True
2019-04-13
Il Pd candida chi lavora per lo straniero
Ansa
Scambio di maglie e gagliardetti tra il Pd e En Marche di Emmanuel Macron. Ma forse divisa e bandiera sono di una sola squadra: quella del presidente francese. È lui a diramare le convocazioni: quanto al povero Nicola Zingaretti, al massimo riceve una telefonata (neanche da Macron) e deve sbrigarsi a liberare un posto in lista.
Alcune settimane fa, La Verità si era occupata dello strano caso di Sandro Gozi. Già prodiano, già renziano, già sottosegretario alle Politiche europee, già membro (i maligni si sono chiesti: in quota italiana o francese?) del gruppo di «saggi» che avrebbe dovuto redigere il Trattato del Quirinale, cioè un mega accordo politico tra Parigi e Roma, Gozi ha annunciato la sua candidatura alle Europee in Francia, proprio nelle liste di Macron. E quando il 26 marzo si è tenuta la conferenza di presentazione, l'ex sottosegretario ha sparato a palle incatenate contro il governo del suo Paese: «Sono candidato all'estero per testimoniare che c'è un'altra Italia che non è l'Italia di Matteo Salvini, l'Italia di chi stringe la mano e rincorre i gilet gialli più estremisti come Luigi Di Maio, l'Italia di chi si ridicolizza al Parlamento europeo come quella di Giuseppe Conte». Non è bellissimo che un italiano venga arruolato dai francesi per dire quanto siano brutti e cattivi gli italiani.
Comunque, poteva sembrare un tentativo di sistemazione individuale: insomma, per il povero Gozi, una prova di zelo filofrancese per trovare un tetto (e un seggio) a Bruxelles. E invece dev'esserci qualcosa di più, perché nelle ultime ore si è concretizzato un gemellaggio: tu dai un Gozi a me, e io do un'Avanza a te. Avanza sta per Caterina Avanza. Bresciana, 38 anni, già coordinatrice della campagna di En Marche. Ma - oplà - è stata annunciata a sorpresa la sua candidatura per il Pd. La stessa Avanza ha fornito ieri il suo biglietto da visita in due interviste.
Su Repubblica ha spiegato: «Ho dovuto chiedere il permesso a Macron». E lui? «Vai e corri contro le destre», le avrebbe detto. E c'è da immaginarlo all'Eliseo, con Alexandre Benalla o un altro energumeno che gli porge la spada con la quale il presidente tocca la spalla della Avanza, investendola della missione. E la Avanza già parla un linguaggio bellico: «L'ultimo anno e mezzo per En Marche abbiamo messo a punto la macchina da guerra elettorale». Infine, ci fa sapere di essersi candidata a Nord Ovest perché «non mi piacciono i paracadutati»: infatti era residente in Francia da appena 15 anni... Sul Corriere, versione diversa. Qui non c'è stato un permesso chiesto a Macron, ma sarebbe stato lui a indicarla: «È stato lo stesso Macron a insistere. Poi c'è stata una telefonata tra Stanislas Guerini, segretario di En Marche, e Nicola Zingaretti, che ha deciso di candidarmi anche se non sono iscritta al suo partito». Immaginate l'entusiasmo dei tesserati Pd. Di più: se eletta, la Avanza non entrerà neppure nel gruppo Pse, perché Macron vuole costruirne un altro. E Zingaretti? «Si è detto disponibile», fa sapere lei. E sembra di vederlo Zingaretti che fa sì con la testa, sul modello dell'indimenticabile intervista di Fabio Fazio a Macron. La conversazione si chiude con un tocco di finezza della Avanza, che sente il bisogno di dare del «mitomane» a Salvini, tanto per farsi subito conoscere e apprezzare.
Scambio curioso, dunque: gli italiani mandano un filo francese in Francia, e in cambio ricevono… una filo francese! Manca solo un filo italiano, a giudicare dalle prime dichiarazioni. Tragicomicamente, l'annuncio è venuto nel giorno in cui Repubblica, foglio non ostile al Pd (e tanto meno a Macron), fa sapere che gli emissari del generale Khalifa Haftar, prima di sferrare l'attacco a Tripoli e al fragile governo di Fayez Al Serraj, sono andati a Parigi a chiedere l'autorizzazione. Insomma, una mossa francese esplicitamente confliggente con gli interessi italiani in Libia: per gestire il rubinetto dei migranti (indovinate verso dove), e per impossessarsi del rubinetto del petrolio con la Total (altro che Eni).
La domanda sorge spontanea: sulla Libia, con chi staranno Gozi, Avanza e Pd? Con l'Italia o con la Francia? Vietato rispondere «ma anche» o evocare la fantomatica politica estera comune Ue, visto che Macron, l'altro giorno, ha perfino detto no a un blando comunicato europeo che invitava Haftar a fermarsi.
Da segnalare infine nel Pd la candidatura di un altro filo francese: l'ex presidente dell'Agenzia spaziale, nonché Legion d'onore, Roberto Battiston. In diversi gli avevano rimproverato un certo appiattimento verso Parigi. Persa la presidenza Asi, è arrivato puntuale il taxi elettorale del Pd.
In campo il megafono di Juncker
Tra i candidati nella circoscrizione di Centro per il Partito democratico si trova un nome poco conosciuto al grande pubblico, ma di notevole importanza per i rapporti che il centrosinistra ha avuto in questi anni con Bruxelles e in particolare con la commissione europea di Jean Claude Juncker. È quello di Beatrice Covassi, nata a Firenze 45 anni fa, nell'aprile del 2016 nominata capo della rappresentazione europea in Italia. Europeista convinta, poliglotta, esperta di economia digitale, una lunga esperienza negli Stati Uniti, tre anni fa la sua nomina fu particolarmente dibattuta a livello politico. Chi seguì la vicenda all'epoca spiega che l'incarico le fu assegnato direttamente da Juncker, o meglio, dal potente Martin Selmayr, uno degli uomini più influenti di Bruxelles, prima capo di gabinetto del presidente, quindi nominato, non senza polemiche e scandali, segretario generale. Perché il nuovo Pd di Nicola Zingaretti vuole una candidata di questo tipo, non particolarmente legata al territorio e così legata alla burocrazia europea? Inoltre, i maligni sostengono che la candidatura sia scattata perché era a rischio la riconferma per il suo incarico.
Tra i corridoi della Commissione si mormora che la nomina della Covassi fu di fatto imposta all'Italia, perché sia l'attuale presidente del parlamento europeo Antonio Tajani sia l'ex capogruppo dei socialisti europei Gianni Pittella avrebbero preferito altri profili. Sta di fatto che in quel periodo le tensioni tra Juncker e l'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi erano ai massimi. Dopo la nomina della Covassi, fiorentina come l'ex segretario del Pd, i rapporti diventarono più distesi. Le cronache ricordano che la scelta per il rappresentante dell'Italia fu molto dura. E Juncker tenne a colloquio l'attuale candidata del Pd per più di un'ora e mezza. In questi anni è stata lei di fatto a tenere i rapporti tra la Commissione e il nostro Paese.
Come riportato anche in un recente articolo di Start Magazine, la candidata dem avrebbe avuto spesso eccessi di protagonismo istituzionale, tanto da farsi chiamare «ambasciatrice», come riportato anche in un'audizione alla Camera dei deputati nell'ottobre scorso. Non solo. Un anno fa, aprile 2018, scrisse di suo pugno una smentita al Fatto Quotidiano dopo un articolo dove si dava conto della possibilità che la Commissione introducesse per regolamento nuove indennità di fine mandato ai commissari, tra cui stipendi per altri tre anni, auto blu e uffici. A tirare fuori la storia fu la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Del caso si è occupato di recente anche il Corriere della Sera, con Milena Gabanelli, confermando che la questione era stata discussa. Günther Oettinger, commissario al Bilancio, aveva spiegato che fra i commissari c'erano state «discussioni interne sullo status e su un supporto amministrativo per gli ex membri della Commissione, e per quelli designati o candidati».
Insomma - oltre ai già lauti stipendi (27.000 lordi al mese), benefit (indennità varie) e i 324.000 euro che incasserà Juncker a fine mandato- in barba all'austerità, la Commissione ha riflettuto sulla possibilità di aumentare il trattamento di fine rapporto. Eppure Covassi ha sempre difeso a spada tratta il suo presidente, anche quando veniva accusato di sprechi. D'altra parte nelle sue foto su Instagram la si vede ritratta abbracciata al politico lussemburghese, con hashtag inequivocabili, tra cui «con il mio presidente. Teamjuncker». Va di fondo capito a questo punto se anche la candidatura della Covassi non rientri in quel gioco di scambi tra il Pd, la Francia e l'Unione europea. Sandro Gozi è candidato con En Marche, mentre Caterina Avanza, ex staff del presidente francese, sempre con i dem. In una recente uscita pubblica con l'ex premier Romano Prodi , la Covassi ha elogiato il Cnel per una ricerca sulla fiducia che gli italiani ripongono nell'Europa. È lo stesso Cnel che il referendum istituzionale di Renzi voleva abolire. Ma questa è un'altra storia.
Il Consiglio d’Europa scheda i politici leghisti
Una vera e propria schedatura, una lista di presunti «impresentabili» accompagnata da screen shot di post sui social network e da dichiarazioni. Il Consiglio d'Europa, organizzazione internazionale sui diritti umani che ha sede a Strasburgo, e che ha legami strettissimi con la Ue, ha diffuso un report nel quale mette all'indice partiti e singoli protagonisti politici, a poche settimane dalle elezioni europee. Nel mirino presunti attacchi all'accoglienza dei migranti e discriminazioni razziali. A denunciare l'accaduto uno degli esponenti politici presi di mira, Paolo Grimoldi della Lega, vice presidente della Commissione Esteri della Camera e componente della delegazione parlamentare italiana presso lo stesso Consiglio d'Europa.
«Il Consiglio d'Europa», spiega Grimoldi, «ha schedato, con un'inquietante attività di dossieraggio, tutti i parlamentari appartenenti a formazioni politiche scomode per i burocrati europei, ovvero la Lega, il Partito della Libertà austriaco (Fpo), Alternative for Deutschland e il Front National, con specifiche schedature non solo dei movimenti ma anche dei loro esponenti, come Marine Le Pen del Fn, Martin Graf del Fpo, Ulrich Oehme di Afd, e tra i leghisti il sottoscritto. Tutti accusati di essere populisti, razzisti o xenofobi. Nel mio caso specifico», denuncia Grimoldi, «sono stati allegati alcuni miei post o miei comunicati stampa, su crimini commessi in Italia dai Rom o da immigrati clandestini. Un fatto inquietante. Un'istituzione democratica e autorevole a livello europeo come il Consiglio d'Europa giudica parole e pensieri dei propri componenti, attraverso una schedatura, che di fatto è un attacco alla libertà di espressione e di libera opinione».
Basta leggere il paragrafo dedicato a Grimoldi e alla Lega per comprendere l'assurdità di questo dossier. Al deputato viene contestato ad esempio un tweet dello scorso 22 febbraio, che riportiamo testualmente: «19 richiedenti asilo nigeriani (da che guerra scappano?) spacciavano droga a Morbegno davanti a scuole e giardinetti. 19 “risorse" che ospitavamo. Delinquenti che nessuno controllava e che mantenevamo a nostre spese. Chi li ha fatti entrare dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa!». Non solo: la Lega nella sua interezza viene descritta come una forza politica «conosciuta per le sue politiche radicali anti immigrazione, che promuovono odio e discriminazione contro gli immigrati». Il report inizia con l'esplicita condanna preventiva della «Alleanza europea dei popoli e delle nazioni», il gruppo al quale aderiranno dopo le elezioni i partiti messi all'indice dal Consiglio d'Europa e molti altri.
A proposito di elezioni europee, a meno di una settimana dal termine ultimo per la presentazione delle liste, si vanno ormai definendo gli schieramenti. Non mancano le novità: ieri, come anticipato alla Verità, Elisabetta Gardini, capogruppo uscente di Forza Italia a Bruxelles, ha comunicato l'addio al partito. Forza Italia recupera però l'uscente Alessandra Mussolini che, salvo clamorosi imprevisti, sarà ricandidata al Sud dopo un lungo periodo di frizioni con i vertici del partito. Fi, nel Nord Est, candida anche Irene Pivetti, ex presidente della Camera della Lega nel 1994. Si profila un derby in famiglia, al Sud, tra i discendenti del Duce: Fratelli d'Italia infatti candida nella circoscrizione meridionale Caio Giulio Cesare Mussolini, pronipote di Benito. Sempre per Fdi in corsa il sociologo Francesco Alberoni, nel Nord Ovest.
Tra i capolista del Pd, ci sono Carlo Calenda (Nord Est) e l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (Sud). Nicola Zingaretti ha aperto le porte anche a chi, come Massimo Paolucci, ricandidato al Sud, era stato eletto nel Pd nel 2014 ed era poi passato a Mdp. Candidato per il Pd al Centro Massimiliano Smeriglio, di Campo Progressista, movimento fondato da Giuliano Pisapia, che sarà capolista al Nord Ovest. Nel Nord Est in campo anche Roberto Battiston, ex Asi.
La Lega punta tutto su Matteo Salvini, che sarò capolista in tutte e cinque le circoscrizioni. Saranno ricandidati gli uscenti, mentre per le new entry si fanno i nomi del docente euroscettico Antonio Maria Rinaldi e di Vincenzo Sofo, fondatore del think tank «Il Talebano», e fidanzato di Marion Le Pen. Nelle prossime ore il quadro sarà definito: Salvini sta esaminando le varie ipotesi di candidatura che arrivano dai territori.
Per il M5s in corsa ci sono tra gli altri il sindaco di Livorno Filippo Nogarin e l'ex Iena Dino Giarrusso. La scelta dei capilista spetta a Luigi Di Maio, che punterà su cinque donne: già ufficiali i nomi di Alessandra Todde, ceo di Olidata (Isole), e della giornalista emiliana Sabrina Pignedoli (Nord Est).
Continua a leggereRiduci
Dopo l'addio del dem Sandro Gozi, che correrà per En Marche, Nicola Zingaretti imbarca una fedelissima del capo dell'Eliseo. In entrambi i casi, Parigi si fa beffe di noi. Proprio mentre piovono conferme delle mosse ai nostri danni in Libia. In campo il megafono di Jean-Claude Juncker. Nelle file dei democratici Beatrice Covassi, finora sconosciuta rappresentante Ue in Italia. Impostaci dalla Commissione, amava farsi chiamare «ambasciatrice». Il Consiglio d'Europa scheda i politici leghisti. L'organismo, per le europee, ha stilato una lista di partiti sgraditi perché «ostili all'accoglienza dei migranti». Tra essi il Carroccio e il segretario lumbard Paolo Grimoldi. Impazza il toto candidati. Fi perde Elisabetta Gardini ma riacquista Alessandra Mussolini. Francesco Alberoni per Giorgia Meloni. Lo speciale comprende tre articoli. Scambio di maglie e gagliardetti tra il Pd e En Marche di Emmanuel Macron. Ma forse divisa e bandiera sono di una sola squadra: quella del presidente francese. È lui a diramare le convocazioni: quanto al povero Nicola Zingaretti, al massimo riceve una telefonata (neanche da Macron) e deve sbrigarsi a liberare un posto in lista. Alcune settimane fa, La Verità si era occupata dello strano caso di Sandro Gozi. Già prodiano, già renziano, già sottosegretario alle Politiche europee, già membro (i maligni si sono chiesti: in quota italiana o francese?) del gruppo di «saggi» che avrebbe dovuto redigere il Trattato del Quirinale, cioè un mega accordo politico tra Parigi e Roma, Gozi ha annunciato la sua candidatura alle Europee in Francia, proprio nelle liste di Macron. E quando il 26 marzo si è tenuta la conferenza di presentazione, l'ex sottosegretario ha sparato a palle incatenate contro il governo del suo Paese: «Sono candidato all'estero per testimoniare che c'è un'altra Italia che non è l'Italia di Matteo Salvini, l'Italia di chi stringe la mano e rincorre i gilet gialli più estremisti come Luigi Di Maio, l'Italia di chi si ridicolizza al Parlamento europeo come quella di Giuseppe Conte». Non è bellissimo che un italiano venga arruolato dai francesi per dire quanto siano brutti e cattivi gli italiani. Comunque, poteva sembrare un tentativo di sistemazione individuale: insomma, per il povero Gozi, una prova di zelo filofrancese per trovare un tetto (e un seggio) a Bruxelles. E invece dev'esserci qualcosa di più, perché nelle ultime ore si è concretizzato un gemellaggio: tu dai un Gozi a me, e io do un'Avanza a te. Avanza sta per Caterina Avanza. Bresciana, 38 anni, già coordinatrice della campagna di En Marche. Ma - oplà - è stata annunciata a sorpresa la sua candidatura per il Pd. La stessa Avanza ha fornito ieri il suo biglietto da visita in due interviste. Su Repubblica ha spiegato: «Ho dovuto chiedere il permesso a Macron». E lui? «Vai e corri contro le destre», le avrebbe detto. E c'è da immaginarlo all'Eliseo, con Alexandre Benalla o un altro energumeno che gli porge la spada con la quale il presidente tocca la spalla della Avanza, investendola della missione. E la Avanza già parla un linguaggio bellico: «L'ultimo anno e mezzo per En Marche abbiamo messo a punto la macchina da guerra elettorale». Infine, ci fa sapere di essersi candidata a Nord Ovest perché «non mi piacciono i paracadutati»: infatti era residente in Francia da appena 15 anni... Sul Corriere, versione diversa. Qui non c'è stato un permesso chiesto a Macron, ma sarebbe stato lui a indicarla: «È stato lo stesso Macron a insistere. Poi c'è stata una telefonata tra Stanislas Guerini, segretario di En Marche, e Nicola Zingaretti, che ha deciso di candidarmi anche se non sono iscritta al suo partito». Immaginate l'entusiasmo dei tesserati Pd. Di più: se eletta, la Avanza non entrerà neppure nel gruppo Pse, perché Macron vuole costruirne un altro. E Zingaretti? «Si è detto disponibile», fa sapere lei. E sembra di vederlo Zingaretti che fa sì con la testa, sul modello dell'indimenticabile intervista di Fabio Fazio a Macron. La conversazione si chiude con un tocco di finezza della Avanza, che sente il bisogno di dare del «mitomane» a Salvini, tanto per farsi subito conoscere e apprezzare. Scambio curioso, dunque: gli italiani mandano un filo francese in Francia, e in cambio ricevono… una filo francese! Manca solo un filo italiano, a giudicare dalle prime dichiarazioni. Tragicomicamente, l'annuncio è venuto nel giorno in cui Repubblica, foglio non ostile al Pd (e tanto meno a Macron), fa sapere che gli emissari del generale Khalifa Haftar, prima di sferrare l'attacco a Tripoli e al fragile governo di Fayez Al Serraj, sono andati a Parigi a chiedere l'autorizzazione. Insomma, una mossa francese esplicitamente confliggente con gli interessi italiani in Libia: per gestire il rubinetto dei migranti (indovinate verso dove), e per impossessarsi del rubinetto del petrolio con la Total (altro che Eni). La domanda sorge spontanea: sulla Libia, con chi staranno Gozi, Avanza e Pd? Con l'Italia o con la Francia? Vietato rispondere «ma anche» o evocare la fantomatica politica estera comune Ue, visto che Macron, l'altro giorno, ha perfino detto no a un blando comunicato europeo che invitava Haftar a fermarsi. Da segnalare infine nel Pd la candidatura di un altro filo francese: l'ex presidente dell'Agenzia spaziale, nonché Legion d'onore, Roberto Battiston. In diversi gli avevano rimproverato un certo appiattimento verso Parigi. Persa la presidenza Asi, è arrivato puntuale il taxi elettorale del Pd. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-scambio-di-figurine-pd-macron-e-un-doppio-regalo-alla-francia-2634472783.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-campo-il-megafono-di-juncker" data-post-id="2634472783" data-published-at="1769497597" data-use-pagination="False"> In campo il megafono di Juncker Tra i candidati nella circoscrizione di Centro per il Partito democratico si trova un nome poco conosciuto al grande pubblico, ma di notevole importanza per i rapporti che il centrosinistra ha avuto in questi anni con Bruxelles e in particolare con la commissione europea di Jean Claude Juncker. È quello di Beatrice Covassi, nata a Firenze 45 anni fa, nell'aprile del 2016 nominata capo della rappresentazione europea in Italia. Europeista convinta, poliglotta, esperta di economia digitale, una lunga esperienza negli Stati Uniti, tre anni fa la sua nomina fu particolarmente dibattuta a livello politico. Chi seguì la vicenda all'epoca spiega che l'incarico le fu assegnato direttamente da Juncker, o meglio, dal potente Martin Selmayr, uno degli uomini più influenti di Bruxelles, prima capo di gabinetto del presidente, quindi nominato, non senza polemiche e scandali, segretario generale. Perché il nuovo Pd di Nicola Zingaretti vuole una candidata di questo tipo, non particolarmente legata al territorio e così legata alla burocrazia europea? Inoltre, i maligni sostengono che la candidatura sia scattata perché era a rischio la riconferma per il suo incarico. Tra i corridoi della Commissione si mormora che la nomina della Covassi fu di fatto imposta all'Italia, perché sia l'attuale presidente del parlamento europeo Antonio Tajani sia l'ex capogruppo dei socialisti europei Gianni Pittella avrebbero preferito altri profili. Sta di fatto che in quel periodo le tensioni tra Juncker e l'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi erano ai massimi. Dopo la nomina della Covassi, fiorentina come l'ex segretario del Pd, i rapporti diventarono più distesi. Le cronache ricordano che la scelta per il rappresentante dell'Italia fu molto dura. E Juncker tenne a colloquio l'attuale candidata del Pd per più di un'ora e mezza. In questi anni è stata lei di fatto a tenere i rapporti tra la Commissione e il nostro Paese. Come riportato anche in un recente articolo di Start Magazine, la candidata dem avrebbe avuto spesso eccessi di protagonismo istituzionale, tanto da farsi chiamare «ambasciatrice», come riportato anche in un'audizione alla Camera dei deputati nell'ottobre scorso. Non solo. Un anno fa, aprile 2018, scrisse di suo pugno una smentita al Fatto Quotidiano dopo un articolo dove si dava conto della possibilità che la Commissione introducesse per regolamento nuove indennità di fine mandato ai commissari, tra cui stipendi per altri tre anni, auto blu e uffici. A tirare fuori la storia fu la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Del caso si è occupato di recente anche il Corriere della Sera, con Milena Gabanelli, confermando che la questione era stata discussa. Günther Oettinger, commissario al Bilancio, aveva spiegato che fra i commissari c'erano state «discussioni interne sullo status e su un supporto amministrativo per gli ex membri della Commissione, e per quelli designati o candidati». Insomma - oltre ai già lauti stipendi (27.000 lordi al mese), benefit (indennità varie) e i 324.000 euro che incasserà Juncker a fine mandato- in barba all'austerità, la Commissione ha riflettuto sulla possibilità di aumentare il trattamento di fine rapporto. Eppure Covassi ha sempre difeso a spada tratta il suo presidente, anche quando veniva accusato di sprechi. D'altra parte nelle sue foto su Instagram la si vede ritratta abbracciata al politico lussemburghese, con hashtag inequivocabili, tra cui «con il mio presidente. Teamjuncker». Va di fondo capito a questo punto se anche la candidatura della Covassi non rientri in quel gioco di scambi tra il Pd, la Francia e l'Unione europea. Sandro Gozi è candidato con En Marche, mentre Caterina Avanza, ex staff del presidente francese, sempre con i dem. In una recente uscita pubblica con l'ex premier Romano Prodi , la Covassi ha elogiato il Cnel per una ricerca sulla fiducia che gli italiani ripongono nell'Europa. È lo stesso Cnel che il referendum istituzionale di Renzi voleva abolire. Ma questa è un'altra storia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-scambio-di-figurine-pd-macron-e-un-doppio-regalo-alla-francia-2634472783.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-consiglio-deuropa-scheda-i-politici-leghisti" data-post-id="2634472783" data-published-at="1769497597" data-use-pagination="False"> Il Consiglio d’Europa scheda i politici leghisti Una vera e propria schedatura, una lista di presunti «impresentabili» accompagnata da screen shot di post sui social network e da dichiarazioni. Il Consiglio d'Europa, organizzazione internazionale sui diritti umani che ha sede a Strasburgo, e che ha legami strettissimi con la Ue, ha diffuso un report nel quale mette all'indice partiti e singoli protagonisti politici, a poche settimane dalle elezioni europee. Nel mirino presunti attacchi all'accoglienza dei migranti e discriminazioni razziali. A denunciare l'accaduto uno degli esponenti politici presi di mira, Paolo Grimoldi della Lega, vice presidente della Commissione Esteri della Camera e componente della delegazione parlamentare italiana presso lo stesso Consiglio d'Europa. «Il Consiglio d'Europa», spiega Grimoldi, «ha schedato, con un'inquietante attività di dossieraggio, tutti i parlamentari appartenenti a formazioni politiche scomode per i burocrati europei, ovvero la Lega, il Partito della Libertà austriaco (Fpo), Alternative for Deutschland e il Front National, con specifiche schedature non solo dei movimenti ma anche dei loro esponenti, come Marine Le Pen del Fn, Martin Graf del Fpo, Ulrich Oehme di Afd, e tra i leghisti il sottoscritto. Tutti accusati di essere populisti, razzisti o xenofobi. Nel mio caso specifico», denuncia Grimoldi, «sono stati allegati alcuni miei post o miei comunicati stampa, su crimini commessi in Italia dai Rom o da immigrati clandestini. Un fatto inquietante. Un'istituzione democratica e autorevole a livello europeo come il Consiglio d'Europa giudica parole e pensieri dei propri componenti, attraverso una schedatura, che di fatto è un attacco alla libertà di espressione e di libera opinione». Basta leggere il paragrafo dedicato a Grimoldi e alla Lega per comprendere l'assurdità di questo dossier. Al deputato viene contestato ad esempio un tweet dello scorso 22 febbraio, che riportiamo testualmente: «19 richiedenti asilo nigeriani (da che guerra scappano?) spacciavano droga a Morbegno davanti a scuole e giardinetti. 19 “risorse" che ospitavamo. Delinquenti che nessuno controllava e che mantenevamo a nostre spese. Chi li ha fatti entrare dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa!». Non solo: la Lega nella sua interezza viene descritta come una forza politica «conosciuta per le sue politiche radicali anti immigrazione, che promuovono odio e discriminazione contro gli immigrati». Il report inizia con l'esplicita condanna preventiva della «Alleanza europea dei popoli e delle nazioni», il gruppo al quale aderiranno dopo le elezioni i partiti messi all'indice dal Consiglio d'Europa e molti altri. A proposito di elezioni europee, a meno di una settimana dal termine ultimo per la presentazione delle liste, si vanno ormai definendo gli schieramenti. Non mancano le novità: ieri, come anticipato alla Verità, Elisabetta Gardini, capogruppo uscente di Forza Italia a Bruxelles, ha comunicato l'addio al partito. Forza Italia recupera però l'uscente Alessandra Mussolini che, salvo clamorosi imprevisti, sarà ricandidata al Sud dopo un lungo periodo di frizioni con i vertici del partito. Fi, nel Nord Est, candida anche Irene Pivetti, ex presidente della Camera della Lega nel 1994. Si profila un derby in famiglia, al Sud, tra i discendenti del Duce: Fratelli d'Italia infatti candida nella circoscrizione meridionale Caio Giulio Cesare Mussolini, pronipote di Benito. Sempre per Fdi in corsa il sociologo Francesco Alberoni, nel Nord Ovest. Tra i capolista del Pd, ci sono Carlo Calenda (Nord Est) e l'ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (Sud). Nicola Zingaretti ha aperto le porte anche a chi, come Massimo Paolucci, ricandidato al Sud, era stato eletto nel Pd nel 2014 ed era poi passato a Mdp. Candidato per il Pd al Centro Massimiliano Smeriglio, di Campo Progressista, movimento fondato da Giuliano Pisapia, che sarà capolista al Nord Ovest. Nel Nord Est in campo anche Roberto Battiston, ex Asi. La Lega punta tutto su Matteo Salvini, che sarò capolista in tutte e cinque le circoscrizioni. Saranno ricandidati gli uscenti, mentre per le new entry si fanno i nomi del docente euroscettico Antonio Maria Rinaldi e di Vincenzo Sofo, fondatore del think tank «Il Talebano», e fidanzato di Marion Le Pen. Nelle prossime ore il quadro sarà definito: Salvini sta esaminando le varie ipotesi di candidatura che arrivano dai territori. Per il M5s in corsa ci sono tra gli altri il sindaco di Livorno Filippo Nogarin e l'ex Iena Dino Giarrusso. La scelta dei capilista spetta a Luigi Di Maio, che punterà su cinque donne: già ufficiali i nomi di Alessandra Todde, ceo di Olidata (Isole), e della giornalista emiliana Sabrina Pignedoli (Nord Est).
Polizia e mezzi di soccorso a Rogoredo (Ansa)
Un nordafricano di quasi 30 anni (classe 1997), di origine marocchina, irregolare e pregiudicato (precedenti per droga, resistenza e lesioni), è morto nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio in via Peppino Impastato a Milano, zona Rogoredo, vicino al celebre boschetto della droga, durante un’operazione antispaccio della polizia. Il clandestino impugnava una pistola priva di cappuccio rosso, identica a un’arma vera, modello Beretta 92, in dotazione da anni anche alle nostre forze dell’ordine. A sparare è stato un agente in borghese (ora indagato), impegnato insieme ad altri colleghi in un servizio di pattugliamento nell’area.
La sparatoria è avvenuta a poche centinaia di metri dall’Arena di Santa Giulia, una delle sedi principali delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, che inizieranno tra dieci giorni. Rogoredo è uno degli snodi logistici indicati per l’accesso degli spettatori e l’area è da tempo sottoposta a controlli rafforzati anche in vista dell’evento olimpico. Per di più è una zona che era stata citata durante la conferenza stampa di Natale dal sindaco Beppe Sala, che aveva parlato di un miglioramento della situazione nel tristemente celebre boschetto della droga di Rogoredo.
Secondo la prima ricostruzione, ora al vaglio della Squadra Mobile, gli agenti operavano in abiti civili lungo via Impastato, una delle direttrici più sensibili del quartiere, a ridosso dei binari ferroviari e delle aree verdi. L’uomo avrebbe incrociato i poliziotti, impegnati con una terza persona, e si sarebbe avvicinato, mettendosi di traverso. In pochi secondi avrebbe estratto una pistola e l’avrebbe puntata contro di loro. L’arma non presentava alcun segno distintivo, né il tappo rosso previsto per le armi giocattolo, rendendola indistinguibile da una pistola reale.
Uno degli agenti ha reagito sparando. I colpi hanno raggiunto il trentenne alla parte alta del corpo. L’uomo è morto sul posto. Inutili i tentativi di soccorso del 118. Accanto al corpo è stata rinvenuta la pistola, risultata poi essere un’arma a salve, una replica fedele di un modello in dotazione anche alle forze dell’ordine. Un elemento che gli investigatori considerano centrale nella valutazione della percezione del pericolo da parte degli agenti.
Sul posto sono intervenuti il medico legale, la polizia scientifica e gli uomini della Squadra Mobile, che stanno verificando la dinamica dell’accaduto, la distanza dei colpi e la posizione dei presenti. Al vaglio anche eventuali immagini di videosorveglianza e le testimonianze raccolte nelle ore successive. L’uomo ucciso risultava noto alle forze dell’ordine. La sua presenza nell’area si inserisce in un contesto che da anni resta uno dei più critici di Milano sul fronte dello spaccio di droga. Secondo dati e resoconti ufficiali delle forze dell’ordine, il parco e le aree verdi di Rogoredo e San Donato rappresentano da oltre un decennio una delle principali piazze di spaccio del Nord Italia. Negli ultimi anni si sono susseguite decine di operazioni di polizia: arresti per associazione a delinquere, sequestri di chili di stupefacenti, identificazioni di centinaia di persone in singole giornate di controllo.
Solo nel 2025, durante controlli straordinari disposti dalla Prefettura, sono state identificate oltre 1.000 persone in poche settimane ed effettuati numerosi arresti per spaccio e reati collegati. Le forze dell’ordine descrivono l’area come una «scena aperta» di consumo e traffico di droga, con flussi continui di acquirenti provenienti anche da fuori città. Le operazioni di bonifica hanno più volte ridotto la visibilità del fenomeno, senza però eliminarlo.
Negli ultimi anni il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha più volte dichiarato di aver «ripulito» il boschetto di Rogoredo e di aver migliorato la situazione dell’area, rivendicando l’efficacia degli interventi messi in campo dal Comune insieme alle forze dell’ordine. Dichiarazioni rilanciate anche in vista delle Olimpiadi, con l’obiettivo di presentare un quadrante urbano finalmente normalizzato, a ridosso di una delle principali infrastrutture sportive dei Giochi.
La cronaca, però, continua a raccontare un’altra storia. Lo spaccio non è mai scomparso, ma si è spostato di poche decine o centinaia di metri, adattandosi alle operazioni di controllo. Via Impastato resta una zona ad alta tensione, dove gli agenti operano in borghese e dove il rischio di interventi improvvisi è elevato. Negli ultimi anni Rogoredo ha continuato a registrare arresti quotidiani, morti per overdose, aggressioni e interventi d’emergenza.
La sparatoria di lunedì si inserisce in questa continuità. Avviene a ridosso di un evento mondiale, in un’area indicata come risanata, ma che continua a richiedere un presidio costante e operazioni ad alto rischio. Il degrado denunciato da residenti, operatori sociali e forze dell’ordine non è stato superato, ma gestito. E mentre Milano si prepara a mostrarsi al mondo con l’Arena di Santa Giulia come simbolo della città olimpica, Rogoredo continua a produrre la stessa cronaca di sempre, fatta di pattugliamenti, armi - vere o presunte - e morti che riaprono, ogni volta, lo stesso problema mai davvero risolto.
Salvini: «Io sto con il poliziotto». Sala balbetta: «Niente slogan»
La tragedia nel gelo di una sera a Rogoredo. E nel gelo di una città che non vede e non ascolta gli allarmi sicurezza. Tutto comincia a ribollire a margine dell’uccisione del giovane nel boschetto milanese della droga. Quella pistola Beretta 92 (risultata finta) puntata contro un poliziotto dal ventenne immigrato, si contrappone al revolver vero che ha fatto fuoco e innescato il dramma. Il caso diventa immediatamente politico. Mentre l’opposizione ha già cominciato a strumentalizzare la vicenda in chiave colpevolista, il governo fa muro.
Il vicepremier Matteo Salvini non ha dubbi e si schiera con le forze dell’ordine, ancora una volta sotto pressione: «Sono dalla parte del poliziotto senza se e senza ma. Il giovane aveva estratto una pistola e per questo è stato colpito. Solidarietà alle donne e agli uomini in divisa che ogni giorno difendono i cittadini perbene. L’auspicio è che, davanti alla tragedia appena avvenuta a Milano, nessun agente finisca ingiustamente nel tritacarne. La Lega ribadisce anche la necessità e l’urgenza di approvare il pacchetto Sicurezza per aiutare le forze dell’ordine a tutelare i cittadini con sempre maggior efficacia».
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, preferisce attendere i rapporti ufficiali della Questura. «Le prime notizie ovviamente scontano un margine ancora di approssimazione. Non ho motivo di presumere sulla legittimità o proporzionalità dell’intervento fatto, ma non diamo scudi immunitari a nessuno. Le autorità competenti adesso vaglieranno il caso. Chiedo solo di non fare presunzioni di colpevolezza. Da parte mia assicuro che non ci saranno scudi immunitari. Ci rimetteremo in maniera serena alla valutazione di quello che sarà stato lo svolgimento dei fatti, ancora una volta in un contesto molto complicato».
Un contesto di degrado e di emergenza continuata, che in 15 anni di amministrazioni di sinistra (prima Giuliano Pisapia, poi la doppietta di Giuseppe Sala) è diventato un cancro per la metropoli lombarda anche per la sottovalutazione, quando non il disinteresse, di una politica sociale improntata all’accoglienza diffusa anche quando si è dimostrata un fallimento. Con la deriva di ragazzi allo sbando, lasciati nel bivio fra la schiavitù nel sottobosco del lavoro e la discesa negli inferi della droga e della criminalità. Con la cloaca di Rogoredo come punto di riferimento quasi extragiudiziale.
Anche per questo, in una simile situazione da baratro civile, è singolare che il sindaco Sala continui a ritenere l’emergenza sicurezza «una narrazione». Ancora ieri, a margine di un evento con il leader di Azione Carlo Calenda, il borgomastro del fallimento si difendeva così: «La sicurezza a Milano non sta sfuggendo di mano e non può essere trattata a slogan. È una situazione che riguarda l’intero Paese. Trovo ridicolo chi ci accusa di esserci svegliati adesso, io ne ho fatto oggetto della mia campagna elettorale. Ma quando chiedo quante sono le forze di polizia, la risposta non c’è. Il problema non è solo mio, servono più divise per strada».
La delega alla sicurezza però è in capo al sindaco. Riccardo De Corato (Fdi) contesta la scelta: «A pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, Milano non si fa mancare nulla, ora anche una sparatoria in città. Servono subito presidi di polizia locale ed è inammissibile che Sala tenga la delega per sé». Il sindaco per anni ha criticato - comodità politica - le iniziative della Questura sugli sgomberi, sui controlli, sui blitz in Stazione Centrale nel tentativo di contrastare l’avanzata del crimine, soprattutto da parte dei disperati clandestini. Ora dice: «Servono più divise per strada». Fino a ieri, mentre i maranza si appropriavano del territorio, serviva «più inclusione culturale». Poi arrivano gli spari di Rogoredo ad aprirgli gli occhi.
Continua a leggereRiduci