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2024-10-20
L’Occidente deve vincere il derby tecnologico
Guido Crosetto (Ansa)
La riunione dei ministri della Difesa del G7 a Napoli ha un significato particolare: è la prima del genere in questa organizzazione, merito della presidenza italiana. E fa ipotizzare una tendenza alla convergenza tra alleanze militari compatibili dell’Atlantico (Nato) e del Pacifico, per altro segnalata da eventi multipli recenti. Pertanto ritengo si debba dare più attenzione al processo di costruzione di un’alleanza militare globale delle democrazie, chiarendone i motivi.
Nel mondo si è formato nuovamente un bipolarismo conflittuale, come nella prima Guerra fredda, dove si confrontano l’alleanza dei regimi autoritari (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) e quella delle democrazie. La prima è molto aggressiva e ha una spesa militare crescente. Sul piano tecnologico - sistemi di superiorità - alcuni analisti valutano che il blocco autoritario sia ancora inferiore. Ma ci sono dubbi crescenti da parte di altri specialisti, soprattutto, al riguardo della Cina. Tali dubbi, in verità, erano presenti anche nell’Ufficio scenari (Net Assessment) del Pentagono quando a metà degli anni Novanta ci fu un incontro tra Difesa italiana, guidata dal generale Giuseppe Cucchi, a cui fui invitato in qualità di ricercatore in scenaristica strategica (ed economica), e quell’ufficio statunitense che stava raffinando uno scenario mirato a capire quali sistemi avrebbero assicurato la superiorità futura, con lo scopo di istruire la domanda della Difesa all’industria. Lo scenario statunitense concluse che nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto la capacità di poter sfidare l’America, in particolare per il dominio sul Pacifico. Per inciso, sostenni che Pechino, per poter dominare il Pacifico, si sarebbe espansa globalmente, trovando consenso sul punto. Che ora è cronaca. La Russia è più arretrata, ma in alcuni settori è molto evoluta, quindi da non sottovalutare. L’Iran e la Corea del Nord ricevono tecnologia da Cina e Russia. In sintesi, il blocco autoritario guidato dalla Cina è forte e, qualora lo fosse di meno, la sua spesa militare combinata con le capacità tecnologiche - in buona parte ricavate da spionaggio industriale - sta sviluppando rapidamente sistemi competitivi.
Inseriamo anche un dato di sensazione, però corroborato da tanti indizi: Pechino favorisce una varietà di conflitti con lo scopo di erodere la capacità militare statunitense impegnandola su fronti molteplici. Come? Più fronti caldi implicano aumentare le spese operative dell’avversario a scapito di quella per investimento tecnologico nonché costringere l’America a prendere atto che non può presidiare tutti i fronti, costringendola a chiedere maggiori contributi ai suoi alleati, che però non hanno il consenso per farlo. L’ufficio strategico di Pechino ha capito che la maggiore debolezza dell’alleanza amerocentrica è costituita dal fatto che le democrazie sono de-bellicizzate, cioè che non c’è consenso per investimenti di sicurezza e deterrenza sufficienti. Quindi, più che misurare di quanti anni tecnologia il G7 e dintorni siano avanti al blocco autoritario, il punto è diffondere una cultura del realismo nell’alleanza delle democrazie per produrre il giusto investimento dissuasivo nei confronti del blocco avversario. Perché se Pechino o Mosca percepiscono debolezze nel blocco democratico aumenteranno la loro aggressività. Pertanto rafforzare il blocco delle democrazie è un passo necessario nel nuovo contesto mondiale. Lo scopo non è la guerra, ma l’equilibrio tra potenze basato sulla dissuasione: se attacchi pagherai un prezzo che non puoi sostenere.
Poi c’è un secondo scopo: i regimi autoritari sono instabili perché, diversamente dalle democrazie, i cambi nel potere interno tendono a essere conflittuali. Se in tali cambi emergesse una leadership troppo aggressiva, bisognerebbe avere dei sistemi di superdifesa, possibili solo aumentando la collaborazione tra più democrazie. E c’è anche un terzo scopo collegato al secondo: nel caso - non improbabile - di un crollo di un regime autoritario bisognerà sia intervenire finanziariamente per risollevare la nazione implicata, sia essere pronti a correggere eventuali degenerazioni aggressive nella stessa. In sintesi, lo scenario a 15 anni mostra che l’alleanza delle democrazie dovrà avere i mezzi e il formato geopolitico sufficienti per gestire tutti e tre i problemi detti. Per questo sottolineo la rilevanza dell’incontro tra ministri della Difesa del G7 a Napoli più il nuovo Segretario generale della Nato, Mark Rutte.
Ma c’è un secondo evento importante nell’ambito del primo: l’incontro trilaterale tra Giappone, Italia e Regno Unito per dettagliare di più l’accordo finalizzato alla costruzione congiunta del Gcap, una piattaforma aerea di sesta generazione capace di gestire uno sciame di droni ed eventualmente essere robotizzata essa stessa, con capacità di raggio globale. Sarebbe un sistema di superiorità, stimando oggi i requisiti del 2035, quando tale oggetto potrebbe essere in linea.
Ma interessa un altro punto che ritengo chiave. Poiché la spesa militare per la superiorità, anche se divisa tra nazioni, è notevole, bisogna capire se tale costo possa essere bilanciato dall’innovazione così prodotta e scaricata pur a livelli degradati nel mercato civile, dandogli impulso di crescita. L’analisi dell’impatto sul civile della spesa militare statunitense durante la Guerra fredda e negli anni recenti mostra un impatto positivo enorme, pur differito nel tempo. Mi sembra una buona base per migliorare la relazione produttiva tra economia militare e civile.
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Il G7 della Difesa: «Sostegno a Kiev, cessate il fuoco immediato a Gaza»
Dalla crisi ucraina a quella mediorientale, passando per l’Africa e il quadrante indo-pacifico. È un summit del G7 a tutto campo quello avviato ieri a Napoli: il primo dedicato ai ministri della Difesa. «La nostra presenza manda un messaggio forte e robusto a chi cerca di ostacolare i nostri sistemi democratici. Il legame è solido e si basa su valori comuni di libertà e fiducia incondizionata nel diritto internazionale», ha dichiarato Guido Crosetto, mostrando anche un cornetto rosso scaramentico. «Le aggressioni brutali della Russia in Ucraina e la situazione critica in Medio Oriente, combinati con l’instabilità dell’Africa subsahariana e le tensioni nell’Indo-Pacifico, mettono in luce un quadro di sicurezza deteriorato, con prospettive per il futuro non positive», ha aggiunto. «Anche se potrebbe sembrare che questi conflitti siano geograficamente distanti, sono collegati a noi con dinamiche profonde. Riconosciamo una matrice comune, ossia uno scontro tra due visioni del mondo», ha proseguito. «Questa instabilità pervasiva globale ha conseguenze dirette sui nostri interessi». Riferendosi specificamente al Medio Oriente, Crosetto ha anche chiesto un «cessate il fuoco immediato con il rilascio di tutti gli ostaggi», invocando poi «una de-escalation lungo la linea blu» in Libano. Il nostro ministro della Difesa ha inoltre avuto un bilaterale con l’omologo britannico, John Healey: un colloquio definito «prezioso». «Il Gcap sarà uno stimolo ulteriore per far crescere la cooperazione industriale anche in altri settori a elevato contenuto tecnologico», ha aggiunto, riferendosi al progetto sui caccia di nuova generazione che Italia e Gran Bretagna stanno sviluppando con il Giappone. Crosetto si è incontrato anche con l’omologo ucraino, Rustem Umerov, auspicando una «pace giusta» e invocando la difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Il nostro ministro della Difesa ha avuto un faccia a faccia anche con Lloyd Austin. «L’Italia è un alleato chiave nella Difesa degli Usa ed è stato bello ringraziare il ministro Crosetto per aver ospitato quasi 30.000 membri del personale militare degli Usa in Italia», ha twittato il capo del Pentagono dopo il meeting. Presenti al summit anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale si è concentrato sulla crisi mediorientale: «Forse la missione Unifil dovrebbe essere rivista, ma prima di tutto il cessate il fuoco». «Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar una nuova prospettiva si è aperta e la dobbiamo utilizzare in modo da arrivare a un cessate il fuoco per il rilascio degli ultimi ostaggi e cercare una prospettiva politica. Dobbiamo ricostruire la sovranità del Libano», ha continuato, precisando tuttavia che l’ultima parola sull’Unifil spetterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel comunicato finale del vertice, il G7 ha confermato il proprio sostegno all’Ucraina e a Israele, chiedendo inoltre all’Iran di ritirare il suo supporto a Hezbollah, Hamas e agli Huthi. I ministri hanno anche manifestato il proprio appoggio a Unifil ed espresso delle preoccupazioni per le mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale. Non è mancato infine un focus sull’Africa e un altro sulla necessità di una maggiore collaborazione, in seno al G7, per quanto concerne il comparto della Difesa. «Crediamo che il continente africano e il G7 condividano un grande potenziale di partnership e di obiettivi condivisi», si legge nel documento, che aggiunge: «Riconosciamo sfide interconnesse alla sicurezza e riconosciamo la necessità di rispondere in modo deciso, anche continuando a rafforzare l’industria della difesa, incoraggiando un impegno robusto e una cooperazione industriale con i partner. Accogliamo con favore le iniziative complementari avviate nella Nato e nell’Ue».
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La riunione a Napoli dei ministri delle principali democrazie indica una convergenza dell’Alleanza. Dato che il blocco dei regimi autoritari è sempre più pericoloso. E punta tutto sulla mancanza di consenso popolare sugli investimenti in armi nei nostri Paesi.Soddisfatto Guido Crosetto che vede l’omologo ucraino, quello inglese e il capo del Pentagono. Lo speciale contiene due articoli.La riunione dei ministri della Difesa del G7 a Napoli ha un significato particolare: è la prima del genere in questa organizzazione, merito della presidenza italiana. E fa ipotizzare una tendenza alla convergenza tra alleanze militari compatibili dell’Atlantico (Nato) e del Pacifico, per altro segnalata da eventi multipli recenti. Pertanto ritengo si debba dare più attenzione al processo di costruzione di un’alleanza militare globale delle democrazie, chiarendone i motivi. Nel mondo si è formato nuovamente un bipolarismo conflittuale, come nella prima Guerra fredda, dove si confrontano l’alleanza dei regimi autoritari (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) e quella delle democrazie. La prima è molto aggressiva e ha una spesa militare crescente. Sul piano tecnologico - sistemi di superiorità - alcuni analisti valutano che il blocco autoritario sia ancora inferiore. Ma ci sono dubbi crescenti da parte di altri specialisti, soprattutto, al riguardo della Cina. Tali dubbi, in verità, erano presenti anche nell’Ufficio scenari (Net Assessment) del Pentagono quando a metà degli anni Novanta ci fu un incontro tra Difesa italiana, guidata dal generale Giuseppe Cucchi, a cui fui invitato in qualità di ricercatore in scenaristica strategica (ed economica), e quell’ufficio statunitense che stava raffinando uno scenario mirato a capire quali sistemi avrebbero assicurato la superiorità futura, con lo scopo di istruire la domanda della Difesa all’industria. Lo scenario statunitense concluse che nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto la capacità di poter sfidare l’America, in particolare per il dominio sul Pacifico. Per inciso, sostenni che Pechino, per poter dominare il Pacifico, si sarebbe espansa globalmente, trovando consenso sul punto. Che ora è cronaca. La Russia è più arretrata, ma in alcuni settori è molto evoluta, quindi da non sottovalutare. L’Iran e la Corea del Nord ricevono tecnologia da Cina e Russia. In sintesi, il blocco autoritario guidato dalla Cina è forte e, qualora lo fosse di meno, la sua spesa militare combinata con le capacità tecnologiche - in buona parte ricavate da spionaggio industriale - sta sviluppando rapidamente sistemi competitivi. Inseriamo anche un dato di sensazione, però corroborato da tanti indizi: Pechino favorisce una varietà di conflitti con lo scopo di erodere la capacità militare statunitense impegnandola su fronti molteplici. Come? Più fronti caldi implicano aumentare le spese operative dell’avversario a scapito di quella per investimento tecnologico nonché costringere l’America a prendere atto che non può presidiare tutti i fronti, costringendola a chiedere maggiori contributi ai suoi alleati, che però non hanno il consenso per farlo. L’ufficio strategico di Pechino ha capito che la maggiore debolezza dell’alleanza amerocentrica è costituita dal fatto che le democrazie sono de-bellicizzate, cioè che non c’è consenso per investimenti di sicurezza e deterrenza sufficienti. Quindi, più che misurare di quanti anni tecnologia il G7 e dintorni siano avanti al blocco autoritario, il punto è diffondere una cultura del realismo nell’alleanza delle democrazie per produrre il giusto investimento dissuasivo nei confronti del blocco avversario. Perché se Pechino o Mosca percepiscono debolezze nel blocco democratico aumenteranno la loro aggressività. Pertanto rafforzare il blocco delle democrazie è un passo necessario nel nuovo contesto mondiale. Lo scopo non è la guerra, ma l’equilibrio tra potenze basato sulla dissuasione: se attacchi pagherai un prezzo che non puoi sostenere. Poi c’è un secondo scopo: i regimi autoritari sono instabili perché, diversamente dalle democrazie, i cambi nel potere interno tendono a essere conflittuali. Se in tali cambi emergesse una leadership troppo aggressiva, bisognerebbe avere dei sistemi di superdifesa, possibili solo aumentando la collaborazione tra più democrazie. E c’è anche un terzo scopo collegato al secondo: nel caso - non improbabile - di un crollo di un regime autoritario bisognerà sia intervenire finanziariamente per risollevare la nazione implicata, sia essere pronti a correggere eventuali degenerazioni aggressive nella stessa. In sintesi, lo scenario a 15 anni mostra che l’alleanza delle democrazie dovrà avere i mezzi e il formato geopolitico sufficienti per gestire tutti e tre i problemi detti. Per questo sottolineo la rilevanza dell’incontro tra ministri della Difesa del G7 a Napoli più il nuovo Segretario generale della Nato, Mark Rutte.Ma c’è un secondo evento importante nell’ambito del primo: l’incontro trilaterale tra Giappone, Italia e Regno Unito per dettagliare di più l’accordo finalizzato alla costruzione congiunta del Gcap, una piattaforma aerea di sesta generazione capace di gestire uno sciame di droni ed eventualmente essere robotizzata essa stessa, con capacità di raggio globale. Sarebbe un sistema di superiorità, stimando oggi i requisiti del 2035, quando tale oggetto potrebbe essere in linea. Ma interessa un altro punto che ritengo chiave. Poiché la spesa militare per la superiorità, anche se divisa tra nazioni, è notevole, bisogna capire se tale costo possa essere bilanciato dall’innovazione così prodotta e scaricata pur a livelli degradati nel mercato civile, dandogli impulso di crescita. L’analisi dell’impatto sul civile della spesa militare statunitense durante la Guerra fredda e negli anni recenti mostra un impatto positivo enorme, pur differito nel tempo. Mi sembra una buona base per migliorare la relazione produttiva tra economia militare e civile. www.carlopelanda.com<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/loccidente-deve-vincere-derby-tecnologico-2669445549.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-g7-della-difesa-sostegno-a-kiev-cessate-il-fuoco-immediato-a-gaza" data-post-id="2669445549" data-published-at="1729417541" data-use-pagination="False"> Il G7 della Difesa: «Sostegno a Kiev, cessate il fuoco immediato a Gaza» Dalla crisi ucraina a quella mediorientale, passando per l’Africa e il quadrante indo-pacifico. È un summit del G7 a tutto campo quello avviato ieri a Napoli: il primo dedicato ai ministri della Difesa. «La nostra presenza manda un messaggio forte e robusto a chi cerca di ostacolare i nostri sistemi democratici. Il legame è solido e si basa su valori comuni di libertà e fiducia incondizionata nel diritto internazionale», ha dichiarato Guido Crosetto, mostrando anche un cornetto rosso scaramentico. «Le aggressioni brutali della Russia in Ucraina e la situazione critica in Medio Oriente, combinati con l’instabilità dell’Africa subsahariana e le tensioni nell’Indo-Pacifico, mettono in luce un quadro di sicurezza deteriorato, con prospettive per il futuro non positive», ha aggiunto. «Anche se potrebbe sembrare che questi conflitti siano geograficamente distanti, sono collegati a noi con dinamiche profonde. Riconosciamo una matrice comune, ossia uno scontro tra due visioni del mondo», ha proseguito. «Questa instabilità pervasiva globale ha conseguenze dirette sui nostri interessi». Riferendosi specificamente al Medio Oriente, Crosetto ha anche chiesto un «cessate il fuoco immediato con il rilascio di tutti gli ostaggi», invocando poi «una de-escalation lungo la linea blu» in Libano. Il nostro ministro della Difesa ha inoltre avuto un bilaterale con l’omologo britannico, John Healey: un colloquio definito «prezioso». «Il Gcap sarà uno stimolo ulteriore per far crescere la cooperazione industriale anche in altri settori a elevato contenuto tecnologico», ha aggiunto, riferendosi al progetto sui caccia di nuova generazione che Italia e Gran Bretagna stanno sviluppando con il Giappone. Crosetto si è incontrato anche con l’omologo ucraino, Rustem Umerov, auspicando una «pace giusta» e invocando la difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Il nostro ministro della Difesa ha avuto un faccia a faccia anche con Lloyd Austin. «L’Italia è un alleato chiave nella Difesa degli Usa ed è stato bello ringraziare il ministro Crosetto per aver ospitato quasi 30.000 membri del personale militare degli Usa in Italia», ha twittato il capo del Pentagono dopo il meeting. Presenti al summit anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale si è concentrato sulla crisi mediorientale: «Forse la missione Unifil dovrebbe essere rivista, ma prima di tutto il cessate il fuoco». «Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar una nuova prospettiva si è aperta e la dobbiamo utilizzare in modo da arrivare a un cessate il fuoco per il rilascio degli ultimi ostaggi e cercare una prospettiva politica. Dobbiamo ricostruire la sovranità del Libano», ha continuato, precisando tuttavia che l’ultima parola sull’Unifil spetterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel comunicato finale del vertice, il G7 ha confermato il proprio sostegno all’Ucraina e a Israele, chiedendo inoltre all’Iran di ritirare il suo supporto a Hezbollah, Hamas e agli Huthi. I ministri hanno anche manifestato il proprio appoggio a Unifil ed espresso delle preoccupazioni per le mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale. Non è mancato infine un focus sull’Africa e un altro sulla necessità di una maggiore collaborazione, in seno al G7, per quanto concerne il comparto della Difesa. «Crediamo che il continente africano e il G7 condividano un grande potenziale di partnership e di obiettivi condivisi», si legge nel documento, che aggiunge: «Riconosciamo sfide interconnesse alla sicurezza e riconosciamo la necessità di rispondere in modo deciso, anche continuando a rafforzare l’industria della difesa, incoraggiando un impegno robusto e una cooperazione industriale con i partner. Accogliamo con favore le iniziative complementari avviate nella Nato e nell’Ue».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara