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2019-04-18
Il Bullo usa il rogo di Parigi per il suo spot elettorale contro i partiti sovranisti
Ansa
Il governo di Renzi ha deciso di scaricare l'ex sottosegretario Sandro Gozi. Peccato che il Renzi in questione non sia Matteo, ma il Segretario agli Esteri e alla Giustizia del congresso (in pratica il governo) di San Marino. Ad accendere la miccia di quello che è diventato ormai un caso internazionale è stata La Verità con un pezzo dedicato alla difesa di Catia Tomasetti (presidente della Banca Centrale di San Marino), indagata con Gozi per «amministrazione infedele», avendo stipulato con lui una consulenza da 220.000 euro (compresi eventuali premi) considerata dal commissario della legge Alberto Buriani «fittizia» oltre che viziata da un presunto rapporto di amicizia tra i due.
Questo è quanto abbiamo riportato: «Nei mesi scorsi il segretario agli Esteri Nicola Renzi avrebbe chiesto un aiuto all'ambasciatrice di Malta in Italia, Vanessa Frazier, per individuare il negoziatore giusto per trattare con l'Ue, e la Frazier gli avrebbe consigliato il nome di Gozi, a suo dire perfetto per il ruolo, soprattutto dopo la mancata rielezione in Parlamento».
Interpellato dalla Verità, Renzi aveva glissato: «Non confermo e non smentisco». Salvo ripensarci, alla lettura del nostro articolo di ieri, e rilasciare una mitragliata di comunicati che hanno scatenato reazioni a catena da parte degli altri protagonisti in una guerra di tutti contro tutti. Con l'unico risultato di essere travolto dalle smentite. «La consulenza che Sandro Gozi ha avuto dalla Repubblica di San Marino è stata data da Bcsm», ha spiegato Renzi, «tant'è che c'erano stati dei contatti per una collaborazione diretta tra Gozi e il Governo di San Marino» che però - giura - «non si sono concretizzati». Dopo qualche ora, sul sito del Giornale di San Marino, Renzi ha rincarato la dose. E, nella fretta di smentire collegamenti con gli indagati, ha sconfessato pure sé stesso arrivando a sbagliare addirittura il nome della sua ambasciatrice, diventata Freiser in luogo di Frazier.
«In merito all'articolo della Verità su Gozi, che voi avete ripreso, le dichiaro, dopo un confronto sia con l'ambasciatore Freiser (sic, ndr) che con l'ambasciatore Albertini, che le cose non stanno così (…) non sono stato io a cercare il dott. Gozi». «Io non c'entro nulla con la consulenza datagli da Banca Centrale». Annunciando, comunque, di voler essere «sentito in tribunale dal Commissario della Legge Buriani», titolare del fascicolo.
Puntuale, però, è arrivata la smentita dell'ambasciatore Frazier, che ha spiegato di aver proposto Gozi «senza interessi personali» e di aver procurato il contatto «perché me lo hanno chiesto loro». Ovvero, Renzi. Addirittura, «l'anno prima avevo suggerito altri due nomi» non presi in considerazione. A sentir lei, l'interessamento di Renzi per il politico italiano c'era tutto. «Gozi nel negoziato stava aiutando tutto il sistema Paese». Qualcuno vuole affossarlo? «Così ho letto su Dagospia. Ho avuto l'impressione che c'è chi è abituato a togliere di mezzo chi non è conveniente». Il riferimento è a uno scenario pubblicato dal sito di Roberto D'Agostino in cui si collega la recente visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a San Marino alle manovre di chi, nel piccolo Stato del Titano, pur di non sottostare alla tagliola dell'Ue sui paradisi fiscali e l'antiriciclaggio, vorrebbe proseguire con la libertà finanziaria sotto la la protezione di Mosca.
E Gozi? Conferma di aver incontrato Renzi e di aver trattato con lui i termini del possibile incarico di Governo. All'arrivo della Tomasetti al vertice dell'istituto, però, la sua consulenza fu spostata «direttamente su Banca Centrale» in quando «credo che il Governo non volesse sobbarcarsi i costi di un negoziatore su materie tipiche» di Bcsm. E aggiunge: «Con il segretario Renzi ho fatto diverse riunioni sia a San Marino che missioni a Bruxelles».
Partito inseguitore e diventato lepre, Renzi, contraddetto due volte, l'ha buttata sul patriottismo: «Sono preoccupato da alcune letture su questa vicenda che cercano di mettere in contrasto lo Stato contro Bcsm. Credo che in una fase come questa dobbiamo difendere innanzitutto lo stato di San Marino. Quando sento attacchi sulla mancata trasparenza, o contro il Tribunale e/o Bcsm credo che tutti quanti dovremmo fare squadra per rispondere a questi dipinti caricaturali che dall'esterno fanno del nostro paese. I piccoli litigi nel nostro paese se amplificati fanno male soprattutto al nostro Paese». Un intreccio di dichiarazioni che assomiglia a un gioco di specchi, e che però non affronta il tema centrale dell'inchiesta: Gozi è stato pagato per aver realmente lavorato? Di questo, chissà perché, nessuno vuol parlare.
L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa
Dopo la «Waterloo dei nazionalismi» di Repubblica e la miriade di omelie giornalistiche su Notre Dame come trionfo dell'europeismo, non poteva mancare l'intervento di Matteo Renzi. Ieri, sul Foglio, il senatore semplice ha mescolato un po' di Joseph Ratzinger, un po' di Enrico Letta e un po' di retorica da redattore unico. Servendosi di un accorato appello a «ricostruire il cristianesimo in Francia», per arrivare al punto che davvero gli interessava: tenere in piedi l'Unione degli eurocrati. Un edificio più recente delle cattedrali medievali, ma già pericolante. E che, anziché essere divorato da un incendio, rischia di rovinare per autocombustione.
Nel suo fondo, in verità, l'ex premier sfoggia alcune intuizioni interessanti. Parla della costruzione delle cattedrali, vestigia di un tempo che ha plasmato la nostra civiltà, come del «momento in cui un insieme sgangherato di donne e uomini diventa popolo». L'ex Rottamatore ora veste i panni del costruttore. Di edilizia, come testimoniano i suoi ottimi affari immobiliari, ormai un po' se ne intende. Peccato si perda nell'inutile predica sulla minaccia dei sovranismi. Lì si capisce che la tirata sulla «gente» che si trasforma in «comunità» serviva a infiocchettare l'apologia di un'altra «comunità»: quella europea.
Peraltro, nella disquisizione sulla costruzione delle cattedrali, Renzi riprende alla lettera un libro di dieci anni fa del suo arcinemico Letta, Costruire una cattedrale. Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande. Si vede che il povero Enrico non può mai stare sereno: dopo avergli soffiato la poltrona, Renzi gli soffia pure le trovate letterarie.
L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa. Ci ricorda che «noi siamo i valori che difendiamo, la cultura che esprimiamo, la bellezza che ammiriamo». Ha sostenuto il partito dei tecnocrati, però ci spiega che «noi cittadini del XXI secolo» non siamo solo «cibo per algoritmi». E cita Giovanna d'Arco, Jacques Maritain, il curato d'Ars, Charles Péguy, il cantiere di Santa Maria del Fiore a Firenze e i boy scout. Curiosa, certo, l'ambizione del senatore semplice di restaurare il cristianesimo. Lui tifa per Emmanuel Macron, il campione di un nichilismo che, il cristianesimo, l'ha lasciato in balia di laicisti e musulmani radicali. Notre Dame, difatti, non è la prima chiesa francese che va in cenere: poche settimane fa c'era stato il rogo doloso di Saint Sulpice. Nel solo 2018, si sono contati quasi mille atti di vandalismo a danno degli edifici di culto cattolici. E poi, proprio Renzi viene a farci la catechesi sulla difesa del cristianesimo, dopo che ha sponsorizzato le leggi sulle unioni civili e sul biotestamento? Dopo quell'infelice sparata, «ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo»? Proprio lui confeziona l'encomio del Medioevo, dopo che il Pd, prima, durante e dopo il Congresso delle famiglie di Verona, ha usato «medievale» come un insulto?
A leggere il commento del senatore semplice si viene colti dal sospetto che tutta la magniloquenza, tutto l'ardore identitario che non stonerebbe in un discorso di Benedetto XVI, siano la premessa di un sillogismo sgangherato. Ovvero, che Notre Dame sia la prova che i sovranisti si sbagliano e gli europeisti hanno ragione. In scia con la linea editoriale dei giornaloni. Per Renzi, addirittura, la ricostruzione di Notre Dame deve diventare il «simbolo di un popolo europeo che non si accontenti di essere solo gente, che non si faccia terrorizzare dagli estremisti e dai sovranisti». In sostanza: alle europee, non votate Lega. Ve lo chiedono il Gobbo, i gargoyle e forse anche la corona di spine di Cristo.
Eppure, se il rogo di Notre Dame dimostra qualcosa, è che il «popolo europeo» può esistere solo se rimane sovrano. Solo se conserva le specificità di ogni comunità nazionale, perché sono quelle singolarità a essere permeate di spirito europeo. È questa l'Europa per cui stiamo piangendo: l'Europa, appunto, delle Giovanna d'Arco, dei San Tommaso, delle Notre Dame e delle Santa Maria del Fiore. Quell'Europa si fonda su guglie, cupole e navate. Quella che ci stanno vendendo sulla scia della commozione, invece, si fonda sul vincolo esterno, sui rimbrotti di Pierre Moscovici, sulle sciatiche alcoliche di Jean Claude Juncker, sul bail in a Cipro, sugli sbancati in Italia e sulla Grecia ridotta al supermarket di Germania e Cina. Questa Europa qua, di Notre Dame, come del Colosseo o di Pompei o del Partenone, tendenzialmente se ne frega. Il suo leader per eccellenza, Macron, è uno che soffia sul fuoco in Medio Oriente e poi chiude le frontiere. È uno che s'inventa la tassa sui carburanti per far pagare il cambiamento climatico alla Francia rurale, ma poi va con il cerino in mano a chiedere i soldi per il restauro di Notre Dame con la «sottoscrizione internazionale». In questa Europa è andato distrutto un monumento che era sopravvissuto alla furia dei giacobini. E allora, caro Rottamatore, quali cattedrali potremo mai costruire?
Alessandro Rico
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Nicola Renzi, l'ex prodiano Sandro Gozi, San Marino, la Bce e la Russia. L'indagine che coinvolge il candidato macroniano diventa un giallo dai confini inquietanti.Intanto sul «Foglio», l'ex premier si lancia in un'accorata difesa dell'identità cristiana e dell'umanesimo. Ma la retorica serve solo ad abbellire la propaganda pro Ue.Lo speciale contiene due articoliIl governo di Renzi ha deciso di scaricare l'ex sottosegretario Sandro Gozi. Peccato che il Renzi in questione non sia Matteo, ma il Segretario agli Esteri e alla Giustizia del congresso (in pratica il governo) di San Marino. Ad accendere la miccia di quello che è diventato ormai un caso internazionale è stata La Verità con un pezzo dedicato alla difesa di Catia Tomasetti (presidente della Banca Centrale di San Marino), indagata con Gozi per «amministrazione infedele», avendo stipulato con lui una consulenza da 220.000 euro (compresi eventuali premi) considerata dal commissario della legge Alberto Buriani «fittizia» oltre che viziata da un presunto rapporto di amicizia tra i due.Questo è quanto abbiamo riportato: «Nei mesi scorsi il segretario agli Esteri Nicola Renzi avrebbe chiesto un aiuto all'ambasciatrice di Malta in Italia, Vanessa Frazier, per individuare il negoziatore giusto per trattare con l'Ue, e la Frazier gli avrebbe consigliato il nome di Gozi, a suo dire perfetto per il ruolo, soprattutto dopo la mancata rielezione in Parlamento».Interpellato dalla Verità, Renzi aveva glissato: «Non confermo e non smentisco». Salvo ripensarci, alla lettura del nostro articolo di ieri, e rilasciare una mitragliata di comunicati che hanno scatenato reazioni a catena da parte degli altri protagonisti in una guerra di tutti contro tutti. Con l'unico risultato di essere travolto dalle smentite. «La consulenza che Sandro Gozi ha avuto dalla Repubblica di San Marino è stata data da Bcsm», ha spiegato Renzi, «tant'è che c'erano stati dei contatti per una collaborazione diretta tra Gozi e il Governo di San Marino» che però - giura - «non si sono concretizzati». Dopo qualche ora, sul sito del Giornale di San Marino, Renzi ha rincarato la dose. E, nella fretta di smentire collegamenti con gli indagati, ha sconfessato pure sé stesso arrivando a sbagliare addirittura il nome della sua ambasciatrice, diventata Freiser in luogo di Frazier.«In merito all'articolo della Verità su Gozi, che voi avete ripreso, le dichiaro, dopo un confronto sia con l'ambasciatore Freiser (sic, ndr) che con l'ambasciatore Albertini, che le cose non stanno così (…) non sono stato io a cercare il dott. Gozi». «Io non c'entro nulla con la consulenza datagli da Banca Centrale». Annunciando, comunque, di voler essere «sentito in tribunale dal Commissario della Legge Buriani», titolare del fascicolo.Puntuale, però, è arrivata la smentita dell'ambasciatore Frazier, che ha spiegato di aver proposto Gozi «senza interessi personali» e di aver procurato il contatto «perché me lo hanno chiesto loro». Ovvero, Renzi. Addirittura, «l'anno prima avevo suggerito altri due nomi» non presi in considerazione. A sentir lei, l'interessamento di Renzi per il politico italiano c'era tutto. «Gozi nel negoziato stava aiutando tutto il sistema Paese». Qualcuno vuole affossarlo? «Così ho letto su Dagospia. Ho avuto l'impressione che c'è chi è abituato a togliere di mezzo chi non è conveniente». Il riferimento è a uno scenario pubblicato dal sito di Roberto D'Agostino in cui si collega la recente visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a San Marino alle manovre di chi, nel piccolo Stato del Titano, pur di non sottostare alla tagliola dell'Ue sui paradisi fiscali e l'antiriciclaggio, vorrebbe proseguire con la libertà finanziaria sotto la la protezione di Mosca.E Gozi? Conferma di aver incontrato Renzi e di aver trattato con lui i termini del possibile incarico di Governo. All'arrivo della Tomasetti al vertice dell'istituto, però, la sua consulenza fu spostata «direttamente su Banca Centrale» in quando «credo che il Governo non volesse sobbarcarsi i costi di un negoziatore su materie tipiche» di Bcsm. E aggiunge: «Con il segretario Renzi ho fatto diverse riunioni sia a San Marino che missioni a Bruxelles».Partito inseguitore e diventato lepre, Renzi, contraddetto due volte, l'ha buttata sul patriottismo: «Sono preoccupato da alcune letture su questa vicenda che cercano di mettere in contrasto lo Stato contro Bcsm. Credo che in una fase come questa dobbiamo difendere innanzitutto lo stato di San Marino. Quando sento attacchi sulla mancata trasparenza, o contro il Tribunale e/o Bcsm credo che tutti quanti dovremmo fare squadra per rispondere a questi dipinti caricaturali che dall'esterno fanno del nostro paese. I piccoli litigi nel nostro paese se amplificati fanno male soprattutto al nostro Paese». 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Ieri, sul Foglio, il senatore semplice ha mescolato un po' di Joseph Ratzinger, un po' di Enrico Letta e un po' di retorica da redattore unico. Servendosi di un accorato appello a «ricostruire il cristianesimo in Francia», per arrivare al punto che davvero gli interessava: tenere in piedi l'Unione degli eurocrati. Un edificio più recente delle cattedrali medievali, ma già pericolante. E che, anziché essere divorato da un incendio, rischia di rovinare per autocombustione. Nel suo fondo, in verità, l'ex premier sfoggia alcune intuizioni interessanti. Parla della costruzione delle cattedrali, vestigia di un tempo che ha plasmato la nostra civiltà, come del «momento in cui un insieme sgangherato di donne e uomini diventa popolo». L'ex Rottamatore ora veste i panni del costruttore. Di edilizia, come testimoniano i suoi ottimi affari immobiliari, ormai un po' se ne intende. Peccato si perda nell'inutile predica sulla minaccia dei sovranismi. Lì si capisce che la tirata sulla «gente» che si trasforma in «comunità» serviva a infiocchettare l'apologia di un'altra «comunità»: quella europea. Peraltro, nella disquisizione sulla costruzione delle cattedrali, Renzi riprende alla lettera un libro di dieci anni fa del suo arcinemico Letta, Costruire una cattedrale. Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande. Si vede che il povero Enrico non può mai stare sereno: dopo avergli soffiato la poltrona, Renzi gli soffia pure le trovate letterarie. L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa. Ci ricorda che «noi siamo i valori che difendiamo, la cultura che esprimiamo, la bellezza che ammiriamo». Ha sostenuto il partito dei tecnocrati, però ci spiega che «noi cittadini del XXI secolo» non siamo solo «cibo per algoritmi». E cita Giovanna d'Arco, Jacques Maritain, il curato d'Ars, Charles Péguy, il cantiere di Santa Maria del Fiore a Firenze e i boy scout. Curiosa, certo, l'ambizione del senatore semplice di restaurare il cristianesimo. Lui tifa per Emmanuel Macron, il campione di un nichilismo che, il cristianesimo, l'ha lasciato in balia di laicisti e musulmani radicali. Notre Dame, difatti, non è la prima chiesa francese che va in cenere: poche settimane fa c'era stato il rogo doloso di Saint Sulpice. Nel solo 2018, si sono contati quasi mille atti di vandalismo a danno degli edifici di culto cattolici. E poi, proprio Renzi viene a farci la catechesi sulla difesa del cristianesimo, dopo che ha sponsorizzato le leggi sulle unioni civili e sul biotestamento? Dopo quell'infelice sparata, «ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo»? Proprio lui confeziona l'encomio del Medioevo, dopo che il Pd, prima, durante e dopo il Congresso delle famiglie di Verona, ha usato «medievale» come un insulto? A leggere il commento del senatore semplice si viene colti dal sospetto che tutta la magniloquenza, tutto l'ardore identitario che non stonerebbe in un discorso di Benedetto XVI, siano la premessa di un sillogismo sgangherato. Ovvero, che Notre Dame sia la prova che i sovranisti si sbagliano e gli europeisti hanno ragione. In scia con la linea editoriale dei giornaloni. Per Renzi, addirittura, la ricostruzione di Notre Dame deve diventare il «simbolo di un popolo europeo che non si accontenti di essere solo gente, che non si faccia terrorizzare dagli estremisti e dai sovranisti». In sostanza: alle europee, non votate Lega. Ve lo chiedono il Gobbo, i gargoyle e forse anche la corona di spine di Cristo. Eppure, se il rogo di Notre Dame dimostra qualcosa, è che il «popolo europeo» può esistere solo se rimane sovrano. Solo se conserva le specificità di ogni comunità nazionale, perché sono quelle singolarità a essere permeate di spirito europeo. È questa l'Europa per cui stiamo piangendo: l'Europa, appunto, delle Giovanna d'Arco, dei San Tommaso, delle Notre Dame e delle Santa Maria del Fiore. Quell'Europa si fonda su guglie, cupole e navate. Quella che ci stanno vendendo sulla scia della commozione, invece, si fonda sul vincolo esterno, sui rimbrotti di Pierre Moscovici, sulle sciatiche alcoliche di Jean Claude Juncker, sul bail in a Cipro, sugli sbancati in Italia e sulla Grecia ridotta al supermarket di Germania e Cina. Questa Europa qua, di Notre Dame, come del Colosseo o di Pompei o del Partenone, tendenzialmente se ne frega. Il suo leader per eccellenza, Macron, è uno che soffia sul fuoco in Medio Oriente e poi chiude le frontiere. È uno che s'inventa la tassa sui carburanti per far pagare il cambiamento climatico alla Francia rurale, ma poi va con il cerino in mano a chiedere i soldi per il restauro di Notre Dame con la «sottoscrizione internazionale». In questa Europa è andato distrutto un monumento che era sopravvissuto alla furia dei giacobini. E allora, caro Rottamatore, quali cattedrali potremo mai costruire? Alessandro Rico
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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