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2021-08-12
Lo studio che sconsiglia di vaccinare i minori
Sotto a chi tocca. E se ha meno di 12 anni, poco importa. «Io ritengo che sia necessario vaccinare anche i più piccoli», afferma Franco Locatelli, coordinatore del Cts. Il professore è quello che a maggio aveva affermato che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Allora specificava che «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante», mentre pochi giorni fa si è dichiarato oltremodo preoccupato perché «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28». Nove decessi in più tra giovanissimi da inizio epidemia tolgono il sonno a Locatelli, pure presidente del Css, il Consiglio superiore di sanità. Ieri sul Messaggero alzava il tiro: «Vaccinando i bambini eviteremo focolai anche nelle scuole elementari e dunque il ricorso alla didattica a distanza. Limiteremo la circolazione del virus e la possibilità che contagino genitori e nonni».
Locatelli vuole vaccinare anche i bimbi delle materne, potesse chiederebbe ai lattanti di alzare il braccino per la punturina. Cita studi nei quali per gli adolescenti il rischio di sviluppare miocarditi, un'infiammazione del tessuto muscolare del cuore, se infettati dal Covid sarebbe di gran lunga superiore a quello conseguente la vaccinazione. Però tralascia di precisare che il rapporto è tra un caso di Covid e una vaccinazione, non con un siero all'anno come ci stanno iniziando a prospettare il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini e il ministro della Salute, Roberto Speranza.
Uno studio pubblicato il 4 agosto sull'autorevole rivista scientifica Journal of the american medical association (Jama) segnala che in quaranta ospedali di Washington, Oregon, Montana e Los Angeles County, California, «dopo la vaccinazione contro il Covid-19 sono state osservate due distinte sindromi autolimitanti: miocardite e pericardite. La miocardite si era sviluppata rapidamente nei pazienti più giovani, soprattutto dopo la seconda vaccinazione. La pericardite ha colpito i pazienti più anziani più tardi, dopo la prima o la seconda dose».
Il numero medio mensile di casi di miocardite o miopericardite durante il periodo pre vaccino era 16,9 rispetto al 27,3 registrato durante il periodo vaccinale. Il numero medio di casi di pericardite durante gli stessi periodi era 49,1 e 78,8. Lo studio di George A. Diaz, esperto infettivologo, suggerisce che è in corso «una sottosegnalazione degli eventi avversi del vaccino». D'altra parte, un sintomo di lieve miocardite/pericardite può limitarsi all'affaticamento grave. Nei trial di Moderna (prima di ottenere da Ema l'autorizzazione condizionata) riferiti alla fascia 18-64 anni, l'affaticamento grave si è verificato nel 10,7% dei casi, in quello di Pfizer nel 3,8% dei vaccinati, ma probabilmente era una sottostima perché le reazioni avverse con i due vaccini sono simili nella sorveglianza attiva dei Cds statunitensi. V-safe, tra l'altro, rileva che un ragazzo su quattro ha reazioni gravi, per qualche giorno non riesce a studiare, lavorare, svolgere ogni attività.
Solo se su un campione di questi affaticati gravi verranno svolte ricerche mediante ecografia, risonanza magnetica, con esami idonei in grado di evidenziare se nel sangue ci sono alcune proteine normalmente contenute nelle cellule miocardiche (come la troponina), si potrà capire quanti hanno sviluppato una miocardite e/o pericardite. Limitarsi a dire che si tratta di «un eccesso di risposta infiammatoria in seguito allo stimolo vaccinale», come aveva sostenuto su Repubblica Alfredo Marchese, presidente della Fondazione Gise, la Società italiana di cardiologia interventistica, non tranquillizza affatto. Le infiammazioni a livello cardiaco possono lasciare segni e ripresentarsi nel tempo.
Sempre l'organo ufficiale della American medical association, il 10 agosto segnalava: «La miocardite associata al vaccino Covid-19 può avere un decorso benigno a breve termine nei bambini; tuttavia, i rischi a lungo termine rimangono sconosciuti». Nelle conclusioni, Jama avvertiva che «sono necessari studi più ampi con un follow-up più lungo». Lascia perciò interdetti l'appello della Società italiana di pediatria: «Abbiamo bisogno di un vaccino sicuro, efficace. Di uno scudo con cui difendere anche i nostri bambini da questo terribile virus». I medici infantili dichiarano che nel nostro Paese si sono contati 240.105 casi di infezione e 14 decessi fino ai 9 anni e 436.938 casi con 16 decessi tra i 10 e i 19 anni.
Dobbiamo preoccuparci? Facciamo un salto indietro, ricordiamo che cosa si diceva a febbraio 2018: «Da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus». Non era Covid, bensì influenza e in base ai dati dell'Iss veniva precisato che «gli undici bambini e ragazzi con meno di 14 anni deceduti presentavano tutti condizioni di rischio». Non per questo fu messa in atto una campagna vaccinale forzosa, come si sta profilando da settembre anche sui minori per arrestare un Covid destinato a diventare endemico.
Per fortuna qualcuno mostra ancora buon senso. «Sono assolutamente contrario alla vaccinazione degli under 12», ha detto ieri Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani perché «nei bambini è statisticamente irrilevante non solo il contagio ma anche la malattia. In questo caso quindi la bilancia rischio beneficio penderebbe tutta sulla parte del rischio». Anche Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento genitori democratici è stata chiara: «Non venga in mente a nessuno di introdurre l'obbligo per i minori».
Corsie rapide e senza appuntamento. Cresce il pressing sugli adolescenti
La corsa alla profilassi di massa per i giovani accelera ogni giorno. Come preannunciato tre giorni fa durante la sua visita in Basilicata, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha inviato ieri mattina una lettera a tutti i presidenti di Regione chiedendo loro di prevedere, fin da lunedì 16 agosto, una corsia preferenziale in tutti gli hub vaccinali. In vista della riapertura delle scuole, il commissario all'emergenza chiede infatti «di dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei più giovani» dai «12 ai 18 anni». Una priorità da dare «anche senza preventiva prenotazione». Una predisposizione, scrive Figliuolo, che «avrà risvolti positivi anche per incentivare la ripresa in sicurezza sia delle attività sportive sia di quelle finalizzate a garantire un maggiore benessere psicofisico per i più giovani».
Da lunedì gli adolescenti potranno quindi presentarsi agli hub vaccinali, per una sorta di «open day» senza fine. E non ci sarà da stupirsi se la partecipazione sarà alta. La fascia tra i 12 e i 19 anni al momento è quella trainante le somministrazioni della prima dose, come conforma Figliuolo: «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times, è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni». Venendo ai numeri, il 41% della platea 12-19 anni ha già ricevuto una dose, il 23,50% entrambe.
Comprensibilmente, d'altronde, di fronte al pressing quotidiano, i giovani corrono a farsi fare la puntura. Dopo un anno di didattica a distanza e vita sociale azzerata, non c'è da stupirsi che lo spettro delle lezioni online, agitato come un ricatto ogni qualvolta vengano esposti dubbi sulla vaccinazione ai più giovani, convinca anche chi, lecitamente, non è del tutto convinto, genitori compresi.
E, oltre alla scuola, il problema si estende a tutti gli ambiti ricreativi. Con l'introduzione del green pass obbligatorio dai 12 anni in su, infatti, non ricevere la puntura equivale di fatto a una condanna (ancora) ai domiciliari. Se infatti senza pass, adesso, i giovani possono ritrovarsi negli spazi all'aperto, a un aperitivo in un dehor o in un parco, allenarsi e fare sport all'esterno, cosa potranno invece fare in inverno? Soltanto restare nuovamente chiusi in casa, tranne per andare a scuola in autobus paradossalmente super affollati.
Senza contare poi la paura dello stigma. Ormai, chiunque non sia ancora vaccinato e non abbia intenzione di farlo è percepito come un pericolo per la collettività.
In un'età dove l'accettazione da parte dei propri coetanei è spesso percepita come priorità, l'essere considerato un paria è una prospettiva capace di influenzare le scelte. Sia degli adolescenti, che dei loro genitori. La possibilità per gli alunni di levare la mascherina in classe qualora tutti gli studenti fossero vaccinati provocherà astio e pressione verso i pochi che rifiutano il vaccino, considerati probabilmente come un ostacolo al ritorno alla normalità, ovvero senza bavaglio per sei ore anche se a distanza.
La discriminazione, perfino nelle aule scolastiche, è presto servita.
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Franco Locatelli e pediatri spingono per le iniezioni agli under 12. Ma non esistono informazioni sugli effetti a lungo termine. Contrario Francesco Vaia (Spallanzani): «Più rischi che benefici». E dagli Usa un allarme: negli ultimi mesi c'è stato un aumento di miocarditi e pericarditi.Francesco Figliuolo scrive alle Regioni: dal 16 dosi a tutti i giovani (12-18) che si presentano agli hub.Lo speciale contiene due articoli.Sotto a chi tocca. E se ha meno di 12 anni, poco importa. «Io ritengo che sia necessario vaccinare anche i più piccoli», afferma Franco Locatelli, coordinatore del Cts. Il professore è quello che a maggio aveva affermato che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Allora specificava che «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante», mentre pochi giorni fa si è dichiarato oltremodo preoccupato perché «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28». Nove decessi in più tra giovanissimi da inizio epidemia tolgono il sonno a Locatelli, pure presidente del Css, il Consiglio superiore di sanità. Ieri sul Messaggero alzava il tiro: «Vaccinando i bambini eviteremo focolai anche nelle scuole elementari e dunque il ricorso alla didattica a distanza. Limiteremo la circolazione del virus e la possibilità che contagino genitori e nonni». Locatelli vuole vaccinare anche i bimbi delle materne, potesse chiederebbe ai lattanti di alzare il braccino per la punturina. Cita studi nei quali per gli adolescenti il rischio di sviluppare miocarditi, un'infiammazione del tessuto muscolare del cuore, se infettati dal Covid sarebbe di gran lunga superiore a quello conseguente la vaccinazione. Però tralascia di precisare che il rapporto è tra un caso di Covid e una vaccinazione, non con un siero all'anno come ci stanno iniziando a prospettare il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini e il ministro della Salute, Roberto Speranza.Uno studio pubblicato il 4 agosto sull'autorevole rivista scientifica Journal of the american medical association (Jama) segnala che in quaranta ospedali di Washington, Oregon, Montana e Los Angeles County, California, «dopo la vaccinazione contro il Covid-19 sono state osservate due distinte sindromi autolimitanti: miocardite e pericardite. La miocardite si era sviluppata rapidamente nei pazienti più giovani, soprattutto dopo la seconda vaccinazione. La pericardite ha colpito i pazienti più anziani più tardi, dopo la prima o la seconda dose». Il numero medio mensile di casi di miocardite o miopericardite durante il periodo pre vaccino era 16,9 rispetto al 27,3 registrato durante il periodo vaccinale. Il numero medio di casi di pericardite durante gli stessi periodi era 49,1 e 78,8. Lo studio di George A. Diaz, esperto infettivologo, suggerisce che è in corso «una sottosegnalazione degli eventi avversi del vaccino». D'altra parte, un sintomo di lieve miocardite/pericardite può limitarsi all'affaticamento grave. Nei trial di Moderna (prima di ottenere da Ema l'autorizzazione condizionata) riferiti alla fascia 18-64 anni, l'affaticamento grave si è verificato nel 10,7% dei casi, in quello di Pfizer nel 3,8% dei vaccinati, ma probabilmente era una sottostima perché le reazioni avverse con i due vaccini sono simili nella sorveglianza attiva dei Cds statunitensi. V-safe, tra l'altro, rileva che un ragazzo su quattro ha reazioni gravi, per qualche giorno non riesce a studiare, lavorare, svolgere ogni attività. Solo se su un campione di questi affaticati gravi verranno svolte ricerche mediante ecografia, risonanza magnetica, con esami idonei in grado di evidenziare se nel sangue ci sono alcune proteine normalmente contenute nelle cellule miocardiche (come la troponina), si potrà capire quanti hanno sviluppato una miocardite e/o pericardite. Limitarsi a dire che si tratta di «un eccesso di risposta infiammatoria in seguito allo stimolo vaccinale», come aveva sostenuto su Repubblica Alfredo Marchese, presidente della Fondazione Gise, la Società italiana di cardiologia interventistica, non tranquillizza affatto. Le infiammazioni a livello cardiaco possono lasciare segni e ripresentarsi nel tempo. Sempre l'organo ufficiale della American medical association, il 10 agosto segnalava: «La miocardite associata al vaccino Covid-19 può avere un decorso benigno a breve termine nei bambini; tuttavia, i rischi a lungo termine rimangono sconosciuti». Nelle conclusioni, Jama avvertiva che «sono necessari studi più ampi con un follow-up più lungo». Lascia perciò interdetti l'appello della Società italiana di pediatria: «Abbiamo bisogno di un vaccino sicuro, efficace. Di uno scudo con cui difendere anche i nostri bambini da questo terribile virus». I medici infantili dichiarano che nel nostro Paese si sono contati 240.105 casi di infezione e 14 decessi fino ai 9 anni e 436.938 casi con 16 decessi tra i 10 e i 19 anni. Dobbiamo preoccuparci? Facciamo un salto indietro, ricordiamo che cosa si diceva a febbraio 2018: «Da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus». Non era Covid, bensì influenza e in base ai dati dell'Iss veniva precisato che «gli undici bambini e ragazzi con meno di 14 anni deceduti presentavano tutti condizioni di rischio». Non per questo fu messa in atto una campagna vaccinale forzosa, come si sta profilando da settembre anche sui minori per arrestare un Covid destinato a diventare endemico. Per fortuna qualcuno mostra ancora buon senso. «Sono assolutamente contrario alla vaccinazione degli under 12», ha detto ieri Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani perché «nei bambini è statisticamente irrilevante non solo il contagio ma anche la malattia. In questo caso quindi la bilancia rischio beneficio penderebbe tutta sulla parte del rischio». Anche Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento genitori democratici è stata chiara: «Non venga in mente a nessuno di introdurre l'obbligo per i minori».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-studio-che-sconsiglia-di-vaccinare-i-minori-2654634174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="corsie-rapide-e-senza-appuntamento-cresce-il-pressing-sugli-adolescenti" data-post-id="2654634174" data-published-at="1628707659" data-use-pagination="False"> Corsie rapide e senza appuntamento. Cresce il pressing sugli adolescenti La corsa alla profilassi di massa per i giovani accelera ogni giorno. Come preannunciato tre giorni fa durante la sua visita in Basilicata, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha inviato ieri mattina una lettera a tutti i presidenti di Regione chiedendo loro di prevedere, fin da lunedì 16 agosto, una corsia preferenziale in tutti gli hub vaccinali. In vista della riapertura delle scuole, il commissario all'emergenza chiede infatti «di dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei più giovani» dai «12 ai 18 anni». Una priorità da dare «anche senza preventiva prenotazione». Una predisposizione, scrive Figliuolo, che «avrà risvolti positivi anche per incentivare la ripresa in sicurezza sia delle attività sportive sia di quelle finalizzate a garantire un maggiore benessere psicofisico per i più giovani». Da lunedì gli adolescenti potranno quindi presentarsi agli hub vaccinali, per una sorta di «open day» senza fine. E non ci sarà da stupirsi se la partecipazione sarà alta. La fascia tra i 12 e i 19 anni al momento è quella trainante le somministrazioni della prima dose, come conforma Figliuolo: «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times, è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni». Venendo ai numeri, il 41% della platea 12-19 anni ha già ricevuto una dose, il 23,50% entrambe. Comprensibilmente, d'altronde, di fronte al pressing quotidiano, i giovani corrono a farsi fare la puntura. Dopo un anno di didattica a distanza e vita sociale azzerata, non c'è da stupirsi che lo spettro delle lezioni online, agitato come un ricatto ogni qualvolta vengano esposti dubbi sulla vaccinazione ai più giovani, convinca anche chi, lecitamente, non è del tutto convinto, genitori compresi. E, oltre alla scuola, il problema si estende a tutti gli ambiti ricreativi. Con l'introduzione del green pass obbligatorio dai 12 anni in su, infatti, non ricevere la puntura equivale di fatto a una condanna (ancora) ai domiciliari. Se infatti senza pass, adesso, i giovani possono ritrovarsi negli spazi all'aperto, a un aperitivo in un dehor o in un parco, allenarsi e fare sport all'esterno, cosa potranno invece fare in inverno? Soltanto restare nuovamente chiusi in casa, tranne per andare a scuola in autobus paradossalmente super affollati. Senza contare poi la paura dello stigma. Ormai, chiunque non sia ancora vaccinato e non abbia intenzione di farlo è percepito come un pericolo per la collettività. In un'età dove l'accettazione da parte dei propri coetanei è spesso percepita come priorità, l'essere considerato un paria è una prospettiva capace di influenzare le scelte. Sia degli adolescenti, che dei loro genitori. La possibilità per gli alunni di levare la mascherina in classe qualora tutti gli studenti fossero vaccinati provocherà astio e pressione verso i pochi che rifiutano il vaccino, considerati probabilmente come un ostacolo al ritorno alla normalità, ovvero senza bavaglio per sei ore anche se a distanza. La discriminazione, perfino nelle aule scolastiche, è presto servita.
Getty Images
La quarta conferenza stampa di Giorgia Meloni è quella della maturità. Organizzato come da tradizione dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in collaborazione con l’Associazione della stampa parlamentare, il suo colloquio si trasforma soprattutto in un’analisi lucida. Del tanto di buono che è stato fatto ma anche del tanto lavoro che ancora c’è da fare. Soprattutto sulla sicurezza, lo riconosce lei stessa. «Abbiamo lavorato moltissimo, gli anni di lassismo non sono facili da cancellare, ma i risultati per me non sono sufficienti». Meloni è da sempre considerata severa e sa esserlo anche con sé stessa. «Questo dev’essere l’anno in cui si cambia passo su questa materia, in cui si fa molto di più, ma rivendico che ci abbiamo lavorato molto, con moltissime iniziative». Tra le iniziative «stiamo studiando anche un provvedimento sul tema delle baby gang», per il presidente del Consiglio «altra situazione fuori controllo».
Rivendica però alcuni primi risultati: «I dati dicono che nei primi dieci mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5% rispetto all’anno precedente». Frutto di un lavoro copioso del governo: «Assunti 30.000 nuovi operatori delle forze dell’ordine; stanziato 1,5 miliardi per il rinnovo dei contratti nel settore difesa, sicurezza e soccorso; sbloccato investimenti fermi da anni; il famoso decreto Sicurezza molto contestato dalle opposizioni con cui abbiamo dato risposta a reati che impattano maggiormente sulla popolazione; la lotta alla mafia, con 120 latitanti catturati e migliaia di arresti e beni confiscati alla criminalità in questi tre anni». Infine ricorda Caivano e il lavoro fatto per «combattere tutte le zone franche». E ancora: «Strade sicure e Stazioni sicure, oltre 220 interi stabili sgomberati e quasi 4.000 case restituite ai legittimi proprietari; abbiamo diminuito di oltre il 60% gli arrivi degli immigrati illegali, che impattano sulla sicurezza in maniera significativa».
Meloni poi si mostra durissima con quella magistratura che «a volte rende vano il lavoro del Parlamento». Perché «se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione, lo deve fare il governo, le forze della polizia, e la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza». E stila una serie di esempi: «Escluso quello del capotreno, per il quale rinnovo la mia totale solidarietà alla famiglia, ricordo il caso dell’imam di Torino. La polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti, il ministro Matteo Piantedosi ne dispone l’espulsione e questa viene bloccata. Lo scorso novembre una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni, era stata più volte denunciata dalle forze dell’ordine e dai servizi sociali e l’autorità giudiziaria ha ritenuto di lasciarla a piede libero. Sempre a novembre ad Acerra una persona è stata arrestata mentre sversava tonnellate di rifiuti nocivi nella Terra dei fuochi, grazie ai provvedimenti del governo, e dopo poche ore è stato rimesso in libertà dall’autorità giudiziaria. Quando questo accade, non è solo vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine».
Poi ampio spazio alla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, chiarendo sul voto: «A norma di legge dobbiamo dare la data entro il 17 di gennaio, lo farà il prossimo cdm: il 22 e 23 marzo è la data più probabile e mi sentirei di confermarla», spiega, chiarendo che le norme attuative verranno emanate prima del rinnovo del prossimo Csm, scongiurando il rischio che questo si possa rinnovare senza sorteggio nell’eventualità che vincesse il Sì. Riconoscendo poi un «intento dilatorio nelle polemiche dei giorni scorsi» riferendosi alla possibilità che il fronte del No intendesse allontanare la data del voto con lo scopo di rieleggere il Csm senza sorteggio.
E sulla campagna referendaria quella condotta «dall’Anm nelle stazioni delegittima la magistratura perché, se chi ha nel suo Dna la ricerca della verità, scrive una menzogna per difendere la sua campagna legittimissima contro il referendum, di fatto la delegittima». E ancora: «Il dibattito sulla separazione delle carriere dovrebbe essere concentrato sul merito della riforma», perché «se dovesse diventare uno scontro politico banalmente non aiuterebbe i cittadini a votare e a scegliere. Quindi ho chiesto di stare molto sul tema». Ed è per questo che «a me fa arrabbiare la campagna che ha portato avanti l’Anm. Perché nella riforma facciamo esattamente il contrario di quello che dice l’Anm, cioè non si può fare una campagna dicendo che i giudici verranno sottomessi alla politica. Quello che facciamo noi è togliere al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm; quindi, semmai stiamo togliendo la possibilità della politica di influenzare quello che fanno i magistrati, questa è la realtà».
Sui rapporti con il Quirinale Meloni chiarisce di avere un buon rapporto «soprattutto con il presidente della Repubblica», lasciando intendere che potrebbe non essere così con tutto il Colle. «Io e il capo dello Stato non siamo sempre d’accordo, ma c'è una cosa che fa la differenza: Sergio Mattarella, quando si tratta di difendere gli interessi nazionali, c’è». E sulla possibilità di occuparne il suo posto risponde: «Attualmente non c’è, nei miei radar, quello di salire di livello. Mi faccio bastare il mio». Infine si dice «fiera dei partiti della maggioranza, dei loro leader, del rapporto che ho con loro. Sono fiera del lavoro che stanno facendo Matteo Salvini e Antonio Tajani». Insomma, risultati a ambizioni di miglioramento sulla sicurezza ma anche sulla crescita: «Sono i due focus principali per me».
In serata è arrivata la replica dell’Anm: «La costante delegittimazione dei magistrati e delle decisioni prese esclusivamente in base alla legge è pericolosa per la tenuta dello Stato di diritto».
«È ora che l’Ue parli con la Russia»
Gli argomenti di politica estera in conferenza stampa hanno preso il sopravvento su quelli nazionali. Inevitabile visto il quadro geopolitico e la fattiva e continuata attività di politica estera del premier, Giorgia Meloni. Dalla guerra in Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela ai rapporti con l’amministrazione Trump, passando per il dialogo con la Russia.
Su questo la Meloni riconosce che «è arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, temo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato». Difende poi il pensiero del vicepremier, Matteo Salvini, accusato di essere «filorusso»: «Per quello che riguarda la Russia nel G8 e i contatti con Vladimir Putin, Salvini ha fatto una riflessione sui rapporti dell’Italia come Emmanuel Macron l’ha fatta per esempio sui rapporti con l’Europa, nel senso che al di là di quelli che sono i rapporti italiani, perché noi siamo in un ambito che è quello anche della cooperazione dell’Unione europea, penso che però Macron abbia ragione su questo». Perché «se noi facessimo l’errore di decidere da una parte di riaprire le interlocuzioni con la Russia e dall’altra di andare in ordine sparso mentre lo facciamo, noi faremo un favore a Putin e l’ultima cosa che voglio fare nella vita è un favore a Putin».
L’invio di truppe «a oggi non lo considero necessario», spiega il premier, perché «il principale strumento oggi individuato per costruire solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina è un sistema ispirato all’articolo 5 della Nato». E poi, circa l’ipotesi di una missione multinazionale con ombrello Onu, ha chiarito: «Non è sul campo oggi».
A molti uno degli argomenti più urgenti su cui porre domanda sono state le mire americane sulla Groenlandia. Ha ribadito: «Io continuo a non credere nell’ipotesi che gli Usa attuino un’azione militare per assumere il controllo dell’isola. Un’opzione che chiaramente non condividerei, l’ho già messo nero su bianco.
Credo che non converrebbe a nessuno, non converrebbe neanche agli Stati Uniti d’America». Per il premier, l’attenzione di Washington sarebbe piuttosto rivolta alla rilevanza strategica dell’Artico: «Io ritengo che gli Usa, con metodi diciamo molto assertivi, stiano soprattutto ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia e in generale dell’area artica per i suoi interessi per la sua sicurezza», chiarendo che in questo senso fa bene e anche che in questo quadro anche «l’Europa deve continuare a lavorare in ambito Nato per una maggiore presenza nell’area artica». Sul tema Meloni ha annunciato che entro fine mese il ministero degli Affari esteri presenterà una strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di «preservare l’area come zona di pace e di cooperazione contribuire alla sicurezza della regione». Questo perché il premier capisce «quanto sia strategico e importante oggi occuparsi di questa area del mondo e stiamo facendo la nostra parte. Poi il ministro Tajani, che ringrazio, presenteranno i contenuti di questa strategia, ma chiaramente gli obiettivi sono preservare l’area artica come zona di pace e di cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, aiutare le aziende italiane che volessero investire anche in questa realtà».
Sulla reazione alle dichiarazioni di Trump, il presidente del Consiglio ha rivendicato: «L’Europa è stata immediata nella risposta quando appunto nei giorni scorsi si è alzata la tensione, penso che il dibattito non coinvolga solo l’Europa, penso che sia un dibattito che deve coinvolgere la Nato. Credo che sia chiara a tutti l’implicazione che avrebbe per il futuro dell’Alleanza atlantica una scelta e un’opzione di questo tipo ed è il motivo per cui io non la credo realistica». Anche perché, come chiarito per altri, «con Trump ci sono molte cose sulle quali non sono d’accordo, l’ho detto, lo ribadisco, penso per esempio che il tema del diritto internazionale sia qualcosa che vada ampiamente difeso, penso che quando saltano le regole del diritto internazionale siamo tutti molto più esposti e quindi sì, quando non sono d’accordo lo dico, ma guardi lo dico a lui, non c’è neanche difficoltà e penso che se parlaste con i miei partner lo sapreste molto bene anche voi».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ma non c’è solo Emilio Gabriel Valdes Velazco, stupratore e omicida della diciannovenne. La lista di clandestini lasciati liberi di aggredire, derubare, violentare e uccidere è lunga e quasi sempre alle origini del crimine c’è l’inefficienza della macchina della giustizia. Lo dice sempre l’avvocato Basile: «In questi momenti si palesa tutta l’inadeguatezza del sistema giudiziario». Del resto, basta scorrere le pagine di cronaca, partendo dal caso Iris Setti, una pensionata di 61 anni che nell’agosto di due anni fa ebbe la sventura di attraversare il parco Nikolajewka a Rovereto per recarsi dall’anziana madre. Lì incontrò il suo assassino: un nigeriano senza fissa dimora, già noto per le scorribande e le molestie, che prima la picchiò, poi la violentò e infine la uccise. Doveva essere espulso oppure in carcere, ma la Procura aveva ritenuto che non ci fosse motivo di arrestarlo, nonostante le risse e le minacce. Dal Trentino alla Puglia, dove un marocchino irregolare, senza permesso di soggiorno e con precedenti, ha rapinato e assassinato una tabaccaia di 75 anni a Foggia. Aveva già una condanna ed era rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma nonostante il curriculum da delinquente un giudice aveva deciso di non convalidare il trattenimento e dunque è stato lasciato libero di uccidere.
Dal Sud di nuovo al Nord, a Milano, dove un irregolare del Camerun con una spranga ha colpito tre volte alla testa un trentunenne incontrato per caso alla fermata dell’autobus. Ovviamente la risorsa africana aveva precedenti, ma nessuno si era preoccupato di metterlo dietro le sbarre. Sempre in Lombardia, a San Zenone al Lambro, un altro clandestino ha aggredito e stuprato una ragazza di 18 anni nei pressi della stazione del piccolo centro fra la provincia di Milano e quella di Lodi. L’elenco potrebbe continuare, ma quasi sempre le storie hanno per protagonisti stranieri che non dovrebbero trovarsi in Italia, e per i quali la magistratura ha reso impossibile l’espulsione, vuoi perché se n’è dimenticata, vuoi per l’applicazione di tutte le attenuanti possibili, come nel caso dell’assassino di Iris Setti.
Del resto, per capire quanto sia difficile rispedire a casa chi non ha titolo per restare in Italia lo dimostra anche il caso dei centri di rimpatrio in Albania. Costruiti per scoraggiare gli arrivi e incentivare le espulsioni, il Cpr di Gjader e l’hotspot di Shengjin sono stati da subito osteggiati dai giudici. Il trasferimento sulla costa adriatica di Tirana dovrebbe servire per impedire ai clandestini di aggirarsi nelle nostre strade e allo stesso tempo accelerare il rimpatrio. Ma nonostante molti dei migranti trasferiti in Albania avessero precedenti penali anche gravi, i magistrati hanno negato il trattenimento e hanno ordinato di riportarli in Italia. E, ovviamente, di lasciarli in libertà.
Ha ragione il premier a dire che nel 2026 intende mettere la sicurezza al primo posto, non contenta di come le cose vanno in Italia. E ha ragione Meloni a spiegare che molte decisioni sono vanificate dalla magistratura. Proprio per questo ritengo che la riforma Nordio non possa che essere l’inizio: una toga che lascia libero un assassino, uno stupratore o un rapinatore che tornano a uccidere, a stuprare o a rapinare non può continuare a fare il giudice: come un medico che sbaglia un intervento deve essere sospeso.
Ma già che ci sono, suggerisco un’altra misura. Dopo la condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella a tre anni di carcere, e a pagare 125.000 euro per aver sparato e ucciso un bandito che aveva ferito un carabiniere suo collega, propongo di varare una norma che almeno impedisca di rivalersi economicamente sugli uomini delle forze dell’ordine. In fondo lo Stato non paga gli errori giudiziari dei magistrati, impedendo alle vittime di agire nei confronti di giudici e pm? E allora perché carabinieri e poliziotti devono pagare di tasca propria i parenti di un criminale? Gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato. Dunque, paghi lo Stato. Ma forse sarebbe anche giusto chiedersi se sia corretto risarcire le famiglie di chi ha volontariamente scelto di delinquere e rischiare la propria vita e quella degli altri.
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