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2022-07-30
L’Italia senza Draghi non agita le banche: tanto il Recovery va col pilota automatico
Carlo Messina (Imagoeconomica)
«Non sono affatto preoccupato dalla situazione politica. L’Italia ha fondamentali solidi e qualsiasi tipo di coalizione che vincerà le prossime elezioni sarà obbligata a realizzare il programma del Next generation Eu», ha detto ieri l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, durante la conference call con gli analisti per presentare i conti del primo semestre. «Anche se ci sono elementi di possibile preoccupazione, come la crescita dell’inflazione, il prosieguo del conflitto di Russia e Ucraina e una situazione politica instabile, rimangono positivo. La mia fiducia si basa sui fatti. L’economia italiana», ha continuato, «è molto più forte rispetto alla crisi precedente grazie a fondamentali solidi, il rapporto debito/Pil è elevato ma sostenibile, la ricchezza dei privati è una delle più alte in Europa, le imprese sono finanziariamente più solide che in passato e il sistema bancario è meglio capitalizzato rispetto alla crisi precedente». Quando parla il timoniere della principale banca italiana le parole lasciano un solco assai più profondo rispetto alle solite esternazioni di osservatori da salotto. Il gruppo Intesa Sanpaolo di fatto è il secondo creditore dello Stato nonché un importante stakeholder del governo.
Messina non è, tra l’altro, l’unico grande banchiere a pensarla così. Nelle conferenze telefoniche con cui in questi giorni istituti di credito e società presentano le trimestrali, infatti, gli analisti stranieri si sono mostrati assai interessati a conoscere l’opinione dei big su cosa succederà nei prossimi mesi. Sempre ieri anche l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, è stato interpellato sul tema: «Non penso che dobbiamo essere preoccupati del risultato delle elezioni», ha detto rispondendo a un analista che lo interpellava sui rischi connessi a una vittoria del centrodestra. Nagel ha inoltre ricordato che anche dopo la vittoria del M5s e la nascita della coalizione con la Lega c’è stata «molta volatilità sul mercato» ma poi il governo si è mosso «nella cornice della Ue e sotto la disciplina di bilancio che in un certo modo è imposta dalla Commissione Ue. Mi aspetto che qualsiasi governo ci sia, l’agenda di Draghi dovrà essere l’agenda del nuovo governo, la possono chiamare in un modo diverso, possono mettere degli interventi sociali a seconda della sensibilità di centrodestra o di centrosinistra ma penso che la necessità di ottenere i soldi del Next generation Ue e di essere parti dal Tpi», lo scudo anti spread della Bce, non consenta deviazioni. «Potrà esserci molta propaganda ma alla fine il risultato sarà lo stesso», ha concluso Nagel. Giovedì a commentare il caso politico era stato l’ad di Unicredit Andrea Orcel che aveva liquidato così la questione: «Il timing della crisi di governo non è stato dei migliori. ma sono fiducioso che il nuovo governo assicurerà la stabilità e sono convinto che nessun governo si prenderà la responsabilità di far deragliare il Pnrr».
Queste dichiarazioni, messe in fila, smontano le grida d’allarme lanciate soprattutto a sinistra dagli «orfani» di Mario Draghi che delineavano uno scenario apocalittico dove senza il biglietto da visita di Super Mario la reputazione dell’Italia sarebbe crollata, lo spread sarebbe schizzato alle stelle e la Borsa sarebbe crollata prima della inevitabile occupazione di fascisti, putiniani, no euro e no vax. Le parole sentite in questi giorni dai vari banchieri e manager sono di tutt’altro tenore. Anche per il rispetto della democrazia, della politica e della volontà degli elettori. Certo, è interesse di tutti non precludersi un dialogo con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Ma fino a un certo punto. Perché in realtà è ormai chiaro che chiunque prenderà le redini del Paese dovrà muoversi su un sentiero assai stretto tracciato dall’Europa. Insomma, l’agenda di Draghi in realtà è l’agenda di Christine Lagarde e il prossimo presidente del Consiglio viaggerà con un pilota automatico che rispetterà le coordinate inserite dal Tpi della Bce e con esse le condizionalità fissate da Francoforte per ricevere aiuto in caso di turbolenze.
Già a metà giugno, lo stesso capo di Intesa, Messina, aveva lanciato un appello col piglio quasi più da premier che da banchiere. E con sfumature che erano parse quasi sovraniste ad alcuni osservatori, sebbene quello invocato fosse più che altro un modo per mantenere margini di libertà strategici. «Noi come Paese non abbiamo un problema di sostenibilità del debito, questo deve essere un messaggio chiaro, l’Italia ha la forza di fare le cose in autonomia senza essere attaccata al bocchettone di Francoforte, soprattutto quando hai 10 trilioni di risparmi. È necessario attuare dei piani per accelerare la crescita ma che riducano la dipendenza dalla Bce», aveva detto.
P.s. Ieri un’analista ha chiesto a Messina se sta valutando l’ipotesi di mettersi al servizio del Paese come ministro delle Finanze. «Che io faccia qualcosa d’altro e di vedermi trasformato in un politico e o ministro anche se tecnico ha probabilità zero», ha risposto l’ad.
Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro
Intesa Sanpaolo annuncia i risultati del primo semestre e un bonus straordinario da 500 euro che il gruppo elargirà a ognuno degli 82.000 dipendenti. Faranno eccezione solo i professionisti con la qualifica di dirigente. La misura in totale vale 48 milioni di euro. L’intervento, approvato dal cda, riunito sotto la presidenza di Gian Maria Gros-Pietro, è stato voluto per aiutare i dipendenti a fronteggiare le difficoltà economiche dovute ai rincari di beni alimentari ed energetici, nonché le situazioni di difficoltà derivanti dall’emergenza pandemica.
Tutti fenomeni che hanno messo in difficoltà anche i numeri della banca. Ca’ de Sass ha infatti chiuso il primo semestre del 2022 con un utile netto di 2,3 miliardi di euro, in calo rispetto ai 3 miliardi dello stesso periodo del 2021. Sul dato inficiano tra l’altro rettifiche di valore nette su crediti pari a 1,4 miliardi (comprendenti 1,093 miliardi per l’esposizione a Russia e Ucraina). Senza queste ultime l’utile sarebbe a 3,2 miliardi, con un aumento dell’8,4%. In calo dell’11,7% anche l’utile del secondo trimestre a 1,3 miliardi.
Come ha spiegato l’ad del gruppo Carlo Messina, «l’esposizione di Intesa Sanpaolo verso la Russia è limitata a circa l’1% dei crediti verso la clientela del gruppo ed è in diminuzione».
Del resto, l’esposizione è stata ridotta di oltre 0,4 miliardi dall’inizio del conflitto senza nuovi finanziamenti o investimenti. Complessivamente gli accantonamenti o le svalutazioni sono stati pari a 1,1 miliardi per l’esposizione verso Russia e Ucraina nei primi sei mesi.
Inoltre, l’esposizione verso le controparti russe incluse nelle liste di nomi a cui si applicano le sanzioni è pari a 0,4 miliardi. I finanziamenti locali ai clienti russi sono limitati a meno dello 0,2% dei prestiti alla clientela del gruppo. Ridotta infine anche la presenza territoriale in Russia, con circa 25 filiali. «Intesa Sanpaolo rimane ai vertici di settore nel 2022 per redditività: stimiamo infatti di superare i 4 miliardi di utile netto, in assenza di ulteriori criticità relative all’approvvigionamento energetico e delle materie prime», ha detto Messina, commentando i risultati del primo semestre. «In caso di ipotesi molto conservativa di copertura al 40% delle esposizioni nei confronti di Russia e Ucraina stimiamo un risultato netto ben superiore a 3 miliardi di euro. I risultati raggiunti nel primo semestre 2022 sono l’ulteriore dimostrazione di come Intesa Sanpaolo sappia, in contesti estremamente complessi, generare una redditività significativa e sostenibile grazie a un modello di business fortemente diversificato e resiliente, a vantaggio di tutti gli stakeholders».
Per quanto riguarda la remunerazione degli azionisti, la banca ha in programma un pay out ratio pari al 70% dell’utile netto in ogni anno del piano industriale. Il cda di Intesa Sanpaolo «ha previsto come acconto dividendi cash da distribuire a valere sui risultati del 2022 un ammontare non inferiore a 1,1 miliardi», ha detto l’istituto nel comunicato sui conti. «La delibera consiliare in merito all’acconto dividendi», prosegue la nota, «verrà definita il 4 novembre prossimo, in occasione dell’approvazione dei risultati consolidati al 30 settembre 2022, in relazione ai risultati del terzo trimestre 2022 e di quelli prevedibili per il quarto trimestre».
Messina ha anche ricordato che il gruppo si avvicina sempre più all’obiettivo di non avere crediti deteriorati. «Ci avviciniamo a essere una banca a zero Npl», ha detto Messina.
Del resto, l’istituto nel semestre ha visto una forte riduzione del profilo di rischio, con un taglio del costo del rischio e una diminuzione di 4,1 miliardi di euro dello stock di crediti deteriorati, al lordo delle rettifiche, nel primo semestre dell’anno.
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Carlo Messina, Alberto Nagel e Andrea Orcel smentiscono i timori dei catastrofisti: il Pnrr è destinato ad andare avanti con qualsiasi governo.Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro. I conti del primo semestre: 1,1 miliardi di svalutazioni per l’esposizione a Mosca e Kiev.Lo speciale comprende due articoli.«Non sono affatto preoccupato dalla situazione politica. L’Italia ha fondamentali solidi e qualsiasi tipo di coalizione che vincerà le prossime elezioni sarà obbligata a realizzare il programma del Next generation Eu», ha detto ieri l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, durante la conference call con gli analisti per presentare i conti del primo semestre. «Anche se ci sono elementi di possibile preoccupazione, come la crescita dell’inflazione, il prosieguo del conflitto di Russia e Ucraina e una situazione politica instabile, rimangono positivo. La mia fiducia si basa sui fatti. L’economia italiana», ha continuato, «è molto più forte rispetto alla crisi precedente grazie a fondamentali solidi, il rapporto debito/Pil è elevato ma sostenibile, la ricchezza dei privati è una delle più alte in Europa, le imprese sono finanziariamente più solide che in passato e il sistema bancario è meglio capitalizzato rispetto alla crisi precedente». Quando parla il timoniere della principale banca italiana le parole lasciano un solco assai più profondo rispetto alle solite esternazioni di osservatori da salotto. Il gruppo Intesa Sanpaolo di fatto è il secondo creditore dello Stato nonché un importante stakeholder del governo.Messina non è, tra l’altro, l’unico grande banchiere a pensarla così. Nelle conferenze telefoniche con cui in questi giorni istituti di credito e società presentano le trimestrali, infatti, gli analisti stranieri si sono mostrati assai interessati a conoscere l’opinione dei big su cosa succederà nei prossimi mesi. Sempre ieri anche l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, è stato interpellato sul tema: «Non penso che dobbiamo essere preoccupati del risultato delle elezioni», ha detto rispondendo a un analista che lo interpellava sui rischi connessi a una vittoria del centrodestra. Nagel ha inoltre ricordato che anche dopo la vittoria del M5s e la nascita della coalizione con la Lega c’è stata «molta volatilità sul mercato» ma poi il governo si è mosso «nella cornice della Ue e sotto la disciplina di bilancio che in un certo modo è imposta dalla Commissione Ue. Mi aspetto che qualsiasi governo ci sia, l’agenda di Draghi dovrà essere l’agenda del nuovo governo, la possono chiamare in un modo diverso, possono mettere degli interventi sociali a seconda della sensibilità di centrodestra o di centrosinistra ma penso che la necessità di ottenere i soldi del Next generation Ue e di essere parti dal Tpi», lo scudo anti spread della Bce, non consenta deviazioni. «Potrà esserci molta propaganda ma alla fine il risultato sarà lo stesso», ha concluso Nagel. Giovedì a commentare il caso politico era stato l’ad di Unicredit Andrea Orcel che aveva liquidato così la questione: «Il timing della crisi di governo non è stato dei migliori. ma sono fiducioso che il nuovo governo assicurerà la stabilità e sono convinto che nessun governo si prenderà la responsabilità di far deragliare il Pnrr». Queste dichiarazioni, messe in fila, smontano le grida d’allarme lanciate soprattutto a sinistra dagli «orfani» di Mario Draghi che delineavano uno scenario apocalittico dove senza il biglietto da visita di Super Mario la reputazione dell’Italia sarebbe crollata, lo spread sarebbe schizzato alle stelle e la Borsa sarebbe crollata prima della inevitabile occupazione di fascisti, putiniani, no euro e no vax. Le parole sentite in questi giorni dai vari banchieri e manager sono di tutt’altro tenore. Anche per il rispetto della democrazia, della politica e della volontà degli elettori. Certo, è interesse di tutti non precludersi un dialogo con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Ma fino a un certo punto. Perché in realtà è ormai chiaro che chiunque prenderà le redini del Paese dovrà muoversi su un sentiero assai stretto tracciato dall’Europa. Insomma, l’agenda di Draghi in realtà è l’agenda di Christine Lagarde e il prossimo presidente del Consiglio viaggerà con un pilota automatico che rispetterà le coordinate inserite dal Tpi della Bce e con esse le condizionalità fissate da Francoforte per ricevere aiuto in caso di turbolenze.Già a metà giugno, lo stesso capo di Intesa, Messina, aveva lanciato un appello col piglio quasi più da premier che da banchiere. E con sfumature che erano parse quasi sovraniste ad alcuni osservatori, sebbene quello invocato fosse più che altro un modo per mantenere margini di libertà strategici. «Noi come Paese non abbiamo un problema di sostenibilità del debito, questo deve essere un messaggio chiaro, l’Italia ha la forza di fare le cose in autonomia senza essere attaccata al bocchettone di Francoforte, soprattutto quando hai 10 trilioni di risparmi. È necessario attuare dei piani per accelerare la crescita ma che riducano la dipendenza dalla Bce», aveva detto.P.s. Ieri un’analista ha chiesto a Messina se sta valutando l’ipotesi di mettersi al servizio del Paese come ministro delle Finanze. «Che io faccia qualcosa d’altro e di vedermi trasformato in un politico e o ministro anche se tecnico ha probabilità zero», ha risposto l’ad. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-senza-draghi-non-agita-le-banche-tanto-il-recovery-va-col-pilota-automatico-2657777881.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ai-dipendenti-di-intesa-sanpaolo-un-bonus-anti-inflazione-da-500-euro" data-post-id="2657777881" data-published-at="1659125824" data-use-pagination="False"> Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro Intesa Sanpaolo annuncia i risultati del primo semestre e un bonus straordinario da 500 euro che il gruppo elargirà a ognuno degli 82.000 dipendenti. Faranno eccezione solo i professionisti con la qualifica di dirigente. La misura in totale vale 48 milioni di euro. L’intervento, approvato dal cda, riunito sotto la presidenza di Gian Maria Gros-Pietro, è stato voluto per aiutare i dipendenti a fronteggiare le difficoltà economiche dovute ai rincari di beni alimentari ed energetici, nonché le situazioni di difficoltà derivanti dall’emergenza pandemica. Tutti fenomeni che hanno messo in difficoltà anche i numeri della banca. Ca’ de Sass ha infatti chiuso il primo semestre del 2022 con un utile netto di 2,3 miliardi di euro, in calo rispetto ai 3 miliardi dello stesso periodo del 2021. Sul dato inficiano tra l’altro rettifiche di valore nette su crediti pari a 1,4 miliardi (comprendenti 1,093 miliardi per l’esposizione a Russia e Ucraina). Senza queste ultime l’utile sarebbe a 3,2 miliardi, con un aumento dell’8,4%. In calo dell’11,7% anche l’utile del secondo trimestre a 1,3 miliardi. Come ha spiegato l’ad del gruppo Carlo Messina, «l’esposizione di Intesa Sanpaolo verso la Russia è limitata a circa l’1% dei crediti verso la clientela del gruppo ed è in diminuzione». Del resto, l’esposizione è stata ridotta di oltre 0,4 miliardi dall’inizio del conflitto senza nuovi finanziamenti o investimenti. Complessivamente gli accantonamenti o le svalutazioni sono stati pari a 1,1 miliardi per l’esposizione verso Russia e Ucraina nei primi sei mesi. Inoltre, l’esposizione verso le controparti russe incluse nelle liste di nomi a cui si applicano le sanzioni è pari a 0,4 miliardi. I finanziamenti locali ai clienti russi sono limitati a meno dello 0,2% dei prestiti alla clientela del gruppo. Ridotta infine anche la presenza territoriale in Russia, con circa 25 filiali. «Intesa Sanpaolo rimane ai vertici di settore nel 2022 per redditività: stimiamo infatti di superare i 4 miliardi di utile netto, in assenza di ulteriori criticità relative all’approvvigionamento energetico e delle materie prime», ha detto Messina, commentando i risultati del primo semestre. «In caso di ipotesi molto conservativa di copertura al 40% delle esposizioni nei confronti di Russia e Ucraina stimiamo un risultato netto ben superiore a 3 miliardi di euro. I risultati raggiunti nel primo semestre 2022 sono l’ulteriore dimostrazione di come Intesa Sanpaolo sappia, in contesti estremamente complessi, generare una redditività significativa e sostenibile grazie a un modello di business fortemente diversificato e resiliente, a vantaggio di tutti gli stakeholders». Per quanto riguarda la remunerazione degli azionisti, la banca ha in programma un pay out ratio pari al 70% dell’utile netto in ogni anno del piano industriale. Il cda di Intesa Sanpaolo «ha previsto come acconto dividendi cash da distribuire a valere sui risultati del 2022 un ammontare non inferiore a 1,1 miliardi», ha detto l’istituto nel comunicato sui conti. «La delibera consiliare in merito all’acconto dividendi», prosegue la nota, «verrà definita il 4 novembre prossimo, in occasione dell’approvazione dei risultati consolidati al 30 settembre 2022, in relazione ai risultati del terzo trimestre 2022 e di quelli prevedibili per il quarto trimestre». Messina ha anche ricordato che il gruppo si avvicina sempre più all’obiettivo di non avere crediti deteriorati. «Ci avviciniamo a essere una banca a zero Npl», ha detto Messina. Del resto, l’istituto nel semestre ha visto una forte riduzione del profilo di rischio, con un taglio del costo del rischio e una diminuzione di 4,1 miliardi di euro dello stock di crediti deteriorati, al lordo delle rettifiche, nel primo semestre dell’anno.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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