• Dopo l’addio del dem Sandro Gozi, che correrà per En Marche, Nicola Zingaretti imbarca una fedelissima del capo dell’Eliseo. In entrambi i casi, Parigi si fa beffe di noi. Proprio mentre piovono conferme delle mosse ai nostri danni in Libia.
  • In campo il megafono di Jean-Claude Juncker. Nelle file dei democratici Beatrice Covassi, finora sconosciuta rappresentante Ue in Italia. Impostaci dalla Commissione, amava farsi chiamare «ambasciatrice».
  • Il Consiglio d’Europa scheda i politici leghisti. L’organismo, per le europee, ha stilato una lista di partiti sgraditi perché «ostili all’accoglienza dei migranti». Tra essi il Carroccio e il segretario lumbard Paolo Grimoldi. Impazza il toto candidati. Fi perde Elisabetta Gardini ma riacquista Alessandra Mussolini. Francesco Alberoni per Giorgia Meloni.

Lo speciale comprende tre articoli.

Scambio di maglie e gagliardetti tra il Pd e En Marche di Emmanuel Macron. Ma forse divisa e bandiera sono di una sola squadra: quella del presidente francese. È lui a diramare le convocazioni: quanto al povero Nicola Zingaretti, al massimo riceve una telefonata (neanche da Macron) e deve sbrigarsi a liberare un posto in lista.

Alcune settimane fa, La Verità si era occupata dello strano caso di Sandro Gozi. Già prodiano, già renziano, già sottosegretario alle Politiche europee, già membro (i maligni si sono chiesti: in quota italiana o francese?) del gruppo di «saggi» che avrebbe dovuto redigere il Trattato del Quirinale, cioè un mega accordo politico tra Parigi e Roma, Gozi ha annunciato la sua candidatura alle Europee in Francia, proprio nelle liste di Macron. E quando il 26 marzo si è tenuta la conferenza di presentazione, l’ex sottosegretario ha sparato a palle incatenate contro il governo del suo Paese: «Sono candidato all’estero per testimoniare che c’è un’altra Italia che non è l’Italia di Matteo Salvini, l’Italia di chi stringe la mano e rincorre i gilet gialli più estremisti come Luigi Di Maio, l’Italia di chi si ridicolizza al Parlamento europeo come quella di Giuseppe Conte». Non è bellissimo che un italiano venga arruolato dai francesi per dire quanto siano brutti e cattivi gli italiani.

Comunque, poteva sembrare un tentativo di sistemazione individuale: insomma, per il povero Gozi, una prova di zelo filofrancese per trovare un tetto (e un seggio) a Bruxelles. E invece dev’esserci qualcosa di più, perché nelle ultime ore si è concretizzato un gemellaggio: tu dai un Gozi a me, e io do un’Avanza a te. Avanza sta per Caterina Avanza. Bresciana, 38 anni, già coordinatrice della campagna di En Marche. Ma – oplà – è stata annunciata a sorpresa la sua candidatura per il Pd. La stessa Avanza ha fornito ieri il suo biglietto da visita in due interviste.

Su Repubblica ha spiegato: «Ho dovuto chiedere il permesso a Macron». E lui? «Vai e corri contro le destre», le avrebbe detto. E c’è da immaginarlo all’Eliseo, con Alexandre Benalla o un altro energumeno che gli porge la spada con la quale il presidente tocca la spalla della Avanza, investendola della missione. E la Avanza già parla un linguaggio bellico: «L’ultimo anno e mezzo per En Marche abbiamo messo a punto la macchina da guerra elettorale». Infine, ci fa sapere di essersi candidata a Nord Ovest perché «non mi piacciono i paracadutati»: infatti era residente in Francia da appena 15 anni… Sul Corriere, versione diversa. Qui non c’è stato un permesso chiesto a Macron, ma sarebbe stato lui a indicarla: «È stato lo stesso Macron a insistere. Poi c’è stata una telefonata tra Stanislas Guerini, segretario di En Marche, e Nicola Zingaretti, che ha deciso di candidarmi anche se non sono iscritta al suo partito». Immaginate l’entusiasmo dei tesserati Pd. Di più: se eletta, la Avanza non entrerà neppure nel gruppo Pse, perché Macron vuole costruirne un altro. E Zingaretti? «Si è detto disponibile», fa sapere lei. E sembra di vederlo Zingaretti che fa sì con la testa, sul modello dell’indimenticabile intervista di Fabio Fazio a Macron. La conversazione si chiude con un tocco di finezza della Avanza, che sente il bisogno di dare del «mitomane» a Salvini, tanto per farsi subito conoscere e apprezzare.

Scambio curioso, dunque: gli italiani mandano un filo francese in Francia, e in cambio ricevono… una filo francese! Manca solo un filo italiano, a giudicare dalle prime dichiarazioni. Tragicomicamente, l’annuncio è venuto nel giorno in cui Repubblica, foglio non ostile al Pd (e tanto meno a Macron), fa sapere che gli emissari del generale Khalifa Haftar, prima di sferrare l’attacco a Tripoli e al fragile governo di Fayez Al Serraj, sono andati a Parigi a chiedere l’autorizzazione. Insomma, una mossa francese esplicitamente confliggente con gli interessi italiani in Libia: per gestire il rubinetto dei migranti (indovinate verso dove), e per impossessarsi del rubinetto del petrolio con la Total (altro che Eni).

La domanda sorge spontanea: sulla Libia, con chi staranno Gozi, Avanza e Pd? Con l’Italia o con la Francia? Vietato rispondere «ma anche» o evocare la fantomatica politica estera comune Ue, visto che Macron, l’altro giorno, ha perfino detto no a un blando comunicato europeo che invitava Haftar a fermarsi.

Da segnalare infine nel Pd la candidatura di un altro filo francese: l’ex presidente dell’Agenzia spaziale, nonché Legion d’onore, Roberto Battiston. In diversi gli avevano rimproverato un certo appiattimento verso Parigi. Persa la presidenza Asi, è arrivato puntuale il taxi elettorale del Pd.


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