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2022-07-30
L’Italia senza Draghi non agita le banche: tanto il Recovery va col pilota automatico
Carlo Messina (Imagoeconomica)
«Non sono affatto preoccupato dalla situazione politica. L’Italia ha fondamentali solidi e qualsiasi tipo di coalizione che vincerà le prossime elezioni sarà obbligata a realizzare il programma del Next generation Eu», ha detto ieri l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, durante la conference call con gli analisti per presentare i conti del primo semestre. «Anche se ci sono elementi di possibile preoccupazione, come la crescita dell’inflazione, il prosieguo del conflitto di Russia e Ucraina e una situazione politica instabile, rimangono positivo. La mia fiducia si basa sui fatti. L’economia italiana», ha continuato, «è molto più forte rispetto alla crisi precedente grazie a fondamentali solidi, il rapporto debito/Pil è elevato ma sostenibile, la ricchezza dei privati è una delle più alte in Europa, le imprese sono finanziariamente più solide che in passato e il sistema bancario è meglio capitalizzato rispetto alla crisi precedente». Quando parla il timoniere della principale banca italiana le parole lasciano un solco assai più profondo rispetto alle solite esternazioni di osservatori da salotto. Il gruppo Intesa Sanpaolo di fatto è il secondo creditore dello Stato nonché un importante stakeholder del governo.
Messina non è, tra l’altro, l’unico grande banchiere a pensarla così. Nelle conferenze telefoniche con cui in questi giorni istituti di credito e società presentano le trimestrali, infatti, gli analisti stranieri si sono mostrati assai interessati a conoscere l’opinione dei big su cosa succederà nei prossimi mesi. Sempre ieri anche l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, è stato interpellato sul tema: «Non penso che dobbiamo essere preoccupati del risultato delle elezioni», ha detto rispondendo a un analista che lo interpellava sui rischi connessi a una vittoria del centrodestra. Nagel ha inoltre ricordato che anche dopo la vittoria del M5s e la nascita della coalizione con la Lega c’è stata «molta volatilità sul mercato» ma poi il governo si è mosso «nella cornice della Ue e sotto la disciplina di bilancio che in un certo modo è imposta dalla Commissione Ue. Mi aspetto che qualsiasi governo ci sia, l’agenda di Draghi dovrà essere l’agenda del nuovo governo, la possono chiamare in un modo diverso, possono mettere degli interventi sociali a seconda della sensibilità di centrodestra o di centrosinistra ma penso che la necessità di ottenere i soldi del Next generation Ue e di essere parti dal Tpi», lo scudo anti spread della Bce, non consenta deviazioni. «Potrà esserci molta propaganda ma alla fine il risultato sarà lo stesso», ha concluso Nagel. Giovedì a commentare il caso politico era stato l’ad di Unicredit Andrea Orcel che aveva liquidato così la questione: «Il timing della crisi di governo non è stato dei migliori. ma sono fiducioso che il nuovo governo assicurerà la stabilità e sono convinto che nessun governo si prenderà la responsabilità di far deragliare il Pnrr».
Queste dichiarazioni, messe in fila, smontano le grida d’allarme lanciate soprattutto a sinistra dagli «orfani» di Mario Draghi che delineavano uno scenario apocalittico dove senza il biglietto da visita di Super Mario la reputazione dell’Italia sarebbe crollata, lo spread sarebbe schizzato alle stelle e la Borsa sarebbe crollata prima della inevitabile occupazione di fascisti, putiniani, no euro e no vax. Le parole sentite in questi giorni dai vari banchieri e manager sono di tutt’altro tenore. Anche per il rispetto della democrazia, della politica e della volontà degli elettori. Certo, è interesse di tutti non precludersi un dialogo con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Ma fino a un certo punto. Perché in realtà è ormai chiaro che chiunque prenderà le redini del Paese dovrà muoversi su un sentiero assai stretto tracciato dall’Europa. Insomma, l’agenda di Draghi in realtà è l’agenda di Christine Lagarde e il prossimo presidente del Consiglio viaggerà con un pilota automatico che rispetterà le coordinate inserite dal Tpi della Bce e con esse le condizionalità fissate da Francoforte per ricevere aiuto in caso di turbolenze.
Già a metà giugno, lo stesso capo di Intesa, Messina, aveva lanciato un appello col piglio quasi più da premier che da banchiere. E con sfumature che erano parse quasi sovraniste ad alcuni osservatori, sebbene quello invocato fosse più che altro un modo per mantenere margini di libertà strategici. «Noi come Paese non abbiamo un problema di sostenibilità del debito, questo deve essere un messaggio chiaro, l’Italia ha la forza di fare le cose in autonomia senza essere attaccata al bocchettone di Francoforte, soprattutto quando hai 10 trilioni di risparmi. È necessario attuare dei piani per accelerare la crescita ma che riducano la dipendenza dalla Bce», aveva detto.
P.s. Ieri un’analista ha chiesto a Messina se sta valutando l’ipotesi di mettersi al servizio del Paese come ministro delle Finanze. «Che io faccia qualcosa d’altro e di vedermi trasformato in un politico e o ministro anche se tecnico ha probabilità zero», ha risposto l’ad.
Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro
Intesa Sanpaolo annuncia i risultati del primo semestre e un bonus straordinario da 500 euro che il gruppo elargirà a ognuno degli 82.000 dipendenti. Faranno eccezione solo i professionisti con la qualifica di dirigente. La misura in totale vale 48 milioni di euro. L’intervento, approvato dal cda, riunito sotto la presidenza di Gian Maria Gros-Pietro, è stato voluto per aiutare i dipendenti a fronteggiare le difficoltà economiche dovute ai rincari di beni alimentari ed energetici, nonché le situazioni di difficoltà derivanti dall’emergenza pandemica.
Tutti fenomeni che hanno messo in difficoltà anche i numeri della banca. Ca’ de Sass ha infatti chiuso il primo semestre del 2022 con un utile netto di 2,3 miliardi di euro, in calo rispetto ai 3 miliardi dello stesso periodo del 2021. Sul dato inficiano tra l’altro rettifiche di valore nette su crediti pari a 1,4 miliardi (comprendenti 1,093 miliardi per l’esposizione a Russia e Ucraina). Senza queste ultime l’utile sarebbe a 3,2 miliardi, con un aumento dell’8,4%. In calo dell’11,7% anche l’utile del secondo trimestre a 1,3 miliardi.
Come ha spiegato l’ad del gruppo Carlo Messina, «l’esposizione di Intesa Sanpaolo verso la Russia è limitata a circa l’1% dei crediti verso la clientela del gruppo ed è in diminuzione».
Del resto, l’esposizione è stata ridotta di oltre 0,4 miliardi dall’inizio del conflitto senza nuovi finanziamenti o investimenti. Complessivamente gli accantonamenti o le svalutazioni sono stati pari a 1,1 miliardi per l’esposizione verso Russia e Ucraina nei primi sei mesi.
Inoltre, l’esposizione verso le controparti russe incluse nelle liste di nomi a cui si applicano le sanzioni è pari a 0,4 miliardi. I finanziamenti locali ai clienti russi sono limitati a meno dello 0,2% dei prestiti alla clientela del gruppo. Ridotta infine anche la presenza territoriale in Russia, con circa 25 filiali. «Intesa Sanpaolo rimane ai vertici di settore nel 2022 per redditività: stimiamo infatti di superare i 4 miliardi di utile netto, in assenza di ulteriori criticità relative all’approvvigionamento energetico e delle materie prime», ha detto Messina, commentando i risultati del primo semestre. «In caso di ipotesi molto conservativa di copertura al 40% delle esposizioni nei confronti di Russia e Ucraina stimiamo un risultato netto ben superiore a 3 miliardi di euro. I risultati raggiunti nel primo semestre 2022 sono l’ulteriore dimostrazione di come Intesa Sanpaolo sappia, in contesti estremamente complessi, generare una redditività significativa e sostenibile grazie a un modello di business fortemente diversificato e resiliente, a vantaggio di tutti gli stakeholders».
Per quanto riguarda la remunerazione degli azionisti, la banca ha in programma un pay out ratio pari al 70% dell’utile netto in ogni anno del piano industriale. Il cda di Intesa Sanpaolo «ha previsto come acconto dividendi cash da distribuire a valere sui risultati del 2022 un ammontare non inferiore a 1,1 miliardi», ha detto l’istituto nel comunicato sui conti. «La delibera consiliare in merito all’acconto dividendi», prosegue la nota, «verrà definita il 4 novembre prossimo, in occasione dell’approvazione dei risultati consolidati al 30 settembre 2022, in relazione ai risultati del terzo trimestre 2022 e di quelli prevedibili per il quarto trimestre».
Messina ha anche ricordato che il gruppo si avvicina sempre più all’obiettivo di non avere crediti deteriorati. «Ci avviciniamo a essere una banca a zero Npl», ha detto Messina.
Del resto, l’istituto nel semestre ha visto una forte riduzione del profilo di rischio, con un taglio del costo del rischio e una diminuzione di 4,1 miliardi di euro dello stock di crediti deteriorati, al lordo delle rettifiche, nel primo semestre dell’anno.
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Carlo Messina, Alberto Nagel e Andrea Orcel smentiscono i timori dei catastrofisti: il Pnrr è destinato ad andare avanti con qualsiasi governo.Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro. I conti del primo semestre: 1,1 miliardi di svalutazioni per l’esposizione a Mosca e Kiev.Lo speciale comprende due articoli.«Non sono affatto preoccupato dalla situazione politica. L’Italia ha fondamentali solidi e qualsiasi tipo di coalizione che vincerà le prossime elezioni sarà obbligata a realizzare il programma del Next generation Eu», ha detto ieri l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, durante la conference call con gli analisti per presentare i conti del primo semestre. «Anche se ci sono elementi di possibile preoccupazione, come la crescita dell’inflazione, il prosieguo del conflitto di Russia e Ucraina e una situazione politica instabile, rimangono positivo. La mia fiducia si basa sui fatti. L’economia italiana», ha continuato, «è molto più forte rispetto alla crisi precedente grazie a fondamentali solidi, il rapporto debito/Pil è elevato ma sostenibile, la ricchezza dei privati è una delle più alte in Europa, le imprese sono finanziariamente più solide che in passato e il sistema bancario è meglio capitalizzato rispetto alla crisi precedente». Quando parla il timoniere della principale banca italiana le parole lasciano un solco assai più profondo rispetto alle solite esternazioni di osservatori da salotto. Il gruppo Intesa Sanpaolo di fatto è il secondo creditore dello Stato nonché un importante stakeholder del governo.Messina non è, tra l’altro, l’unico grande banchiere a pensarla così. Nelle conferenze telefoniche con cui in questi giorni istituti di credito e società presentano le trimestrali, infatti, gli analisti stranieri si sono mostrati assai interessati a conoscere l’opinione dei big su cosa succederà nei prossimi mesi. Sempre ieri anche l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, è stato interpellato sul tema: «Non penso che dobbiamo essere preoccupati del risultato delle elezioni», ha detto rispondendo a un analista che lo interpellava sui rischi connessi a una vittoria del centrodestra. Nagel ha inoltre ricordato che anche dopo la vittoria del M5s e la nascita della coalizione con la Lega c’è stata «molta volatilità sul mercato» ma poi il governo si è mosso «nella cornice della Ue e sotto la disciplina di bilancio che in un certo modo è imposta dalla Commissione Ue. Mi aspetto che qualsiasi governo ci sia, l’agenda di Draghi dovrà essere l’agenda del nuovo governo, la possono chiamare in un modo diverso, possono mettere degli interventi sociali a seconda della sensibilità di centrodestra o di centrosinistra ma penso che la necessità di ottenere i soldi del Next generation Ue e di essere parti dal Tpi», lo scudo anti spread della Bce, non consenta deviazioni. «Potrà esserci molta propaganda ma alla fine il risultato sarà lo stesso», ha concluso Nagel. Giovedì a commentare il caso politico era stato l’ad di Unicredit Andrea Orcel che aveva liquidato così la questione: «Il timing della crisi di governo non è stato dei migliori. ma sono fiducioso che il nuovo governo assicurerà la stabilità e sono convinto che nessun governo si prenderà la responsabilità di far deragliare il Pnrr». Queste dichiarazioni, messe in fila, smontano le grida d’allarme lanciate soprattutto a sinistra dagli «orfani» di Mario Draghi che delineavano uno scenario apocalittico dove senza il biglietto da visita di Super Mario la reputazione dell’Italia sarebbe crollata, lo spread sarebbe schizzato alle stelle e la Borsa sarebbe crollata prima della inevitabile occupazione di fascisti, putiniani, no euro e no vax. Le parole sentite in questi giorni dai vari banchieri e manager sono di tutt’altro tenore. Anche per il rispetto della democrazia, della politica e della volontà degli elettori. Certo, è interesse di tutti non precludersi un dialogo con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Ma fino a un certo punto. Perché in realtà è ormai chiaro che chiunque prenderà le redini del Paese dovrà muoversi su un sentiero assai stretto tracciato dall’Europa. Insomma, l’agenda di Draghi in realtà è l’agenda di Christine Lagarde e il prossimo presidente del Consiglio viaggerà con un pilota automatico che rispetterà le coordinate inserite dal Tpi della Bce e con esse le condizionalità fissate da Francoforte per ricevere aiuto in caso di turbolenze.Già a metà giugno, lo stesso capo di Intesa, Messina, aveva lanciato un appello col piglio quasi più da premier che da banchiere. E con sfumature che erano parse quasi sovraniste ad alcuni osservatori, sebbene quello invocato fosse più che altro un modo per mantenere margini di libertà strategici. «Noi come Paese non abbiamo un problema di sostenibilità del debito, questo deve essere un messaggio chiaro, l’Italia ha la forza di fare le cose in autonomia senza essere attaccata al bocchettone di Francoforte, soprattutto quando hai 10 trilioni di risparmi. È necessario attuare dei piani per accelerare la crescita ma che riducano la dipendenza dalla Bce», aveva detto.P.s. Ieri un’analista ha chiesto a Messina se sta valutando l’ipotesi di mettersi al servizio del Paese come ministro delle Finanze. «Che io faccia qualcosa d’altro e di vedermi trasformato in un politico e o ministro anche se tecnico ha probabilità zero», ha risposto l’ad. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-senza-draghi-non-agita-le-banche-tanto-il-recovery-va-col-pilota-automatico-2657777881.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ai-dipendenti-di-intesa-sanpaolo-un-bonus-anti-inflazione-da-500-euro" data-post-id="2657777881" data-published-at="1659125824" data-use-pagination="False"> Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro Intesa Sanpaolo annuncia i risultati del primo semestre e un bonus straordinario da 500 euro che il gruppo elargirà a ognuno degli 82.000 dipendenti. Faranno eccezione solo i professionisti con la qualifica di dirigente. La misura in totale vale 48 milioni di euro. L’intervento, approvato dal cda, riunito sotto la presidenza di Gian Maria Gros-Pietro, è stato voluto per aiutare i dipendenti a fronteggiare le difficoltà economiche dovute ai rincari di beni alimentari ed energetici, nonché le situazioni di difficoltà derivanti dall’emergenza pandemica. Tutti fenomeni che hanno messo in difficoltà anche i numeri della banca. Ca’ de Sass ha infatti chiuso il primo semestre del 2022 con un utile netto di 2,3 miliardi di euro, in calo rispetto ai 3 miliardi dello stesso periodo del 2021. Sul dato inficiano tra l’altro rettifiche di valore nette su crediti pari a 1,4 miliardi (comprendenti 1,093 miliardi per l’esposizione a Russia e Ucraina). Senza queste ultime l’utile sarebbe a 3,2 miliardi, con un aumento dell’8,4%. In calo dell’11,7% anche l’utile del secondo trimestre a 1,3 miliardi. Come ha spiegato l’ad del gruppo Carlo Messina, «l’esposizione di Intesa Sanpaolo verso la Russia è limitata a circa l’1% dei crediti verso la clientela del gruppo ed è in diminuzione». Del resto, l’esposizione è stata ridotta di oltre 0,4 miliardi dall’inizio del conflitto senza nuovi finanziamenti o investimenti. Complessivamente gli accantonamenti o le svalutazioni sono stati pari a 1,1 miliardi per l’esposizione verso Russia e Ucraina nei primi sei mesi. Inoltre, l’esposizione verso le controparti russe incluse nelle liste di nomi a cui si applicano le sanzioni è pari a 0,4 miliardi. I finanziamenti locali ai clienti russi sono limitati a meno dello 0,2% dei prestiti alla clientela del gruppo. Ridotta infine anche la presenza territoriale in Russia, con circa 25 filiali. «Intesa Sanpaolo rimane ai vertici di settore nel 2022 per redditività: stimiamo infatti di superare i 4 miliardi di utile netto, in assenza di ulteriori criticità relative all’approvvigionamento energetico e delle materie prime», ha detto Messina, commentando i risultati del primo semestre. «In caso di ipotesi molto conservativa di copertura al 40% delle esposizioni nei confronti di Russia e Ucraina stimiamo un risultato netto ben superiore a 3 miliardi di euro. I risultati raggiunti nel primo semestre 2022 sono l’ulteriore dimostrazione di come Intesa Sanpaolo sappia, in contesti estremamente complessi, generare una redditività significativa e sostenibile grazie a un modello di business fortemente diversificato e resiliente, a vantaggio di tutti gli stakeholders». Per quanto riguarda la remunerazione degli azionisti, la banca ha in programma un pay out ratio pari al 70% dell’utile netto in ogni anno del piano industriale. Il cda di Intesa Sanpaolo «ha previsto come acconto dividendi cash da distribuire a valere sui risultati del 2022 un ammontare non inferiore a 1,1 miliardi», ha detto l’istituto nel comunicato sui conti. «La delibera consiliare in merito all’acconto dividendi», prosegue la nota, «verrà definita il 4 novembre prossimo, in occasione dell’approvazione dei risultati consolidati al 30 settembre 2022, in relazione ai risultati del terzo trimestre 2022 e di quelli prevedibili per il quarto trimestre». Messina ha anche ricordato che il gruppo si avvicina sempre più all’obiettivo di non avere crediti deteriorati. «Ci avviciniamo a essere una banca a zero Npl», ha detto Messina. Del resto, l’istituto nel semestre ha visto una forte riduzione del profilo di rischio, con un taglio del costo del rischio e una diminuzione di 4,1 miliardi di euro dello stock di crediti deteriorati, al lordo delle rettifiche, nel primo semestre dell’anno.
Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (Ansa)
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
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Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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Edi Rama (Ansa)
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
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