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2021-08-12
Lo studio che sconsiglia di vaccinare i minori
Sotto a chi tocca. E se ha meno di 12 anni, poco importa. «Io ritengo che sia necessario vaccinare anche i più piccoli», afferma Franco Locatelli, coordinatore del Cts. Il professore è quello che a maggio aveva affermato che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Allora specificava che «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante», mentre pochi giorni fa si è dichiarato oltremodo preoccupato perché «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28». Nove decessi in più tra giovanissimi da inizio epidemia tolgono il sonno a Locatelli, pure presidente del Css, il Consiglio superiore di sanità. Ieri sul Messaggero alzava il tiro: «Vaccinando i bambini eviteremo focolai anche nelle scuole elementari e dunque il ricorso alla didattica a distanza. Limiteremo la circolazione del virus e la possibilità che contagino genitori e nonni».
Locatelli vuole vaccinare anche i bimbi delle materne, potesse chiederebbe ai lattanti di alzare il braccino per la punturina. Cita studi nei quali per gli adolescenti il rischio di sviluppare miocarditi, un'infiammazione del tessuto muscolare del cuore, se infettati dal Covid sarebbe di gran lunga superiore a quello conseguente la vaccinazione. Però tralascia di precisare che il rapporto è tra un caso di Covid e una vaccinazione, non con un siero all'anno come ci stanno iniziando a prospettare il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini e il ministro della Salute, Roberto Speranza.
Uno studio pubblicato il 4 agosto sull'autorevole rivista scientifica Journal of the american medical association (Jama) segnala che in quaranta ospedali di Washington, Oregon, Montana e Los Angeles County, California, «dopo la vaccinazione contro il Covid-19 sono state osservate due distinte sindromi autolimitanti: miocardite e pericardite. La miocardite si era sviluppata rapidamente nei pazienti più giovani, soprattutto dopo la seconda vaccinazione. La pericardite ha colpito i pazienti più anziani più tardi, dopo la prima o la seconda dose».
Il numero medio mensile di casi di miocardite o miopericardite durante il periodo pre vaccino era 16,9 rispetto al 27,3 registrato durante il periodo vaccinale. Il numero medio di casi di pericardite durante gli stessi periodi era 49,1 e 78,8. Lo studio di George A. Diaz, esperto infettivologo, suggerisce che è in corso «una sottosegnalazione degli eventi avversi del vaccino». D'altra parte, un sintomo di lieve miocardite/pericardite può limitarsi all'affaticamento grave. Nei trial di Moderna (prima di ottenere da Ema l'autorizzazione condizionata) riferiti alla fascia 18-64 anni, l'affaticamento grave si è verificato nel 10,7% dei casi, in quello di Pfizer nel 3,8% dei vaccinati, ma probabilmente era una sottostima perché le reazioni avverse con i due vaccini sono simili nella sorveglianza attiva dei Cds statunitensi. V-safe, tra l'altro, rileva che un ragazzo su quattro ha reazioni gravi, per qualche giorno non riesce a studiare, lavorare, svolgere ogni attività.
Solo se su un campione di questi affaticati gravi verranno svolte ricerche mediante ecografia, risonanza magnetica, con esami idonei in grado di evidenziare se nel sangue ci sono alcune proteine normalmente contenute nelle cellule miocardiche (come la troponina), si potrà capire quanti hanno sviluppato una miocardite e/o pericardite. Limitarsi a dire che si tratta di «un eccesso di risposta infiammatoria in seguito allo stimolo vaccinale», come aveva sostenuto su Repubblica Alfredo Marchese, presidente della Fondazione Gise, la Società italiana di cardiologia interventistica, non tranquillizza affatto. Le infiammazioni a livello cardiaco possono lasciare segni e ripresentarsi nel tempo.
Sempre l'organo ufficiale della American medical association, il 10 agosto segnalava: «La miocardite associata al vaccino Covid-19 può avere un decorso benigno a breve termine nei bambini; tuttavia, i rischi a lungo termine rimangono sconosciuti». Nelle conclusioni, Jama avvertiva che «sono necessari studi più ampi con un follow-up più lungo». Lascia perciò interdetti l'appello della Società italiana di pediatria: «Abbiamo bisogno di un vaccino sicuro, efficace. Di uno scudo con cui difendere anche i nostri bambini da questo terribile virus». I medici infantili dichiarano che nel nostro Paese si sono contati 240.105 casi di infezione e 14 decessi fino ai 9 anni e 436.938 casi con 16 decessi tra i 10 e i 19 anni.
Dobbiamo preoccuparci? Facciamo un salto indietro, ricordiamo che cosa si diceva a febbraio 2018: «Da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus». Non era Covid, bensì influenza e in base ai dati dell'Iss veniva precisato che «gli undici bambini e ragazzi con meno di 14 anni deceduti presentavano tutti condizioni di rischio». Non per questo fu messa in atto una campagna vaccinale forzosa, come si sta profilando da settembre anche sui minori per arrestare un Covid destinato a diventare endemico.
Per fortuna qualcuno mostra ancora buon senso. «Sono assolutamente contrario alla vaccinazione degli under 12», ha detto ieri Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani perché «nei bambini è statisticamente irrilevante non solo il contagio ma anche la malattia. In questo caso quindi la bilancia rischio beneficio penderebbe tutta sulla parte del rischio». Anche Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento genitori democratici è stata chiara: «Non venga in mente a nessuno di introdurre l'obbligo per i minori».
Corsie rapide e senza appuntamento. Cresce il pressing sugli adolescenti
La corsa alla profilassi di massa per i giovani accelera ogni giorno. Come preannunciato tre giorni fa durante la sua visita in Basilicata, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha inviato ieri mattina una lettera a tutti i presidenti di Regione chiedendo loro di prevedere, fin da lunedì 16 agosto, una corsia preferenziale in tutti gli hub vaccinali. In vista della riapertura delle scuole, il commissario all'emergenza chiede infatti «di dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei più giovani» dai «12 ai 18 anni». Una priorità da dare «anche senza preventiva prenotazione». Una predisposizione, scrive Figliuolo, che «avrà risvolti positivi anche per incentivare la ripresa in sicurezza sia delle attività sportive sia di quelle finalizzate a garantire un maggiore benessere psicofisico per i più giovani».
Da lunedì gli adolescenti potranno quindi presentarsi agli hub vaccinali, per una sorta di «open day» senza fine. E non ci sarà da stupirsi se la partecipazione sarà alta. La fascia tra i 12 e i 19 anni al momento è quella trainante le somministrazioni della prima dose, come conforma Figliuolo: «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times, è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni». Venendo ai numeri, il 41% della platea 12-19 anni ha già ricevuto una dose, il 23,50% entrambe.
Comprensibilmente, d'altronde, di fronte al pressing quotidiano, i giovani corrono a farsi fare la puntura. Dopo un anno di didattica a distanza e vita sociale azzerata, non c'è da stupirsi che lo spettro delle lezioni online, agitato come un ricatto ogni qualvolta vengano esposti dubbi sulla vaccinazione ai più giovani, convinca anche chi, lecitamente, non è del tutto convinto, genitori compresi.
E, oltre alla scuola, il problema si estende a tutti gli ambiti ricreativi. Con l'introduzione del green pass obbligatorio dai 12 anni in su, infatti, non ricevere la puntura equivale di fatto a una condanna (ancora) ai domiciliari. Se infatti senza pass, adesso, i giovani possono ritrovarsi negli spazi all'aperto, a un aperitivo in un dehor o in un parco, allenarsi e fare sport all'esterno, cosa potranno invece fare in inverno? Soltanto restare nuovamente chiusi in casa, tranne per andare a scuola in autobus paradossalmente super affollati.
Senza contare poi la paura dello stigma. Ormai, chiunque non sia ancora vaccinato e non abbia intenzione di farlo è percepito come un pericolo per la collettività.
In un'età dove l'accettazione da parte dei propri coetanei è spesso percepita come priorità, l'essere considerato un paria è una prospettiva capace di influenzare le scelte. Sia degli adolescenti, che dei loro genitori. La possibilità per gli alunni di levare la mascherina in classe qualora tutti gli studenti fossero vaccinati provocherà astio e pressione verso i pochi che rifiutano il vaccino, considerati probabilmente come un ostacolo al ritorno alla normalità, ovvero senza bavaglio per sei ore anche se a distanza.
La discriminazione, perfino nelle aule scolastiche, è presto servita.
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Franco Locatelli e pediatri spingono per le iniezioni agli under 12. Ma non esistono informazioni sugli effetti a lungo termine. Contrario Francesco Vaia (Spallanzani): «Più rischi che benefici». E dagli Usa un allarme: negli ultimi mesi c'è stato un aumento di miocarditi e pericarditi.Francesco Figliuolo scrive alle Regioni: dal 16 dosi a tutti i giovani (12-18) che si presentano agli hub.Lo speciale contiene due articoli.Sotto a chi tocca. E se ha meno di 12 anni, poco importa. «Io ritengo che sia necessario vaccinare anche i più piccoli», afferma Franco Locatelli, coordinatore del Cts. Il professore è quello che a maggio aveva affermato che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Allora specificava che «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante», mentre pochi giorni fa si è dichiarato oltremodo preoccupato perché «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28». Nove decessi in più tra giovanissimi da inizio epidemia tolgono il sonno a Locatelli, pure presidente del Css, il Consiglio superiore di sanità. Ieri sul Messaggero alzava il tiro: «Vaccinando i bambini eviteremo focolai anche nelle scuole elementari e dunque il ricorso alla didattica a distanza. Limiteremo la circolazione del virus e la possibilità che contagino genitori e nonni». Locatelli vuole vaccinare anche i bimbi delle materne, potesse chiederebbe ai lattanti di alzare il braccino per la punturina. Cita studi nei quali per gli adolescenti il rischio di sviluppare miocarditi, un'infiammazione del tessuto muscolare del cuore, se infettati dal Covid sarebbe di gran lunga superiore a quello conseguente la vaccinazione. Però tralascia di precisare che il rapporto è tra un caso di Covid e una vaccinazione, non con un siero all'anno come ci stanno iniziando a prospettare il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini e il ministro della Salute, Roberto Speranza.Uno studio pubblicato il 4 agosto sull'autorevole rivista scientifica Journal of the american medical association (Jama) segnala che in quaranta ospedali di Washington, Oregon, Montana e Los Angeles County, California, «dopo la vaccinazione contro il Covid-19 sono state osservate due distinte sindromi autolimitanti: miocardite e pericardite. La miocardite si era sviluppata rapidamente nei pazienti più giovani, soprattutto dopo la seconda vaccinazione. La pericardite ha colpito i pazienti più anziani più tardi, dopo la prima o la seconda dose». Il numero medio mensile di casi di miocardite o miopericardite durante il periodo pre vaccino era 16,9 rispetto al 27,3 registrato durante il periodo vaccinale. Il numero medio di casi di pericardite durante gli stessi periodi era 49,1 e 78,8. Lo studio di George A. Diaz, esperto infettivologo, suggerisce che è in corso «una sottosegnalazione degli eventi avversi del vaccino». D'altra parte, un sintomo di lieve miocardite/pericardite può limitarsi all'affaticamento grave. Nei trial di Moderna (prima di ottenere da Ema l'autorizzazione condizionata) riferiti alla fascia 18-64 anni, l'affaticamento grave si è verificato nel 10,7% dei casi, in quello di Pfizer nel 3,8% dei vaccinati, ma probabilmente era una sottostima perché le reazioni avverse con i due vaccini sono simili nella sorveglianza attiva dei Cds statunitensi. V-safe, tra l'altro, rileva che un ragazzo su quattro ha reazioni gravi, per qualche giorno non riesce a studiare, lavorare, svolgere ogni attività. Solo se su un campione di questi affaticati gravi verranno svolte ricerche mediante ecografia, risonanza magnetica, con esami idonei in grado di evidenziare se nel sangue ci sono alcune proteine normalmente contenute nelle cellule miocardiche (come la troponina), si potrà capire quanti hanno sviluppato una miocardite e/o pericardite. Limitarsi a dire che si tratta di «un eccesso di risposta infiammatoria in seguito allo stimolo vaccinale», come aveva sostenuto su Repubblica Alfredo Marchese, presidente della Fondazione Gise, la Società italiana di cardiologia interventistica, non tranquillizza affatto. Le infiammazioni a livello cardiaco possono lasciare segni e ripresentarsi nel tempo. Sempre l'organo ufficiale della American medical association, il 10 agosto segnalava: «La miocardite associata al vaccino Covid-19 può avere un decorso benigno a breve termine nei bambini; tuttavia, i rischi a lungo termine rimangono sconosciuti». Nelle conclusioni, Jama avvertiva che «sono necessari studi più ampi con un follow-up più lungo». Lascia perciò interdetti l'appello della Società italiana di pediatria: «Abbiamo bisogno di un vaccino sicuro, efficace. Di uno scudo con cui difendere anche i nostri bambini da questo terribile virus». I medici infantili dichiarano che nel nostro Paese si sono contati 240.105 casi di infezione e 14 decessi fino ai 9 anni e 436.938 casi con 16 decessi tra i 10 e i 19 anni. Dobbiamo preoccuparci? Facciamo un salto indietro, ricordiamo che cosa si diceva a febbraio 2018: «Da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus». Non era Covid, bensì influenza e in base ai dati dell'Iss veniva precisato che «gli undici bambini e ragazzi con meno di 14 anni deceduti presentavano tutti condizioni di rischio». Non per questo fu messa in atto una campagna vaccinale forzosa, come si sta profilando da settembre anche sui minori per arrestare un Covid destinato a diventare endemico. Per fortuna qualcuno mostra ancora buon senso. «Sono assolutamente contrario alla vaccinazione degli under 12», ha detto ieri Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani perché «nei bambini è statisticamente irrilevante non solo il contagio ma anche la malattia. In questo caso quindi la bilancia rischio beneficio penderebbe tutta sulla parte del rischio». Anche Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento genitori democratici è stata chiara: «Non venga in mente a nessuno di introdurre l'obbligo per i minori».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-studio-che-sconsiglia-di-vaccinare-i-minori-2654634174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="corsie-rapide-e-senza-appuntamento-cresce-il-pressing-sugli-adolescenti" data-post-id="2654634174" data-published-at="1628707659" data-use-pagination="False"> Corsie rapide e senza appuntamento. Cresce il pressing sugli adolescenti La corsa alla profilassi di massa per i giovani accelera ogni giorno. Come preannunciato tre giorni fa durante la sua visita in Basilicata, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha inviato ieri mattina una lettera a tutti i presidenti di Regione chiedendo loro di prevedere, fin da lunedì 16 agosto, una corsia preferenziale in tutti gli hub vaccinali. In vista della riapertura delle scuole, il commissario all'emergenza chiede infatti «di dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei più giovani» dai «12 ai 18 anni». Una priorità da dare «anche senza preventiva prenotazione». Una predisposizione, scrive Figliuolo, che «avrà risvolti positivi anche per incentivare la ripresa in sicurezza sia delle attività sportive sia di quelle finalizzate a garantire un maggiore benessere psicofisico per i più giovani». Da lunedì gli adolescenti potranno quindi presentarsi agli hub vaccinali, per una sorta di «open day» senza fine. E non ci sarà da stupirsi se la partecipazione sarà alta. La fascia tra i 12 e i 19 anni al momento è quella trainante le somministrazioni della prima dose, come conforma Figliuolo: «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times, è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni». Venendo ai numeri, il 41% della platea 12-19 anni ha già ricevuto una dose, il 23,50% entrambe. Comprensibilmente, d'altronde, di fronte al pressing quotidiano, i giovani corrono a farsi fare la puntura. Dopo un anno di didattica a distanza e vita sociale azzerata, non c'è da stupirsi che lo spettro delle lezioni online, agitato come un ricatto ogni qualvolta vengano esposti dubbi sulla vaccinazione ai più giovani, convinca anche chi, lecitamente, non è del tutto convinto, genitori compresi. E, oltre alla scuola, il problema si estende a tutti gli ambiti ricreativi. Con l'introduzione del green pass obbligatorio dai 12 anni in su, infatti, non ricevere la puntura equivale di fatto a una condanna (ancora) ai domiciliari. Se infatti senza pass, adesso, i giovani possono ritrovarsi negli spazi all'aperto, a un aperitivo in un dehor o in un parco, allenarsi e fare sport all'esterno, cosa potranno invece fare in inverno? Soltanto restare nuovamente chiusi in casa, tranne per andare a scuola in autobus paradossalmente super affollati. Senza contare poi la paura dello stigma. Ormai, chiunque non sia ancora vaccinato e non abbia intenzione di farlo è percepito come un pericolo per la collettività. In un'età dove l'accettazione da parte dei propri coetanei è spesso percepita come priorità, l'essere considerato un paria è una prospettiva capace di influenzare le scelte. Sia degli adolescenti, che dei loro genitori. La possibilità per gli alunni di levare la mascherina in classe qualora tutti gli studenti fossero vaccinati provocherà astio e pressione verso i pochi che rifiutano il vaccino, considerati probabilmente come un ostacolo al ritorno alla normalità, ovvero senza bavaglio per sei ore anche se a distanza. La discriminazione, perfino nelle aule scolastiche, è presto servita.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».