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2019-04-04
L’Ong di Casarini
imbarca il rampollo di Tria: «È uno dei nostri»
«Guardate cosa mi avete fatto, Niccolò ha studiato, ha master nel curriculum», si sfoga Giovanni Tria difendendo l'onore del figlio della seconda moglie al centro dell'intreccio, svelato dalla Verità, tra via XX Settembre e la Tinexta. Come se ignorasse che l'unica, vera assunzione, il trentunenne rampollo della lobbista Maristella Vicini l'ha ottenuta, dopo una sfilza di collaborazioni e stage di poco conto, proprio con la società di Pier Andrea Chevallard. E chi è costui? È il compagno di Claudia Bugno, la super-consulente dello stesso ministro.
D'altronde, basta dare una occhiata ai curriculum di Ciapetti disseminati sul web (ce ne sono tre diversi su Facebook, e uno, un po' più articolato su Linkedin) per rendersi conto che le esperienze professionali e la formazione di questo giovane sarebbero comuni a quelle di migliaia e migliaia di coetanei se non fosse arrivato il provvidenziale contratto di Chevallard. E se non ci fosse stata l'amicizia con la Bugno che, non a caso, gli ha offerto pure uno stage al Coni come addetto stampa, pur non essendo lui giornalista, al tempo in cui lei ricopriva il ruolo di coordinatrice del comitato organizzatore per le Olimpiadi di Roma 2024.
Ciapetti per almeno sette anni lavoricchia un po' qui, un po' lì. Per la Triumph Group è digital specialist (dura 4 mesi in azienda) ma, fino all'anno prima, è stato anche agente immobiliare nella sede romana della Engel & Völkers, e ancor prima magazziniere a Parigi. Forse grazie all'aiuto della mamma, dirigente del settore Relazioni istituzionali della Provincia di Trento, ha ottenuto una collaborazione con la Trentino Sviluppo spa per l'organizzazione di eventi sportivi. Nulla di stabile, nulla di paragonabile alla Tinexta. Tra sigle e altisonanti profili professionali rigorosamente in inglese, Ciapetti allunga il cv online inserendoci nientemeno che l'organizzazione di un torneo di calcio (la Sir Cup) e la meritoria attività di donatore di sangue Avis.
Curioso che, però, Ciapetti non faccia menzione della sua esperienza presso la Parco Kolbe fitness di Roma, dove - secondo quanto risulta alla Verità - ha svolto un'attività di apprendistato. Una delle pochissime che gli ha portato qualche spicciolo. Chissà perché. E chissà perché su uno dei suoi profili social, Niccolò scriva di aver studiato statistica alla Sapienza quando, in realtà, ha una laurea triennale in Economia all'Università Roma 3, l'ateneo fondato nel 1992, il più giovane di Roma. Conseguita nel 2012 con un anno fuoricorso (e nuovo ordinamento), discutendo una «tesina» con un professore a contratto. E il master evocato da Tria? È un diploma di specializzazione post universitario in management dello sport rilasciato dalla Sport Management School, istituto très chic con una retta da 10.000 euro l'anno che si trova a Parigi, città in cui il papà nel 1961 è stato iniziato alla massoneria. La ciliegina sulla torta del cv di Ciapetti è un attestato di partecipazione di ben quattro giorni in Web marketing rilasciato dalla Ferpi, la Federazione relazioni pubbliche italiane di cui è stato fondatore, negli anni Settanta a Firenze, sempre il genitore, Carlo Luigi Ciapetti. E, a proposito di pubbliche relazioni, abbiamo provato a contattare l'associazione «Centurion League», di cui il figliastro del ministro dice di aver curato l'immagine in uno dei suoi molteplici cv. Ha risposto il presidente Massimiliano Travaglini. Gli abbiamo chiesto se ricorda un collaboratore di nome Niccolò Ciapetti. «Non è un nostro ex dipendente e non ha mai lavorato con noi». Nemmeno uno stage? «No. Era un semplice tesserato». Travaglini si collega al profilo Facebook di Ciapetti, e ride di gusto quando legge del «rapporto di lavoro» con la sua associazione per quanto riguarda le pubbliche relazioni. «Che le devo dire... se lo sarà inventato...». Sicuro di non ricordare nulla? «Lo conosco, ma non ha fatto nulla per noi». La buttiamo lì: forse veniva solo a giocare a calcetto? «La dinamica penso sia questa...». Ride e riaggancia. Questo è il curriculum (vero) del figlio di primo letto della compagna del ministro. Il quale, probabilmente, ignora che Ciapetti ha inserito il proprio numero di telefono personale su Facebook a disposizione di chi voglia prenotare le stanze del bed and breakfast «Il Palazzo in piazza», di proprietà della mamma Maristella Vicini, a Roccasecca, suo paese d'origine. Tra le tante attività, Niccolò, per arrotondare, fa anche il telefonista.
L’Ong di Casarini imbarca il rampollo: «È uno dei nostri»
L'uomo che con la sua tuta bianca scatenò l'inferno in via Tolemaide a Genova, causando il caos in cui morì Carlo Giuliani ha detto «Nì». Non ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se al seguito della sua bagnarola trasporta migranti ci fosse anche una barca a vela guidata dal figlio del ministro Giovanni Tria, Stefano Paolo, montatore cinematografico e skipper. «La Verità sostiene che sulla barca a vela che seguiva in appoggio la Mare Jonio c'era anche il figlio del ministro Tria? Io non leggo certi giornalacci…» è stato il commento del lucido agit-prop, capo missione di Mediterranea saving humans, il progetto di recupero migranti promosso da diverse ong e onlus italiane. In serata la stessa Mediterranea ha, però, confermato in toto il nostro scoop: «Stefano Tria è uno di noi e fa quello per cui Mediterranea è nata: salvare e salvarci da questo orrore». Cioè la chiusura dei porti decisa dal governo di cui il padre di Stefano, Giovanni, è esponente. «Non ci siamo mai posti il problema di chi ognuno di noi sia figlio o parente, ma di che cosa possiamo fare per salvare quante più vite possibili». Il trentottenne Stefano Paolo è stato avvistato l'altro ieri in via XX settembre mentre andava a trovare il padre. Nelle stesse ore si vociferava della sua presenza sulla Raj 50, l'imbarcazione travolta nei marosi del canale di Sicilia mentre seguiva la Mare Jonio. Tria ha anche incontrato sia ieri che l'altro ieri il comandante generale delle Fiamme gialle Giorgio Toschi, e non è escluso che i due abbiano fatto cenno all'indagine del procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella sulla missione di Mediterranea. Infatti a intervenire in prima battuta nei drammatici momenti dello sbarco a Lampedusa sono stati i finanzieri del Reparto operativo aeronavale di Palermo guidato dal comandante Alessandro Carrozzo. Per ora i magistrati agrigentini hanno messo a verbale solo le dichiarazioni dello skipper della Raj e non quelle del suo aiutante, Stefano Paolo. «Nessuno della barca a vela è indagato» ci racconta Vella. «Per quello che ci risulta anche l'equipaggio della Raj ha dato una mano nel salvataggio, ma per questo non contestiamo reati. Noi stiamo facendo accertamenti sulla fase successiva, quando le due barche decidono di dirigersi verso la Sicilia. In quella fase la Raj ha avuto una leggera avaria e si è staccata dalla Mare Jonio e quindi a chi era a bordo non contestiamo né l'ipotesi del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, né del mancato rispetto dell'alt della nave da guerra». In ogni caso la regata tra migranti e barconi deve essere stata un'esperienza che nessuno dell'equipaggio scorderà. Secondo il racconto di Casarini e dei giornalisti a bordo, le due imbarcazioni si sarebbero trovate in mezzo a un mare forza 7 con onde alte dai 2,5 metri ai 3. Fosse anche un'esagerazione, la traversata non è stata facile e la Raj 50 ha dovuto chiedere soccorso. In queste ore nessuno dei tigrotti del Raj ha accettato di parlare con La Verità. Restano le immagini del piccolo veliero su Internet: negli ultimi anni, era stato utilizzato per belle crociere tra i siti archeologici del Mediterraneo. Del resto, la Raj, un elegante sloop in alluminio, è più adatta a un aperitivo che al soccorso di migranti. È stata disegnata e costruita tra il 1990 e il 1991 dall'architetto Franco Anselmi Boretti, «uno tra i più importanti e poliedrici progettisti italiani, che ha prodotto molti e differenziati yacht di fascia alta»: lungo 15,40 metri, ha 12 posti letto (3 cabine matrimoniali, 6 cuccette), 2 bagni (wc elettrico, wc manuale) con doccia, doccia esterna, cucina a 3 fuochi con forno e 2 frigoriferi. Insomma di uomini ne può salvare ben pochi, ma è il battello ideale per vivere qualche bella giornata a base di adrenalina e iodio stando lontani dalla confusione. Peccato che il timone della Raj fosse in mano al figlio di uno dei ministri del governo che ha chiuso i porti. Forse anche per questo Stefano Paolo è andato a trovare il padre in ufficio nel pieno della bufera del caso della consigliera Claudia Bugno. Forse per promettergli che per qualche giorno resterà fermo a casa. Magari a vedere, lui cineasta appassionato, un bel film d'avventura.
La Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria
Hanno taciuto per giorni, non accettando nessun confronto coi giornalisti. Poi ieri sul Corriere della Sera il ministro Giovanni Tria e la sua consigliera Claudia Bugno si sono sfogati con penne amiche, frequentatrici degli stessi salotti. Il primo ha bollato come «spazzatura» i nostri scoop, la seconda ha inviato il suo messaggio in bottiglia ai tanti nemici che si è fatta al ministero (sarebbe soprannominata la «guerrafondaia»). La bionda romana ha sparato la sua mitragliata: «Resto al mio posto. Certo se il ministro dice che non ho più la sua fiducia sono pronta a fare un passo indietro, ma questo non è successo». Il peccato originale che non le perdonano i grillini sono i rapporti con la vecchia politica, con personaggi come Matteo Renzi, Luca Cordero di Montezemolo, Claudio Scajola, tutti suoi sponsor. Ma nonostante gli attacchi delle ultime ore la signora difende la sua posizione. Non bastano le mille voci che stanno uscendo su di lei: i top manager di Poste e Leonardo si sarebbero lamentati dei suoi modi spicci e c'è chi fa notare che la consigliera usa una macchina della Finanza come auto di servizio, «pur non avendone titolo». Al Mef, prima dell'ultima tempesta, la Bugno faceva e disfaceva. Tanto da ottenere la designazione nel board della strategica società di microchip Stmicroelectronics. A quel posto ha dovuto rinunciare, ma ha ricevuto in cambio la promessa di una poltrona nel consiglio dell'Agenzia spaziale italiana. Il ministro Tria nega ci siano conflitti d'interessi in corso, nonostante la donna sia stata promossa consigliera e la Tinexta, la società di cui è ad suo marito, Pier Andrea Chevallard, abbia assunto tre mesi dopo il figliastro dello stesso Tria. I pentastellati non ci stanno e ritengono che la signora sia un conflitto d'interessi che cammina. E non solo perché vorrebbe decidere il partner ideale di Alitalia, di cui è stata vicepresidente per i Public affairs. Infatti, «gestendo per conto del ministro le società partecipate», deve seguire anche Enel, di cui il Mef ha una partecipazione di «maggioranza/controllo» del 23,59%. E proprio la compagnia elettrica nasconderebbe un ulteriore conflitto d'interesse. Enel ha una «partnership a lungo termine basata su una collaborazione forte» con Infocert, società specializzata nella produzione di software. Peccato che Infocert faccia parte del gruppo Tinexta e abbia tra i consiglieri proprio il marito della Bugno. Inoltre Infocert, quotata in Borsa, nasce come costola delle Camere di commercio, di cui Chevallard è stato un ras, tanto da risultare nel 2013 il sesto manager pubblico più pagato (643.000 euro annui). «L'azienda del marito è in affari con una società che la Bugno dovrebbe seguire per il Mef», evidenzia un autorevole esponente del M5s. «Pertanto c'è una grave causa di incompatibilità che lei non ha dichiarato». Il problema del conflitto d'interesse era già stato contestato nel 2013 dal ministero dello Sviluppo economico, di cui la Bugno è stata presidente del comitato di gestione del fondo centrale di garanzia, per «l'omessa dichiarazione di alcuni incarichi rivestiti alla data della propria candidatura dai quali derivava la sussistenza di una “situazione di concreto e non solo potenziale conflitto d'interesse"». Gli incarichi che avrebbe taciuto erano tre e il più significativo era quello nel cda di Etruria, di cui aveva informato solo il ministro Corrado Passera con «una mera mail privata indirizzata personalmente» a lui. La Bugno infatti presiedeva il fondo che aveva erogato denaro anche alla Bpel. Lei si difese sostenendo che il finanziamento venne fatto insieme ad altre 20.000 pratiche in 1.410 minuti, circa 24 ore. Per il capo di gabinetto del ministro quella non era una giustificazione, ma «il sintomo di una gravissima incuria nella complessiva gestione della funzione». L'Anticorruzione la assolse perché «le pochissime operazioni presentate dalla popolare dell'Etruria e del Lazio erano state deliberate in via automatica e senza alcuna valutazione discrezionale» e la nomina nel cda di Bpel «era avvenuto come quota rosa». Per i grillini quel passaggio nel cda di Etruria al fianco di Pier Luigi Boschi è la macchia più grande nel curriculum della Bugno: i due, insieme, sono stati multati da Bankitalia e Consob, indagati nel fascicolo madre sul crac, iscritto con un reato generico, bancarotta semplice e fraudolenta. Per esso è stata chiesta la proroga delle indagini nel settembre del 2017 e non sarà definitivamente chiuso fino a quando non saranno terminati anche gli ultimi accertamenti in corso.
Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza»
Babbo Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del Rottamatore, erano gli amministratori di fatto delle coop guidate verso la bancarotta e sulla loro posizione, come su quella di Mariano Massone (vicepresidente di una delle cooperative), ricorrono «gravi indizi di colpevolezza».
Il presidente del Tribunale del riesame di Firenze, Livio Genovese, lo sottolinea in più punti dell'ordinanza con la quale il 6 marzo scorso aveva riformato la misura cautelare a carico degli indagati, sostituendo gli arresti domiciliari (scattati il 18 febbraio) con il divieto di esercitare attività imprenditoriali per otto mesi. I Renzi sono accusati di bancarotta e fatturazioni per operazioni inesistenti o pompate per circa 250.000 euro nell'inchiesta della Procura fiorentina sul fallimento della Delivery Service Italia e della Europe Service, collegate alla loro azienda di famiglia, la Eventi 6.
Secondo l'accusa, la Marmodiv, una delle coop al centro dell'indagine e gestita, secondo l'accusa, di fatto, dai Renzi, per la quale è stato chiesto il fallimento nell'ottobre scorso, sarebbe stata utilizzata proprio per alleggerire degli oneri previdenziali e fiscali la Eventi 6. La difesa dei Renzi aveva sostenuto la totale inesistenza di esigenze cautelari e ha cercato di fare a pezzi l'ordinanza, ottenendo una misura più attenuata.
Ma a leggere le motivazioni di quella decisione - depositate il 2 aprile in cancelleria - si capisce subito che la partita del Riesame i Renzi non l'hanno vinta. Il presidente del collegio rimarca: «Nei casi di cui alle contestazioni, elementi indiziari gravi appaiono appunto ricorrere, diversamente da quanto prospettato nell'interesse degli indagati, dell'insussistenza delle operazioni».
E gli elementi citati dal giudice sono contenuti negli accertamenti eseguiti dalla Guardia di finanza proprio presso le imprese che hanno emesso le fatture, «da cui è risultato», si legge nelle motivazioni, «al di là delle mere omissioni delle registrazioni contabili o anche dei versamenti delle imposte, o che tali imprese non disponevano neppure di una sede effettiva in cui potessero svolgere attività produttiva o commerciale o che, oltre che non risultare la stessa natura delle prestazioni di cui alle fatture, neppure era stata rinvenuta documentazione relativa ai rapporti contrattuali e ai pagamenti (...) o che gli emittenti delle fatture avevano negato l'effettuazione delle prestazioni o che l'impresa emittente aveva già cessato la sua attività o che gli emittenti erano risultati sconosciuti o non presenti ai domicili indicati».
Insomma, secondo il giudice, la ricostruzione dell'accusa regge. E spiega: «Come può notarsi, il rilievo gravemente indiziario degli elementi acquisiti può apprezzarsi, oltre che in relazione alla pregnanza degli elementi in sé considerati, avuto riguardo alla stessa considerevole mole delle anomalie emerse, tale da portare a inquadrarle, esclusa la loro mera casualità, nell'ambito di un quadro di carattere generale inerente alle modalità di esplicazone dell'attività della società».
E le sovrafatturazioni? Anche su quelle il giudice ritiene evidente la finalità perseguita, «ben ravvisabile», sottolinea, «nell'intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi 6» di babbo Renzi e di Laura Bovoli. E anche sui volantini mandati al macero (che avrebbe immesso nei conti della Eventi 6 fino a 15.000 euro a settimana di sovrafatturazione), richiamando le testimonianze, la toga sostiene che gli indizi sono «gravi». Il quadro investigativo, insomma, non risulta scalfito.
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Problemi anche con il figliastro. Laurea triennale e master parigino in management sportivo. Nel percorso di Niccolò Ciapetti c'è un giallo su un impiego da pr. Il primogenito del ministro ha aiutato la nave di Mediterranea a imbarcare dei clandestini. Grazie a un'avaria non è indagato. Claudia Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria. La società d'energia, partecipata dal Mef, lavora con una ditta di cui è consigliere il marito. E l'indagine sulla Bpel è prorogata. Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza». Il Riesame li ha tolti dai domiciliari e loro hanno esultato come se le accuse fossero svanite. Ma nelle motivazioni del provvedimento le toghe evidenziano la «mole di anomalie» nelle tesi difensive. Lo speciale comprende quattro articoli. «Guardate cosa mi avete fatto, Niccolò ha studiato, ha master nel curriculum», si sfoga Giovanni Tria difendendo l'onore del figlio della seconda moglie al centro dell'intreccio, svelato dalla Verità, tra via XX Settembre e la Tinexta. Come se ignorasse che l'unica, vera assunzione, il trentunenne rampollo della lobbista Maristella Vicini l'ha ottenuta, dopo una sfilza di collaborazioni e stage di poco conto, proprio con la società di Pier Andrea Chevallard. E chi è costui? È il compagno di Claudia Bugno, la super-consulente dello stesso ministro. D'altronde, basta dare una occhiata ai curriculum di Ciapetti disseminati sul web (ce ne sono tre diversi su Facebook, e uno, un po' più articolato su Linkedin) per rendersi conto che le esperienze professionali e la formazione di questo giovane sarebbero comuni a quelle di migliaia e migliaia di coetanei se non fosse arrivato il provvidenziale contratto di Chevallard. E se non ci fosse stata l'amicizia con la Bugno che, non a caso, gli ha offerto pure uno stage al Coni come addetto stampa, pur non essendo lui giornalista, al tempo in cui lei ricopriva il ruolo di coordinatrice del comitato organizzatore per le Olimpiadi di Roma 2024. Ciapetti per almeno sette anni lavoricchia un po' qui, un po' lì. Per la Triumph Group è digital specialist (dura 4 mesi in azienda) ma, fino all'anno prima, è stato anche agente immobiliare nella sede romana della Engel & Völkers, e ancor prima magazziniere a Parigi. Forse grazie all'aiuto della mamma, dirigente del settore Relazioni istituzionali della Provincia di Trento, ha ottenuto una collaborazione con la Trentino Sviluppo spa per l'organizzazione di eventi sportivi. Nulla di stabile, nulla di paragonabile alla Tinexta. Tra sigle e altisonanti profili professionali rigorosamente in inglese, Ciapetti allunga il cv online inserendoci nientemeno che l'organizzazione di un torneo di calcio (la Sir Cup) e la meritoria attività di donatore di sangue Avis. Curioso che, però, Ciapetti non faccia menzione della sua esperienza presso la Parco Kolbe fitness di Roma, dove - secondo quanto risulta alla Verità - ha svolto un'attività di apprendistato. Una delle pochissime che gli ha portato qualche spicciolo. Chissà perché. E chissà perché su uno dei suoi profili social, Niccolò scriva di aver studiato statistica alla Sapienza quando, in realtà, ha una laurea triennale in Economia all'Università Roma 3, l'ateneo fondato nel 1992, il più giovane di Roma. Conseguita nel 2012 con un anno fuoricorso (e nuovo ordinamento), discutendo una «tesina» con un professore a contratto. E il master evocato da Tria? È un diploma di specializzazione post universitario in management dello sport rilasciato dalla Sport Management School, istituto très chic con una retta da 10.000 euro l'anno che si trova a Parigi, città in cui il papà nel 1961 è stato iniziato alla massoneria. La ciliegina sulla torta del cv di Ciapetti è un attestato di partecipazione di ben quattro giorni in Web marketing rilasciato dalla Ferpi, la Federazione relazioni pubbliche italiane di cui è stato fondatore, negli anni Settanta a Firenze, sempre il genitore, Carlo Luigi Ciapetti. E, a proposito di pubbliche relazioni, abbiamo provato a contattare l'associazione «Centurion League», di cui il figliastro del ministro dice di aver curato l'immagine in uno dei suoi molteplici cv. Ha risposto il presidente Massimiliano Travaglini. Gli abbiamo chiesto se ricorda un collaboratore di nome Niccolò Ciapetti. «Non è un nostro ex dipendente e non ha mai lavorato con noi». Nemmeno uno stage? «No. Era un semplice tesserato». Travaglini si collega al profilo Facebook di Ciapetti, e ride di gusto quando legge del «rapporto di lavoro» con la sua associazione per quanto riguarda le pubbliche relazioni. «Che le devo dire... se lo sarà inventato...». Sicuro di non ricordare nulla? «Lo conosco, ma non ha fatto nulla per noi». La buttiamo lì: forse veniva solo a giocare a calcetto? «La dinamica penso sia questa...». Ride e riaggancia. Questo è il curriculum (vero) del figlio di primo letto della compagna del ministro. Il quale, probabilmente, ignora che Ciapetti ha inserito il proprio numero di telefono personale su Facebook a disposizione di chi voglia prenotare le stanze del bed and breakfast «Il Palazzo in piazza», di proprietà della mamma Maristella Vicini, a Roccasecca, suo paese d'origine. Tra le tante attività, Niccolò, per arrotondare, fa anche il telefonista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="long-di-casarini-imbarca-il-rampollo-e-uno-dei-nostri" data-post-id="2633625175" data-published-at="1781526022" data-use-pagination="False"> L’Ong di Casarini imbarca il rampollo: «È uno dei nostri» L'uomo che con la sua tuta bianca scatenò l'inferno in via Tolemaide a Genova, causando il caos in cui morì Carlo Giuliani ha detto «Nì». Non ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se al seguito della sua bagnarola trasporta migranti ci fosse anche una barca a vela guidata dal figlio del ministro Giovanni Tria, Stefano Paolo, montatore cinematografico e skipper. «La Verità sostiene che sulla barca a vela che seguiva in appoggio la Mare Jonio c'era anche il figlio del ministro Tria? Io non leggo certi giornalacci…» è stato il commento del lucido agit-prop, capo missione di Mediterranea saving humans, il progetto di recupero migranti promosso da diverse ong e onlus italiane. In serata la stessa Mediterranea ha, però, confermato in toto il nostro scoop: «Stefano Tria è uno di noi e fa quello per cui Mediterranea è nata: salvare e salvarci da questo orrore». Cioè la chiusura dei porti decisa dal governo di cui il padre di Stefano, Giovanni, è esponente. «Non ci siamo mai posti il problema di chi ognuno di noi sia figlio o parente, ma di che cosa possiamo fare per salvare quante più vite possibili». Il trentottenne Stefano Paolo è stato avvistato l'altro ieri in via XX settembre mentre andava a trovare il padre. Nelle stesse ore si vociferava della sua presenza sulla Raj 50, l'imbarcazione travolta nei marosi del canale di Sicilia mentre seguiva la Mare Jonio. Tria ha anche incontrato sia ieri che l'altro ieri il comandante generale delle Fiamme gialle Giorgio Toschi, e non è escluso che i due abbiano fatto cenno all'indagine del procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella sulla missione di Mediterranea. Infatti a intervenire in prima battuta nei drammatici momenti dello sbarco a Lampedusa sono stati i finanzieri del Reparto operativo aeronavale di Palermo guidato dal comandante Alessandro Carrozzo. Per ora i magistrati agrigentini hanno messo a verbale solo le dichiarazioni dello skipper della Raj e non quelle del suo aiutante, Stefano Paolo. «Nessuno della barca a vela è indagato» ci racconta Vella. «Per quello che ci risulta anche l'equipaggio della Raj ha dato una mano nel salvataggio, ma per questo non contestiamo reati. Noi stiamo facendo accertamenti sulla fase successiva, quando le due barche decidono di dirigersi verso la Sicilia. In quella fase la Raj ha avuto una leggera avaria e si è staccata dalla Mare Jonio e quindi a chi era a bordo non contestiamo né l'ipotesi del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, né del mancato rispetto dell'alt della nave da guerra». In ogni caso la regata tra migranti e barconi deve essere stata un'esperienza che nessuno dell'equipaggio scorderà. Secondo il racconto di Casarini e dei giornalisti a bordo, le due imbarcazioni si sarebbero trovate in mezzo a un mare forza 7 con onde alte dai 2,5 metri ai 3. Fosse anche un'esagerazione, la traversata non è stata facile e la Raj 50 ha dovuto chiedere soccorso. In queste ore nessuno dei tigrotti del Raj ha accettato di parlare con La Verità. Restano le immagini del piccolo veliero su Internet: negli ultimi anni, era stato utilizzato per belle crociere tra i siti archeologici del Mediterraneo. Del resto, la Raj, un elegante sloop in alluminio, è più adatta a un aperitivo che al soccorso di migranti. È stata disegnata e costruita tra il 1990 e il 1991 dall'architetto Franco Anselmi Boretti, «uno tra i più importanti e poliedrici progettisti italiani, che ha prodotto molti e differenziati yacht di fascia alta»: lungo 15,40 metri, ha 12 posti letto (3 cabine matrimoniali, 6 cuccette), 2 bagni (wc elettrico, wc manuale) con doccia, doccia esterna, cucina a 3 fuochi con forno e 2 frigoriferi. Insomma di uomini ne può salvare ben pochi, ma è il battello ideale per vivere qualche bella giornata a base di adrenalina e iodio stando lontani dalla confusione. Peccato che il timone della Raj fosse in mano al figlio di uno dei ministri del governo che ha chiuso i porti. Forse anche per questo Stefano Paolo è andato a trovare il padre in ufficio nel pieno della bufera del caso della consigliera Claudia Bugno. Forse per promettergli che per qualche giorno resterà fermo a casa. Magari a vedere, lui cineasta appassionato, un bel film d'avventura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-bugno-ha-anche-un-conflitto-con-enel-e-grane-per-etruria" data-post-id="2633625175" data-published-at="1781526022" data-use-pagination="False"> La Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria Hanno taciuto per giorni, non accettando nessun confronto coi giornalisti. Poi ieri sul Corriere della Sera il ministro Giovanni Tria e la sua consigliera Claudia Bugno si sono sfogati con penne amiche, frequentatrici degli stessi salotti. Il primo ha bollato come «spazzatura» i nostri scoop, la seconda ha inviato il suo messaggio in bottiglia ai tanti nemici che si è fatta al ministero (sarebbe soprannominata la «guerrafondaia»). La bionda romana ha sparato la sua mitragliata: «Resto al mio posto. Certo se il ministro dice che non ho più la sua fiducia sono pronta a fare un passo indietro, ma questo non è successo». Il peccato originale che non le perdonano i grillini sono i rapporti con la vecchia politica, con personaggi come Matteo Renzi, Luca Cordero di Montezemolo, Claudio Scajola, tutti suoi sponsor. Ma nonostante gli attacchi delle ultime ore la signora difende la sua posizione. Non bastano le mille voci che stanno uscendo su di lei: i top manager di Poste e Leonardo si sarebbero lamentati dei suoi modi spicci e c'è chi fa notare che la consigliera usa una macchina della Finanza come auto di servizio, «pur non avendone titolo». Al Mef, prima dell'ultima tempesta, la Bugno faceva e disfaceva. Tanto da ottenere la designazione nel board della strategica società di microchip Stmicroelectronics. A quel posto ha dovuto rinunciare, ma ha ricevuto in cambio la promessa di una poltrona nel consiglio dell'Agenzia spaziale italiana. Il ministro Tria nega ci siano conflitti d'interessi in corso, nonostante la donna sia stata promossa consigliera e la Tinexta, la società di cui è ad suo marito, Pier Andrea Chevallard, abbia assunto tre mesi dopo il figliastro dello stesso Tria. I pentastellati non ci stanno e ritengono che la signora sia un conflitto d'interessi che cammina. E non solo perché vorrebbe decidere il partner ideale di Alitalia, di cui è stata vicepresidente per i Public affairs. Infatti, «gestendo per conto del ministro le società partecipate», deve seguire anche Enel, di cui il Mef ha una partecipazione di «maggioranza/controllo» del 23,59%. E proprio la compagnia elettrica nasconderebbe un ulteriore conflitto d'interesse. Enel ha una «partnership a lungo termine basata su una collaborazione forte» con Infocert, società specializzata nella produzione di software. Peccato che Infocert faccia parte del gruppo Tinexta e abbia tra i consiglieri proprio il marito della Bugno. Inoltre Infocert, quotata in Borsa, nasce come costola delle Camere di commercio, di cui Chevallard è stato un ras, tanto da risultare nel 2013 il sesto manager pubblico più pagato (643.000 euro annui). «L'azienda del marito è in affari con una società che la Bugno dovrebbe seguire per il Mef», evidenzia un autorevole esponente del M5s. «Pertanto c'è una grave causa di incompatibilità che lei non ha dichiarato». Il problema del conflitto d'interesse era già stato contestato nel 2013 dal ministero dello Sviluppo economico, di cui la Bugno è stata presidente del comitato di gestione del fondo centrale di garanzia, per «l'omessa dichiarazione di alcuni incarichi rivestiti alla data della propria candidatura dai quali derivava la sussistenza di una “situazione di concreto e non solo potenziale conflitto d'interesse"». Gli incarichi che avrebbe taciuto erano tre e il più significativo era quello nel cda di Etruria, di cui aveva informato solo il ministro Corrado Passera con «una mera mail privata indirizzata personalmente» a lui. La Bugno infatti presiedeva il fondo che aveva erogato denaro anche alla Bpel. Lei si difese sostenendo che il finanziamento venne fatto insieme ad altre 20.000 pratiche in 1.410 minuti, circa 24 ore. Per il capo di gabinetto del ministro quella non era una giustificazione, ma «il sintomo di una gravissima incuria nella complessiva gestione della funzione». L'Anticorruzione la assolse perché «le pochissime operazioni presentate dalla popolare dell'Etruria e del Lazio erano state deliberate in via automatica e senza alcuna valutazione discrezionale» e la nomina nel cda di Bpel «era avvenuto come quota rosa». Per i grillini quel passaggio nel cda di Etruria al fianco di Pier Luigi Boschi è la macchia più grande nel curriculum della Bugno: i due, insieme, sono stati multati da Bankitalia e Consob, indagati nel fascicolo madre sul crac, iscritto con un reato generico, bancarotta semplice e fraudolenta. Per esso è stata chiesta la proroga delle indagini nel settembre del 2017 e non sarà definitivamente chiuso fino a quando non saranno terminati anche gli ultimi accertamenti in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giudice-che-ha-scarcerato-i-renzi-gravi-indizi-di-colpevolezza" data-post-id="2633625175" data-published-at="1781526022" data-use-pagination="False"> Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza» Babbo Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del Rottamatore, erano gli amministratori di fatto delle coop guidate verso la bancarotta e sulla loro posizione, come su quella di Mariano Massone (vicepresidente di una delle cooperative), ricorrono «gravi indizi di colpevolezza». Il presidente del Tribunale del riesame di Firenze, Livio Genovese, lo sottolinea in più punti dell'ordinanza con la quale il 6 marzo scorso aveva riformato la misura cautelare a carico degli indagati, sostituendo gli arresti domiciliari (scattati il 18 febbraio) con il divieto di esercitare attività imprenditoriali per otto mesi. I Renzi sono accusati di bancarotta e fatturazioni per operazioni inesistenti o pompate per circa 250.000 euro nell'inchiesta della Procura fiorentina sul fallimento della Delivery Service Italia e della Europe Service, collegate alla loro azienda di famiglia, la Eventi 6. Secondo l'accusa, la Marmodiv, una delle coop al centro dell'indagine e gestita, secondo l'accusa, di fatto, dai Renzi, per la quale è stato chiesto il fallimento nell'ottobre scorso, sarebbe stata utilizzata proprio per alleggerire degli oneri previdenziali e fiscali la Eventi 6. La difesa dei Renzi aveva sostenuto la totale inesistenza di esigenze cautelari e ha cercato di fare a pezzi l'ordinanza, ottenendo una misura più attenuata. Ma a leggere le motivazioni di quella decisione - depositate il 2 aprile in cancelleria - si capisce subito che la partita del Riesame i Renzi non l'hanno vinta. Il presidente del collegio rimarca: «Nei casi di cui alle contestazioni, elementi indiziari gravi appaiono appunto ricorrere, diversamente da quanto prospettato nell'interesse degli indagati, dell'insussistenza delle operazioni». E gli elementi citati dal giudice sono contenuti negli accertamenti eseguiti dalla Guardia di finanza proprio presso le imprese che hanno emesso le fatture, «da cui è risultato», si legge nelle motivazioni, «al di là delle mere omissioni delle registrazioni contabili o anche dei versamenti delle imposte, o che tali imprese non disponevano neppure di una sede effettiva in cui potessero svolgere attività produttiva o commerciale o che, oltre che non risultare la stessa natura delle prestazioni di cui alle fatture, neppure era stata rinvenuta documentazione relativa ai rapporti contrattuali e ai pagamenti (...) o che gli emittenti delle fatture avevano negato l'effettuazione delle prestazioni o che l'impresa emittente aveva già cessato la sua attività o che gli emittenti erano risultati sconosciuti o non presenti ai domicili indicati». Insomma, secondo il giudice, la ricostruzione dell'accusa regge. E spiega: «Come può notarsi, il rilievo gravemente indiziario degli elementi acquisiti può apprezzarsi, oltre che in relazione alla pregnanza degli elementi in sé considerati, avuto riguardo alla stessa considerevole mole delle anomalie emerse, tale da portare a inquadrarle, esclusa la loro mera casualità, nell'ambito di un quadro di carattere generale inerente alle modalità di esplicazone dell'attività della società». E le sovrafatturazioni? Anche su quelle il giudice ritiene evidente la finalità perseguita, «ben ravvisabile», sottolinea, «nell'intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi 6» di babbo Renzi e di Laura Bovoli. E anche sui volantini mandati al macero (che avrebbe immesso nei conti della Eventi 6 fino a 15.000 euro a settimana di sovrafatturazione), richiamando le testimonianze, la toga sostiene che gli indizi sono «gravi». Il quadro investigativo, insomma, non risulta scalfito.
Nel riquadro la copertina del libro di Nicoletta F. Prandi, «Fuori controllo» (iStock)
Il governo cinese avverte che smartwatch, auricolari e altri oggetti indossabili possono diventare una minaccia per la sicurezza nazionale. E nel frattempo la Cia annuncia il primo rapporto d’intelligence scritto autonomamente dall’intelligenza artificiale. Le Nazioni Unite discutono di Ia militare. Il cielo, intanto, si popola di satelliti, sensori, data center in orbita.
È da qui che bisogna partire per leggere e raccontare Fuori controllo, l'ultimo libro di Nicoletta F. Prandi. Non dobbiamo iniziare da una generica paura delle macchine, ma da un fatto più concreto: la tecnologia che compriamo per comodità, salute, gioco o compagnia può trasformarsi in una infrastruttura di sorveglianza.
Il libro attraversa molti territori. Dalla dipendenza digitale ai chatbot, dalla manipolazione emotiva alla regolazione fino alla democrazia. Ma il suo centro più forte è nei capitoli 2 e 3, dove l’autrice sposta il discorso dall’uso individuale dell’intelligenza artificiale al suo impiego strategico. Qui l’Ia non è più soltanto un assistente che scrive testi, risponde alle domande o consola utenti soli e problematici. Diventa un’arma cognitiva. Uno strumento capace di osservare, profilare, persuadere, reclutare.
Il capitolo “Dal polonio al veleno digitale” dice già molto. Lo spionaggio del Novecento era fatto di intercettazioni, pedinamenti, agenti doppi, microfilm, veleni. Quello contemporaneo lavora su un materiale più sfuggente: attenzione, emozioni, opinioni, vulnerabilità. Non mira necessariamente a eliminare un nemico. Può bastare alterarne la percezione, orientarne le scelte, inserirlo in un ambiente informativo costruito su misura.
È qui che Prandi introduce una delle immagini più efficaci del libro: la giornata tipo di una spia virtuale. Non un agente in impermeabile, ma un sistema di intelligenza artificiale che scandaglia fonti aperte, profili social, conversazioni pubbliche, tracce digitali. Cerca segnali di frustrazione, ambizione, solitudine, debolezza economica, risentimento. Poi adatta il linguaggio, costruisce familiarità, misura le reazioni. La spia non forza una porta. Entra nella mente per approssimazioni successive.
Il punto non è stabilire se questo scenario esista già in quella forma compiuta. Il punto è che i suoi ingredienti sono già disponibili. I dati ci sono. I modelli linguistici anche. Le tecniche di persuasione sono note. Le piattaforme hanno abituato miliardi di persone a raccontarsi, cercare conferme, chiedere consigli, esporsi. L’intelligenza artificiale aggiunge scala, velocità e mimetismo.
Da qui nasce la nuova guerra cognitiva, che nel libro viene letta soprattutto attraverso il confronto fra Stati Uniti e Cina. Washington ha il vantaggio dell’ecosistema privato: piattaforme, cloud, università, big tech, industria della difesa. Pechino dispone di un’altra forza: integrazione fra Stato, aziende, manifattura, hardware, sorveglianza e robotica. Da una parte il mercato; dall’altra il coordinamento. In mezzo, le democrazie, costrette a difendersi senza diventare simili a ciò che temono.
È una delle domande più serie poste dal libro: fino a che punto una democrazia può usare strumenti di manipolazione per contrastare la manipolazione altrui? Se un algoritmo individua una persona fragile e la considera una potenziale fonte, siamo ancora nel campo dell’intelligence o siamo entrati in quello della predazione psicologica?
Il capitolo 3 rende il quadro ancora più inquietante perché lo porta dentro la vita quotidiana. Robot, device e giochi non sono più semplici oggetti. Sono sensori. L’Ia più pervasiva, suggerisce Prandi, non sarà quella visibile nella finestra di una chat. Sarà quella che smetteremo di notare: auricolari, occhiali, anelli, orologi, fasce per dormire, dispositivi per meditare, robot domestici, giocattoli intelligenti.
È la sorveglianza con il volto della comodità. Paghiamo per essere misurati. Vogliamo dormire meglio, correre meglio, respirare meglio, studiare meglio. In cambio cediamo dati sempre più intimi: battito, voce, posizione, sonno, stress, umore, attenzione. Il vecchio consenso informato appare insufficiente. Non basta più accettare una privacy policy se ciò che viene raccolto non è soltanto un dato, ma un indizio della nostra condizione mentale.
La parte sui giocattoli intelligenti è forse la più inquietante. Un peluche o un robottino dotato di Ia può parlare con un bambino, rispondere, ricordare, consolare, indirizzare. Ma può anche raccogliere conversazioni, generare dipendenza, trasmettere valori, incorporare propaganda. Quando l’ideologia entra nel giocattolo, la guerra cognitiva scende all’altezza di una cameretta di un bambino.
Prandi insiste su un punto decisivo: i bambini non hanno ancora gli strumenti per distinguere una relazione da una simulazione di relazione. Se un oggetto li chiama per nome, li ascolta, li gratifica, li intrattiene senza stancarsi, quel dispositivo non è più soltanto un prodotto. È un ambiente educativo privato, opaco, commerciale.
Il discorso sui robot domestici e umanoidi chiude il cerchio. Qui la Cina appare in vantaggio non solo per ambizione politica, ma per capacità industriale. Sensori, batterie, motori, catene di fornitura, fabbriche, dati del mondo fisico: sono questi gli elementi che permettono all’intelligenza artificiale di uscire dallo schermo ed entrare nello spazio. Un chatbot può persuadere. Un robot può ascoltare, muoversi, mappare una casa, interagire con corpi e oggetti.
È questa la forza di Fuori controllo: mostrare che la questione dell’Ia non riguarda solo server remoti e grandi laboratori. Riguarda il polso, l’orecchio, il salotto, la camera dei figli. La geopolitica non passa soltanto dai semiconduttori e dai cavi sottomarini. Passa anche dall’aspirapolvere che disegna la pianta di casa, dall’orologio che conosce il nostro battito, dal giocattolo che risponde a un bambino.
Il libro ha un tono allarmato, talvolta volutamente incalzante. Ma il suo merito è non fermarsi alla denuncia. La domanda che pone è politica: quale parte della nostra autonomia siamo disposti a cedere in cambio di efficienza, conforto, intrattenimento?
Nelle conclusioni, “Il cielo stellato sopra di me”, Prandi allarga lo sguardo allo spazio, alla difesa, all’uso militare dell’intelligenza artificiale. Dal chatbot al satellite, dal peluche alla portaerei, il filo è sempre lo stesso: il controllo non si perde tutto insieme. Si consegna un pezzo alla volta.
La spia del futuro, suggerisce questo libro, potrebbe non entrare di nascosto. Potrebbe arrivare in una scatola elegante, con un’app da scaricare e una promessa di benessere. E siamo stati semplicemente noi a volerla e a comprarla.
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Un momento delle proteste di piazza registrate negli Usa contro l’IA (Getty Images)
Due mesi fa il manifesto anti-IA di Daniel Moreno-Gama, in cui il ventenne dichiarava ai suoi amici di voler uccidere Sam Altman, co-fondatore e amministratore delegato di OpenAI (la società di intelligenza artificiale che ha sviluppato ChatGpt). Poi, l’assalto ravvicinato con una bottiglia molotov contro la villa del manager a San Francisco. Meno di quarantotto ore dopo, colpi di pistola contro la stessa abitazione di Altman, esplosi da due giovani fuggiti poi a bordo di un’auto. Cinque mesi prima, gli ingressi della sede di OpenAI erano stati bloccati ai dipendenti dopo le minacce di morte del ventisettenne Sam Kirchner, militante della linea dura dell’attivismo tecnologico, che ha fondato nel 2024 il gruppo radicale Stop AI insieme al quarantacinquenne Guido Reichstadter, lasciandosi alle spalle la precedente esperienza nella rete internazionale Pause AI.
Si respira, insomma, un clima di forte tensione negli Stati Uniti, che rispecchia lo scetticismo dell’opinione pubblica americana contro l’IA: il Pew Center rileva preoccupazione diffusa, Gallup evidenzia che il 97% dei cittadini esige regole governative più severe mentre per Nbc News il 57% vede i rischi della super intelligenza superiori ai benefici. Nel mondo, il dissenso è di fatto diviso in due correnti: da un lato l’opposizione pragmatica dei più giovani, focalizzati su questioni prosaiche come la tutela del lavoro, il diritto d’autore e la sostenibilità climatica dei data center; dall’altro la posizione etica del Papa, incentrata sulla salvaguardia della responsabilità umana e sulla necessità che la tecnologia resti al servizio dell’uomo.
Quel che è certo è che il rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale ha definitivamente varcato i confini della Silicon valley per riversarsi nelle strade e nel dibattito politico globale. Ciò che inizialmente sembrava un confronto tecnico confinato ad accademici si è trasformato in una complessa battaglia sociale di portata storica, che vede in prima linea un fronte di tecnologi che paventano anche lo scenario estremo: l’«estinzione della specie umana». Altman ha pensato bene di sparigliare proponendo, pochi giorni fa, di vendere l’IA su un contatore, come acqua o elettricità, definendola un’utilità pubblica a pagamento, vista la potenza computazionale che consuma. Un’ipotesi che paradossalmente aiuterebbe i cittadini a gestirla meglio?
Per comprendere come si articola il dissenso internazionale occorre mappare le sue tre sigle principali, a partire dalla frangia più intransigente di Stop AI, che rifiuta i limiti legali e adotta la disobbedienza civile per imporre un bando totale sull’IA, considerata una minaccia per la civiltà. Le azioni sul campo, che hanno conquistato le prime pagine dei media internazionali quanto quelle dei paladini dell’emergenza climatica, includono scioperi della fame davanti a colossi come Google DeepMind e Anthropic o interruzioni di convegni.
Su posizioni più moderate e legalitarie si colloca, invece, PauseAI, fondata a Utrecht nel 2023 da Joep Meindertsma. I militanti si definiscono «tecno-ottimisti» fiduciosi nel «potenziale medico dell’IA» (quello della cura di massa, anziché della cura su misura del singolo, ndr) ma terrorizzati dall’assenza di controllo pubblico sulla sua evoluzione. Guidata negli Usa dalla biologa di Harvard Holly Elmore e nel Regno Unito dal ricercatore di Oxford Joseph Miller, la rete globale organizza soltanto proteste pacifiche e rifiuta nettamente le derive radicali.
All’opposto delle barricate stradali agisce anche ControlAI, l’ala più istituzionale della sicurezza informatica. Il gruppo preferisce le pubbliche relazioni e il lobbismo normativo, organizza campagne mediatiche d’impatto e cerca di indurre i parlamentari a firmare dichiarazioni sui rischi sistemici dell’IA.
Nell’arena politica, il dissenso sta cambiando pelle: l’opposizione all’IA è ormai diventata un tema centrale ed elettorale, seppur trasversale. Il governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, ha proposto una «Carta dei diritti» sull’IA per tutelare i cittadini affinché siano informati quando interagiscono con l’Intelligenza artificiale, si forniscano controlli parentali sui chatbot e si pongano limiti all’uso dell’IA nella consulenza psicologica. Ma anche il democratico Bernie Sanders è favorevole a una moratoria, al contrario del suo collega dem Josh Shapiro, promotore di massicci investimenti infrastrutturali. Quanto alle risorse economiche che muovono la complessa macchina del dissenso, arrivate finora da canali differenti (donazioni spontanee, fondi del Future of life institute), oggi la sponda politica più concreta arriva dai partiti, pronti a scommettere sulle proteste locali e cavalcarle in vista delle prossime elezioni.
Contestazioni anche nel mondo accademico: a Oxford Michael Wooldridge denuncia i pericoli dell’IA, John Lennox ci vede un «capitalismo di sorveglianza», Nick Bostrom avverte sul rischio esistenziale e Mariarosaria Taddeo ne critica l’uso militare. Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica e uno dei padri fondatori del deep learning, ha firmato con oltre 200 accademici un appello formale all’Onu per stabilire linee rosse internazionali.
Il professor Mauro Lubrano dell’Università di Bath ha paragonato l’attivismo delle giovani generazioni contro l’IA al luddismo ottocentesco: gli operai non rifiutavano la tecnologia ma l’introduzione incontrollata che stravolgeva le loro vite; inascoltati, ricorsero alla violenza. Per il docente, l’IA usata in guerra, sul lavoro e nel controllo sociale consolida oggi una pericolosa oligarchia tecnologica.
E siamo sicuri che in questa contesa avranno sempre più peso i report sulle conseguenze per il mondo del lavoro. L’ultima fotografia l’ha scattata l’International Labour Organization ed è stata ripresa da Consumers’ Forum (ente indipendente di associazioni dei consumatori e imprese). Evidenzia come il 25% dell’occupazione globale rientri in professioni potenzialmente esposte all’IA - 1 posto di lavoro su 4 è a rischio - e come ad oggi gli algoritmi abbiano provocato 425.000 licenziamenti.
A questa mobilitazione laica si è affiancata una profonda riflessione della Chiesa cattolica. Nella sua recente enciclica, papa Leone XIV ha affrontato lo sviluppo algoritmico sollevando il tema cruciale della responsabilità delle scelte umane. Il pontefice, secondo il quale l’IA non è moralmente neutra, ha messo in guardia l’umanità contro l’illusione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana, denunciando il rischio che settori vitali come il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi sociali e la reputazione personale vengano totalmente affidati a sistemi automatizzati che occultano la responsabilità etica delle decisioni. L’Italia non è rimasta immune da questa ondata di attivismo algoritmico, sebbene nel contesto nazionale non si registrino manifestazioni violente. La presenza più significativa sul nostro territorio è rappresentata dalla sezione ufficiale di PauseAI Italia, che punta all’AI Act e su una moratoria internazionale. Una forte resistenza sindacale e legale si concentra invece sulla tutela del lavoro e del copyright con le associazioni di editoria, arte e doppiaggio schierate contro il Web scraping non autorizzato.
La partita sul futuro della tecnologia dimostra, insomma, che la sfida non si gioca più a colpi di codice nella Silicon valley, ma è diventata una complessa contesa sociale che ridefinirà le prossime partite elettorali. E soprattutto i confini della civiltà occidentale.
«Utilizzare oppure no l’algoritmo resta sempre una scelta da umani»
«Usare o meno l’IA è, in sé, una decisione». Oxford ospita diverse voci critiche contro l’Intelligenza artificiale, ma è anche la base del professor Alberto Giubilini, vicedirettore dei corsi d’insegnamento presso l’Istituto Uehiro di Oxford e coordinatore del team locale del progetto Cavaa, finanziato dall’Unione europea, che indaga proprio sulle implicazioni etiche della consapevolezza dell’Intelligenza artificiale.
Si parla di «rivoluzione silenziosa dell’IA»: gli individui stanno rinunciando alla capacità di decidere, come sostiene Papa Leone XIV?
«È vero che in un contesto in cui gran parte dei cittadini utilizza l’IA, c’è una forma di pressione a usarla per non “rimanere indietro”. Ma questo riguarda e ha storicamente riguardato molte altre tecnologie. Non credo che ciò che l’IA minacci sia la capacità di decidere: ci sono altri problemi, come la perdita di creatività individuale e collettiva, il rischio dell’uniformità di pensiero quando l’IA entra nella sfera delle questioni morali, o il senso (falso) di deresponsabilizzazione che si potrebbe avere quando si delega all’IA».
Perché lo definisce «falso»?
«Perché l’IA mette chi decide di fronte alla possibilità che ci siano conseguenze non previste ed errori esattamente come succede quando non la si usa. Di queste due opzioni, sono sempre gli umani i responsabili, decidendo se usare o no l’Intelligenza artificiale».
Oggi l’opposizione all’IA sembra viaggiare su due binari distinti: da un lato c’è la critica di papa Leone XIV, dall’altra quella portata avanti dai gruppi di opposizione che hanno rivendicazioni più contingenti. Non trova sorprendente che la riflessione più incisiva sia stata formulata da un’autorità spirituale?
«Non so se la critica del Papa sia più “incisiva” delle altre. Il pontefice ha un ruolo culturale e istituzionale che richiede attenzione a certi questioni e altri gruppi (ad esempio, gli ambientalisti) danno attenzione ad altre. Credo che siano tutte importanti, ma si riferiscono a problemi diversi. Le vedo più in sinergia che non in contrapposizione o gerarchia».
L’insorgente dissenso sociale verso l’IA esprime un’autentica resistenza etica a tecnocrazia e meccanicismo o piuttosto la declinazione 3.0 di quella retorica propria delle giovani generazioni, storicamente inclini alla contestazione?
«Credo che in parte non sia niente di nuovo: ci sono sempre gruppi che oppongono innovazioni tecnologiche radicali. C’è un elemento di retorica apocalittica, ma ci sono altre ragioni e preoccupazioni. Credo sia difficile raggruppare l’opposizione all’IA in un fenomeno unitario. L’opposizione può arrivare da retroterra culturali e politici diversi. È un po’ come l’opposizione ai vaccini o alla medicina più in generale: a volte l’opposizione arriva da ambienti più libertari-conservatori scettici verso i proclami della scienza, altre da gruppi più progressisti scettici verso Big Pharma o inclini a stili vita “naturali”. Anche qui, niente di nuovo, credo».
La repressione del dissenso sull’IA potrebbe alimentare un risentimento sotterraneo e comportamenti ancora più violenti, come suggerisce il professor Lubrano?
«Repressione e coercizione tradizionalmente esasperano gli animi. È un equilibrio delicato quello fra il mantenere ordine pubblico e un dibattito civile da un lato, e rispettare libertà di parola e manifestazione del dissenso dall’altro. Di nuovo, mi pare una questione molto più vecchia dell’IA».
Quale strategia legislativa ritiene capace di dare denti e sostanza ai principi etici sull’IA, riuscendo nell’impresa di non scadere nell’inefficacia?
«Credo sia importante affrontare la questione della responsibilità individuale per le conseguenze dell’uso dell’IA. Ed è importante evitare il rischio che, sia a livello etico che a livello legale, una persona possa dire “è stata l’IA, non è colpa mia”. Questo tipo di affermazione non è giustificata, ma c’è il rischio che la si prenda per buona. Credo la priorità della legge sia quella di chiarire che l’uso dell’IA non deresponsabilizza. È anzi vero il contrario».
Ritiene che la libertà dei singoli possa essere più minacciata dall’uso incontrollato dell’IA o da una sua rigida regolamentazione?
«L’uso incontrollato, da parte di qualcuno, di ogni tecnologia rischia sempre di interferire con la libertà altrui, perché la mancanza di controlli dà il potere di danneggiare altri. Ma credo nessuno sostenga che l’IA debba essere “incontrollata”. La rigida regolamentazione può prevenire questa situazione, ma al rischio di limitare troppo la mia libertà di accedere alla tecnologia».
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Marco Arenare
Partiamo quindi dall’inizio. Come mai ha scelto di diventare un incursore della Marina militare italiana?
«Sono nato a Policastro Bussentino, nel Cilento, dove il mare e il fiume Bussento erano il nostro campo giochi. Da ragazzini, alla foce del fiume, ci hanno avviato alla canoa: accompagnavamo i turisti nelle escursioni e con quel poco ci pagavamo le trasferte per le gare. Da lì la maglia azzurra e un argento ai Mondiali Junior del 1990. Poi la leva in Marina, sulla fregata Scirocco. Alla Spezia, in un capannone del centro sportivo, trovai un vecchio kayak olimpico in legno, impolverato e destinato alla distruzione: chiesi di poterlo sistemare e, pezzo dopo pezzo, lo riportai in acqua. In quel gesto c’era già tutto: la cura delle cose, la pazienza, il non arrendersi davanti a ciò che sembra finito. Quando mi parlarono degli incursori del Varignano risposi che prima dovevo vincere il concorso per sottufficiali: una cosa per volta. Così è stato. Poi il 46° corso Incursori e il Basco Verde. Non cercavo un lavoro, cercavo una vocazione: stare dove la selezione è più dura, al servizio del Paese».
Com’è stata l’esperienza dell’addestramento?
«Il percorso per diventare incursore è lungo e durissimo: su tanti che ci provano, pochissimi arrivano in fondo. Non si cerca il superuomo: si cerca chi non molla quando il corpo dice basta. Nuoto da combattimento, immersioni, paracadutismo, tiro, esplosivi: ogni fase toglie il superfluo e lascia solo l’essenziale. Ma la vera lezione è mentale: impari che il limite è quasi sempre più lontano di dove credi che sia. E impari l’umiltà, perché al Varignano c’è sempre qualcuno più bravo di te da cui rubare il mestiere. L’addestramento, poi, non finisce mai: in trent’anni non ho smesso di studiare, dai corsi fatti negli Stati Uniti accanto ai reparti speciali americani fino a quelli per imparare a guidare le persone e le organizzazioni, seguiti negli ultimi anni in Nato. L’operatore che smette di imparare è un operatore che ha già perso».
Quali missioni ha svolto all’estero e quale è stata la più difficile?
«Ho servito per tre decenni nel Gruppo operativo incursori, in operazioni nazionali e internazionali in diversi teatri, e per un periodo sono stato distaccato nei reparti speciali della Marina americana, i Navy Seal, lavorando fianco a fianco con loro. Molti dettagli, per riservatezza, non si possono raccontare. Posso parlare di due episodi a Herat, in Afghanistan, perché le motivazioni delle decorazioni sono pubbliche. Il primo: un’operazione contro il terrorismo per la liberazione di ostaggi, conclusa con 31 persone liberate, tra cui sei italiani. Il secondo, durante l’operazione Maashin IV: nel corso di violenti combattimenti un mio commilitone è stato ferito gravemente; l’ho raggiunto, ho messo in sicurezza la zona e gli ho prestato le prime cure. È stata la missione più difficile, non per il pericolo in sé, ma perché in quei momenti hai nelle mani la vita di un fratello. Tutto l’addestramento di una vita si comprime in pochi minuti. Le medaglie che ne sono seguite le sento come un riconoscimento al reparto, prima che a me».
Lei è stato anche soccorritore militare. Cosa significa fare il «medic» nelle forze speciali?
«Mi sono qualificato come paramedico delle forze speciali alla scuola di medicina militare dell’esercito americano, e ho applicato sul campo le procedure di soccorso in combattimento. Il soccorritore è l’assicurazione sulla vita della squadra: devi essere un operatore completo, capace di combattere come gli altri, ma quando qualcuno cade tocca a te. È come fare il medico del pronto soccorso, ma di notte, sotto il fuoco e con il solo materiale che ti porti addosso. La differenza tra la vita e la morte si gioca nei primi minuti e nella qualità delle decisioni che prendi. È una responsabilità enorme, ma è anche il ruolo che più mi ha insegnato il valore della vita umana».
Com’è stata la transizione alla vita civile? Più difficoltà o più opportunità?
«Entrambe. Quando togli l’uniforme dopo trent’anni, la prima sfida è l’identità: non sei più il tuo grado e il tuo reparto, devi ridefinirti. Il mio ultimo incarico mi ha aiutato molto: dal 2019 al 2023 sono stato il consigliere sottufficiale più anziano nel quartier generale delle forze speciali della Nato, in Belgio, nell’ufficio che sviluppa le capacità dei reparti speciali marittimi di tutti i Paesi alleati. Lì ho lavorato a livello strategico e ho investito sulla mia formazione: corsi di organizzazione aziendale, di gestione e crescita delle persone, di preparazione mentale. Ho scoperto che ciò che impari nelle operazioni speciali, guidare uomini, pianificare, gestire il rischio, decidere sotto pressione, è esattamente ciò che manca a molte aziende. Anche qui ho applicato la regola di sempre: una cosa per volta. La transizione è difficile se la subisci, è un’opportunità se la pianifichi come una missione».
Cos’è Novamas?
«Novamas Global è la società che ho fondato. Siamo veterani e ci vediamo come un ponte tra l’industria e chi opera sul campo. Da una parte aiutiamo Forze armate e Forze dell’Ordine ad analizzare le proprie esigenze e a scegliere i materiali giusti, con consulenza, forniture e formazione avanzata: ciò che proponiamo lo abbiamo usato o messo alla prova di persona. Dall’altra affianchiamo le aziende che vogliono capire meglio l’ambiente militare, per costruire prodotti davvero aderenti a chi li userà. Il nostro chiodo fisso è perfezionare l’integrazione tra l’operatore e lo strumento: la tecnologia migliore vale poco se non è costruita intorno all’uomo che la impiega. Lavoriamo molto anche sulla difesa contro i droni. Per noi è un modo di restituire qualcosa alla comunità che ci ha formati».
Com’è cambiata la guerra di oggi?
«Il campo di battaglia sta diventando una casa di vetro: satelliti, droni e sensori vedono tutto, sempre. Nascondersi è sempre più difficile e ciò che viene visto può essere colpito in pochi minuti. Non è uno scenario futuro: sta succedendo adesso, e l’Ucraina è il laboratorio di questa trasformazione. La seconda rivoluzione è una sfida tra Davide e Golia: un piccolo drone da poche centinaia di euro, poco più di un giocattolo modificato, può distruggere un carro armato da milioni. La terza, che per la mia esperienza è la più importante, è la velocità con cui bisogna adattarsi: tattiche e contromisure cambiano nel giro di settimane, non di anni. Chi non regge questo ritmo è già sconfitto».
Quanto contano i droni e come ci si difende?
«I droni sono ormai dappertutto: osservano, colpiscono, guidano il fuoco dell’artiglieria, trasportano rifornimenti, e cominciano a muoversi in sciami coordinati, come stormi di uccelli. E la minaccia non riguarda solo i campi di battaglia: aeroporti, infrastrutture e grandi eventi sono vulnerabili anche in tempo di pace, come dimostrano le incursioni che si stanno verificando sui cieli europei. Difendersi, a mio avviso, funziona come proteggere una casa: prima serve l’allarme che si accorge dell’intruso, cioè antenne e radar che rilevano il drone; poi la telecamera che lo riconosce e capisce se è una minaccia; infine, l’intervento che lo ferma, accecandolo, cioè interrompendo il collegamento con chi lo guida e il segnale satellitare che lo orienta, oppure abbattendolo. Non esiste una soluzione unica: serve un sistema a più strati e, soprattutto, persone addestrate a usarlo. È uno dei campi su cui con Novamas lavoriamo ogni giorno».
La domanda da un milione di dollari: come immagina le guerre di domani?
«Premetto che è un parere personale, maturato sul campo e negli anni in Nato: nessuno ha la sfera di cristallo, e il futuro della guerra è già in atto sotto i nostri occhi. Viviamo in un’epoca di sovrabbondanza di informazioni, e il campo di battaglia non fa eccezione: ogni sensore, ogni drone, ogni satellite riversa fiumi di dati nei posti di comando. La vera sfida non è più raccogliere informazioni, è filtrarle: separare ciò che conta dal rumore e decidere nel più breve tempo possibile. Come negli scacchi giocati a tempo: vince chi trova la mossa giusta più in fretta dell’avversario. È la superiorità decisionale, e l’intelligenza artificiale sta già dando ai comandanti questo vantaggio, comprimendo in secondi analisi che fino a ieri richiedevano ore. E non esisteranno più una guerra di terra, una di mare e una di cielo separate: terra, mare, cielo, spazio e mondo digitale stanno diventando un unico campo di battaglia, con macchine sempre più autonome e uomini sempre più protetti e decisivi. Ma la tecnologia cambia il volto della guerra, non la sua natura: alla fine contano sempre la volontà, l’addestramento e i valori di chi combatte. Per questo continueranno a servire professionisti seri e silenziosi. La macchina calcola, ma la responsabilità di decidere resta umana. Almeno per ora».
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