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2021-08-12
Lo studio che sconsiglia di vaccinare i minori
Sotto a chi tocca. E se ha meno di 12 anni, poco importa. «Io ritengo che sia necessario vaccinare anche i più piccoli», afferma Franco Locatelli, coordinatore del Cts. Il professore è quello che a maggio aveva affermato che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Allora specificava che «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante», mentre pochi giorni fa si è dichiarato oltremodo preoccupato perché «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28». Nove decessi in più tra giovanissimi da inizio epidemia tolgono il sonno a Locatelli, pure presidente del Css, il Consiglio superiore di sanità. Ieri sul Messaggero alzava il tiro: «Vaccinando i bambini eviteremo focolai anche nelle scuole elementari e dunque il ricorso alla didattica a distanza. Limiteremo la circolazione del virus e la possibilità che contagino genitori e nonni».
Locatelli vuole vaccinare anche i bimbi delle materne, potesse chiederebbe ai lattanti di alzare il braccino per la punturina. Cita studi nei quali per gli adolescenti il rischio di sviluppare miocarditi, un'infiammazione del tessuto muscolare del cuore, se infettati dal Covid sarebbe di gran lunga superiore a quello conseguente la vaccinazione. Però tralascia di precisare che il rapporto è tra un caso di Covid e una vaccinazione, non con un siero all'anno come ci stanno iniziando a prospettare il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini e il ministro della Salute, Roberto Speranza.
Uno studio pubblicato il 4 agosto sull'autorevole rivista scientifica Journal of the american medical association (Jama) segnala che in quaranta ospedali di Washington, Oregon, Montana e Los Angeles County, California, «dopo la vaccinazione contro il Covid-19 sono state osservate due distinte sindromi autolimitanti: miocardite e pericardite. La miocardite si era sviluppata rapidamente nei pazienti più giovani, soprattutto dopo la seconda vaccinazione. La pericardite ha colpito i pazienti più anziani più tardi, dopo la prima o la seconda dose».
Il numero medio mensile di casi di miocardite o miopericardite durante il periodo pre vaccino era 16,9 rispetto al 27,3 registrato durante il periodo vaccinale. Il numero medio di casi di pericardite durante gli stessi periodi era 49,1 e 78,8. Lo studio di George A. Diaz, esperto infettivologo, suggerisce che è in corso «una sottosegnalazione degli eventi avversi del vaccino». D'altra parte, un sintomo di lieve miocardite/pericardite può limitarsi all'affaticamento grave. Nei trial di Moderna (prima di ottenere da Ema l'autorizzazione condizionata) riferiti alla fascia 18-64 anni, l'affaticamento grave si è verificato nel 10,7% dei casi, in quello di Pfizer nel 3,8% dei vaccinati, ma probabilmente era una sottostima perché le reazioni avverse con i due vaccini sono simili nella sorveglianza attiva dei Cds statunitensi. V-safe, tra l'altro, rileva che un ragazzo su quattro ha reazioni gravi, per qualche giorno non riesce a studiare, lavorare, svolgere ogni attività.
Solo se su un campione di questi affaticati gravi verranno svolte ricerche mediante ecografia, risonanza magnetica, con esami idonei in grado di evidenziare se nel sangue ci sono alcune proteine normalmente contenute nelle cellule miocardiche (come la troponina), si potrà capire quanti hanno sviluppato una miocardite e/o pericardite. Limitarsi a dire che si tratta di «un eccesso di risposta infiammatoria in seguito allo stimolo vaccinale», come aveva sostenuto su Repubblica Alfredo Marchese, presidente della Fondazione Gise, la Società italiana di cardiologia interventistica, non tranquillizza affatto. Le infiammazioni a livello cardiaco possono lasciare segni e ripresentarsi nel tempo.
Sempre l'organo ufficiale della American medical association, il 10 agosto segnalava: «La miocardite associata al vaccino Covid-19 può avere un decorso benigno a breve termine nei bambini; tuttavia, i rischi a lungo termine rimangono sconosciuti». Nelle conclusioni, Jama avvertiva che «sono necessari studi più ampi con un follow-up più lungo». Lascia perciò interdetti l'appello della Società italiana di pediatria: «Abbiamo bisogno di un vaccino sicuro, efficace. Di uno scudo con cui difendere anche i nostri bambini da questo terribile virus». I medici infantili dichiarano che nel nostro Paese si sono contati 240.105 casi di infezione e 14 decessi fino ai 9 anni e 436.938 casi con 16 decessi tra i 10 e i 19 anni.
Dobbiamo preoccuparci? Facciamo un salto indietro, ricordiamo che cosa si diceva a febbraio 2018: «Da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus». Non era Covid, bensì influenza e in base ai dati dell'Iss veniva precisato che «gli undici bambini e ragazzi con meno di 14 anni deceduti presentavano tutti condizioni di rischio». Non per questo fu messa in atto una campagna vaccinale forzosa, come si sta profilando da settembre anche sui minori per arrestare un Covid destinato a diventare endemico.
Per fortuna qualcuno mostra ancora buon senso. «Sono assolutamente contrario alla vaccinazione degli under 12», ha detto ieri Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani perché «nei bambini è statisticamente irrilevante non solo il contagio ma anche la malattia. In questo caso quindi la bilancia rischio beneficio penderebbe tutta sulla parte del rischio». Anche Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento genitori democratici è stata chiara: «Non venga in mente a nessuno di introdurre l'obbligo per i minori».
Corsie rapide e senza appuntamento. Cresce il pressing sugli adolescenti
La corsa alla profilassi di massa per i giovani accelera ogni giorno. Come preannunciato tre giorni fa durante la sua visita in Basilicata, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha inviato ieri mattina una lettera a tutti i presidenti di Regione chiedendo loro di prevedere, fin da lunedì 16 agosto, una corsia preferenziale in tutti gli hub vaccinali. In vista della riapertura delle scuole, il commissario all'emergenza chiede infatti «di dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei più giovani» dai «12 ai 18 anni». Una priorità da dare «anche senza preventiva prenotazione». Una predisposizione, scrive Figliuolo, che «avrà risvolti positivi anche per incentivare la ripresa in sicurezza sia delle attività sportive sia di quelle finalizzate a garantire un maggiore benessere psicofisico per i più giovani».
Da lunedì gli adolescenti potranno quindi presentarsi agli hub vaccinali, per una sorta di «open day» senza fine. E non ci sarà da stupirsi se la partecipazione sarà alta. La fascia tra i 12 e i 19 anni al momento è quella trainante le somministrazioni della prima dose, come conforma Figliuolo: «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times, è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni». Venendo ai numeri, il 41% della platea 12-19 anni ha già ricevuto una dose, il 23,50% entrambe.
Comprensibilmente, d'altronde, di fronte al pressing quotidiano, i giovani corrono a farsi fare la puntura. Dopo un anno di didattica a distanza e vita sociale azzerata, non c'è da stupirsi che lo spettro delle lezioni online, agitato come un ricatto ogni qualvolta vengano esposti dubbi sulla vaccinazione ai più giovani, convinca anche chi, lecitamente, non è del tutto convinto, genitori compresi.
E, oltre alla scuola, il problema si estende a tutti gli ambiti ricreativi. Con l'introduzione del green pass obbligatorio dai 12 anni in su, infatti, non ricevere la puntura equivale di fatto a una condanna (ancora) ai domiciliari. Se infatti senza pass, adesso, i giovani possono ritrovarsi negli spazi all'aperto, a un aperitivo in un dehor o in un parco, allenarsi e fare sport all'esterno, cosa potranno invece fare in inverno? Soltanto restare nuovamente chiusi in casa, tranne per andare a scuola in autobus paradossalmente super affollati.
Senza contare poi la paura dello stigma. Ormai, chiunque non sia ancora vaccinato e non abbia intenzione di farlo è percepito come un pericolo per la collettività.
In un'età dove l'accettazione da parte dei propri coetanei è spesso percepita come priorità, l'essere considerato un paria è una prospettiva capace di influenzare le scelte. Sia degli adolescenti, che dei loro genitori. La possibilità per gli alunni di levare la mascherina in classe qualora tutti gli studenti fossero vaccinati provocherà astio e pressione verso i pochi che rifiutano il vaccino, considerati probabilmente come un ostacolo al ritorno alla normalità, ovvero senza bavaglio per sei ore anche se a distanza.
La discriminazione, perfino nelle aule scolastiche, è presto servita.
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Franco Locatelli e pediatri spingono per le iniezioni agli under 12. Ma non esistono informazioni sugli effetti a lungo termine. Contrario Francesco Vaia (Spallanzani): «Più rischi che benefici». E dagli Usa un allarme: negli ultimi mesi c'è stato un aumento di miocarditi e pericarditi.Francesco Figliuolo scrive alle Regioni: dal 16 dosi a tutti i giovani (12-18) che si presentano agli hub.Lo speciale contiene due articoli.Sotto a chi tocca. E se ha meno di 12 anni, poco importa. «Io ritengo che sia necessario vaccinare anche i più piccoli», afferma Franco Locatelli, coordinatore del Cts. Il professore è quello che a maggio aveva affermato che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Allora specificava che «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante», mentre pochi giorni fa si è dichiarato oltremodo preoccupato perché «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28». Nove decessi in più tra giovanissimi da inizio epidemia tolgono il sonno a Locatelli, pure presidente del Css, il Consiglio superiore di sanità. Ieri sul Messaggero alzava il tiro: «Vaccinando i bambini eviteremo focolai anche nelle scuole elementari e dunque il ricorso alla didattica a distanza. Limiteremo la circolazione del virus e la possibilità che contagino genitori e nonni». Locatelli vuole vaccinare anche i bimbi delle materne, potesse chiederebbe ai lattanti di alzare il braccino per la punturina. Cita studi nei quali per gli adolescenti il rischio di sviluppare miocarditi, un'infiammazione del tessuto muscolare del cuore, se infettati dal Covid sarebbe di gran lunga superiore a quello conseguente la vaccinazione. Però tralascia di precisare che il rapporto è tra un caso di Covid e una vaccinazione, non con un siero all'anno come ci stanno iniziando a prospettare il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini e il ministro della Salute, Roberto Speranza.Uno studio pubblicato il 4 agosto sull'autorevole rivista scientifica Journal of the american medical association (Jama) segnala che in quaranta ospedali di Washington, Oregon, Montana e Los Angeles County, California, «dopo la vaccinazione contro il Covid-19 sono state osservate due distinte sindromi autolimitanti: miocardite e pericardite. La miocardite si era sviluppata rapidamente nei pazienti più giovani, soprattutto dopo la seconda vaccinazione. La pericardite ha colpito i pazienti più anziani più tardi, dopo la prima o la seconda dose». Il numero medio mensile di casi di miocardite o miopericardite durante il periodo pre vaccino era 16,9 rispetto al 27,3 registrato durante il periodo vaccinale. Il numero medio di casi di pericardite durante gli stessi periodi era 49,1 e 78,8. Lo studio di George A. Diaz, esperto infettivologo, suggerisce che è in corso «una sottosegnalazione degli eventi avversi del vaccino». D'altra parte, un sintomo di lieve miocardite/pericardite può limitarsi all'affaticamento grave. Nei trial di Moderna (prima di ottenere da Ema l'autorizzazione condizionata) riferiti alla fascia 18-64 anni, l'affaticamento grave si è verificato nel 10,7% dei casi, in quello di Pfizer nel 3,8% dei vaccinati, ma probabilmente era una sottostima perché le reazioni avverse con i due vaccini sono simili nella sorveglianza attiva dei Cds statunitensi. V-safe, tra l'altro, rileva che un ragazzo su quattro ha reazioni gravi, per qualche giorno non riesce a studiare, lavorare, svolgere ogni attività. Solo se su un campione di questi affaticati gravi verranno svolte ricerche mediante ecografia, risonanza magnetica, con esami idonei in grado di evidenziare se nel sangue ci sono alcune proteine normalmente contenute nelle cellule miocardiche (come la troponina), si potrà capire quanti hanno sviluppato una miocardite e/o pericardite. Limitarsi a dire che si tratta di «un eccesso di risposta infiammatoria in seguito allo stimolo vaccinale», come aveva sostenuto su Repubblica Alfredo Marchese, presidente della Fondazione Gise, la Società italiana di cardiologia interventistica, non tranquillizza affatto. Le infiammazioni a livello cardiaco possono lasciare segni e ripresentarsi nel tempo. Sempre l'organo ufficiale della American medical association, il 10 agosto segnalava: «La miocardite associata al vaccino Covid-19 può avere un decorso benigno a breve termine nei bambini; tuttavia, i rischi a lungo termine rimangono sconosciuti». Nelle conclusioni, Jama avvertiva che «sono necessari studi più ampi con un follow-up più lungo». Lascia perciò interdetti l'appello della Società italiana di pediatria: «Abbiamo bisogno di un vaccino sicuro, efficace. Di uno scudo con cui difendere anche i nostri bambini da questo terribile virus». I medici infantili dichiarano che nel nostro Paese si sono contati 240.105 casi di infezione e 14 decessi fino ai 9 anni e 436.938 casi con 16 decessi tra i 10 e i 19 anni. Dobbiamo preoccuparci? Facciamo un salto indietro, ricordiamo che cosa si diceva a febbraio 2018: «Da settembre ad oggi, ben 11 bambini sotto i 14 anni, sono morti a causa del virus». Non era Covid, bensì influenza e in base ai dati dell'Iss veniva precisato che «gli undici bambini e ragazzi con meno di 14 anni deceduti presentavano tutti condizioni di rischio». Non per questo fu messa in atto una campagna vaccinale forzosa, come si sta profilando da settembre anche sui minori per arrestare un Covid destinato a diventare endemico. Per fortuna qualcuno mostra ancora buon senso. «Sono assolutamente contrario alla vaccinazione degli under 12», ha detto ieri Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani perché «nei bambini è statisticamente irrilevante non solo il contagio ma anche la malattia. In questo caso quindi la bilancia rischio beneficio penderebbe tutta sulla parte del rischio». Anche Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento genitori democratici è stata chiara: «Non venga in mente a nessuno di introdurre l'obbligo per i minori».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-studio-che-sconsiglia-di-vaccinare-i-minori-2654634174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="corsie-rapide-e-senza-appuntamento-cresce-il-pressing-sugli-adolescenti" data-post-id="2654634174" data-published-at="1628707659" data-use-pagination="False"> Corsie rapide e senza appuntamento. Cresce il pressing sugli adolescenti La corsa alla profilassi di massa per i giovani accelera ogni giorno. Come preannunciato tre giorni fa durante la sua visita in Basilicata, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha inviato ieri mattina una lettera a tutti i presidenti di Regione chiedendo loro di prevedere, fin da lunedì 16 agosto, una corsia preferenziale in tutti gli hub vaccinali. In vista della riapertura delle scuole, il commissario all'emergenza chiede infatti «di dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei più giovani» dai «12 ai 18 anni». Una priorità da dare «anche senza preventiva prenotazione». Una predisposizione, scrive Figliuolo, che «avrà risvolti positivi anche per incentivare la ripresa in sicurezza sia delle attività sportive sia di quelle finalizzate a garantire un maggiore benessere psicofisico per i più giovani». Da lunedì gli adolescenti potranno quindi presentarsi agli hub vaccinali, per una sorta di «open day» senza fine. E non ci sarà da stupirsi se la partecipazione sarà alta. La fascia tra i 12 e i 19 anni al momento è quella trainante le somministrazioni della prima dose, come conforma Figliuolo: «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times, è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni». Venendo ai numeri, il 41% della platea 12-19 anni ha già ricevuto una dose, il 23,50% entrambe. Comprensibilmente, d'altronde, di fronte al pressing quotidiano, i giovani corrono a farsi fare la puntura. Dopo un anno di didattica a distanza e vita sociale azzerata, non c'è da stupirsi che lo spettro delle lezioni online, agitato come un ricatto ogni qualvolta vengano esposti dubbi sulla vaccinazione ai più giovani, convinca anche chi, lecitamente, non è del tutto convinto, genitori compresi. E, oltre alla scuola, il problema si estende a tutti gli ambiti ricreativi. Con l'introduzione del green pass obbligatorio dai 12 anni in su, infatti, non ricevere la puntura equivale di fatto a una condanna (ancora) ai domiciliari. Se infatti senza pass, adesso, i giovani possono ritrovarsi negli spazi all'aperto, a un aperitivo in un dehor o in un parco, allenarsi e fare sport all'esterno, cosa potranno invece fare in inverno? Soltanto restare nuovamente chiusi in casa, tranne per andare a scuola in autobus paradossalmente super affollati. Senza contare poi la paura dello stigma. Ormai, chiunque non sia ancora vaccinato e non abbia intenzione di farlo è percepito come un pericolo per la collettività. In un'età dove l'accettazione da parte dei propri coetanei è spesso percepita come priorità, l'essere considerato un paria è una prospettiva capace di influenzare le scelte. Sia degli adolescenti, che dei loro genitori. La possibilità per gli alunni di levare la mascherina in classe qualora tutti gli studenti fossero vaccinati provocherà astio e pressione verso i pochi che rifiutano il vaccino, considerati probabilmente come un ostacolo al ritorno alla normalità, ovvero senza bavaglio per sei ore anche se a distanza. La discriminazione, perfino nelle aule scolastiche, è presto servita.
L'ayatollah Ali Khamenei (Getty Images)
L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Teheran ha risposto lanciando missili contro le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e colpendo anche la Capitale saudita Riyad, mentre ad Abu Dhabi c’è stata la prima vittima. Il nuovo scontro con l’Iran ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende ancora più profonda l’antica frattura fra musulmani sciiti e musulmani sunniti. L’isolamento internazionale di Teheran, capace di avere rapporti stretti soltanto con la galassia di movimenti e minoranze sciite tutte finanziate dall’Iran, appare sempre più evidente. Il contrattacco degli Ayatollah ha scelto di non limitarsi a puntare su Israele, come nella cosiddetta guerra dei 12 giorni, ma il loro obiettivo primario sono diventate le basi statunitensi in Medio Oriente, ospitate da Paesi che sono ormai apertamente nemici dell’Iran.
Gerusalemme, con il supporto di Washington, sta lavorando da anni per rafforzare i rapporti con il mondo arabo e l’adesione di quattro nazioni arabe e sunnite come Marocco, Sudan, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti agli Accordi di Abramo ha dimostrato chiaramente quale fosse la loro scelta di campo. La Giordania ormai da anni lavora con gli israeliani ed è stata la contraerea di Amman, con istruttori inglesi e francesi, a intercettare la maggior parte dei missili e droni iraniani diretti in Israele. L’Arabia Saudita aveva iniziato il percorso di adesione agli Accordi di Abramo, vale a dire il riconoscimento di Israele, un iter poi bloccato, ma non annullato definitivamente, dopo la guerra a Gaza. Riyad aveva subito assunto il ruolo di portavoce politico regionale, denunciando gli attacchi iraniani contro Qatar, Bahrein, Emirati, Kuwait e presentandoli come un’aggressione collettiva ai Paesi arabi del Golfo. Un atto geopolitico fondamentale che rafforza la narrativa di un fronte arabo compatto, una situazione estremamente rara nella storia di questa regione.
Ma il regno dell’Arabia Saudita ha fatto molto di più, dopo che l’Iran aveva colpito la sua Capitale e le regioni orientali, dichiarando che si sarebbe riservata il diritto di rispondere a livello militare. Il portavoce del governo saudita ha usato parole forti dichiarando che quella iraniana era un’aggressione ingiustificata e che verranno prese tutte le contromisure necessarie per difendere la sicurezza nazionale e proteggere il territorio, i cittadini e i residenti, senza escludere l’opzione di rispondere all’aggressione di Teheran con tutta la forza necessaria. Le parole dell’Arabia Saudita hanno un peso eccezionale nel mondo arabo-sunnita, perché la casata degli Al Saud è custode dei luoghi più sacri dell’islam. Il peso di ogni decisione presa a Riyad è determinante per molte nazioni del Golfo Persico e del Medioriente. Se i sauditi con il loro peso economico, storico, geopolitico e religioso, scendessero in guerra al fianco di Israele, questo avrebbe un valore addirittura superiore alla firma degli Accordi di Abramo, che sarebbe comunque stato un passo storico. L’offensiva sul Golfo appare un chiaro boomerang per Teheran che così ha spinto le nazioni arabe a una scelta, accelerando comunque un processo che appariva inevitabile. L’influenza statunitense è in grande crescita in Medio Oriente e Israele si sta affermando come potenza geopolitica regionale. I suoi competitor per questo ruolo erano appunto l’Iran, l’Arabia Saudita, che pare aver abdicato da questo ruolo e la Turchia che in queste ore si sta proponendo come mediatore per recuperare una qualche credibilità internazionale.
In una guerra dove anche la propaganda ha un peso determinante, il regime degli Ayatollah ha chiesto al gruppo libanese filo-iraniano di Hezbollah di fare un appello agli Stati e ai popoli della regione di opporsi all’aggressione contro l’Iran, ma senza specificare se i miliziani interverranno direttamente nel conflitto. Le esplosioni di grattacieli e centri commerciali a Manama e Dubai restano però emblematiche di questa fase della guerra. Località fortemente turistiche e apparse sempre lontane da ogni tipo di violenza si sono improvvisamente ritrovate in prima linea con morti e feriti.
L’ultima mossa iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz, quasi disperata e utilizzata di solito soltanto come minaccia, è un danno enorme per i Paesi del Golfo che esportano da questo stretto passaggio oltre il 25% del petrolio mondiale e quasi il 20% del gas liquefatto. L’Iran potrebbe minare il passaggio più stretto rendendo questa via marittima inservibile e colpendo con forza le economie delle nazioni affacciate sul Golfo Persico. La guerra fra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra potrebbe rapidamente prendere una nuova forma e diventare uno scontro fra sciiti e sunniti, che riporta alla memoria la lunga guerra fra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Le mosse iraniane appaiono limitate e il coinvolgimento delle nazioni arabe del Golfo Persico è servito soltanto ad aumentate il fronte che si oppone all’ormai pericolante regime degli Ayatollah. L’apporto saudita alla guerra non sarebbe determinante a livello militare, ma avrebbe un significato profondo e definitivo per il mondo arabo.
Usa e Israele affossano Teheran che si vendica sui «fratelli» arabi
È iniziata all’alba l’operazione «Furia epica» condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. E l’effetto domino della rappresaglia iraniana sta paralizzando il Medio Oriente.
Gli obiettivi dei raid americani e israeliani sono stati i siti nucleari, l’apparato militare, ma anche la struttura presidenziale iraniana. Dalle immagini satellitari risulta infatti evidente che sia stata colpita a Teheran l’area che ospita la residenza del leader supremo, Ali Khamenei, l’ufficio presidenziale e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. In serata di è chiarita la sorte toccata all’ayatollah: prima i funzionari iraniani hanno dichiarato che si trovava in un luogo sicuro, ma alla fine da Israele è arrivata la conferma del ritrovamento del cadavere della Guida suprema. Per i media iraniani pare invece certa la morte del genero e della nuora di Khamenei. E secondo alcune indiscrezioni potrebbero essere stati eliminati anche il comandante delle Guardie rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, anche se al momento non ci sono conferme ufficiali.
A condividere un primo bilancio dei raid è stato Israele: l’Idf ha dichiarato che è stato «completato un ampio attacco contro i sistemi di difesa strategici» dell’Iran, incluso un «avanzato sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale». Nell’operazione sono stati impiegati «200 aerei da caccia» israeliani, con «centinaia di munizioni» che sono state «sganciate contro 500 obiettivi». L’operazione è stata di certo estesa: Karaj, Qom, Isfahan, Shiraz, Chabahar, Urmia, Minab sono solo alcune delle località colpite. I media iraniani parlano almeno di 201 morti e oltre 740 feriti. E proprio a Minab, nel Sud dell’Iran, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo 85 persone secondo la stampa dell’Iran. Il target di Gerusalemme era una delle sedi del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica che si trova sempre nella stessa località.
Dall’altra parte, la rappresaglia iraniana è arrivata qualche ora dopo i primi attacchi sul suo territorio. Il primo Paese su cui si è sfogata la vendetta di Teheran è stato Israele: già nelle prime ore della mattina sono suonate le sirene a Tel Aviv, la popolazione si è nascosta nei rifugi e lo spazio aereo è stato chiuso. I missili iraniani sono stati intercettati, ma nel pomeriggio è scattato di nuovo l’allarme. La polizia israeliana ha dichiarato che non risultano vittime, ma alcune proprietà sono state danneggiate.
La risposta di Teheran si è anche estesa a macchia d’olio nei Paesi vicini che ospitano le basi militari statunitensi. A essere stati attaccati sono stati gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita e la Giordania. Il Central command americano ha sottolineato che ci sono «danni minimi alle installazioni americane», ma alcuni Paesi del Golfo hanno già avvertito che si riservano «il diritto di rispondere» all’Iran. Nel Bahrein sono stati danneggiati alcuni edifici della capitale. In Kuwait almeno 12 persone sono finite in ospedale. Ad Abu Dhabi si conta una vittima, mentre a Dubai le esplosioni hanno scatenato un incendio nell’isola artificiale Palm Jumeirah. E l’intera regione è paralizzata: diverse compagnie aeree hanno cancellato i voli su Israele, Libano, Bahrein, Giordania, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman. Ed Emirates e Qatar Airways hanno annunciato la sospensione dei voli da e per Dubai e Doha. A sostegno degli «alleati del Golfo» è intanto intervenuto il Regno Unito: il premier britannico, Keir Starmer, ha affermato che gli aerei della Raf si sono alzati in volo «nei cieli del Medio Oriente». Dall’altra parte, i Pasdaran hanno chiuso lo stretto di Hormuz, mettendo a rischio un quinto del petrolio mondiale.
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L'ex sede del centro popolare occupato «Gramigna» di Padova (Ansa)
La storia è paradigmatica di tutto ciò che da anni contestiamo: i ritardi della giustizia, lo sguardo strabico di chi dovrebbe perseguire chi non rispetta la legge, l’appropriazione indebita di beni pubblici da parte di gruppi fortemente politicizzati, i militanti dei centri sociali spacciati per filantropi, la connessione con ambienti vicini all’estremismo e, a volte, al terrorismo. Sì, a Padova tutto si tiene. La polizia ha tenuto sott’occhio il gruppo di no global e disobbedienti per anni, intercettandone gli esponenti e individuando chi tirava le fila dell’occupazione delle case. Le registrazioni delle telefonate hanno consentito di capire come si muovesse l’organizzazione e come fosse in grado di bloccare gli sgomberi, organizzando presidi per impedire alla forza pubblica di agire. Gli investigatori alla fine hanno presentato il conto, ma l’inchiesta, iniziata nel 2014 e che già nel 2015 aveva portato all’avvio dei procedimenti giudiziari, si è scontrata con l’inerzia della magistratura, che prima di arrivare a processo ha impiegato anni dovendo anche riformulare le accuse. Capi d’imputazione come resistenza aggravata alle forze dell’ordine si sono infatti trasformati in interruzione di pubblico servizio semplice e dunque anche per quelli è scattata la prescrizione.
A giudizio erano finiti in tanti, tra i quali una professoressa di matematica, che secondo la Digos dirigeva le operazioni muovendo gruppi di extracomunitari (nelle intercettazioni sono chiamati arabi) per impedire l’intervento della polizia nei palazzi occupati. Nell’inchiesta sono finiti pure due esponenti delle nuove Brigate rosse, così da non far mancare neppure qualche deriva terroristica. La combriccola di estremisti a quanto pare aveva anche occupato una palazzina dell’Ater data in gestione all’Associazione sordi veneti, che il gruppo di militanti aveva sfrattato, arrivando a minacciarne funzionari e iscritti. Reati gravi, da perseguire? Ovviamente sì, ma forse la Procura aveva altre priorità e i giudici pure. Così, no global e disobbedienti e persino brigatisti, dopo anni di occupazioni, saranno liberi di organizzarsi per commettere altri reati.
E poi c’è chi nega che ci sia bisogno di una riforma che sanzioni i magistrati che sbagliano e, soprattutto, di leggi che consentano di trattenere in carcere o in questura violenti ed estremisti.
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I soccorsi ai feriti dell'incidente al tram di Milano del 27 febbraio (Ansa)
Funziona così: sopra i 3 chilometri orari il tranviere deve premere un pulsante ogni 2,5 secondi per dimostrare di essere vigile. Se non lo fa, scatta un allarme sonoro. Se nei successivi 2,5 secondi non arriva alcuna risposta, il sistema attiva la frenata automatica fino all’arresto del mezzo, compatibilmente con lo spazio di frenata necessario. Gli investigatori dovranno chiarire perché, nei momenti che hanno preceduto lo schianto, il dispositivo non abbia evitato l’uscita dai binari.
La pm Elisa Calanducci si appresta ad aprire un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose. L’ipotesi del malore resta al centro dell’inchiesta. Il conducente, già sentito dalla Polizia locale, avrebbe riferito di essersi sentito male prima di perdere il controllo del tram. Non è ancora stato interrogato dal magistrato e al momento non risulta iscritto nel registro degli indagati, ma un’eventuale iscrizione potrebbe avvenire come atto a garanzia per consentire accertamenti tecnici irripetibili. È stato anche sequestrato il cellulare per controllare se non fosse in funzione al momento dell’incidente.
Sono state acquisite le immagini delle telecamere di bordo, ritenute decisive per ricostruire la sequenza dei fatti e verificare se vi siano segnali compatibili con un improvviso malessere. Raccolti anche i dati tecnici relativi alla velocità del mezzo prima dell’uscita dai binari e dell’impatto contro il palazzo in viale Vittorio Veneto. La Procura attende la relazione completa della Polizia locale per procedere con gli atti formali.
Disposte le autopsie sulle due vittime, Ferdinando Favia, 59 anni, e Abdoul Karim Touré, 56. La data degli esami non è ancora stata fissata. Restano ricoverati 16 feriti. Due pazienti sono in neurorianimazione al Policlinico, uno è in terapia intensiva al San Raffaele. Altri sono in osservazione tra Niguarda, Fatebenefratelli, San Carlo, Multimedica e gli altri ospedali coinvolti. I quadri clinici, riferiscono fonti sanitarie, sono per la maggior parte meno complessi rispetto alle prime ore.
Sul luogo dell’incidente è tornato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini: «L’ipotesi più probabile, in questo momento, è il malore perché non ci possono essere altre spiegazioni». Ha ricordato l’esperienza dell’autista di 61 anni e ha parlato delle famiglie sfollate dagli appartamenti danneggiati, ringraziando i vigili del fuoco impegnati nella messa in sicurezza.
Resta da capire se il sistema di vigilanza fosse correttamente attivo e se abbia funzionato secondo protocollo. Se il pulsante sia stato rilasciato. Se l’allarme sia scattato. Se vi fosse lo spazio sufficiente per arrestare il convoglio prima dello scambio orientato a sinistra. In quei secondi si gioca la ricostruzione tecnica dell’incidente che ha provocato due morti e decine di feriti. E la risposta alla domanda che ora attraversa tutta Milano: perché il tram non si è fermato. Nel frattempo, a 24 ore dall’incidente, l’incrocio è affollato di curiosi e fotografi, con i vigili a presidiare la zona.
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(Ansa)
Come anticipato dai quotidiani Il Centro e Il Messaggero la motivazione alla base della richiesta di trasferimento in altra sede idonea riguarda alcune «criticità nella gestione quotidiana della famiglia nel contesto della struttura». In particolare gli operatori della casa famiglia avrebbero riferito di episodi di tensione e comportamenti che vengono ritenuti non conformi ai protocolli, anche rispetto agli accessi e alla gestione degli spazi condivisi della struttura. Ma il punto centrale della richiesta riguarda il (presunto) benessere dei tre bambini poiché a detta degli operatori sarebbero emerse situazioni di disagio che richiederebbero ulteriori approfondimenti e interventi mirati alla tutela dei minori. L’analisi è collegata alla complessità del loro inserimento nell’ambiente protetto e alle dinamiche familiari che si sono sviluppate dopo l’allontanamento dal casolare nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti. Fin da subito i genitori, Catherine e Nathan, avevano attribuito le difficoltà al contesto della struttura e chiesto soluzioni per garantire una maggiore continuità affettiva per i loro tre figli. Nei mesi scorsi la madre aveva pubblicato una lettera in cui descriveva il disagio psicologico ed emotivo dei figli dopo l’allontanamento da casa e aveva chiesto al tribunale di consentire il ricongiungimento familiare. Nella richiesta di trasferimento si inserisce anche un acceso confronto tra consulenti in riferimento alla perizia disposta dal tribunale per i minorenni dell’Aquila sulla capacità genitoriale della coppia: la consulente tecnica d’ufficio (Ctu), Simona Ceccoli, ha ribadito la fiducia nella psicologa incaricata delle valutazioni, Valentina Garrapetta, mentre i legali dei genitori, nei giorni scorsi, ne avevano chiesto la revoca, sollevando dubbi sulla terzietà e sull’opportunità di giudizi espressi sui social e portati alla luce dalla Verità. Nella relazione la professionista descrive un quadro in peggioramento delle reazioni di Catherine, definendole esasperate in contrasto con l’equipe e sempre in presenza dei bambini: «Le dinamiche relazionali con la figura materna si sono maggiormente incrinate». La donna avrebbe scelto di «ignorare totalmente i ruoli e le figure professionali presenti all’interno della comunità», decidendo in autonomia modalità e tempi di permanenza con i figli. «Capisco le difficoltà della struttura» ha detto il consulente di parte, lo psichiatra Tonino Cantelmi, «è una situazione complessa che richiede risorse e risposte che forse una casafamiglia non è in grado di offrire. Smembrare la famiglia sta producendo problemi e danni potenzialmente superiori ai problemi di partenza». La vicenda della famiglia nel bosco è iniziata quando i servizi sociali e il tribunale per i minorenni hanno disposto, nel novembre 2025, l’allontanamento dei tre figli dei Trevallion che vivevano nei boschi di Palmoli in un casolare privo di infrastrutture urbane, fino a quando gli assistenti sociali non hanno segnalato potenziali rischi legati all’habitat, alla scolarizzazione dei bambini e alle condizioni di salute. Ora sarà il tribunale per i minorenni a dover valutare nel merito la situazione e decidere se accogliere la proposta di trasferimento della casa famiglia.
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