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2022-07-30
L’Italia senza Draghi non agita le banche: tanto il Recovery va col pilota automatico
Carlo Messina (Imagoeconomica)
«Non sono affatto preoccupato dalla situazione politica. L’Italia ha fondamentali solidi e qualsiasi tipo di coalizione che vincerà le prossime elezioni sarà obbligata a realizzare il programma del Next generation Eu», ha detto ieri l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, durante la conference call con gli analisti per presentare i conti del primo semestre. «Anche se ci sono elementi di possibile preoccupazione, come la crescita dell’inflazione, il prosieguo del conflitto di Russia e Ucraina e una situazione politica instabile, rimangono positivo. La mia fiducia si basa sui fatti. L’economia italiana», ha continuato, «è molto più forte rispetto alla crisi precedente grazie a fondamentali solidi, il rapporto debito/Pil è elevato ma sostenibile, la ricchezza dei privati è una delle più alte in Europa, le imprese sono finanziariamente più solide che in passato e il sistema bancario è meglio capitalizzato rispetto alla crisi precedente». Quando parla il timoniere della principale banca italiana le parole lasciano un solco assai più profondo rispetto alle solite esternazioni di osservatori da salotto. Il gruppo Intesa Sanpaolo di fatto è il secondo creditore dello Stato nonché un importante stakeholder del governo.
Messina non è, tra l’altro, l’unico grande banchiere a pensarla così. Nelle conferenze telefoniche con cui in questi giorni istituti di credito e società presentano le trimestrali, infatti, gli analisti stranieri si sono mostrati assai interessati a conoscere l’opinione dei big su cosa succederà nei prossimi mesi. Sempre ieri anche l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, è stato interpellato sul tema: «Non penso che dobbiamo essere preoccupati del risultato delle elezioni», ha detto rispondendo a un analista che lo interpellava sui rischi connessi a una vittoria del centrodestra. Nagel ha inoltre ricordato che anche dopo la vittoria del M5s e la nascita della coalizione con la Lega c’è stata «molta volatilità sul mercato» ma poi il governo si è mosso «nella cornice della Ue e sotto la disciplina di bilancio che in un certo modo è imposta dalla Commissione Ue. Mi aspetto che qualsiasi governo ci sia, l’agenda di Draghi dovrà essere l’agenda del nuovo governo, la possono chiamare in un modo diverso, possono mettere degli interventi sociali a seconda della sensibilità di centrodestra o di centrosinistra ma penso che la necessità di ottenere i soldi del Next generation Ue e di essere parti dal Tpi», lo scudo anti spread della Bce, non consenta deviazioni. «Potrà esserci molta propaganda ma alla fine il risultato sarà lo stesso», ha concluso Nagel. Giovedì a commentare il caso politico era stato l’ad di Unicredit Andrea Orcel che aveva liquidato così la questione: «Il timing della crisi di governo non è stato dei migliori. ma sono fiducioso che il nuovo governo assicurerà la stabilità e sono convinto che nessun governo si prenderà la responsabilità di far deragliare il Pnrr».
Queste dichiarazioni, messe in fila, smontano le grida d’allarme lanciate soprattutto a sinistra dagli «orfani» di Mario Draghi che delineavano uno scenario apocalittico dove senza il biglietto da visita di Super Mario la reputazione dell’Italia sarebbe crollata, lo spread sarebbe schizzato alle stelle e la Borsa sarebbe crollata prima della inevitabile occupazione di fascisti, putiniani, no euro e no vax. Le parole sentite in questi giorni dai vari banchieri e manager sono di tutt’altro tenore. Anche per il rispetto della democrazia, della politica e della volontà degli elettori. Certo, è interesse di tutti non precludersi un dialogo con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Ma fino a un certo punto. Perché in realtà è ormai chiaro che chiunque prenderà le redini del Paese dovrà muoversi su un sentiero assai stretto tracciato dall’Europa. Insomma, l’agenda di Draghi in realtà è l’agenda di Christine Lagarde e il prossimo presidente del Consiglio viaggerà con un pilota automatico che rispetterà le coordinate inserite dal Tpi della Bce e con esse le condizionalità fissate da Francoforte per ricevere aiuto in caso di turbolenze.
Già a metà giugno, lo stesso capo di Intesa, Messina, aveva lanciato un appello col piglio quasi più da premier che da banchiere. E con sfumature che erano parse quasi sovraniste ad alcuni osservatori, sebbene quello invocato fosse più che altro un modo per mantenere margini di libertà strategici. «Noi come Paese non abbiamo un problema di sostenibilità del debito, questo deve essere un messaggio chiaro, l’Italia ha la forza di fare le cose in autonomia senza essere attaccata al bocchettone di Francoforte, soprattutto quando hai 10 trilioni di risparmi. È necessario attuare dei piani per accelerare la crescita ma che riducano la dipendenza dalla Bce», aveva detto.
P.s. Ieri un’analista ha chiesto a Messina se sta valutando l’ipotesi di mettersi al servizio del Paese come ministro delle Finanze. «Che io faccia qualcosa d’altro e di vedermi trasformato in un politico e o ministro anche se tecnico ha probabilità zero», ha risposto l’ad.
Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro
Intesa Sanpaolo annuncia i risultati del primo semestre e un bonus straordinario da 500 euro che il gruppo elargirà a ognuno degli 82.000 dipendenti. Faranno eccezione solo i professionisti con la qualifica di dirigente. La misura in totale vale 48 milioni di euro. L’intervento, approvato dal cda, riunito sotto la presidenza di Gian Maria Gros-Pietro, è stato voluto per aiutare i dipendenti a fronteggiare le difficoltà economiche dovute ai rincari di beni alimentari ed energetici, nonché le situazioni di difficoltà derivanti dall’emergenza pandemica.
Tutti fenomeni che hanno messo in difficoltà anche i numeri della banca. Ca’ de Sass ha infatti chiuso il primo semestre del 2022 con un utile netto di 2,3 miliardi di euro, in calo rispetto ai 3 miliardi dello stesso periodo del 2021. Sul dato inficiano tra l’altro rettifiche di valore nette su crediti pari a 1,4 miliardi (comprendenti 1,093 miliardi per l’esposizione a Russia e Ucraina). Senza queste ultime l’utile sarebbe a 3,2 miliardi, con un aumento dell’8,4%. In calo dell’11,7% anche l’utile del secondo trimestre a 1,3 miliardi.
Come ha spiegato l’ad del gruppo Carlo Messina, «l’esposizione di Intesa Sanpaolo verso la Russia è limitata a circa l’1% dei crediti verso la clientela del gruppo ed è in diminuzione».
Del resto, l’esposizione è stata ridotta di oltre 0,4 miliardi dall’inizio del conflitto senza nuovi finanziamenti o investimenti. Complessivamente gli accantonamenti o le svalutazioni sono stati pari a 1,1 miliardi per l’esposizione verso Russia e Ucraina nei primi sei mesi.
Inoltre, l’esposizione verso le controparti russe incluse nelle liste di nomi a cui si applicano le sanzioni è pari a 0,4 miliardi. I finanziamenti locali ai clienti russi sono limitati a meno dello 0,2% dei prestiti alla clientela del gruppo. Ridotta infine anche la presenza territoriale in Russia, con circa 25 filiali. «Intesa Sanpaolo rimane ai vertici di settore nel 2022 per redditività: stimiamo infatti di superare i 4 miliardi di utile netto, in assenza di ulteriori criticità relative all’approvvigionamento energetico e delle materie prime», ha detto Messina, commentando i risultati del primo semestre. «In caso di ipotesi molto conservativa di copertura al 40% delle esposizioni nei confronti di Russia e Ucraina stimiamo un risultato netto ben superiore a 3 miliardi di euro. I risultati raggiunti nel primo semestre 2022 sono l’ulteriore dimostrazione di come Intesa Sanpaolo sappia, in contesti estremamente complessi, generare una redditività significativa e sostenibile grazie a un modello di business fortemente diversificato e resiliente, a vantaggio di tutti gli stakeholders».
Per quanto riguarda la remunerazione degli azionisti, la banca ha in programma un pay out ratio pari al 70% dell’utile netto in ogni anno del piano industriale. Il cda di Intesa Sanpaolo «ha previsto come acconto dividendi cash da distribuire a valere sui risultati del 2022 un ammontare non inferiore a 1,1 miliardi», ha detto l’istituto nel comunicato sui conti. «La delibera consiliare in merito all’acconto dividendi», prosegue la nota, «verrà definita il 4 novembre prossimo, in occasione dell’approvazione dei risultati consolidati al 30 settembre 2022, in relazione ai risultati del terzo trimestre 2022 e di quelli prevedibili per il quarto trimestre».
Messina ha anche ricordato che il gruppo si avvicina sempre più all’obiettivo di non avere crediti deteriorati. «Ci avviciniamo a essere una banca a zero Npl», ha detto Messina.
Del resto, l’istituto nel semestre ha visto una forte riduzione del profilo di rischio, con un taglio del costo del rischio e una diminuzione di 4,1 miliardi di euro dello stock di crediti deteriorati, al lordo delle rettifiche, nel primo semestre dell’anno.
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Carlo Messina, Alberto Nagel e Andrea Orcel smentiscono i timori dei catastrofisti: il Pnrr è destinato ad andare avanti con qualsiasi governo.Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro. I conti del primo semestre: 1,1 miliardi di svalutazioni per l’esposizione a Mosca e Kiev.Lo speciale comprende due articoli.«Non sono affatto preoccupato dalla situazione politica. L’Italia ha fondamentali solidi e qualsiasi tipo di coalizione che vincerà le prossime elezioni sarà obbligata a realizzare il programma del Next generation Eu», ha detto ieri l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, durante la conference call con gli analisti per presentare i conti del primo semestre. «Anche se ci sono elementi di possibile preoccupazione, come la crescita dell’inflazione, il prosieguo del conflitto di Russia e Ucraina e una situazione politica instabile, rimangono positivo. La mia fiducia si basa sui fatti. L’economia italiana», ha continuato, «è molto più forte rispetto alla crisi precedente grazie a fondamentali solidi, il rapporto debito/Pil è elevato ma sostenibile, la ricchezza dei privati è una delle più alte in Europa, le imprese sono finanziariamente più solide che in passato e il sistema bancario è meglio capitalizzato rispetto alla crisi precedente». Quando parla il timoniere della principale banca italiana le parole lasciano un solco assai più profondo rispetto alle solite esternazioni di osservatori da salotto. Il gruppo Intesa Sanpaolo di fatto è il secondo creditore dello Stato nonché un importante stakeholder del governo.Messina non è, tra l’altro, l’unico grande banchiere a pensarla così. Nelle conferenze telefoniche con cui in questi giorni istituti di credito e società presentano le trimestrali, infatti, gli analisti stranieri si sono mostrati assai interessati a conoscere l’opinione dei big su cosa succederà nei prossimi mesi. Sempre ieri anche l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, è stato interpellato sul tema: «Non penso che dobbiamo essere preoccupati del risultato delle elezioni», ha detto rispondendo a un analista che lo interpellava sui rischi connessi a una vittoria del centrodestra. Nagel ha inoltre ricordato che anche dopo la vittoria del M5s e la nascita della coalizione con la Lega c’è stata «molta volatilità sul mercato» ma poi il governo si è mosso «nella cornice della Ue e sotto la disciplina di bilancio che in un certo modo è imposta dalla Commissione Ue. Mi aspetto che qualsiasi governo ci sia, l’agenda di Draghi dovrà essere l’agenda del nuovo governo, la possono chiamare in un modo diverso, possono mettere degli interventi sociali a seconda della sensibilità di centrodestra o di centrosinistra ma penso che la necessità di ottenere i soldi del Next generation Ue e di essere parti dal Tpi», lo scudo anti spread della Bce, non consenta deviazioni. «Potrà esserci molta propaganda ma alla fine il risultato sarà lo stesso», ha concluso Nagel. Giovedì a commentare il caso politico era stato l’ad di Unicredit Andrea Orcel che aveva liquidato così la questione: «Il timing della crisi di governo non è stato dei migliori. ma sono fiducioso che il nuovo governo assicurerà la stabilità e sono convinto che nessun governo si prenderà la responsabilità di far deragliare il Pnrr». Queste dichiarazioni, messe in fila, smontano le grida d’allarme lanciate soprattutto a sinistra dagli «orfani» di Mario Draghi che delineavano uno scenario apocalittico dove senza il biglietto da visita di Super Mario la reputazione dell’Italia sarebbe crollata, lo spread sarebbe schizzato alle stelle e la Borsa sarebbe crollata prima della inevitabile occupazione di fascisti, putiniani, no euro e no vax. Le parole sentite in questi giorni dai vari banchieri e manager sono di tutt’altro tenore. Anche per il rispetto della democrazia, della politica e della volontà degli elettori. Certo, è interesse di tutti non precludersi un dialogo con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Ma fino a un certo punto. Perché in realtà è ormai chiaro che chiunque prenderà le redini del Paese dovrà muoversi su un sentiero assai stretto tracciato dall’Europa. Insomma, l’agenda di Draghi in realtà è l’agenda di Christine Lagarde e il prossimo presidente del Consiglio viaggerà con un pilota automatico che rispetterà le coordinate inserite dal Tpi della Bce e con esse le condizionalità fissate da Francoforte per ricevere aiuto in caso di turbolenze.Già a metà giugno, lo stesso capo di Intesa, Messina, aveva lanciato un appello col piglio quasi più da premier che da banchiere. E con sfumature che erano parse quasi sovraniste ad alcuni osservatori, sebbene quello invocato fosse più che altro un modo per mantenere margini di libertà strategici. «Noi come Paese non abbiamo un problema di sostenibilità del debito, questo deve essere un messaggio chiaro, l’Italia ha la forza di fare le cose in autonomia senza essere attaccata al bocchettone di Francoforte, soprattutto quando hai 10 trilioni di risparmi. È necessario attuare dei piani per accelerare la crescita ma che riducano la dipendenza dalla Bce», aveva detto.P.s. Ieri un’analista ha chiesto a Messina se sta valutando l’ipotesi di mettersi al servizio del Paese come ministro delle Finanze. «Che io faccia qualcosa d’altro e di vedermi trasformato in un politico e o ministro anche se tecnico ha probabilità zero», ha risposto l’ad. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-senza-draghi-non-agita-le-banche-tanto-il-recovery-va-col-pilota-automatico-2657777881.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ai-dipendenti-di-intesa-sanpaolo-un-bonus-anti-inflazione-da-500-euro" data-post-id="2657777881" data-published-at="1659125824" data-use-pagination="False"> Ai dipendenti di Intesa Sanpaolo un bonus anti inflazione da 500 euro Intesa Sanpaolo annuncia i risultati del primo semestre e un bonus straordinario da 500 euro che il gruppo elargirà a ognuno degli 82.000 dipendenti. 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Come ha spiegato l’ad del gruppo Carlo Messina, «l’esposizione di Intesa Sanpaolo verso la Russia è limitata a circa l’1% dei crediti verso la clientela del gruppo ed è in diminuzione». Del resto, l’esposizione è stata ridotta di oltre 0,4 miliardi dall’inizio del conflitto senza nuovi finanziamenti o investimenti. Complessivamente gli accantonamenti o le svalutazioni sono stati pari a 1,1 miliardi per l’esposizione verso Russia e Ucraina nei primi sei mesi. Inoltre, l’esposizione verso le controparti russe incluse nelle liste di nomi a cui si applicano le sanzioni è pari a 0,4 miliardi. I finanziamenti locali ai clienti russi sono limitati a meno dello 0,2% dei prestiti alla clientela del gruppo. Ridotta infine anche la presenza territoriale in Russia, con circa 25 filiali. «Intesa Sanpaolo rimane ai vertici di settore nel 2022 per redditività: stimiamo infatti di superare i 4 miliardi di utile netto, in assenza di ulteriori criticità relative all’approvvigionamento energetico e delle materie prime», ha detto Messina, commentando i risultati del primo semestre. «In caso di ipotesi molto conservativa di copertura al 40% delle esposizioni nei confronti di Russia e Ucraina stimiamo un risultato netto ben superiore a 3 miliardi di euro. I risultati raggiunti nel primo semestre 2022 sono l’ulteriore dimostrazione di come Intesa Sanpaolo sappia, in contesti estremamente complessi, generare una redditività significativa e sostenibile grazie a un modello di business fortemente diversificato e resiliente, a vantaggio di tutti gli stakeholders». Per quanto riguarda la remunerazione degli azionisti, la banca ha in programma un pay out ratio pari al 70% dell’utile netto in ogni anno del piano industriale. Il cda di Intesa Sanpaolo «ha previsto come acconto dividendi cash da distribuire a valere sui risultati del 2022 un ammontare non inferiore a 1,1 miliardi», ha detto l’istituto nel comunicato sui conti. «La delibera consiliare in merito all’acconto dividendi», prosegue la nota, «verrà definita il 4 novembre prossimo, in occasione dell’approvazione dei risultati consolidati al 30 settembre 2022, in relazione ai risultati del terzo trimestre 2022 e di quelli prevedibili per il quarto trimestre». Messina ha anche ricordato che il gruppo si avvicina sempre più all’obiettivo di non avere crediti deteriorati. «Ci avviciniamo a essere una banca a zero Npl», ha detto Messina. Del resto, l’istituto nel semestre ha visto una forte riduzione del profilo di rischio, con un taglio del costo del rischio e una diminuzione di 4,1 miliardi di euro dello stock di crediti deteriorati, al lordo delle rettifiche, nel primo semestre dell’anno.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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