True
2019-04-04
L’Ong di Casarini
imbarca il rampollo di Tria: «È uno dei nostri»
«Guardate cosa mi avete fatto, Niccolò ha studiato, ha master nel curriculum», si sfoga Giovanni Tria difendendo l'onore del figlio della seconda moglie al centro dell'intreccio, svelato dalla Verità, tra via XX Settembre e la Tinexta. Come se ignorasse che l'unica, vera assunzione, il trentunenne rampollo della lobbista Maristella Vicini l'ha ottenuta, dopo una sfilza di collaborazioni e stage di poco conto, proprio con la società di Pier Andrea Chevallard. E chi è costui? È il compagno di Claudia Bugno, la super-consulente dello stesso ministro.
D'altronde, basta dare una occhiata ai curriculum di Ciapetti disseminati sul web (ce ne sono tre diversi su Facebook, e uno, un po' più articolato su Linkedin) per rendersi conto che le esperienze professionali e la formazione di questo giovane sarebbero comuni a quelle di migliaia e migliaia di coetanei se non fosse arrivato il provvidenziale contratto di Chevallard. E se non ci fosse stata l'amicizia con la Bugno che, non a caso, gli ha offerto pure uno stage al Coni come addetto stampa, pur non essendo lui giornalista, al tempo in cui lei ricopriva il ruolo di coordinatrice del comitato organizzatore per le Olimpiadi di Roma 2024.
Ciapetti per almeno sette anni lavoricchia un po' qui, un po' lì. Per la Triumph Group è digital specialist (dura 4 mesi in azienda) ma, fino all'anno prima, è stato anche agente immobiliare nella sede romana della Engel & Völkers, e ancor prima magazziniere a Parigi. Forse grazie all'aiuto della mamma, dirigente del settore Relazioni istituzionali della Provincia di Trento, ha ottenuto una collaborazione con la Trentino Sviluppo spa per l'organizzazione di eventi sportivi. Nulla di stabile, nulla di paragonabile alla Tinexta. Tra sigle e altisonanti profili professionali rigorosamente in inglese, Ciapetti allunga il cv online inserendoci nientemeno che l'organizzazione di un torneo di calcio (la Sir Cup) e la meritoria attività di donatore di sangue Avis.
Curioso che, però, Ciapetti non faccia menzione della sua esperienza presso la Parco Kolbe fitness di Roma, dove - secondo quanto risulta alla Verità - ha svolto un'attività di apprendistato. Una delle pochissime che gli ha portato qualche spicciolo. Chissà perché. E chissà perché su uno dei suoi profili social, Niccolò scriva di aver studiato statistica alla Sapienza quando, in realtà, ha una laurea triennale in Economia all'Università Roma 3, l'ateneo fondato nel 1992, il più giovane di Roma. Conseguita nel 2012 con un anno fuoricorso (e nuovo ordinamento), discutendo una «tesina» con un professore a contratto. E il master evocato da Tria? È un diploma di specializzazione post universitario in management dello sport rilasciato dalla Sport Management School, istituto très chic con una retta da 10.000 euro l'anno che si trova a Parigi, città in cui il papà nel 1961 è stato iniziato alla massoneria. La ciliegina sulla torta del cv di Ciapetti è un attestato di partecipazione di ben quattro giorni in Web marketing rilasciato dalla Ferpi, la Federazione relazioni pubbliche italiane di cui è stato fondatore, negli anni Settanta a Firenze, sempre il genitore, Carlo Luigi Ciapetti. E, a proposito di pubbliche relazioni, abbiamo provato a contattare l'associazione «Centurion League», di cui il figliastro del ministro dice di aver curato l'immagine in uno dei suoi molteplici cv. Ha risposto il presidente Massimiliano Travaglini. Gli abbiamo chiesto se ricorda un collaboratore di nome Niccolò Ciapetti. «Non è un nostro ex dipendente e non ha mai lavorato con noi». Nemmeno uno stage? «No. Era un semplice tesserato». Travaglini si collega al profilo Facebook di Ciapetti, e ride di gusto quando legge del «rapporto di lavoro» con la sua associazione per quanto riguarda le pubbliche relazioni. «Che le devo dire... se lo sarà inventato...». Sicuro di non ricordare nulla? «Lo conosco, ma non ha fatto nulla per noi». La buttiamo lì: forse veniva solo a giocare a calcetto? «La dinamica penso sia questa...». Ride e riaggancia. Questo è il curriculum (vero) del figlio di primo letto della compagna del ministro. Il quale, probabilmente, ignora che Ciapetti ha inserito il proprio numero di telefono personale su Facebook a disposizione di chi voglia prenotare le stanze del bed and breakfast «Il Palazzo in piazza», di proprietà della mamma Maristella Vicini, a Roccasecca, suo paese d'origine. Tra le tante attività, Niccolò, per arrotondare, fa anche il telefonista.
L’Ong di Casarini imbarca il rampollo: «È uno dei nostri»
L'uomo che con la sua tuta bianca scatenò l'inferno in via Tolemaide a Genova, causando il caos in cui morì Carlo Giuliani ha detto «Nì». Non ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se al seguito della sua bagnarola trasporta migranti ci fosse anche una barca a vela guidata dal figlio del ministro Giovanni Tria, Stefano Paolo, montatore cinematografico e skipper. «La Verità sostiene che sulla barca a vela che seguiva in appoggio la Mare Jonio c'era anche il figlio del ministro Tria? Io non leggo certi giornalacci…» è stato il commento del lucido agit-prop, capo missione di Mediterranea saving humans, il progetto di recupero migranti promosso da diverse ong e onlus italiane. In serata la stessa Mediterranea ha, però, confermato in toto il nostro scoop: «Stefano Tria è uno di noi e fa quello per cui Mediterranea è nata: salvare e salvarci da questo orrore». Cioè la chiusura dei porti decisa dal governo di cui il padre di Stefano, Giovanni, è esponente. «Non ci siamo mai posti il problema di chi ognuno di noi sia figlio o parente, ma di che cosa possiamo fare per salvare quante più vite possibili». Il trentottenne Stefano Paolo è stato avvistato l'altro ieri in via XX settembre mentre andava a trovare il padre. Nelle stesse ore si vociferava della sua presenza sulla Raj 50, l'imbarcazione travolta nei marosi del canale di Sicilia mentre seguiva la Mare Jonio. Tria ha anche incontrato sia ieri che l'altro ieri il comandante generale delle Fiamme gialle Giorgio Toschi, e non è escluso che i due abbiano fatto cenno all'indagine del procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella sulla missione di Mediterranea. Infatti a intervenire in prima battuta nei drammatici momenti dello sbarco a Lampedusa sono stati i finanzieri del Reparto operativo aeronavale di Palermo guidato dal comandante Alessandro Carrozzo. Per ora i magistrati agrigentini hanno messo a verbale solo le dichiarazioni dello skipper della Raj e non quelle del suo aiutante, Stefano Paolo. «Nessuno della barca a vela è indagato» ci racconta Vella. «Per quello che ci risulta anche l'equipaggio della Raj ha dato una mano nel salvataggio, ma per questo non contestiamo reati. Noi stiamo facendo accertamenti sulla fase successiva, quando le due barche decidono di dirigersi verso la Sicilia. In quella fase la Raj ha avuto una leggera avaria e si è staccata dalla Mare Jonio e quindi a chi era a bordo non contestiamo né l'ipotesi del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, né del mancato rispetto dell'alt della nave da guerra». In ogni caso la regata tra migranti e barconi deve essere stata un'esperienza che nessuno dell'equipaggio scorderà. Secondo il racconto di Casarini e dei giornalisti a bordo, le due imbarcazioni si sarebbero trovate in mezzo a un mare forza 7 con onde alte dai 2,5 metri ai 3. Fosse anche un'esagerazione, la traversata non è stata facile e la Raj 50 ha dovuto chiedere soccorso. In queste ore nessuno dei tigrotti del Raj ha accettato di parlare con La Verità. Restano le immagini del piccolo veliero su Internet: negli ultimi anni, era stato utilizzato per belle crociere tra i siti archeologici del Mediterraneo. Del resto, la Raj, un elegante sloop in alluminio, è più adatta a un aperitivo che al soccorso di migranti. È stata disegnata e costruita tra il 1990 e il 1991 dall'architetto Franco Anselmi Boretti, «uno tra i più importanti e poliedrici progettisti italiani, che ha prodotto molti e differenziati yacht di fascia alta»: lungo 15,40 metri, ha 12 posti letto (3 cabine matrimoniali, 6 cuccette), 2 bagni (wc elettrico, wc manuale) con doccia, doccia esterna, cucina a 3 fuochi con forno e 2 frigoriferi. Insomma di uomini ne può salvare ben pochi, ma è il battello ideale per vivere qualche bella giornata a base di adrenalina e iodio stando lontani dalla confusione. Peccato che il timone della Raj fosse in mano al figlio di uno dei ministri del governo che ha chiuso i porti. Forse anche per questo Stefano Paolo è andato a trovare il padre in ufficio nel pieno della bufera del caso della consigliera Claudia Bugno. Forse per promettergli che per qualche giorno resterà fermo a casa. Magari a vedere, lui cineasta appassionato, un bel film d'avventura.
La Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria
Hanno taciuto per giorni, non accettando nessun confronto coi giornalisti. Poi ieri sul Corriere della Sera il ministro Giovanni Tria e la sua consigliera Claudia Bugno si sono sfogati con penne amiche, frequentatrici degli stessi salotti. Il primo ha bollato come «spazzatura» i nostri scoop, la seconda ha inviato il suo messaggio in bottiglia ai tanti nemici che si è fatta al ministero (sarebbe soprannominata la «guerrafondaia»). La bionda romana ha sparato la sua mitragliata: «Resto al mio posto. Certo se il ministro dice che non ho più la sua fiducia sono pronta a fare un passo indietro, ma questo non è successo». Il peccato originale che non le perdonano i grillini sono i rapporti con la vecchia politica, con personaggi come Matteo Renzi, Luca Cordero di Montezemolo, Claudio Scajola, tutti suoi sponsor. Ma nonostante gli attacchi delle ultime ore la signora difende la sua posizione. Non bastano le mille voci che stanno uscendo su di lei: i top manager di Poste e Leonardo si sarebbero lamentati dei suoi modi spicci e c'è chi fa notare che la consigliera usa una macchina della Finanza come auto di servizio, «pur non avendone titolo». Al Mef, prima dell'ultima tempesta, la Bugno faceva e disfaceva. Tanto da ottenere la designazione nel board della strategica società di microchip Stmicroelectronics. A quel posto ha dovuto rinunciare, ma ha ricevuto in cambio la promessa di una poltrona nel consiglio dell'Agenzia spaziale italiana. Il ministro Tria nega ci siano conflitti d'interessi in corso, nonostante la donna sia stata promossa consigliera e la Tinexta, la società di cui è ad suo marito, Pier Andrea Chevallard, abbia assunto tre mesi dopo il figliastro dello stesso Tria. I pentastellati non ci stanno e ritengono che la signora sia un conflitto d'interessi che cammina. E non solo perché vorrebbe decidere il partner ideale di Alitalia, di cui è stata vicepresidente per i Public affairs. Infatti, «gestendo per conto del ministro le società partecipate», deve seguire anche Enel, di cui il Mef ha una partecipazione di «maggioranza/controllo» del 23,59%. E proprio la compagnia elettrica nasconderebbe un ulteriore conflitto d'interesse. Enel ha una «partnership a lungo termine basata su una collaborazione forte» con Infocert, società specializzata nella produzione di software. Peccato che Infocert faccia parte del gruppo Tinexta e abbia tra i consiglieri proprio il marito della Bugno. Inoltre Infocert, quotata in Borsa, nasce come costola delle Camere di commercio, di cui Chevallard è stato un ras, tanto da risultare nel 2013 il sesto manager pubblico più pagato (643.000 euro annui). «L'azienda del marito è in affari con una società che la Bugno dovrebbe seguire per il Mef», evidenzia un autorevole esponente del M5s. «Pertanto c'è una grave causa di incompatibilità che lei non ha dichiarato». Il problema del conflitto d'interesse era già stato contestato nel 2013 dal ministero dello Sviluppo economico, di cui la Bugno è stata presidente del comitato di gestione del fondo centrale di garanzia, per «l'omessa dichiarazione di alcuni incarichi rivestiti alla data della propria candidatura dai quali derivava la sussistenza di una “situazione di concreto e non solo potenziale conflitto d'interesse"». Gli incarichi che avrebbe taciuto erano tre e il più significativo era quello nel cda di Etruria, di cui aveva informato solo il ministro Corrado Passera con «una mera mail privata indirizzata personalmente» a lui. La Bugno infatti presiedeva il fondo che aveva erogato denaro anche alla Bpel. Lei si difese sostenendo che il finanziamento venne fatto insieme ad altre 20.000 pratiche in 1.410 minuti, circa 24 ore. Per il capo di gabinetto del ministro quella non era una giustificazione, ma «il sintomo di una gravissima incuria nella complessiva gestione della funzione». L'Anticorruzione la assolse perché «le pochissime operazioni presentate dalla popolare dell'Etruria e del Lazio erano state deliberate in via automatica e senza alcuna valutazione discrezionale» e la nomina nel cda di Bpel «era avvenuto come quota rosa». Per i grillini quel passaggio nel cda di Etruria al fianco di Pier Luigi Boschi è la macchia più grande nel curriculum della Bugno: i due, insieme, sono stati multati da Bankitalia e Consob, indagati nel fascicolo madre sul crac, iscritto con un reato generico, bancarotta semplice e fraudolenta. Per esso è stata chiesta la proroga delle indagini nel settembre del 2017 e non sarà definitivamente chiuso fino a quando non saranno terminati anche gli ultimi accertamenti in corso.
Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza»
Babbo Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del Rottamatore, erano gli amministratori di fatto delle coop guidate verso la bancarotta e sulla loro posizione, come su quella di Mariano Massone (vicepresidente di una delle cooperative), ricorrono «gravi indizi di colpevolezza».
Il presidente del Tribunale del riesame di Firenze, Livio Genovese, lo sottolinea in più punti dell'ordinanza con la quale il 6 marzo scorso aveva riformato la misura cautelare a carico degli indagati, sostituendo gli arresti domiciliari (scattati il 18 febbraio) con il divieto di esercitare attività imprenditoriali per otto mesi. I Renzi sono accusati di bancarotta e fatturazioni per operazioni inesistenti o pompate per circa 250.000 euro nell'inchiesta della Procura fiorentina sul fallimento della Delivery Service Italia e della Europe Service, collegate alla loro azienda di famiglia, la Eventi 6.
Secondo l'accusa, la Marmodiv, una delle coop al centro dell'indagine e gestita, secondo l'accusa, di fatto, dai Renzi, per la quale è stato chiesto il fallimento nell'ottobre scorso, sarebbe stata utilizzata proprio per alleggerire degli oneri previdenziali e fiscali la Eventi 6. La difesa dei Renzi aveva sostenuto la totale inesistenza di esigenze cautelari e ha cercato di fare a pezzi l'ordinanza, ottenendo una misura più attenuata.
Ma a leggere le motivazioni di quella decisione - depositate il 2 aprile in cancelleria - si capisce subito che la partita del Riesame i Renzi non l'hanno vinta. Il presidente del collegio rimarca: «Nei casi di cui alle contestazioni, elementi indiziari gravi appaiono appunto ricorrere, diversamente da quanto prospettato nell'interesse degli indagati, dell'insussistenza delle operazioni».
E gli elementi citati dal giudice sono contenuti negli accertamenti eseguiti dalla Guardia di finanza proprio presso le imprese che hanno emesso le fatture, «da cui è risultato», si legge nelle motivazioni, «al di là delle mere omissioni delle registrazioni contabili o anche dei versamenti delle imposte, o che tali imprese non disponevano neppure di una sede effettiva in cui potessero svolgere attività produttiva o commerciale o che, oltre che non risultare la stessa natura delle prestazioni di cui alle fatture, neppure era stata rinvenuta documentazione relativa ai rapporti contrattuali e ai pagamenti (...) o che gli emittenti delle fatture avevano negato l'effettuazione delle prestazioni o che l'impresa emittente aveva già cessato la sua attività o che gli emittenti erano risultati sconosciuti o non presenti ai domicili indicati».
Insomma, secondo il giudice, la ricostruzione dell'accusa regge. E spiega: «Come può notarsi, il rilievo gravemente indiziario degli elementi acquisiti può apprezzarsi, oltre che in relazione alla pregnanza degli elementi in sé considerati, avuto riguardo alla stessa considerevole mole delle anomalie emerse, tale da portare a inquadrarle, esclusa la loro mera casualità, nell'ambito di un quadro di carattere generale inerente alle modalità di esplicazone dell'attività della società».
E le sovrafatturazioni? Anche su quelle il giudice ritiene evidente la finalità perseguita, «ben ravvisabile», sottolinea, «nell'intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi 6» di babbo Renzi e di Laura Bovoli. E anche sui volantini mandati al macero (che avrebbe immesso nei conti della Eventi 6 fino a 15.000 euro a settimana di sovrafatturazione), richiamando le testimonianze, la toga sostiene che gli indizi sono «gravi». Il quadro investigativo, insomma, non risulta scalfito.
Continua a leggereRiduci
Problemi anche con il figliastro. Laurea triennale e master parigino in management sportivo. Nel percorso di Niccolò Ciapetti c'è un giallo su un impiego da pr. Il primogenito del ministro ha aiutato la nave di Mediterranea a imbarcare dei clandestini. Grazie a un'avaria non è indagato. Claudia Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria. La società d'energia, partecipata dal Mef, lavora con una ditta di cui è consigliere il marito. E l'indagine sulla Bpel è prorogata. Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza». Il Riesame li ha tolti dai domiciliari e loro hanno esultato come se le accuse fossero svanite. Ma nelle motivazioni del provvedimento le toghe evidenziano la «mole di anomalie» nelle tesi difensive. Lo speciale comprende quattro articoli. «Guardate cosa mi avete fatto, Niccolò ha studiato, ha master nel curriculum», si sfoga Giovanni Tria difendendo l'onore del figlio della seconda moglie al centro dell'intreccio, svelato dalla Verità, tra via XX Settembre e la Tinexta. Come se ignorasse che l'unica, vera assunzione, il trentunenne rampollo della lobbista Maristella Vicini l'ha ottenuta, dopo una sfilza di collaborazioni e stage di poco conto, proprio con la società di Pier Andrea Chevallard. E chi è costui? È il compagno di Claudia Bugno, la super-consulente dello stesso ministro. D'altronde, basta dare una occhiata ai curriculum di Ciapetti disseminati sul web (ce ne sono tre diversi su Facebook, e uno, un po' più articolato su Linkedin) per rendersi conto che le esperienze professionali e la formazione di questo giovane sarebbero comuni a quelle di migliaia e migliaia di coetanei se non fosse arrivato il provvidenziale contratto di Chevallard. E se non ci fosse stata l'amicizia con la Bugno che, non a caso, gli ha offerto pure uno stage al Coni come addetto stampa, pur non essendo lui giornalista, al tempo in cui lei ricopriva il ruolo di coordinatrice del comitato organizzatore per le Olimpiadi di Roma 2024. Ciapetti per almeno sette anni lavoricchia un po' qui, un po' lì. Per la Triumph Group è digital specialist (dura 4 mesi in azienda) ma, fino all'anno prima, è stato anche agente immobiliare nella sede romana della Engel & Völkers, e ancor prima magazziniere a Parigi. Forse grazie all'aiuto della mamma, dirigente del settore Relazioni istituzionali della Provincia di Trento, ha ottenuto una collaborazione con la Trentino Sviluppo spa per l'organizzazione di eventi sportivi. Nulla di stabile, nulla di paragonabile alla Tinexta. Tra sigle e altisonanti profili professionali rigorosamente in inglese, Ciapetti allunga il cv online inserendoci nientemeno che l'organizzazione di un torneo di calcio (la Sir Cup) e la meritoria attività di donatore di sangue Avis. Curioso che, però, Ciapetti non faccia menzione della sua esperienza presso la Parco Kolbe fitness di Roma, dove - secondo quanto risulta alla Verità - ha svolto un'attività di apprendistato. Una delle pochissime che gli ha portato qualche spicciolo. Chissà perché. E chissà perché su uno dei suoi profili social, Niccolò scriva di aver studiato statistica alla Sapienza quando, in realtà, ha una laurea triennale in Economia all'Università Roma 3, l'ateneo fondato nel 1992, il più giovane di Roma. Conseguita nel 2012 con un anno fuoricorso (e nuovo ordinamento), discutendo una «tesina» con un professore a contratto. E il master evocato da Tria? È un diploma di specializzazione post universitario in management dello sport rilasciato dalla Sport Management School, istituto très chic con una retta da 10.000 euro l'anno che si trova a Parigi, città in cui il papà nel 1961 è stato iniziato alla massoneria. La ciliegina sulla torta del cv di Ciapetti è un attestato di partecipazione di ben quattro giorni in Web marketing rilasciato dalla Ferpi, la Federazione relazioni pubbliche italiane di cui è stato fondatore, negli anni Settanta a Firenze, sempre il genitore, Carlo Luigi Ciapetti. E, a proposito di pubbliche relazioni, abbiamo provato a contattare l'associazione «Centurion League», di cui il figliastro del ministro dice di aver curato l'immagine in uno dei suoi molteplici cv. Ha risposto il presidente Massimiliano Travaglini. Gli abbiamo chiesto se ricorda un collaboratore di nome Niccolò Ciapetti. «Non è un nostro ex dipendente e non ha mai lavorato con noi». Nemmeno uno stage? «No. Era un semplice tesserato». Travaglini si collega al profilo Facebook di Ciapetti, e ride di gusto quando legge del «rapporto di lavoro» con la sua associazione per quanto riguarda le pubbliche relazioni. «Che le devo dire... se lo sarà inventato...». Sicuro di non ricordare nulla? «Lo conosco, ma non ha fatto nulla per noi». La buttiamo lì: forse veniva solo a giocare a calcetto? «La dinamica penso sia questa...». Ride e riaggancia. Questo è il curriculum (vero) del figlio di primo letto della compagna del ministro. Il quale, probabilmente, ignora che Ciapetti ha inserito il proprio numero di telefono personale su Facebook a disposizione di chi voglia prenotare le stanze del bed and breakfast «Il Palazzo in piazza», di proprietà della mamma Maristella Vicini, a Roccasecca, suo paese d'origine. Tra le tante attività, Niccolò, per arrotondare, fa anche il telefonista. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="long-di-casarini-imbarca-il-rampollo-e-uno-dei-nostri" data-post-id="2633625175" data-published-at="1780182174" data-use-pagination="False"> L’Ong di Casarini imbarca il rampollo: «È uno dei nostri» L'uomo che con la sua tuta bianca scatenò l'inferno in via Tolemaide a Genova, causando il caos in cui morì Carlo Giuliani ha detto «Nì». Non ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se al seguito della sua bagnarola trasporta migranti ci fosse anche una barca a vela guidata dal figlio del ministro Giovanni Tria, Stefano Paolo, montatore cinematografico e skipper. «La Verità sostiene che sulla barca a vela che seguiva in appoggio la Mare Jonio c'era anche il figlio del ministro Tria? Io non leggo certi giornalacci…» è stato il commento del lucido agit-prop, capo missione di Mediterranea saving humans, il progetto di recupero migranti promosso da diverse ong e onlus italiane. In serata la stessa Mediterranea ha, però, confermato in toto il nostro scoop: «Stefano Tria è uno di noi e fa quello per cui Mediterranea è nata: salvare e salvarci da questo orrore». Cioè la chiusura dei porti decisa dal governo di cui il padre di Stefano, Giovanni, è esponente. «Non ci siamo mai posti il problema di chi ognuno di noi sia figlio o parente, ma di che cosa possiamo fare per salvare quante più vite possibili». Il trentottenne Stefano Paolo è stato avvistato l'altro ieri in via XX settembre mentre andava a trovare il padre. Nelle stesse ore si vociferava della sua presenza sulla Raj 50, l'imbarcazione travolta nei marosi del canale di Sicilia mentre seguiva la Mare Jonio. Tria ha anche incontrato sia ieri che l'altro ieri il comandante generale delle Fiamme gialle Giorgio Toschi, e non è escluso che i due abbiano fatto cenno all'indagine del procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella sulla missione di Mediterranea. Infatti a intervenire in prima battuta nei drammatici momenti dello sbarco a Lampedusa sono stati i finanzieri del Reparto operativo aeronavale di Palermo guidato dal comandante Alessandro Carrozzo. Per ora i magistrati agrigentini hanno messo a verbale solo le dichiarazioni dello skipper della Raj e non quelle del suo aiutante, Stefano Paolo. «Nessuno della barca a vela è indagato» ci racconta Vella. «Per quello che ci risulta anche l'equipaggio della Raj ha dato una mano nel salvataggio, ma per questo non contestiamo reati. Noi stiamo facendo accertamenti sulla fase successiva, quando le due barche decidono di dirigersi verso la Sicilia. In quella fase la Raj ha avuto una leggera avaria e si è staccata dalla Mare Jonio e quindi a chi era a bordo non contestiamo né l'ipotesi del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, né del mancato rispetto dell'alt della nave da guerra». In ogni caso la regata tra migranti e barconi deve essere stata un'esperienza che nessuno dell'equipaggio scorderà. Secondo il racconto di Casarini e dei giornalisti a bordo, le due imbarcazioni si sarebbero trovate in mezzo a un mare forza 7 con onde alte dai 2,5 metri ai 3. Fosse anche un'esagerazione, la traversata non è stata facile e la Raj 50 ha dovuto chiedere soccorso. In queste ore nessuno dei tigrotti del Raj ha accettato di parlare con La Verità. Restano le immagini del piccolo veliero su Internet: negli ultimi anni, era stato utilizzato per belle crociere tra i siti archeologici del Mediterraneo. Del resto, la Raj, un elegante sloop in alluminio, è più adatta a un aperitivo che al soccorso di migranti. È stata disegnata e costruita tra il 1990 e il 1991 dall'architetto Franco Anselmi Boretti, «uno tra i più importanti e poliedrici progettisti italiani, che ha prodotto molti e differenziati yacht di fascia alta»: lungo 15,40 metri, ha 12 posti letto (3 cabine matrimoniali, 6 cuccette), 2 bagni (wc elettrico, wc manuale) con doccia, doccia esterna, cucina a 3 fuochi con forno e 2 frigoriferi. Insomma di uomini ne può salvare ben pochi, ma è il battello ideale per vivere qualche bella giornata a base di adrenalina e iodio stando lontani dalla confusione. Peccato che il timone della Raj fosse in mano al figlio di uno dei ministri del governo che ha chiuso i porti. Forse anche per questo Stefano Paolo è andato a trovare il padre in ufficio nel pieno della bufera del caso della consigliera Claudia Bugno. Forse per promettergli che per qualche giorno resterà fermo a casa. Magari a vedere, lui cineasta appassionato, un bel film d'avventura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-bugno-ha-anche-un-conflitto-con-enel-e-grane-per-etruria" data-post-id="2633625175" data-published-at="1780182174" data-use-pagination="False"> La Bugno ha anche un conflitto con Enel e grane per Etruria Hanno taciuto per giorni, non accettando nessun confronto coi giornalisti. Poi ieri sul Corriere della Sera il ministro Giovanni Tria e la sua consigliera Claudia Bugno si sono sfogati con penne amiche, frequentatrici degli stessi salotti. Il primo ha bollato come «spazzatura» i nostri scoop, la seconda ha inviato il suo messaggio in bottiglia ai tanti nemici che si è fatta al ministero (sarebbe soprannominata la «guerrafondaia»). La bionda romana ha sparato la sua mitragliata: «Resto al mio posto. Certo se il ministro dice che non ho più la sua fiducia sono pronta a fare un passo indietro, ma questo non è successo». Il peccato originale che non le perdonano i grillini sono i rapporti con la vecchia politica, con personaggi come Matteo Renzi, Luca Cordero di Montezemolo, Claudio Scajola, tutti suoi sponsor. Ma nonostante gli attacchi delle ultime ore la signora difende la sua posizione. Non bastano le mille voci che stanno uscendo su di lei: i top manager di Poste e Leonardo si sarebbero lamentati dei suoi modi spicci e c'è chi fa notare che la consigliera usa una macchina della Finanza come auto di servizio, «pur non avendone titolo». Al Mef, prima dell'ultima tempesta, la Bugno faceva e disfaceva. Tanto da ottenere la designazione nel board della strategica società di microchip Stmicroelectronics. A quel posto ha dovuto rinunciare, ma ha ricevuto in cambio la promessa di una poltrona nel consiglio dell'Agenzia spaziale italiana. Il ministro Tria nega ci siano conflitti d'interessi in corso, nonostante la donna sia stata promossa consigliera e la Tinexta, la società di cui è ad suo marito, Pier Andrea Chevallard, abbia assunto tre mesi dopo il figliastro dello stesso Tria. I pentastellati non ci stanno e ritengono che la signora sia un conflitto d'interessi che cammina. E non solo perché vorrebbe decidere il partner ideale di Alitalia, di cui è stata vicepresidente per i Public affairs. Infatti, «gestendo per conto del ministro le società partecipate», deve seguire anche Enel, di cui il Mef ha una partecipazione di «maggioranza/controllo» del 23,59%. E proprio la compagnia elettrica nasconderebbe un ulteriore conflitto d'interesse. Enel ha una «partnership a lungo termine basata su una collaborazione forte» con Infocert, società specializzata nella produzione di software. Peccato che Infocert faccia parte del gruppo Tinexta e abbia tra i consiglieri proprio il marito della Bugno. Inoltre Infocert, quotata in Borsa, nasce come costola delle Camere di commercio, di cui Chevallard è stato un ras, tanto da risultare nel 2013 il sesto manager pubblico più pagato (643.000 euro annui). «L'azienda del marito è in affari con una società che la Bugno dovrebbe seguire per il Mef», evidenzia un autorevole esponente del M5s. «Pertanto c'è una grave causa di incompatibilità che lei non ha dichiarato». Il problema del conflitto d'interesse era già stato contestato nel 2013 dal ministero dello Sviluppo economico, di cui la Bugno è stata presidente del comitato di gestione del fondo centrale di garanzia, per «l'omessa dichiarazione di alcuni incarichi rivestiti alla data della propria candidatura dai quali derivava la sussistenza di una “situazione di concreto e non solo potenziale conflitto d'interesse"». Gli incarichi che avrebbe taciuto erano tre e il più significativo era quello nel cda di Etruria, di cui aveva informato solo il ministro Corrado Passera con «una mera mail privata indirizzata personalmente» a lui. La Bugno infatti presiedeva il fondo che aveva erogato denaro anche alla Bpel. Lei si difese sostenendo che il finanziamento venne fatto insieme ad altre 20.000 pratiche in 1.410 minuti, circa 24 ore. Per il capo di gabinetto del ministro quella non era una giustificazione, ma «il sintomo di una gravissima incuria nella complessiva gestione della funzione». L'Anticorruzione la assolse perché «le pochissime operazioni presentate dalla popolare dell'Etruria e del Lazio erano state deliberate in via automatica e senza alcuna valutazione discrezionale» e la nomina nel cda di Bpel «era avvenuto come quota rosa». Per i grillini quel passaggio nel cda di Etruria al fianco di Pier Luigi Boschi è la macchia più grande nel curriculum della Bugno: i due, insieme, sono stati multati da Bankitalia e Consob, indagati nel fascicolo madre sul crac, iscritto con un reato generico, bancarotta semplice e fraudolenta. Per esso è stata chiesta la proroga delle indagini nel settembre del 2017 e non sarà definitivamente chiuso fino a quando non saranno terminati anche gli ultimi accertamenti in corso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-curriculum-del-figliastro-di-tria-fra-economia-e-gaffe-2633625175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giudice-che-ha-scarcerato-i-renzi-gravi-indizi-di-colpevolezza" data-post-id="2633625175" data-published-at="1780182174" data-use-pagination="False"> Il giudice che ha scarcerato i Renzi: «Gravi indizi di colpevolezza» Babbo Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori del Rottamatore, erano gli amministratori di fatto delle coop guidate verso la bancarotta e sulla loro posizione, come su quella di Mariano Massone (vicepresidente di una delle cooperative), ricorrono «gravi indizi di colpevolezza». Il presidente del Tribunale del riesame di Firenze, Livio Genovese, lo sottolinea in più punti dell'ordinanza con la quale il 6 marzo scorso aveva riformato la misura cautelare a carico degli indagati, sostituendo gli arresti domiciliari (scattati il 18 febbraio) con il divieto di esercitare attività imprenditoriali per otto mesi. I Renzi sono accusati di bancarotta e fatturazioni per operazioni inesistenti o pompate per circa 250.000 euro nell'inchiesta della Procura fiorentina sul fallimento della Delivery Service Italia e della Europe Service, collegate alla loro azienda di famiglia, la Eventi 6. Secondo l'accusa, la Marmodiv, una delle coop al centro dell'indagine e gestita, secondo l'accusa, di fatto, dai Renzi, per la quale è stato chiesto il fallimento nell'ottobre scorso, sarebbe stata utilizzata proprio per alleggerire degli oneri previdenziali e fiscali la Eventi 6. La difesa dei Renzi aveva sostenuto la totale inesistenza di esigenze cautelari e ha cercato di fare a pezzi l'ordinanza, ottenendo una misura più attenuata. Ma a leggere le motivazioni di quella decisione - depositate il 2 aprile in cancelleria - si capisce subito che la partita del Riesame i Renzi non l'hanno vinta. Il presidente del collegio rimarca: «Nei casi di cui alle contestazioni, elementi indiziari gravi appaiono appunto ricorrere, diversamente da quanto prospettato nell'interesse degli indagati, dell'insussistenza delle operazioni». E gli elementi citati dal giudice sono contenuti negli accertamenti eseguiti dalla Guardia di finanza proprio presso le imprese che hanno emesso le fatture, «da cui è risultato», si legge nelle motivazioni, «al di là delle mere omissioni delle registrazioni contabili o anche dei versamenti delle imposte, o che tali imprese non disponevano neppure di una sede effettiva in cui potessero svolgere attività produttiva o commerciale o che, oltre che non risultare la stessa natura delle prestazioni di cui alle fatture, neppure era stata rinvenuta documentazione relativa ai rapporti contrattuali e ai pagamenti (...) o che gli emittenti delle fatture avevano negato l'effettuazione delle prestazioni o che l'impresa emittente aveva già cessato la sua attività o che gli emittenti erano risultati sconosciuti o non presenti ai domicili indicati». Insomma, secondo il giudice, la ricostruzione dell'accusa regge. E spiega: «Come può notarsi, il rilievo gravemente indiziario degli elementi acquisiti può apprezzarsi, oltre che in relazione alla pregnanza degli elementi in sé considerati, avuto riguardo alla stessa considerevole mole delle anomalie emerse, tale da portare a inquadrarle, esclusa la loro mera casualità, nell'ambito di un quadro di carattere generale inerente alle modalità di esplicazone dell'attività della società». E le sovrafatturazioni? Anche su quelle il giudice ritiene evidente la finalità perseguita, «ben ravvisabile», sottolinea, «nell'intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi 6» di babbo Renzi e di Laura Bovoli. E anche sui volantini mandati al macero (che avrebbe immesso nei conti della Eventi 6 fino a 15.000 euro a settimana di sovrafatturazione), richiamando le testimonianze, la toga sostiene che gli indizi sono «gravi». Il quadro investigativo, insomma, non risulta scalfito.
iStock
Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
Continua a leggereRiduci
Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
Continua a leggereRiduci
Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
Continua a leggereRiduci
iStock
Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
Continua a leggereRiduci