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2019-04-18
Il Bullo usa il rogo di Parigi per il suo spot elettorale contro i partiti sovranisti
Ansa
Il governo di Renzi ha deciso di scaricare l'ex sottosegretario Sandro Gozi. Peccato che il Renzi in questione non sia Matteo, ma il Segretario agli Esteri e alla Giustizia del congresso (in pratica il governo) di San Marino. Ad accendere la miccia di quello che è diventato ormai un caso internazionale è stata La Verità con un pezzo dedicato alla difesa di Catia Tomasetti (presidente della Banca Centrale di San Marino), indagata con Gozi per «amministrazione infedele», avendo stipulato con lui una consulenza da 220.000 euro (compresi eventuali premi) considerata dal commissario della legge Alberto Buriani «fittizia» oltre che viziata da un presunto rapporto di amicizia tra i due.
Questo è quanto abbiamo riportato: «Nei mesi scorsi il segretario agli Esteri Nicola Renzi avrebbe chiesto un aiuto all'ambasciatrice di Malta in Italia, Vanessa Frazier, per individuare il negoziatore giusto per trattare con l'Ue, e la Frazier gli avrebbe consigliato il nome di Gozi, a suo dire perfetto per il ruolo, soprattutto dopo la mancata rielezione in Parlamento».
Interpellato dalla Verità, Renzi aveva glissato: «Non confermo e non smentisco». Salvo ripensarci, alla lettura del nostro articolo di ieri, e rilasciare una mitragliata di comunicati che hanno scatenato reazioni a catena da parte degli altri protagonisti in una guerra di tutti contro tutti. Con l'unico risultato di essere travolto dalle smentite. «La consulenza che Sandro Gozi ha avuto dalla Repubblica di San Marino è stata data da Bcsm», ha spiegato Renzi, «tant'è che c'erano stati dei contatti per una collaborazione diretta tra Gozi e il Governo di San Marino» che però - giura - «non si sono concretizzati». Dopo qualche ora, sul sito del Giornale di San Marino, Renzi ha rincarato la dose. E, nella fretta di smentire collegamenti con gli indagati, ha sconfessato pure sé stesso arrivando a sbagliare addirittura il nome della sua ambasciatrice, diventata Freiser in luogo di Frazier.
«In merito all'articolo della Verità su Gozi, che voi avete ripreso, le dichiaro, dopo un confronto sia con l'ambasciatore Freiser (sic, ndr) che con l'ambasciatore Albertini, che le cose non stanno così (…) non sono stato io a cercare il dott. Gozi». «Io non c'entro nulla con la consulenza datagli da Banca Centrale». Annunciando, comunque, di voler essere «sentito in tribunale dal Commissario della Legge Buriani», titolare del fascicolo.
Puntuale, però, è arrivata la smentita dell'ambasciatore Frazier, che ha spiegato di aver proposto Gozi «senza interessi personali» e di aver procurato il contatto «perché me lo hanno chiesto loro». Ovvero, Renzi. Addirittura, «l'anno prima avevo suggerito altri due nomi» non presi in considerazione. A sentir lei, l'interessamento di Renzi per il politico italiano c'era tutto. «Gozi nel negoziato stava aiutando tutto il sistema Paese». Qualcuno vuole affossarlo? «Così ho letto su Dagospia. Ho avuto l'impressione che c'è chi è abituato a togliere di mezzo chi non è conveniente». Il riferimento è a uno scenario pubblicato dal sito di Roberto D'Agostino in cui si collega la recente visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a San Marino alle manovre di chi, nel piccolo Stato del Titano, pur di non sottostare alla tagliola dell'Ue sui paradisi fiscali e l'antiriciclaggio, vorrebbe proseguire con la libertà finanziaria sotto la la protezione di Mosca.
E Gozi? Conferma di aver incontrato Renzi e di aver trattato con lui i termini del possibile incarico di Governo. All'arrivo della Tomasetti al vertice dell'istituto, però, la sua consulenza fu spostata «direttamente su Banca Centrale» in quando «credo che il Governo non volesse sobbarcarsi i costi di un negoziatore su materie tipiche» di Bcsm. E aggiunge: «Con il segretario Renzi ho fatto diverse riunioni sia a San Marino che missioni a Bruxelles».
Partito inseguitore e diventato lepre, Renzi, contraddetto due volte, l'ha buttata sul patriottismo: «Sono preoccupato da alcune letture su questa vicenda che cercano di mettere in contrasto lo Stato contro Bcsm. Credo che in una fase come questa dobbiamo difendere innanzitutto lo stato di San Marino. Quando sento attacchi sulla mancata trasparenza, o contro il Tribunale e/o Bcsm credo che tutti quanti dovremmo fare squadra per rispondere a questi dipinti caricaturali che dall'esterno fanno del nostro paese. I piccoli litigi nel nostro paese se amplificati fanno male soprattutto al nostro Paese». Un intreccio di dichiarazioni che assomiglia a un gioco di specchi, e che però non affronta il tema centrale dell'inchiesta: Gozi è stato pagato per aver realmente lavorato? Di questo, chissà perché, nessuno vuol parlare.
L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa
Dopo la «Waterloo dei nazionalismi» di Repubblica e la miriade di omelie giornalistiche su Notre Dame come trionfo dell'europeismo, non poteva mancare l'intervento di Matteo Renzi. Ieri, sul Foglio, il senatore semplice ha mescolato un po' di Joseph Ratzinger, un po' di Enrico Letta e un po' di retorica da redattore unico. Servendosi di un accorato appello a «ricostruire il cristianesimo in Francia», per arrivare al punto che davvero gli interessava: tenere in piedi l'Unione degli eurocrati. Un edificio più recente delle cattedrali medievali, ma già pericolante. E che, anziché essere divorato da un incendio, rischia di rovinare per autocombustione.
Nel suo fondo, in verità, l'ex premier sfoggia alcune intuizioni interessanti. Parla della costruzione delle cattedrali, vestigia di un tempo che ha plasmato la nostra civiltà, come del «momento in cui un insieme sgangherato di donne e uomini diventa popolo». L'ex Rottamatore ora veste i panni del costruttore. Di edilizia, come testimoniano i suoi ottimi affari immobiliari, ormai un po' se ne intende. Peccato si perda nell'inutile predica sulla minaccia dei sovranismi. Lì si capisce che la tirata sulla «gente» che si trasforma in «comunità» serviva a infiocchettare l'apologia di un'altra «comunità»: quella europea.
Peraltro, nella disquisizione sulla costruzione delle cattedrali, Renzi riprende alla lettera un libro di dieci anni fa del suo arcinemico Letta, Costruire una cattedrale. Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande. Si vede che il povero Enrico non può mai stare sereno: dopo avergli soffiato la poltrona, Renzi gli soffia pure le trovate letterarie.
L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa. Ci ricorda che «noi siamo i valori che difendiamo, la cultura che esprimiamo, la bellezza che ammiriamo». Ha sostenuto il partito dei tecnocrati, però ci spiega che «noi cittadini del XXI secolo» non siamo solo «cibo per algoritmi». E cita Giovanna d'Arco, Jacques Maritain, il curato d'Ars, Charles Péguy, il cantiere di Santa Maria del Fiore a Firenze e i boy scout. Curiosa, certo, l'ambizione del senatore semplice di restaurare il cristianesimo. Lui tifa per Emmanuel Macron, il campione di un nichilismo che, il cristianesimo, l'ha lasciato in balia di laicisti e musulmani radicali. Notre Dame, difatti, non è la prima chiesa francese che va in cenere: poche settimane fa c'era stato il rogo doloso di Saint Sulpice. Nel solo 2018, si sono contati quasi mille atti di vandalismo a danno degli edifici di culto cattolici. E poi, proprio Renzi viene a farci la catechesi sulla difesa del cristianesimo, dopo che ha sponsorizzato le leggi sulle unioni civili e sul biotestamento? Dopo quell'infelice sparata, «ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo»? Proprio lui confeziona l'encomio del Medioevo, dopo che il Pd, prima, durante e dopo il Congresso delle famiglie di Verona, ha usato «medievale» come un insulto?
A leggere il commento del senatore semplice si viene colti dal sospetto che tutta la magniloquenza, tutto l'ardore identitario che non stonerebbe in un discorso di Benedetto XVI, siano la premessa di un sillogismo sgangherato. Ovvero, che Notre Dame sia la prova che i sovranisti si sbagliano e gli europeisti hanno ragione. In scia con la linea editoriale dei giornaloni. Per Renzi, addirittura, la ricostruzione di Notre Dame deve diventare il «simbolo di un popolo europeo che non si accontenti di essere solo gente, che non si faccia terrorizzare dagli estremisti e dai sovranisti». In sostanza: alle europee, non votate Lega. Ve lo chiedono il Gobbo, i gargoyle e forse anche la corona di spine di Cristo.
Eppure, se il rogo di Notre Dame dimostra qualcosa, è che il «popolo europeo» può esistere solo se rimane sovrano. Solo se conserva le specificità di ogni comunità nazionale, perché sono quelle singolarità a essere permeate di spirito europeo. È questa l'Europa per cui stiamo piangendo: l'Europa, appunto, delle Giovanna d'Arco, dei San Tommaso, delle Notre Dame e delle Santa Maria del Fiore. Quell'Europa si fonda su guglie, cupole e navate. Quella che ci stanno vendendo sulla scia della commozione, invece, si fonda sul vincolo esterno, sui rimbrotti di Pierre Moscovici, sulle sciatiche alcoliche di Jean Claude Juncker, sul bail in a Cipro, sugli sbancati in Italia e sulla Grecia ridotta al supermarket di Germania e Cina. Questa Europa qua, di Notre Dame, come del Colosseo o di Pompei o del Partenone, tendenzialmente se ne frega. Il suo leader per eccellenza, Macron, è uno che soffia sul fuoco in Medio Oriente e poi chiude le frontiere. È uno che s'inventa la tassa sui carburanti per far pagare il cambiamento climatico alla Francia rurale, ma poi va con il cerino in mano a chiedere i soldi per il restauro di Notre Dame con la «sottoscrizione internazionale». In questa Europa è andato distrutto un monumento che era sopravvissuto alla furia dei giacobini. E allora, caro Rottamatore, quali cattedrali potremo mai costruire?
Alessandro Rico
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Nicola Renzi, l'ex prodiano Sandro Gozi, San Marino, la Bce e la Russia. L'indagine che coinvolge il candidato macroniano diventa un giallo dai confini inquietanti.Intanto sul «Foglio», l'ex premier si lancia in un'accorata difesa dell'identità cristiana e dell'umanesimo. Ma la retorica serve solo ad abbellire la propaganda pro Ue.Lo speciale contiene due articoliIl governo di Renzi ha deciso di scaricare l'ex sottosegretario Sandro Gozi. Peccato che il Renzi in questione non sia Matteo, ma il Segretario agli Esteri e alla Giustizia del congresso (in pratica il governo) di San Marino. Ad accendere la miccia di quello che è diventato ormai un caso internazionale è stata La Verità con un pezzo dedicato alla difesa di Catia Tomasetti (presidente della Banca Centrale di San Marino), indagata con Gozi per «amministrazione infedele», avendo stipulato con lui una consulenza da 220.000 euro (compresi eventuali premi) considerata dal commissario della legge Alberto Buriani «fittizia» oltre che viziata da un presunto rapporto di amicizia tra i due.Questo è quanto abbiamo riportato: «Nei mesi scorsi il segretario agli Esteri Nicola Renzi avrebbe chiesto un aiuto all'ambasciatrice di Malta in Italia, Vanessa Frazier, per individuare il negoziatore giusto per trattare con l'Ue, e la Frazier gli avrebbe consigliato il nome di Gozi, a suo dire perfetto per il ruolo, soprattutto dopo la mancata rielezione in Parlamento».Interpellato dalla Verità, Renzi aveva glissato: «Non confermo e non smentisco». Salvo ripensarci, alla lettura del nostro articolo di ieri, e rilasciare una mitragliata di comunicati che hanno scatenato reazioni a catena da parte degli altri protagonisti in una guerra di tutti contro tutti. Con l'unico risultato di essere travolto dalle smentite. «La consulenza che Sandro Gozi ha avuto dalla Repubblica di San Marino è stata data da Bcsm», ha spiegato Renzi, «tant'è che c'erano stati dei contatti per una collaborazione diretta tra Gozi e il Governo di San Marino» che però - giura - «non si sono concretizzati». Dopo qualche ora, sul sito del Giornale di San Marino, Renzi ha rincarato la dose. E, nella fretta di smentire collegamenti con gli indagati, ha sconfessato pure sé stesso arrivando a sbagliare addirittura il nome della sua ambasciatrice, diventata Freiser in luogo di Frazier.«In merito all'articolo della Verità su Gozi, che voi avete ripreso, le dichiaro, dopo un confronto sia con l'ambasciatore Freiser (sic, ndr) che con l'ambasciatore Albertini, che le cose non stanno così (…) non sono stato io a cercare il dott. Gozi». «Io non c'entro nulla con la consulenza datagli da Banca Centrale». Annunciando, comunque, di voler essere «sentito in tribunale dal Commissario della Legge Buriani», titolare del fascicolo.Puntuale, però, è arrivata la smentita dell'ambasciatore Frazier, che ha spiegato di aver proposto Gozi «senza interessi personali» e di aver procurato il contatto «perché me lo hanno chiesto loro». Ovvero, Renzi. Addirittura, «l'anno prima avevo suggerito altri due nomi» non presi in considerazione. A sentir lei, l'interessamento di Renzi per il politico italiano c'era tutto. «Gozi nel negoziato stava aiutando tutto il sistema Paese». Qualcuno vuole affossarlo? «Così ho letto su Dagospia. Ho avuto l'impressione che c'è chi è abituato a togliere di mezzo chi non è conveniente». Il riferimento è a uno scenario pubblicato dal sito di Roberto D'Agostino in cui si collega la recente visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a San Marino alle manovre di chi, nel piccolo Stato del Titano, pur di non sottostare alla tagliola dell'Ue sui paradisi fiscali e l'antiriciclaggio, vorrebbe proseguire con la libertà finanziaria sotto la la protezione di Mosca.E Gozi? Conferma di aver incontrato Renzi e di aver trattato con lui i termini del possibile incarico di Governo. All'arrivo della Tomasetti al vertice dell'istituto, però, la sua consulenza fu spostata «direttamente su Banca Centrale» in quando «credo che il Governo non volesse sobbarcarsi i costi di un negoziatore su materie tipiche» di Bcsm. E aggiunge: «Con il segretario Renzi ho fatto diverse riunioni sia a San Marino che missioni a Bruxelles».Partito inseguitore e diventato lepre, Renzi, contraddetto due volte, l'ha buttata sul patriottismo: «Sono preoccupato da alcune letture su questa vicenda che cercano di mettere in contrasto lo Stato contro Bcsm. Credo che in una fase come questa dobbiamo difendere innanzitutto lo stato di San Marino. Quando sento attacchi sulla mancata trasparenza, o contro il Tribunale e/o Bcsm credo che tutti quanti dovremmo fare squadra per rispondere a questi dipinti caricaturali che dall'esterno fanno del nostro paese. I piccoli litigi nel nostro paese se amplificati fanno male soprattutto al nostro Paese». Un intreccio di dichiarazioni che assomiglia a un gioco di specchi, e che però non affronta il tema centrale dell'inchiesta: Gozi è stato pagato per aver realmente lavorato? Di questo, chissà perché, nessuno vuol parlare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lintrigo-internazionale-del-titano-2634907587.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ex-premier-fa-il-ratzingeriano-e-tira-fuori-persino-la-questione-delle-radici-culturali-dell-europa" data-post-id="2634907587" data-published-at="1778463384" data-use-pagination="False"> L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa Dopo la «Waterloo dei nazionalismi» di Repubblica e la miriade di omelie giornalistiche su Notre Dame come trionfo dell'europeismo, non poteva mancare l'intervento di Matteo Renzi. Ieri, sul Foglio, il senatore semplice ha mescolato un po' di Joseph Ratzinger, un po' di Enrico Letta e un po' di retorica da redattore unico. Servendosi di un accorato appello a «ricostruire il cristianesimo in Francia», per arrivare al punto che davvero gli interessava: tenere in piedi l'Unione degli eurocrati. Un edificio più recente delle cattedrali medievali, ma già pericolante. E che, anziché essere divorato da un incendio, rischia di rovinare per autocombustione. Nel suo fondo, in verità, l'ex premier sfoggia alcune intuizioni interessanti. Parla della costruzione delle cattedrali, vestigia di un tempo che ha plasmato la nostra civiltà, come del «momento in cui un insieme sgangherato di donne e uomini diventa popolo». L'ex Rottamatore ora veste i panni del costruttore. Di edilizia, come testimoniano i suoi ottimi affari immobiliari, ormai un po' se ne intende. Peccato si perda nell'inutile predica sulla minaccia dei sovranismi. Lì si capisce che la tirata sulla «gente» che si trasforma in «comunità» serviva a infiocchettare l'apologia di un'altra «comunità»: quella europea. Peraltro, nella disquisizione sulla costruzione delle cattedrali, Renzi riprende alla lettera un libro di dieci anni fa del suo arcinemico Letta, Costruire una cattedrale. Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande. Si vede che il povero Enrico non può mai stare sereno: dopo avergli soffiato la poltrona, Renzi gli soffia pure le trovate letterarie. L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa. Ci ricorda che «noi siamo i valori che difendiamo, la cultura che esprimiamo, la bellezza che ammiriamo». Ha sostenuto il partito dei tecnocrati, però ci spiega che «noi cittadini del XXI secolo» non siamo solo «cibo per algoritmi». E cita Giovanna d'Arco, Jacques Maritain, il curato d'Ars, Charles Péguy, il cantiere di Santa Maria del Fiore a Firenze e i boy scout. Curiosa, certo, l'ambizione del senatore semplice di restaurare il cristianesimo. Lui tifa per Emmanuel Macron, il campione di un nichilismo che, il cristianesimo, l'ha lasciato in balia di laicisti e musulmani radicali. Notre Dame, difatti, non è la prima chiesa francese che va in cenere: poche settimane fa c'era stato il rogo doloso di Saint Sulpice. Nel solo 2018, si sono contati quasi mille atti di vandalismo a danno degli edifici di culto cattolici. E poi, proprio Renzi viene a farci la catechesi sulla difesa del cristianesimo, dopo che ha sponsorizzato le leggi sulle unioni civili e sul biotestamento? Dopo quell'infelice sparata, «ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo»? Proprio lui confeziona l'encomio del Medioevo, dopo che il Pd, prima, durante e dopo il Congresso delle famiglie di Verona, ha usato «medievale» come un insulto? A leggere il commento del senatore semplice si viene colti dal sospetto che tutta la magniloquenza, tutto l'ardore identitario che non stonerebbe in un discorso di Benedetto XVI, siano la premessa di un sillogismo sgangherato. Ovvero, che Notre Dame sia la prova che i sovranisti si sbagliano e gli europeisti hanno ragione. In scia con la linea editoriale dei giornaloni. Per Renzi, addirittura, la ricostruzione di Notre Dame deve diventare il «simbolo di un popolo europeo che non si accontenti di essere solo gente, che non si faccia terrorizzare dagli estremisti e dai sovranisti». In sostanza: alle europee, non votate Lega. Ve lo chiedono il Gobbo, i gargoyle e forse anche la corona di spine di Cristo. Eppure, se il rogo di Notre Dame dimostra qualcosa, è che il «popolo europeo» può esistere solo se rimane sovrano. Solo se conserva le specificità di ogni comunità nazionale, perché sono quelle singolarità a essere permeate di spirito europeo. È questa l'Europa per cui stiamo piangendo: l'Europa, appunto, delle Giovanna d'Arco, dei San Tommaso, delle Notre Dame e delle Santa Maria del Fiore. Quell'Europa si fonda su guglie, cupole e navate. Quella che ci stanno vendendo sulla scia della commozione, invece, si fonda sul vincolo esterno, sui rimbrotti di Pierre Moscovici, sulle sciatiche alcoliche di Jean Claude Juncker, sul bail in a Cipro, sugli sbancati in Italia e sulla Grecia ridotta al supermarket di Germania e Cina. Questa Europa qua, di Notre Dame, come del Colosseo o di Pompei o del Partenone, tendenzialmente se ne frega. Il suo leader per eccellenza, Macron, è uno che soffia sul fuoco in Medio Oriente e poi chiude le frontiere. È uno che s'inventa la tassa sui carburanti per far pagare il cambiamento climatico alla Francia rurale, ma poi va con il cerino in mano a chiedere i soldi per il restauro di Notre Dame con la «sottoscrizione internazionale». In questa Europa è andato distrutto un monumento che era sopravvissuto alla furia dei giacobini. E allora, caro Rottamatore, quali cattedrali potremo mai costruire? Alessandro Rico
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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