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2024-10-20
L’Occidente deve vincere il derby tecnologico
Guido Crosetto (Ansa)
La riunione dei ministri della Difesa del G7 a Napoli ha un significato particolare: è la prima del genere in questa organizzazione, merito della presidenza italiana. E fa ipotizzare una tendenza alla convergenza tra alleanze militari compatibili dell’Atlantico (Nato) e del Pacifico, per altro segnalata da eventi multipli recenti. Pertanto ritengo si debba dare più attenzione al processo di costruzione di un’alleanza militare globale delle democrazie, chiarendone i motivi.
Nel mondo si è formato nuovamente un bipolarismo conflittuale, come nella prima Guerra fredda, dove si confrontano l’alleanza dei regimi autoritari (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) e quella delle democrazie. La prima è molto aggressiva e ha una spesa militare crescente. Sul piano tecnologico - sistemi di superiorità - alcuni analisti valutano che il blocco autoritario sia ancora inferiore. Ma ci sono dubbi crescenti da parte di altri specialisti, soprattutto, al riguardo della Cina. Tali dubbi, in verità, erano presenti anche nell’Ufficio scenari (Net Assessment) del Pentagono quando a metà degli anni Novanta ci fu un incontro tra Difesa italiana, guidata dal generale Giuseppe Cucchi, a cui fui invitato in qualità di ricercatore in scenaristica strategica (ed economica), e quell’ufficio statunitense che stava raffinando uno scenario mirato a capire quali sistemi avrebbero assicurato la superiorità futura, con lo scopo di istruire la domanda della Difesa all’industria. Lo scenario statunitense concluse che nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto la capacità di poter sfidare l’America, in particolare per il dominio sul Pacifico. Per inciso, sostenni che Pechino, per poter dominare il Pacifico, si sarebbe espansa globalmente, trovando consenso sul punto. Che ora è cronaca. La Russia è più arretrata, ma in alcuni settori è molto evoluta, quindi da non sottovalutare. L’Iran e la Corea del Nord ricevono tecnologia da Cina e Russia. In sintesi, il blocco autoritario guidato dalla Cina è forte e, qualora lo fosse di meno, la sua spesa militare combinata con le capacità tecnologiche - in buona parte ricavate da spionaggio industriale - sta sviluppando rapidamente sistemi competitivi.
Inseriamo anche un dato di sensazione, però corroborato da tanti indizi: Pechino favorisce una varietà di conflitti con lo scopo di erodere la capacità militare statunitense impegnandola su fronti molteplici. Come? Più fronti caldi implicano aumentare le spese operative dell’avversario a scapito di quella per investimento tecnologico nonché costringere l’America a prendere atto che non può presidiare tutti i fronti, costringendola a chiedere maggiori contributi ai suoi alleati, che però non hanno il consenso per farlo. L’ufficio strategico di Pechino ha capito che la maggiore debolezza dell’alleanza amerocentrica è costituita dal fatto che le democrazie sono de-bellicizzate, cioè che non c’è consenso per investimenti di sicurezza e deterrenza sufficienti. Quindi, più che misurare di quanti anni tecnologia il G7 e dintorni siano avanti al blocco autoritario, il punto è diffondere una cultura del realismo nell’alleanza delle democrazie per produrre il giusto investimento dissuasivo nei confronti del blocco avversario. Perché se Pechino o Mosca percepiscono debolezze nel blocco democratico aumenteranno la loro aggressività. Pertanto rafforzare il blocco delle democrazie è un passo necessario nel nuovo contesto mondiale. Lo scopo non è la guerra, ma l’equilibrio tra potenze basato sulla dissuasione: se attacchi pagherai un prezzo che non puoi sostenere.
Poi c’è un secondo scopo: i regimi autoritari sono instabili perché, diversamente dalle democrazie, i cambi nel potere interno tendono a essere conflittuali. Se in tali cambi emergesse una leadership troppo aggressiva, bisognerebbe avere dei sistemi di superdifesa, possibili solo aumentando la collaborazione tra più democrazie. E c’è anche un terzo scopo collegato al secondo: nel caso - non improbabile - di un crollo di un regime autoritario bisognerà sia intervenire finanziariamente per risollevare la nazione implicata, sia essere pronti a correggere eventuali degenerazioni aggressive nella stessa. In sintesi, lo scenario a 15 anni mostra che l’alleanza delle democrazie dovrà avere i mezzi e il formato geopolitico sufficienti per gestire tutti e tre i problemi detti. Per questo sottolineo la rilevanza dell’incontro tra ministri della Difesa del G7 a Napoli più il nuovo Segretario generale della Nato, Mark Rutte.
Ma c’è un secondo evento importante nell’ambito del primo: l’incontro trilaterale tra Giappone, Italia e Regno Unito per dettagliare di più l’accordo finalizzato alla costruzione congiunta del Gcap, una piattaforma aerea di sesta generazione capace di gestire uno sciame di droni ed eventualmente essere robotizzata essa stessa, con capacità di raggio globale. Sarebbe un sistema di superiorità, stimando oggi i requisiti del 2035, quando tale oggetto potrebbe essere in linea.
Ma interessa un altro punto che ritengo chiave. Poiché la spesa militare per la superiorità, anche se divisa tra nazioni, è notevole, bisogna capire se tale costo possa essere bilanciato dall’innovazione così prodotta e scaricata pur a livelli degradati nel mercato civile, dandogli impulso di crescita. L’analisi dell’impatto sul civile della spesa militare statunitense durante la Guerra fredda e negli anni recenti mostra un impatto positivo enorme, pur differito nel tempo. Mi sembra una buona base per migliorare la relazione produttiva tra economia militare e civile.
www.carlopelanda.com
Il G7 della Difesa: «Sostegno a Kiev, cessate il fuoco immediato a Gaza»
Dalla crisi ucraina a quella mediorientale, passando per l’Africa e il quadrante indo-pacifico. È un summit del G7 a tutto campo quello avviato ieri a Napoli: il primo dedicato ai ministri della Difesa. «La nostra presenza manda un messaggio forte e robusto a chi cerca di ostacolare i nostri sistemi democratici. Il legame è solido e si basa su valori comuni di libertà e fiducia incondizionata nel diritto internazionale», ha dichiarato Guido Crosetto, mostrando anche un cornetto rosso scaramentico. «Le aggressioni brutali della Russia in Ucraina e la situazione critica in Medio Oriente, combinati con l’instabilità dell’Africa subsahariana e le tensioni nell’Indo-Pacifico, mettono in luce un quadro di sicurezza deteriorato, con prospettive per il futuro non positive», ha aggiunto. «Anche se potrebbe sembrare che questi conflitti siano geograficamente distanti, sono collegati a noi con dinamiche profonde. Riconosciamo una matrice comune, ossia uno scontro tra due visioni del mondo», ha proseguito. «Questa instabilità pervasiva globale ha conseguenze dirette sui nostri interessi». Riferendosi specificamente al Medio Oriente, Crosetto ha anche chiesto un «cessate il fuoco immediato con il rilascio di tutti gli ostaggi», invocando poi «una de-escalation lungo la linea blu» in Libano. Il nostro ministro della Difesa ha inoltre avuto un bilaterale con l’omologo britannico, John Healey: un colloquio definito «prezioso». «Il Gcap sarà uno stimolo ulteriore per far crescere la cooperazione industriale anche in altri settori a elevato contenuto tecnologico», ha aggiunto, riferendosi al progetto sui caccia di nuova generazione che Italia e Gran Bretagna stanno sviluppando con il Giappone. Crosetto si è incontrato anche con l’omologo ucraino, Rustem Umerov, auspicando una «pace giusta» e invocando la difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Il nostro ministro della Difesa ha avuto un faccia a faccia anche con Lloyd Austin. «L’Italia è un alleato chiave nella Difesa degli Usa ed è stato bello ringraziare il ministro Crosetto per aver ospitato quasi 30.000 membri del personale militare degli Usa in Italia», ha twittato il capo del Pentagono dopo il meeting. Presenti al summit anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale si è concentrato sulla crisi mediorientale: «Forse la missione Unifil dovrebbe essere rivista, ma prima di tutto il cessate il fuoco». «Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar una nuova prospettiva si è aperta e la dobbiamo utilizzare in modo da arrivare a un cessate il fuoco per il rilascio degli ultimi ostaggi e cercare una prospettiva politica. Dobbiamo ricostruire la sovranità del Libano», ha continuato, precisando tuttavia che l’ultima parola sull’Unifil spetterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel comunicato finale del vertice, il G7 ha confermato il proprio sostegno all’Ucraina e a Israele, chiedendo inoltre all’Iran di ritirare il suo supporto a Hezbollah, Hamas e agli Huthi. I ministri hanno anche manifestato il proprio appoggio a Unifil ed espresso delle preoccupazioni per le mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale. Non è mancato infine un focus sull’Africa e un altro sulla necessità di una maggiore collaborazione, in seno al G7, per quanto concerne il comparto della Difesa. «Crediamo che il continente africano e il G7 condividano un grande potenziale di partnership e di obiettivi condivisi», si legge nel documento, che aggiunge: «Riconosciamo sfide interconnesse alla sicurezza e riconosciamo la necessità di rispondere in modo deciso, anche continuando a rafforzare l’industria della difesa, incoraggiando un impegno robusto e una cooperazione industriale con i partner. Accogliamo con favore le iniziative complementari avviate nella Nato e nell’Ue».
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La riunione a Napoli dei ministri delle principali democrazie indica una convergenza dell’Alleanza. Dato che il blocco dei regimi autoritari è sempre più pericoloso. E punta tutto sulla mancanza di consenso popolare sugli investimenti in armi nei nostri Paesi.Soddisfatto Guido Crosetto che vede l’omologo ucraino, quello inglese e il capo del Pentagono. Lo speciale contiene due articoli.La riunione dei ministri della Difesa del G7 a Napoli ha un significato particolare: è la prima del genere in questa organizzazione, merito della presidenza italiana. E fa ipotizzare una tendenza alla convergenza tra alleanze militari compatibili dell’Atlantico (Nato) e del Pacifico, per altro segnalata da eventi multipli recenti. Pertanto ritengo si debba dare più attenzione al processo di costruzione di un’alleanza militare globale delle democrazie, chiarendone i motivi. Nel mondo si è formato nuovamente un bipolarismo conflittuale, come nella prima Guerra fredda, dove si confrontano l’alleanza dei regimi autoritari (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) e quella delle democrazie. La prima è molto aggressiva e ha una spesa militare crescente. Sul piano tecnologico - sistemi di superiorità - alcuni analisti valutano che il blocco autoritario sia ancora inferiore. Ma ci sono dubbi crescenti da parte di altri specialisti, soprattutto, al riguardo della Cina. Tali dubbi, in verità, erano presenti anche nell’Ufficio scenari (Net Assessment) del Pentagono quando a metà degli anni Novanta ci fu un incontro tra Difesa italiana, guidata dal generale Giuseppe Cucchi, a cui fui invitato in qualità di ricercatore in scenaristica strategica (ed economica), e quell’ufficio statunitense che stava raffinando uno scenario mirato a capire quali sistemi avrebbero assicurato la superiorità futura, con lo scopo di istruire la domanda della Difesa all’industria. Lo scenario statunitense concluse che nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto la capacità di poter sfidare l’America, in particolare per il dominio sul Pacifico. Per inciso, sostenni che Pechino, per poter dominare il Pacifico, si sarebbe espansa globalmente, trovando consenso sul punto. Che ora è cronaca. La Russia è più arretrata, ma in alcuni settori è molto evoluta, quindi da non sottovalutare. L’Iran e la Corea del Nord ricevono tecnologia da Cina e Russia. In sintesi, il blocco autoritario guidato dalla Cina è forte e, qualora lo fosse di meno, la sua spesa militare combinata con le capacità tecnologiche - in buona parte ricavate da spionaggio industriale - sta sviluppando rapidamente sistemi competitivi. Inseriamo anche un dato di sensazione, però corroborato da tanti indizi: Pechino favorisce una varietà di conflitti con lo scopo di erodere la capacità militare statunitense impegnandola su fronti molteplici. Come? Più fronti caldi implicano aumentare le spese operative dell’avversario a scapito di quella per investimento tecnologico nonché costringere l’America a prendere atto che non può presidiare tutti i fronti, costringendola a chiedere maggiori contributi ai suoi alleati, che però non hanno il consenso per farlo. L’ufficio strategico di Pechino ha capito che la maggiore debolezza dell’alleanza amerocentrica è costituita dal fatto che le democrazie sono de-bellicizzate, cioè che non c’è consenso per investimenti di sicurezza e deterrenza sufficienti. Quindi, più che misurare di quanti anni tecnologia il G7 e dintorni siano avanti al blocco autoritario, il punto è diffondere una cultura del realismo nell’alleanza delle democrazie per produrre il giusto investimento dissuasivo nei confronti del blocco avversario. Perché se Pechino o Mosca percepiscono debolezze nel blocco democratico aumenteranno la loro aggressività. Pertanto rafforzare il blocco delle democrazie è un passo necessario nel nuovo contesto mondiale. Lo scopo non è la guerra, ma l’equilibrio tra potenze basato sulla dissuasione: se attacchi pagherai un prezzo che non puoi sostenere. Poi c’è un secondo scopo: i regimi autoritari sono instabili perché, diversamente dalle democrazie, i cambi nel potere interno tendono a essere conflittuali. Se in tali cambi emergesse una leadership troppo aggressiva, bisognerebbe avere dei sistemi di superdifesa, possibili solo aumentando la collaborazione tra più democrazie. E c’è anche un terzo scopo collegato al secondo: nel caso - non improbabile - di un crollo di un regime autoritario bisognerà sia intervenire finanziariamente per risollevare la nazione implicata, sia essere pronti a correggere eventuali degenerazioni aggressive nella stessa. In sintesi, lo scenario a 15 anni mostra che l’alleanza delle democrazie dovrà avere i mezzi e il formato geopolitico sufficienti per gestire tutti e tre i problemi detti. Per questo sottolineo la rilevanza dell’incontro tra ministri della Difesa del G7 a Napoli più il nuovo Segretario generale della Nato, Mark Rutte.Ma c’è un secondo evento importante nell’ambito del primo: l’incontro trilaterale tra Giappone, Italia e Regno Unito per dettagliare di più l’accordo finalizzato alla costruzione congiunta del Gcap, una piattaforma aerea di sesta generazione capace di gestire uno sciame di droni ed eventualmente essere robotizzata essa stessa, con capacità di raggio globale. Sarebbe un sistema di superiorità, stimando oggi i requisiti del 2035, quando tale oggetto potrebbe essere in linea. Ma interessa un altro punto che ritengo chiave. Poiché la spesa militare per la superiorità, anche se divisa tra nazioni, è notevole, bisogna capire se tale costo possa essere bilanciato dall’innovazione così prodotta e scaricata pur a livelli degradati nel mercato civile, dandogli impulso di crescita. L’analisi dell’impatto sul civile della spesa militare statunitense durante la Guerra fredda e negli anni recenti mostra un impatto positivo enorme, pur differito nel tempo. Mi sembra una buona base per migliorare la relazione produttiva tra economia militare e civile. www.carlopelanda.com<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/loccidente-deve-vincere-derby-tecnologico-2669445549.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-g7-della-difesa-sostegno-a-kiev-cessate-il-fuoco-immediato-a-gaza" data-post-id="2669445549" data-published-at="1729417541" data-use-pagination="False"> Il G7 della Difesa: «Sostegno a Kiev, cessate il fuoco immediato a Gaza» Dalla crisi ucraina a quella mediorientale, passando per l’Africa e il quadrante indo-pacifico. È un summit del G7 a tutto campo quello avviato ieri a Napoli: il primo dedicato ai ministri della Difesa. «La nostra presenza manda un messaggio forte e robusto a chi cerca di ostacolare i nostri sistemi democratici. Il legame è solido e si basa su valori comuni di libertà e fiducia incondizionata nel diritto internazionale», ha dichiarato Guido Crosetto, mostrando anche un cornetto rosso scaramentico. «Le aggressioni brutali della Russia in Ucraina e la situazione critica in Medio Oriente, combinati con l’instabilità dell’Africa subsahariana e le tensioni nell’Indo-Pacifico, mettono in luce un quadro di sicurezza deteriorato, con prospettive per il futuro non positive», ha aggiunto. «Anche se potrebbe sembrare che questi conflitti siano geograficamente distanti, sono collegati a noi con dinamiche profonde. Riconosciamo una matrice comune, ossia uno scontro tra due visioni del mondo», ha proseguito. «Questa instabilità pervasiva globale ha conseguenze dirette sui nostri interessi». Riferendosi specificamente al Medio Oriente, Crosetto ha anche chiesto un «cessate il fuoco immediato con il rilascio di tutti gli ostaggi», invocando poi «una de-escalation lungo la linea blu» in Libano. Il nostro ministro della Difesa ha inoltre avuto un bilaterale con l’omologo britannico, John Healey: un colloquio definito «prezioso». «Il Gcap sarà uno stimolo ulteriore per far crescere la cooperazione industriale anche in altri settori a elevato contenuto tecnologico», ha aggiunto, riferendosi al progetto sui caccia di nuova generazione che Italia e Gran Bretagna stanno sviluppando con il Giappone. Crosetto si è incontrato anche con l’omologo ucraino, Rustem Umerov, auspicando una «pace giusta» e invocando la difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Il nostro ministro della Difesa ha avuto un faccia a faccia anche con Lloyd Austin. «L’Italia è un alleato chiave nella Difesa degli Usa ed è stato bello ringraziare il ministro Crosetto per aver ospitato quasi 30.000 membri del personale militare degli Usa in Italia», ha twittato il capo del Pentagono dopo il meeting. Presenti al summit anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale si è concentrato sulla crisi mediorientale: «Forse la missione Unifil dovrebbe essere rivista, ma prima di tutto il cessate il fuoco». «Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar una nuova prospettiva si è aperta e la dobbiamo utilizzare in modo da arrivare a un cessate il fuoco per il rilascio degli ultimi ostaggi e cercare una prospettiva politica. Dobbiamo ricostruire la sovranità del Libano», ha continuato, precisando tuttavia che l’ultima parola sull’Unifil spetterà al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel comunicato finale del vertice, il G7 ha confermato il proprio sostegno all’Ucraina e a Israele, chiedendo inoltre all’Iran di ritirare il suo supporto a Hezbollah, Hamas e agli Huthi. I ministri hanno anche manifestato il proprio appoggio a Unifil ed espresso delle preoccupazioni per le mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale. Non è mancato infine un focus sull’Africa e un altro sulla necessità di una maggiore collaborazione, in seno al G7, per quanto concerne il comparto della Difesa. «Crediamo che il continente africano e il G7 condividano un grande potenziale di partnership e di obiettivi condivisi», si legge nel documento, che aggiunge: «Riconosciamo sfide interconnesse alla sicurezza e riconosciamo la necessità di rispondere in modo deciso, anche continuando a rafforzare l’industria della difesa, incoraggiando un impegno robusto e una cooperazione industriale con i partner. Accogliamo con favore le iniziative complementari avviate nella Nato e nell’Ue».
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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