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2019-04-18
Il Bullo usa il rogo di Parigi per il suo spot elettorale contro i partiti sovranisti
Ansa
Il governo di Renzi ha deciso di scaricare l'ex sottosegretario Sandro Gozi. Peccato che il Renzi in questione non sia Matteo, ma il Segretario agli Esteri e alla Giustizia del congresso (in pratica il governo) di San Marino. Ad accendere la miccia di quello che è diventato ormai un caso internazionale è stata La Verità con un pezzo dedicato alla difesa di Catia Tomasetti (presidente della Banca Centrale di San Marino), indagata con Gozi per «amministrazione infedele», avendo stipulato con lui una consulenza da 220.000 euro (compresi eventuali premi) considerata dal commissario della legge Alberto Buriani «fittizia» oltre che viziata da un presunto rapporto di amicizia tra i due.
Questo è quanto abbiamo riportato: «Nei mesi scorsi il segretario agli Esteri Nicola Renzi avrebbe chiesto un aiuto all'ambasciatrice di Malta in Italia, Vanessa Frazier, per individuare il negoziatore giusto per trattare con l'Ue, e la Frazier gli avrebbe consigliato il nome di Gozi, a suo dire perfetto per il ruolo, soprattutto dopo la mancata rielezione in Parlamento».
Interpellato dalla Verità, Renzi aveva glissato: «Non confermo e non smentisco». Salvo ripensarci, alla lettura del nostro articolo di ieri, e rilasciare una mitragliata di comunicati che hanno scatenato reazioni a catena da parte degli altri protagonisti in una guerra di tutti contro tutti. Con l'unico risultato di essere travolto dalle smentite. «La consulenza che Sandro Gozi ha avuto dalla Repubblica di San Marino è stata data da Bcsm», ha spiegato Renzi, «tant'è che c'erano stati dei contatti per una collaborazione diretta tra Gozi e il Governo di San Marino» che però - giura - «non si sono concretizzati». Dopo qualche ora, sul sito del Giornale di San Marino, Renzi ha rincarato la dose. E, nella fretta di smentire collegamenti con gli indagati, ha sconfessato pure sé stesso arrivando a sbagliare addirittura il nome della sua ambasciatrice, diventata Freiser in luogo di Frazier.
«In merito all'articolo della Verità su Gozi, che voi avete ripreso, le dichiaro, dopo un confronto sia con l'ambasciatore Freiser (sic, ndr) che con l'ambasciatore Albertini, che le cose non stanno così (…) non sono stato io a cercare il dott. Gozi». «Io non c'entro nulla con la consulenza datagli da Banca Centrale». Annunciando, comunque, di voler essere «sentito in tribunale dal Commissario della Legge Buriani», titolare del fascicolo.
Puntuale, però, è arrivata la smentita dell'ambasciatore Frazier, che ha spiegato di aver proposto Gozi «senza interessi personali» e di aver procurato il contatto «perché me lo hanno chiesto loro». Ovvero, Renzi. Addirittura, «l'anno prima avevo suggerito altri due nomi» non presi in considerazione. A sentir lei, l'interessamento di Renzi per il politico italiano c'era tutto. «Gozi nel negoziato stava aiutando tutto il sistema Paese». Qualcuno vuole affossarlo? «Così ho letto su Dagospia. Ho avuto l'impressione che c'è chi è abituato a togliere di mezzo chi non è conveniente». Il riferimento è a uno scenario pubblicato dal sito di Roberto D'Agostino in cui si collega la recente visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a San Marino alle manovre di chi, nel piccolo Stato del Titano, pur di non sottostare alla tagliola dell'Ue sui paradisi fiscali e l'antiriciclaggio, vorrebbe proseguire con la libertà finanziaria sotto la la protezione di Mosca.
E Gozi? Conferma di aver incontrato Renzi e di aver trattato con lui i termini del possibile incarico di Governo. All'arrivo della Tomasetti al vertice dell'istituto, però, la sua consulenza fu spostata «direttamente su Banca Centrale» in quando «credo che il Governo non volesse sobbarcarsi i costi di un negoziatore su materie tipiche» di Bcsm. E aggiunge: «Con il segretario Renzi ho fatto diverse riunioni sia a San Marino che missioni a Bruxelles».
Partito inseguitore e diventato lepre, Renzi, contraddetto due volte, l'ha buttata sul patriottismo: «Sono preoccupato da alcune letture su questa vicenda che cercano di mettere in contrasto lo Stato contro Bcsm. Credo che in una fase come questa dobbiamo difendere innanzitutto lo stato di San Marino. Quando sento attacchi sulla mancata trasparenza, o contro il Tribunale e/o Bcsm credo che tutti quanti dovremmo fare squadra per rispondere a questi dipinti caricaturali che dall'esterno fanno del nostro paese. I piccoli litigi nel nostro paese se amplificati fanno male soprattutto al nostro Paese». Un intreccio di dichiarazioni che assomiglia a un gioco di specchi, e che però non affronta il tema centrale dell'inchiesta: Gozi è stato pagato per aver realmente lavorato? Di questo, chissà perché, nessuno vuol parlare.
L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa
Dopo la «Waterloo dei nazionalismi» di Repubblica e la miriade di omelie giornalistiche su Notre Dame come trionfo dell'europeismo, non poteva mancare l'intervento di Matteo Renzi. Ieri, sul Foglio, il senatore semplice ha mescolato un po' di Joseph Ratzinger, un po' di Enrico Letta e un po' di retorica da redattore unico. Servendosi di un accorato appello a «ricostruire il cristianesimo in Francia», per arrivare al punto che davvero gli interessava: tenere in piedi l'Unione degli eurocrati. Un edificio più recente delle cattedrali medievali, ma già pericolante. E che, anziché essere divorato da un incendio, rischia di rovinare per autocombustione.
Nel suo fondo, in verità, l'ex premier sfoggia alcune intuizioni interessanti. Parla della costruzione delle cattedrali, vestigia di un tempo che ha plasmato la nostra civiltà, come del «momento in cui un insieme sgangherato di donne e uomini diventa popolo». L'ex Rottamatore ora veste i panni del costruttore. Di edilizia, come testimoniano i suoi ottimi affari immobiliari, ormai un po' se ne intende. Peccato si perda nell'inutile predica sulla minaccia dei sovranismi. Lì si capisce che la tirata sulla «gente» che si trasforma in «comunità» serviva a infiocchettare l'apologia di un'altra «comunità»: quella europea.
Peraltro, nella disquisizione sulla costruzione delle cattedrali, Renzi riprende alla lettera un libro di dieci anni fa del suo arcinemico Letta, Costruire una cattedrale. Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande. Si vede che il povero Enrico non può mai stare sereno: dopo avergli soffiato la poltrona, Renzi gli soffia pure le trovate letterarie.
L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa. Ci ricorda che «noi siamo i valori che difendiamo, la cultura che esprimiamo, la bellezza che ammiriamo». Ha sostenuto il partito dei tecnocrati, però ci spiega che «noi cittadini del XXI secolo» non siamo solo «cibo per algoritmi». E cita Giovanna d'Arco, Jacques Maritain, il curato d'Ars, Charles Péguy, il cantiere di Santa Maria del Fiore a Firenze e i boy scout. Curiosa, certo, l'ambizione del senatore semplice di restaurare il cristianesimo. Lui tifa per Emmanuel Macron, il campione di un nichilismo che, il cristianesimo, l'ha lasciato in balia di laicisti e musulmani radicali. Notre Dame, difatti, non è la prima chiesa francese che va in cenere: poche settimane fa c'era stato il rogo doloso di Saint Sulpice. Nel solo 2018, si sono contati quasi mille atti di vandalismo a danno degli edifici di culto cattolici. E poi, proprio Renzi viene a farci la catechesi sulla difesa del cristianesimo, dopo che ha sponsorizzato le leggi sulle unioni civili e sul biotestamento? Dopo quell'infelice sparata, «ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo»? Proprio lui confeziona l'encomio del Medioevo, dopo che il Pd, prima, durante e dopo il Congresso delle famiglie di Verona, ha usato «medievale» come un insulto?
A leggere il commento del senatore semplice si viene colti dal sospetto che tutta la magniloquenza, tutto l'ardore identitario che non stonerebbe in un discorso di Benedetto XVI, siano la premessa di un sillogismo sgangherato. Ovvero, che Notre Dame sia la prova che i sovranisti si sbagliano e gli europeisti hanno ragione. In scia con la linea editoriale dei giornaloni. Per Renzi, addirittura, la ricostruzione di Notre Dame deve diventare il «simbolo di un popolo europeo che non si accontenti di essere solo gente, che non si faccia terrorizzare dagli estremisti e dai sovranisti». In sostanza: alle europee, non votate Lega. Ve lo chiedono il Gobbo, i gargoyle e forse anche la corona di spine di Cristo.
Eppure, se il rogo di Notre Dame dimostra qualcosa, è che il «popolo europeo» può esistere solo se rimane sovrano. Solo se conserva le specificità di ogni comunità nazionale, perché sono quelle singolarità a essere permeate di spirito europeo. È questa l'Europa per cui stiamo piangendo: l'Europa, appunto, delle Giovanna d'Arco, dei San Tommaso, delle Notre Dame e delle Santa Maria del Fiore. Quell'Europa si fonda su guglie, cupole e navate. Quella che ci stanno vendendo sulla scia della commozione, invece, si fonda sul vincolo esterno, sui rimbrotti di Pierre Moscovici, sulle sciatiche alcoliche di Jean Claude Juncker, sul bail in a Cipro, sugli sbancati in Italia e sulla Grecia ridotta al supermarket di Germania e Cina. Questa Europa qua, di Notre Dame, come del Colosseo o di Pompei o del Partenone, tendenzialmente se ne frega. Il suo leader per eccellenza, Macron, è uno che soffia sul fuoco in Medio Oriente e poi chiude le frontiere. È uno che s'inventa la tassa sui carburanti per far pagare il cambiamento climatico alla Francia rurale, ma poi va con il cerino in mano a chiedere i soldi per il restauro di Notre Dame con la «sottoscrizione internazionale». In questa Europa è andato distrutto un monumento che era sopravvissuto alla furia dei giacobini. E allora, caro Rottamatore, quali cattedrali potremo mai costruire?
Alessandro Rico
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Nicola Renzi, l'ex prodiano Sandro Gozi, San Marino, la Bce e la Russia. L'indagine che coinvolge il candidato macroniano diventa un giallo dai confini inquietanti.Intanto sul «Foglio», l'ex premier si lancia in un'accorata difesa dell'identità cristiana e dell'umanesimo. Ma la retorica serve solo ad abbellire la propaganda pro Ue.Lo speciale contiene due articoliIl governo di Renzi ha deciso di scaricare l'ex sottosegretario Sandro Gozi. Peccato che il Renzi in questione non sia Matteo, ma il Segretario agli Esteri e alla Giustizia del congresso (in pratica il governo) di San Marino. Ad accendere la miccia di quello che è diventato ormai un caso internazionale è stata La Verità con un pezzo dedicato alla difesa di Catia Tomasetti (presidente della Banca Centrale di San Marino), indagata con Gozi per «amministrazione infedele», avendo stipulato con lui una consulenza da 220.000 euro (compresi eventuali premi) considerata dal commissario della legge Alberto Buriani «fittizia» oltre che viziata da un presunto rapporto di amicizia tra i due.Questo è quanto abbiamo riportato: «Nei mesi scorsi il segretario agli Esteri Nicola Renzi avrebbe chiesto un aiuto all'ambasciatrice di Malta in Italia, Vanessa Frazier, per individuare il negoziatore giusto per trattare con l'Ue, e la Frazier gli avrebbe consigliato il nome di Gozi, a suo dire perfetto per il ruolo, soprattutto dopo la mancata rielezione in Parlamento».Interpellato dalla Verità, Renzi aveva glissato: «Non confermo e non smentisco». Salvo ripensarci, alla lettura del nostro articolo di ieri, e rilasciare una mitragliata di comunicati che hanno scatenato reazioni a catena da parte degli altri protagonisti in una guerra di tutti contro tutti. Con l'unico risultato di essere travolto dalle smentite. «La consulenza che Sandro Gozi ha avuto dalla Repubblica di San Marino è stata data da Bcsm», ha spiegato Renzi, «tant'è che c'erano stati dei contatti per una collaborazione diretta tra Gozi e il Governo di San Marino» che però - giura - «non si sono concretizzati». Dopo qualche ora, sul sito del Giornale di San Marino, Renzi ha rincarato la dose. E, nella fretta di smentire collegamenti con gli indagati, ha sconfessato pure sé stesso arrivando a sbagliare addirittura il nome della sua ambasciatrice, diventata Freiser in luogo di Frazier.«In merito all'articolo della Verità su Gozi, che voi avete ripreso, le dichiaro, dopo un confronto sia con l'ambasciatore Freiser (sic, ndr) che con l'ambasciatore Albertini, che le cose non stanno così (…) non sono stato io a cercare il dott. Gozi». «Io non c'entro nulla con la consulenza datagli da Banca Centrale». Annunciando, comunque, di voler essere «sentito in tribunale dal Commissario della Legge Buriani», titolare del fascicolo.Puntuale, però, è arrivata la smentita dell'ambasciatore Frazier, che ha spiegato di aver proposto Gozi «senza interessi personali» e di aver procurato il contatto «perché me lo hanno chiesto loro». Ovvero, Renzi. Addirittura, «l'anno prima avevo suggerito altri due nomi» non presi in considerazione. A sentir lei, l'interessamento di Renzi per il politico italiano c'era tutto. «Gozi nel negoziato stava aiutando tutto il sistema Paese». Qualcuno vuole affossarlo? «Così ho letto su Dagospia. Ho avuto l'impressione che c'è chi è abituato a togliere di mezzo chi non è conveniente». Il riferimento è a uno scenario pubblicato dal sito di Roberto D'Agostino in cui si collega la recente visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a San Marino alle manovre di chi, nel piccolo Stato del Titano, pur di non sottostare alla tagliola dell'Ue sui paradisi fiscali e l'antiriciclaggio, vorrebbe proseguire con la libertà finanziaria sotto la la protezione di Mosca.E Gozi? Conferma di aver incontrato Renzi e di aver trattato con lui i termini del possibile incarico di Governo. All'arrivo della Tomasetti al vertice dell'istituto, però, la sua consulenza fu spostata «direttamente su Banca Centrale» in quando «credo che il Governo non volesse sobbarcarsi i costi di un negoziatore su materie tipiche» di Bcsm. E aggiunge: «Con il segretario Renzi ho fatto diverse riunioni sia a San Marino che missioni a Bruxelles».Partito inseguitore e diventato lepre, Renzi, contraddetto due volte, l'ha buttata sul patriottismo: «Sono preoccupato da alcune letture su questa vicenda che cercano di mettere in contrasto lo Stato contro Bcsm. Credo che in una fase come questa dobbiamo difendere innanzitutto lo stato di San Marino. Quando sento attacchi sulla mancata trasparenza, o contro il Tribunale e/o Bcsm credo che tutti quanti dovremmo fare squadra per rispondere a questi dipinti caricaturali che dall'esterno fanno del nostro paese. I piccoli litigi nel nostro paese se amplificati fanno male soprattutto al nostro Paese». Un intreccio di dichiarazioni che assomiglia a un gioco di specchi, e che però non affronta il tema centrale dell'inchiesta: Gozi è stato pagato per aver realmente lavorato? Di questo, chissà perché, nessuno vuol parlare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lintrigo-internazionale-del-titano-2634907587.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ex-premier-fa-il-ratzingeriano-e-tira-fuori-persino-la-questione-delle-radici-culturali-dell-europa" data-post-id="2634907587" data-published-at="1774138277" data-use-pagination="False"> L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa Dopo la «Waterloo dei nazionalismi» di Repubblica e la miriade di omelie giornalistiche su Notre Dame come trionfo dell'europeismo, non poteva mancare l'intervento di Matteo Renzi. Ieri, sul Foglio, il senatore semplice ha mescolato un po' di Joseph Ratzinger, un po' di Enrico Letta e un po' di retorica da redattore unico. Servendosi di un accorato appello a «ricostruire il cristianesimo in Francia», per arrivare al punto che davvero gli interessava: tenere in piedi l'Unione degli eurocrati. Un edificio più recente delle cattedrali medievali, ma già pericolante. E che, anziché essere divorato da un incendio, rischia di rovinare per autocombustione. Nel suo fondo, in verità, l'ex premier sfoggia alcune intuizioni interessanti. Parla della costruzione delle cattedrali, vestigia di un tempo che ha plasmato la nostra civiltà, come del «momento in cui un insieme sgangherato di donne e uomini diventa popolo». L'ex Rottamatore ora veste i panni del costruttore. Di edilizia, come testimoniano i suoi ottimi affari immobiliari, ormai un po' se ne intende. Peccato si perda nell'inutile predica sulla minaccia dei sovranismi. Lì si capisce che la tirata sulla «gente» che si trasforma in «comunità» serviva a infiocchettare l'apologia di un'altra «comunità»: quella europea. Peraltro, nella disquisizione sulla costruzione delle cattedrali, Renzi riprende alla lettera un libro di dieci anni fa del suo arcinemico Letta, Costruire una cattedrale. Perché l'Italia deve tornare a pensare in grande. Si vede che il povero Enrico non può mai stare sereno: dopo avergli soffiato la poltrona, Renzi gli soffia pure le trovate letterarie. L'ex premier fa il ratzingeriano e tira fuori persino la questione delle radici culturali dell'Europa. Ci ricorda che «noi siamo i valori che difendiamo, la cultura che esprimiamo, la bellezza che ammiriamo». Ha sostenuto il partito dei tecnocrati, però ci spiega che «noi cittadini del XXI secolo» non siamo solo «cibo per algoritmi». E cita Giovanna d'Arco, Jacques Maritain, il curato d'Ars, Charles Péguy, il cantiere di Santa Maria del Fiore a Firenze e i boy scout. Curiosa, certo, l'ambizione del senatore semplice di restaurare il cristianesimo. Lui tifa per Emmanuel Macron, il campione di un nichilismo che, il cristianesimo, l'ha lasciato in balia di laicisti e musulmani radicali. Notre Dame, difatti, non è la prima chiesa francese che va in cenere: poche settimane fa c'era stato il rogo doloso di Saint Sulpice. Nel solo 2018, si sono contati quasi mille atti di vandalismo a danno degli edifici di culto cattolici. E poi, proprio Renzi viene a farci la catechesi sulla difesa del cristianesimo, dopo che ha sponsorizzato le leggi sulle unioni civili e sul biotestamento? Dopo quell'infelice sparata, «ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo»? Proprio lui confeziona l'encomio del Medioevo, dopo che il Pd, prima, durante e dopo il Congresso delle famiglie di Verona, ha usato «medievale» come un insulto? A leggere il commento del senatore semplice si viene colti dal sospetto che tutta la magniloquenza, tutto l'ardore identitario che non stonerebbe in un discorso di Benedetto XVI, siano la premessa di un sillogismo sgangherato. Ovvero, che Notre Dame sia la prova che i sovranisti si sbagliano e gli europeisti hanno ragione. In scia con la linea editoriale dei giornaloni. Per Renzi, addirittura, la ricostruzione di Notre Dame deve diventare il «simbolo di un popolo europeo che non si accontenti di essere solo gente, che non si faccia terrorizzare dagli estremisti e dai sovranisti». In sostanza: alle europee, non votate Lega. Ve lo chiedono il Gobbo, i gargoyle e forse anche la corona di spine di Cristo. Eppure, se il rogo di Notre Dame dimostra qualcosa, è che il «popolo europeo» può esistere solo se rimane sovrano. Solo se conserva le specificità di ogni comunità nazionale, perché sono quelle singolarità a essere permeate di spirito europeo. È questa l'Europa per cui stiamo piangendo: l'Europa, appunto, delle Giovanna d'Arco, dei San Tommaso, delle Notre Dame e delle Santa Maria del Fiore. Quell'Europa si fonda su guglie, cupole e navate. Quella che ci stanno vendendo sulla scia della commozione, invece, si fonda sul vincolo esterno, sui rimbrotti di Pierre Moscovici, sulle sciatiche alcoliche di Jean Claude Juncker, sul bail in a Cipro, sugli sbancati in Italia e sulla Grecia ridotta al supermarket di Germania e Cina. Questa Europa qua, di Notre Dame, come del Colosseo o di Pompei o del Partenone, tendenzialmente se ne frega. Il suo leader per eccellenza, Macron, è uno che soffia sul fuoco in Medio Oriente e poi chiude le frontiere. È uno che s'inventa la tassa sui carburanti per far pagare il cambiamento climatico alla Francia rurale, ma poi va con il cerino in mano a chiedere i soldi per il restauro di Notre Dame con la «sottoscrizione internazionale». In questa Europa è andato distrutto un monumento che era sopravvissuto alla furia dei giacobini. E allora, caro Rottamatore, quali cattedrali potremo mai costruire? Alessandro Rico
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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