True
2019-04-04
L’Ong di Casarini
imbarca il rampollo di Tria: «È uno dei nostri»
«Guardate cosa mi avete fatto, Niccolò ha studiato, ha master nel curriculum», si sfoga Giovanni Tria difendendo l'onore del figlio della seconda moglie al centro dell'intreccio, svelato dalla Verità, tra via XX Settembre e la Tinexta. Come se ignorasse che l'unica, vera assunzione, il trentunenne rampollo della lobbista Maristella Vicini l'ha ottenuta, dopo una sfilza di collaborazioni e stage di poco conto, proprio con la società di Pier Andrea Chevallard. E chi è costui? È il compagno di Claudia Bugno, la super-consulente dello stesso ministro.
D'altronde, basta dare una occhiata ai curriculum di Ciapetti disseminati sul web (ce ne sono tre diversi su Facebook, e uno, un po' più articolato su Linkedin) per rendersi conto che le esperienze professionali e la formazione di questo giovane sarebbero comuni a quelle di migliaia e migliaia di coetanei se non fosse arrivato il provvidenziale contratto di Chevallard. E se non ci fosse stata l'amicizia con la Bugno che, non a caso, gli ha offerto pure uno stage al Coni come addetto stampa, pur non essendo lui giornalista, al tempo in cui lei ricopriva il ruolo di coordinatrice del comitato organizzatore per le Olimpiadi di Roma 2024.
Ciapetti per almeno sette anni lavoricchia un po' qui, un po' lì. Per la Triumph Group è digital specialist (dura 4 mesi in azienda) ma, fino all'anno prima, è stato anche agente immobiliare nella sede romana della Engel & Völkers, e ancor prima magazziniere a Parigi. Forse grazie all'aiuto della mamma, dirigente del settore Relazioni istituzionali della Provincia di Trento, ha ottenuto una collaborazione con la Trentino Sviluppo spa per l'organizzazione di eventi sportivi. Nulla di stabile, nulla di paragonabile alla Tinexta. Tra sigle e altisonanti profili professionali rigorosamente in inglese, Ciapetti allunga il cv online inserendoci nientemeno che l'organizzazione di un torneo di calcio (la Sir Cup) e la meritoria attività di donatore di sangue Avis.
Curioso che, però, Ciapetti non faccia menzione della sua esperienza presso la Parco Kolbe fitness di Roma, dove - secondo quanto risulta alla Verità - ha svolto un'attività di apprendistato. Una delle pochissime che gli ha portato qualche spicciolo. Chissà perché. E chissà perché su uno dei suoi profili social, Niccolò scriva di aver studiato statistica alla Sapienza quando, in realtà, ha una laurea triennale in Economia all'Università Roma 3, l'ateneo fondato nel 1992, il più giovane di Roma. Conseguita nel 2012 con un anno fuoricorso (e nuovo ordinamento), discutendo una «tesina» con un professore a contratto. E il master evocato da Tria? È un diploma di specializzazione post universitario in management dello sport rilasciato dalla Sport Management School, istituto très chic con una retta da 10.000 euro l'anno che si trova a Parigi, città in cui il papà nel 1961 è stato iniziato alla massoneria. La ciliegina sulla torta del cv di Ciapetti è un attestato di partecipazione di ben quattro giorni in Web marketing rilasciato dalla Ferpi, la Federazione relazioni pubbliche italiane di cui è stato fondatore, negli anni Settanta a Firenze, sempre il genitore, Carlo Luigi Ciapetti. E, a proposito di pubbliche relazioni, abbiamo provato a contattare l'associazione «Centurion League», di cui il figliastro del ministro dice di aver curato l'immagine in uno dei suoi molteplici cv. Ha risposto il presidente Massimiliano Travaglini. Gli abbiamo chiesto se ricorda un collaboratore di nome Niccolò Ciapetti. «Non è un nostro ex dipendente e non ha mai lavorato con noi». Nemmeno uno stage? «No. Era un semplice tesserato». Travaglini si collega al profilo Facebook di Ciapetti, e ride di gusto quando legge del «rapporto di lavoro» con la sua associazione per quanto riguarda le pubbliche relazioni. «Che le devo dire... se lo sarà inventato...». Sicuro di non ricordare nulla? «Lo conosco, ma non ha fatto nulla per noi». La buttiamo lì: forse veniva solo a giocare a calcetto? «La dinamica penso sia questa...». Ride e riaggancia. Questo è il curriculum (vero) del figlio di primo letto della compagna del ministro. Il quale, probabilmente, ignora che Ciapetti ha inserito il proprio numero di telefono personale su Facebook a disposizione di chi voglia prenotare le stanze del bed and breakfast «Il Palazzo in piazza», di proprietà della mamma Maristella Vicini, a Roccasecca, suo paese d'origine. Tra le tante attività, Niccolò, per arrotondare, fa anche il telefonista.
L’Ong di Casarini imbarca il rampollo: «È uno dei nostri»
L'uomo che con la sua tuta bianca scatenò l'inferno in via Tolemaide a Genova, causando il caos in cui morì Carlo Giuliani ha detto «Nì». Non ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se al seguito della sua bagnarola trasporta migranti ci fosse anche una barca a vela guidata dal figlio del ministro Giovanni Tria, Stefano Paolo, montatore cinematografico e skipper. «La Verità sostiene che sulla barca a vela che seguiva in appoggio la Mare Jonio c'era anche il figlio del ministro Tria? Io non leggo certi giornalacci…» è stato il commento del lucido agit-prop, capo missione di Mediterranea saving humans, il progetto di recupero migranti promosso da diverse ong e onlus italiane. In serata la stessa Mediterranea ha, però, confermato in toto il nostro scoop: «Stefano Tria è uno di noi e fa quello per cui Mediterranea è nata: salvare e salvarci da questo orrore». Cioè la chiusura dei porti decisa dal governo di cui il padre di Stefano, Giovanni, è esponente. «Non ci siamo mai posti il problema di chi ognuno di noi sia figlio o parente, ma di che cosa possiamo fare per salvare quante più vite possibili». Il trentottenne Stefano Paolo è stato avvistato l'altro ieri in via XX settembre mentre andava a trovare il padre. Nelle stesse ore si vociferava della sua presenza sulla Raj 50, l'imbarcazione travolta nei marosi del canale di Sicilia mentre seguiva la Mare Jonio. Tria ha anche incontrato sia ieri che l'altro ieri il comandante generale delle Fiamme gialle Giorgio Toschi, e non è escluso che i due abbiano fatto cenno all'indagine del procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella sulla missione di Mediterranea. Infatti a intervenire in prima battuta nei drammatici momenti dello sbarco a Lampedusa sono stati i finanzieri del Reparto operativo aeronavale di Palermo guidato dal comandante Alessandro Carrozzo. Per ora i magistrati agrigentini hanno messo a verbale solo le dichiarazioni dello skipper della Raj e non quelle del suo aiutante, Stefano Paolo. «Nessuno della barca a vela è indagato» ci racconta Vella. «Per quello che ci risulta anche l'equipaggio della Raj ha dato una mano nel salvataggio, ma per questo non contestiamo reati. Noi stiamo facendo accertamenti sulla fase successiva, quando le due barche decidono di dirigersi verso la Sicilia. In quella fase la Raj ha avuto una leggera avaria e si è staccata dalla Mare Jonio e quindi a chi era a bordo non contestiamo né l'ipotesi del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, né del mancato rispetto dell'alt della nave da guerra». In ogni caso la regata tra migranti e barconi deve essere stata un'esperienza che nessuno dell'equipaggio scorderà. Secondo il racconto di Casarini e dei giornalisti a bordo, le due imbarcazioni si sarebbero trovate in mezzo a un mare forza 7 con onde alte dai 2,5 metri ai 3. Fosse anche un'esagerazione, la traversata non è stata facile e la Raj 50 ha dovuto chiedere soccorso. In queste ore nessuno dei tigrotti del Raj ha accettato di parlare con La Verità. Restano le immagini del piccolo veliero su Internet: negli ultimi anni, era stato utilizzato per belle crociere tra i siti archeologici del Mediterraneo. Del resto, la Raj, un elegante sloop in alluminio, è più adatta a un aperitivo che al soccorso di migranti. È stata disegnata e costruita tra il 1990 e il 1991 dall'architetto Franco Anselmi Boretti, «uno tra i più importanti e poliedrici progettisti italiani, che ha prodotto molti e differenziati yacht di fascia alta»: lungo 15,40 metri, ha 12 posti letto (3 cabine matrimoniali, 6 cuccette), 2 bagni (wc elettrico, wc manuale) con doccia, doccia esterna, cucina a 3 fuochi con forno e 2 frigoriferi. Insomma di uomini ne può salvare ben pochi, ma è il battello ideale per vivere qualche bella giornata a base di adrenalina e iodio stando lontani dalla confusione. Peccato che il timone della Raj fosse in mano al figlio di uno dei ministri del governo che ha chiuso i porti. Forse anche per questo Stefano Paolo è andato a trovare il padre in ufficio nel pieno della bufera del caso della consigliera Claudia Bugno. Forse per promettergli che per qualche giorno resterà fermo a casa. Magari a vedere, lui cineasta appassionato, un bel film d'avventura.
La Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria
Hanno taciuto per giorni, non accettando nessun confronto coi giornalisti. Poi ieri sul Corriere della Sera il ministro Giovanni Tria e la sua consigliera Claudia Bugno si sono sfogati con penne amiche, frequentatrici degli stessi salotti. Il primo ha bollato come «spazzatura» i nostri scoop, la seconda ha inviato il suo messaggio in bottiglia ai tanti nemici che si è fatta al ministero (sarebbe soprannominata la «guerrafondaia»). La bionda romana ha sparato la sua mitragliata: «Resto al mio posto. Certo se il ministro dice che non ho più la sua fiducia sono pronta a fare un passo indietro, ma questo non è successo». Il peccato originale che non le perdonano i grillini sono i rapporti con la vecchia politica, con personaggi come Matteo Renzi, Luca Cordero di Montezemolo, Claudio Scajola, tutti suoi sponsor. Ma nonostante gli attacchi delle ultime ore la signora difende la sua posizione. Non bastano le mille voci che stanno uscendo su di lei: i top manager di Poste e Leonardo si sarebbero lamentati dei suoi modi spicci e c'è chi fa notare che la consigliera usa una macchina della Finanza come auto di servizio, «pur non avendone titolo». Al Mef, prima dell'ultima tempesta, la Bugno faceva e disfaceva. Tanto da ottenere la designazione nel board della strategica società di microchip Stmicroelectronics. A quel posto ha dovuto rinunciare, ma ha ricevuto in cambio la promessa di una poltrona nel consiglio dell'Agenzia spaziale italiana. Il ministro Tria nega ci siano conflitti d'interessi in corso, nonostante la donna sia stata promossa consigliera e la Tinexta, la società di cui è ad suo marito, Pier Andrea Chevallard, abbia assunto tre mesi dopo il figliastro dello stesso Tria. I pentastellati non ci stanno e ritengono che la signora sia un conflitto d'interessi che cammina. E non solo perché vorrebbe decidere il partner ideale di Alitalia, di cui è stata vicepresidente per i Public affairs. Infatti, «gestendo per conto del ministro le società partecipate», deve seguire anche Enel, di cui il Mef ha una partecipazione di «maggioranza/controllo» del 23,59%. E proprio la compagnia elettrica nasconderebbe un ulteriore conflitto d'interesse. Enel ha una «partnership a lungo termine basata su una collaborazione forte» con Infocert, società specializzata nella produzione di software. Peccato che Infocert faccia parte del gruppo Tinexta e abbia tra i consiglieri proprio il marito della Bugno. Inoltre Infocert, quotata in Borsa, nasce come costola delle Camere di commercio, di cui Chevallard è stato un ras, tanto da risultare nel 2013 il sesto manager pubblico più pagato (643.000 euro annui). «L'azienda del marito è in affari con una società che la Bugno dovrebbe seguire per il Mef», evidenzia un autorevole esponente del M5s. «Pertanto c'è una grave causa di incompatibilità che lei non ha dichiarato». Il problema del conflitto d'interesse era già stato contestato nel 2013 dal ministero dello Sviluppo economico, di cui la Bugno è stata presidente del comitato di gestione del fondo centrale di garanzia, per «l'omessa dichiarazione di alcuni incarichi rivestiti alla data della propria candidatura dai quali derivava la sussistenza di una “situazione di concreto e non solo potenziale conflitto d'interesse"». Gli incarichi che avrebbe taciuto erano tre e il più significativo era quello nel cda di Etruria, di cui aveva informato solo il ministro Corrado Passera con «una mera mail privata indirizzata personalmente» a lui. La Bugno infatti presiedeva il fondo che aveva erogato denaro anche alla Bpel. Lei si difese sostenendo che il finanziamento venne fatto insieme ad altre 20.000 pratiche in 1.410 minuti, circa 24 ore. Per il capo di gabinetto del ministro quella non era una giustificazione, ma «il sintomo di una gravissima incuria nella complessiva gestione della funzione». L'Anticorruzione la assolse perché «le pochissime operazioni presentate dalla popolare dell'Etruria e del Lazio erano state deliberate in via automatica e senza alcuna valutazione discrezionale» e la nomina nel cda di Bpel «era avvenuto come quota rosa». Per i grillini quel passaggio nel cda di Etruria al fianco di Pier Luigi Boschi è la macchia più grande nel curriculum della Bugno: i due, insieme, sono stati multati da Bankitalia e Consob, indagati nel fascicolo madre sul crac, iscritto con un reato generico, bancarotta semplice e fraudolenta. Per esso è stata chiesta la proroga delle indagini nel settembre del 2017 e non sarà definitivamente chiuso fino a quando non saranno terminati anche gli ultimi accertamenti in corso.
Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza»
Babbo Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del Rottamatore, erano gli amministratori di fatto delle coop guidate verso la bancarotta e sulla loro posizione, come su quella di Mariano Massone (vicepresidente di una delle cooperative), ricorrono «gravi indizi di colpevolezza».
Il presidente del Tribunale del riesame di Firenze, Livio Genovese, lo sottolinea in più punti dell'ordinanza con la quale il 6 marzo scorso aveva riformato la misura cautelare a carico degli indagati, sostituendo gli arresti domiciliari (scattati il 18 febbraio) con il divieto di esercitare attività imprenditoriali per otto mesi. I Renzi sono accusati di bancarotta e fatturazioni per operazioni inesistenti o pompate per circa 250.000 euro nell'inchiesta della Procura fiorentina sul fallimento della Delivery Service Italia e della Europe Service, collegate alla loro azienda di famiglia, la Eventi 6.
Secondo l'accusa, la Marmodiv, una delle coop al centro dell'indagine e gestita, secondo l'accusa, di fatto, dai Renzi, per la quale è stato chiesto il fallimento nell'ottobre scorso, sarebbe stata utilizzata proprio per alleggerire degli oneri previdenziali e fiscali la Eventi 6. La difesa dei Renzi aveva sostenuto la totale inesistenza di esigenze cautelari e ha cercato di fare a pezzi l'ordinanza, ottenendo una misura più attenuata.
Ma a leggere le motivazioni di quella decisione - depositate il 2 aprile in cancelleria - si capisce subito che la partita del Riesame i Renzi non l'hanno vinta. Il presidente del collegio rimarca: «Nei casi di cui alle contestazioni, elementi indiziari gravi appaiono appunto ricorrere, diversamente da quanto prospettato nell'interesse degli indagati, dell'insussistenza delle operazioni».
E gli elementi citati dal giudice sono contenuti negli accertamenti eseguiti dalla Guardia di finanza proprio presso le imprese che hanno emesso le fatture, «da cui è risultato», si legge nelle motivazioni, «al di là delle mere omissioni delle registrazioni contabili o anche dei versamenti delle imposte, o che tali imprese non disponevano neppure di una sede effettiva in cui potessero svolgere attività produttiva o commerciale o che, oltre che non risultare la stessa natura delle prestazioni di cui alle fatture, neppure era stata rinvenuta documentazione relativa ai rapporti contrattuali e ai pagamenti (...) o che gli emittenti delle fatture avevano negato l'effettuazione delle prestazioni o che l'impresa emittente aveva già cessato la sua attività o che gli emittenti erano risultati sconosciuti o non presenti ai domicili indicati».
Insomma, secondo il giudice, la ricostruzione dell'accusa regge. E spiega: «Come può notarsi, il rilievo gravemente indiziario degli elementi acquisiti può apprezzarsi, oltre che in relazione alla pregnanza degli elementi in sé considerati, avuto riguardo alla stessa considerevole mole delle anomalie emerse, tale da portare a inquadrarle, esclusa la loro mera casualità, nell'ambito di un quadro di carattere generale inerente alle modalità di esplicazone dell'attività della società».
E le sovrafatturazioni? Anche su quelle il giudice ritiene evidente la finalità perseguita, «ben ravvisabile», sottolinea, «nell'intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi 6» di babbo Renzi e di Laura Bovoli. E anche sui volantini mandati al macero (che avrebbe immesso nei conti della Eventi 6 fino a 15.000 euro a settimana di sovrafatturazione), richiamando le testimonianze, la toga sostiene che gli indizi sono «gravi». Il quadro investigativo, insomma, non risulta scalfito.
Continua a leggereRiduci
Problemi anche con il figliastro. Laurea triennale e master parigino in management sportivo. Nel percorso di Niccolò Ciapetti c'è un giallo su un impiego da pr. Il primogenito del ministro ha aiutato la nave di Mediterranea a imbarcare dei clandestini. Grazie a un'avaria non è indagato. Claudia Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria. La società d'energia, partecipata dal Mef, lavora con una ditta di cui è consigliere il marito. E l'indagine sulla Bpel è prorogata. Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza». Il Riesame li ha tolti dai domiciliari e loro hanno esultato come se le accuse fossero svanite. Ma nelle motivazioni del provvedimento le toghe evidenziano la «mole di anomalie» nelle tesi difensive. Lo speciale comprende quattro articoli. «Guardate cosa mi avete fatto, Niccolò ha studiato, ha master nel curriculum», si sfoga Giovanni Tria difendendo l'onore del figlio della seconda moglie al centro dell'intreccio, svelato dalla Verità, tra via XX Settembre e la Tinexta. Come se ignorasse che l'unica, vera assunzione, il trentunenne rampollo della lobbista Maristella Vicini l'ha ottenuta, dopo una sfilza di collaborazioni e stage di poco conto, proprio con la società di Pier Andrea Chevallard. E chi è costui? È il compagno di Claudia Bugno, la super-consulente dello stesso ministro. D'altronde, basta dare una occhiata ai curriculum di Ciapetti disseminati sul web (ce ne sono tre diversi su Facebook, e uno, un po' più articolato su Linkedin) per rendersi conto che le esperienze professionali e la formazione di questo giovane sarebbero comuni a quelle di migliaia e migliaia di coetanei se non fosse arrivato il provvidenziale contratto di Chevallard. E se non ci fosse stata l'amicizia con la Bugno che, non a caso, gli ha offerto pure uno stage al Coni come addetto stampa, pur non essendo lui giornalista, al tempo in cui lei ricopriva il ruolo di coordinatrice del comitato organizzatore per le Olimpiadi di Roma 2024. Ciapetti per almeno sette anni lavoricchia un po' qui, un po' lì. Per la Triumph Group è digital specialist (dura 4 mesi in azienda) ma, fino all'anno prima, è stato anche agente immobiliare nella sede romana della Engel & Völkers, e ancor prima magazziniere a Parigi. Forse grazie all'aiuto della mamma, dirigente del settore Relazioni istituzionali della Provincia di Trento, ha ottenuto una collaborazione con la Trentino Sviluppo spa per l'organizzazione di eventi sportivi. Nulla di stabile, nulla di paragonabile alla Tinexta. Tra sigle e altisonanti profili professionali rigorosamente in inglese, Ciapetti allunga il cv online inserendoci nientemeno che l'organizzazione di un torneo di calcio (la Sir Cup) e la meritoria attività di donatore di sangue Avis. Curioso che, però, Ciapetti non faccia menzione della sua esperienza presso la Parco Kolbe fitness di Roma, dove - secondo quanto risulta alla Verità - ha svolto un'attività di apprendistato. Una delle pochissime che gli ha portato qualche spicciolo. Chissà perché. E chissà perché su uno dei suoi profili social, Niccolò scriva di aver studiato statistica alla Sapienza quando, in realtà, ha una laurea triennale in Economia all'Università Roma 3, l'ateneo fondato nel 1992, il più giovane di Roma. Conseguita nel 2012 con un anno fuoricorso (e nuovo ordinamento), discutendo una «tesina» con un professore a contratto. E il master evocato da Tria? È un diploma di specializzazione post universitario in management dello sport rilasciato dalla Sport Management School, istituto très chic con una retta da 10.000 euro l'anno che si trova a Parigi, città in cui il papà nel 1961 è stato iniziato alla massoneria. La ciliegina sulla torta del cv di Ciapetti è un attestato di partecipazione di ben quattro giorni in Web marketing rilasciato dalla Ferpi, la Federazione relazioni pubbliche italiane di cui è stato fondatore, negli anni Settanta a Firenze, sempre il genitore, Carlo Luigi Ciapetti. E, a proposito di pubbliche relazioni, abbiamo provato a contattare l'associazione «Centurion League», di cui il figliastro del ministro dice di aver curato l'immagine in uno dei suoi molteplici cv. Ha risposto il presidente Massimiliano Travaglini. Gli abbiamo chiesto se ricorda un collaboratore di nome Niccolò Ciapetti. «Non è un nostro ex dipendente e non ha mai lavorato con noi». Nemmeno uno stage? «No. Era un semplice tesserato». Travaglini si collega al profilo Facebook di Ciapetti, e ride di gusto quando legge del «rapporto di lavoro» con la sua associazione per quanto riguarda le pubbliche relazioni. «Che le devo dire... se lo sarà inventato...». Sicuro di non ricordare nulla? «Lo conosco, ma non ha fatto nulla per noi». La buttiamo lì: forse veniva solo a giocare a calcetto? «La dinamica penso sia questa...». Ride e riaggancia. Questo è il curriculum (vero) del figlio di primo letto della compagna del ministro. Il quale, probabilmente, ignora che Ciapetti ha inserito il proprio numero di telefono personale su Facebook a disposizione di chi voglia prenotare le stanze del bed and breakfast «Il Palazzo in piazza», di proprietà della mamma Maristella Vicini, a Roccasecca, suo paese d'origine. Tra le tante attività, Niccolò, per arrotondare, fa anche il telefonista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="long-di-casarini-imbarca-il-rampollo-e-uno-dei-nostri" data-post-id="2633625175" data-published-at="1779769358" data-use-pagination="False"> L’Ong di Casarini imbarca il rampollo: «È uno dei nostri» L'uomo che con la sua tuta bianca scatenò l'inferno in via Tolemaide a Genova, causando il caos in cui morì Carlo Giuliani ha detto «Nì». Non ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se al seguito della sua bagnarola trasporta migranti ci fosse anche una barca a vela guidata dal figlio del ministro Giovanni Tria, Stefano Paolo, montatore cinematografico e skipper. «La Verità sostiene che sulla barca a vela che seguiva in appoggio la Mare Jonio c'era anche il figlio del ministro Tria? Io non leggo certi giornalacci…» è stato il commento del lucido agit-prop, capo missione di Mediterranea saving humans, il progetto di recupero migranti promosso da diverse ong e onlus italiane. In serata la stessa Mediterranea ha, però, confermato in toto il nostro scoop: «Stefano Tria è uno di noi e fa quello per cui Mediterranea è nata: salvare e salvarci da questo orrore». Cioè la chiusura dei porti decisa dal governo di cui il padre di Stefano, Giovanni, è esponente. «Non ci siamo mai posti il problema di chi ognuno di noi sia figlio o parente, ma di che cosa possiamo fare per salvare quante più vite possibili». Il trentottenne Stefano Paolo è stato avvistato l'altro ieri in via XX settembre mentre andava a trovare il padre. Nelle stesse ore si vociferava della sua presenza sulla Raj 50, l'imbarcazione travolta nei marosi del canale di Sicilia mentre seguiva la Mare Jonio. Tria ha anche incontrato sia ieri che l'altro ieri il comandante generale delle Fiamme gialle Giorgio Toschi, e non è escluso che i due abbiano fatto cenno all'indagine del procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella sulla missione di Mediterranea. Infatti a intervenire in prima battuta nei drammatici momenti dello sbarco a Lampedusa sono stati i finanzieri del Reparto operativo aeronavale di Palermo guidato dal comandante Alessandro Carrozzo. Per ora i magistrati agrigentini hanno messo a verbale solo le dichiarazioni dello skipper della Raj e non quelle del suo aiutante, Stefano Paolo. «Nessuno della barca a vela è indagato» ci racconta Vella. «Per quello che ci risulta anche l'equipaggio della Raj ha dato una mano nel salvataggio, ma per questo non contestiamo reati. Noi stiamo facendo accertamenti sulla fase successiva, quando le due barche decidono di dirigersi verso la Sicilia. In quella fase la Raj ha avuto una leggera avaria e si è staccata dalla Mare Jonio e quindi a chi era a bordo non contestiamo né l'ipotesi del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, né del mancato rispetto dell'alt della nave da guerra». In ogni caso la regata tra migranti e barconi deve essere stata un'esperienza che nessuno dell'equipaggio scorderà. Secondo il racconto di Casarini e dei giornalisti a bordo, le due imbarcazioni si sarebbero trovate in mezzo a un mare forza 7 con onde alte dai 2,5 metri ai 3. Fosse anche un'esagerazione, la traversata non è stata facile e la Raj 50 ha dovuto chiedere soccorso. In queste ore nessuno dei tigrotti del Raj ha accettato di parlare con La Verità. Restano le immagini del piccolo veliero su Internet: negli ultimi anni, era stato utilizzato per belle crociere tra i siti archeologici del Mediterraneo. Del resto, la Raj, un elegante sloop in alluminio, è più adatta a un aperitivo che al soccorso di migranti. È stata disegnata e costruita tra il 1990 e il 1991 dall'architetto Franco Anselmi Boretti, «uno tra i più importanti e poliedrici progettisti italiani, che ha prodotto molti e differenziati yacht di fascia alta»: lungo 15,40 metri, ha 12 posti letto (3 cabine matrimoniali, 6 cuccette), 2 bagni (wc elettrico, wc manuale) con doccia, doccia esterna, cucina a 3 fuochi con forno e 2 frigoriferi. Insomma di uomini ne può salvare ben pochi, ma è il battello ideale per vivere qualche bella giornata a base di adrenalina e iodio stando lontani dalla confusione. Peccato che il timone della Raj fosse in mano al figlio di uno dei ministri del governo che ha chiuso i porti. Forse anche per questo Stefano Paolo è andato a trovare il padre in ufficio nel pieno della bufera del caso della consigliera Claudia Bugno. Forse per promettergli che per qualche giorno resterà fermo a casa. Magari a vedere, lui cineasta appassionato, un bel film d'avventura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-bugno-ha-anche-un-conflitto-con-enel-e-grane-per-etruria" data-post-id="2633625175" data-published-at="1779769358" data-use-pagination="False"> La Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria Hanno taciuto per giorni, non accettando nessun confronto coi giornalisti. Poi ieri sul Corriere della Sera il ministro Giovanni Tria e la sua consigliera Claudia Bugno si sono sfogati con penne amiche, frequentatrici degli stessi salotti. Il primo ha bollato come «spazzatura» i nostri scoop, la seconda ha inviato il suo messaggio in bottiglia ai tanti nemici che si è fatta al ministero (sarebbe soprannominata la «guerrafondaia»). La bionda romana ha sparato la sua mitragliata: «Resto al mio posto. Certo se il ministro dice che non ho più la sua fiducia sono pronta a fare un passo indietro, ma questo non è successo». Il peccato originale che non le perdonano i grillini sono i rapporti con la vecchia politica, con personaggi come Matteo Renzi, Luca Cordero di Montezemolo, Claudio Scajola, tutti suoi sponsor. Ma nonostante gli attacchi delle ultime ore la signora difende la sua posizione. Non bastano le mille voci che stanno uscendo su di lei: i top manager di Poste e Leonardo si sarebbero lamentati dei suoi modi spicci e c'è chi fa notare che la consigliera usa una macchina della Finanza come auto di servizio, «pur non avendone titolo». Al Mef, prima dell'ultima tempesta, la Bugno faceva e disfaceva. Tanto da ottenere la designazione nel board della strategica società di microchip Stmicroelectronics. A quel posto ha dovuto rinunciare, ma ha ricevuto in cambio la promessa di una poltrona nel consiglio dell'Agenzia spaziale italiana. Il ministro Tria nega ci siano conflitti d'interessi in corso, nonostante la donna sia stata promossa consigliera e la Tinexta, la società di cui è ad suo marito, Pier Andrea Chevallard, abbia assunto tre mesi dopo il figliastro dello stesso Tria. I pentastellati non ci stanno e ritengono che la signora sia un conflitto d'interessi che cammina. E non solo perché vorrebbe decidere il partner ideale di Alitalia, di cui è stata vicepresidente per i Public affairs. Infatti, «gestendo per conto del ministro le società partecipate», deve seguire anche Enel, di cui il Mef ha una partecipazione di «maggioranza/controllo» del 23,59%. E proprio la compagnia elettrica nasconderebbe un ulteriore conflitto d'interesse. Enel ha una «partnership a lungo termine basata su una collaborazione forte» con Infocert, società specializzata nella produzione di software. Peccato che Infocert faccia parte del gruppo Tinexta e abbia tra i consiglieri proprio il marito della Bugno. Inoltre Infocert, quotata in Borsa, nasce come costola delle Camere di commercio, di cui Chevallard è stato un ras, tanto da risultare nel 2013 il sesto manager pubblico più pagato (643.000 euro annui). «L'azienda del marito è in affari con una società che la Bugno dovrebbe seguire per il Mef», evidenzia un autorevole esponente del M5s. «Pertanto c'è una grave causa di incompatibilità che lei non ha dichiarato». Il problema del conflitto d'interesse era già stato contestato nel 2013 dal ministero dello Sviluppo economico, di cui la Bugno è stata presidente del comitato di gestione del fondo centrale di garanzia, per «l'omessa dichiarazione di alcuni incarichi rivestiti alla data della propria candidatura dai quali derivava la sussistenza di una “situazione di concreto e non solo potenziale conflitto d'interesse"». Gli incarichi che avrebbe taciuto erano tre e il più significativo era quello nel cda di Etruria, di cui aveva informato solo il ministro Corrado Passera con «una mera mail privata indirizzata personalmente» a lui. La Bugno infatti presiedeva il fondo che aveva erogato denaro anche alla Bpel. Lei si difese sostenendo che il finanziamento venne fatto insieme ad altre 20.000 pratiche in 1.410 minuti, circa 24 ore. Per il capo di gabinetto del ministro quella non era una giustificazione, ma «il sintomo di una gravissima incuria nella complessiva gestione della funzione». L'Anticorruzione la assolse perché «le pochissime operazioni presentate dalla popolare dell'Etruria e del Lazio erano state deliberate in via automatica e senza alcuna valutazione discrezionale» e la nomina nel cda di Bpel «era avvenuto come quota rosa». Per i grillini quel passaggio nel cda di Etruria al fianco di Pier Luigi Boschi è la macchia più grande nel curriculum della Bugno: i due, insieme, sono stati multati da Bankitalia e Consob, indagati nel fascicolo madre sul crac, iscritto con un reato generico, bancarotta semplice e fraudolenta. Per esso è stata chiesta la proroga delle indagini nel settembre del 2017 e non sarà definitivamente chiuso fino a quando non saranno terminati anche gli ultimi accertamenti in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giudice-che-ha-scarcerato-i-renzi-gravi-indizi-di-colpevolezza" data-post-id="2633625175" data-published-at="1779769358" data-use-pagination="False"> Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza» Babbo Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del Rottamatore, erano gli amministratori di fatto delle coop guidate verso la bancarotta e sulla loro posizione, come su quella di Mariano Massone (vicepresidente di una delle cooperative), ricorrono «gravi indizi di colpevolezza». Il presidente del Tribunale del riesame di Firenze, Livio Genovese, lo sottolinea in più punti dell'ordinanza con la quale il 6 marzo scorso aveva riformato la misura cautelare a carico degli indagati, sostituendo gli arresti domiciliari (scattati il 18 febbraio) con il divieto di esercitare attività imprenditoriali per otto mesi. I Renzi sono accusati di bancarotta e fatturazioni per operazioni inesistenti o pompate per circa 250.000 euro nell'inchiesta della Procura fiorentina sul fallimento della Delivery Service Italia e della Europe Service, collegate alla loro azienda di famiglia, la Eventi 6. Secondo l'accusa, la Marmodiv, una delle coop al centro dell'indagine e gestita, secondo l'accusa, di fatto, dai Renzi, per la quale è stato chiesto il fallimento nell'ottobre scorso, sarebbe stata utilizzata proprio per alleggerire degli oneri previdenziali e fiscali la Eventi 6. La difesa dei Renzi aveva sostenuto la totale inesistenza di esigenze cautelari e ha cercato di fare a pezzi l'ordinanza, ottenendo una misura più attenuata. Ma a leggere le motivazioni di quella decisione - depositate il 2 aprile in cancelleria - si capisce subito che la partita del Riesame i Renzi non l'hanno vinta. Il presidente del collegio rimarca: «Nei casi di cui alle contestazioni, elementi indiziari gravi appaiono appunto ricorrere, diversamente da quanto prospettato nell'interesse degli indagati, dell'insussistenza delle operazioni». E gli elementi citati dal giudice sono contenuti negli accertamenti eseguiti dalla Guardia di finanza proprio presso le imprese che hanno emesso le fatture, «da cui è risultato», si legge nelle motivazioni, «al di là delle mere omissioni delle registrazioni contabili o anche dei versamenti delle imposte, o che tali imprese non disponevano neppure di una sede effettiva in cui potessero svolgere attività produttiva o commerciale o che, oltre che non risultare la stessa natura delle prestazioni di cui alle fatture, neppure era stata rinvenuta documentazione relativa ai rapporti contrattuali e ai pagamenti (...) o che gli emittenti delle fatture avevano negato l'effettuazione delle prestazioni o che l'impresa emittente aveva già cessato la sua attività o che gli emittenti erano risultati sconosciuti o non presenti ai domicili indicati». Insomma, secondo il giudice, la ricostruzione dell'accusa regge. E spiega: «Come può notarsi, il rilievo gravemente indiziario degli elementi acquisiti può apprezzarsi, oltre che in relazione alla pregnanza degli elementi in sé considerati, avuto riguardo alla stessa considerevole mole delle anomalie emerse, tale da portare a inquadrarle, esclusa la loro mera casualità, nell'ambito di un quadro di carattere generale inerente alle modalità di esplicazone dell'attività della società». E le sovrafatturazioni? Anche su quelle il giudice ritiene evidente la finalità perseguita, «ben ravvisabile», sottolinea, «nell'intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi 6» di babbo Renzi e di Laura Bovoli. E anche sui volantini mandati al macero (che avrebbe immesso nei conti della Eventi 6 fino a 15.000 euro a settimana di sovrafatturazione), richiamando le testimonianze, la toga sostiene che gli indizi sono «gravi». Il quadro investigativo, insomma, non risulta scalfito.
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
Continua a leggereRiduci
Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.