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2021-08-12
Lo studio che sconsiglia di vaccinare i minori
Sotto a chi tocca. E se ha meno di 12 anni, poco importa. «Io ritengo che sia necessario vaccinare anche i più piccoli», afferma Franco Locatelli, coordinatore del Cts. Il professore è quello che a maggio aveva affermato che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Allora specificava che «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante», mentre pochi giorni fa si è dichiarato oltremodo preoccupato perché «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28». Nove decessi in più tra giovanissimi da inizio epidemia tolgono il sonno a Locatelli, pure presidente del Css, il Consiglio superiore di sanità. Ieri sul Messaggero alzava il tiro: «Vaccinando i bambini eviteremo focolai anche nelle scuole elementari e dunque il ricorso alla didattica a distanza. Limiteremo la circolazione del virus e la possibilità che contagino genitori e nonni».
Locatelli vuole vaccinare anche i bimbi delle materne, potesse chiederebbe ai lattanti di alzare il braccino per la punturina. Cita studi nei quali per gli adolescenti il rischio di sviluppare miocarditi, un'infiammazione del tessuto muscolare del cuore, se infettati dal Covid sarebbe di gran lunga superiore a quello conseguente la vaccinazione. Però tralascia di precisare che il rapporto è tra un caso di Covid e una vaccinazione, non con un siero all'anno come ci stanno iniziando a prospettare il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini e il ministro della Salute, Roberto Speranza.
Uno studio pubblicato il 4 agosto sull'autorevole rivista scientifica Journal of the american medical association (Jama) segnala che in quaranta ospedali di Washington, Oregon, Montana e Los Angeles County, California, «dopo la vaccinazione contro il Covid-19 sono state osservate due distinte sindromi autolimitanti: miocardite e pericardite. La miocardite si era sviluppata rapidamente nei pazienti più giovani, soprattutto dopo la seconda vaccinazione. La pericardite ha colpito i pazienti più anziani più tardi, dopo la prima o la seconda dose».
Il numero medio mensile di casi di miocardite o miopericardite durante il periodo pre vaccino era 16,9 rispetto al 27,3 registrato durante il periodo vaccinale. Il numero medio di casi di pericardite durante gli stessi periodi era 49,1 e 78,8. Lo studio di George A. Diaz, esperto infettivologo, suggerisce che è in corso «una sottosegnalazione degli eventi avversi del vaccino». D'altra parte, un sintomo di lieve miocardite/pericardite può limitarsi all'affaticamento grave. Nei trial di Moderna (prima di ottenere da Ema l'autorizzazione condizionata) riferiti alla fascia 18-64 anni, l'affaticamento grave si è verificato nel 10,7% dei casi, in quello di Pfizer nel 3,8% dei vaccinati, ma probabilmente era una sottostima perché le reazioni avverse con i due vaccini sono simili nella sorveglianza attiva dei Cds statunitensi. V-safe, tra l'altro, rileva che un ragazzo su quattro ha reazioni gravi, per qualche giorno non riesce a studiare, lavorare, svolgere ogni attività.
Solo se su un campione di questi affaticati gravi verranno svolte ricerche mediante ecografia, risonanza magnetica, con esami idonei in grado di evidenziare se nel sangue ci sono alcune proteine normalmente contenute nelle cellule miocardiche (come la troponina), si potrà capire quanti hanno sviluppato una miocardite e/o pericardite. Limitarsi a dire che si tratta di «un eccesso di risposta infiammatoria in seguito allo stimolo vaccinale», come aveva sostenuto su Repubblica Alfredo Marchese, presidente della Fondazione Gise, la Società italiana di cardiologia interventistica, non tranquillizza affatto. Le infiammazioni a livello cardiaco possono lasciare segni e ripresentarsi nel tempo.
Sempre l'organo ufficiale della American medical association, il 10 agosto segnalava: «La miocardite associata al vaccino Covid-19 può avere un decorso benigno a breve termine nei bambini; tuttavia, i rischi a lungo termine rimangono sconosciuti». Nelle conclusioni, Jama avvertiva che «sono necessari studi più ampi con un follow-up più lungo». Lascia perciò interdetti l'appello della Società italiana di pediatria: «Abbiamo bisogno di un vaccino sicuro, efficace. Di uno scudo con cui difendere anche i nostri bambini da questo terribile virus». I medici infantili dichiarano che nel nostro Paese si sono contati 240.105 casi di infezione e 14 decessi fino ai 9 anni e 436.938 casi con 16 decessi tra i 10 e i 19 anni.
Dobbiamo preoccuparci? Facciamo un salto indietro, ricordiamo che cosa si diceva a febbraio 2018: «Da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus». Non era Covid, bensì influenza e in base ai dati dell'Iss veniva precisato che «gli undici bambini e ragazzi con meno di 14 anni deceduti presentavano tutti condizioni di rischio». Non per questo fu messa in atto una campagna vaccinale forzosa, come si sta profilando da settembre anche sui minori per arrestare un Covid destinato a diventare endemico.
Per fortuna qualcuno mostra ancora buon senso. «Sono assolutamente contrario alla vaccinazione degli under 12», ha detto ieri Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani perché «nei bambini è statisticamente irrilevante non solo il contagio ma anche la malattia. In questo caso quindi la bilancia rischio beneficio penderebbe tutta sulla parte del rischio». Anche Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento genitori democratici è stata chiara: «Non venga in mente a nessuno di introdurre l'obbligo per i minori».
Corsie rapide e senza appuntamento. Cresce il pressing sugli adolescenti
La corsa alla profilassi di massa per i giovani accelera ogni giorno. Come preannunciato tre giorni fa durante la sua visita in Basilicata, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha inviato ieri mattina una lettera a tutti i presidenti di Regione chiedendo loro di prevedere, fin da lunedì 16 agosto, una corsia preferenziale in tutti gli hub vaccinali. In vista della riapertura delle scuole, il commissario all'emergenza chiede infatti «di dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei più giovani» dai «12 ai 18 anni». Una priorità da dare «anche senza preventiva prenotazione». Una predisposizione, scrive Figliuolo, che «avrà risvolti positivi anche per incentivare la ripresa in sicurezza sia delle attività sportive sia di quelle finalizzate a garantire un maggiore benessere psicofisico per i più giovani».
Da lunedì gli adolescenti potranno quindi presentarsi agli hub vaccinali, per una sorta di «open day» senza fine. E non ci sarà da stupirsi se la partecipazione sarà alta. La fascia tra i 12 e i 19 anni al momento è quella trainante le somministrazioni della prima dose, come conforma Figliuolo: «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times, è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni». Venendo ai numeri, il 41% della platea 12-19 anni ha già ricevuto una dose, il 23,50% entrambe.
Comprensibilmente, d'altronde, di fronte al pressing quotidiano, i giovani corrono a farsi fare la puntura. Dopo un anno di didattica a distanza e vita sociale azzerata, non c'è da stupirsi che lo spettro delle lezioni online, agitato come un ricatto ogni qualvolta vengano esposti dubbi sulla vaccinazione ai più giovani, convinca anche chi, lecitamente, non è del tutto convinto, genitori compresi.
E, oltre alla scuola, il problema si estende a tutti gli ambiti ricreativi. Con l'introduzione del green pass obbligatorio dai 12 anni in su, infatti, non ricevere la puntura equivale di fatto a una condanna (ancora) ai domiciliari. Se infatti senza pass, adesso, i giovani possono ritrovarsi negli spazi all'aperto, a un aperitivo in un dehor o in un parco, allenarsi e fare sport all'esterno, cosa potranno invece fare in inverno? Soltanto restare nuovamente chiusi in casa, tranne per andare a scuola in autobus paradossalmente super affollati.
Senza contare poi la paura dello stigma. Ormai, chiunque non sia ancora vaccinato e non abbia intenzione di farlo è percepito come un pericolo per la collettività.
In un'età dove l'accettazione da parte dei propri coetanei è spesso percepita come priorità, l'essere considerato un paria è una prospettiva capace di influenzare le scelte. Sia degli adolescenti, che dei loro genitori. La possibilità per gli alunni di levare la mascherina in classe qualora tutti gli studenti fossero vaccinati provocherà astio e pressione verso i pochi che rifiutano il vaccino, considerati probabilmente come un ostacolo al ritorno alla normalità, ovvero senza bavaglio per sei ore anche se a distanza.
La discriminazione, perfino nelle aule scolastiche, è presto servita.
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Franco Locatelli e pediatri spingono per le iniezioni agli under 12. Ma non esistono informazioni sugli effetti a lungo termine. Contrario Francesco Vaia (Spallanzani): «Più rischi che benefici». E dagli Usa un allarme: negli ultimi mesi c'è stato un aumento di miocarditi e pericarditi.Francesco Figliuolo scrive alle Regioni: dal 16 dosi a tutti i giovani (12-18) che si presentano agli hub.Lo speciale contiene due articoli.Sotto a chi tocca. E se ha meno di 12 anni, poco importa. «Io ritengo che sia necessario vaccinare anche i più piccoli», afferma Franco Locatelli, coordinatore del Cts. Il professore è quello che a maggio aveva affermato che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Allora specificava che «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante», mentre pochi giorni fa si è dichiarato oltremodo preoccupato perché «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28». Nove decessi in più tra giovanissimi da inizio epidemia tolgono il sonno a Locatelli, pure presidente del Css, il Consiglio superiore di sanità. Ieri sul Messaggero alzava il tiro: «Vaccinando i bambini eviteremo focolai anche nelle scuole elementari e dunque il ricorso alla didattica a distanza. Limiteremo la circolazione del virus e la possibilità che contagino genitori e nonni». Locatelli vuole vaccinare anche i bimbi delle materne, potesse chiederebbe ai lattanti di alzare il braccino per la punturina. Cita studi nei quali per gli adolescenti il rischio di sviluppare miocarditi, un'infiammazione del tessuto muscolare del cuore, se infettati dal Covid sarebbe di gran lunga superiore a quello conseguente la vaccinazione. Però tralascia di precisare che il rapporto è tra un caso di Covid e una vaccinazione, non con un siero all'anno come ci stanno iniziando a prospettare il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini e il ministro della Salute, Roberto Speranza.Uno studio pubblicato il 4 agosto sull'autorevole rivista scientifica Journal of the american medical association (Jama) segnala che in quaranta ospedali di Washington, Oregon, Montana e Los Angeles County, California, «dopo la vaccinazione contro il Covid-19 sono state osservate due distinte sindromi autolimitanti: miocardite e pericardite. La miocardite si era sviluppata rapidamente nei pazienti più giovani, soprattutto dopo la seconda vaccinazione. La pericardite ha colpito i pazienti più anziani più tardi, dopo la prima o la seconda dose». Il numero medio mensile di casi di miocardite o miopericardite durante il periodo pre vaccino era 16,9 rispetto al 27,3 registrato durante il periodo vaccinale. Il numero medio di casi di pericardite durante gli stessi periodi era 49,1 e 78,8. Lo studio di George A. Diaz, esperto infettivologo, suggerisce che è in corso «una sottosegnalazione degli eventi avversi del vaccino». D'altra parte, un sintomo di lieve miocardite/pericardite può limitarsi all'affaticamento grave. Nei trial di Moderna (prima di ottenere da Ema l'autorizzazione condizionata) riferiti alla fascia 18-64 anni, l'affaticamento grave si è verificato nel 10,7% dei casi, in quello di Pfizer nel 3,8% dei vaccinati, ma probabilmente era una sottostima perché le reazioni avverse con i due vaccini sono simili nella sorveglianza attiva dei Cds statunitensi. V-safe, tra l'altro, rileva che un ragazzo su quattro ha reazioni gravi, per qualche giorno non riesce a studiare, lavorare, svolgere ogni attività. Solo se su un campione di questi affaticati gravi verranno svolte ricerche mediante ecografia, risonanza magnetica, con esami idonei in grado di evidenziare se nel sangue ci sono alcune proteine normalmente contenute nelle cellule miocardiche (come la troponina), si potrà capire quanti hanno sviluppato una miocardite e/o pericardite. Limitarsi a dire che si tratta di «un eccesso di risposta infiammatoria in seguito allo stimolo vaccinale», come aveva sostenuto su Repubblica Alfredo Marchese, presidente della Fondazione Gise, la Società italiana di cardiologia interventistica, non tranquillizza affatto. Le infiammazioni a livello cardiaco possono lasciare segni e ripresentarsi nel tempo. Sempre l'organo ufficiale della American medical association, il 10 agosto segnalava: «La miocardite associata al vaccino Covid-19 può avere un decorso benigno a breve termine nei bambini; tuttavia, i rischi a lungo termine rimangono sconosciuti». Nelle conclusioni, Jama avvertiva che «sono necessari studi più ampi con un follow-up più lungo». Lascia perciò interdetti l'appello della Società italiana di pediatria: «Abbiamo bisogno di un vaccino sicuro, efficace. Di uno scudo con cui difendere anche i nostri bambini da questo terribile virus». I medici infantili dichiarano che nel nostro Paese si sono contati 240.105 casi di infezione e 14 decessi fino ai 9 anni e 436.938 casi con 16 decessi tra i 10 e i 19 anni. Dobbiamo preoccuparci? Facciamo un salto indietro, ricordiamo che cosa si diceva a febbraio 2018: «Da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus». Non era Covid, bensì influenza e in base ai dati dell'Iss veniva precisato che «gli undici bambini e ragazzi con meno di 14 anni deceduti presentavano tutti condizioni di rischio». Non per questo fu messa in atto una campagna vaccinale forzosa, come si sta profilando da settembre anche sui minori per arrestare un Covid destinato a diventare endemico. Per fortuna qualcuno mostra ancora buon senso. «Sono assolutamente contrario alla vaccinazione degli under 12», ha detto ieri Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani perché «nei bambini è statisticamente irrilevante non solo il contagio ma anche la malattia. In questo caso quindi la bilancia rischio beneficio penderebbe tutta sulla parte del rischio». Anche Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento genitori democratici è stata chiara: «Non venga in mente a nessuno di introdurre l'obbligo per i minori».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-studio-che-sconsiglia-di-vaccinare-i-minori-2654634174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="corsie-rapide-e-senza-appuntamento-cresce-il-pressing-sugli-adolescenti" data-post-id="2654634174" data-published-at="1628707659" data-use-pagination="False"> Corsie rapide e senza appuntamento. Cresce il pressing sugli adolescenti La corsa alla profilassi di massa per i giovani accelera ogni giorno. Come preannunciato tre giorni fa durante la sua visita in Basilicata, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha inviato ieri mattina una lettera a tutti i presidenti di Regione chiedendo loro di prevedere, fin da lunedì 16 agosto, una corsia preferenziale in tutti gli hub vaccinali. In vista della riapertura delle scuole, il commissario all'emergenza chiede infatti «di dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei più giovani» dai «12 ai 18 anni». Una priorità da dare «anche senza preventiva prenotazione». Una predisposizione, scrive Figliuolo, che «avrà risvolti positivi anche per incentivare la ripresa in sicurezza sia delle attività sportive sia di quelle finalizzate a garantire un maggiore benessere psicofisico per i più giovani». Da lunedì gli adolescenti potranno quindi presentarsi agli hub vaccinali, per una sorta di «open day» senza fine. E non ci sarà da stupirsi se la partecipazione sarà alta. La fascia tra i 12 e i 19 anni al momento è quella trainante le somministrazioni della prima dose, come conforma Figliuolo: «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times, è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni». Venendo ai numeri, il 41% della platea 12-19 anni ha già ricevuto una dose, il 23,50% entrambe. Comprensibilmente, d'altronde, di fronte al pressing quotidiano, i giovani corrono a farsi fare la puntura. Dopo un anno di didattica a distanza e vita sociale azzerata, non c'è da stupirsi che lo spettro delle lezioni online, agitato come un ricatto ogni qualvolta vengano esposti dubbi sulla vaccinazione ai più giovani, convinca anche chi, lecitamente, non è del tutto convinto, genitori compresi. E, oltre alla scuola, il problema si estende a tutti gli ambiti ricreativi. Con l'introduzione del green pass obbligatorio dai 12 anni in su, infatti, non ricevere la puntura equivale di fatto a una condanna (ancora) ai domiciliari. Se infatti senza pass, adesso, i giovani possono ritrovarsi negli spazi all'aperto, a un aperitivo in un dehor o in un parco, allenarsi e fare sport all'esterno, cosa potranno invece fare in inverno? Soltanto restare nuovamente chiusi in casa, tranne per andare a scuola in autobus paradossalmente super affollati. Senza contare poi la paura dello stigma. Ormai, chiunque non sia ancora vaccinato e non abbia intenzione di farlo è percepito come un pericolo per la collettività. In un'età dove l'accettazione da parte dei propri coetanei è spesso percepita come priorità, l'essere considerato un paria è una prospettiva capace di influenzare le scelte. Sia degli adolescenti, che dei loro genitori. La possibilità per gli alunni di levare la mascherina in classe qualora tutti gli studenti fossero vaccinati provocherà astio e pressione verso i pochi che rifiutano il vaccino, considerati probabilmente come un ostacolo al ritorno alla normalità, ovvero senza bavaglio per sei ore anche se a distanza. La discriminazione, perfino nelle aule scolastiche, è presto servita.
Celebrazioni a Teheran per Mojtaba Khamenei (Ansa)
La Repubblica islamica dell’Iran sostiene di aver già individuato la figura destinata a succedere alla guida del Paese dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ma ufficialmente, al momento di andare in stampa, il nome del nuovo leader supremo non è stato ancora reso pubblico. Un silenzio che riflette le profonde tensioni politiche e istituzionali che attraversano il sistema di potere iraniano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. A confermare che una decisione sarebbe stata presa è stato un membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso incaricato dalla Costituzione di designare la Guida suprema; l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che all’interno dell’Assemblea sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la Guida» e che sarebbe stato raggiunto «un parere decisivo e unanime». Un altro membro dell’Assemblea, Hojjatoleslam Jafari, rappresentante della provincia di Zanjan, ha espresso l’auspicio che la decisione venga resa nota al più presto. «Il ritardo nell’elezione del terzo leader è amaro e indesiderato per tutti», ha spiegato, invitando tuttavia la popolazione a non perdere fiducia nei rappresentanti religiosi chiamati a prendere una decisione così delicata.
Nel frattempo, un altro religioso dell’Assemblea ha assicurato che il nome di Khamenei come leader dell’Iran «continuerà a esistere», sottolineando come la futura guida della Repubblica islamica dovrà muoversi nel solco politico e ideologico tracciato dal defunto ayatollah. Secondo la Costituzione, spetta all’Assemblea degli esperti - composta da 88 religiosi - scegliere la Guida suprema quando la carica rimane vacante. È quanto accaduto dopo i quasi 37 anni di leadership di Ali Khamenei, morto a seguito di un attacco Usa a Teheran lo scorso 28 febbraio. La successione rappresenta quindi uno dei passaggi più sensibili nella storia politica della Repubblica islamica.
Il dibattito interno è reso ancora più complesso dalla possibile candidatura di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida suprema e da tempo indicato come uno dei principali pretendenti alla successione. La sua nomina, osteggiata dal presidente statunitense Donald Trump secondo il quale «sarebbe inaccettabile», garantirebbe continuità con la linea politica del padre e lascerebbe campo libero ai pasdaran, principali sponsor della sua ascesa.
Il prezzo, secondo molti osservatori, lo pagherebbe la popolazione iraniana, che potrebbe trovarsi di fronte a una repressione ancora più dura mentre il conflitto in corso rischierebbe di intensificarsi ulteriormente. Secondo alcune informazioni circolate nelle ultime ore, Mojtaba Khamenei sarebbe inoltre rimasto gravemente ferito nei raid che hanno colpito la città di Qom alla fine di febbraio e si troverebbe attualmente ricoverato in ospedale. Un altro membro dell’Assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha dichiarato che il candidato prescelto sarebbe stato individuato anche tenendo conto delle indicazioni lasciate dallo stesso Khamenei prima della morte. Secondo il religioso, il nuovo leader dovrebbe essere una figura «odiata dal nemico», aggiungendo che «persino il Grande Satana» avrebbe già fatto il suo nome. Ovvio il riferimento a Mojtaba Khamenei. All’interno del clero non mancano le pressioni per accelerare la decisione. L’ayatollah ha chiesto di rendere pubblico al più presto il nome del «giurista a pieno titolo» selezionato dall’Assemblea. Rahim Tavakol, altro membro dell’organismo religioso, ha assicurato che l’assemblea ha già svolto il proprio compito e che «presto verrà annunciato il successore» di Khamenei. Tuttavia diversi osservatori ritengono che il ritardo possa essere legato anche a questioni procedurali e di sicurezza. Secondo alcuni giuristi iraniani, la Costituzione prevede che almeno due terzi dei membri dell’Assemblea partecipino fisicamente alla deliberazione. In mancanza di questa condizione, qualsiasi decisione rischierebbe di non avere piena validità legale.
Emergono anche divisioni all’interno dell’establishment. Alcune fonti sostengono che il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, si sarebbe opposto alla nomina di Mojtaba Khamenei, preferendo invece la candidatura del fratello Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e figura influente dell’apparato religioso e politico iraniano. Per l’esercito israeliano, invece, non è importante chi verrà nominato: «Continueremo a colpire chiunque tenti di assumere o designare la carica di Guida Suprema» ha affermato l’Idf in una nota.
La guerra «sotterranea» dell’acqua
L’escalation militare in Medio Oriente continua ad allargarsi mentre il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti apre nuovi fronti di tensione in tutta la regione. A Teheran la situazione appare sempre più critica dopo una serie di raid che hanno colpito infrastrutture energetiche della capitale provocando incendi di vaste proporzioni. Il corrispondente della Cnn Frederik Pleitgen ha raccontato dalla città uno scenario che ha definito «apocalittico». Gli attacchi israeliani hanno centrato diversi impianti petroliferi causando roghi che, a distanza di oltre 12 ore, continuavano ancora a bruciare. Colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale mentre la pioggia, mescolata ai residui di petrolio dispersi nell’aria, è ricaduta sulle strade.
Nel frattempo il comando militare Usa per il Medio Oriente ha diffuso un messaggio diretto alla popolazione iraniana invitando i civili a restare nelle proprie abitazioni: «State a casa. Il regime sta consapevolmente mettendo in pericolo le vite dei civili», si legge nell’avviso diffuso dallo Us central command. Nel comunicato si accusa inoltre Teheran di utilizzare quartieri densamente abitati per operazioni militari, compreso il lancio di droni d’attacco e missili balistici. Washington ha tuttavia precisato di non essere coinvolta negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono colpire l’industria petrolifera o del gas della Repubblica islamica. Secondo Wright gli obiettivi dei raid riguarderebbero depositi di carburante utilizzati per rifornire le stazioni di benzina della capitale. Il segretario ha riconosciuto l’impatto degli attacchi sulla qualità dell’aria a Teheran, aggiungendo, tuttavia, che «alcuni giorni di qualità dell’aria peggiore non sono nulla rispetto a ciò che il popolo iraniano ha sofferto sotto il regime». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, intervistata da Fox News, ha spiegato che la strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump resta concentrata su una campagna di bombardamenti aerei. «Il dispiegamento di truppe a terra non rientra nel piano attuale ma il presidente non ha rimosso l’opzione dal tavolo», ha dichiarato.
Le tensioni si estendono anche al Golfo. Le autorità del Bahrein hanno denunciato un attacco con drone attribuito all’Iran contro un impianto di desalinizzazione nei pressi della capitale Manama. In una nota ufficiale il governo ha riferito che l’azione ha colpito obiettivi civili causando danni materiali alla struttura. L’Autorità elettrica e idrica del Paese ha tuttavia assicurato che l’incidente non ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile. Il tema resta particolarmente delicato perché nei Paesi del Golfo la sopravvivenza delle città dipende in larga parte dagli impianti di desalinizzazione.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di nuove polemiche diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Ynet, Abu Dhabi avrebbe valutato la possibilità di colpire un impianto di desalinizzazione in Iran come segnale politico. Negli Emirati cresce però la rabbia per le notizie diffuse dai media israeliani. Secondo quanto riferito da Channel 12, fonti vicine alla leadership emiratina ritengono che rivelazioni pubbliche di questo tipo possano compromettere un delicato equilibrio regionale. Sul piano diplomatico Teheran continua intanto a ribadire la propria determinazione a resistere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato dalla Nbc, ha affermato che la cooperazione con la Russia «non è una novità né un segreto» e che l’Iran continuerà a difendere il proprio territorio: «La nostra dignità non è in vendita», ha dichiarato. Resta instabile anche il fronte libanese. Secondo le Forze di difesa israeliane, negli ultimi giorni oltre 200 membri di Hezbollah e di altri gruppi armati sarebbero stati uccisi durante le operazioni militari in Libano. Il ministero della Salute libanese ha riferito che i bombardamenti della scorsa settimana hanno provocato almeno 394 morti, confermando come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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Una medaglia mai data per scadenza dei termini, un atto eroico in quella che viene definita la Guerra dimenticata. Ecco la storia di Royce Williams.