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2024-05-13
L’islam si prende le piazze d’Europa
Ansa
Sabato 27 aprile circa 1.100 manifestanti hanno manifestato per le strade del quartiere St. Georg di Amburgo in una chiara dimostrazione di potere islamista: hanno chiesto l’istituzione di un Califfato in Germania. Secondo le autorità tedesche l’evento è stato organizzato dal ventiseienne convertito all’islam Joe Adade Boateng, di padre ghanese e madre tedesca, che si fa chiamare Raheem Boateng e anima il gruppo estremista Muslim Interaktiv. Nelle immagini e nei video che sono diventati virali si può vedere una folla di manifestanti islamisti riunirsi lungo la trafficata Steindamm Street, nel cuore della città. I partecipanti tengono in mano cartelli e manifesti con scritte come «Germania = dittatura dei valori», «Kalifat ist die Lösung (Il Califfato è la soluzione)» e «La Palestina ha vinto la guerra dell’informazione». Secondo quanto riportato dai media tedeschi durante la manifestazione la folla ha anche intonato in coro «Allahu Akbar», mentre gli oratori hanno esortato alla creazione di un califfato islamico in Germania.
In uno dei video che è diventato virale si può udire un oratore descrivere il califfato come «un sistema che garantisce sicurezza ma che è odiato e demonizzato in Germania», suscitando l’acclamazione della folla con i cori «Allahu Akbar». Gli islamisti presenti alla manifestazione hanno dichiarato che il motto dell’evento era «Non obbedire ai bugiardi» e gli organizzatori hanno affermato che «l’obiettivo della protesta era contestare le politiche islamofobiche del governo tedesco e le campagne mediatiche che avrebbero diffuso disinformazione sui musulmani in Germania, specialmente durante la copertura della guerra tra Israele e Hamas». Si tratta ovviamente di menzogne veicolate dai circoli islamisti che vengono diffuse non solo in Germania ma anche in Francia e in Inghilterra, solo per citare alcune nazioni. I manifestanti hanno esposto manifesti criticando i media tedeschi come Bild, Welt, Spiegel, Focus e Tagesschau, tutti accusati «di essere sordi, muti e ciechi rispetto alla nostra causa». Un rappresentante di Muslim Interaktiv aveva precedentemente invitato su Instagram a una «manifestazione contro l’incitamento all’odio dell’islam da parte dei media». Non è un fenomeno nuovo in Germania perché queste cose avvengono dal 2012 solo che prima non facevano notizia.
Chi è Raheem Boateng? È un cittadino tedesco convertitosi all’islam nel 2015 e oggi sedicente imam. Secondo quanto riportato da Hamburger Abendblatt, l’uomo sta studiando per diventare insegnante all’Università di Amburgo, ma su Instagram, YouTube, Facebook e TikTok è attivo come una sorta di influencer islamico. Come detto, Boateng è anche membro di Muslim Interaktiv, un’organizzazione ufficialmente designata dal Servizio di sicurezza nazionale (BfV) come «gruppo estremista affermato», ma nonostante questo status il gruppo non è bandito in Germania. Tuttavia, le autorità di sicurezza possono prendere misure contro i membri del gruppo utilizzando tutti gli strumenti di intelligence disponibili, compresa la sorveglianza e le intercettazioni telefoniche. Inoltre, secondo l’Ufficio per la Protezione della Costituzione di Amburgo, Muslim Interaktiv è considerato un’ala ideologica dell’islamista Hizb ut-Tahrir (HuT), che mira a stabilire un califfato e che è stato vietato dal 2003. Secondo i media tedeschi, Muslim Interaktiv mira a radicalizzare in particolare i giovani musulmani in Germania, affrontando i loro problemi percepiti come discriminazione e per farlo presentano una soluzione apparentemente semplice, spingendo i giovani a scegliere o dare la propria priorità tra due identità: quella musulmana e quella tedesca.
Ma cos’è Hizb ut-Tahrir (HuT)? Lo chiediamo all’analista Giovanni Giacalone: «Si tratta di un’organizzazione islamista radicale con sede centrale a Beirut, nata nel 1953 a Gerusalemme Est, che punta a creare un califfato panislamico globale fondato sulla Sharia, dunque con espansione anche nei Paesi non-musulmani. Oggi è presente in oltre 50 Paesi e in Europa la sua roccaforte è in Gran Bretagna, anche se dallo scorso gennaio HuT è stata messa al bando anche lì con le accuse di incitamento al terrorismo e antisemitismo. Hizb ut-Tahrir ha una visione di aperto contrasto all’Occidente fondata sullo scontro tra musulmani e “miscredenti”. Rifiutano il concetto di democrazia, considerata un affronto all’islam e vedono il jihad come aspetto fondamentale della lotta alla miscredenza. È tra l’altro stata messa al bando in molti Paesi musulmani e tutti i Paesi arabi tranne Libano e Yemen, e già questo ne indica il livello di pericolosità. In Europa è infiltrata in maniera capillare, soprattutto in Gran Bretagna e Germania ed è estremamente abile nel conquistare cuori e menti dei giovani musulmani».
A proposito dell’Inghilterra, sono continui i raduni all’aperto delle organizzazioni islamiche con annesse preghiere alle quali partecipano, insieme a migliaia di persone, imam estremisti come il quarantacinquenne Anayetullah Abbasi, cittadino del Bangladesh che parla dei talebani come di «leoni coraggiosi» e che promette: «Lotteremo contro i non musulmani fino al nostro ultimo respiro, finché non raggiungeremo Dio». Lo scorso 8 aprile il governo britannico ha bandito tre importanti gruppi islamici nell’ambito di una campagna anti-estremista annunciata in Parlamento nel marzo scorso. Si tratta dell’Associazione musulmana della Gran Bretagna, definita «l’affiliata britannica dei Fratelli Musulmani», Cage International, e Mend (Muslim Engagement and Development).
Drammatica la situazione anche in Francia, dove il governo prova a contenere il fenomeno espellendo di continuo gli imam estremisti come Mahjoub Mahjoub, imam della moschea Attawba a Bagnols-sur-Cèze, nel Sud del Paese. In un video ampiamente diffuso sui social media, Mahjoubi ha descritto i «tricolori» (termine spesso usato per riferirsi alla bandiera francese) come «satanici e di nessun valore presso Allah».
Le immagini di donne velate e uomini barbuti che chiedono la fine della democrazia e l’adozione del Califfato a casa nostra non può che spaventare, perché oggi sono mille ma domani quanti saranno? Tutto questo tenuto conto del numero di musulmani presenti in Europa e dei continui arrivi da Paesi islamici.
«Slogan che ispirano i lupi solitari»
Sara Kelany, deputata, è responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia
Sabato 27 aprile circa 1.100 manifestanti hanno preso d’assalto le strade di Amburgo in una dimostrazione di potere islamista nella quale hanno chiesto l’istituzione di un Califfato in Germania.
«La pericolosità di organizzazioni di questo tipo è di chiara evidenza, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui le recrudescenze del conflitto in Israele muovono anche in Europa pulsioni antisemite, travestite da antisionismo di facciata. Pertanto, lasciare campo libero a estremisti islamici che inneggiano al jihad è non solo inaccettabile perché contro i valori e i principi fondamentali dell’occidente, ma rappresenta un oggettivo problema di sicurezza nazionale. Questi predicatori di odio, infatti, possono smuovere gli istinti dei cosiddetti lupi solitari, che per spirito emulativo sono portati a commettere gesti folli e sanguinari anche senza l’appoggio strutturato di organizzazioni terroristiche. Dobbiamo dunque tenere alta la guardia. Sotto il profilo della sicurezza interna il nostro governo ha alzato l’allerta, soprattutto a protezione delle sinagoghe e dei luoghi sensibili, ed è sicuramente pronto per rispondere ad ogni eventuale minaccia. Sotto il profilo culturale dobbiamo affermare con nettezza che è inaccettabile dare spazio ad ogni manifestazione in cui si inneggi all’odio e che sponsorizzi il fondamentalismo islamico. L’identità europea sembra essere sotto attacco da parte di chi vorrebbe esportare il modello oscurantista fondamentalista, ma abbiamo gli anticorpi per resistere e non consentiremo che questa deriva possa travolgerci».
Nella recente tornata elettorale almeno 40 candidati musulmani sono stati eletti in Inghilterra dopo aver usato il conflitto israelo-palestinese per la loro campagna. Alla loro proclamazione qualcuno ha gridato: «Alzeremo la voce della Palestina. Allahu Akbar!». La preoccupa tutto questo e pensa che possa accadere un giorno in Italia?
«Non mi preoccupa tanto la fede religiosa degli eletti, quanto il fatto che l’Europa, intesa in senso geografico, troppo spesso in nome di un’ideologia mondialista, cavalcata dalla sinistra, abbia perso consapevolezza di sé, delle proprie radici giudaico cristiane e della propria cultura. Queste radici ci permetto di declinare in maniera naturale il concetto di laicità dello Stato, che è quello che rifiutano i i professionisti del terrore islamista. Essere eletto e gridare “Dio è grande” ne è la dimostrazione. In Italia al momento non è verosimile che si rinunci al nostro complesso di valori, anche perché noi conservatori lo tuteliamo. Ad esempio, non ci facciamo specie se ci tacciano di islamofobia o di razzismo se prendiamo provvedimenti contro le moschee abusive, o contro le violenze commesse su donne musulmane costrette al velo o a matrimoni combinati».
L’antisemitismo sta registrando un boom globale, con l’Italia che non fa eccezione con gli atti antisemiti che sono passati da 241 nel 2022 a 454 nel 2023. Questo emerge dal rapporto del 2023 dell’Anti Defamation League. Come si può fermare questo fenomeno e cosa può fare il governo italiano?
«Gli episodi di antisemitismo sono spesso mascherati all’origine da antisionismo, quando invece Israele è l’unica vera democrazia in Medio Oriente. Dobbiamo insistere su un punto: noi come custodi dei valori occidentali non possiamo non riconoscere che chi brucia le bandiere di Israele per strada sta attaccando al cuore ogni ebreo che lì ha trovato casa. Indipendentemente da ogni altra posizione politica. La sinistra non rende un buon servizio alla causa, perché strumentalizza ogni cosa a fini politici, per tacciare la destra di islamofobia, quando invece il tema oggi è solo proteggere i più fragili. Cosa possiamo fare? Proteggere le comunità ebraiche sul territorio, così come stiamo facendo, e non tentennare di fronte a sparute minoranze del multiforme universo della sinistra che pensano di potersi imporre con la violenza nelle università, nei luoghi della cultura e nella società. La lotta all’antisemitismo è una battaglia innanzitutto di tipo culturale».
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Ad Amburgo oltre 1.000 giovani hanno chiesto l’instaurazione del Califfato. È solo l’ultimo caso: da Londra a Parigi, sempre più cortei contestano la democrazia.La responsabile migranti di Fdi: «Gli estremisti possono spingere ad atti terroristici La difesa della laicità è legata alle radici giudaico cristiane, la sinistra non lo capisce»Lo speciale contiene due articoliSabato 27 aprile circa 1.100 manifestanti hanno manifestato per le strade del quartiere St. Georg di Amburgo in una chiara dimostrazione di potere islamista: hanno chiesto l’istituzione di un Califfato in Germania. Secondo le autorità tedesche l’evento è stato organizzato dal ventiseienne convertito all’islam Joe Adade Boateng, di padre ghanese e madre tedesca, che si fa chiamare Raheem Boateng e anima il gruppo estremista Muslim Interaktiv. Nelle immagini e nei video che sono diventati virali si può vedere una folla di manifestanti islamisti riunirsi lungo la trafficata Steindamm Street, nel cuore della città. I partecipanti tengono in mano cartelli e manifesti con scritte come «Germania = dittatura dei valori», «Kalifat ist die Lösung (Il Califfato è la soluzione)» e «La Palestina ha vinto la guerra dell’informazione». Secondo quanto riportato dai media tedeschi durante la manifestazione la folla ha anche intonato in coro «Allahu Akbar», mentre gli oratori hanno esortato alla creazione di un califfato islamico in Germania. In uno dei video che è diventato virale si può udire un oratore descrivere il califfato come «un sistema che garantisce sicurezza ma che è odiato e demonizzato in Germania», suscitando l’acclamazione della folla con i cori «Allahu Akbar». Gli islamisti presenti alla manifestazione hanno dichiarato che il motto dell’evento era «Non obbedire ai bugiardi» e gli organizzatori hanno affermato che «l’obiettivo della protesta era contestare le politiche islamofobiche del governo tedesco e le campagne mediatiche che avrebbero diffuso disinformazione sui musulmani in Germania, specialmente durante la copertura della guerra tra Israele e Hamas». Si tratta ovviamente di menzogne veicolate dai circoli islamisti che vengono diffuse non solo in Germania ma anche in Francia e in Inghilterra, solo per citare alcune nazioni. I manifestanti hanno esposto manifesti criticando i media tedeschi come Bild, Welt, Spiegel, Focus e Tagesschau, tutti accusati «di essere sordi, muti e ciechi rispetto alla nostra causa». Un rappresentante di Muslim Interaktiv aveva precedentemente invitato su Instagram a una «manifestazione contro l’incitamento all’odio dell’islam da parte dei media». Non è un fenomeno nuovo in Germania perché queste cose avvengono dal 2012 solo che prima non facevano notizia. Chi è Raheem Boateng? È un cittadino tedesco convertitosi all’islam nel 2015 e oggi sedicente imam. Secondo quanto riportato da Hamburger Abendblatt, l’uomo sta studiando per diventare insegnante all’Università di Amburgo, ma su Instagram, YouTube, Facebook e TikTok è attivo come una sorta di influencer islamico. Come detto, Boateng è anche membro di Muslim Interaktiv, un’organizzazione ufficialmente designata dal Servizio di sicurezza nazionale (BfV) come «gruppo estremista affermato», ma nonostante questo status il gruppo non è bandito in Germania. Tuttavia, le autorità di sicurezza possono prendere misure contro i membri del gruppo utilizzando tutti gli strumenti di intelligence disponibili, compresa la sorveglianza e le intercettazioni telefoniche. Inoltre, secondo l’Ufficio per la Protezione della Costituzione di Amburgo, Muslim Interaktiv è considerato un’ala ideologica dell’islamista Hizb ut-Tahrir (HuT), che mira a stabilire un califfato e che è stato vietato dal 2003. Secondo i media tedeschi, Muslim Interaktiv mira a radicalizzare in particolare i giovani musulmani in Germania, affrontando i loro problemi percepiti come discriminazione e per farlo presentano una soluzione apparentemente semplice, spingendo i giovani a scegliere o dare la propria priorità tra due identità: quella musulmana e quella tedesca. Ma cos’è Hizb ut-Tahrir (HuT)? Lo chiediamo all’analista Giovanni Giacalone: «Si tratta di un’organizzazione islamista radicale con sede centrale a Beirut, nata nel 1953 a Gerusalemme Est, che punta a creare un califfato panislamico globale fondato sulla Sharia, dunque con espansione anche nei Paesi non-musulmani. Oggi è presente in oltre 50 Paesi e in Europa la sua roccaforte è in Gran Bretagna, anche se dallo scorso gennaio HuT è stata messa al bando anche lì con le accuse di incitamento al terrorismo e antisemitismo. Hizb ut-Tahrir ha una visione di aperto contrasto all’Occidente fondata sullo scontro tra musulmani e “miscredenti”. Rifiutano il concetto di democrazia, considerata un affronto all’islam e vedono il jihad come aspetto fondamentale della lotta alla miscredenza. È tra l’altro stata messa al bando in molti Paesi musulmani e tutti i Paesi arabi tranne Libano e Yemen, e già questo ne indica il livello di pericolosità. In Europa è infiltrata in maniera capillare, soprattutto in Gran Bretagna e Germania ed è estremamente abile nel conquistare cuori e menti dei giovani musulmani». A proposito dell’Inghilterra, sono continui i raduni all’aperto delle organizzazioni islamiche con annesse preghiere alle quali partecipano, insieme a migliaia di persone, imam estremisti come il quarantacinquenne Anayetullah Abbasi, cittadino del Bangladesh che parla dei talebani come di «leoni coraggiosi» e che promette: «Lotteremo contro i non musulmani fino al nostro ultimo respiro, finché non raggiungeremo Dio». Lo scorso 8 aprile il governo britannico ha bandito tre importanti gruppi islamici nell’ambito di una campagna anti-estremista annunciata in Parlamento nel marzo scorso. Si tratta dell’Associazione musulmana della Gran Bretagna, definita «l’affiliata britannica dei Fratelli Musulmani», Cage International, e Mend (Muslim Engagement and Development). Drammatica la situazione anche in Francia, dove il governo prova a contenere il fenomeno espellendo di continuo gli imam estremisti come Mahjoub Mahjoub, imam della moschea Attawba a Bagnols-sur-Cèze, nel Sud del Paese. In un video ampiamente diffuso sui social media, Mahjoubi ha descritto i «tricolori» (termine spesso usato per riferirsi alla bandiera francese) come «satanici e di nessun valore presso Allah». Le immagini di donne velate e uomini barbuti che chiedono la fine della democrazia e l’adozione del Califfato a casa nostra non può che spaventare, perché oggi sono mille ma domani quanti saranno? Tutto questo tenuto conto del numero di musulmani presenti in Europa e dei continui arrivi da Paesi islamici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lislam-si-prende-le-piazze-deuropa-2668239853.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="slogan-che-ispirano-i-lupi-solitari" data-post-id="2668239853" data-published-at="1715510858" data-use-pagination="False"> «Slogan che ispirano i lupi solitari» Sara Kelany, deputata, è responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia Sabato 27 aprile circa 1.100 manifestanti hanno preso d’assalto le strade di Amburgo in una dimostrazione di potere islamista nella quale hanno chiesto l’istituzione di un Califfato in Germania. «La pericolosità di organizzazioni di questo tipo è di chiara evidenza, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui le recrudescenze del conflitto in Israele muovono anche in Europa pulsioni antisemite, travestite da antisionismo di facciata. Pertanto, lasciare campo libero a estremisti islamici che inneggiano al jihad è non solo inaccettabile perché contro i valori e i principi fondamentali dell’occidente, ma rappresenta un oggettivo problema di sicurezza nazionale. Questi predicatori di odio, infatti, possono smuovere gli istinti dei cosiddetti lupi solitari, che per spirito emulativo sono portati a commettere gesti folli e sanguinari anche senza l’appoggio strutturato di organizzazioni terroristiche. Dobbiamo dunque tenere alta la guardia. Sotto il profilo della sicurezza interna il nostro governo ha alzato l’allerta, soprattutto a protezione delle sinagoghe e dei luoghi sensibili, ed è sicuramente pronto per rispondere ad ogni eventuale minaccia. Sotto il profilo culturale dobbiamo affermare con nettezza che è inaccettabile dare spazio ad ogni manifestazione in cui si inneggi all’odio e che sponsorizzi il fondamentalismo islamico. L’identità europea sembra essere sotto attacco da parte di chi vorrebbe esportare il modello oscurantista fondamentalista, ma abbiamo gli anticorpi per resistere e non consentiremo che questa deriva possa travolgerci». Nella recente tornata elettorale almeno 40 candidati musulmani sono stati eletti in Inghilterra dopo aver usato il conflitto israelo-palestinese per la loro campagna. Alla loro proclamazione qualcuno ha gridato: «Alzeremo la voce della Palestina. Allahu Akbar!». La preoccupa tutto questo e pensa che possa accadere un giorno in Italia? «Non mi preoccupa tanto la fede religiosa degli eletti, quanto il fatto che l’Europa, intesa in senso geografico, troppo spesso in nome di un’ideologia mondialista, cavalcata dalla sinistra, abbia perso consapevolezza di sé, delle proprie radici giudaico cristiane e della propria cultura. Queste radici ci permetto di declinare in maniera naturale il concetto di laicità dello Stato, che è quello che rifiutano i i professionisti del terrore islamista. Essere eletto e gridare “Dio è grande” ne è la dimostrazione. In Italia al momento non è verosimile che si rinunci al nostro complesso di valori, anche perché noi conservatori lo tuteliamo. Ad esempio, non ci facciamo specie se ci tacciano di islamofobia o di razzismo se prendiamo provvedimenti contro le moschee abusive, o contro le violenze commesse su donne musulmane costrette al velo o a matrimoni combinati». L’antisemitismo sta registrando un boom globale, con l’Italia che non fa eccezione con gli atti antisemiti che sono passati da 241 nel 2022 a 454 nel 2023. Questo emerge dal rapporto del 2023 dell’Anti Defamation League. Come si può fermare questo fenomeno e cosa può fare il governo italiano? «Gli episodi di antisemitismo sono spesso mascherati all’origine da antisionismo, quando invece Israele è l’unica vera democrazia in Medio Oriente. Dobbiamo insistere su un punto: noi come custodi dei valori occidentali non possiamo non riconoscere che chi brucia le bandiere di Israele per strada sta attaccando al cuore ogni ebreo che lì ha trovato casa. Indipendentemente da ogni altra posizione politica. La sinistra non rende un buon servizio alla causa, perché strumentalizza ogni cosa a fini politici, per tacciare la destra di islamofobia, quando invece il tema oggi è solo proteggere i più fragili. Cosa possiamo fare? Proteggere le comunità ebraiche sul territorio, così come stiamo facendo, e non tentennare di fronte a sparute minoranze del multiforme universo della sinistra che pensano di potersi imporre con la violenza nelle università, nei luoghi della cultura e nella società. La lotta all’antisemitismo è una battaglia innanzitutto di tipo culturale».
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.