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2021-10-10
L’obbligo di card è insostenibile: necessari tre milioni di tamponi al giorno
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Da navigato banchiere centrale qual è, prima in Banca d'Italia e poi in Bce, Mario Draghi conosce perfettamente la potenza delle parole. Un po' meno l'arte di scegliere i giusti collaboratori cui delegare compiti importanti. Ma andiamo con ordine. Pronunciare le parole giuste al momento giusto consente al banchiere centrale di guidare fin da subito le aspettative degli investitori e la struttura dei tassi di interesse. Senza di fatto fare niente altro se non rispettare la parola data, pena la perdita di futura credibilità. Si chiama in gergo «forward guidance». L'esempio più abusato è il famoso «whatever it takes» con cui Mario Draghi nel 2012 annunciava urbi et orbi che la Bce avrebbe fatto qualunque cosa fosse necessaria pur di salvare l'euro. Che tradotto per i non addetti ai lavori significava che le rotative di Francoforte avrebbero sfornato euro freschi di stampa come non vi fosse un domani per acquistare Btp pur di far aumentare il prezzo e facendo scendere rendimenti e spread. Il tasso, pari al 6% in quel momento è iniziato vertiginosamente a scendere fino ad arrivare al 3% a metà 2014. Senza che ancora Draghi avesse acceso nessuna rotativa. Da quel momento ha tenuto fede al suo impegno stampando denaro dal nulla ed il resto è storia nota. Oggi il rendimento a dieci anni dei Btp non arriva all'1%. Con la storia del green pass, il governo ha provato a realizzare un piano analogo commettendo però due errori ora visibili da tutti. A metà luglio probabilmente si fa strada tra alcuni ministri la convinzione che non vi fossero abbastanza italiani vaccinati, sebbene la campagna del generale Figliuolo stesse andando a gonfie vele. E comunque potesse vantare traguardi assolutamente in linea con quelli raggiunti da Regno Unito e Israele, i due Paesi al mondo che avevano vaccinato prima e di più rispetto a qualunque altro. Già allora ben oltre il 60% del totale della popolazione aveva ricevuto almeno una dose. Quasi il 70% di tutta la popolazione vaccinabile, escludendo i bambini.
Draghi tira fuori dal cilindro il coniglio del green pass, di marca francese, che nella narrazione giornalistica corrente veniva rappresentato come un'invenzione poco più rilevante della ruota o una scoperta poco meno importante del fuoco. Vengono quindi approvati in meno di due mesi ben tre provvedimenti volti a rendere obbligatorio l'utilizzo del lasciapassare elettronico, prima per sedersi al ristorante, poi per salire su un treno a lunga percorrenza, infine, per fare qualsiasi tipo di lavoro. Pena la perdita dello stipendio. Con malcelato e compiaciuto sadismo, il ministro Renato Brunetta si rallegrava in pubblico del fatto che il green pass fosse di fatto un obbligo alla vaccinazione, ridacchiando pure sulla dolorosa invasività del tampone unita al suo costo monetario. Se sia stato Brunetta a suggerire l'invenzione di un utilizzo così esteso del green pass non è dato sapere. Ciò che è certo è che il governo sembra aver compiuto a un certo punto un errore tattico imperdonabile, dal suo stesso punto di vista.
Il premier è parso lasciare volutamente al ministro Brunetta l'incarico di spiegare in conferenza stampa le tecnicalità del super green pass. E mancando all'azzurro l'esperienza del banchiere centrale, non sta nella pelle e svela subito il «trucco», a differenza di quanto fatto dal suo presidente del Consiglio in altra veste nove anni fa col «whatever it takes». Il decreto-legge si presentava in effetti già a dir poco bislacco nella sua struttura di massima. Approvato in via d'urgenza il 16 settembre, pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo ma soprattutto con effetti che decorrevano dal 15 ottobre. Perché approvare in via d'urgenza attraverso un decreto una legge che sarebbe effettivamente entrata in vigore un mese dopo? Brunetta lo dice chiaro e tondo. «Speriamo nell'effetto annuncio», sono state le sue parole.
Spiegando apertis verbis che con questo provvedimento si intendeva appunto «accelerare la dinamica fisiologica delle vaccinazioni» dando tempo e modo ai riluttanti di farsi vaccinare proprio contando sull'effetto annuncio. All'anima della «spinta gentile alla vaccinazione», verrebbe da dire. Il resto è storia nota di queste ore. Da allora il numero delle vaccinazioni in prima dose è inesorabilmente crollato come mostrano tutti i grafici. Ma non è finita qui. La parte più avvincente della storia deve ancora arrivare. Incrociando i dati dell'Iss con le informazioni comunicate dalla struttura commissariale del generale Figliuolo, si apprende che sono ancora più di 8,3 milioni gli italiani compresi fra i 10 e 69 anni non ancora vaccinati. Che tu sia un adolescente di 14 anni, uno studente di 22 o un operaio di 43 anni, serviranno fino a tre tamponi settimanali. Per andare a basket, per frequentare il corso di diritto pubblico all'università o per andare in ufficio. Immaginando che solo sette di questi 8,3 milioni di non vaccinati decidano di tamponarsi con continuità, stiamo parlando di 21 milioni di tamponi a settimana. Tre milioni al giorno. Dieci volte tanto e in più rispetto a quanto l'Italia fa già oggi. Ce n'è abbastanza per far collassare l'intero sistema. In poco più di un mese l'Italia dovrebbe fare l'equivalente dei tamponi somministrati in 19 mesi di pandemia. Il whatever it takes vaccinale di Speranza e Brunetta si è dimostrato un fallimento rispetto alle finalità dichiarate forse un po' troppo ottimisticamente. Adesso si può solo cercare di impedire che, oltre a non dare benefici, faccia anche danni.
Lattoferrina efficace contro il Covid. Guarigione più rapida senza ricoveri
Il ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, e l'Agenzia italiana del farmaco, dopo aver strenuamente difeso la validità contro il Covid di tachipirina e vigile attesa, sono costretti a riconoscere l'esistenza di altri farmaci. Dopo che uno studio del Journal of Medical Virology «ha demolito la vigile attesa con paracetamolo», cioè il protocollo consigliato per affrontare i sintomi lievi del Covid, che ha aggravato molti casi, arrivano altre cure considerate finora «indicibili». La rivista scientifica Journal of Clinical Medicine ha pubblicato a settembre i risultati di un recente studio clinico italiano che dimostra gli effetti benefici della lattoferrina, una proteina naturale multifunzionale, contro il virus. Lo studio giunge dopo due pubblicazioni internazionali apparse a giugno e ad agosto riguardanti l'efficacia della lattoferrina in vitro nell'inibire l'infezione da Covid-19. Già lo scorso aprile, infatti, gli esperti avevano evidenziato come la lattoferrina fosse in grado di accrescere le difese immunitarie dell'organismo e di svolgere anche un'azione antivirale. Utilizzando lattoferrina in capsule, da sola in pazienti asintomatici, o in associazione con altri farmaci in pazienti paucisintomatici o moderatamente sintomatici, diventa un efficace trattamento privo di effetti avversi nella gestione dell'infezione da Sars-CoV-2.
«Al di là dell'indiscutibile efficacia dei vaccini anti Sars-CoV-2, la grande diffusione dell'infezione associata a questo coronavirus richiede anche la disponibilità di agenti antivirali. La lattoferrina è nota possedere un'attività antivirale. Infatti, quando è in contatto con il virus impedisce il suo ingresso all'interno della cellula e dunque la sua replicazione. La lattoferrina, inoltre, svolge una potente attività anti-infiammatoria ed anti-trombotica, funzioni essenziali nel trattamento del Covid-19» ha spiegato Piera Valenti, professoressa ordinaria di Microbiologia della Sapienza di Roma e membro del Comitato internazionale di Esperti sulla lattoferrina. Il primo dato rilevante, dopo la tempestiva somministrazione orale, riguarda il tempo necessario per ottenere la negativizzazione del tampone molecolare negli 82 pazienti trattati con lattoferrina, tempo che è stato nettamente inferiore rispetto a quello osservato nei 39 pazienti non trattati (15 anziché 24 giorni). Inoltre, nessuno dei pazienti trattati con lattoferrina è stato ospedalizzato. Non è più dunque una cura indicibile quella a base di lattoferrina, così come non lo è più l'uso dell'anakinra, a carico del Ssn soltanto da fine settembre. Si tratta di un farmaco il cui impiego precoce e mirato ha ridotto la mortalità e i ricoveri in terapia intensiva, aumentando la guarigione completa nei pazienti Covid-19 ricoverati per polmonite a rischio di progressione verso insufficienza respiratoria quindi con prognosi sfavorevole come dimostrato da uno studio condotto in 37 ospedali (di cui 8 italiani coordinati dall'Istituto Spallanzani di Roma, gli altri in Grecia) e ha coinvolto in totale 594 pazienti. Un po' come accaduto per i monoclonali, prima bistrattati e ora finalmente riconosciuti utili nella terapia anti Covid. La Commissione Ue ha firmato infatti un contratto quadro di appalto congiunto, per l'acquisto di un massimo di 220.000 trattamenti, con l'azienda farmaceutica Eli Lilly per la fornitura di anticorpi monoclonali, una delle cinque terapie annunciate a giugno. L'azienda produttrice americana ha dimostrato che somministrando il mix di anticorpi monoclonali calerebbe dell'87% il rischio di ricovero e morte a causa del coronavirus.
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Sono oltre 8,3 milioni i non vaccinati. Se anche solo 7 di questi facessero i test ogni 48 ore, l'intero sistema andrebbe in tilt.Lo studio: i pazienti sottoposti alla terapia si sono negativizzati in 15 giorni anziché 24.Lo speciale contiene due articoli.Da navigato banchiere centrale qual è, prima in Banca d'Italia e poi in Bce, Mario Draghi conosce perfettamente la potenza delle parole. Un po' meno l'arte di scegliere i giusti collaboratori cui delegare compiti importanti. Ma andiamo con ordine. Pronunciare le parole giuste al momento giusto consente al banchiere centrale di guidare fin da subito le aspettative degli investitori e la struttura dei tassi di interesse. Senza di fatto fare niente altro se non rispettare la parola data, pena la perdita di futura credibilità. Si chiama in gergo «forward guidance». L'esempio più abusato è il famoso «whatever it takes» con cui Mario Draghi nel 2012 annunciava urbi et orbi che la Bce avrebbe fatto qualunque cosa fosse necessaria pur di salvare l'euro. Che tradotto per i non addetti ai lavori significava che le rotative di Francoforte avrebbero sfornato euro freschi di stampa come non vi fosse un domani per acquistare Btp pur di far aumentare il prezzo e facendo scendere rendimenti e spread. Il tasso, pari al 6% in quel momento è iniziato vertiginosamente a scendere fino ad arrivare al 3% a metà 2014. Senza che ancora Draghi avesse acceso nessuna rotativa. Da quel momento ha tenuto fede al suo impegno stampando denaro dal nulla ed il resto è storia nota. Oggi il rendimento a dieci anni dei Btp non arriva all'1%. Con la storia del green pass, il governo ha provato a realizzare un piano analogo commettendo però due errori ora visibili da tutti. A metà luglio probabilmente si fa strada tra alcuni ministri la convinzione che non vi fossero abbastanza italiani vaccinati, sebbene la campagna del generale Figliuolo stesse andando a gonfie vele. E comunque potesse vantare traguardi assolutamente in linea con quelli raggiunti da Regno Unito e Israele, i due Paesi al mondo che avevano vaccinato prima e di più rispetto a qualunque altro. Già allora ben oltre il 60% del totale della popolazione aveva ricevuto almeno una dose. Quasi il 70% di tutta la popolazione vaccinabile, escludendo i bambini. Draghi tira fuori dal cilindro il coniglio del green pass, di marca francese, che nella narrazione giornalistica corrente veniva rappresentato come un'invenzione poco più rilevante della ruota o una scoperta poco meno importante del fuoco. Vengono quindi approvati in meno di due mesi ben tre provvedimenti volti a rendere obbligatorio l'utilizzo del lasciapassare elettronico, prima per sedersi al ristorante, poi per salire su un treno a lunga percorrenza, infine, per fare qualsiasi tipo di lavoro. Pena la perdita dello stipendio. Con malcelato e compiaciuto sadismo, il ministro Renato Brunetta si rallegrava in pubblico del fatto che il green pass fosse di fatto un obbligo alla vaccinazione, ridacchiando pure sulla dolorosa invasività del tampone unita al suo costo monetario. Se sia stato Brunetta a suggerire l'invenzione di un utilizzo così esteso del green pass non è dato sapere. Ciò che è certo è che il governo sembra aver compiuto a un certo punto un errore tattico imperdonabile, dal suo stesso punto di vista. Il premier è parso lasciare volutamente al ministro Brunetta l'incarico di spiegare in conferenza stampa le tecnicalità del super green pass. E mancando all'azzurro l'esperienza del banchiere centrale, non sta nella pelle e svela subito il «trucco», a differenza di quanto fatto dal suo presidente del Consiglio in altra veste nove anni fa col «whatever it takes». Il decreto-legge si presentava in effetti già a dir poco bislacco nella sua struttura di massima. Approvato in via d'urgenza il 16 settembre, pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo ma soprattutto con effetti che decorrevano dal 15 ottobre. Perché approvare in via d'urgenza attraverso un decreto una legge che sarebbe effettivamente entrata in vigore un mese dopo? Brunetta lo dice chiaro e tondo. «Speriamo nell'effetto annuncio», sono state le sue parole. Spiegando apertis verbis che con questo provvedimento si intendeva appunto «accelerare la dinamica fisiologica delle vaccinazioni» dando tempo e modo ai riluttanti di farsi vaccinare proprio contando sull'effetto annuncio. All'anima della «spinta gentile alla vaccinazione», verrebbe da dire. Il resto è storia nota di queste ore. Da allora il numero delle vaccinazioni in prima dose è inesorabilmente crollato come mostrano tutti i grafici. Ma non è finita qui. La parte più avvincente della storia deve ancora arrivare. Incrociando i dati dell'Iss con le informazioni comunicate dalla struttura commissariale del generale Figliuolo, si apprende che sono ancora più di 8,3 milioni gli italiani compresi fra i 10 e 69 anni non ancora vaccinati. Che tu sia un adolescente di 14 anni, uno studente di 22 o un operaio di 43 anni, serviranno fino a tre tamponi settimanali. Per andare a basket, per frequentare il corso di diritto pubblico all'università o per andare in ufficio. Immaginando che solo sette di questi 8,3 milioni di non vaccinati decidano di tamponarsi con continuità, stiamo parlando di 21 milioni di tamponi a settimana. Tre milioni al giorno. Dieci volte tanto e in più rispetto a quanto l'Italia fa già oggi. Ce n'è abbastanza per far collassare l'intero sistema. In poco più di un mese l'Italia dovrebbe fare l'equivalente dei tamponi somministrati in 19 mesi di pandemia. Il whatever it takes vaccinale di Speranza e Brunetta si è dimostrato un fallimento rispetto alle finalità dichiarate forse un po' troppo ottimisticamente. Adesso si può solo cercare di impedire che, oltre a non dare benefici, faccia anche danni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lobbligo-di-card-e-insostenibile-necessari-tre-milioni-di-tamponi-al-giorno-2655263783.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lattoferrina-efficace-contro-il-covid-guarigione-piu-rapida-senza-ricoveri" data-post-id="2655263783" data-published-at="1633807862" data-use-pagination="False"> Lattoferrina efficace contro il Covid. Guarigione più rapida senza ricoveri Il ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, e l'Agenzia italiana del farmaco, dopo aver strenuamente difeso la validità contro il Covid di tachipirina e vigile attesa, sono costretti a riconoscere l'esistenza di altri farmaci. Dopo che uno studio del Journal of Medical Virology «ha demolito la vigile attesa con paracetamolo», cioè il protocollo consigliato per affrontare i sintomi lievi del Covid, che ha aggravato molti casi, arrivano altre cure considerate finora «indicibili». La rivista scientifica Journal of Clinical Medicine ha pubblicato a settembre i risultati di un recente studio clinico italiano che dimostra gli effetti benefici della lattoferrina, una proteina naturale multifunzionale, contro il virus. Lo studio giunge dopo due pubblicazioni internazionali apparse a giugno e ad agosto riguardanti l'efficacia della lattoferrina in vitro nell'inibire l'infezione da Covid-19. Già lo scorso aprile, infatti, gli esperti avevano evidenziato come la lattoferrina fosse in grado di accrescere le difese immunitarie dell'organismo e di svolgere anche un'azione antivirale. Utilizzando lattoferrina in capsule, da sola in pazienti asintomatici, o in associazione con altri farmaci in pazienti paucisintomatici o moderatamente sintomatici, diventa un efficace trattamento privo di effetti avversi nella gestione dell'infezione da Sars-CoV-2. «Al di là dell'indiscutibile efficacia dei vaccini anti Sars-CoV-2, la grande diffusione dell'infezione associata a questo coronavirus richiede anche la disponibilità di agenti antivirali. La lattoferrina è nota possedere un'attività antivirale. Infatti, quando è in contatto con il virus impedisce il suo ingresso all'interno della cellula e dunque la sua replicazione. La lattoferrina, inoltre, svolge una potente attività anti-infiammatoria ed anti-trombotica, funzioni essenziali nel trattamento del Covid-19» ha spiegato Piera Valenti, professoressa ordinaria di Microbiologia della Sapienza di Roma e membro del Comitato internazionale di Esperti sulla lattoferrina. Il primo dato rilevante, dopo la tempestiva somministrazione orale, riguarda il tempo necessario per ottenere la negativizzazione del tampone molecolare negli 82 pazienti trattati con lattoferrina, tempo che è stato nettamente inferiore rispetto a quello osservato nei 39 pazienti non trattati (15 anziché 24 giorni). Inoltre, nessuno dei pazienti trattati con lattoferrina è stato ospedalizzato. Non è più dunque una cura indicibile quella a base di lattoferrina, così come non lo è più l'uso dell'anakinra, a carico del Ssn soltanto da fine settembre. Si tratta di un farmaco il cui impiego precoce e mirato ha ridotto la mortalità e i ricoveri in terapia intensiva, aumentando la guarigione completa nei pazienti Covid-19 ricoverati per polmonite a rischio di progressione verso insufficienza respiratoria quindi con prognosi sfavorevole come dimostrato da uno studio condotto in 37 ospedali (di cui 8 italiani coordinati dall'Istituto Spallanzani di Roma, gli altri in Grecia) e ha coinvolto in totale 594 pazienti. Un po' come accaduto per i monoclonali, prima bistrattati e ora finalmente riconosciuti utili nella terapia anti Covid. La Commissione Ue ha firmato infatti un contratto quadro di appalto congiunto, per l'acquisto di un massimo di 220.000 trattamenti, con l'azienda farmaceutica Eli Lilly per la fornitura di anticorpi monoclonali, una delle cinque terapie annunciate a giugno. L'azienda produttrice americana ha dimostrato che somministrando il mix di anticorpi monoclonali calerebbe dell'87% il rischio di ricovero e morte a causa del coronavirus.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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