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2024-05-13
L’islam si prende le piazze d’Europa
Ansa
Sabato 27 aprile circa 1.100 manifestanti hanno manifestato per le strade del quartiere St. Georg di Amburgo in una chiara dimostrazione di potere islamista: hanno chiesto l’istituzione di un Califfato in Germania. Secondo le autorità tedesche l’evento è stato organizzato dal ventiseienne convertito all’islam Joe Adade Boateng, di padre ghanese e madre tedesca, che si fa chiamare Raheem Boateng e anima il gruppo estremista Muslim Interaktiv. Nelle immagini e nei video che sono diventati virali si può vedere una folla di manifestanti islamisti riunirsi lungo la trafficata Steindamm Street, nel cuore della città. I partecipanti tengono in mano cartelli e manifesti con scritte come «Germania = dittatura dei valori», «Kalifat ist die Lösung (Il Califfato è la soluzione)» e «La Palestina ha vinto la guerra dell’informazione». Secondo quanto riportato dai media tedeschi durante la manifestazione la folla ha anche intonato in coro «Allahu Akbar», mentre gli oratori hanno esortato alla creazione di un califfato islamico in Germania.
In uno dei video che è diventato virale si può udire un oratore descrivere il califfato come «un sistema che garantisce sicurezza ma che è odiato e demonizzato in Germania», suscitando l’acclamazione della folla con i cori «Allahu Akbar». Gli islamisti presenti alla manifestazione hanno dichiarato che il motto dell’evento era «Non obbedire ai bugiardi» e gli organizzatori hanno affermato che «l’obiettivo della protesta era contestare le politiche islamofobiche del governo tedesco e le campagne mediatiche che avrebbero diffuso disinformazione sui musulmani in Germania, specialmente durante la copertura della guerra tra Israele e Hamas». Si tratta ovviamente di menzogne veicolate dai circoli islamisti che vengono diffuse non solo in Germania ma anche in Francia e in Inghilterra, solo per citare alcune nazioni. I manifestanti hanno esposto manifesti criticando i media tedeschi come Bild, Welt, Spiegel, Focus e Tagesschau, tutti accusati «di essere sordi, muti e ciechi rispetto alla nostra causa». Un rappresentante di Muslim Interaktiv aveva precedentemente invitato su Instagram a una «manifestazione contro l’incitamento all’odio dell’islam da parte dei media». Non è un fenomeno nuovo in Germania perché queste cose avvengono dal 2012 solo che prima non facevano notizia.
Chi è Raheem Boateng? È un cittadino tedesco convertitosi all’islam nel 2015 e oggi sedicente imam. Secondo quanto riportato da Hamburger Abendblatt, l’uomo sta studiando per diventare insegnante all’Università di Amburgo, ma su Instagram, YouTube, Facebook e TikTok è attivo come una sorta di influencer islamico. Come detto, Boateng è anche membro di Muslim Interaktiv, un’organizzazione ufficialmente designata dal Servizio di sicurezza nazionale (BfV) come «gruppo estremista affermato», ma nonostante questo status il gruppo non è bandito in Germania. Tuttavia, le autorità di sicurezza possono prendere misure contro i membri del gruppo utilizzando tutti gli strumenti di intelligence disponibili, compresa la sorveglianza e le intercettazioni telefoniche. Inoltre, secondo l’Ufficio per la Protezione della Costituzione di Amburgo, Muslim Interaktiv è considerato un’ala ideologica dell’islamista Hizb ut-Tahrir (HuT), che mira a stabilire un califfato e che è stato vietato dal 2003. Secondo i media tedeschi, Muslim Interaktiv mira a radicalizzare in particolare i giovani musulmani in Germania, affrontando i loro problemi percepiti come discriminazione e per farlo presentano una soluzione apparentemente semplice, spingendo i giovani a scegliere o dare la propria priorità tra due identità: quella musulmana e quella tedesca.
Ma cos’è Hizb ut-Tahrir (HuT)? Lo chiediamo all’analista Giovanni Giacalone: «Si tratta di un’organizzazione islamista radicale con sede centrale a Beirut, nata nel 1953 a Gerusalemme Est, che punta a creare un califfato panislamico globale fondato sulla Sharia, dunque con espansione anche nei Paesi non-musulmani. Oggi è presente in oltre 50 Paesi e in Europa la sua roccaforte è in Gran Bretagna, anche se dallo scorso gennaio HuT è stata messa al bando anche lì con le accuse di incitamento al terrorismo e antisemitismo. Hizb ut-Tahrir ha una visione di aperto contrasto all’Occidente fondata sullo scontro tra musulmani e “miscredenti”. Rifiutano il concetto di democrazia, considerata un affronto all’islam e vedono il jihad come aspetto fondamentale della lotta alla miscredenza. È tra l’altro stata messa al bando in molti Paesi musulmani e tutti i Paesi arabi tranne Libano e Yemen, e già questo ne indica il livello di pericolosità. In Europa è infiltrata in maniera capillare, soprattutto in Gran Bretagna e Germania ed è estremamente abile nel conquistare cuori e menti dei giovani musulmani».
A proposito dell’Inghilterra, sono continui i raduni all’aperto delle organizzazioni islamiche con annesse preghiere alle quali partecipano, insieme a migliaia di persone, imam estremisti come il quarantacinquenne Anayetullah Abbasi, cittadino del Bangladesh che parla dei talebani come di «leoni coraggiosi» e che promette: «Lotteremo contro i non musulmani fino al nostro ultimo respiro, finché non raggiungeremo Dio». Lo scorso 8 aprile il governo britannico ha bandito tre importanti gruppi islamici nell’ambito di una campagna anti-estremista annunciata in Parlamento nel marzo scorso. Si tratta dell’Associazione musulmana della Gran Bretagna, definita «l’affiliata britannica dei Fratelli Musulmani», Cage International, e Mend (Muslim Engagement and Development).
Drammatica la situazione anche in Francia, dove il governo prova a contenere il fenomeno espellendo di continuo gli imam estremisti come Mahjoub Mahjoub, imam della moschea Attawba a Bagnols-sur-Cèze, nel Sud del Paese. In un video ampiamente diffuso sui social media, Mahjoubi ha descritto i «tricolori» (termine spesso usato per riferirsi alla bandiera francese) come «satanici e di nessun valore presso Allah».
Le immagini di donne velate e uomini barbuti che chiedono la fine della democrazia e l’adozione del Califfato a casa nostra non può che spaventare, perché oggi sono mille ma domani quanti saranno? Tutto questo tenuto conto del numero di musulmani presenti in Europa e dei continui arrivi da Paesi islamici.
«Slogan che ispirano i lupi solitari»
Sara Kelany, deputata, è responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia
Sabato 27 aprile circa 1.100 manifestanti hanno preso d’assalto le strade di Amburgo in una dimostrazione di potere islamista nella quale hanno chiesto l’istituzione di un Califfato in Germania.
«La pericolosità di organizzazioni di questo tipo è di chiara evidenza, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui le recrudescenze del conflitto in Israele muovono anche in Europa pulsioni antisemite, travestite da antisionismo di facciata. Pertanto, lasciare campo libero a estremisti islamici che inneggiano al jihad è non solo inaccettabile perché contro i valori e i principi fondamentali dell’occidente, ma rappresenta un oggettivo problema di sicurezza nazionale. Questi predicatori di odio, infatti, possono smuovere gli istinti dei cosiddetti lupi solitari, che per spirito emulativo sono portati a commettere gesti folli e sanguinari anche senza l’appoggio strutturato di organizzazioni terroristiche. Dobbiamo dunque tenere alta la guardia. Sotto il profilo della sicurezza interna il nostro governo ha alzato l’allerta, soprattutto a protezione delle sinagoghe e dei luoghi sensibili, ed è sicuramente pronto per rispondere ad ogni eventuale minaccia. Sotto il profilo culturale dobbiamo affermare con nettezza che è inaccettabile dare spazio ad ogni manifestazione in cui si inneggi all’odio e che sponsorizzi il fondamentalismo islamico. L’identità europea sembra essere sotto attacco da parte di chi vorrebbe esportare il modello oscurantista fondamentalista, ma abbiamo gli anticorpi per resistere e non consentiremo che questa deriva possa travolgerci».
Nella recente tornata elettorale almeno 40 candidati musulmani sono stati eletti in Inghilterra dopo aver usato il conflitto israelo-palestinese per la loro campagna. Alla loro proclamazione qualcuno ha gridato: «Alzeremo la voce della Palestina. Allahu Akbar!». La preoccupa tutto questo e pensa che possa accadere un giorno in Italia?
«Non mi preoccupa tanto la fede religiosa degli eletti, quanto il fatto che l’Europa, intesa in senso geografico, troppo spesso in nome di un’ideologia mondialista, cavalcata dalla sinistra, abbia perso consapevolezza di sé, delle proprie radici giudaico cristiane e della propria cultura. Queste radici ci permetto di declinare in maniera naturale il concetto di laicità dello Stato, che è quello che rifiutano i i professionisti del terrore islamista. Essere eletto e gridare “Dio è grande” ne è la dimostrazione. In Italia al momento non è verosimile che si rinunci al nostro complesso di valori, anche perché noi conservatori lo tuteliamo. Ad esempio, non ci facciamo specie se ci tacciano di islamofobia o di razzismo se prendiamo provvedimenti contro le moschee abusive, o contro le violenze commesse su donne musulmane costrette al velo o a matrimoni combinati».
L’antisemitismo sta registrando un boom globale, con l’Italia che non fa eccezione con gli atti antisemiti che sono passati da 241 nel 2022 a 454 nel 2023. Questo emerge dal rapporto del 2023 dell’Anti Defamation League. Come si può fermare questo fenomeno e cosa può fare il governo italiano?
«Gli episodi di antisemitismo sono spesso mascherati all’origine da antisionismo, quando invece Israele è l’unica vera democrazia in Medio Oriente. Dobbiamo insistere su un punto: noi come custodi dei valori occidentali non possiamo non riconoscere che chi brucia le bandiere di Israele per strada sta attaccando al cuore ogni ebreo che lì ha trovato casa. Indipendentemente da ogni altra posizione politica. La sinistra non rende un buon servizio alla causa, perché strumentalizza ogni cosa a fini politici, per tacciare la destra di islamofobia, quando invece il tema oggi è solo proteggere i più fragili. Cosa possiamo fare? Proteggere le comunità ebraiche sul territorio, così come stiamo facendo, e non tentennare di fronte a sparute minoranze del multiforme universo della sinistra che pensano di potersi imporre con la violenza nelle università, nei luoghi della cultura e nella società. La lotta all’antisemitismo è una battaglia innanzitutto di tipo culturale».
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Ad Amburgo oltre 1.000 giovani hanno chiesto l’instaurazione del Califfato. È solo l’ultimo caso: da Londra a Parigi, sempre più cortei contestano la democrazia.La responsabile migranti di Fdi: «Gli estremisti possono spingere ad atti terroristici La difesa della laicità è legata alle radici giudaico cristiane, la sinistra non lo capisce»Lo speciale contiene due articoliSabato 27 aprile circa 1.100 manifestanti hanno manifestato per le strade del quartiere St. Georg di Amburgo in una chiara dimostrazione di potere islamista: hanno chiesto l’istituzione di un Califfato in Germania. Secondo le autorità tedesche l’evento è stato organizzato dal ventiseienne convertito all’islam Joe Adade Boateng, di padre ghanese e madre tedesca, che si fa chiamare Raheem Boateng e anima il gruppo estremista Muslim Interaktiv. Nelle immagini e nei video che sono diventati virali si può vedere una folla di manifestanti islamisti riunirsi lungo la trafficata Steindamm Street, nel cuore della città. I partecipanti tengono in mano cartelli e manifesti con scritte come «Germania = dittatura dei valori», «Kalifat ist die Lösung (Il Califfato è la soluzione)» e «La Palestina ha vinto la guerra dell’informazione». Secondo quanto riportato dai media tedeschi durante la manifestazione la folla ha anche intonato in coro «Allahu Akbar», mentre gli oratori hanno esortato alla creazione di un califfato islamico in Germania. In uno dei video che è diventato virale si può udire un oratore descrivere il califfato come «un sistema che garantisce sicurezza ma che è odiato e demonizzato in Germania», suscitando l’acclamazione della folla con i cori «Allahu Akbar». Gli islamisti presenti alla manifestazione hanno dichiarato che il motto dell’evento era «Non obbedire ai bugiardi» e gli organizzatori hanno affermato che «l’obiettivo della protesta era contestare le politiche islamofobiche del governo tedesco e le campagne mediatiche che avrebbero diffuso disinformazione sui musulmani in Germania, specialmente durante la copertura della guerra tra Israele e Hamas». Si tratta ovviamente di menzogne veicolate dai circoli islamisti che vengono diffuse non solo in Germania ma anche in Francia e in Inghilterra, solo per citare alcune nazioni. I manifestanti hanno esposto manifesti criticando i media tedeschi come Bild, Welt, Spiegel, Focus e Tagesschau, tutti accusati «di essere sordi, muti e ciechi rispetto alla nostra causa». Un rappresentante di Muslim Interaktiv aveva precedentemente invitato su Instagram a una «manifestazione contro l’incitamento all’odio dell’islam da parte dei media». Non è un fenomeno nuovo in Germania perché queste cose avvengono dal 2012 solo che prima non facevano notizia. Chi è Raheem Boateng? È un cittadino tedesco convertitosi all’islam nel 2015 e oggi sedicente imam. Secondo quanto riportato da Hamburger Abendblatt, l’uomo sta studiando per diventare insegnante all’Università di Amburgo, ma su Instagram, YouTube, Facebook e TikTok è attivo come una sorta di influencer islamico. Come detto, Boateng è anche membro di Muslim Interaktiv, un’organizzazione ufficialmente designata dal Servizio di sicurezza nazionale (BfV) come «gruppo estremista affermato», ma nonostante questo status il gruppo non è bandito in Germania. Tuttavia, le autorità di sicurezza possono prendere misure contro i membri del gruppo utilizzando tutti gli strumenti di intelligence disponibili, compresa la sorveglianza e le intercettazioni telefoniche. Inoltre, secondo l’Ufficio per la Protezione della Costituzione di Amburgo, Muslim Interaktiv è considerato un’ala ideologica dell’islamista Hizb ut-Tahrir (HuT), che mira a stabilire un califfato e che è stato vietato dal 2003. Secondo i media tedeschi, Muslim Interaktiv mira a radicalizzare in particolare i giovani musulmani in Germania, affrontando i loro problemi percepiti come discriminazione e per farlo presentano una soluzione apparentemente semplice, spingendo i giovani a scegliere o dare la propria priorità tra due identità: quella musulmana e quella tedesca. Ma cos’è Hizb ut-Tahrir (HuT)? Lo chiediamo all’analista Giovanni Giacalone: «Si tratta di un’organizzazione islamista radicale con sede centrale a Beirut, nata nel 1953 a Gerusalemme Est, che punta a creare un califfato panislamico globale fondato sulla Sharia, dunque con espansione anche nei Paesi non-musulmani. Oggi è presente in oltre 50 Paesi e in Europa la sua roccaforte è in Gran Bretagna, anche se dallo scorso gennaio HuT è stata messa al bando anche lì con le accuse di incitamento al terrorismo e antisemitismo. Hizb ut-Tahrir ha una visione di aperto contrasto all’Occidente fondata sullo scontro tra musulmani e “miscredenti”. Rifiutano il concetto di democrazia, considerata un affronto all’islam e vedono il jihad come aspetto fondamentale della lotta alla miscredenza. È tra l’altro stata messa al bando in molti Paesi musulmani e tutti i Paesi arabi tranne Libano e Yemen, e già questo ne indica il livello di pericolosità. In Europa è infiltrata in maniera capillare, soprattutto in Gran Bretagna e Germania ed è estremamente abile nel conquistare cuori e menti dei giovani musulmani». A proposito dell’Inghilterra, sono continui i raduni all’aperto delle organizzazioni islamiche con annesse preghiere alle quali partecipano, insieme a migliaia di persone, imam estremisti come il quarantacinquenne Anayetullah Abbasi, cittadino del Bangladesh che parla dei talebani come di «leoni coraggiosi» e che promette: «Lotteremo contro i non musulmani fino al nostro ultimo respiro, finché non raggiungeremo Dio». Lo scorso 8 aprile il governo britannico ha bandito tre importanti gruppi islamici nell’ambito di una campagna anti-estremista annunciata in Parlamento nel marzo scorso. Si tratta dell’Associazione musulmana della Gran Bretagna, definita «l’affiliata britannica dei Fratelli Musulmani», Cage International, e Mend (Muslim Engagement and Development). Drammatica la situazione anche in Francia, dove il governo prova a contenere il fenomeno espellendo di continuo gli imam estremisti come Mahjoub Mahjoub, imam della moschea Attawba a Bagnols-sur-Cèze, nel Sud del Paese. In un video ampiamente diffuso sui social media, Mahjoubi ha descritto i «tricolori» (termine spesso usato per riferirsi alla bandiera francese) come «satanici e di nessun valore presso Allah». Le immagini di donne velate e uomini barbuti che chiedono la fine della democrazia e l’adozione del Califfato a casa nostra non può che spaventare, perché oggi sono mille ma domani quanti saranno? Tutto questo tenuto conto del numero di musulmani presenti in Europa e dei continui arrivi da Paesi islamici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lislam-si-prende-le-piazze-deuropa-2668239853.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="slogan-che-ispirano-i-lupi-solitari" data-post-id="2668239853" data-published-at="1715510858" data-use-pagination="False"> «Slogan che ispirano i lupi solitari» Sara Kelany, deputata, è responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia Sabato 27 aprile circa 1.100 manifestanti hanno preso d’assalto le strade di Amburgo in una dimostrazione di potere islamista nella quale hanno chiesto l’istituzione di un Califfato in Germania. «La pericolosità di organizzazioni di questo tipo è di chiara evidenza, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui le recrudescenze del conflitto in Israele muovono anche in Europa pulsioni antisemite, travestite da antisionismo di facciata. Pertanto, lasciare campo libero a estremisti islamici che inneggiano al jihad è non solo inaccettabile perché contro i valori e i principi fondamentali dell’occidente, ma rappresenta un oggettivo problema di sicurezza nazionale. Questi predicatori di odio, infatti, possono smuovere gli istinti dei cosiddetti lupi solitari, che per spirito emulativo sono portati a commettere gesti folli e sanguinari anche senza l’appoggio strutturato di organizzazioni terroristiche. Dobbiamo dunque tenere alta la guardia. Sotto il profilo della sicurezza interna il nostro governo ha alzato l’allerta, soprattutto a protezione delle sinagoghe e dei luoghi sensibili, ed è sicuramente pronto per rispondere ad ogni eventuale minaccia. Sotto il profilo culturale dobbiamo affermare con nettezza che è inaccettabile dare spazio ad ogni manifestazione in cui si inneggi all’odio e che sponsorizzi il fondamentalismo islamico. L’identità europea sembra essere sotto attacco da parte di chi vorrebbe esportare il modello oscurantista fondamentalista, ma abbiamo gli anticorpi per resistere e non consentiremo che questa deriva possa travolgerci». Nella recente tornata elettorale almeno 40 candidati musulmani sono stati eletti in Inghilterra dopo aver usato il conflitto israelo-palestinese per la loro campagna. Alla loro proclamazione qualcuno ha gridato: «Alzeremo la voce della Palestina. Allahu Akbar!». La preoccupa tutto questo e pensa che possa accadere un giorno in Italia? «Non mi preoccupa tanto la fede religiosa degli eletti, quanto il fatto che l’Europa, intesa in senso geografico, troppo spesso in nome di un’ideologia mondialista, cavalcata dalla sinistra, abbia perso consapevolezza di sé, delle proprie radici giudaico cristiane e della propria cultura. Queste radici ci permetto di declinare in maniera naturale il concetto di laicità dello Stato, che è quello che rifiutano i i professionisti del terrore islamista. Essere eletto e gridare “Dio è grande” ne è la dimostrazione. In Italia al momento non è verosimile che si rinunci al nostro complesso di valori, anche perché noi conservatori lo tuteliamo. Ad esempio, non ci facciamo specie se ci tacciano di islamofobia o di razzismo se prendiamo provvedimenti contro le moschee abusive, o contro le violenze commesse su donne musulmane costrette al velo o a matrimoni combinati». L’antisemitismo sta registrando un boom globale, con l’Italia che non fa eccezione con gli atti antisemiti che sono passati da 241 nel 2022 a 454 nel 2023. Questo emerge dal rapporto del 2023 dell’Anti Defamation League. Come si può fermare questo fenomeno e cosa può fare il governo italiano? «Gli episodi di antisemitismo sono spesso mascherati all’origine da antisionismo, quando invece Israele è l’unica vera democrazia in Medio Oriente. Dobbiamo insistere su un punto: noi come custodi dei valori occidentali non possiamo non riconoscere che chi brucia le bandiere di Israele per strada sta attaccando al cuore ogni ebreo che lì ha trovato casa. Indipendentemente da ogni altra posizione politica. La sinistra non rende un buon servizio alla causa, perché strumentalizza ogni cosa a fini politici, per tacciare la destra di islamofobia, quando invece il tema oggi è solo proteggere i più fragili. Cosa possiamo fare? Proteggere le comunità ebraiche sul territorio, così come stiamo facendo, e non tentennare di fronte a sparute minoranze del multiforme universo della sinistra che pensano di potersi imporre con la violenza nelle università, nei luoghi della cultura e nella società. La lotta all’antisemitismo è una battaglia innanzitutto di tipo culturale».
Marine Le Pen (Ansa)
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
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content.jwplatform.com
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.