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2021-10-10
L’obbligo di card è insostenibile: necessari tre milioni di tamponi al giorno
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Da navigato banchiere centrale qual è, prima in Banca d'Italia e poi in Bce, Mario Draghi conosce perfettamente la potenza delle parole. Un po' meno l'arte di scegliere i giusti collaboratori cui delegare compiti importanti. Ma andiamo con ordine. Pronunciare le parole giuste al momento giusto consente al banchiere centrale di guidare fin da subito le aspettative degli investitori e la struttura dei tassi di interesse. Senza di fatto fare niente altro se non rispettare la parola data, pena la perdita di futura credibilità. Si chiama in gergo «forward guidance». L'esempio più abusato è il famoso «whatever it takes» con cui Mario Draghi nel 2012 annunciava urbi et orbi che la Bce avrebbe fatto qualunque cosa fosse necessaria pur di salvare l'euro. Che tradotto per i non addetti ai lavori significava che le rotative di Francoforte avrebbero sfornato euro freschi di stampa come non vi fosse un domani per acquistare Btp pur di far aumentare il prezzo e facendo scendere rendimenti e spread. Il tasso, pari al 6% in quel momento è iniziato vertiginosamente a scendere fino ad arrivare al 3% a metà 2014. Senza che ancora Draghi avesse acceso nessuna rotativa. Da quel momento ha tenuto fede al suo impegno stampando denaro dal nulla ed il resto è storia nota. Oggi il rendimento a dieci anni dei Btp non arriva all'1%. Con la storia del green pass, il governo ha provato a realizzare un piano analogo commettendo però due errori ora visibili da tutti. A metà luglio probabilmente si fa strada tra alcuni ministri la convinzione che non vi fossero abbastanza italiani vaccinati, sebbene la campagna del generale Figliuolo stesse andando a gonfie vele. E comunque potesse vantare traguardi assolutamente in linea con quelli raggiunti da Regno Unito e Israele, i due Paesi al mondo che avevano vaccinato prima e di più rispetto a qualunque altro. Già allora ben oltre il 60% del totale della popolazione aveva ricevuto almeno una dose. Quasi il 70% di tutta la popolazione vaccinabile, escludendo i bambini.
Draghi tira fuori dal cilindro il coniglio del green pass, di marca francese, che nella narrazione giornalistica corrente veniva rappresentato come un'invenzione poco più rilevante della ruota o una scoperta poco meno importante del fuoco. Vengono quindi approvati in meno di due mesi ben tre provvedimenti volti a rendere obbligatorio l'utilizzo del lasciapassare elettronico, prima per sedersi al ristorante, poi per salire su un treno a lunga percorrenza, infine, per fare qualsiasi tipo di lavoro. Pena la perdita dello stipendio. Con malcelato e compiaciuto sadismo, il ministro Renato Brunetta si rallegrava in pubblico del fatto che il green pass fosse di fatto un obbligo alla vaccinazione, ridacchiando pure sulla dolorosa invasività del tampone unita al suo costo monetario. Se sia stato Brunetta a suggerire l'invenzione di un utilizzo così esteso del green pass non è dato sapere. Ciò che è certo è che il governo sembra aver compiuto a un certo punto un errore tattico imperdonabile, dal suo stesso punto di vista.
Il premier è parso lasciare volutamente al ministro Brunetta l'incarico di spiegare in conferenza stampa le tecnicalità del super green pass. E mancando all'azzurro l'esperienza del banchiere centrale, non sta nella pelle e svela subito il «trucco», a differenza di quanto fatto dal suo presidente del Consiglio in altra veste nove anni fa col «whatever it takes». Il decreto-legge si presentava in effetti già a dir poco bislacco nella sua struttura di massima. Approvato in via d'urgenza il 16 settembre, pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo ma soprattutto con effetti che decorrevano dal 15 ottobre. Perché approvare in via d'urgenza attraverso un decreto una legge che sarebbe effettivamente entrata in vigore un mese dopo? Brunetta lo dice chiaro e tondo. «Speriamo nell'effetto annuncio», sono state le sue parole.
Spiegando apertis verbis che con questo provvedimento si intendeva appunto «accelerare la dinamica fisiologica delle vaccinazioni» dando tempo e modo ai riluttanti di farsi vaccinare proprio contando sull'effetto annuncio. All'anima della «spinta gentile alla vaccinazione», verrebbe da dire. Il resto è storia nota di queste ore. Da allora il numero delle vaccinazioni in prima dose è inesorabilmente crollato come mostrano tutti i grafici. Ma non è finita qui. La parte più avvincente della storia deve ancora arrivare. Incrociando i dati dell'Iss con le informazioni comunicate dalla struttura commissariale del generale Figliuolo, si apprende che sono ancora più di 8,3 milioni gli italiani compresi fra i 10 e 69 anni non ancora vaccinati. Che tu sia un adolescente di 14 anni, uno studente di 22 o un operaio di 43 anni, serviranno fino a tre tamponi settimanali. Per andare a basket, per frequentare il corso di diritto pubblico all'università o per andare in ufficio. Immaginando che solo sette di questi 8,3 milioni di non vaccinati decidano di tamponarsi con continuità, stiamo parlando di 21 milioni di tamponi a settimana. Tre milioni al giorno. Dieci volte tanto e in più rispetto a quanto l'Italia fa già oggi. Ce n'è abbastanza per far collassare l'intero sistema. In poco più di un mese l'Italia dovrebbe fare l'equivalente dei tamponi somministrati in 19 mesi di pandemia. Il whatever it takes vaccinale di Speranza e Brunetta si è dimostrato un fallimento rispetto alle finalità dichiarate forse un po' troppo ottimisticamente. Adesso si può solo cercare di impedire che, oltre a non dare benefici, faccia anche danni.
Lattoferrina efficace contro il Covid. Guarigione più rapida senza ricoveri
Il ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, e l'Agenzia italiana del farmaco, dopo aver strenuamente difeso la validità contro il Covid di tachipirina e vigile attesa, sono costretti a riconoscere l'esistenza di altri farmaci. Dopo che uno studio del Journal of Medical Virology «ha demolito la vigile attesa con paracetamolo», cioè il protocollo consigliato per affrontare i sintomi lievi del Covid, che ha aggravato molti casi, arrivano altre cure considerate finora «indicibili». La rivista scientifica Journal of Clinical Medicine ha pubblicato a settembre i risultati di un recente studio clinico italiano che dimostra gli effetti benefici della lattoferrina, una proteina naturale multifunzionale, contro il virus. Lo studio giunge dopo due pubblicazioni internazionali apparse a giugno e ad agosto riguardanti l'efficacia della lattoferrina in vitro nell'inibire l'infezione da Covid-19. Già lo scorso aprile, infatti, gli esperti avevano evidenziato come la lattoferrina fosse in grado di accrescere le difese immunitarie dell'organismo e di svolgere anche un'azione antivirale. Utilizzando lattoferrina in capsule, da sola in pazienti asintomatici, o in associazione con altri farmaci in pazienti paucisintomatici o moderatamente sintomatici, diventa un efficace trattamento privo di effetti avversi nella gestione dell'infezione da Sars-CoV-2.
«Al di là dell'indiscutibile efficacia dei vaccini anti Sars-CoV-2, la grande diffusione dell'infezione associata a questo coronavirus richiede anche la disponibilità di agenti antivirali. La lattoferrina è nota possedere un'attività antivirale. Infatti, quando è in contatto con il virus impedisce il suo ingresso all'interno della cellula e dunque la sua replicazione. La lattoferrina, inoltre, svolge una potente attività anti-infiammatoria ed anti-trombotica, funzioni essenziali nel trattamento del Covid-19» ha spiegato Piera Valenti, professoressa ordinaria di Microbiologia della Sapienza di Roma e membro del Comitato internazionale di Esperti sulla lattoferrina. Il primo dato rilevante, dopo la tempestiva somministrazione orale, riguarda il tempo necessario per ottenere la negativizzazione del tampone molecolare negli 82 pazienti trattati con lattoferrina, tempo che è stato nettamente inferiore rispetto a quello osservato nei 39 pazienti non trattati (15 anziché 24 giorni). Inoltre, nessuno dei pazienti trattati con lattoferrina è stato ospedalizzato. Non è più dunque una cura indicibile quella a base di lattoferrina, così come non lo è più l'uso dell'anakinra, a carico del Ssn soltanto da fine settembre. Si tratta di un farmaco il cui impiego precoce e mirato ha ridotto la mortalità e i ricoveri in terapia intensiva, aumentando la guarigione completa nei pazienti Covid-19 ricoverati per polmonite a rischio di progressione verso insufficienza respiratoria quindi con prognosi sfavorevole come dimostrato da uno studio condotto in 37 ospedali (di cui 8 italiani coordinati dall'Istituto Spallanzani di Roma, gli altri in Grecia) e ha coinvolto in totale 594 pazienti. Un po' come accaduto per i monoclonali, prima bistrattati e ora finalmente riconosciuti utili nella terapia anti Covid. La Commissione Ue ha firmato infatti un contratto quadro di appalto congiunto, per l'acquisto di un massimo di 220.000 trattamenti, con l'azienda farmaceutica Eli Lilly per la fornitura di anticorpi monoclonali, una delle cinque terapie annunciate a giugno. L'azienda produttrice americana ha dimostrato che somministrando il mix di anticorpi monoclonali calerebbe dell'87% il rischio di ricovero e morte a causa del coronavirus.
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Sono oltre 8,3 milioni i non vaccinati. Se anche solo 7 di questi facessero i test ogni 48 ore, l'intero sistema andrebbe in tilt.Lo studio: i pazienti sottoposti alla terapia si sono negativizzati in 15 giorni anziché 24.Lo speciale contiene due articoli.Da navigato banchiere centrale qual è, prima in Banca d'Italia e poi in Bce, Mario Draghi conosce perfettamente la potenza delle parole. Un po' meno l'arte di scegliere i giusti collaboratori cui delegare compiti importanti. Ma andiamo con ordine. Pronunciare le parole giuste al momento giusto consente al banchiere centrale di guidare fin da subito le aspettative degli investitori e la struttura dei tassi di interesse. Senza di fatto fare niente altro se non rispettare la parola data, pena la perdita di futura credibilità. Si chiama in gergo «forward guidance». L'esempio più abusato è il famoso «whatever it takes» con cui Mario Draghi nel 2012 annunciava urbi et orbi che la Bce avrebbe fatto qualunque cosa fosse necessaria pur di salvare l'euro. Che tradotto per i non addetti ai lavori significava che le rotative di Francoforte avrebbero sfornato euro freschi di stampa come non vi fosse un domani per acquistare Btp pur di far aumentare il prezzo e facendo scendere rendimenti e spread. Il tasso, pari al 6% in quel momento è iniziato vertiginosamente a scendere fino ad arrivare al 3% a metà 2014. Senza che ancora Draghi avesse acceso nessuna rotativa. Da quel momento ha tenuto fede al suo impegno stampando denaro dal nulla ed il resto è storia nota. Oggi il rendimento a dieci anni dei Btp non arriva all'1%. Con la storia del green pass, il governo ha provato a realizzare un piano analogo commettendo però due errori ora visibili da tutti. A metà luglio probabilmente si fa strada tra alcuni ministri la convinzione che non vi fossero abbastanza italiani vaccinati, sebbene la campagna del generale Figliuolo stesse andando a gonfie vele. E comunque potesse vantare traguardi assolutamente in linea con quelli raggiunti da Regno Unito e Israele, i due Paesi al mondo che avevano vaccinato prima e di più rispetto a qualunque altro. Già allora ben oltre il 60% del totale della popolazione aveva ricevuto almeno una dose. Quasi il 70% di tutta la popolazione vaccinabile, escludendo i bambini. Draghi tira fuori dal cilindro il coniglio del green pass, di marca francese, che nella narrazione giornalistica corrente veniva rappresentato come un'invenzione poco più rilevante della ruota o una scoperta poco meno importante del fuoco. Vengono quindi approvati in meno di due mesi ben tre provvedimenti volti a rendere obbligatorio l'utilizzo del lasciapassare elettronico, prima per sedersi al ristorante, poi per salire su un treno a lunga percorrenza, infine, per fare qualsiasi tipo di lavoro. Pena la perdita dello stipendio. Con malcelato e compiaciuto sadismo, il ministro Renato Brunetta si rallegrava in pubblico del fatto che il green pass fosse di fatto un obbligo alla vaccinazione, ridacchiando pure sulla dolorosa invasività del tampone unita al suo costo monetario. Se sia stato Brunetta a suggerire l'invenzione di un utilizzo così esteso del green pass non è dato sapere. Ciò che è certo è che il governo sembra aver compiuto a un certo punto un errore tattico imperdonabile, dal suo stesso punto di vista. Il premier è parso lasciare volutamente al ministro Brunetta l'incarico di spiegare in conferenza stampa le tecnicalità del super green pass. E mancando all'azzurro l'esperienza del banchiere centrale, non sta nella pelle e svela subito il «trucco», a differenza di quanto fatto dal suo presidente del Consiglio in altra veste nove anni fa col «whatever it takes». Il decreto-legge si presentava in effetti già a dir poco bislacco nella sua struttura di massima. Approvato in via d'urgenza il 16 settembre, pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo ma soprattutto con effetti che decorrevano dal 15 ottobre. Perché approvare in via d'urgenza attraverso un decreto una legge che sarebbe effettivamente entrata in vigore un mese dopo? Brunetta lo dice chiaro e tondo. «Speriamo nell'effetto annuncio», sono state le sue parole. Spiegando apertis verbis che con questo provvedimento si intendeva appunto «accelerare la dinamica fisiologica delle vaccinazioni» dando tempo e modo ai riluttanti di farsi vaccinare proprio contando sull'effetto annuncio. All'anima della «spinta gentile alla vaccinazione», verrebbe da dire. Il resto è storia nota di queste ore. Da allora il numero delle vaccinazioni in prima dose è inesorabilmente crollato come mostrano tutti i grafici. Ma non è finita qui. La parte più avvincente della storia deve ancora arrivare. Incrociando i dati dell'Iss con le informazioni comunicate dalla struttura commissariale del generale Figliuolo, si apprende che sono ancora più di 8,3 milioni gli italiani compresi fra i 10 e 69 anni non ancora vaccinati. Che tu sia un adolescente di 14 anni, uno studente di 22 o un operaio di 43 anni, serviranno fino a tre tamponi settimanali. Per andare a basket, per frequentare il corso di diritto pubblico all'università o per andare in ufficio. Immaginando che solo sette di questi 8,3 milioni di non vaccinati decidano di tamponarsi con continuità, stiamo parlando di 21 milioni di tamponi a settimana. Tre milioni al giorno. Dieci volte tanto e in più rispetto a quanto l'Italia fa già oggi. Ce n'è abbastanza per far collassare l'intero sistema. In poco più di un mese l'Italia dovrebbe fare l'equivalente dei tamponi somministrati in 19 mesi di pandemia. Il whatever it takes vaccinale di Speranza e Brunetta si è dimostrato un fallimento rispetto alle finalità dichiarate forse un po' troppo ottimisticamente. Adesso si può solo cercare di impedire che, oltre a non dare benefici, faccia anche danni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lobbligo-di-card-e-insostenibile-necessari-tre-milioni-di-tamponi-al-giorno-2655263783.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lattoferrina-efficace-contro-il-covid-guarigione-piu-rapida-senza-ricoveri" data-post-id="2655263783" data-published-at="1633807862" data-use-pagination="False"> Lattoferrina efficace contro il Covid. Guarigione più rapida senza ricoveri Il ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, e l'Agenzia italiana del farmaco, dopo aver strenuamente difeso la validità contro il Covid di tachipirina e vigile attesa, sono costretti a riconoscere l'esistenza di altri farmaci. Dopo che uno studio del Journal of Medical Virology «ha demolito la vigile attesa con paracetamolo», cioè il protocollo consigliato per affrontare i sintomi lievi del Covid, che ha aggravato molti casi, arrivano altre cure considerate finora «indicibili». La rivista scientifica Journal of Clinical Medicine ha pubblicato a settembre i risultati di un recente studio clinico italiano che dimostra gli effetti benefici della lattoferrina, una proteina naturale multifunzionale, contro il virus. Lo studio giunge dopo due pubblicazioni internazionali apparse a giugno e ad agosto riguardanti l'efficacia della lattoferrina in vitro nell'inibire l'infezione da Covid-19. Già lo scorso aprile, infatti, gli esperti avevano evidenziato come la lattoferrina fosse in grado di accrescere le difese immunitarie dell'organismo e di svolgere anche un'azione antivirale. Utilizzando lattoferrina in capsule, da sola in pazienti asintomatici, o in associazione con altri farmaci in pazienti paucisintomatici o moderatamente sintomatici, diventa un efficace trattamento privo di effetti avversi nella gestione dell'infezione da Sars-CoV-2. «Al di là dell'indiscutibile efficacia dei vaccini anti Sars-CoV-2, la grande diffusione dell'infezione associata a questo coronavirus richiede anche la disponibilità di agenti antivirali. La lattoferrina è nota possedere un'attività antivirale. Infatti, quando è in contatto con il virus impedisce il suo ingresso all'interno della cellula e dunque la sua replicazione. La lattoferrina, inoltre, svolge una potente attività anti-infiammatoria ed anti-trombotica, funzioni essenziali nel trattamento del Covid-19» ha spiegato Piera Valenti, professoressa ordinaria di Microbiologia della Sapienza di Roma e membro del Comitato internazionale di Esperti sulla lattoferrina. Il primo dato rilevante, dopo la tempestiva somministrazione orale, riguarda il tempo necessario per ottenere la negativizzazione del tampone molecolare negli 82 pazienti trattati con lattoferrina, tempo che è stato nettamente inferiore rispetto a quello osservato nei 39 pazienti non trattati (15 anziché 24 giorni). Inoltre, nessuno dei pazienti trattati con lattoferrina è stato ospedalizzato. Non è più dunque una cura indicibile quella a base di lattoferrina, così come non lo è più l'uso dell'anakinra, a carico del Ssn soltanto da fine settembre. Si tratta di un farmaco il cui impiego precoce e mirato ha ridotto la mortalità e i ricoveri in terapia intensiva, aumentando la guarigione completa nei pazienti Covid-19 ricoverati per polmonite a rischio di progressione verso insufficienza respiratoria quindi con prognosi sfavorevole come dimostrato da uno studio condotto in 37 ospedali (di cui 8 italiani coordinati dall'Istituto Spallanzani di Roma, gli altri in Grecia) e ha coinvolto in totale 594 pazienti. Un po' come accaduto per i monoclonali, prima bistrattati e ora finalmente riconosciuti utili nella terapia anti Covid. La Commissione Ue ha firmato infatti un contratto quadro di appalto congiunto, per l'acquisto di un massimo di 220.000 trattamenti, con l'azienda farmaceutica Eli Lilly per la fornitura di anticorpi monoclonali, una delle cinque terapie annunciate a giugno. L'azienda produttrice americana ha dimostrato che somministrando il mix di anticorpi monoclonali calerebbe dell'87% il rischio di ricovero e morte a causa del coronavirus.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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