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2024-10-20
L’Occidente deve vincere il derby tecnologico
Guido Crosetto (Ansa)
La riunione dei ministri della Difesa del G7 a Napoli ha un significato particolare: è la prima del genere in questa organizzazione, merito della presidenza italiana. E fa ipotizzare una tendenza alla convergenza tra alleanze militari compatibili dell’Atlantico (Nato) e del Pacifico, per altro segnalata da eventi multipli recenti. Pertanto ritengo si debba dare più attenzione al processo di costruzione di un’alleanza militare globale delle democrazie, chiarendone i motivi.
Nel mondo si è formato nuovamente un bipolarismo conflittuale, come nella prima Guerra fredda, dove si confrontano l’alleanza dei regimi autoritari (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) e quella delle democrazie. La prima è molto aggressiva e ha una spesa militare crescente. Sul piano tecnologico - sistemi di superiorità - alcuni analisti valutano che il blocco autoritario sia ancora inferiore. Ma ci sono dubbi crescenti da parte di altri specialisti, soprattutto, al riguardo della Cina. Tali dubbi, in verità, erano presenti anche nell’Ufficio scenari (Net Assessment) del Pentagono quando a metà degli anni Novanta ci fu un incontro tra Difesa italiana, guidata dal generale Giuseppe Cucchi, a cui fui invitato in qualità di ricercatore in scenaristica strategica (ed economica), e quell’ufficio statunitense che stava raffinando uno scenario mirato a capire quali sistemi avrebbero assicurato la superiorità futura, con lo scopo di istruire la domanda della Difesa all’industria. Lo scenario statunitense concluse che nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto la capacità di poter sfidare l’America, in particolare per il dominio sul Pacifico. Per inciso, sostenni che Pechino, per poter dominare il Pacifico, si sarebbe espansa globalmente, trovando consenso sul punto. Che ora è cronaca. La Russia è più arretrata, ma in alcuni settori è molto evoluta, quindi da non sottovalutare. L’Iran e la Corea del Nord ricevono tecnologia da Cina e Russia. In sintesi, il blocco autoritario guidato dalla Cina è forte e, qualora lo fosse di meno, la sua spesa militare combinata con le capacità tecnologiche - in buona parte ricavate da spionaggio industriale - sta sviluppando rapidamente sistemi competitivi.
Inseriamo anche un dato di sensazione, però corroborato da tanti indizi: Pechino favorisce una varietà di conflitti con lo scopo di erodere la capacità militare statunitense impegnandola su fronti molteplici. Come? Più fronti caldi implicano aumentare le spese operative dell’avversario a scapito di quella per investimento tecnologico nonché costringere l’America a prendere atto che non può presidiare tutti i fronti, costringendola a chiedere maggiori contributi ai suoi alleati, che però non hanno il consenso per farlo. L’ufficio strategico di Pechino ha capito che la maggiore debolezza dell’alleanza amerocentrica è costituita dal fatto che le democrazie sono de-bellicizzate, cioè che non c’è consenso per investimenti di sicurezza e deterrenza sufficienti. Quindi, più che misurare di quanti anni tecnologia il G7 e dintorni siano avanti al blocco autoritario, il punto è diffondere una cultura del realismo nell’alleanza delle democrazie per produrre il giusto investimento dissuasivo nei confronti del blocco avversario. Perché se Pechino o Mosca percepiscono debolezze nel blocco democratico aumenteranno la loro aggressività. Pertanto rafforzare il blocco delle democrazie è un passo necessario nel nuovo contesto mondiale. Lo scopo non è la guerra, ma l’equilibrio tra potenze basato sulla dissuasione: se attacchi pagherai un prezzo che non puoi sostenere.
Poi c’è un secondo scopo: i regimi autoritari sono instabili perché, diversamente dalle democrazie, i cambi nel potere interno tendono a essere conflittuali. Se in tali cambi emergesse una leadership troppo aggressiva, bisognerebbe avere dei sistemi di superdifesa, possibili solo aumentando la collaborazione tra più democrazie. E c’è anche un terzo scopo collegato al secondo: nel caso - non improbabile - di un crollo di un regime autoritario bisognerà sia intervenire finanziariamente per risollevare la nazione implicata, sia essere pronti a correggere eventuali degenerazioni aggressive nella stessa. In sintesi, lo scenario a 15 anni mostra che l’alleanza delle democrazie dovrà avere i mezzi e il formato geopolitico sufficienti per gestire tutti e tre i problemi detti. Per questo sottolineo la rilevanza dell’incontro tra ministri della Difesa del G7 a Napoli più il nuovo Segretario generale della Nato, Mark Rutte.
Ma c’è un secondo evento importante nell’ambito del primo: l’incontro trilaterale tra Giappone, Italia e Regno Unito per dettagliare di più l’accordo finalizzato alla costruzione congiunta del Gcap, una piattaforma aerea di sesta generazione capace di gestire uno sciame di droni ed eventualmente essere robotizzata essa stessa, con capacità di raggio globale. Sarebbe un sistema di superiorità, stimando oggi i requisiti del 2035, quando tale oggetto potrebbe essere in linea.
Ma interessa un altro punto che ritengo chiave. Poiché la spesa militare per la superiorità, anche se divisa tra nazioni, è notevole, bisogna capire se tale costo possa essere bilanciato dall’innovazione così prodotta e scaricata pur a livelli degradati nel mercato civile, dandogli impulso di crescita. L’analisi dell’impatto sul civile della spesa militare statunitense durante la Guerra fredda e negli anni recenti mostra un impatto positivo enorme, pur differito nel tempo. Mi sembra una buona base per migliorare la relazione produttiva tra economia militare e civile.
www.carlopelanda.com
Il G7 della Difesa: «Sostegno a Kiev, cessate il fuoco immediato a Gaza»
Dalla crisi ucraina a quella mediorientale, passando per l’Africa e il quadrante indo-pacifico. È un summit del G7 a tutto campo quello avviato ieri a Napoli: il primo dedicato ai ministri della Difesa. «La nostra presenza manda un messaggio forte e robusto a chi cerca di ostacolare i nostri sistemi democratici. Il legame è solido e si basa su valori comuni di libertà e fiducia incondizionata nel diritto internazionale», ha dichiarato Guido Crosetto, mostrando anche un cornetto rosso scaramentico. «Le aggressioni brutali della Russia in Ucraina e la situazione critica in Medio Oriente, combinati con l’instabilità dell’Africa subsahariana e le tensioni nell’Indo-Pacifico, mettono in luce un quadro di sicurezza deteriorato, con prospettive per il futuro non positive», ha aggiunto. «Anche se potrebbe sembrare che questi conflitti siano geograficamente distanti, sono collegati a noi con dinamiche profonde. Riconosciamo una matrice comune, ossia uno scontro tra due visioni del mondo», ha proseguito. «Questa instabilità pervasiva globale ha conseguenze dirette sui nostri interessi». Riferendosi specificamente al Medio Oriente, Crosetto ha anche chiesto un «cessate il fuoco immediato con il rilascio di tutti gli ostaggi», invocando poi «una de-escalation lungo la linea blu» in Libano. Il nostro ministro della Difesa ha inoltre avuto un bilaterale con l’omologo britannico, John Healey: un colloquio definito «prezioso». «Il Gcap sarà uno stimolo ulteriore per far crescere la cooperazione industriale anche in altri settori a elevato contenuto tecnologico», ha aggiunto, riferendosi al progetto sui caccia di nuova generazione che Italia e Gran Bretagna stanno sviluppando con il Giappone. Crosetto si è incontrato anche con l’omologo ucraino, Rustem Umerov, auspicando una «pace giusta» e invocando la difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Il nostro ministro della Difesa ha avuto un faccia a faccia anche con Lloyd Austin. «L’Italia è un alleato chiave nella Difesa degli Usa ed è stato bello ringraziare il ministro Crosetto per aver ospitato quasi 30.000 membri del personale militare degli Usa in Italia», ha twittato il capo del Pentagono dopo il meeting. Presenti al summit anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale si è concentrato sulla crisi mediorientale: «Forse la missione Unifil dovrebbe essere rivista, ma prima di tutto il cessate il fuoco». «Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar una nuova prospettiva si è aperta e la dobbiamo utilizzare in modo da arrivare a un cessate il fuoco per il rilascio degli ultimi ostaggi e cercare una prospettiva politica. Dobbiamo ricostruire la sovranità del Libano», ha continuato, precisando tuttavia che l’ultima parola sull’Unifil spetterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel comunicato finale del vertice, il G7 ha confermato il proprio sostegno all’Ucraina e a Israele, chiedendo inoltre all’Iran di ritirare il suo supporto a Hezbollah, Hamas e agli Huthi. I ministri hanno anche manifestato il proprio appoggio a Unifil ed espresso delle preoccupazioni per le mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale. Non è mancato infine un focus sull’Africa e un altro sulla necessità di una maggiore collaborazione, in seno al G7, per quanto concerne il comparto della Difesa. «Crediamo che il continente africano e il G7 condividano un grande potenziale di partnership e di obiettivi condivisi», si legge nel documento, che aggiunge: «Riconosciamo sfide interconnesse alla sicurezza e riconosciamo la necessità di rispondere in modo deciso, anche continuando a rafforzare l’industria della difesa, incoraggiando un impegno robusto e una cooperazione industriale con i partner. Accogliamo con favore le iniziative complementari avviate nella Nato e nell’Ue».
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La riunione a Napoli dei ministri delle principali democrazie indica una convergenza dell’Alleanza. Dato che il blocco dei regimi autoritari è sempre più pericoloso. E punta tutto sulla mancanza di consenso popolare sugli investimenti in armi nei nostri Paesi.Soddisfatto Guido Crosetto che vede l’omologo ucraino, quello inglese e il capo del Pentagono. Lo speciale contiene due articoli.La riunione dei ministri della Difesa del G7 a Napoli ha un significato particolare: è la prima del genere in questa organizzazione, merito della presidenza italiana. E fa ipotizzare una tendenza alla convergenza tra alleanze militari compatibili dell’Atlantico (Nato) e del Pacifico, per altro segnalata da eventi multipli recenti. Pertanto ritengo si debba dare più attenzione al processo di costruzione di un’alleanza militare globale delle democrazie, chiarendone i motivi. Nel mondo si è formato nuovamente un bipolarismo conflittuale, come nella prima Guerra fredda, dove si confrontano l’alleanza dei regimi autoritari (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) e quella delle democrazie. La prima è molto aggressiva e ha una spesa militare crescente. Sul piano tecnologico - sistemi di superiorità - alcuni analisti valutano che il blocco autoritario sia ancora inferiore. Ma ci sono dubbi crescenti da parte di altri specialisti, soprattutto, al riguardo della Cina. Tali dubbi, in verità, erano presenti anche nell’Ufficio scenari (Net Assessment) del Pentagono quando a metà degli anni Novanta ci fu un incontro tra Difesa italiana, guidata dal generale Giuseppe Cucchi, a cui fui invitato in qualità di ricercatore in scenaristica strategica (ed economica), e quell’ufficio statunitense che stava raffinando uno scenario mirato a capire quali sistemi avrebbero assicurato la superiorità futura, con lo scopo di istruire la domanda della Difesa all’industria. Lo scenario statunitense concluse che nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto la capacità di poter sfidare l’America, in particolare per il dominio sul Pacifico. Per inciso, sostenni che Pechino, per poter dominare il Pacifico, si sarebbe espansa globalmente, trovando consenso sul punto. Che ora è cronaca. La Russia è più arretrata, ma in alcuni settori è molto evoluta, quindi da non sottovalutare. L’Iran e la Corea del Nord ricevono tecnologia da Cina e Russia. In sintesi, il blocco autoritario guidato dalla Cina è forte e, qualora lo fosse di meno, la sua spesa militare combinata con le capacità tecnologiche - in buona parte ricavate da spionaggio industriale - sta sviluppando rapidamente sistemi competitivi. Inseriamo anche un dato di sensazione, però corroborato da tanti indizi: Pechino favorisce una varietà di conflitti con lo scopo di erodere la capacità militare statunitense impegnandola su fronti molteplici. Come? Più fronti caldi implicano aumentare le spese operative dell’avversario a scapito di quella per investimento tecnologico nonché costringere l’America a prendere atto che non può presidiare tutti i fronti, costringendola a chiedere maggiori contributi ai suoi alleati, che però non hanno il consenso per farlo. L’ufficio strategico di Pechino ha capito che la maggiore debolezza dell’alleanza amerocentrica è costituita dal fatto che le democrazie sono de-bellicizzate, cioè che non c’è consenso per investimenti di sicurezza e deterrenza sufficienti. Quindi, più che misurare di quanti anni tecnologia il G7 e dintorni siano avanti al blocco autoritario, il punto è diffondere una cultura del realismo nell’alleanza delle democrazie per produrre il giusto investimento dissuasivo nei confronti del blocco avversario. Perché se Pechino o Mosca percepiscono debolezze nel blocco democratico aumenteranno la loro aggressività. Pertanto rafforzare il blocco delle democrazie è un passo necessario nel nuovo contesto mondiale. Lo scopo non è la guerra, ma l’equilibrio tra potenze basato sulla dissuasione: se attacchi pagherai un prezzo che non puoi sostenere. Poi c’è un secondo scopo: i regimi autoritari sono instabili perché, diversamente dalle democrazie, i cambi nel potere interno tendono a essere conflittuali. Se in tali cambi emergesse una leadership troppo aggressiva, bisognerebbe avere dei sistemi di superdifesa, possibili solo aumentando la collaborazione tra più democrazie. E c’è anche un terzo scopo collegato al secondo: nel caso - non improbabile - di un crollo di un regime autoritario bisognerà sia intervenire finanziariamente per risollevare la nazione implicata, sia essere pronti a correggere eventuali degenerazioni aggressive nella stessa. In sintesi, lo scenario a 15 anni mostra che l’alleanza delle democrazie dovrà avere i mezzi e il formato geopolitico sufficienti per gestire tutti e tre i problemi detti. Per questo sottolineo la rilevanza dell’incontro tra ministri della Difesa del G7 a Napoli più il nuovo Segretario generale della Nato, Mark Rutte.Ma c’è un secondo evento importante nell’ambito del primo: l’incontro trilaterale tra Giappone, Italia e Regno Unito per dettagliare di più l’accordo finalizzato alla costruzione congiunta del Gcap, una piattaforma aerea di sesta generazione capace di gestire uno sciame di droni ed eventualmente essere robotizzata essa stessa, con capacità di raggio globale. Sarebbe un sistema di superiorità, stimando oggi i requisiti del 2035, quando tale oggetto potrebbe essere in linea. Ma interessa un altro punto che ritengo chiave. Poiché la spesa militare per la superiorità, anche se divisa tra nazioni, è notevole, bisogna capire se tale costo possa essere bilanciato dall’innovazione così prodotta e scaricata pur a livelli degradati nel mercato civile, dandogli impulso di crescita. L’analisi dell’impatto sul civile della spesa militare statunitense durante la Guerra fredda e negli anni recenti mostra un impatto positivo enorme, pur differito nel tempo. Mi sembra una buona base per migliorare la relazione produttiva tra economia militare e civile. www.carlopelanda.com<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/loccidente-deve-vincere-derby-tecnologico-2669445549.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-g7-della-difesa-sostegno-a-kiev-cessate-il-fuoco-immediato-a-gaza" data-post-id="2669445549" data-published-at="1729417541" data-use-pagination="False"> Il G7 della Difesa: «Sostegno a Kiev, cessate il fuoco immediato a Gaza» Dalla crisi ucraina a quella mediorientale, passando per l’Africa e il quadrante indo-pacifico. È un summit del G7 a tutto campo quello avviato ieri a Napoli: il primo dedicato ai ministri della Difesa. «La nostra presenza manda un messaggio forte e robusto a chi cerca di ostacolare i nostri sistemi democratici. Il legame è solido e si basa su valori comuni di libertà e fiducia incondizionata nel diritto internazionale», ha dichiarato Guido Crosetto, mostrando anche un cornetto rosso scaramentico. «Le aggressioni brutali della Russia in Ucraina e la situazione critica in Medio Oriente, combinati con l’instabilità dell’Africa subsahariana e le tensioni nell’Indo-Pacifico, mettono in luce un quadro di sicurezza deteriorato, con prospettive per il futuro non positive», ha aggiunto. «Anche se potrebbe sembrare che questi conflitti siano geograficamente distanti, sono collegati a noi con dinamiche profonde. Riconosciamo una matrice comune, ossia uno scontro tra due visioni del mondo», ha proseguito. «Questa instabilità pervasiva globale ha conseguenze dirette sui nostri interessi». Riferendosi specificamente al Medio Oriente, Crosetto ha anche chiesto un «cessate il fuoco immediato con il rilascio di tutti gli ostaggi», invocando poi «una de-escalation lungo la linea blu» in Libano. Il nostro ministro della Difesa ha inoltre avuto un bilaterale con l’omologo britannico, John Healey: un colloquio definito «prezioso». «Il Gcap sarà uno stimolo ulteriore per far crescere la cooperazione industriale anche in altri settori a elevato contenuto tecnologico», ha aggiunto, riferendosi al progetto sui caccia di nuova generazione che Italia e Gran Bretagna stanno sviluppando con il Giappone. Crosetto si è incontrato anche con l’omologo ucraino, Rustem Umerov, auspicando una «pace giusta» e invocando la difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Il nostro ministro della Difesa ha avuto un faccia a faccia anche con Lloyd Austin. «L’Italia è un alleato chiave nella Difesa degli Usa ed è stato bello ringraziare il ministro Crosetto per aver ospitato quasi 30.000 membri del personale militare degli Usa in Italia», ha twittato il capo del Pentagono dopo il meeting. Presenti al summit anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale si è concentrato sulla crisi mediorientale: «Forse la missione Unifil dovrebbe essere rivista, ma prima di tutto il cessate il fuoco». «Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar una nuova prospettiva si è aperta e la dobbiamo utilizzare in modo da arrivare a un cessate il fuoco per il rilascio degli ultimi ostaggi e cercare una prospettiva politica. Dobbiamo ricostruire la sovranità del Libano», ha continuato, precisando tuttavia che l’ultima parola sull’Unifil spetterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel comunicato finale del vertice, il G7 ha confermato il proprio sostegno all’Ucraina e a Israele, chiedendo inoltre all’Iran di ritirare il suo supporto a Hezbollah, Hamas e agli Huthi. I ministri hanno anche manifestato il proprio appoggio a Unifil ed espresso delle preoccupazioni per le mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale. Non è mancato infine un focus sull’Africa e un altro sulla necessità di una maggiore collaborazione, in seno al G7, per quanto concerne il comparto della Difesa. «Crediamo che il continente africano e il G7 condividano un grande potenziale di partnership e di obiettivi condivisi», si legge nel documento, che aggiunge: «Riconosciamo sfide interconnesse alla sicurezza e riconosciamo la necessità di rispondere in modo deciso, anche continuando a rafforzare l’industria della difesa, incoraggiando un impegno robusto e una cooperazione industriale con i partner. Accogliamo con favore le iniziative complementari avviate nella Nato e nell’Ue».
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
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Ansa
In questa cornice si inserisce il colloquio telefonico tra il premier pakistano Shehbaz Sharif e lo sceicco del Qatar, durante il quale i due leader hanno discusso degli sviluppi seguiti alla firma del Memorandum d’intesa di Islamabad tra Stati Uniti e Iran. Entrambi hanno espresso soddisfazione per il primo round tecnico di Burgenstock, in Svizzera, sottolineando la necessità di proseguire il dialogo.
Insieme ai colloqui tra Washington e Teheran, si moltiplicano le iniziative regionali. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in Oman per preparare incontri tra Iran, Stati del Golfo e Iraq sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Anche l’Arabia Saudita starebbe lavorando a un vertice per favorire una riconciliazione tra Teheran e le monarchie arabe. La questione è particolarmente sensibile per Doha. Il Qatar ha chiarito che si opporrà a qualsiasi tentativo iraniano di imporre tariffe sul traffico nello Stretto. Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani ha spiegato al Financial Times che per l’emirato quella rotta rappresenta l’unico corridoio marittimo e quindi un’infrastruttura vitale per la sua economia.
Sul punto è intervenuto anche Donald Trump, sostenendo che l’Iran avrebbe assicurato agli Stati Uniti di non voler applicare tasse alle navi in transito. Il presidente americano ha però avvertito che un passo contrario potrebbe far saltare l’intero processo negoziale. Il nodo più difficile resta il programma nucleare. Gli Stati Uniti continuano a sostenere che gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica avranno accesso agli impianti iraniani. Il tycoon ha affermato che Teheran avrebbe accettato le verifiche. Da parte iraniana, però, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha negato. Secondo il diplomatico, non esiste alcun piano immediato per consentire l’accesso ai siti nucleari colpiti dagli attacchi statunitensi né ai materiali custoditi nelle strutture sensibili. La questione «potrà essere affrontata solo in un accordo finale e dopo la revoca completa delle sanzioni», ha concluso.
Teheran continua a presentare l’intesa di Islamabad come una vittoria. Il presidente del Parlamento e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, l’ha definita una «sconfitta dell’America», sostenendo che il risultato sia stato ottenuto grazie alla resistenza della Repubblica islamica. Ghalibaf ha ribadito che il ritiro delle forze straniere dal Medio Oriente resta un obiettivo strategico iraniano. Nella stessa logica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha discusso gli sviluppi regionali con Basem Naeem,, esponente dell’ufficio politico di Hamas. Anche se il Memorandum non cita Gaza, Hamas lo ha accolto favorevolmente e Teheran ha confermato il proprio sostegno al gruppo jihadista.
Anche il fronte libanese entra nel quadro diplomatico. Dopo oltre otto ore si è chiusa a Washington, senza dichiarazione congiunta, la prima giornata del quinto round di colloqui diretti tra Israele e Libano. Le trattative proseguiranno tra Pentagono e Dipartimento di Stato, con sessioni dedicate alla sicurezza e agli aspetti politici. Secondo il Times of Israel, gli Stati Uniti puntano a un ritiro parziale delle forze israeliane dal Libano meridionale, sostituite dall’esercito libanese ed in tal senso il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha dichiarato che «l’unica ragione della presenza delle forze israeliane in Libano è l’attività di Hezbollah e il lancio di razzi contro Israele». Benjamin Netanyahu ha invece dichiarato che le forze israeliane resteranno nella zona di sicurezza del Libano meridionale finché sarà alla guida del governo. Il premier ha inoltre sostenuto che «Israele sarà il primo Paese a risolvere la minaccia dei droni esplosivi».
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Ramy Elgaml, morto durante una fuga da una pattuglia dei carabinieri a Milano (Ansa)
È in questa udienza preliminare che la nuova sentenza d’appello su Bouzidi potrà avere un peso rilevante. La pena per resistenza a pubblico ufficiale è stata ridotta da due anni e otto mesi a un anno e sei mesi, grazie alle attenuanti generiche equivalenti alla recidiva. Il nucleo della decisione, però, resta intatto. Bouzidi avrebbe dovuto fermarsi, la fuga mise in pericolo l’amico, i passanti e i militari, mentre dai filmati non emerge alcuno speronamento volontario dei carabinieri.
Non assolve formalmente Antonio Lenoci, ma rafforza in modo significativo la sua linea difensiva in vista dell’udienza preliminare. In sostanza la pena di Bouzidi si riduce, mentre cresce il possibile peso della pronuncia nel procedimento principale.
Già il giudice di primo grado aveva definito l’inseguimento un «adempimento di un dovere istituzionale», dunque un intervento legittimo e non arbitrario. La fuga per circa otto chilometri, tra strade percorse contromano, semafori rossi e velocità elevatissime, aveva messo concretamente in pericolo l’incolumità pubblica. Le frasi più ruvide dei militari erano state ricondotte alla concitazione del momento, mentre dopo lo schianto gli stessi carabinieri avevano prestato ai due giovani un soccorso definito immediato e disperato.
La Corte d’Appello aggiunge ora un passaggio destinato a pesare nel futuro. Dalla visione integrale delle dash cam e delle body cam «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario». Una collisione avvenne nelle prime fasi dell’inseguimento, ma non sarebbe stata provocata da una manovra deliberata dell’auto di servizio. La vettura era quasi ferma, non accelerò per colpire il Tmax e l’urto derivò dall’incrocio delle traiettorie, dalla ristrettezza della strada e dall’elevata velocità dello scooter, che rimase in piedi e proseguì la fuga.
Più severe sono le valutazioni su Bouzidi. Secondo la Corte, sarebbe bastato «fermarsi all’alt» per non mettere in pericolo la vita dell’amico, delle altre persone e la propria. Il giovane aveva ammesso di essere fuggito perché guidava senza patente e perché sul Tmax era stato installato un variatore per aumentarne le prestazioni ed evitare il sequestro.
I giudici confermano anche la recidiva. Nel casellario risultano due precedenti per ricettazione e i fatti avvennero pochi mesi dopo l’esito positivo di una messa alla prova. Quel beneficio, secondo la Corte, non avrebbe prodotto un reale cambiamento. La nuova resistenza mostrerebbe una «totale insensibilità» alla funzione rieducativa della pena. Bouzidi viene descritto come incline, «nonostante la sua giovane età», a violare le regole della convivenza civile e il rispetto dell’autorità pubblica.
La pena è stata ridotta valorizzando la collaborazione processuale, la fragilità emotiva e la scelta dichiarata di cambiare vita trasferendosi in un’altra città. Resta però la condanna per resistenza, così come il risarcimento ai sei carabinieri, ridotto da 2.000 a 1.000 euro ciascuno e limitato alla paura patita durante l’inseguimento, mentre la Corte ha escluso dal calcolo l’odio mediatico e le campagne diffamatorie sui social, non direttamente imputabili a Bouzidi. I legali di Lenoci, Roberto Borgogno e Arianna Dutto, considerano la sentenza un elemento favorevole alla difesa. La loro linea è che il consulente della Procura abbia attribuito la collisione alla condotta dello scooter, il primo grado abbia qualificato l’inseguimento come doveroso e l’Appello abbia escluso uno speronamento volontario, lasciando ora all’accusa il compito di spiegare su quali elementi fondi una ragionevole previsione di condanna. Lenoci è accusato di omicidio stradale e lesioni con eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Per la Procura l’intervento era legittimo, ma distanza e velocità sarebbero state inadeguate.
L’assenza di uno speronamento volontario non basta, da sola, a escludere ogni possibile responsabilità di Lenoci. La sentenza resta però favorevole alla difesa, anche perché Bouzidi ha rinunciato a sostenere in appello che l’inseguimento fosse illegittimo e provocato da un abuso dei carabinieri. E mentre il caso Ramy si avvicina all’udienza preliminare, Milano piange l’agente della Polizia locale Francesco Imprezzabile, morto nell’inseguimento scattato dopo che Genti Berisha, cittadino albanese già raggiunto da un’ordinanza cautelare in un’inchiesta per narcotraffico internazionale, aveva ignorato l’alt. Il conducente, che ieri ha incontrato il suo avvocato Francesco Cardinali, ha spiegato di essere fuggito perché aveva con sé alcuni grammi di hashish e, già sottoposto all’obbligo di firma, temeva nuovi guai. Ha ammesso di avere accelerato e superato diverse vetture, pur negando contatti con la moto di servizio. Secondo una prima relazione tecnica, l’agente avrebbe perso il controllo in curva; il tachimetro della moto, fermo sui 180 chilometri orari, farebbe ipotizzare per il Suv una velocità almeno pari, se non superiore.
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