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2018-10-24
L’Onu vuole rimettere il velo alle donne francesi
ANSA
L'Onu interviene a gamba tesa contro la Francia, dichiarando illegittimo il divieto di indossare il velo integrale che il governo di Parigi ha introdotto nel 2010. La Francia, il paese che ha pagato il conto più salato al terrorismo islamico, si vede messa all'indice da un organismo, le Nazioni Unite, che sembra ormai completamente fuori dalla realtà: ricordiamo la recente minaccia di inviare «ispettori» in Italia per vigilare sugli «atti di razzismo» che costituirebbero addirittura un allarme. Per fortuna, la decisione dell'Onu non avrà alcun effetto pratico sulla legislazione francese, ma il caso è destinato a far discutere.
Ieri si è appreso che un gruppo di 18 «esperti indipendenti» delle Nazioni Unite, il Comitato per i diritti umani, ha condannato la Francia in quanto avrebbe violato i diritti umani di due donne. In particolare, la censura dell'Onu si riferisce alla condanna inflitta alle due ricorrenti, di fede musulmana, che erano state sanzionate nel 2012 per aver indossato in pubblico niqab, il velo integrale, contravvenendo alla legge. Alle due donne era stato comminato un verbale, ma loro nel 2016, ben quattro anni dopo il fatto, avevano presentato una denuncia all'Onu.
Manco a dirlo, ieri è stata pubblicata, a Ginevra, la decisione: la Francia non avrebbe sufficientemente spiegato i motivi alla base della legge che vieta di indossare il niqab in pubblico, e oltretutto lo stesso divieto, secondo gli «esperti indipendenti» dell'Onu, interferirebbe in modo sproporzionato con il diritto di manifestare liberamente la propria religione. Il Comitato, bontà sua, riconosce che gli stati possono chiedere alle persone di scoprire il volto in alcune circostanze, come nel corso di un controllo di polizia, ma il divieto generale di indossare il niqab in pubblico sarebbe una misura troppo radicale, che rischierebbe di emarginare le donne musulmane, confinandole nelle loro case. Il Comitato ha chiesto alla Francia una compensazione per le due donne, l'adozione di misure volte a evitare che casi simili si verifichino in futuro, e la trasmissione di una relazione entro 180 giorni sulle misure adottate per attuare la decisione del comitato.
La Francia però, e ci mancherebbe altro, non ci pensa nemmeno a cambiare la sua legislazione per l'intervento degli «esperti indipendenti» dell'Onu. Ieri, il ministero degli Esteri francese ha diffuso un comunicato in cui si ricorda «la piena legittimità» della sua legge del 2010 che vieta il velo integrale, condannata dall'Onu. Il ministero, «ricorda che la legge del 2010 vieta la dissimulazione del volto nello spazio pubblico nella misura in cui è considerata incompatibile con il principio di fraternità e con i valori di una società democratica e aperta. La Francia», prosegue il comunicato del governo francese, «ricorda che il Consiglio costituzionale ha giudicato la legge conforme alla Costituzione. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito nella sua sentenza del luglio 2014 che non danneggia né la libertà di coscienza né la libertà di religione e che non è discriminatoria. La Francia», conclude la nota, «sottolinea la piena legittimità di una legge il cui obiettivo è di garantire le condizioni di convivenza necessarie al pieno esercizio dei diritti civili e politici».
Migranti, Macron respinge i minori. La Croce rossa: «21 da inizio anno»
Dal 2014 a oggi, stando ai dati del ministero dell'Interno, il nostro Paese ha accolto la bellezza di 70.293 minori stranieri non accompagnati. Ai quali vanno aggiunti i numerosi bambini arrivati qui assieme ai genitori, e perfino quelli venuti al mondo sulle navi di soccorso nel Mediterraneo. Dal 2017, per altro, in Italia è in vigore una legge che prevede l'accoglienza immediata di tutti i minorenni che arrivano senza genitori. Niente controlli, niente verifiche: appena sbarcano ottengono la protezione e lo Stato se ne fa subito carico. Anche se sono a un passo dalla maggiore età, o se sono addirittura più grandi (cosa difficile da stabilire nella grande maggioranza dei casi).
Così ci comportiamo noi. Poi ci sono i nostri vicini, i simpatici francesi. Quelli che ci hanno definito «vomitevoli», che hanno preteso di darci lezioni di inclusione. Ecco, questi signori sapete che fanno? I migranti minorenni li rispediscono indietro, in barba a ogni trattato e a ogni norma di civiltà. Che i gendarmi d'Oltralpe scaricassero qui gli stranieri sgraditi lo abbiamo appreso qualche giorno fa, quando la polizia italiana ha filmato (a Claviere, in provincia di Torino) una camionetta che faceva scendere persone nei boschi oltre il confine. Sulle prime, i francesi si sono scusati, hanno parlato di un errore, poi hanno dato la colpa all'inesperienza degli agenti che hanno svolto l'operazione.
Ma, nei giorni seguenti, si è avuta la conferma che si trattava di una presa in giro. Un video diffuso dal Viminale ha mostrato altri gendarmi intenti a fare la stessa cosa: sono giunti in auto in Italia, hanno fatto scendere dal veicolo tre stranieri, poi sono tornati in patria. Di nuovo, da Parigi hanno accampato scuse, parlando di operazioni concordate. Ieri, infine, l'ultimo insulto. Fonti del Viminale hanno comunicato che «la Francia ha cercato di restituire all'Italia anche dei minorenni: è successo il 18 ottobre, dopo le 22. 30, ma le autorità italiane hanno bloccato la procedura».
Questa brutta storia è emersa «nel corso della visita degli esperti inviati dal Viminale a Claviere, dopo gli episodi di sconfinamento. Il sospetto del governo italiano è che le autorità francesi abbiano riportato dei cittadini stranieri in Italia in modo sbrigativo anche per eludere le procedure previste dal trattato di Dublino». Già, perché rifiutare i minorenni non si può, anche se clandestini.
Matteo Salvini, ovviamente, non ha perso l'occasione per infilzare il commissario Ue agli Affari europei Pierre Moscovici, cioè il signore che - parlando della polemica sul caso Lodi - si era detto «scioccato».
«Chissà se Moscovici sarà scioccato anche per la tentata espulsione di minorenni stranieri da parte della Francia. Oppure il commissario Ue riserva il suo turbamento solo per una giusta battaglia come quella del sindaco di Lodi?», ha detto il ministro dell'Interno. Che ha aggiunto: «Quello che sta emergendo a Claviere ci conferma che, anche in materia di diritti umani, nessuno può permettersi di dare lezioni all'Italia».
L'episodio dei minori respinti al confine, in ogni caso, non è affatto una invenzione di Salvini per fare polemica con i francesi. Il respingimento di ragazzini da parte delle autorità transalpine sembra essere una prassi piuttosto in voga. Sempre ieri, la Croce rossa ha fatto sapere che «sono stati 21, dall'inizio dell'anno, i minori respinti alla frontiera del Monginevro, tra Italia e Francia, e intercettati dai presidi della Croce Rossa a Oulx e a Bardonecchia, in alta Valle di Susa». Paolo De Marchis, sindaco di Oulx, aggiunge benzina: «Una quindicina di giorni fa, a Beaulard, li ho incontrati io stesso: tre ragazzi, di cui uno sotto i 18 anni, mi hanno raccontato di essere stati scaricati all'uscita dell'autostrada». Sull'argomento, la scorsa settimana, si era pronunciata anche la sezione francese di Amnesty International. L'organizzazione umanitaria ha organizzato una missione di osservazione tra il a 12 e il 13 ottobre. In quel periodo sono avvenuti 26 respingimenti di migranti «dal posto di polizia di frontiera di Montgenèvre verso Clavière, primo villaggio italiano, senza esame individuale della loro situazione né possibilità di domanda di asilo». Amnesty, soprattutto, notava la «mancata presa d'atto della minore età di otto persone, che pure si erano dichiarate come minorenni alle forze dell'ordine».
Insomma, i nostri vicini trattano anche i bambini come rifiuti umani, forzano i trattati e violano i confini (nonché la legge). Fino ad oggi, però, gli organismi sovranazionali come l'Onu e in particolare l'Ue sono rimasti in silenzio. Quando si tratta di attaccare i populisti e di gridare al razzismo, non perdono tempo. Ma se c'è da bacchettare Emmanuel Macron che caccia i minorenni, se la prendono comoda. In effetti, «vomitevoli» è la parola giusta per definirli.
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La Francia, insanguinata dai terroristi islamici, vietò il niqab per ragioni di sicurezza. Ma l'ente dice no: «Violati i diritti».Gli esperti del Viminale inviati a Claviere scoprono l'ennesimo scandalo: «I gendarmi hanno tentato di espellerli eludendo il trattato di Dublino». I sindaci di confine confermano: «Accade molto spesso».Lo speciale contiene due articoli.L'Onu interviene a gamba tesa contro la Francia, dichiarando illegittimo il divieto di indossare il velo integrale che il governo di Parigi ha introdotto nel 2010. La Francia, il paese che ha pagato il conto più salato al terrorismo islamico, si vede messa all'indice da un organismo, le Nazioni Unite, che sembra ormai completamente fuori dalla realtà: ricordiamo la recente minaccia di inviare «ispettori» in Italia per vigilare sugli «atti di razzismo» che costituirebbero addirittura un allarme. Per fortuna, la decisione dell'Onu non avrà alcun effetto pratico sulla legislazione francese, ma il caso è destinato a far discutere. Ieri si è appreso che un gruppo di 18 «esperti indipendenti» delle Nazioni Unite, il Comitato per i diritti umani, ha condannato la Francia in quanto avrebbe violato i diritti umani di due donne. In particolare, la censura dell'Onu si riferisce alla condanna inflitta alle due ricorrenti, di fede musulmana, che erano state sanzionate nel 2012 per aver indossato in pubblico niqab, il velo integrale, contravvenendo alla legge. Alle due donne era stato comminato un verbale, ma loro nel 2016, ben quattro anni dopo il fatto, avevano presentato una denuncia all'Onu.Manco a dirlo, ieri è stata pubblicata, a Ginevra, la decisione: la Francia non avrebbe sufficientemente spiegato i motivi alla base della legge che vieta di indossare il niqab in pubblico, e oltretutto lo stesso divieto, secondo gli «esperti indipendenti» dell'Onu, interferirebbe in modo sproporzionato con il diritto di manifestare liberamente la propria religione. Il Comitato, bontà sua, riconosce che gli stati possono chiedere alle persone di scoprire il volto in alcune circostanze, come nel corso di un controllo di polizia, ma il divieto generale di indossare il niqab in pubblico sarebbe una misura troppo radicale, che rischierebbe di emarginare le donne musulmane, confinandole nelle loro case. Il Comitato ha chiesto alla Francia una compensazione per le due donne, l'adozione di misure volte a evitare che casi simili si verifichino in futuro, e la trasmissione di una relazione entro 180 giorni sulle misure adottate per attuare la decisione del comitato. La Francia però, e ci mancherebbe altro, non ci pensa nemmeno a cambiare la sua legislazione per l'intervento degli «esperti indipendenti» dell'Onu. Ieri, il ministero degli Esteri francese ha diffuso un comunicato in cui si ricorda «la piena legittimità» della sua legge del 2010 che vieta il velo integrale, condannata dall'Onu. Il ministero, «ricorda che la legge del 2010 vieta la dissimulazione del volto nello spazio pubblico nella misura in cui è considerata incompatibile con il principio di fraternità e con i valori di una società democratica e aperta. La Francia», prosegue il comunicato del governo francese, «ricorda che il Consiglio costituzionale ha giudicato la legge conforme alla Costituzione. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito nella sua sentenza del luglio 2014 che non danneggia né la libertà di coscienza né la libertà di religione e che non è discriminatoria. La Francia», conclude la nota, «sottolinea la piena legittimità di una legge il cui obiettivo è di garantire le condizioni di convivenza necessarie al pieno esercizio dei diritti civili e politici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lonu-vuole-rimettere-il-velo-alle-donne-francesi-2614624657.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="migranti-macron-respinge-i-minori-la-croce-rossa-21-da-inizio-anno" data-post-id="2614624657" data-published-at="1777627641" data-use-pagination="False"> Migranti, Macron respinge i minori. La Croce rossa: «21 da inizio anno» Dal 2014 a oggi, stando ai dati del ministero dell'Interno, il nostro Paese ha accolto la bellezza di 70.293 minori stranieri non accompagnati. Ai quali vanno aggiunti i numerosi bambini arrivati qui assieme ai genitori, e perfino quelli venuti al mondo sulle navi di soccorso nel Mediterraneo. Dal 2017, per altro, in Italia è in vigore una legge che prevede l'accoglienza immediata di tutti i minorenni che arrivano senza genitori. Niente controlli, niente verifiche: appena sbarcano ottengono la protezione e lo Stato se ne fa subito carico. Anche se sono a un passo dalla maggiore età, o se sono addirittura più grandi (cosa difficile da stabilire nella grande maggioranza dei casi). Così ci comportiamo noi. Poi ci sono i nostri vicini, i simpatici francesi. Quelli che ci hanno definito «vomitevoli», che hanno preteso di darci lezioni di inclusione. Ecco, questi signori sapete che fanno? I migranti minorenni li rispediscono indietro, in barba a ogni trattato e a ogni norma di civiltà. Che i gendarmi d'Oltralpe scaricassero qui gli stranieri sgraditi lo abbiamo appreso qualche giorno fa, quando la polizia italiana ha filmato (a Claviere, in provincia di Torino) una camionetta che faceva scendere persone nei boschi oltre il confine. Sulle prime, i francesi si sono scusati, hanno parlato di un errore, poi hanno dato la colpa all'inesperienza degli agenti che hanno svolto l'operazione. Ma, nei giorni seguenti, si è avuta la conferma che si trattava di una presa in giro. Un video diffuso dal Viminale ha mostrato altri gendarmi intenti a fare la stessa cosa: sono giunti in auto in Italia, hanno fatto scendere dal veicolo tre stranieri, poi sono tornati in patria. Di nuovo, da Parigi hanno accampato scuse, parlando di operazioni concordate. Ieri, infine, l'ultimo insulto. Fonti del Viminale hanno comunicato che «la Francia ha cercato di restituire all'Italia anche dei minorenni: è successo il 18 ottobre, dopo le 22. 30, ma le autorità italiane hanno bloccato la procedura». Questa brutta storia è emersa «nel corso della visita degli esperti inviati dal Viminale a Claviere, dopo gli episodi di sconfinamento. Il sospetto del governo italiano è che le autorità francesi abbiano riportato dei cittadini stranieri in Italia in modo sbrigativo anche per eludere le procedure previste dal trattato di Dublino». Già, perché rifiutare i minorenni non si può, anche se clandestini. Matteo Salvini, ovviamente, non ha perso l'occasione per infilzare il commissario Ue agli Affari europei Pierre Moscovici, cioè il signore che - parlando della polemica sul caso Lodi - si era detto «scioccato». «Chissà se Moscovici sarà scioccato anche per la tentata espulsione di minorenni stranieri da parte della Francia. Oppure il commissario Ue riserva il suo turbamento solo per una giusta battaglia come quella del sindaco di Lodi?», ha detto il ministro dell'Interno. Che ha aggiunto: «Quello che sta emergendo a Claviere ci conferma che, anche in materia di diritti umani, nessuno può permettersi di dare lezioni all'Italia». L'episodio dei minori respinti al confine, in ogni caso, non è affatto una invenzione di Salvini per fare polemica con i francesi. Il respingimento di ragazzini da parte delle autorità transalpine sembra essere una prassi piuttosto in voga. Sempre ieri, la Croce rossa ha fatto sapere che «sono stati 21, dall'inizio dell'anno, i minori respinti alla frontiera del Monginevro, tra Italia e Francia, e intercettati dai presidi della Croce Rossa a Oulx e a Bardonecchia, in alta Valle di Susa». Paolo De Marchis, sindaco di Oulx, aggiunge benzina: «Una quindicina di giorni fa, a Beaulard, li ho incontrati io stesso: tre ragazzi, di cui uno sotto i 18 anni, mi hanno raccontato di essere stati scaricati all'uscita dell'autostrada». Sull'argomento, la scorsa settimana, si era pronunciata anche la sezione francese di Amnesty International. L'organizzazione umanitaria ha organizzato una missione di osservazione tra il a 12 e il 13 ottobre. In quel periodo sono avvenuti 26 respingimenti di migranti «dal posto di polizia di frontiera di Montgenèvre verso Clavière, primo villaggio italiano, senza esame individuale della loro situazione né possibilità di domanda di asilo». Amnesty, soprattutto, notava la «mancata presa d'atto della minore età di otto persone, che pure si erano dichiarate come minorenni alle forze dell'ordine». Insomma, i nostri vicini trattano anche i bambini come rifiuti umani, forzano i trattati e violano i confini (nonché la legge). Fino ad oggi, però, gli organismi sovranazionali come l'Onu e in particolare l'Ue sono rimasti in silenzio. Quando si tratta di attaccare i populisti e di gridare al razzismo, non perdono tempo. Ma se c'è da bacchettare Emmanuel Macron che caccia i minorenni, se la prendono comoda. In effetti, «vomitevoli» è la parola giusta per definirli.
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
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Imagoeconomica
«La benzina mediamente è aumentata del 6%, il gasolio del 24%», aveva detto già prima del Cdm il premier Giorgia Meloni, sottolineando che «per questa ragione, il governo ha deciso di concentrare il beneficio sul gasolio, riducendo più significativamente il suo prezzo rispetto alla benzina».
L’intenzione è quella di calibrare l’intervento in modo che risponda meglio alla realtà dei consumi e all’andamento dei prezzi, in modo da offrire un sostegno maggiore a chi sta pagando maggiormente per il carburante. Questo approccio differenziato nasce dalla necessità di ridurre l’impatto economico più forte che il diesel ha avuto su famiglie e imprese. Il governo italiano aveva già adottato in passato provvedimenti simili, con un taglio uniforme delle accise di 24,4 centesimi al litro su entrambi i carburanti, una misura che ha comportato un impegno economico significativo per le casse dello Stato. L’intervento aveva un costo giornaliero di circa 20 milioni di euro, per un totale che ha superato le centinaia di milioni di euro. Il peso economico di queste misure è stato consistente, soprattutto in un periodo di incertezze economiche globali, e il governo ha dovuto fare i conti con la sostenibilità di questi interventi nel lungo periodo. Per il nuovo provvedimento, il governo ha deciso di limitare l’entità complessiva della spesa, fissando un tetto massimo intorno ai 500 milioni di euro. In questo modo, l’intervento sarà più mirato, ma al tempo stesso meno gravoso per le finanze pubbliche. L’esecutivo, infatti, sta cercando di evitare un impatto troppo negativo sui conti pubblici, pur mantenendo un sostegno adeguato alle famiglie e alle imprese che stanno affrontando i rincari.
Oltre al taglio delle accise, il governo prevede anche un rafforzamento del credito d’imposta per il settore dell’autotrasporto. Questo provvedimento mira a ridurre il peso dei costi aggiuntivi per le imprese di trasporto, che stanno affrontando aumenti significativi dei prezzi del carburante. Il credito d’imposta dovrebbe coprire almeno il 50% dei costi sostenuti dagli operatori, in modo da evitare il fermo del settore. Questo è particolarmente importante, poiché la situazione dei trasportatori è delicata, e un blocco delle merci avrebbe ripercussioni su tutta l’economia.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sottolineato l’importanza di questa misura, dichiarando che «stiamo lavorando per aumentare questo rimborso, con l’obiettivo di coprire oltre il 50% dei costi sostenuti. Lo sciopero dell’autotrasporto è la priorità mia e del governo», e ha aggiunto: «Andare incontro alle giuste richieste di queste imprese che stanno lavorando con costi esorbitanti, per evitare il blocco del Paese».
Pallottoliere alla mano, dal 2 maggio la benzina potrebbe quindi arrivare a 1,9 euro al litro, mentre il gasolio dovrebbe scendere a livelli analoghi, di poco sotto i due euro al litro.
Il problema, però, è che, così facendo, non si stimola il consumo responsabile di carburante. Perché la vera questione è che le risorse scarseggiano. Inoltre, il timore è che così si favoriscano coloro che usano più carburante, cioè le fasce più abbienti della popolazione.
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