2019-10-03
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2026-02-23
Alex Karp. Il filosofo «prestato» alla Silicon Valley che teorizza l’alleanza tra Stato e industria
Alexander Karp (Ansa)
In un settore dominato da nerd e imprenditori orientati a soddisfare i consumi di massa, il numero uno di Palantir (che ha fondato con Peter Thiel) si colloca fuori dagli schemi tradizionali. La «neutralità» tecnologica è un’illusione: le imprese devono piuttosto collaborare con le istituzioni pubbliche per difendere la democrazia e l’Occidente nella sfida con le autocrazie. Focalizzandosi su difesa e intelligence.
Alexander Karp è uno dei dirigenti tecnologici più singolari della sua generazione. Amministratore delegato e co-fondatore di Palantir Technologies, Karp si distingue dagli altri big della Silicon Valley per un percorso formativo e culturale interamente radicato nelle discipline umanistiche e giuridiche. La reductio ad silicium, in altre parole, è certamente ingenerosa nei confronti di un soggetto molto distante dagli stereotipi del nerd occhialuto e un po’ sfigato genio dei computer.
Bill Gates, per fare un nome, ha mollato l’università di Harvard al terzo anno e non si è mai laureato, rapito da codici e personal computer. Karp invece, dopo la laurea all’Haverford College e il dottorato in giurisprudenza a Stanford (dove conosce Peter Thiel, futuro investitore e cofondatore di Palantir), sceglie di proseguire gli studi in Germania, attratto dal rigore della teoria sociale europea. Completa un dottorato di ricerca in filosofia a Francoforte, sede della celebre Scuola filosofica e della teoria critica. La sua tesi in teoria sociale, Aggression in der Lebenswelt (Aggressione nel mondo della vita), è una sorta di dialogo critico con le categorie di Jürgen Habermas, padre della teoria dell’agire comunicativo ed erede ancora vivente della Scuola di Francoforte.
Sull’interesse per la teoria critica europea ha certo influito l’ambiente culturale di provenienza di Karp, figlio di un pediatra ebreo di Filadelfia e di una madre afroamericana artista, entrambi attivisti progressisti radicali.
Certo non sfugge la contraddizione tra questa estrazione culturale di stampo liberal e la fondazione da parte di Karp di un’azienda, Palantir, diventata un pilastro tecnologico della difesa e dell’intelligence statunitense. Ma Karp rifiuta, per sé, la definizione di imprenditore, preferendo definirsi un «osservatore sociale», che utilizza la tecnologia come strumento per difendere i valori democratici.
Karp, in più occasioni, ha manifestato una posizione di rottura rispetto alla cultura predominante dei colossi tecnologici californiani. Secondo il ceo di Palantir, la Silicon Valley soffre di una forma di elitarismo tecnocratico che la porta a disinteressarsi delle sorti delle democrazie occidentali, preferendo concentrarsi su mercati globali o su prodotti di consumo marginali. L’accusa alle aziende Big Tech è di aver creato una sorta di bolla morale, dove l’innovazione è fine a sé stessa e slegata dalle responsabilità civili e militari.
Il suo ingresso nel settore tecnologico avviene nel 2003, quando partecipa alla fondazione di Palantir insieme a Peter Thiel e ad altri imprenditori provenienti dall’esperienza PayPal (quella che, con poco felice locuzione, viene chiamata in gergo PayPal Mafia, di cui fa parte anche Elon Musk). L’azienda nasce anche sull’onda emotiva degli attentati dell’11 settembre 2001, per dare al governo gli strumenti per distillare informazioni disperse ma disponibili.
Fin dalla nascita, quindi, Palantir non si propone come azienda orientata al mercato di massa, tutt’altro. Il modello scelto è invece quello della collaborazione con governi e istituzioni pubbliche, attraverso piattaforme software destinate all’integrazione e all’analisi di enormi quantità di dati.
Nei primi anni di attività, l’azienda ottiene contratti con agenzie governative statunitensi, tra cui strutture legate alla sicurezza e alla difesa. Questo orientamento segna una linea di demarcazione netta rispetto alla cultura dominante della Silicon Valley, tradizionalmente focalizzata su prodotti destinati al grande pubblico e su modelli di business fondati sulla pubblicità, sui social o sulle piattaforme.
Karp ha più volte chiarito che questa scelta non nasce da un’opportunità contingente ma da una convinzione precisa. In vari interventi pubblici ha sostenuto che la neutralità tecnologica sia un’illusione e che le infrastrutture digitali siano inevitabilmente inserite in un contesto politico. Sembra difficile dargli torto, su questo punto.
Secondo le sue dichiarazioni, le democrazie occidentali devono mantenere il controllo sulle tecnologie strategiche per non perdere terreno nella competizione globale. Il lessico utilizzato da Karp nei suoi interventi pubblici è quindi molto distante da quello consueto nel mondo delle start-up. Nei suoi discorsi compaiono riferimenti espliciti alla difesa dell’Occidente, al ruolo dello Stato moderno, alla responsabilità delle istituzioni democratiche. In più occasioni ha affermato che le imprese tecnologiche non possono sottrarsi alle implicazioni politiche delle proprie attività. Un discorso che alle Big Tech non piace moltissimo.
Su questi argomenti il miliardario ha pure scritto un libro, The technological republic, pubblicato nel 2025 e scritto insieme al giornalista Nicholas W. Zamiska. Il testo sostiene che negli ultimi decenni si sia creata una frattura tra industria tecnologica e Stato, e che tale separazione abbia indebolito la capacità delle democrazie di affrontare sfide geopolitiche complesse. Karp dice in sostanza che la collaborazione tra settore tecnologico e apparati pubblici deve essere considerata una componente storica imprescindibile dello sviluppo occidentale.
Nel libro e in recenti presentazioni pubbliche, Karp ha indicato la competizione con potenze autoritarie come elemento centrale del nuovo scenario internazionale. In questo contesto, la capacità di raccogliere e analizzare dati viene descritta come una risorsa strategica comparabile alle infrastrutture tradizionali di difesa. Una specie di ombrello nucleare digitale, insomma.
Anche sul piano personale, Karp ha mantenuto un profilo diverso rispetto ai boss tecnologici più coccolati dai mass media. Dichiara di non identificarsi con la cultura libertaria che ha caratterizzato una parte della Silicon Valley a partire dagli anni Novanta, quella dell’Internet gratis e libero per tutti, in parole semplici.
Nel corso del tempo, questa impostazione ha contribuito a fare di Karp, che conduce anche una vita privata piuttosto ritirata, un esponente di pensiero che concepisce l’impresa come attore inserito in un sistema istituzionale più ampio. La sua azienda viene presentata non come semplice fornitore di software, ma come una sorta di snodo tra tecnologia, sicurezza e potere pubblico. All’atto pratico, certo, si tratta in fondo di ricchi contratti con il governo. Ma non solo: la gestione e l’analisi di masse enormi di dati comporta in sé una responsabilità politica e su questo Karp ha certamente ragione.
La figura di Alexander Karp si colloca dunque fuori dagli schemi tradizionali della Silicon Valley, anche se per questa serie di articoli ce lo abbiamo ricondotto. La sua formazione filosofica, l’influenza europea e quella dei genitori, il linguaggio politicamente esplicito e la scelta di lavorare con istituzioni statali ne fanno un caso atipico nel panorama dei grandi leader tecnologici contemporanei. In un settore dominato da nerd, ingegneri e imprenditori orientati al mercato di massa, Karp è un soggetto che si è collocato al centro del rapporto (sovra)strutturale tra tecnologia e Stato.
2026-02-23
Migrazione, Tajani: «Le scelte europee ci hanno dato ragione, l’Italia ora è modello di altri Paesi»
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato il ministro a margine del Consiglio Affari esteri tenutosi a Bruxelles.
Ansa
L’ex ambasciatore a L’Avana: «Trump vuole una transizione graduale alla democrazia, che è l’unica via per evitare disastri. Se i dirigenti rifiutano il dialogo prevarrà la linea dell’intervento militare sostenuta da Rubio».
Dal 2005 al 2009, Domenico Vecchioni è stato ambasciatore a Cuba. Quattro anni in cui ha potuto toccare con mano la dittatura castrista, dedicando anche un libro a Raúl Castro. Il rivoluzionario conservatore. Da tempo, circolano parecchie voci attorno a Cuba. C’è chi parla di un’opzione simile a quella che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro e chi, invece, è convinto che il Paese cadrà sotto i colpi di un’economia che arranca sempre di più.
Negli scorsi giorni, alcuni giornali di Miami hanno scritto che il segretario di Stato Marco Rubio starebbe «negoziando» con Raúl Guillermo Rodriguez Castro, nipote diretto (e prediletto) di Raúl Castro, e importante dirigente di Gaesa, il conglomegrato di aziende statali che controllano gran parte dell’economia cubana. Uno scenario, questo, che farebbe intravvedere possibili negoziati (e un cambio di regime) in vista.
Ambasciatore, partiamo da un dato di realtà: che cosa sta accadendo a Cuba?
«Il Paese è sicuramente arrivato a una svolta storica del suo destino. Il regime castrista è agonizzante: dopo quasi 70 anni di dittatura, s’intravede finalmente l’alba di un cambiamento epocale. L’economia è a terra, caduta sotto i colpi congiunti del sistema collettivista (“marxista-leninista”, come ancora recita la costituzione cubana) che non ha mai funzionato e che ha distrutto interi settori produttivi (basti pensare, a titolo meramente esemplificativo, che Cuba, una volta definita “regina dello zucchero”, oggi deve importare zucchero) e dell’embargo americano, che pure ha causato immensi danni all’economia».
Quanto di questa crisi è imputabile al sistema castrista e quanto invece alle pressioni esterne?
«È più il frutto del fallimento del sistema di governo e meno la conseguenza del bloqueo statunitense. Era un vecchio trucco di Fidel Castro quello di addebitare tutti i mali del Paese sempre a cause “esterne” al sistema (l’embargo appunto, le condizioni atmosferiche, le calamità naturali e le crisi internazionali), senza mai riconoscere che, in realtà, il problema principale era ed è il sistema stesso. La mancanza di petrolio (dopo il blocco dei rifornimenti in provenienza dal Venezuela e da altri Paesi) sta causando il progressivo fermo delle attività essenziali del Paese, costringendo i cubani a condizioni di vita inaccettabili come i tagli dell’elettricità - i famigerati apagones, l’incubo dei cubani - che possono durare fino a 20 ore, trasporti pubblici ridotti al lumicino, assenza di benzina per il trasporto privato, ospedali ridotti a praticare solo interventi urgentissimi, scuole che funzionano a singhiozzo, scarsità di generi alimentari e di medicine».
Il «paradiso dei Caraibi» è diventato un «inferno» tropicale?
«Chi può scappa. E, in effetti, Cuba è diventata l’unico Paese al mondo dove la popolazione, in tempo di pace, è drasticamente diminuita negli ultimi 10 anni. È infatti passata da 11 a 9 milioni, un esodo biblico. Ma il governo cubano continua ad anteporre l’ideologia marxista-leninista alla sopravvivenza stessa della popolazione».
Eppure il regime pare non vedere...
«Sono sette decadi che le autorità castriste chiedono “lacrime e sangue” ai cittadini in nome del comunismo e in attesa dell’avvento di un “mondo migliore”. Ma il mondo migliore non è mai arrivato, i cubani non credono più nella Rivoluzione e ora dicono basta».
Ambasciatore, ma è possibile, come alcuni analisti affermano, che Trump applicherà il modello venezuelano anche lì?
«Questa sembrerebbe, in effetti, essere la strategia di Trump, che tende a evitare la prova di forza, sempre suscettibile di avere conseguenze impreviste. Sta cercando verosimilmente i dirigenti più moderati che potrebbero assicurare una transizione graduale e pacifica verso il sistema democratico e la ripresa dell’economia».
Fattibile?
«Purtroppo Cuba non è il Venezuela e Raúl Castro non è Maduro. Il regime cubano (controllato dai militari) è troppo “ideologizzato”, troppo compromesso con un sistema che ha gestito il Paese per quasi 70 anni, troppo abbagliato dall’ideologia comunista perché possa generare al suo interno correnti moderate ben disposte al dialogo e a farsi lentamente da parte. Eppure quella è l’unica strada da percorrere per evitare scontri e disordini in un Paese già in ginocchio economicamente e socialmente. Il prezzo che paga il popolo cubano in questa cornice è certo molto alto, vittima designata dei blocchi americani e degli errori del governo cubano. Credo tuttavia che, invece di fare pressione sugli Stati Uniti perché rinuncino al blocco petrolifero indiretto (chi porta il petrolio a Cuba subisce poi altissimi dazi), bisognerebbe esercitare pressione su Raúl Castro e sull’attuale presidente Miguel Diaz-Canel affinché, in definitiva, si arrendano».
Cosa direbbe al regime se fosse ancora lì?
«Per il bene dei cubani, per la salvezza di Cuba e per evitare una spaventosa catastrofe umanitaria: arrendetevi. Il popolo cubano ve ne sarà grato. Avviate sin d’ora un dialogo nazionale con i rappresentanti dell’opposizione in vista di un pacifico passaggio alla democrazia. Altrimenti, più che quella di Trump, potrebbe avere il sopravvento la strategia di Marco Rubio, segretario di Stato che, non dimentichiamolo, è figlio di cubani fuggiti dall’isola alla vigilia della Rivoluzione. Rubio è sempre stato visceralmente ostile al regime castrista e non gli dispiacerebbe di vederlo cadere fragorosamente, dopo qualche iniziativa militare mirata, che costringerebbe i suoi leader a poco dignitose fughe all’estero».
Lei ha passato quattro anni a Cuba. La conosce e non è sempre facile, in questi contesti, comprendere quale sia la verità. Ci può aiutare a comprenderla un po’ meglio?
«Non credo di essere il “depositario” della verità, anche perché in politica le interpretazioni di uno stesso avvenimento prestano spesso alla “verità” diverse facce. Cerco quindi di attenermi ai “fatti”. E i fatti dicono che, 66 anni dopo la Rivoluzione, i cubani stanno certamente peggio di come stavano prima di essa. Il che vuol dire, aldilà delle ideologie, che la Rivoluzione non ha funzionato. Tutte le reboanti promesse di Fidel Castro (democrazia, libertà, benessere, sviluppo economico e uguaglianza sociale) sono state crudelmente disattese. E non mi si venga dire che la colpa è degli Stati Uniti che hanno strangolato economicamente l’Isola Grande. Non è così».
Cioè?
«Niente avrebbe impedito al Paese, con un sistema economico liberista, di svilupparsi e prosperare, pur mantenendo in piedi il regime (un po’ com’è avvenuto in Cina). E i fatti sono che tre generazioni dopo, i cubani non hanno mai conosciuto la democrazia, il benessere, lo sviluppo economico, l’uguaglianza sociale. E comunque gli Stati Uniti hanno sempre detto che avrebbero allentato o eliminato l’embargo in cambio di un po’ di democrazia e di libertà per i cubani. È arrivato quindi il momento di consegnare la Rivoluzione e personaggi come Fidel e Raúl Castro ai libri di Storia, di considerare la Rivoluzione cubana come un sogno, magari generoso e idealistico, dissoltosi però alle primi luci dell’alba. Tutto ciò appartiene oramai al passato. È arrivato ora il momento di pensare al presente di Cuba e al futuro dei cubani».
La dottrina Donroe, la rivisitazione che Trump fa della dottrina Monroe, è realmente applicabile?
«La dottrina Monroe, in realtà, fu concepita con nobili intenti, ovvero tenere i colonialisti europei lontani dal Nuovo Mondo. Solo in seguito essa assunse il significato di tenere sì bada gli europei, ma per far posto agli Stati Uniti, diventati nel frattempo il Paese più importante del continente e che si riservava dunque un droit de regard sul subcontinente. Trump dunque non ha fatto altro che riprendere in mano questa dottrina, rendendola però più aggressiva, spinto dalle favorevoli condizioni geo-strategiche del momento. I possibili antagonisti, Russia e Cina, per motivi differenti, non hanno in effetti nessuna voglia di confrontarsi con Washington sull’“emisfero occidentale”. La Russia è terribilmente impelagata nella guerra in Ucraina ed è del tutto concentrata sulla conclusione del conflitto. Putin sa che Trump, in questa prospettiva, gli può essere utilissimo. Non rischierebbe quindi un’altra crisi dei missili in difesa del regime cubano. Mosca invierà certo aiuti umanitari a Cuba, ma non andrà più in là. La Cina, dal canto suo, pensa solo a concludere affari, e il mercato cubano per Pechino è davvero piccola cosa. Potrebbe quindi voler accumulare crediti con gli Usa, fino al momento di passare all’incasso, quando cercherà la riunificazione con Taiwan. Quindi, niente sembra opporsi al ristabilimento della sfera d’influenza statunitense sull’America latina. In questa cornice, totalmente diversa da quella degli anni Sessanta, il destino di Cuba sembra segnato».
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Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum costituzionale confermativo relativo alla riforma della Giustizia, che interviene sull’ordinamento della magistratura. Riforma che introduce, tra le altre cose, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Si voterà domenica e lunedì, secondo quanto stabilito dal decreto elezioni.







