L’Italia senza Draghi non agita le banche: tanto il Recovery va col pilota automatico
  • Carlo Messina, Alberto Nagel e Andrea Orcel smentiscono i timori dei catastrofisti: il Pnrr è destinato ad andare avanti con qualsiasi governo.
  • Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro. I conti del primo semestre: 1,1 miliardi di svalutazioni per l’esposizione a Mosca e Kiev.

Lo speciale comprende due articoli.

«Non sono affatto preoccupato dalla situazione politica. L’Italia ha fondamentali solidi e qualsiasi tipo di coalizione che vincerà le prossime elezioni sarà obbligata a realizzare il programma del Next generation Eu», ha detto ieri l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, durante la conference call con gli analisti per presentare i conti del primo semestre. «Anche se ci sono elementi di possibile preoccupazione, come la crescita dell’inflazione, il prosieguo del conflitto di Russia e Ucraina e una situazione politica instabile, rimangono positivo. La mia fiducia si basa sui fatti. L’economia italiana», ha continuato, «è molto più forte rispetto alla crisi precedente grazie a fondamentali solidi, il rapporto debito/Pil è elevato ma sostenibile, la ricchezza dei privati è una delle più alte in Europa, le imprese sono finanziariamente più solide che in passato e il sistema bancario è meglio capitalizzato rispetto alla crisi precedente». Quando parla il timoniere della principale banca italiana le parole lasciano un solco assai più profondo rispetto alle solite esternazioni di osservatori da salotto. Il gruppo Intesa Sanpaolo di fatto è il secondo creditore dello Stato nonché un importante stakeholder del governo.

Messina non è, tra l’altro, l’unico grande banchiere a pensarla così. Nelle conferenze telefoniche con cui in questi giorni istituti di credito e società presentano le trimestrali, infatti, gli analisti stranieri si sono mostrati assai interessati a conoscere l’opinione dei big su cosa succederà nei prossimi mesi. Sempre ieri anche l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, è stato interpellato sul tema: «Non penso che dobbiamo essere preoccupati del risultato delle elezioni», ha detto rispondendo a un analista che lo interpellava sui rischi connessi a una vittoria del centrodestra. Nagel ha inoltre ricordato che anche dopo la vittoria del M5s e la nascita della coalizione con la Lega c’è stata «molta volatilità sul mercato» ma poi il governo si è mosso «nella cornice della Ue e sotto la disciplina di bilancio che in un certo modo è imposta dalla Commissione Ue. Mi aspetto che qualsiasi governo ci sia, l’agenda di Draghi dovrà essere l’agenda del nuovo governo, la possono chiamare in un modo diverso, possono mettere degli interventi sociali a seconda della sensibilità di centrodestra o di centrosinistra ma penso che la necessità di ottenere i soldi del Next generation Ue e di essere parti dal Tpi», lo scudo anti spread della Bce, non consenta deviazioni. «Potrà esserci molta propaganda ma alla fine il risultato sarà lo stesso», ha concluso Nagel. Giovedì a commentare il caso politico era stato l’ad di Unicredit Andrea Orcel che aveva liquidato così la questione: «Il timing della crisi di governo non è stato dei migliori. ma sono fiducioso che il nuovo governo assicurerà la stabilità e sono convinto che nessun governo si prenderà la responsabilità di far deragliare il Pnrr».

Queste dichiarazioni, messe in fila, smontano le grida d’allarme lanciate soprattutto a sinistra dagli «orfani» di Mario Draghi che delineavano uno scenario apocalittico dove senza il biglietto da visita di Super Mario la reputazione dell’Italia sarebbe crollata, lo spread sarebbe schizzato alle stelle e la Borsa sarebbe crollata prima della inevitabile occupazione di fascisti, putiniani, no euro e no vax. Le parole sentite in questi giorni dai vari banchieri e manager sono di tutt’altro tenore. Anche per il rispetto della democrazia, della politica e della volontà degli elettori. Certo, è interesse di tutti non precludersi un dialogo con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Ma fino a un certo punto. Perché in realtà è ormai chiaro che chiunque prenderà le redini del Paese dovrà muoversi su un sentiero assai stretto tracciato dall’Europa. Insomma, l’agenda di Draghi in realtà è l’agenda di Christine Lagarde e il prossimo presidente del Consiglio viaggerà con un pilota automatico che rispetterà le coordinate inserite dal Tpi della Bce e con esse le condizionalità fissate da Francoforte per ricevere aiuto in caso di turbolenze.

Già a metà giugno, lo stesso capo di Intesa, Messina, aveva lanciato un appello col piglio quasi più da premier che da banchiere. E con sfumature che erano parse quasi sovraniste ad alcuni osservatori, sebbene quello invocato fosse più che altro un modo per mantenere margini di libertà strategici. «Noi come Paese non abbiamo un problema di sostenibilità del debito, questo deve essere un messaggio chiaro, l’Italia ha la forza di fare le cose in autonomia senza essere attaccata al bocchettone di Francoforte, soprattutto quando hai 10 trilioni di risparmi. È necessario attuare dei piani per accelerare la crescita ma che riducano la dipendenza dalla Bce», aveva detto.

P.s. Ieri un’analista ha chiesto a Messina se sta valutando l’ipotesi di mettersi al servizio del Paese come ministro delle Finanze. «Che io faccia qualcosa d’altro e di vedermi trasformato in un politico e o ministro anche se tecnico ha probabilità zero», ha risposto l’ad.


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