True
2019-12-10
L’Iran lascia andare Stramaccioni. Ma i suoi assistenti restano ostaggi
Ansa
Represse, e non sappiamo con quanti morti e feriti, le proteste scoppiate a novembre contro l'aumento del costo del carburante, il regime iraniano ieri ha dovuto fare i conti con nuove contestazioni. Questa volta oggetto del contendere tra cittadini e Stato sono le dimissioni dell'ex allenatore dell'Inter Andrea Stramaccioni dall'Esteghlal, squadra in vetta alla classifica della massima serie calcistica dell'Iran che ieri, alla prima senza «Strama» in panchina, ha pareggiato 2-2 in casa del Paykan (mantenendo tuttavia la vetta). Il caso va ben oltre il piano sportivo. Come si sa, l'Iran è un regime - teocratico - ove pubblico e privato spesso coincidono: il calcio non fa eccezione, tanto che la questione è diventata diplomatica. Al centro c'è il ministro dello Sport, Masoud Soltanifar, titolare del dicastero proprietario del club allenato da Stramaccioni il quale, dopo un avvio di stagione difficile (e insoddisfazione per il deludente calciomercato, fatta trapelare in Italia), è riuscito con 9 vittorie nelle ultime 10 partite a portare la squadra al vertice. Sotto la sede del ministero dello Sport ieri si sono ritrovati i tifosi della capolista, tutti schierati con l'ex tecnico dell'Inter, per manifestare contro le dimissioni del mister. Stramaccioni, infatti, aveva deciso domenica di risolvere unilateralmente il contratto accusando la società di non pagare lo stipendio a lui e ai membri del suo staff da alcuni mesi.
Qui entrano in campo il ministro Soltanifar e il Persepolis, altra società calcistica di cui il dicastero dello Sport è proprietario. Secondo i contestatori in piazza, il ministro è tifoso del Persepolis, club più scudettato del Paese - una sorta di Juve iraniana - nonché arcirivale dell'Esteghlal. Dopo che centinaia di fan di «Strama» sono scesi in strada a Teheran protestando davanti alla sede del ministero dello Sport e facendo irruzione nella sede del club, Soltanifar ha chiesto al viceministro degli Esteri, Abbas Araqchi, di parlare con l'ambasciatore italiano in Iran, Giuseppe Perrone, per perorare la causa del ritorno in panchina di Stramaccioni, il quale ieri è giunto a Roma (prima con un volo privato Teheran-Istanbul, poi su uno di linea fino a Roma). Assieme a lui, il suo collaboratore Sebastian Leto. Il resto dello staff di Stramaccioni rimane in Iran e non è stato ancora autorizzato a lasciare il Paese. Si tratta di due cittadini italiani - Marco Caser e Omar Danesi - su cui si rischia di giocare una complessa partita diplomatica tra Roma e Teheran.
Le difficoltà iraniane dell'ex allenatore interista sono state molteplici: dalla mancanza di un interprete in panchina (sottolineata in una conferenza stampa rabbiosa, simile nei toni a quelle di Giovanni Trapattoni al Bayern Monaco e Alberto Malesani al Panathinaikos, ma tenuta in un contesto ben differente), fino all'impossibilità di tornare in patria a fine agosto per il mancato rinnovo di un visto scaduto da tempo. Ma a Sky Sport l'allenatore ha dichiarato che, nonostante le complicazioni, considera quella iraniana «un'esperienza comunque positiva, un'avventura diversa nella mia carriera. Dispiace», ha aggiunto, che in seguito a questa decisione ci siano state ripercussioni che hanno avuto anche un risvolto politico». E ancora: «Giocare in stadi con 100.000 persone e fare la Champions League asiatica anche per un allenatore italiano è un grande onore».
A seguito dei tumulti il presidente del club, Amir Hossein Fathi, e tutto il suo staff sono stati costretti a dimettersi. Però hanno lasciato una porta aperta al mister, dichiarando in una nota che il mancato pagamento degli stipendi è dovuto a problemi di natura burocratica. Per questo il club conta di incontrare Stramaccioni nella speranza di arrivare a un accordo. È lo stesso tecnico ex Inter a dirsi disponibile. Ieri a Sky Sport - durante lo scalo in Turchia - ha spiegato che «se la situazione si sanasse dal punto di vista legale», sarebbe «pronto a tornare anche domani alla guida dell'Esteghlal».
Il mister e il suo staff, come detto, hanno spiegato di aver optato per la risoluzione del contratto a causa dei mancati pagamenti. Tuttavia, nell'intervista l'allenatore ha citato le sanzioni internazionali sul regime degli ayatollah, spigando che il primato in classifica è «arrivato dopo una partenza difficile in cui incide anche la situazione dell'Iran con le sanzioni che non permettono alla nazione di esprimersi al 100%». Pare difatti che il club - a partecipazione come detto statale - avrebbe aggirato alcune sanzioni internazionali contro lo Stato iraniano. Perfino l'agenzia di stampa semiufficiale Mehr ha ricordato le difficoltà a effettuare transazioni bancarie tra l'Iran e l'estero a causa di tali restrizioni. Il comportamento della società ha attirato l'attenzione dell'Afc (l'equivalente asiatico della Uefa). E poiché, secondo il regolamento del massimo organismo calcistico continentale, i dipendenti non possono lavorare se il pagamento degli stipendi è irregolare, il ritorno di Stramaccioni sulla panchina dell'Esteghlal appare sempre più lontano. Con buona pace dei tifosi scesi in piazza.
La Siria umilia la Rai e manda in onda l’intervista censurata ad Assad

Ansa
Accuse a Barack Obama, alla Francia e all'Europa in genere per la guerra in Siria, ferma negazione dell'uso di gas nei bombardamenti nel suo Paese e annuncio di ingenti disponibilità finanziarie da parte di tanti siriani «in giro per il mondo» pronti a «investire nella ricostruzione». Questi i passaggi dell'intervista al presidente siriano Bashar al Assad realizzata dall'ex presidente della Rai, Monica Maggioni, andata in onda ieri sera alle 21 - ora di Damasco, le 20 italiane - sui canali governativi locali in versione completa. Già nei giorni scorsi sull'account Twitter della presidenza della Siria era passato il trailer (34.500 visualizzazioni) oltre alla foto della Maggioni seduta davanti ad Assad. La didascalia era un ultimatum in risposta alla mancata messa in onda del servizio da parte della nostra tv di Stato: basta rinvii «per motivi incomprensibili». Nessuna testata Rai, infatti, ha trasmesso l'intervista realizzata lo scorso 26 novembre a Damasco al capo di Stato alawita. La trasmissione era prevista e concordata - almeno secondo il governo siriano - il 2 dicembre. Ma è rimasta nel cassetto perché - apparentemente - la Maggioni l'avrebbe realizzata senza che nessuno l'avesse commissionata. A chiudere il dialogo tra il dittatore e l'ex inviata di punta del Tg1 ci sarebbe anche un messaggio all'Europa. Alla domanda: «Chi ricostruirà la Siria? Ci vorranno tanti soldi», Assad risponde: «I soldi ci sono, sia nel Paese che in giro per il mondo grazie ai tanti siriani disposti ad investire per la ricostruzione». E, forse riferendosi alle misure restrittive dell'Ue nei confronti del regime, aggiunge che se si risolvesse il problema dei blocchi burocratici, la Siria potrebbe aprire le frontiere. Un chiaro messaggio, visto che la messa in onda era concordata con la presidenza siriana per il 2 dicembre, vigilia dell'apertura della conferenza «Rome Med 2019-Mediterranean Dialogues», in programma il 6 e 7 dicembre. Per la verità sembrerebbe che, seppur non concordata con nessuna rete, l'intervista sia finita non solo sul tavolo di Antonio Di Bella - direttore di Rai News 24 - ma anche del Tg1 di Carboni e di Rai3 (con l'interessamento di Lucia Annunziata per la trasmissione Mezz'ora in più). Di Bella però aveva deciso di usarla per uno speciale da mandare lunedì scorso nel corso di Checkpoint, poi cancellato. C'era stata infatti la presa di posizione del sindacato Usigrai, secondo cui è «inaccettabile mandare in onda un'intervista non concordata preventivamente con alcuna testata, e realizzata dall'amministratore delegato di Rai Com (attuale incarico della Maggioni in azienda, ndr) che non ha alcun ruolo all'interno delle redazioni della tv di Stato». L'ad della Rai, Fabrizio Salini, ha preferito bloccare tutto perché «l'intervista non è stata effettuata su commissione di alcuna testata Rai. Pertanto non poteva venire concordata a priori una data di messa in onda». Solo in serata, tardivamente, il documento è stato inserito sulla piattaforma online Rai Play, dove può essere visionato in streaming. Quello che sembrava un caso sindacale si è trasformato in caso diplomatico: la Siria ha avuto campo aperto per parlare di «ulteriore esempio dei tentativi occidentali di nascondere la verità sulla situazione». Particolarmente irritato è Marcello Foa, presidente della Rai con delega alle relazioni internazionali, per non essere stato informato dell'intervista né dei successivi sviluppi né delle decisioni assunte in azienda a riguardo: «Salini ci spiegherà cosa è successo». Le spiegazioni arriveranno oggi sin consiglio d'amministrazione. È una grana anche per il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che nei giorni scorsi aveva annunciato: «Per l'Italia è tempo di dialogare con Damasco».
Continua a leggereRiduci
L'allenatore dell'Esteghlal rescinde il contratto, parte con un jet e i tifosi protestano in piazza. Requisiti i documenti ai suoi vice.Viale Mazzini aveva cestinato il servizio. In serata è stato reso disponibile solo sul Web.Lo speciale contiene due articoli Represse, e non sappiamo con quanti morti e feriti, le proteste scoppiate a novembre contro l'aumento del costo del carburante, il regime iraniano ieri ha dovuto fare i conti con nuove contestazioni. Questa volta oggetto del contendere tra cittadini e Stato sono le dimissioni dell'ex allenatore dell'Inter Andrea Stramaccioni dall'Esteghlal, squadra in vetta alla classifica della massima serie calcistica dell'Iran che ieri, alla prima senza «Strama» in panchina, ha pareggiato 2-2 in casa del Paykan (mantenendo tuttavia la vetta). Il caso va ben oltre il piano sportivo. Come si sa, l'Iran è un regime - teocratico - ove pubblico e privato spesso coincidono: il calcio non fa eccezione, tanto che la questione è diventata diplomatica. Al centro c'è il ministro dello Sport, Masoud Soltanifar, titolare del dicastero proprietario del club allenato da Stramaccioni il quale, dopo un avvio di stagione difficile (e insoddisfazione per il deludente calciomercato, fatta trapelare in Italia), è riuscito con 9 vittorie nelle ultime 10 partite a portare la squadra al vertice. Sotto la sede del ministero dello Sport ieri si sono ritrovati i tifosi della capolista, tutti schierati con l'ex tecnico dell'Inter, per manifestare contro le dimissioni del mister. Stramaccioni, infatti, aveva deciso domenica di risolvere unilateralmente il contratto accusando la società di non pagare lo stipendio a lui e ai membri del suo staff da alcuni mesi.Qui entrano in campo il ministro Soltanifar e il Persepolis, altra società calcistica di cui il dicastero dello Sport è proprietario. Secondo i contestatori in piazza, il ministro è tifoso del Persepolis, club più scudettato del Paese - una sorta di Juve iraniana - nonché arcirivale dell'Esteghlal. Dopo che centinaia di fan di «Strama» sono scesi in strada a Teheran protestando davanti alla sede del ministero dello Sport e facendo irruzione nella sede del club, Soltanifar ha chiesto al viceministro degli Esteri, Abbas Araqchi, di parlare con l'ambasciatore italiano in Iran, Giuseppe Perrone, per perorare la causa del ritorno in panchina di Stramaccioni, il quale ieri è giunto a Roma (prima con un volo privato Teheran-Istanbul, poi su uno di linea fino a Roma). Assieme a lui, il suo collaboratore Sebastian Leto. Il resto dello staff di Stramaccioni rimane in Iran e non è stato ancora autorizzato a lasciare il Paese. Si tratta di due cittadini italiani - Marco Caser e Omar Danesi - su cui si rischia di giocare una complessa partita diplomatica tra Roma e Teheran.Le difficoltà iraniane dell'ex allenatore interista sono state molteplici: dalla mancanza di un interprete in panchina (sottolineata in una conferenza stampa rabbiosa, simile nei toni a quelle di Giovanni Trapattoni al Bayern Monaco e Alberto Malesani al Panathinaikos, ma tenuta in un contesto ben differente), fino all'impossibilità di tornare in patria a fine agosto per il mancato rinnovo di un visto scaduto da tempo. Ma a Sky Sport l'allenatore ha dichiarato che, nonostante le complicazioni, considera quella iraniana «un'esperienza comunque positiva, un'avventura diversa nella mia carriera. Dispiace», ha aggiunto, che in seguito a questa decisione ci siano state ripercussioni che hanno avuto anche un risvolto politico». E ancora: «Giocare in stadi con 100.000 persone e fare la Champions League asiatica anche per un allenatore italiano è un grande onore».A seguito dei tumulti il presidente del club, Amir Hossein Fathi, e tutto il suo staff sono stati costretti a dimettersi. Però hanno lasciato una porta aperta al mister, dichiarando in una nota che il mancato pagamento degli stipendi è dovuto a problemi di natura burocratica. Per questo il club conta di incontrare Stramaccioni nella speranza di arrivare a un accordo. È lo stesso tecnico ex Inter a dirsi disponibile. Ieri a Sky Sport - durante lo scalo in Turchia - ha spiegato che «se la situazione si sanasse dal punto di vista legale», sarebbe «pronto a tornare anche domani alla guida dell'Esteghlal».Il mister e il suo staff, come detto, hanno spiegato di aver optato per la risoluzione del contratto a causa dei mancati pagamenti. Tuttavia, nell'intervista l'allenatore ha citato le sanzioni internazionali sul regime degli ayatollah, spigando che il primato in classifica è «arrivato dopo una partenza difficile in cui incide anche la situazione dell'Iran con le sanzioni che non permettono alla nazione di esprimersi al 100%». Pare difatti che il club - a partecipazione come detto statale - avrebbe aggirato alcune sanzioni internazionali contro lo Stato iraniano. Perfino l'agenzia di stampa semiufficiale Mehr ha ricordato le difficoltà a effettuare transazioni bancarie tra l'Iran e l'estero a causa di tali restrizioni. Il comportamento della società ha attirato l'attenzione dell'Afc (l'equivalente asiatico della Uefa). E poiché, secondo il regolamento del massimo organismo calcistico continentale, i dipendenti non possono lavorare se il pagamento degli stipendi è irregolare, il ritorno di Stramaccioni sulla panchina dell'Esteghlal appare sempre più lontano. Con buona pace dei tifosi scesi in piazza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/liran-lascia-andare-stramaccioni-ma-i-suoi-assistenti-restano-ostaggi-2641556271.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-siria-umilia-la-rai-e-manda-in-onda-lintervista-censurata-ad-assad" data-post-id="2641556271" data-published-at="1767725280" data-use-pagination="False"> La Siria umilia la Rai e manda in onda l’intervista censurata ad Assad Ansa Accuse a Barack Obama, alla Francia e all'Europa in genere per la guerra in Siria, ferma negazione dell'uso di gas nei bombardamenti nel suo Paese e annuncio di ingenti disponibilità finanziarie da parte di tanti siriani «in giro per il mondo» pronti a «investire nella ricostruzione». Questi i passaggi dell'intervista al presidente siriano Bashar al Assad realizzata dall'ex presidente della Rai, Monica Maggioni, andata in onda ieri sera alle 21 - ora di Damasco, le 20 italiane - sui canali governativi locali in versione completa. Già nei giorni scorsi sull'account Twitter della presidenza della Siria era passato il trailer (34.500 visualizzazioni) oltre alla foto della Maggioni seduta davanti ad Assad. La didascalia era un ultimatum in risposta alla mancata messa in onda del servizio da parte della nostra tv di Stato: basta rinvii «per motivi incomprensibili». Nessuna testata Rai, infatti, ha trasmesso l'intervista realizzata lo scorso 26 novembre a Damasco al capo di Stato alawita. La trasmissione era prevista e concordata - almeno secondo il governo siriano - il 2 dicembre. Ma è rimasta nel cassetto perché - apparentemente - la Maggioni l'avrebbe realizzata senza che nessuno l'avesse commissionata. A chiudere il dialogo tra il dittatore e l'ex inviata di punta del Tg1 ci sarebbe anche un messaggio all'Europa. Alla domanda: «Chi ricostruirà la Siria? Ci vorranno tanti soldi», Assad risponde: «I soldi ci sono, sia nel Paese che in giro per il mondo grazie ai tanti siriani disposti ad investire per la ricostruzione». E, forse riferendosi alle misure restrittive dell'Ue nei confronti del regime, aggiunge che se si risolvesse il problema dei blocchi burocratici, la Siria potrebbe aprire le frontiere. Un chiaro messaggio, visto che la messa in onda era concordata con la presidenza siriana per il 2 dicembre, vigilia dell'apertura della conferenza «Rome Med 2019-Mediterranean Dialogues», in programma il 6 e 7 dicembre. Per la verità sembrerebbe che, seppur non concordata con nessuna rete, l'intervista sia finita non solo sul tavolo di Antonio Di Bella - direttore di Rai News 24 - ma anche del Tg1 di Carboni e di Rai3 (con l'interessamento di Lucia Annunziata per la trasmissione Mezz'ora in più). Di Bella però aveva deciso di usarla per uno speciale da mandare lunedì scorso nel corso di Checkpoint, poi cancellato. C'era stata infatti la presa di posizione del sindacato Usigrai, secondo cui è «inaccettabile mandare in onda un'intervista non concordata preventivamente con alcuna testata, e realizzata dall'amministratore delegato di Rai Com (attuale incarico della Maggioni in azienda, ndr) che non ha alcun ruolo all'interno delle redazioni della tv di Stato». L'ad della Rai, Fabrizio Salini, ha preferito bloccare tutto perché «l'intervista non è stata effettuata su commissione di alcuna testata Rai. Pertanto non poteva venire concordata a priori una data di messa in onda». Solo in serata, tardivamente, il documento è stato inserito sulla piattaforma online Rai Play, dove può essere visionato in streaming. Quello che sembrava un caso sindacale si è trasformato in caso diplomatico: la Siria ha avuto campo aperto per parlare di «ulteriore esempio dei tentativi occidentali di nascondere la verità sulla situazione». Particolarmente irritato è Marcello Foa, presidente della Rai con delega alle relazioni internazionali, per non essere stato informato dell'intervista né dei successivi sviluppi né delle decisioni assunte in azienda a riguardo: «Salini ci spiegherà cosa è successo». Le spiegazioni arriveranno oggi sin consiglio d'amministrazione. È una grana anche per il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che nei giorni scorsi aveva annunciato: «Per l'Italia è tempo di dialogare con Damasco».
Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 6 gennaio 2026. Il deputato della Lega Giampiero Zinzi commenta la falsa partenza di Fico in Campania tra incompatibilità e conflitti di interesse.
In questa puntata di Segreti si ricostruisce il delitto di Aurora a Milano: un omicidio brutale, preceduto da aggressioni, segnali ignorati e una lunga scia di precedenti. Un’analisi che mette al centro il profilo dell’assassino, le falle del sistema e una domanda che resta aperta: come è stato possibile che un soggetto così pericoloso fosse ancora libero di colpire?
iStock
La piccola exclave per decenni ha avuto un’economia particolarmente florida, basata sugli introiti del locale casinò, gestito da una società interamente partecipata dal Comune. Fino al 2018, quando il fallimento della casa da gioco (riaperta nel 2021 dopo l’omologa del concordato) ha trascinato l’ente locale in un dissesto milionario, come detto tuttora gestito da un organismo straordinario di liquidazione che affianca il lavoro dell’attuale primo cittadino, eletto nel 2020 dopo due anni di commissariamento.
Prima del tracollo di otto anni fa, i dipendenti comunali erano circa 120 (poco meno del 10% della popolazione), di cui una quarantina deputati ai controlli all’interno del casinò; adesso, il drastico taglio al budget comunale ha falcidiato il personale, ridotto a 15 unità, di cui due part-time. Ma gli stipendi d’oro, derivanti da una norma risalente agli anni Ottanta, basata sul fatto che la «particolare situazione geografica e il contesto economico svizzero in cui è inserito il Comune di Campione d’Italia ove la valuta corrente è il franco svizzero», stabiliva trattamento un economico dei dipendenti comunali con decorrenza 1° gennaio 1986, prevedendo un assegno ad personam da 4.000 a 5.000 franchi svizzeri, e assegno di exclave da 5.000 a 6.000 franchi per un totale mensile netto a dipendente fra gli 8.000 e i 13.000 franchi. A oggi una cifra che spazia all’incirca tra gli 8.000 e i 13.000 euro netti mensili.
Sulle nuove assunzioni Verda e Marchesini, hanno prodotto un’interrogazione a risposta scritta diretta al sindaco Roberto Canesi: «In un momento dove non si pagano gli arretrati degli ex dipendenti, dei pensionati, dei carabinieri, si cerca solo di favorire figure singole senza a nostro avviso una strategia, basti pensare che la pianta organica dal 1° gennaio 2026 passerà da 15 a 21, con cinque di loro componenti della polizia locale, tra cui addirittura marito e moglie, e la spesa passa da 2 milioni e 700.000 euro a 4 milioni e 700.000».
Secondo quanto risulta a La Verità tra i nuovi assunti ci sarebbe anche una persona che si era licenziata dopo il dissesto e che è stata riassunta direttamente, grazie a una norma che permette di far tornare nel posto di lavoro chi si era dimesso nei cinque anni precedenti. Anche su questo caso i due consiglieri di Campione 2.0 hanno presentato un’interrogazione. Anche perché, in virtù della procedura di dissesto, il Comune di Campione d’Italia, come prevede la normativa, riceve fondi da Roma. «Il contributo dello Stato a Campione d’Italia è di 10 milioni di euro, la metà viene spesa per tutti i dipendenti», spiega a La Verità il consigliere Verda. In passato i maxi stipendi venivano coperti dai proventi che generava il casinò, che riempivano le casse del Comune, con cifre che oscillavano, prima del 2018, tra i 40 e i 50 milioni di euro.
L’ente locale è tuttora l’azionista unico della società partecipata che gestisce la casa da gioco. Ma con l’entrata in vigore del concordato, indispensabile per sanare il debito da circa 132 milioni di euro della casa da gioco, quest’ultima paga al Comune una somma fissa per tutta la durata della procedura. Si parte dai 500.000 euro del 2022, per arrivare ai 2,5 milioni che la casa da gioco verserà nel 2026 e 2027. Detto in parole povere, senza il contributo di Stato, il Comune probabilmente farebbe fatica a pagare gli stipendi. Ma c’è di più. Il dissesto di un Comune impone vincoli che rendono pressoché impossibile assumere nuovo personale. E anche su questo argomento la tensione tra la maggioranza e l’opposizione è alle stelle. Per quest’ultima, infatti, se da un lato è vero che esiste il decreto ministeriale del 24 dicembre 2021 di approvazione dell’ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato 2018-2022, dall’altro c’è stato in seguito l’esito negativo del controllo della Corte dei Conti e la decisione delle Sezioni riunite che porterebbero a escludere che il Comune possa qualificarsi come dotato di un bilancio stabilmente riequilibrato.
Di conseguenza, l’ente sarebbe ancora in dissesto. A rafforzare la teoria degli esponenti di Campione 2.0 anche il fatto che l’Osl sia ancora attivo, tanto che l’ultima delibera firmata dal commissario porta la data del 17 dicembre 2025.
I due consiglieri di opposizione chiedono all’amministrazione chiarezza anche sulle conseguenze delle assunzioni, convinti che, per espressa giurisprudenza contabile, l’ente non possa disporre di un numero di dipendenti superiore al rapporto massimo previsto dalla legge in relazione agli abitanti, che sarebbe di 15 posizioni professionali. Un tetto che, già con la prima assunzione, verrebbe sforato. Secondo quanto risulta a La Verità, Verda e Marchesini, per fare chiarezza sulla vicenda, starebbero anche valutando di presentare una denuncia alla magistratura.
Continua a leggereRiduci