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2019-04-04
L’Ong di Casarini
imbarca il rampollo di Tria: «È uno dei nostri»
«Guardate cosa mi avete fatto, Niccolò ha studiato, ha master nel curriculum», si sfoga Giovanni Tria difendendo l'onore del figlio della seconda moglie al centro dell'intreccio, svelato dalla Verità, tra via XX Settembre e la Tinexta. Come se ignorasse che l'unica, vera assunzione, il trentunenne rampollo della lobbista Maristella Vicini l'ha ottenuta, dopo una sfilza di collaborazioni e stage di poco conto, proprio con la società di Pier Andrea Chevallard. E chi è costui? È il compagno di Claudia Bugno, la super-consulente dello stesso ministro.
D'altronde, basta dare una occhiata ai curriculum di Ciapetti disseminati sul web (ce ne sono tre diversi su Facebook, e uno, un po' più articolato su Linkedin) per rendersi conto che le esperienze professionali e la formazione di questo giovane sarebbero comuni a quelle di migliaia e migliaia di coetanei se non fosse arrivato il provvidenziale contratto di Chevallard. E se non ci fosse stata l'amicizia con la Bugno che, non a caso, gli ha offerto pure uno stage al Coni come addetto stampa, pur non essendo lui giornalista, al tempo in cui lei ricopriva il ruolo di coordinatrice del comitato organizzatore per le Olimpiadi di Roma 2024.
Ciapetti per almeno sette anni lavoricchia un po' qui, un po' lì. Per la Triumph Group è digital specialist (dura 4 mesi in azienda) ma, fino all'anno prima, è stato anche agente immobiliare nella sede romana della Engel & Völkers, e ancor prima magazziniere a Parigi. Forse grazie all'aiuto della mamma, dirigente del settore Relazioni istituzionali della Provincia di Trento, ha ottenuto una collaborazione con la Trentino Sviluppo spa per l'organizzazione di eventi sportivi. Nulla di stabile, nulla di paragonabile alla Tinexta. Tra sigle e altisonanti profili professionali rigorosamente in inglese, Ciapetti allunga il cv online inserendoci nientemeno che l'organizzazione di un torneo di calcio (la Sir Cup) e la meritoria attività di donatore di sangue Avis.
Curioso che, però, Ciapetti non faccia menzione della sua esperienza presso la Parco Kolbe fitness di Roma, dove - secondo quanto risulta alla Verità - ha svolto un'attività di apprendistato. Una delle pochissime che gli ha portato qualche spicciolo. Chissà perché. E chissà perché su uno dei suoi profili social, Niccolò scriva di aver studiato statistica alla Sapienza quando, in realtà, ha una laurea triennale in Economia all'Università Roma 3, l'ateneo fondato nel 1992, il più giovane di Roma. Conseguita nel 2012 con un anno fuoricorso (e nuovo ordinamento), discutendo una «tesina» con un professore a contratto. E il master evocato da Tria? È un diploma di specializzazione post universitario in management dello sport rilasciato dalla Sport Management School, istituto très chic con una retta da 10.000 euro l'anno che si trova a Parigi, città in cui il papà nel 1961 è stato iniziato alla massoneria. La ciliegina sulla torta del cv di Ciapetti è un attestato di partecipazione di ben quattro giorni in Web marketing rilasciato dalla Ferpi, la Federazione relazioni pubbliche italiane di cui è stato fondatore, negli anni Settanta a Firenze, sempre il genitore, Carlo Luigi Ciapetti. E, a proposito di pubbliche relazioni, abbiamo provato a contattare l'associazione «Centurion League», di cui il figliastro del ministro dice di aver curato l'immagine in uno dei suoi molteplici cv. Ha risposto il presidente Massimiliano Travaglini. Gli abbiamo chiesto se ricorda un collaboratore di nome Niccolò Ciapetti. «Non è un nostro ex dipendente e non ha mai lavorato con noi». Nemmeno uno stage? «No. Era un semplice tesserato». Travaglini si collega al profilo Facebook di Ciapetti, e ride di gusto quando legge del «rapporto di lavoro» con la sua associazione per quanto riguarda le pubbliche relazioni. «Che le devo dire... se lo sarà inventato...». Sicuro di non ricordare nulla? «Lo conosco, ma non ha fatto nulla per noi». La buttiamo lì: forse veniva solo a giocare a calcetto? «La dinamica penso sia questa...». Ride e riaggancia. Questo è il curriculum (vero) del figlio di primo letto della compagna del ministro. Il quale, probabilmente, ignora che Ciapetti ha inserito il proprio numero di telefono personale su Facebook a disposizione di chi voglia prenotare le stanze del bed and breakfast «Il Palazzo in piazza», di proprietà della mamma Maristella Vicini, a Roccasecca, suo paese d'origine. Tra le tante attività, Niccolò, per arrotondare, fa anche il telefonista.
L’Ong di Casarini imbarca il rampollo: «È uno dei nostri»
L'uomo che con la sua tuta bianca scatenò l'inferno in via Tolemaide a Genova, causando il caos in cui morì Carlo Giuliani ha detto «Nì». Non ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se al seguito della sua bagnarola trasporta migranti ci fosse anche una barca a vela guidata dal figlio del ministro Giovanni Tria, Stefano Paolo, montatore cinematografico e skipper. «La Verità sostiene che sulla barca a vela che seguiva in appoggio la Mare Jonio c'era anche il figlio del ministro Tria? Io non leggo certi giornalacci…» è stato il commento del lucido agit-prop, capo missione di Mediterranea saving humans, il progetto di recupero migranti promosso da diverse ong e onlus italiane. In serata la stessa Mediterranea ha, però, confermato in toto il nostro scoop: «Stefano Tria è uno di noi e fa quello per cui Mediterranea è nata: salvare e salvarci da questo orrore». Cioè la chiusura dei porti decisa dal governo di cui il padre di Stefano, Giovanni, è esponente. «Non ci siamo mai posti il problema di chi ognuno di noi sia figlio o parente, ma di che cosa possiamo fare per salvare quante più vite possibili». Il trentottenne Stefano Paolo è stato avvistato l'altro ieri in via XX settembre mentre andava a trovare il padre. Nelle stesse ore si vociferava della sua presenza sulla Raj 50, l'imbarcazione travolta nei marosi del canale di Sicilia mentre seguiva la Mare Jonio. Tria ha anche incontrato sia ieri che l'altro ieri il comandante generale delle Fiamme gialle Giorgio Toschi, e non è escluso che i due abbiano fatto cenno all'indagine del procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella sulla missione di Mediterranea. Infatti a intervenire in prima battuta nei drammatici momenti dello sbarco a Lampedusa sono stati i finanzieri del Reparto operativo aeronavale di Palermo guidato dal comandante Alessandro Carrozzo. Per ora i magistrati agrigentini hanno messo a verbale solo le dichiarazioni dello skipper della Raj e non quelle del suo aiutante, Stefano Paolo. «Nessuno della barca a vela è indagato» ci racconta Vella. «Per quello che ci risulta anche l'equipaggio della Raj ha dato una mano nel salvataggio, ma per questo non contestiamo reati. Noi stiamo facendo accertamenti sulla fase successiva, quando le due barche decidono di dirigersi verso la Sicilia. In quella fase la Raj ha avuto una leggera avaria e si è staccata dalla Mare Jonio e quindi a chi era a bordo non contestiamo né l'ipotesi del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, né del mancato rispetto dell'alt della nave da guerra». In ogni caso la regata tra migranti e barconi deve essere stata un'esperienza che nessuno dell'equipaggio scorderà. Secondo il racconto di Casarini e dei giornalisti a bordo, le due imbarcazioni si sarebbero trovate in mezzo a un mare forza 7 con onde alte dai 2,5 metri ai 3. Fosse anche un'esagerazione, la traversata non è stata facile e la Raj 50 ha dovuto chiedere soccorso. In queste ore nessuno dei tigrotti del Raj ha accettato di parlare con La Verità. Restano le immagini del piccolo veliero su Internet: negli ultimi anni, era stato utilizzato per belle crociere tra i siti archeologici del Mediterraneo. Del resto, la Raj, un elegante sloop in alluminio, è più adatta a un aperitivo che al soccorso di migranti. È stata disegnata e costruita tra il 1990 e il 1991 dall'architetto Franco Anselmi Boretti, «uno tra i più importanti e poliedrici progettisti italiani, che ha prodotto molti e differenziati yacht di fascia alta»: lungo 15,40 metri, ha 12 posti letto (3 cabine matrimoniali, 6 cuccette), 2 bagni (wc elettrico, wc manuale) con doccia, doccia esterna, cucina a 3 fuochi con forno e 2 frigoriferi. Insomma di uomini ne può salvare ben pochi, ma è il battello ideale per vivere qualche bella giornata a base di adrenalina e iodio stando lontani dalla confusione. Peccato che il timone della Raj fosse in mano al figlio di uno dei ministri del governo che ha chiuso i porti. Forse anche per questo Stefano Paolo è andato a trovare il padre in ufficio nel pieno della bufera del caso della consigliera Claudia Bugno. Forse per promettergli che per qualche giorno resterà fermo a casa. Magari a vedere, lui cineasta appassionato, un bel film d'avventura.
La Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria
Hanno taciuto per giorni, non accettando nessun confronto coi giornalisti. Poi ieri sul Corriere della Sera il ministro Giovanni Tria e la sua consigliera Claudia Bugno si sono sfogati con penne amiche, frequentatrici degli stessi salotti. Il primo ha bollato come «spazzatura» i nostri scoop, la seconda ha inviato il suo messaggio in bottiglia ai tanti nemici che si è fatta al ministero (sarebbe soprannominata la «guerrafondaia»). La bionda romana ha sparato la sua mitragliata: «Resto al mio posto. Certo se il ministro dice che non ho più la sua fiducia sono pronta a fare un passo indietro, ma questo non è successo». Il peccato originale che non le perdonano i grillini sono i rapporti con la vecchia politica, con personaggi come Matteo Renzi, Luca Cordero di Montezemolo, Claudio Scajola, tutti suoi sponsor. Ma nonostante gli attacchi delle ultime ore la signora difende la sua posizione. Non bastano le mille voci che stanno uscendo su di lei: i top manager di Poste e Leonardo si sarebbero lamentati dei suoi modi spicci e c'è chi fa notare che la consigliera usa una macchina della Finanza come auto di servizio, «pur non avendone titolo». Al Mef, prima dell'ultima tempesta, la Bugno faceva e disfaceva. Tanto da ottenere la designazione nel board della strategica società di microchip Stmicroelectronics. A quel posto ha dovuto rinunciare, ma ha ricevuto in cambio la promessa di una poltrona nel consiglio dell'Agenzia spaziale italiana. Il ministro Tria nega ci siano conflitti d'interessi in corso, nonostante la donna sia stata promossa consigliera e la Tinexta, la società di cui è ad suo marito, Pier Andrea Chevallard, abbia assunto tre mesi dopo il figliastro dello stesso Tria. I pentastellati non ci stanno e ritengono che la signora sia un conflitto d'interessi che cammina. E non solo perché vorrebbe decidere il partner ideale di Alitalia, di cui è stata vicepresidente per i Public affairs. Infatti, «gestendo per conto del ministro le società partecipate», deve seguire anche Enel, di cui il Mef ha una partecipazione di «maggioranza/controllo» del 23,59%. E proprio la compagnia elettrica nasconderebbe un ulteriore conflitto d'interesse. Enel ha una «partnership a lungo termine basata su una collaborazione forte» con Infocert, società specializzata nella produzione di software. Peccato che Infocert faccia parte del gruppo Tinexta e abbia tra i consiglieri proprio il marito della Bugno. Inoltre Infocert, quotata in Borsa, nasce come costola delle Camere di commercio, di cui Chevallard è stato un ras, tanto da risultare nel 2013 il sesto manager pubblico più pagato (643.000 euro annui). «L'azienda del marito è in affari con una società che la Bugno dovrebbe seguire per il Mef», evidenzia un autorevole esponente del M5s. «Pertanto c'è una grave causa di incompatibilità che lei non ha dichiarato». Il problema del conflitto d'interesse era già stato contestato nel 2013 dal ministero dello Sviluppo economico, di cui la Bugno è stata presidente del comitato di gestione del fondo centrale di garanzia, per «l'omessa dichiarazione di alcuni incarichi rivestiti alla data della propria candidatura dai quali derivava la sussistenza di una “situazione di concreto e non solo potenziale conflitto d'interesse"». Gli incarichi che avrebbe taciuto erano tre e il più significativo era quello nel cda di Etruria, di cui aveva informato solo il ministro Corrado Passera con «una mera mail privata indirizzata personalmente» a lui. La Bugno infatti presiedeva il fondo che aveva erogato denaro anche alla Bpel. Lei si difese sostenendo che il finanziamento venne fatto insieme ad altre 20.000 pratiche in 1.410 minuti, circa 24 ore. Per il capo di gabinetto del ministro quella non era una giustificazione, ma «il sintomo di una gravissima incuria nella complessiva gestione della funzione». L'Anticorruzione la assolse perché «le pochissime operazioni presentate dalla popolare dell'Etruria e del Lazio erano state deliberate in via automatica e senza alcuna valutazione discrezionale» e la nomina nel cda di Bpel «era avvenuto come quota rosa». Per i grillini quel passaggio nel cda di Etruria al fianco di Pier Luigi Boschi è la macchia più grande nel curriculum della Bugno: i due, insieme, sono stati multati da Bankitalia e Consob, indagati nel fascicolo madre sul crac, iscritto con un reato generico, bancarotta semplice e fraudolenta. Per esso è stata chiesta la proroga delle indagini nel settembre del 2017 e non sarà definitivamente chiuso fino a quando non saranno terminati anche gli ultimi accertamenti in corso.
Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza»
Babbo Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del Rottamatore, erano gli amministratori di fatto delle coop guidate verso la bancarotta e sulla loro posizione, come su quella di Mariano Massone (vicepresidente di una delle cooperative), ricorrono «gravi indizi di colpevolezza».
Il presidente del Tribunale del riesame di Firenze, Livio Genovese, lo sottolinea in più punti dell'ordinanza con la quale il 6 marzo scorso aveva riformato la misura cautelare a carico degli indagati, sostituendo gli arresti domiciliari (scattati il 18 febbraio) con il divieto di esercitare attività imprenditoriali per otto mesi. I Renzi sono accusati di bancarotta e fatturazioni per operazioni inesistenti o pompate per circa 250.000 euro nell'inchiesta della Procura fiorentina sul fallimento della Delivery Service Italia e della Europe Service, collegate alla loro azienda di famiglia, la Eventi 6.
Secondo l'accusa, la Marmodiv, una delle coop al centro dell'indagine e gestita, secondo l'accusa, di fatto, dai Renzi, per la quale è stato chiesto il fallimento nell'ottobre scorso, sarebbe stata utilizzata proprio per alleggerire degli oneri previdenziali e fiscali la Eventi 6. La difesa dei Renzi aveva sostenuto la totale inesistenza di esigenze cautelari e ha cercato di fare a pezzi l'ordinanza, ottenendo una misura più attenuata.
Ma a leggere le motivazioni di quella decisione - depositate il 2 aprile in cancelleria - si capisce subito che la partita del Riesame i Renzi non l'hanno vinta. Il presidente del collegio rimarca: «Nei casi di cui alle contestazioni, elementi indiziari gravi appaiono appunto ricorrere, diversamente da quanto prospettato nell'interesse degli indagati, dell'insussistenza delle operazioni».
E gli elementi citati dal giudice sono contenuti negli accertamenti eseguiti dalla Guardia di finanza proprio presso le imprese che hanno emesso le fatture, «da cui è risultato», si legge nelle motivazioni, «al di là delle mere omissioni delle registrazioni contabili o anche dei versamenti delle imposte, o che tali imprese non disponevano neppure di una sede effettiva in cui potessero svolgere attività produttiva o commerciale o che, oltre che non risultare la stessa natura delle prestazioni di cui alle fatture, neppure era stata rinvenuta documentazione relativa ai rapporti contrattuali e ai pagamenti (...) o che gli emittenti delle fatture avevano negato l'effettuazione delle prestazioni o che l'impresa emittente aveva già cessato la sua attività o che gli emittenti erano risultati sconosciuti o non presenti ai domicili indicati».
Insomma, secondo il giudice, la ricostruzione dell'accusa regge. E spiega: «Come può notarsi, il rilievo gravemente indiziario degli elementi acquisiti può apprezzarsi, oltre che in relazione alla pregnanza degli elementi in sé considerati, avuto riguardo alla stessa considerevole mole delle anomalie emerse, tale da portare a inquadrarle, esclusa la loro mera casualità, nell'ambito di un quadro di carattere generale inerente alle modalità di esplicazone dell'attività della società».
E le sovrafatturazioni? Anche su quelle il giudice ritiene evidente la finalità perseguita, «ben ravvisabile», sottolinea, «nell'intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi 6» di babbo Renzi e di Laura Bovoli. E anche sui volantini mandati al macero (che avrebbe immesso nei conti della Eventi 6 fino a 15.000 euro a settimana di sovrafatturazione), richiamando le testimonianze, la toga sostiene che gli indizi sono «gravi». Il quadro investigativo, insomma, non risulta scalfito.
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Problemi anche con il figliastro. Laurea triennale e master parigino in management sportivo. Nel percorso di Niccolò Ciapetti c'è un giallo su un impiego da pr. Il primogenito del ministro ha aiutato la nave di Mediterranea a imbarcare dei clandestini. Grazie a un'avaria non è indagato. Claudia Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria. La società d'energia, partecipata dal Mef, lavora con una ditta di cui è consigliere il marito. E l'indagine sulla Bpel è prorogata. Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza». Il Riesame li ha tolti dai domiciliari e loro hanno esultato come se le accuse fossero svanite. Ma nelle motivazioni del provvedimento le toghe evidenziano la «mole di anomalie» nelle tesi difensive. Lo speciale comprende quattro articoli. «Guardate cosa mi avete fatto, Niccolò ha studiato, ha master nel curriculum», si sfoga Giovanni Tria difendendo l'onore del figlio della seconda moglie al centro dell'intreccio, svelato dalla Verità, tra via XX Settembre e la Tinexta. Come se ignorasse che l'unica, vera assunzione, il trentunenne rampollo della lobbista Maristella Vicini l'ha ottenuta, dopo una sfilza di collaborazioni e stage di poco conto, proprio con la società di Pier Andrea Chevallard. E chi è costui? È il compagno di Claudia Bugno, la super-consulente dello stesso ministro. D'altronde, basta dare una occhiata ai curriculum di Ciapetti disseminati sul web (ce ne sono tre diversi su Facebook, e uno, un po' più articolato su Linkedin) per rendersi conto che le esperienze professionali e la formazione di questo giovane sarebbero comuni a quelle di migliaia e migliaia di coetanei se non fosse arrivato il provvidenziale contratto di Chevallard. E se non ci fosse stata l'amicizia con la Bugno che, non a caso, gli ha offerto pure uno stage al Coni come addetto stampa, pur non essendo lui giornalista, al tempo in cui lei ricopriva il ruolo di coordinatrice del comitato organizzatore per le Olimpiadi di Roma 2024. Ciapetti per almeno sette anni lavoricchia un po' qui, un po' lì. Per la Triumph Group è digital specialist (dura 4 mesi in azienda) ma, fino all'anno prima, è stato anche agente immobiliare nella sede romana della Engel & Völkers, e ancor prima magazziniere a Parigi. Forse grazie all'aiuto della mamma, dirigente del settore Relazioni istituzionali della Provincia di Trento, ha ottenuto una collaborazione con la Trentino Sviluppo spa per l'organizzazione di eventi sportivi. Nulla di stabile, nulla di paragonabile alla Tinexta. Tra sigle e altisonanti profili professionali rigorosamente in inglese, Ciapetti allunga il cv online inserendoci nientemeno che l'organizzazione di un torneo di calcio (la Sir Cup) e la meritoria attività di donatore di sangue Avis. Curioso che, però, Ciapetti non faccia menzione della sua esperienza presso la Parco Kolbe fitness di Roma, dove - secondo quanto risulta alla Verità - ha svolto un'attività di apprendistato. Una delle pochissime che gli ha portato qualche spicciolo. Chissà perché. E chissà perché su uno dei suoi profili social, Niccolò scriva di aver studiato statistica alla Sapienza quando, in realtà, ha una laurea triennale in Economia all'Università Roma 3, l'ateneo fondato nel 1992, il più giovane di Roma. Conseguita nel 2012 con un anno fuoricorso (e nuovo ordinamento), discutendo una «tesina» con un professore a contratto. E il master evocato da Tria? È un diploma di specializzazione post universitario in management dello sport rilasciato dalla Sport Management School, istituto très chic con una retta da 10.000 euro l'anno che si trova a Parigi, città in cui il papà nel 1961 è stato iniziato alla massoneria. La ciliegina sulla torta del cv di Ciapetti è un attestato di partecipazione di ben quattro giorni in Web marketing rilasciato dalla Ferpi, la Federazione relazioni pubbliche italiane di cui è stato fondatore, negli anni Settanta a Firenze, sempre il genitore, Carlo Luigi Ciapetti. E, a proposito di pubbliche relazioni, abbiamo provato a contattare l'associazione «Centurion League», di cui il figliastro del ministro dice di aver curato l'immagine in uno dei suoi molteplici cv. Ha risposto il presidente Massimiliano Travaglini. Gli abbiamo chiesto se ricorda un collaboratore di nome Niccolò Ciapetti. «Non è un nostro ex dipendente e non ha mai lavorato con noi». Nemmeno uno stage? «No. Era un semplice tesserato». Travaglini si collega al profilo Facebook di Ciapetti, e ride di gusto quando legge del «rapporto di lavoro» con la sua associazione per quanto riguarda le pubbliche relazioni. «Che le devo dire... se lo sarà inventato...». Sicuro di non ricordare nulla? «Lo conosco, ma non ha fatto nulla per noi». La buttiamo lì: forse veniva solo a giocare a calcetto? «La dinamica penso sia questa...». Ride e riaggancia. Questo è il curriculum (vero) del figlio di primo letto della compagna del ministro. Il quale, probabilmente, ignora che Ciapetti ha inserito il proprio numero di telefono personale su Facebook a disposizione di chi voglia prenotare le stanze del bed and breakfast «Il Palazzo in piazza», di proprietà della mamma Maristella Vicini, a Roccasecca, suo paese d'origine. Tra le tante attività, Niccolò, per arrotondare, fa anche il telefonista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="long-di-casarini-imbarca-il-rampollo-e-uno-dei-nostri" data-post-id="2633625175" data-published-at="1771421677" data-use-pagination="False"> L’Ong di Casarini imbarca il rampollo: «È uno dei nostri» L'uomo che con la sua tuta bianca scatenò l'inferno in via Tolemaide a Genova, causando il caos in cui morì Carlo Giuliani ha detto «Nì». Non ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se al seguito della sua bagnarola trasporta migranti ci fosse anche una barca a vela guidata dal figlio del ministro Giovanni Tria, Stefano Paolo, montatore cinematografico e skipper. «La Verità sostiene che sulla barca a vela che seguiva in appoggio la Mare Jonio c'era anche il figlio del ministro Tria? Io non leggo certi giornalacci…» è stato il commento del lucido agit-prop, capo missione di Mediterranea saving humans, il progetto di recupero migranti promosso da diverse ong e onlus italiane. In serata la stessa Mediterranea ha, però, confermato in toto il nostro scoop: «Stefano Tria è uno di noi e fa quello per cui Mediterranea è nata: salvare e salvarci da questo orrore». Cioè la chiusura dei porti decisa dal governo di cui il padre di Stefano, Giovanni, è esponente. «Non ci siamo mai posti il problema di chi ognuno di noi sia figlio o parente, ma di che cosa possiamo fare per salvare quante più vite possibili». Il trentottenne Stefano Paolo è stato avvistato l'altro ieri in via XX settembre mentre andava a trovare il padre. Nelle stesse ore si vociferava della sua presenza sulla Raj 50, l'imbarcazione travolta nei marosi del canale di Sicilia mentre seguiva la Mare Jonio. Tria ha anche incontrato sia ieri che l'altro ieri il comandante generale delle Fiamme gialle Giorgio Toschi, e non è escluso che i due abbiano fatto cenno all'indagine del procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella sulla missione di Mediterranea. Infatti a intervenire in prima battuta nei drammatici momenti dello sbarco a Lampedusa sono stati i finanzieri del Reparto operativo aeronavale di Palermo guidato dal comandante Alessandro Carrozzo. Per ora i magistrati agrigentini hanno messo a verbale solo le dichiarazioni dello skipper della Raj e non quelle del suo aiutante, Stefano Paolo. «Nessuno della barca a vela è indagato» ci racconta Vella. «Per quello che ci risulta anche l'equipaggio della Raj ha dato una mano nel salvataggio, ma per questo non contestiamo reati. Noi stiamo facendo accertamenti sulla fase successiva, quando le due barche decidono di dirigersi verso la Sicilia. In quella fase la Raj ha avuto una leggera avaria e si è staccata dalla Mare Jonio e quindi a chi era a bordo non contestiamo né l'ipotesi del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, né del mancato rispetto dell'alt della nave da guerra». In ogni caso la regata tra migranti e barconi deve essere stata un'esperienza che nessuno dell'equipaggio scorderà. Secondo il racconto di Casarini e dei giornalisti a bordo, le due imbarcazioni si sarebbero trovate in mezzo a un mare forza 7 con onde alte dai 2,5 metri ai 3. Fosse anche un'esagerazione, la traversata non è stata facile e la Raj 50 ha dovuto chiedere soccorso. In queste ore nessuno dei tigrotti del Raj ha accettato di parlare con La Verità. Restano le immagini del piccolo veliero su Internet: negli ultimi anni, era stato utilizzato per belle crociere tra i siti archeologici del Mediterraneo. Del resto, la Raj, un elegante sloop in alluminio, è più adatta a un aperitivo che al soccorso di migranti. È stata disegnata e costruita tra il 1990 e il 1991 dall'architetto Franco Anselmi Boretti, «uno tra i più importanti e poliedrici progettisti italiani, che ha prodotto molti e differenziati yacht di fascia alta»: lungo 15,40 metri, ha 12 posti letto (3 cabine matrimoniali, 6 cuccette), 2 bagni (wc elettrico, wc manuale) con doccia, doccia esterna, cucina a 3 fuochi con forno e 2 frigoriferi. Insomma di uomini ne può salvare ben pochi, ma è il battello ideale per vivere qualche bella giornata a base di adrenalina e iodio stando lontani dalla confusione. Peccato che il timone della Raj fosse in mano al figlio di uno dei ministri del governo che ha chiuso i porti. Forse anche per questo Stefano Paolo è andato a trovare il padre in ufficio nel pieno della bufera del caso della consigliera Claudia Bugno. Forse per promettergli che per qualche giorno resterà fermo a casa. Magari a vedere, lui cineasta appassionato, un bel film d'avventura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-bugno-ha-anche-un-conflitto-con-enel-e-grane-per-etruria" data-post-id="2633625175" data-published-at="1771421677" data-use-pagination="False"> La Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria Hanno taciuto per giorni, non accettando nessun confronto coi giornalisti. Poi ieri sul Corriere della Sera il ministro Giovanni Tria e la sua consigliera Claudia Bugno si sono sfogati con penne amiche, frequentatrici degli stessi salotti. Il primo ha bollato come «spazzatura» i nostri scoop, la seconda ha inviato il suo messaggio in bottiglia ai tanti nemici che si è fatta al ministero (sarebbe soprannominata la «guerrafondaia»). La bionda romana ha sparato la sua mitragliata: «Resto al mio posto. Certo se il ministro dice che non ho più la sua fiducia sono pronta a fare un passo indietro, ma questo non è successo». Il peccato originale che non le perdonano i grillini sono i rapporti con la vecchia politica, con personaggi come Matteo Renzi, Luca Cordero di Montezemolo, Claudio Scajola, tutti suoi sponsor. Ma nonostante gli attacchi delle ultime ore la signora difende la sua posizione. Non bastano le mille voci che stanno uscendo su di lei: i top manager di Poste e Leonardo si sarebbero lamentati dei suoi modi spicci e c'è chi fa notare che la consigliera usa una macchina della Finanza come auto di servizio, «pur non avendone titolo». Al Mef, prima dell'ultima tempesta, la Bugno faceva e disfaceva. Tanto da ottenere la designazione nel board della strategica società di microchip Stmicroelectronics. A quel posto ha dovuto rinunciare, ma ha ricevuto in cambio la promessa di una poltrona nel consiglio dell'Agenzia spaziale italiana. Il ministro Tria nega ci siano conflitti d'interessi in corso, nonostante la donna sia stata promossa consigliera e la Tinexta, la società di cui è ad suo marito, Pier Andrea Chevallard, abbia assunto tre mesi dopo il figliastro dello stesso Tria. I pentastellati non ci stanno e ritengono che la signora sia un conflitto d'interessi che cammina. E non solo perché vorrebbe decidere il partner ideale di Alitalia, di cui è stata vicepresidente per i Public affairs. Infatti, «gestendo per conto del ministro le società partecipate», deve seguire anche Enel, di cui il Mef ha una partecipazione di «maggioranza/controllo» del 23,59%. E proprio la compagnia elettrica nasconderebbe un ulteriore conflitto d'interesse. Enel ha una «partnership a lungo termine basata su una collaborazione forte» con Infocert, società specializzata nella produzione di software. Peccato che Infocert faccia parte del gruppo Tinexta e abbia tra i consiglieri proprio il marito della Bugno. Inoltre Infocert, quotata in Borsa, nasce come costola delle Camere di commercio, di cui Chevallard è stato un ras, tanto da risultare nel 2013 il sesto manager pubblico più pagato (643.000 euro annui). «L'azienda del marito è in affari con una società che la Bugno dovrebbe seguire per il Mef», evidenzia un autorevole esponente del M5s. «Pertanto c'è una grave causa di incompatibilità che lei non ha dichiarato». Il problema del conflitto d'interesse era già stato contestato nel 2013 dal ministero dello Sviluppo economico, di cui la Bugno è stata presidente del comitato di gestione del fondo centrale di garanzia, per «l'omessa dichiarazione di alcuni incarichi rivestiti alla data della propria candidatura dai quali derivava la sussistenza di una “situazione di concreto e non solo potenziale conflitto d'interesse"». Gli incarichi che avrebbe taciuto erano tre e il più significativo era quello nel cda di Etruria, di cui aveva informato solo il ministro Corrado Passera con «una mera mail privata indirizzata personalmente» a lui. La Bugno infatti presiedeva il fondo che aveva erogato denaro anche alla Bpel. Lei si difese sostenendo che il finanziamento venne fatto insieme ad altre 20.000 pratiche in 1.410 minuti, circa 24 ore. Per il capo di gabinetto del ministro quella non era una giustificazione, ma «il sintomo di una gravissima incuria nella complessiva gestione della funzione». L'Anticorruzione la assolse perché «le pochissime operazioni presentate dalla popolare dell'Etruria e del Lazio erano state deliberate in via automatica e senza alcuna valutazione discrezionale» e la nomina nel cda di Bpel «era avvenuto come quota rosa». Per i grillini quel passaggio nel cda di Etruria al fianco di Pier Luigi Boschi è la macchia più grande nel curriculum della Bugno: i due, insieme, sono stati multati da Bankitalia e Consob, indagati nel fascicolo madre sul crac, iscritto con un reato generico, bancarotta semplice e fraudolenta. Per esso è stata chiesta la proroga delle indagini nel settembre del 2017 e non sarà definitivamente chiuso fino a quando non saranno terminati anche gli ultimi accertamenti in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giudice-che-ha-scarcerato-i-renzi-gravi-indizi-di-colpevolezza" data-post-id="2633625175" data-published-at="1771421677" data-use-pagination="False"> Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza» Babbo Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del Rottamatore, erano gli amministratori di fatto delle coop guidate verso la bancarotta e sulla loro posizione, come su quella di Mariano Massone (vicepresidente di una delle cooperative), ricorrono «gravi indizi di colpevolezza». Il presidente del Tribunale del riesame di Firenze, Livio Genovese, lo sottolinea in più punti dell'ordinanza con la quale il 6 marzo scorso aveva riformato la misura cautelare a carico degli indagati, sostituendo gli arresti domiciliari (scattati il 18 febbraio) con il divieto di esercitare attività imprenditoriali per otto mesi. I Renzi sono accusati di bancarotta e fatturazioni per operazioni inesistenti o pompate per circa 250.000 euro nell'inchiesta della Procura fiorentina sul fallimento della Delivery Service Italia e della Europe Service, collegate alla loro azienda di famiglia, la Eventi 6. Secondo l'accusa, la Marmodiv, una delle coop al centro dell'indagine e gestita, secondo l'accusa, di fatto, dai Renzi, per la quale è stato chiesto il fallimento nell'ottobre scorso, sarebbe stata utilizzata proprio per alleggerire degli oneri previdenziali e fiscali la Eventi 6. La difesa dei Renzi aveva sostenuto la totale inesistenza di esigenze cautelari e ha cercato di fare a pezzi l'ordinanza, ottenendo una misura più attenuata. Ma a leggere le motivazioni di quella decisione - depositate il 2 aprile in cancelleria - si capisce subito che la partita del Riesame i Renzi non l'hanno vinta. Il presidente del collegio rimarca: «Nei casi di cui alle contestazioni, elementi indiziari gravi appaiono appunto ricorrere, diversamente da quanto prospettato nell'interesse degli indagati, dell'insussistenza delle operazioni». E gli elementi citati dal giudice sono contenuti negli accertamenti eseguiti dalla Guardia di finanza proprio presso le imprese che hanno emesso le fatture, «da cui è risultato», si legge nelle motivazioni, «al di là delle mere omissioni delle registrazioni contabili o anche dei versamenti delle imposte, o che tali imprese non disponevano neppure di una sede effettiva in cui potessero svolgere attività produttiva o commerciale o che, oltre che non risultare la stessa natura delle prestazioni di cui alle fatture, neppure era stata rinvenuta documentazione relativa ai rapporti contrattuali e ai pagamenti (...) o che gli emittenti delle fatture avevano negato l'effettuazione delle prestazioni o che l'impresa emittente aveva già cessato la sua attività o che gli emittenti erano risultati sconosciuti o non presenti ai domicili indicati». Insomma, secondo il giudice, la ricostruzione dell'accusa regge. E spiega: «Come può notarsi, il rilievo gravemente indiziario degli elementi acquisiti può apprezzarsi, oltre che in relazione alla pregnanza degli elementi in sé considerati, avuto riguardo alla stessa considerevole mole delle anomalie emerse, tale da portare a inquadrarle, esclusa la loro mera casualità, nell'ambito di un quadro di carattere generale inerente alle modalità di esplicazone dell'attività della società». E le sovrafatturazioni? Anche su quelle il giudice ritiene evidente la finalità perseguita, «ben ravvisabile», sottolinea, «nell'intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi 6» di babbo Renzi e di Laura Bovoli. E anche sui volantini mandati al macero (che avrebbe immesso nei conti della Eventi 6 fino a 15.000 euro a settimana di sovrafatturazione), richiamando le testimonianze, la toga sostiene che gli indizi sono «gravi». Il quadro investigativo, insomma, non risulta scalfito.
Il caso Tortora è la storia del più clamoroso abbaglio della giustizia italiana. Insieme a Vittorio Pezzuto, autore di «Applausi e sputi», ripercorriamo l'arresto di Enzo Tortora, le bugie dei falsi pentiti e la gogna mediatica di un uomo che trasformò il proprio calvario in una battaglia di civiltà per tutti i cittadini.
Enrico Letta, Ursula Von der Leyen, Antonio Costa e Friedrich Merz al castello di Alden Biesen in Belgio (Ansa)
È del tutto naturale quindi che affiori scetticismo, sia negli osservatori che nell’opinione pubblica: ci si interroga su quante volte i leader si debbano riunire per dibattere sempre le stesse cose senza mai fare ciò che dovrebbero. Quante volte si assiste a queste liturgie autocelebrative che contrastano con la necessità di decisioni rapide e concrete?
Tra l’altro, se i risultati pratici latitano, non è che dal punto di vista dell’immagine le cose siano andate meglio: la scelta di tenere questi «ritiri informali» per discutere di economia deteriorata in contesti lussuosi, come i castelli di Alden Biesen o Egmont, risulta un vero e proprio paradosso. Evidenziano scenari di «spettacolo e sfarzo» evocando l’immagine di un’élite distaccata dai problemi reali, lontana dalla società civile e perfino dallo stesso Parlamento europeo.
Il dibattito, stretto tra «l’Europa a due velocità» e la «coalizione dei volenterosi», ha rivelato la natura divisiva della riunione. Peraltro, non tutti i Paesi erano presenti (mancavano Spagna, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Malta e i Paesi baltici) e ciò genera la percezione di un «pre-vertice» tra un gruppo ristretto, che potremmo definire poco elegante verso gli altri membri. L’impressione che se ne ricava è che le divisioni strategiche persistenti renderanno difficile qualsiasi percorso. Nonostante i tentativi di mostrare unità di Macron e Merz, permangono profondi disaccordi su come finanziare gli investimenti (joint debit/eurobond), con la Germania e i Paesi del nord scettici e preoccupati per il protezionismo o i saldi di bilancio. In definitiva quindi la cosiddetta «strategia del castello» pensata da António Costa che mira a recuperare terreno su Usa e Cina, manca ancora di solide basi sulle quali indirizzare la politica europea.
Sarà interessante invece vedere a quali sviluppi porterà il recente incontro tra la presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco, tenutasi qualche giorno prima del vertice di Alden Biesen. Non molti osservatori hanno colto appieno il significato di questo bilaterale, nonostante i temi trattati intervengano direttamente sul complesso del disegno europeo. A ben guardare lo spirito delle soluzioni suggerite dall’intesa tra Meloni e Merz non si presentano come soggette alla normale dialettica decisionale delle istituzioni dell’Unione, ma, implicitamente e in qualche caso in modo proprio esplicito, configurano una specie di «tutela» da parte delle volontà politiche degli Stati sulle decisioni stesse. Quella immaginata dai leader di Germania e Italia, peraltro, si potrebbe definire come una sorta di «rivoluzione anti burocratica», anche se, in verità, il meccanismo in parte esiste già: una parte consistente delle politiche di Bruxelles è fortemente condizionata da «interessi nazionali» presentati e difesi come insopprimibili. Ciò vale in modo evidente per tutto il capitolo del «green deal» e anche per le decisioni sugli approvvigionamenti energetici, ma si può facilmente immaginare quali conflitti si innescherebbero quando si dovesse arrivare a prendere decisioni in materia di difesa o di scelte di politica internazionale. Non è un caso che proponendo il suo contestato piano di riarmo, Ursula von der Leyen abbia scelto di renderne protagonisti gli Stati nazionali piuttosto che l’Unione in quanto tale. È la dimostrazione plateale del fatto che la stessa titolare della massima autorità comunitaria si è arresa ai voleri e agli interessi dei governi, come peraltro è avvenuto in modo del tutto manifesto proprio con il Green deal.
In questo scenario, non si può certo accusare Giorgia Meloni per il suo posizionamento, dato che il suo governo ha sempre ribadito che gli interessi nazionali devono prevalere su quelli comunitari. Per cui è oggettivamente specioso e monotono chiedere, come spesso fanno alcuni osservatori e giornali in Italia, da che parte sta la Meloni. Semmai questa domanda dovrebbe essere rivolta alla sinistra italiana che vorrebbe candidarsi a governare il Paese. Provate a chiederle quali posizioni ha sull’Europa a due velocità, sul debito comune, sugli armamenti, sui rapporti con Mosca, insomma sull’insieme della politica estera e troverete una babele di linguaggi senza un minimo comune denominatore se non quello di essere contro il governo attuale.
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«Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per questo, per ristabilire regole chiare e farle rispettare, e il governo lo sta facendo con determinazione nonostante una parte politicizzata della magistratura continui a ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa, perché accogliere chi ha diritto è doveroso, rispettare le leggi italiane è indispensabile e chi non intende farlo non è benvenuto in Italia».
Così, in un video sui social, il presidente del Consiglio a proposito della vicenda di un «cittadino algerino, irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni», che «non potrà essere trattenuto in un Cpr né trasferito in Albania per il rimpatrio. Per lui — dice il premier — alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione».
«Il governo — assicura Meloni nel video social — continuerà con determinazione il proprio lavoro per rafforzare i rimpatri, per rendere più efficaci gli strumenti di contrasto all’immigrazione irregolare, per garantire sicurezza e legalità ai cittadini, anche attraverso le iniziative che l’Italia sta portando avanti in Europa per procedure più rapide e rimpatri effettivi».
Nicola Zingaretti, Pasquale Tridico, Lucia Annunziata, Ilaria Salis e Mimmo Lucano (Ansa)
Il Parlamento europeo ha approvato una «raccomandazione» in vista della sessione delle Nazioni Unite che si terrà a New York il prossimo marzo. Il tema è serio: la condizione femminile. Lo svolgimento un po’ meno.
Dopo un lunghissimo preambolo, fatto di convenzioni, articoli e commi, ecco arrivare le raccomandazioni. La prima: «Sottolineare che la partecipazione e la leadership delle donne nei ruoli decisionali sono ancora carenti, anche nella politica estera e nella costruzione della pace; riconoscere che gli studi hanno dimostrato che gli accordi di pace raggiunti con la partecipazione attiva delle donne hanno maggiori possibilità di essere sostenibili ed efficaci». Ora, varrebbe la pena far notare come due delle più strenue oppositrici alla pace in Ucraina siano state, e continuino ad essere, proprio due donne, Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, che hanno fatto il possibile per sabotare il piano di Donald Trump. E che la Banca centrale europea, che non sta proprio andando a gonfie vele, è guidat da Christine Lagarde. Dettagli. Perché a contare non è tanto la realtà, quanto l’ideologia. Per cui, prosegue il documento, bisogna «assumere un ruolo guida nella lotta globale contro il regresso della parità di genere e condannare fermamente gli attacchi dei movimenti anti gender e anti diritti, che diffondono menzogne, minano la democrazia e prendono di mira i diritti delle donne e delle persone Lgbtiq+».
Perché la questione femminile, per Strasburgo, è intrinsecamente legata a quella delle minoranze omosessuali, come per esempio le trans, ovvero gli uomini che hanno fatto la transizione perché si sentivano donne e che ora il Parlamento europeo equipara ad esse. Per questo Strasburgo s’impegna a «sottolineare l’importanza del pieno riconoscimento delle donne trans come donne, osservando che la loro inclusione è essenziale per l’efficacia di qualsiasi politica di parità di genere e anti violenza». Per questo motivo, bisogna «chiedere il riconoscimento e la parità di accesso delle donne trans ai servizi di protezione e sostegno». Le prime a insorgere, di fronte a questo livellamento delle differenze sarebbero dovute essere le donne stesse, ma così non è stato. Anzi, sono state proprio loro, soprattutto a sinistra, a sottoscrivere queste raccomandazioni.
Il gruppo più compatto è stato Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, che ha potuto contare sui voti di Lucia Annunziata, Brando Benifei, Stefano Bonaccini, Annalisa Corrado, Giorgio Gori, Camilla Laureti, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Sandro Ruotolo, Cecilia Strada, Irene Tinagli, Raffaele Topo, Alessandro Zan, Nicola Zingaretti. Anche Left ha fatto la sua parte, facendo approvare la raccomandazione dall’immancabile Ilaria Salis, da Mimmo Lucano (e chi se no?), Mario Furore, Carolina Morace, Pasquale Tridico , Valentina Palmisano, Gaetano Pedullà e Danilo Della Valle. Non si sono sottratti neppure i Verdi con Cristina Guarda, Ignazio Marino e Benedetta Scuderi. Colpisce, ma forse nemmeno troppo, il voto favorevole di alcuni europarlamentari di Forza Italia come Salvatore De Meo, Marco Falcone, Giusi Princi e Flavio Tosi.
Il documento, inoltre, fissa alcuni punti cardine potenzialmente liberticidi. Tra questi il finanziamento per «le organizzazioni femministe e Lgbtiq+, in particolare i gruppi di base sotto attacco a causa di una riduzione dello spazio civico e di leggi che prendono di mira le organizzazioni non governative». E poi, ovviamente, il Parlamento Ue sottolinea che «la mancanza o la negazione dell’accesso alla salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, compreso l’aborto sicuro e legale, costituisce una forma di violenza di genere e di violazione dei diritti umani e fondamentali».
Le istituzioni europee dimenticano però come l’aborto, sia pure sicuro e legale, rappresenta in moltissimi casi una ferita che accompagna chi lo compie per tutta la vita. E che forse, per aiutare davvero le donne, bisognerebbe presentare delle alternative in grado di sostenerle in una decisione così complessa e irreversibile. Ma richiederebbe troppo tempo e impegno. L’Ue preferisce dedicarsi a lavorare per «una politica estera, di sviluppo e di sicurezza, inclusiva e intersezionale». Che cosa voglia dire, di preciso non lo sanno neanche dalle parti del Parlamento europeo. Ma va bene così.
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