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2021-10-10
L’obbligo di card è insostenibile: necessari tre milioni di tamponi al giorno
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Da navigato banchiere centrale qual è, prima in Banca d'Italia e poi in Bce, Mario Draghi conosce perfettamente la potenza delle parole. Un po' meno l'arte di scegliere i giusti collaboratori cui delegare compiti importanti. Ma andiamo con ordine. Pronunciare le parole giuste al momento giusto consente al banchiere centrale di guidare fin da subito le aspettative degli investitori e la struttura dei tassi di interesse. Senza di fatto fare niente altro se non rispettare la parola data, pena la perdita di futura credibilità. Si chiama in gergo «forward guidance». L'esempio più abusato è il famoso «whatever it takes» con cui Mario Draghi nel 2012 annunciava urbi et orbi che la Bce avrebbe fatto qualunque cosa fosse necessaria pur di salvare l'euro. Che tradotto per i non addetti ai lavori significava che le rotative di Francoforte avrebbero sfornato euro freschi di stampa come non vi fosse un domani per acquistare Btp pur di far aumentare il prezzo e facendo scendere rendimenti e spread. Il tasso, pari al 6% in quel momento è iniziato vertiginosamente a scendere fino ad arrivare al 3% a metà 2014. Senza che ancora Draghi avesse acceso nessuna rotativa. Da quel momento ha tenuto fede al suo impegno stampando denaro dal nulla ed il resto è storia nota. Oggi il rendimento a dieci anni dei Btp non arriva all'1%. Con la storia del green pass, il governo ha provato a realizzare un piano analogo commettendo però due errori ora visibili da tutti. A metà luglio probabilmente si fa strada tra alcuni ministri la convinzione che non vi fossero abbastanza italiani vaccinati, sebbene la campagna del generale Figliuolo stesse andando a gonfie vele. E comunque potesse vantare traguardi assolutamente in linea con quelli raggiunti da Regno Unito e Israele, i due Paesi al mondo che avevano vaccinato prima e di più rispetto a qualunque altro. Già allora ben oltre il 60% del totale della popolazione aveva ricevuto almeno una dose. Quasi il 70% di tutta la popolazione vaccinabile, escludendo i bambini.
Draghi tira fuori dal cilindro il coniglio del green pass, di marca francese, che nella narrazione giornalistica corrente veniva rappresentato come un'invenzione poco più rilevante della ruota o una scoperta poco meno importante del fuoco. Vengono quindi approvati in meno di due mesi ben tre provvedimenti volti a rendere obbligatorio l'utilizzo del lasciapassare elettronico, prima per sedersi al ristorante, poi per salire su un treno a lunga percorrenza, infine, per fare qualsiasi tipo di lavoro. Pena la perdita dello stipendio. Con malcelato e compiaciuto sadismo, il ministro Renato Brunetta si rallegrava in pubblico del fatto che il green pass fosse di fatto un obbligo alla vaccinazione, ridacchiando pure sulla dolorosa invasività del tampone unita al suo costo monetario. Se sia stato Brunetta a suggerire l'invenzione di un utilizzo così esteso del green pass non è dato sapere. Ciò che è certo è che il governo sembra aver compiuto a un certo punto un errore tattico imperdonabile, dal suo stesso punto di vista.
Il premier è parso lasciare volutamente al ministro Brunetta l'incarico di spiegare in conferenza stampa le tecnicalità del super green pass. E mancando all'azzurro l'esperienza del banchiere centrale, non sta nella pelle e svela subito il «trucco», a differenza di quanto fatto dal suo presidente del Consiglio in altra veste nove anni fa col «whatever it takes». Il decreto-legge si presentava in effetti già a dir poco bislacco nella sua struttura di massima. Approvato in via d'urgenza il 16 settembre, pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo ma soprattutto con effetti che decorrevano dal 15 ottobre. Perché approvare in via d'urgenza attraverso un decreto una legge che sarebbe effettivamente entrata in vigore un mese dopo? Brunetta lo dice chiaro e tondo. «Speriamo nell'effetto annuncio», sono state le sue parole.
Spiegando apertis verbis che con questo provvedimento si intendeva appunto «accelerare la dinamica fisiologica delle vaccinazioni» dando tempo e modo ai riluttanti di farsi vaccinare proprio contando sull'effetto annuncio. All'anima della «spinta gentile alla vaccinazione», verrebbe da dire. Il resto è storia nota di queste ore. Da allora il numero delle vaccinazioni in prima dose è inesorabilmente crollato come mostrano tutti i grafici. Ma non è finita qui. La parte più avvincente della storia deve ancora arrivare. Incrociando i dati dell'Iss con le informazioni comunicate dalla struttura commissariale del generale Figliuolo, si apprende che sono ancora più di 8,3 milioni gli italiani compresi fra i 10 e 69 anni non ancora vaccinati. Che tu sia un adolescente di 14 anni, uno studente di 22 o un operaio di 43 anni, serviranno fino a tre tamponi settimanali. Per andare a basket, per frequentare il corso di diritto pubblico all'università o per andare in ufficio. Immaginando che solo sette di questi 8,3 milioni di non vaccinati decidano di tamponarsi con continuità, stiamo parlando di 21 milioni di tamponi a settimana. Tre milioni al giorno. Dieci volte tanto e in più rispetto a quanto l'Italia fa già oggi. Ce n'è abbastanza per far collassare l'intero sistema. In poco più di un mese l'Italia dovrebbe fare l'equivalente dei tamponi somministrati in 19 mesi di pandemia. Il whatever it takes vaccinale di Speranza e Brunetta si è dimostrato un fallimento rispetto alle finalità dichiarate forse un po' troppo ottimisticamente. Adesso si può solo cercare di impedire che, oltre a non dare benefici, faccia anche danni.
Lattoferrina efficace contro il Covid. Guarigione più rapida senza ricoveri
Il ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, e l'Agenzia italiana del farmaco, dopo aver strenuamente difeso la validità contro il Covid di tachipirina e vigile attesa, sono costretti a riconoscere l'esistenza di altri farmaci. Dopo che uno studio del Journal of Medical Virology «ha demolito la vigile attesa con paracetamolo», cioè il protocollo consigliato per affrontare i sintomi lievi del Covid, che ha aggravato molti casi, arrivano altre cure considerate finora «indicibili». La rivista scientifica Journal of Clinical Medicine ha pubblicato a settembre i risultati di un recente studio clinico italiano che dimostra gli effetti benefici della lattoferrina, una proteina naturale multifunzionale, contro il virus. Lo studio giunge dopo due pubblicazioni internazionali apparse a giugno e ad agosto riguardanti l'efficacia della lattoferrina in vitro nell'inibire l'infezione da Covid-19. Già lo scorso aprile, infatti, gli esperti avevano evidenziato come la lattoferrina fosse in grado di accrescere le difese immunitarie dell'organismo e di svolgere anche un'azione antivirale. Utilizzando lattoferrina in capsule, da sola in pazienti asintomatici, o in associazione con altri farmaci in pazienti paucisintomatici o moderatamente sintomatici, diventa un efficace trattamento privo di effetti avversi nella gestione dell'infezione da Sars-CoV-2.
«Al di là dell'indiscutibile efficacia dei vaccini anti Sars-CoV-2, la grande diffusione dell'infezione associata a questo coronavirus richiede anche la disponibilità di agenti antivirali. La lattoferrina è nota possedere un'attività antivirale. Infatti, quando è in contatto con il virus impedisce il suo ingresso all'interno della cellula e dunque la sua replicazione. La lattoferrina, inoltre, svolge una potente attività anti-infiammatoria ed anti-trombotica, funzioni essenziali nel trattamento del Covid-19» ha spiegato Piera Valenti, professoressa ordinaria di Microbiologia della Sapienza di Roma e membro del Comitato internazionale di Esperti sulla lattoferrina. Il primo dato rilevante, dopo la tempestiva somministrazione orale, riguarda il tempo necessario per ottenere la negativizzazione del tampone molecolare negli 82 pazienti trattati con lattoferrina, tempo che è stato nettamente inferiore rispetto a quello osservato nei 39 pazienti non trattati (15 anziché 24 giorni). Inoltre, nessuno dei pazienti trattati con lattoferrina è stato ospedalizzato. Non è più dunque una cura indicibile quella a base di lattoferrina, così come non lo è più l'uso dell'anakinra, a carico del Ssn soltanto da fine settembre. Si tratta di un farmaco il cui impiego precoce e mirato ha ridotto la mortalità e i ricoveri in terapia intensiva, aumentando la guarigione completa nei pazienti Covid-19 ricoverati per polmonite a rischio di progressione verso insufficienza respiratoria quindi con prognosi sfavorevole come dimostrato da uno studio condotto in 37 ospedali (di cui 8 italiani coordinati dall'Istituto Spallanzani di Roma, gli altri in Grecia) e ha coinvolto in totale 594 pazienti. Un po' come accaduto per i monoclonali, prima bistrattati e ora finalmente riconosciuti utili nella terapia anti Covid. La Commissione Ue ha firmato infatti un contratto quadro di appalto congiunto, per l'acquisto di un massimo di 220.000 trattamenti, con l'azienda farmaceutica Eli Lilly per la fornitura di anticorpi monoclonali, una delle cinque terapie annunciate a giugno. L'azienda produttrice americana ha dimostrato che somministrando il mix di anticorpi monoclonali calerebbe dell'87% il rischio di ricovero e morte a causa del coronavirus.
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Sono oltre 8,3 milioni i non vaccinati. Se anche solo 7 di questi facessero i test ogni 48 ore, l'intero sistema andrebbe in tilt.Lo studio: i pazienti sottoposti alla terapia si sono negativizzati in 15 giorni anziché 24.Lo speciale contiene due articoli.Da navigato banchiere centrale qual è, prima in Banca d'Italia e poi in Bce, Mario Draghi conosce perfettamente la potenza delle parole. Un po' meno l'arte di scegliere i giusti collaboratori cui delegare compiti importanti. Ma andiamo con ordine. Pronunciare le parole giuste al momento giusto consente al banchiere centrale di guidare fin da subito le aspettative degli investitori e la struttura dei tassi di interesse. Senza di fatto fare niente altro se non rispettare la parola data, pena la perdita di futura credibilità. Si chiama in gergo «forward guidance». L'esempio più abusato è il famoso «whatever it takes» con cui Mario Draghi nel 2012 annunciava urbi et orbi che la Bce avrebbe fatto qualunque cosa fosse necessaria pur di salvare l'euro. Che tradotto per i non addetti ai lavori significava che le rotative di Francoforte avrebbero sfornato euro freschi di stampa come non vi fosse un domani per acquistare Btp pur di far aumentare il prezzo e facendo scendere rendimenti e spread. Il tasso, pari al 6% in quel momento è iniziato vertiginosamente a scendere fino ad arrivare al 3% a metà 2014. Senza che ancora Draghi avesse acceso nessuna rotativa. Da quel momento ha tenuto fede al suo impegno stampando denaro dal nulla ed il resto è storia nota. Oggi il rendimento a dieci anni dei Btp non arriva all'1%. Con la storia del green pass, il governo ha provato a realizzare un piano analogo commettendo però due errori ora visibili da tutti. A metà luglio probabilmente si fa strada tra alcuni ministri la convinzione che non vi fossero abbastanza italiani vaccinati, sebbene la campagna del generale Figliuolo stesse andando a gonfie vele. E comunque potesse vantare traguardi assolutamente in linea con quelli raggiunti da Regno Unito e Israele, i due Paesi al mondo che avevano vaccinato prima e di più rispetto a qualunque altro. Già allora ben oltre il 60% del totale della popolazione aveva ricevuto almeno una dose. Quasi il 70% di tutta la popolazione vaccinabile, escludendo i bambini. Draghi tira fuori dal cilindro il coniglio del green pass, di marca francese, che nella narrazione giornalistica corrente veniva rappresentato come un'invenzione poco più rilevante della ruota o una scoperta poco meno importante del fuoco. Vengono quindi approvati in meno di due mesi ben tre provvedimenti volti a rendere obbligatorio l'utilizzo del lasciapassare elettronico, prima per sedersi al ristorante, poi per salire su un treno a lunga percorrenza, infine, per fare qualsiasi tipo di lavoro. Pena la perdita dello stipendio. Con malcelato e compiaciuto sadismo, il ministro Renato Brunetta si rallegrava in pubblico del fatto che il green pass fosse di fatto un obbligo alla vaccinazione, ridacchiando pure sulla dolorosa invasività del tampone unita al suo costo monetario. Se sia stato Brunetta a suggerire l'invenzione di un utilizzo così esteso del green pass non è dato sapere. Ciò che è certo è che il governo sembra aver compiuto a un certo punto un errore tattico imperdonabile, dal suo stesso punto di vista. Il premier è parso lasciare volutamente al ministro Brunetta l'incarico di spiegare in conferenza stampa le tecnicalità del super green pass. E mancando all'azzurro l'esperienza del banchiere centrale, non sta nella pelle e svela subito il «trucco», a differenza di quanto fatto dal suo presidente del Consiglio in altra veste nove anni fa col «whatever it takes». Il decreto-legge si presentava in effetti già a dir poco bislacco nella sua struttura di massima. Approvato in via d'urgenza il 16 settembre, pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo ma soprattutto con effetti che decorrevano dal 15 ottobre. Perché approvare in via d'urgenza attraverso un decreto una legge che sarebbe effettivamente entrata in vigore un mese dopo? Brunetta lo dice chiaro e tondo. «Speriamo nell'effetto annuncio», sono state le sue parole. Spiegando apertis verbis che con questo provvedimento si intendeva appunto «accelerare la dinamica fisiologica delle vaccinazioni» dando tempo e modo ai riluttanti di farsi vaccinare proprio contando sull'effetto annuncio. All'anima della «spinta gentile alla vaccinazione», verrebbe da dire. Il resto è storia nota di queste ore. Da allora il numero delle vaccinazioni in prima dose è inesorabilmente crollato come mostrano tutti i grafici. Ma non è finita qui. La parte più avvincente della storia deve ancora arrivare. Incrociando i dati dell'Iss con le informazioni comunicate dalla struttura commissariale del generale Figliuolo, si apprende che sono ancora più di 8,3 milioni gli italiani compresi fra i 10 e 69 anni non ancora vaccinati. Che tu sia un adolescente di 14 anni, uno studente di 22 o un operaio di 43 anni, serviranno fino a tre tamponi settimanali. Per andare a basket, per frequentare il corso di diritto pubblico all'università o per andare in ufficio. Immaginando che solo sette di questi 8,3 milioni di non vaccinati decidano di tamponarsi con continuità, stiamo parlando di 21 milioni di tamponi a settimana. Tre milioni al giorno. Dieci volte tanto e in più rispetto a quanto l'Italia fa già oggi. Ce n'è abbastanza per far collassare l'intero sistema. In poco più di un mese l'Italia dovrebbe fare l'equivalente dei tamponi somministrati in 19 mesi di pandemia. Il whatever it takes vaccinale di Speranza e Brunetta si è dimostrato un fallimento rispetto alle finalità dichiarate forse un po' troppo ottimisticamente. Adesso si può solo cercare di impedire che, oltre a non dare benefici, faccia anche danni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lobbligo-di-card-e-insostenibile-necessari-tre-milioni-di-tamponi-al-giorno-2655263783.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lattoferrina-efficace-contro-il-covid-guarigione-piu-rapida-senza-ricoveri" data-post-id="2655263783" data-published-at="1633807862" data-use-pagination="False"> Lattoferrina efficace contro il Covid. Guarigione più rapida senza ricoveri Il ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, e l'Agenzia italiana del farmaco, dopo aver strenuamente difeso la validità contro il Covid di tachipirina e vigile attesa, sono costretti a riconoscere l'esistenza di altri farmaci. Dopo che uno studio del Journal of Medical Virology «ha demolito la vigile attesa con paracetamolo», cioè il protocollo consigliato per affrontare i sintomi lievi del Covid, che ha aggravato molti casi, arrivano altre cure considerate finora «indicibili». La rivista scientifica Journal of Clinical Medicine ha pubblicato a settembre i risultati di un recente studio clinico italiano che dimostra gli effetti benefici della lattoferrina, una proteina naturale multifunzionale, contro il virus. Lo studio giunge dopo due pubblicazioni internazionali apparse a giugno e ad agosto riguardanti l'efficacia della lattoferrina in vitro nell'inibire l'infezione da Covid-19. Già lo scorso aprile, infatti, gli esperti avevano evidenziato come la lattoferrina fosse in grado di accrescere le difese immunitarie dell'organismo e di svolgere anche un'azione antivirale. Utilizzando lattoferrina in capsule, da sola in pazienti asintomatici, o in associazione con altri farmaci in pazienti paucisintomatici o moderatamente sintomatici, diventa un efficace trattamento privo di effetti avversi nella gestione dell'infezione da Sars-CoV-2. «Al di là dell'indiscutibile efficacia dei vaccini anti Sars-CoV-2, la grande diffusione dell'infezione associata a questo coronavirus richiede anche la disponibilità di agenti antivirali. La lattoferrina è nota possedere un'attività antivirale. Infatti, quando è in contatto con il virus impedisce il suo ingresso all'interno della cellula e dunque la sua replicazione. La lattoferrina, inoltre, svolge una potente attività anti-infiammatoria ed anti-trombotica, funzioni essenziali nel trattamento del Covid-19» ha spiegato Piera Valenti, professoressa ordinaria di Microbiologia della Sapienza di Roma e membro del Comitato internazionale di Esperti sulla lattoferrina. Il primo dato rilevante, dopo la tempestiva somministrazione orale, riguarda il tempo necessario per ottenere la negativizzazione del tampone molecolare negli 82 pazienti trattati con lattoferrina, tempo che è stato nettamente inferiore rispetto a quello osservato nei 39 pazienti non trattati (15 anziché 24 giorni). Inoltre, nessuno dei pazienti trattati con lattoferrina è stato ospedalizzato. Non è più dunque una cura indicibile quella a base di lattoferrina, così come non lo è più l'uso dell'anakinra, a carico del Ssn soltanto da fine settembre. Si tratta di un farmaco il cui impiego precoce e mirato ha ridotto la mortalità e i ricoveri in terapia intensiva, aumentando la guarigione completa nei pazienti Covid-19 ricoverati per polmonite a rischio di progressione verso insufficienza respiratoria quindi con prognosi sfavorevole come dimostrato da uno studio condotto in 37 ospedali (di cui 8 italiani coordinati dall'Istituto Spallanzani di Roma, gli altri in Grecia) e ha coinvolto in totale 594 pazienti. Un po' come accaduto per i monoclonali, prima bistrattati e ora finalmente riconosciuti utili nella terapia anti Covid. La Commissione Ue ha firmato infatti un contratto quadro di appalto congiunto, per l'acquisto di un massimo di 220.000 trattamenti, con l'azienda farmaceutica Eli Lilly per la fornitura di anticorpi monoclonali, una delle cinque terapie annunciate a giugno. L'azienda produttrice americana ha dimostrato che somministrando il mix di anticorpi monoclonali calerebbe dell'87% il rischio di ricovero e morte a causa del coronavirus.
Imagoeconomica
Siccome in Italia ciò che è transitorio diventa definitivo, superata la fase di emergenza, il meccanismo è rimasto. Questo prevede che per l’accredito dei primi 50.000 euro si debbano aspettare 12 mesi, per poi scandire il resto in un’altra rata annuale o addirittura in due se l’importo complessivo supera i 100.000 euro con il completamento del pagamento anche fino a 7 anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro. La Corte Costituzionale già si è espressa sul tema con una sentenza (130/2023) e, pur non dichiarando l’incostituzionalità per non creare un vuoto normativo, aveva lanciato un monito al Legislatore ad intervenire con urgenza, ricordando che la liquidazione come salario differito è tutelata dall’art. 36 della Costituzione e quindi non è legittimo mantenere il meccanismo del pagamento a rate in modo permanente. Il Legislatore è intervenuto nella scorsa finanziaria ma solo per ridurre di 3 mesi (da 12 a 9) i tempi per l’accredito della prima rata da 50.000 euro senza toccare il sistema delle lunghe rateizzazioni. La modifica ha però comportato l’annullamento della detassazione prima prevista fino a 50.000 euro, con un costo stimato di circa 750 euro a carico di ciascun beneficiario.
Tre ordinanze di rimessione dei Tar Marche, Lazio e Friuli Venezia Giulia hanno sollevato la questione contro l’Inps, originata da ricorsi di dipendenti statali presentati tra marzo 2022 e settembre 2024. Così il tema è tornato all’attenzione delle Corte Costituzionale.
L’Inps, in una memoria difensiva, ha spiegato che la rateizzazione è solo per il bene dei lavoratori poiché tutela i diritti garantiti dagli articoli 36 e 38 della Costituzione. Come? E qui la parte risibile. Eviterebbe ai dipendenti pubblici di compiere scelte irrazionali di spesa, se improvvisamente in possesso di cifre elevate. A proposito l’Inps cita studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria. Quindi l’istituto, come un buon padre di famiglia, teme che i lavoratori ricevendo tanti soldi potrebbero montarsi la testa e, come scapestrati, darsi a spese dissennate. Inoltre la rateizzazione si giustificherebbe perché il Tfs va concepito come base previdenziale per l’aspettativa di vita successiva al pensionamento.
Ma c’è dell’altro oltre agli scrupoli «paternalistici». L’Istituto difende differimenti e rateizzazioni perché ritiene non sostenibile l’onere pari a 15,6 miliardi nei prossimi due-tre anni soltanto per pagare i Tfs rinviati o rateizzati in passato. Togliere questa modalità di pagamento sarebbe quindi enormemente costoso per lo Stato. Per l’Inps restituire le somme tutte insieme non sarebbe necessariamente la soluzione migliore ed è necessario che la Corte individui un percorso alternativo.
Il vero punto è questo: l’Inps avrebbe problemi a fare quell’esborso, il che già di per sé è allarmante sullo stato dei conti pubblici, e allora si scarica l’onere sul lavoratore. Va ricordato che il Tfs (come il Tfr nel settore privato) non è un regalo del datore di lavoro, ma è un pezzo dello stipendio che ogni mese non viene pagato ed è accantonato dall’azienda. Sono quindi soldi dei dipendenti, che le imprese devono essere sempre pronte a liquidare, così come lo Stato.
I sindacati sono insorti, come facile aspettarsi. «È una impostazione offensiva» afferma Rita Longobardi, segretaria generale della Uil-Fpl, sottolineando che si mette in discussione «il diritto di un lavoratore a disporre liberamente del proprio salario». E ricorda che «c’è chi aspetta somme proprie per curarsi, sostenere la famiglia, aiutare i figli, estinguere un mutuo».
Sul tema è intervenuta anche l’Avvocatura dello Stato, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Fedeli: «Vero che le sentenze della Corte Costituzionale hanno rilevato un vulnus di costituzionalità, ma la Corte si è sempre astenuta di intervenire sulle norme considerate illegittime. Sono norme pensate anche rispetto alle gravi possibili ripercussioni sul bilancio complessivo dello Stato, bisogna ottemperare le esigenze finanziarie e di cassa da cui dipende la sostenibilità dell'intero sistema previdenziale».
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Ricapitoliamo: il governo italiano ha pronto un decreto-legge che dovrebbe intervenire sul costo dell’energia, con l’intenzione di abbassarlo. Oltre ad alcuni sgravi per i bassi redditi, che complessivamente potrebbero valere tra i 2 e i 3 miliardi di euro, l’articolato prevede un intervento sul sistema che oggi obbliga i produttori termoelettrici a pagare per la CO2 emessa dalla combustione del gas per produrre energia elettrica, ovvero il sistema Ets. Tale intervento consiste nel rimborso ai produttori termoelettrici dei costi sostenuti per l’Ets, tramite l’applicazione di una nuova componente in bolletta su tutti i consumatori. In tal modo, il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso potrebbe scendere di qualcosa come 25-30 euro/MWh, mentre l’onere medio sulla platea complessiva gravata dalla nuova componente sarebbe molto inferiore. Ai produttori termoelettrici verrebbero rimborsate anche alcune voci di costo accessorie che gravano sul trasporto del gas.
L’effetto netto, dunque, dovrebbe essere quello di un generale abbassamento delle bollette per famiglie e imprese, almeno di quella parte dei consumatori che ha prezzi indicizzati al prezzo spot. Secondo il presidente di Confindustria Emanuele Orsini il decreto energia «è indispensabile perché essere competitivi in un’Europa dove purtroppo non esiste un mercato unico europeo dell’energia è un problema enorme». Ovviamente i consumatori sono molto favorevoli a qualunque forma di abbassamento dei costi dell’energia. Per una azienda che consuma 2 GWh all’anno di energia il risparmio può arrivare a 50-60.000 euro all’anno, sulla parte energia in un contratto indicizzato al prezzo spot.
Ma il dispositivo pensato dal governo non è di facile applicazione e vede un fronte contrario piuttosto compatto. Posto che ancora si sta discutendo di ipotesi perché il decreto ufficialmente non esiste ancora, sono soprattutto le imprese attive nelle fonti rinnovabili ad opporsi all’articolo 5 della bozza di decreto, quello contenente la norma sul rimborso dei costi Ets ai termoelettrici.
L’Ets deriva da una normativa europea e dunque la sua sospensione de facto contenuta del decreto (peraltro limitata solo ad una parte degli obbligati) potrebbe essere rigettata dalla Commissione. Bruxelles ha fatto sapere ieri, tramite una portavoce, che valuterà «la compatibilità» del decreto energia con la legislazione Ue una volta che questo sarà approvato. «Si tratta ancora di un progetto di legge e non ho commenti da fare. Non abbiamo visto i contenuti e non ne conosciamo i dettagli», ha concluso la portavoce. Stando a queste parole non ci sarebbe dunque stata una interlocuzione preventiva con gli uffici della Commissione sul tema. Il che apre a scenari di una futura discussione con Bruxelles. Una discussione che potrebbe anche avere esito positivo, considerato che a livello di Consiglio il tema di un allentamento dell’Ets è all’ordine del giorno. Il problema in questo caso sarebbe rappresentato da tempi e modi. A livello europeo si parla infatti di una riduzione del prezzo dei permessi di emissione Ets attraverso un meccanismo di corridoio per confinare i prezzi della CO2 tra i 20 e i 40 euro a tonnellata, la metà del valore attuale. A questo meccanismo si affiancherebbe un allungamento del periodo di concessione delle quote gratuite.
Diversa è la questione dell’impatto sugli investimenti in fonti rinnovabili. È questo il punto che vede la maggiore opposizione da parte degli operatori del settore.
L’Associazione nazionale energia del vento, Aenev, ha stigmatizzato «l’ennesimo intervento retroattivo che rischia di indebolire il sistema Paese e ridurre l’attrattività per gli investitori nazionali e stranieri, con conseguenze negative per il sistema produttivo italiano e con il rischio di ridurre sensibilmente la possibilità di raggiungere gli obiettivi settoriali in materia di indipendenza energetica, competitività e decarbonizzazione».
Agostino Re Rebaudengo, presidente Asja Energy ed ex presidente di Energia Futura, ha dichiarato al quotidiano La Stampa: «Preoccupa constatare come alcune misure vadano a incentivare l’utilizzo del gas, comprimendone artificialmente il prezzo, peraltro scaricando i costi delle agevolazioni al gas nella bolletta elettrica, invece di intervenire per aumentare in modo strutturale la diffusione dell’elettricità da fonti rinnovabili, l’energia più competitiva e indipendente dall’instabilità geopolitica». La questione è delicata e riguarda la certezza del quadro normativo in un settore che ha un orizzonte temporale lungo. E del resto, l’Ets, che i produttori da fonte rinnovabile non pagano per definizione, rappresenta per essi un margine puro.
Nel frattempo, la Regione Lombardia ha raggiunto un accordo con Edison e A2A per il rinnovo delle concessioni idroelettriche, che prevede la cessione del 15% di energia a prezzi calmierati alle aziende energivore. Il decreto in approvazione però potrebbe precludere l’applicazione dell’accordo, rileva criticamente la Regione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.
Rifiuti tessili sequestrati nell'operazione congiunta (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli)
Si sono svolte, rispettivamente, dal 6 al 26 ottobre 2025 e dal 17 al 30 novembre 2025 le due fasi operative della «Jco Demeter XI» operazione doganale congiunta finalizzata alla repressione dei traffici transfrontalieri illegali di rifiuti ai sensi della Convenzione di Basilea e del commercio illegale di sostanze che riducono lo strato di ozono (ODS) e F-GAS controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal.
L’Operazione, coordinata dall’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD), in collaborazione con l’Amministrazione doganale cinese e con l’Ufficio di collegamento di intelligence regionale dell’OMD per l'Asia/Pacifico (RILO AP), giunta alla sua undicesima edizione, ha visto la partecipazione di un numero record di 120 Paesi.
Le attività di controllo doganale operate sul territorio nazionale, con il coordinamento della Direzione Antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e del Comando Generale della Guardia di Finanza, hanno consentito di constatare presso gli Uffici doganali violazioni per circa 1.037.137 kg di rifiuti, di cui la quota prevalente — pari a 905.237 kg — costituita da rifiuti tessili.
L’edizione appena conclusa dell’Operazione congiunta ha fatto emergere la crescita esponenziale nel commercio illegale di merce dichiarata di seconda mano, invece di essere classificata come rifiuto tessile, evidenziando una situazione di forte criticità legata principalmente alla cosiddetta fast fashion e alle sfide dell’economia circolare.
Traffici illeciti che, per loro natura, incidono prevalentemente sui Paesi in via di sviluppo, in particolare sulle nazioni del Sud-Est asiatico — tra cui la Thailandia — nonché su altre aree di destinazione come il Pakistan e la Tunisia. I controlli hanno interessato anche i rifiuti derivanti da veicoli e loro componenti, oltre a cascami di acciaio, mettendo in risalto, anche in ambito JCO, un incremento significativo in termini di sequestri rispetto alle precedenti edizioni dell’Operazione.
Le violazioni sono state rilevate dagli Uffici dell’Agenzia e dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza di Livorno, Genova, Venezia, Prato e Milano. Complessivamente, a livello globale, la collaborazione tra le amministrazioni dei 120 Paesi coinvolti ha consentito il sequestro di: 15.509 tonnellate di rifiuti sequestrati e 220.716 pezzi di rifiuti non pesati; 168 tonnellate di ODS e HFC; 13 tonnellate e oltre 5.700 apparecchiature contenenti sostanze controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal; 8 tonnellate e più di 30.000 pezzi di altre sostanze chimiche pericolose, tra cui pesticidi e mercurio.
Risultati eccellenti che costituiscono una testimonianza diretta dell’efficace collaborazione tra l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza, una sinergia ulteriormente consolidata alla luce della stipula del protocollo d’intesa siglato tra le due Istituzioni nel maggio 2025.
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