Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 aprile con Carlo Cambi
Andrea Delmastro (Ansa)
L’ex socio sotto interrogatorio: «Aveva deciso di aiutarmi, ero incensurato»
La vicenda che riguarda l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si arricchisce di dettagli. Ieri i pm hanno ascoltato Miriam Caroccia, indagata nell’ambito della vicenda della Bisteccheria Italia di via Tuscolana, nella quale aveva investito anche Delmastro, dove la Procura della Repubblica di Roma contesta i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Al termine dell’interrogatorio l’avvocato dei Caroccia ha chiarito la posizione dell’ex sottosegretario e dei rapporti con il suo assistito, Mauro Caroccia, padre della socia dell’ex sottosegretario. I due «si sono conosciuti tra il 2022 e il 2023. Era un semplice cliente del ristorante. Si sono piaciuti, l’ha cominciato a frequentare e poi hanno deciso di aprire il ristorante quando Caroccia non aveva più possibilità di poter continuare l’attività per mancanza di liquidità». «Delmastro ci ha fatto beneficenza. Ci ha aiutato perché in quel momento ero incensurato, ero stato appena assolto», ha precisato Caroccia, interrogato dalla Dda di Roma.
La vicenda della Bisteccheria ha acceso il dibattito anche in Aula. Il Comitato consultivo sulla condotta dei deputati di Montecitorio «ha deciso all’unanimità di sanzionare l’ex sottosegretario Delmastro, applicando l’articolo 7 del proprio regolamento, il quale non prevede altri tipi di misure», ha dichiarato la deputata di Avs Francesca Ghirra. Debora Serracchiani (Pd), commentando le ultime notizie, ha detto: «Ma se Delmastro non c’entra niente, perché l’avete fatto dimettere?». Il capogruppo del M5s, Riccardo Ricciardi, in un richiamo al regolamento, ha puntato il dito contro «il sottosegretario alla Giustizia che con un ristorante ci ricicla i soldi della camorra», accusa. Da Fdi ha replicato Ylenja Lucaselli. «È l’esempio classico della non cultura del M5s: si accosta un parlamentare alla camorra e alla mafia senza uno straccio di indagine». Avs sulla stessa linea dei pentastellati: «La vicenda Delmastro non può ritenersi conclusa con la censura del Comitato reputazionale della Camera dei deputati», ha detto Angelo Bonelli. «Delmastro deve spiegare perché ha investito 45.000 euro in un ristorante, in una società legata a una persona condannata per mafia. Si tratta, tra l’altro, di un ristorante che a Roma tutti conoscevano, chiamato Da Baffo, già oggetto nel 2020 di sequestro da parte della Guardia di finanza e della Procura distrettuale Antimafia. Come poteva l’ex sottosegretario alla Giustizia non sapere che quel ristorante aveva già avuto problemi con la giustizia?».
Intanto al ministero della Giustizia sono state redistribuite le deleghe di Delmastro. Al sottosegretario Andrea Ostellari è affidata la delega al Dap e alla polizia penitenziaria mentre al viceministro Francesco Paolo Sisto vanno quelle sul Dipartimento informatico tecnologico (Dip) e la magistratura onoraria. Redistribuzione che lascia pensare che non ci sarà alcuna nomina per nuovi posti da sottosegretario nonostante le speculazioni di questi giorni.
Non solo Delmastro al centro del dibattito politico di ieri. Anche il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, è finito nell’occhio del ciclone. La giornalista Claudia Conte, in un’intervista a Money.it, ha dichiarato di avere una relazione con il ministro, il quale non ha ancora confermato né smentito. La notizia ha fatto il giro dei siti di gossip soprattutto perché Piantedosi risulta sposato e con due figlie. La giornalista il 12 febbraio scorso è stata nominata consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. Una consulenza «a tempo parziale e a titolo gratuito», come si legge nella documentazione ufficiale. Dall'esecutivo continuano a smentire possibili rimpasti, il governo prosegue il suo lavoro. Giorgia Meloni ieri ha incontrato a Palazzo Chigi il Ministro del Lavoro, Marina Calderone, per fare il punto sulle misure già adottate a sostegno dell’occupazione e dei salari. Nel corso del colloquio si è inoltre avviata una riflessione, in vista della Festa dei Lavoratori del 1° maggio, su nuovi interventi finalizzati a rafforzare le politiche per il lavoro e a contrastare il fenomeno del lavoro povero.
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Matteo Piantedosi. Nel riquadro, Claudia Conte (Ansa)
L’opinionista Claudia Conte: ho una relazione col ministro. Avs ne fa un affare di Stato sperando in un nuovo caso Boccia.
’operazione punta a ripetere l’agguato a Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura costretto alle dimissioni per una vicenda privata, anzi privatissima. Ricordate Maria Rosaria Boccia, l’«imprenditrice» campana improvvisamente assurta al ruolo di femme fatale che rovinò la carriera di colui che si era intestato il compito di mettere ordine nei finanziamenti statali al circolo di registi e attori politicamente impegnati? Bene, anzi male: ci risiamo.
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
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Lo stadio di San Siro (Getty Images)
Il nuovo stadio sarà destinato a rossoneri e nerazzurri: è assurdo accusare la giunta di aver dialogato con le parti.
Se nella seconda metà del 1400 fosse stato in essere un sistema giudiziario simile a quello attualmente vigente, è probabile che Papa Sisto IV e Michelangelo sarebbero stati indagati e processati per essersi messi d’accordo, a discapito di altri artisti dell’epoca, su come costruire la Cappella Sistina.
Scherzo, ma neppure tanto, sulla notizia con cui questo giornale ha giustamente aperto la sua prima pagina di ieri: la sciagurata giunta di Milano guidata da Beppe Sala travolta dall’ennesima inchiesta sulla gestione dell’urbanistica cittadina, nel caso la gara d’appalto per costruire il nuovo stadio di calcio in sostituzione del vecchio Meazza detto San Siro.
Come ben ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro dalle carte in possesso della Procura emerge che funzionari, tecnici e politici del Comune si sono consultati più e più volte con la dirigenza di Milan e Inter al fine di costruire un bando che andasse bene alle due società. Non dubito che questo, se venisse accertato in via definitiva in un’aula di tribunale, in punta di codici possa configurare il reato di turbativa d’asta. Ma a differenza della legittima e fondata lettura che questo giornale ha fatto della vicenda, penso che se ci spostiamo un attimo dal piano prettamente giuridico, e pure da quello politico, si possano fare anche ragionamenti diversi.
Per esempio mi chiedo con chi mai avrebbero dovuto consultarsi amministratori e progettisti comunali se non con gli utilizzatori finali dell’opera, che sono in via esclusiva Inter e Milan, non certo Roma e Lazio e neppure - cito a caso - i padroni di squadre di pallanuoto, di società che gestiscono eventi e neppure organizzatori di corse di cani, tanto meno i periti della Procura di Milano. No, il fu San Siro non è di tutti, è detto la «Scala del calcio» non per la sua bellezza architettonica (che ai più lascia a desiderare) bensì perché da cento anni è stato il palcoscenico di tanti Toscanini del calcio che hanno vestito le maglie esclusivamente rossonere e nerazzurre.
Possiamo discutere se era il caso o no di imbarcarsi in una simile avventura (gli inglesi lo hanno fatto costruendo il nuovo Wembley in poco più di tre anni e sono felici e contenti), possiamo sospettare che i fondi che controllano le due società siano ansiosi di fare più soldi e aumentare il valore delle loro partecipazioni (cosa che al momento non è ancora reato), ma contestare che Milan e Inter non avessero diritto di metterci becco (altri reati a oggi non emergono dalle carte) a me sembra un ossimoro bello e buono: se non lo sanno loro cosa serve e come serve, bè mi chiedo cosa ne sappiano i pm di Milano o altri soggetti che teoricamente avrebbero potuto partecipare a una gara costruita in modo meno stringente.
Faccio due ipotesi su come, grazie alla solerzia dei magistrati, andrà a finire. La prima: ci teniamo il vecchio Meazza che tra non molto sarà lo stadio più costoso e vecchio d’Europa; la seconda: Inter e Milan traslocheranno fuori Milano e il Meazza rimarrà lì inutilizzato a mo’ di monumento all’imbecillità. In entrambi i casi non credo si tratti di un buon affare per i milanesi.
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