dal calcio professionistico, hanno continuato ad aumentare nonostante la crisi pandemica, con effetti visibili sull’ampliamento della base dei praticanti.
Al di là dei numeri, il tiro sportivo resta una disciplina che vive soprattutto nella quotidianità dei poligoni e dei campi di tiro. È uno sport strutturato su percorsi formativi graduali, che possono iniziare in giovane età con le armi ad aria compressa e proseguire, nel tempo, verso specialità più complesse. La progressione è scandita da livelli tecnici precisi e da un sistema di controlli che pone la sicurezza come requisito imprescindibile. Allenatori, istruttori e ufficiali di gara garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i tiratori, soprattutto quelli alle prime armi, in un contesto rigidamente regolamentato.
Dal punto di vista della prestazione, il tiro sportivo richiede un equilibrio specifico tra precisione tecnica, forza mentale e condizione fisica. La stabilità del gesto, la capacità di concentrazione e la gestione della pressione sono fattori determinanti, tanto quanto l’allenamento muscolare. È una combinazione che spiega perché i percorsi agonistici siano spesso lunghi e perché i risultati arrivino dopo anni di lavoro lontano dall’attenzione mediatica. Il legame con le Olimpiadi contribuisce a dare visibilità alla disciplina, ma ne rappresenta solo una parte. Il tiro sportivo è presente quasi ininterrottamente nel programma dei Giochi moderni e oggi comprende sei specialità olimpiche, tra bersagli fissi e mobili. Tuttavia, la sua struttura non si esaurisce nel quadriennio olimpico: vive di attività federale costante, di competizioni nazionali e internazionali e di un movimento che, pur restando lontano dalle prime pagine, continua a produrre risultati e praticanti.
Lo stanziamento per il 2026 conferma questa continuità. Più che un’attenzione episodica, i fondi destinati al tiro sportivo certificano l’esistenza di un settore che funziona, cresce in modo misurato e contribuisce, nel suo perimetro, alla tenuta complessiva dello sport italiano. Un mondo che emerge raramente nel dibattito pubblico, ma che esiste ben oltre la vetrina olimpica.
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