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2024-10-20
L’Occidente deve vincere il derby tecnologico
Guido Crosetto (Ansa)
La riunione dei ministri della Difesa del G7 a Napoli ha un significato particolare: è la prima del genere in questa organizzazione, merito della presidenza italiana. E fa ipotizzare una tendenza alla convergenza tra alleanze militari compatibili dell’Atlantico (Nato) e del Pacifico, per altro segnalata da eventi multipli recenti. Pertanto ritengo si debba dare più attenzione al processo di costruzione di un’alleanza militare globale delle democrazie, chiarendone i motivi.
Nel mondo si è formato nuovamente un bipolarismo conflittuale, come nella prima Guerra fredda, dove si confrontano l’alleanza dei regimi autoritari (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) e quella delle democrazie. La prima è molto aggressiva e ha una spesa militare crescente. Sul piano tecnologico - sistemi di superiorità - alcuni analisti valutano che il blocco autoritario sia ancora inferiore. Ma ci sono dubbi crescenti da parte di altri specialisti, soprattutto, al riguardo della Cina. Tali dubbi, in verità, erano presenti anche nell’Ufficio scenari (Net Assessment) del Pentagono quando a metà degli anni Novanta ci fu un incontro tra Difesa italiana, guidata dal generale Giuseppe Cucchi, a cui fui invitato in qualità di ricercatore in scenaristica strategica (ed economica), e quell’ufficio statunitense che stava raffinando uno scenario mirato a capire quali sistemi avrebbero assicurato la superiorità futura, con lo scopo di istruire la domanda della Difesa all’industria. Lo scenario statunitense concluse che nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto la capacità di poter sfidare l’America, in particolare per il dominio sul Pacifico. Per inciso, sostenni che Pechino, per poter dominare il Pacifico, si sarebbe espansa globalmente, trovando consenso sul punto. Che ora è cronaca. La Russia è più arretrata, ma in alcuni settori è molto evoluta, quindi da non sottovalutare. L’Iran e la Corea del Nord ricevono tecnologia da Cina e Russia. In sintesi, il blocco autoritario guidato dalla Cina è forte e, qualora lo fosse di meno, la sua spesa militare combinata con le capacità tecnologiche - in buona parte ricavate da spionaggio industriale - sta sviluppando rapidamente sistemi competitivi.
Inseriamo anche un dato di sensazione, però corroborato da tanti indizi: Pechino favorisce una varietà di conflitti con lo scopo di erodere la capacità militare statunitense impegnandola su fronti molteplici. Come? Più fronti caldi implicano aumentare le spese operative dell’avversario a scapito di quella per investimento tecnologico nonché costringere l’America a prendere atto che non può presidiare tutti i fronti, costringendola a chiedere maggiori contributi ai suoi alleati, che però non hanno il consenso per farlo. L’ufficio strategico di Pechino ha capito che la maggiore debolezza dell’alleanza amerocentrica è costituita dal fatto che le democrazie sono de-bellicizzate, cioè che non c’è consenso per investimenti di sicurezza e deterrenza sufficienti. Quindi, più che misurare di quanti anni tecnologia il G7 e dintorni siano avanti al blocco autoritario, il punto è diffondere una cultura del realismo nell’alleanza delle democrazie per produrre il giusto investimento dissuasivo nei confronti del blocco avversario. Perché se Pechino o Mosca percepiscono debolezze nel blocco democratico aumenteranno la loro aggressività. Pertanto rafforzare il blocco delle democrazie è un passo necessario nel nuovo contesto mondiale. Lo scopo non è la guerra, ma l’equilibrio tra potenze basato sulla dissuasione: se attacchi pagherai un prezzo che non puoi sostenere.
Poi c’è un secondo scopo: i regimi autoritari sono instabili perché, diversamente dalle democrazie, i cambi nel potere interno tendono a essere conflittuali. Se in tali cambi emergesse una leadership troppo aggressiva, bisognerebbe avere dei sistemi di superdifesa, possibili solo aumentando la collaborazione tra più democrazie. E c’è anche un terzo scopo collegato al secondo: nel caso - non improbabile - di un crollo di un regime autoritario bisognerà sia intervenire finanziariamente per risollevare la nazione implicata, sia essere pronti a correggere eventuali degenerazioni aggressive nella stessa. In sintesi, lo scenario a 15 anni mostra che l’alleanza delle democrazie dovrà avere i mezzi e il formato geopolitico sufficienti per gestire tutti e tre i problemi detti. Per questo sottolineo la rilevanza dell’incontro tra ministri della Difesa del G7 a Napoli più il nuovo Segretario generale della Nato, Mark Rutte.
Ma c’è un secondo evento importante nell’ambito del primo: l’incontro trilaterale tra Giappone, Italia e Regno Unito per dettagliare di più l’accordo finalizzato alla costruzione congiunta del Gcap, una piattaforma aerea di sesta generazione capace di gestire uno sciame di droni ed eventualmente essere robotizzata essa stessa, con capacità di raggio globale. Sarebbe un sistema di superiorità, stimando oggi i requisiti del 2035, quando tale oggetto potrebbe essere in linea.
Ma interessa un altro punto che ritengo chiave. Poiché la spesa militare per la superiorità, anche se divisa tra nazioni, è notevole, bisogna capire se tale costo possa essere bilanciato dall’innovazione così prodotta e scaricata pur a livelli degradati nel mercato civile, dandogli impulso di crescita. L’analisi dell’impatto sul civile della spesa militare statunitense durante la Guerra fredda e negli anni recenti mostra un impatto positivo enorme, pur differito nel tempo. Mi sembra una buona base per migliorare la relazione produttiva tra economia militare e civile.
www.carlopelanda.com
Il G7 della Difesa: «Sostegno a Kiev, cessate il fuoco immediato a Gaza»
Dalla crisi ucraina a quella mediorientale, passando per l’Africa e il quadrante indo-pacifico. È un summit del G7 a tutto campo quello avviato ieri a Napoli: il primo dedicato ai ministri della Difesa. «La nostra presenza manda un messaggio forte e robusto a chi cerca di ostacolare i nostri sistemi democratici. Il legame è solido e si basa su valori comuni di libertà e fiducia incondizionata nel diritto internazionale», ha dichiarato Guido Crosetto, mostrando anche un cornetto rosso scaramentico. «Le aggressioni brutali della Russia in Ucraina e la situazione critica in Medio Oriente, combinati con l’instabilità dell’Africa subsahariana e le tensioni nell’Indo-Pacifico, mettono in luce un quadro di sicurezza deteriorato, con prospettive per il futuro non positive», ha aggiunto. «Anche se potrebbe sembrare che questi conflitti siano geograficamente distanti, sono collegati a noi con dinamiche profonde. Riconosciamo una matrice comune, ossia uno scontro tra due visioni del mondo», ha proseguito. «Questa instabilità pervasiva globale ha conseguenze dirette sui nostri interessi». Riferendosi specificamente al Medio Oriente, Crosetto ha anche chiesto un «cessate il fuoco immediato con il rilascio di tutti gli ostaggi», invocando poi «una de-escalation lungo la linea blu» in Libano. Il nostro ministro della Difesa ha inoltre avuto un bilaterale con l’omologo britannico, John Healey: un colloquio definito «prezioso». «Il Gcap sarà uno stimolo ulteriore per far crescere la cooperazione industriale anche in altri settori a elevato contenuto tecnologico», ha aggiunto, riferendosi al progetto sui caccia di nuova generazione che Italia e Gran Bretagna stanno sviluppando con il Giappone. Crosetto si è incontrato anche con l’omologo ucraino, Rustem Umerov, auspicando una «pace giusta» e invocando la difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Il nostro ministro della Difesa ha avuto un faccia a faccia anche con Lloyd Austin. «L’Italia è un alleato chiave nella Difesa degli Usa ed è stato bello ringraziare il ministro Crosetto per aver ospitato quasi 30.000 membri del personale militare degli Usa in Italia», ha twittato il capo del Pentagono dopo il meeting. Presenti al summit anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale si è concentrato sulla crisi mediorientale: «Forse la missione Unifil dovrebbe essere rivista, ma prima di tutto il cessate il fuoco». «Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar una nuova prospettiva si è aperta e la dobbiamo utilizzare in modo da arrivare a un cessate il fuoco per il rilascio degli ultimi ostaggi e cercare una prospettiva politica. Dobbiamo ricostruire la sovranità del Libano», ha continuato, precisando tuttavia che l’ultima parola sull’Unifil spetterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel comunicato finale del vertice, il G7 ha confermato il proprio sostegno all’Ucraina e a Israele, chiedendo inoltre all’Iran di ritirare il suo supporto a Hezbollah, Hamas e agli Huthi. I ministri hanno anche manifestato il proprio appoggio a Unifil ed espresso delle preoccupazioni per le mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale. Non è mancato infine un focus sull’Africa e un altro sulla necessità di una maggiore collaborazione, in seno al G7, per quanto concerne il comparto della Difesa. «Crediamo che il continente africano e il G7 condividano un grande potenziale di partnership e di obiettivi condivisi», si legge nel documento, che aggiunge: «Riconosciamo sfide interconnesse alla sicurezza e riconosciamo la necessità di rispondere in modo deciso, anche continuando a rafforzare l’industria della difesa, incoraggiando un impegno robusto e una cooperazione industriale con i partner. Accogliamo con favore le iniziative complementari avviate nella Nato e nell’Ue».
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La riunione a Napoli dei ministri delle principali democrazie indica una convergenza dell’Alleanza. Dato che il blocco dei regimi autoritari è sempre più pericoloso. E punta tutto sulla mancanza di consenso popolare sugli investimenti in armi nei nostri Paesi.Soddisfatto Guido Crosetto che vede l’omologo ucraino, quello inglese e il capo del Pentagono. Lo speciale contiene due articoli.La riunione dei ministri della Difesa del G7 a Napoli ha un significato particolare: è la prima del genere in questa organizzazione, merito della presidenza italiana. E fa ipotizzare una tendenza alla convergenza tra alleanze militari compatibili dell’Atlantico (Nato) e del Pacifico, per altro segnalata da eventi multipli recenti. Pertanto ritengo si debba dare più attenzione al processo di costruzione di un’alleanza militare globale delle democrazie, chiarendone i motivi. Nel mondo si è formato nuovamente un bipolarismo conflittuale, come nella prima Guerra fredda, dove si confrontano l’alleanza dei regimi autoritari (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) e quella delle democrazie. La prima è molto aggressiva e ha una spesa militare crescente. Sul piano tecnologico - sistemi di superiorità - alcuni analisti valutano che il blocco autoritario sia ancora inferiore. Ma ci sono dubbi crescenti da parte di altri specialisti, soprattutto, al riguardo della Cina. Tali dubbi, in verità, erano presenti anche nell’Ufficio scenari (Net Assessment) del Pentagono quando a metà degli anni Novanta ci fu un incontro tra Difesa italiana, guidata dal generale Giuseppe Cucchi, a cui fui invitato in qualità di ricercatore in scenaristica strategica (ed economica), e quell’ufficio statunitense che stava raffinando uno scenario mirato a capire quali sistemi avrebbero assicurato la superiorità futura, con lo scopo di istruire la domanda della Difesa all’industria. Lo scenario statunitense concluse che nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto la capacità di poter sfidare l’America, in particolare per il dominio sul Pacifico. Per inciso, sostenni che Pechino, per poter dominare il Pacifico, si sarebbe espansa globalmente, trovando consenso sul punto. Che ora è cronaca. La Russia è più arretrata, ma in alcuni settori è molto evoluta, quindi da non sottovalutare. L’Iran e la Corea del Nord ricevono tecnologia da Cina e Russia. In sintesi, il blocco autoritario guidato dalla Cina è forte e, qualora lo fosse di meno, la sua spesa militare combinata con le capacità tecnologiche - in buona parte ricavate da spionaggio industriale - sta sviluppando rapidamente sistemi competitivi. Inseriamo anche un dato di sensazione, però corroborato da tanti indizi: Pechino favorisce una varietà di conflitti con lo scopo di erodere la capacità militare statunitense impegnandola su fronti molteplici. Come? Più fronti caldi implicano aumentare le spese operative dell’avversario a scapito di quella per investimento tecnologico nonché costringere l’America a prendere atto che non può presidiare tutti i fronti, costringendola a chiedere maggiori contributi ai suoi alleati, che però non hanno il consenso per farlo. L’ufficio strategico di Pechino ha capito che la maggiore debolezza dell’alleanza amerocentrica è costituita dal fatto che le democrazie sono de-bellicizzate, cioè che non c’è consenso per investimenti di sicurezza e deterrenza sufficienti. Quindi, più che misurare di quanti anni tecnologia il G7 e dintorni siano avanti al blocco autoritario, il punto è diffondere una cultura del realismo nell’alleanza delle democrazie per produrre il giusto investimento dissuasivo nei confronti del blocco avversario. Perché se Pechino o Mosca percepiscono debolezze nel blocco democratico aumenteranno la loro aggressività. Pertanto rafforzare il blocco delle democrazie è un passo necessario nel nuovo contesto mondiale. Lo scopo non è la guerra, ma l’equilibrio tra potenze basato sulla dissuasione: se attacchi pagherai un prezzo che non puoi sostenere. Poi c’è un secondo scopo: i regimi autoritari sono instabili perché, diversamente dalle democrazie, i cambi nel potere interno tendono a essere conflittuali. Se in tali cambi emergesse una leadership troppo aggressiva, bisognerebbe avere dei sistemi di superdifesa, possibili solo aumentando la collaborazione tra più democrazie. E c’è anche un terzo scopo collegato al secondo: nel caso - non improbabile - di un crollo di un regime autoritario bisognerà sia intervenire finanziariamente per risollevare la nazione implicata, sia essere pronti a correggere eventuali degenerazioni aggressive nella stessa. In sintesi, lo scenario a 15 anni mostra che l’alleanza delle democrazie dovrà avere i mezzi e il formato geopolitico sufficienti per gestire tutti e tre i problemi detti. Per questo sottolineo la rilevanza dell’incontro tra ministri della Difesa del G7 a Napoli più il nuovo Segretario generale della Nato, Mark Rutte.Ma c’è un secondo evento importante nell’ambito del primo: l’incontro trilaterale tra Giappone, Italia e Regno Unito per dettagliare di più l’accordo finalizzato alla costruzione congiunta del Gcap, una piattaforma aerea di sesta generazione capace di gestire uno sciame di droni ed eventualmente essere robotizzata essa stessa, con capacità di raggio globale. Sarebbe un sistema di superiorità, stimando oggi i requisiti del 2035, quando tale oggetto potrebbe essere in linea. Ma interessa un altro punto che ritengo chiave. Poiché la spesa militare per la superiorità, anche se divisa tra nazioni, è notevole, bisogna capire se tale costo possa essere bilanciato dall’innovazione così prodotta e scaricata pur a livelli degradati nel mercato civile, dandogli impulso di crescita. L’analisi dell’impatto sul civile della spesa militare statunitense durante la Guerra fredda e negli anni recenti mostra un impatto positivo enorme, pur differito nel tempo. Mi sembra una buona base per migliorare la relazione produttiva tra economia militare e civile. www.carlopelanda.com<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/loccidente-deve-vincere-derby-tecnologico-2669445549.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-g7-della-difesa-sostegno-a-kiev-cessate-il-fuoco-immediato-a-gaza" data-post-id="2669445549" data-published-at="1729417541" data-use-pagination="False"> Il G7 della Difesa: «Sostegno a Kiev, cessate il fuoco immediato a Gaza» Dalla crisi ucraina a quella mediorientale, passando per l’Africa e il quadrante indo-pacifico. È un summit del G7 a tutto campo quello avviato ieri a Napoli: il primo dedicato ai ministri della Difesa. «La nostra presenza manda un messaggio forte e robusto a chi cerca di ostacolare i nostri sistemi democratici. Il legame è solido e si basa su valori comuni di libertà e fiducia incondizionata nel diritto internazionale», ha dichiarato Guido Crosetto, mostrando anche un cornetto rosso scaramentico. «Le aggressioni brutali della Russia in Ucraina e la situazione critica in Medio Oriente, combinati con l’instabilità dell’Africa subsahariana e le tensioni nell’Indo-Pacifico, mettono in luce un quadro di sicurezza deteriorato, con prospettive per il futuro non positive», ha aggiunto. «Anche se potrebbe sembrare che questi conflitti siano geograficamente distanti, sono collegati a noi con dinamiche profonde. Riconosciamo una matrice comune, ossia uno scontro tra due visioni del mondo», ha proseguito. «Questa instabilità pervasiva globale ha conseguenze dirette sui nostri interessi». Riferendosi specificamente al Medio Oriente, Crosetto ha anche chiesto un «cessate il fuoco immediato con il rilascio di tutti gli ostaggi», invocando poi «una de-escalation lungo la linea blu» in Libano. Il nostro ministro della Difesa ha inoltre avuto un bilaterale con l’omologo britannico, John Healey: un colloquio definito «prezioso». «Il Gcap sarà uno stimolo ulteriore per far crescere la cooperazione industriale anche in altri settori a elevato contenuto tecnologico», ha aggiunto, riferendosi al progetto sui caccia di nuova generazione che Italia e Gran Bretagna stanno sviluppando con il Giappone. Crosetto si è incontrato anche con l’omologo ucraino, Rustem Umerov, auspicando una «pace giusta» e invocando la difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Il nostro ministro della Difesa ha avuto un faccia a faccia anche con Lloyd Austin. «L’Italia è un alleato chiave nella Difesa degli Usa ed è stato bello ringraziare il ministro Crosetto per aver ospitato quasi 30.000 membri del personale militare degli Usa in Italia», ha twittato il capo del Pentagono dopo il meeting. Presenti al summit anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale si è concentrato sulla crisi mediorientale: «Forse la missione Unifil dovrebbe essere rivista, ma prima di tutto il cessate il fuoco». «Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar una nuova prospettiva si è aperta e la dobbiamo utilizzare in modo da arrivare a un cessate il fuoco per il rilascio degli ultimi ostaggi e cercare una prospettiva politica. Dobbiamo ricostruire la sovranità del Libano», ha continuato, precisando tuttavia che l’ultima parola sull’Unifil spetterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel comunicato finale del vertice, il G7 ha confermato il proprio sostegno all’Ucraina e a Israele, chiedendo inoltre all’Iran di ritirare il suo supporto a Hezbollah, Hamas e agli Huthi. I ministri hanno anche manifestato il proprio appoggio a Unifil ed espresso delle preoccupazioni per le mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale. Non è mancato infine un focus sull’Africa e un altro sulla necessità di una maggiore collaborazione, in seno al G7, per quanto concerne il comparto della Difesa. «Crediamo che il continente africano e il G7 condividano un grande potenziale di partnership e di obiettivi condivisi», si legge nel documento, che aggiunge: «Riconosciamo sfide interconnesse alla sicurezza e riconosciamo la necessità di rispondere in modo deciso, anche continuando a rafforzare l’industria della difesa, incoraggiando un impegno robusto e una cooperazione industriale con i partner. Accogliamo con favore le iniziative complementari avviate nella Nato e nell’Ue».
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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