
Giovanni Galli, portierone della nazionale, una carriera piena di successi (campione del mondo nel 1982 in Spagna, ha vinto due Coppe dei campioni con il Milan, ha difeso la porta anche di Fiorentina, di cui è una bandiera, Napoli, Torino, Parma e Lucchese). Si candidò a sindaco di Firenze nel 2009 per il centrodestra, sconfitto al ballottaggio da Matteo Renzi, e fu eletto in Consiglio comunale. Ora è capolista della Lega a Firenze alle elezioni regionali della Toscana, a sostegno della candidata a presidente del centrodestra, Susanna Ceccardi. La sua vita è stata segnata da una tragedia: il figlio, Niccolò, calciatore di grandi prospettive, è scomparso nel 2001 in seguito a un incidente stradale, poche settimane dopo l'esordio in Serie A. Aveva solo 17 anni. Il papà ha fondato in sua memoria la Fondazione Niccolò Galli Onlus, che si occupa di raccogliere fondi per scopi filantropici
Giovanni, come nasce questa candidatura?
«Partiamo dalla mia elezione in Consiglio comunale a Firenze nel 2009: ho sempre detto che quella esperienza è stata fantastica. È vero che da 40 anni vivo a Firenze, ma non conoscevo a fondo la città, le associazioni, tutte le realtà. È stata un'avventura meravigliosa. Poi ho fatto 5 anni in consiglio comunale: anche quella è stata un'esperienza bellissima, seppure, essendo all'opposizione, mi mangiavo il fegato una settimana sì e una no: ogni lunedì c'era il Consiglio, ed essendo in minoranza avevo poche possibilità di far approvare le proposte. Ho poi sempre seguito la politica italiana, da appassionato. Qualche tempo fa mi ha chiamato Susanna e mi ha detto: Giovanni, mi farebbe piacere se tu fossi accanto a me in questa avventura. Io ho tentennato, perché ero rimasto scottato dall'esperienza precedente. Ho una fondazione che era stata penalizzata dal fatto che io fossi entrato in politica. Poi ho deciso di accettare».
Che ricordi ha di Renzi sindaco?
«Il primo giorno di Consiglio comunale a Palazzo Vecchio fece un discorso di due ore. Centoventi minuti filati per presentare quella che era la sua idea di Firenze. Quando eravamo in Consiglio ci davamo del lei, quando eravamo fuori ci davamo del tu. Io dissi: ci mancavano solo le astronavi e poi lei aveva portato tutto a Firenze. Conclusi l'intervento dicendo: noi saremo un'opposizione severa ma anche costruttiva, però le chiedo soltanto una cosa, di non usare Firenze e i fiorentini per le sue ambizioni personali. Diciamo che l'avevo già inquadrato, ecco. Dopo ci siamo sempre e comunque rispettati, lui è uno che a volte lancia frecciate ma nei miei confronti non lo ha mai fatto. Il confronto era aspro, ma sempre nel rispetto dell'istituzione che stavamo rappresentando».
E quando lo ha visto diventare presidente del Consiglio che ha pensato?
«Spesso incontravo amici non fiorentini che mi dicevano: eh però, voi avete un bel sindaco. Io rispondevo: prima o poi toccherà anche a voi. Quando è diventato presidente del Consiglio ho pensato: ovvìa, adesso è toccato anche a voi!».
Torniamo alle regionali: la Toscana da roccaforte rossa sembra scricchiolare. Che sensazioni ha?
«La politica è strana, un giorno ti sembra che ormai hai ribaltato il pronostico, il giorno dopo pensi il contrario. Parliamo della mia circoscrizione, quella di Firenze, dove la forbice tra sinistra e centrodestra è più ampia: dovrò essere bravo e credibile per restringerla, questa forbice».
Come pensa di riuscirci?
«Faccio una semplice considerazione: noi abbiamo una coalizione unita, con la Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia abbiamo scelto insieme Susanna Ceccardi come candidato a presidente, abbiamo un programma condiviso, alla stesura del quale abbiamo partecipato tutti. È un centrodestra compatto. Io dall'altra parte vorrei sapere chi sto votando. Il grande dubbio di queste regionali è proprio questo. Giani è stato scelto come candidato…».
Un po' sbiadito?
«È una persona che conosco da 30 anni, che rispetto. La politica poi è un'altra cosa. La verità è che qui non cambia mai nulla. C'è stato Domenici sindaco, poi Renzi, poi Nardella: cambiano i direttori d'orchestra ma la musica è sempre la stessa. Io mi sono candidato a Firenze nel 2009, son passati 11 anni e sento la gente lamentarsi sempre delle stesse cose. Inoltre, se fossi uno che sceglie Giani vorrei sapere per chi starei votando: un candidato del Pd di Zingaretti, di Italia viva di Renzi, o di Lotti? Io non lo so. Zingaretti, chi sono i tuoi candidati? Non si sa, perché anche quelli di Renzi sono qui dentro. C'è una confusione tale, che magari voto il Pd e mi trovo dentro uno di Renzi».
Tante volte nella sua carriera lei è sceso in campo da sfavorito sulla carta, e poi ha vinto. Quale partita le ricorda questa sfida elettorale?
«Forse la prima volta che con il Milan abbiamo giocato il doppio scontro contro il Real Madrid in semifinale di Coppa dei campioni nel 1989. Noi eravamo praticamente esordienti in Europa, mancavamo da tanti anni, il Milan veniva dagli anni della Serie B, per cui arrivavamo sì forti della vittoria dello scudetto, però non eravamo preparati a giocarci una sfida di quel livello. Contro il Real, sulla carta partivamo in svantaggio. La nostra organizzazione, la convinzione, il nostro aver programmato tutto nei minimi dettagli, dalla preparazione al gioco di squadra alla organizzazione ci ha permesso di pareggiare a Madrid e vincere 5-0 in casa».
In panchina c'era Arrigo Sacchi. Matteo Salvini che tipo di allenatore è?
«È un uomo molto istintivo, non è uno che si nasconde. È una persona vera, che non ha paura di andare allo scontro e di difendere sempre le sue idee. Credo che rappresenti in questo momento un movimento nazionale, e non parlo solo della Lega, scontento di come vanno le cose. Lui parla al cervello ma anche al cuore della gente, porta a sostegno delle sue tesi numeri e dati di fatto. Ti fa vedere le cose come stanno. Abbiamo visto anche durante il breve periodo in cui è stato ministro dell'Interno quanti risultati importanti ha raggiunto. È uno che corre, che è preparato, che ha voglia e la trasmette ai suoi».
Salvini ha trasformato la Lega in un partito nazionale. Come valuta questa svolta?
«La Lega si sta trasformando, e devo dire che la scelta di dare la mia disponibilità è stata dovuta proprio a questo. Non avrei voluto accettare, lo dico chiaramente. Poi ho fatto una chiacchierata con Matteo Salvini, che mi ha detto: vedi, Giovanni, la Lega ha bisogno di figure nuove che diano il loro contributo. Se noi si pensa alla Lega Nord, quella degli inizi, era tutto diverso. Ora la Lega è un partito nel quale si riconoscono molti moderati, sta allargando il suo perimetro e la sua iniziativa culturale».
In coalizione c'è anche Forza Italia. Ha sentito Silvio Berlusconi?
«No, non lo sento dal 2014. Ho provato più volte a contattarlo, ma ci sono stati dei filtri che non mi hanno mai più permesso di parlare con lui».
Forza Italia ha comunque il compito di portare il suo contributo di voti…
«Certo. Il problema è che a Firenze purtroppo per troppo tempo è mancata una classe dirigente che desse continuità. Eravamo tutti attaccati a Berlusconi, lui portava 20 milioni di voti e allora andava bene così. Il partito non ha cercato di trovare figure nuove, rappresentative. Devo dire che anche oggi, ogni volta che c'è un suo intervento, ci sono sempre ottime idee e contenuti importanti».
Il 27 novembre 1988 chi scrive era al San Paolo di Napoli, e vide Maradona farle un gol di testa con un pallonetto rimasto nella storia. Ricorda?
«Ricordo sì!».
Chi è il Maradona della politica italiana?
«Allora, lo dico con il cuore spezzato, è Renzi. Per le giocate intendo: ogni volta ne tira fuori dal cilindro una diversa dall'altra. Diego era un fenomeno perché da lui non sapevi mai che cosa aspettarti. Il suo talento era talmente immenso che una volta ti faceva il pallonetto, una volta ti faceva passare la palla tra le gambe, una volta ti infilava a destra, una volta dall'altra parte. Non sapevi mai che cosa stesse succedendo, lo dico in positivo. Renzi è il contrario: una volta dice sì, una volta dice no, poi dice andiamo avanti, poi dice torniamo indietro, ma non un mese dopo, il giorno dopo!».
Una domanda sulla terribile vicenda che l'ha colpito, la scomparsa di suo figlio…
«No, non ho mai voluto collegare la Fondazione alle mie attività, né sportive né politiche. La politica è un mio problema, la Fondazione deve vivere nell'immagine di Niccolò».
Un pronostico sulle elezioni?
«Oggi giocherei la tripla: 1-X-2. Mancano 20 giorni, ma fino a qualche settimana fa era 1 fisso».
Che effetto le fa il calcio senza tifosi?
«Mah, brutto brutto brutto. Non è calcio. Non è il nostro calcio».
Giovanni, grazie di cuore…
«Devo dire una cosa prima di salutarci».
Che cosa?
«Stasera dovrò dire tre Ave Maria in più perché ho bestemmiato. Ho accostato Maradona a Renzi. Non avrei dovuto…».











