L’Inter di Inzaghi piomba a Roma e passeggia sulle rovine di Mourinho
  • Nerazzurri ariosi e spietati, pratica chiusa nei primi 45 minuti con Calhanoglu direttamente da corner, gol dell’ex di Dzeko e acuto di Dumfries: 3-0. Un «triplete» che segna il tramonto dello Special One.
  • Il Milan vince risparmiando il fiato. Ampio turnover per Pioli contro la Salernitana, agilmente superata per 2-0 con le firme di Kessié e Saelemaekers. Riposo per Zlatan in ottica Champions, ma si ferma Pellegri.

Lo speciale comprende due articoli.

Mourinho, zero tituli. Quello che era un grande condottiero passeggia da solo fra le rovine di Roma guardando il tramonto. È una scena struggente ma se fossimo nei dirigenti giallorossi proveremmo a svegliarci e a chiederci cosa sta accadendo a una squadra che depone le armi senza combattere. L’Inter cala all’Olimpico e domina, imperversa, vince 3-0 giocando mezz’ora e impartisce una lezione di calcio pazzesca. Perché è davvero forte, ma si trova di fronte un fantasma che Hakan Calhanoglu, Edin Dzeko e perfino Denzel Dumfries rimandano in soffitta senza paura.

Eppure dovrebbe essere un duello da guerra totale. Eppure è la sfida numero 100, è un braccio di ferro storico che i nerazzurri temono da sempre; l’ultima vittoria qui risale al 2017, è l’unico successo nelle ultime 12 partite contro i giallorossi. Anche nell’anno del triplete – e il filosofo di Setubal se lo ricorda benissimo – la squadra destinata a diventare la più forte d’Europa perse 2-1. È sempre stata battaglia fra gladiatori, all’Olimpico; le ultime tre sono finite 2-2. Ti aspetti lampi da serata indimenticabile. E invece questa volta è una corsetta a Villa Borghese.

Al netto delle lacrimucce e dei petali di rosa, doverosi per Josè Mourinho da parte dei nerazzurri e per Dzeko da parte dei romanisti (260 partite e 119 gol con la maglia della Lupa), il primo tempo lo gioca solo l’Inter. La Roma rimane asserragliata negli spogliatoi, dove decide di difendere lo zero a zero chiudendo a chiave la porta e mettendoci in sovrappiù le borse davanti. Le assenze di Luca Pellegrini, Tammy Abraham, Rick Karsdorp (mettiamoci anche Stephan El Shaarawy) pesano sulla formazione ma non possono pesare sul carattere, sulla voglia di lottare e di mordere pallone o caviglie. Tutto questo però manca.

Il primo quarto d’ora è in equilibrio per un solo motivo: l’Inter ha bisogno di carburare, parte lentissima, sembra impegnata in un torello scaldamuscoli. È prevedibile come una serie tv di Netflix Italia. Poi accelera e lo tsunami si abbatte sui sette colli ammutoliti. Mourinho ci capisce poco, impiega una vita a tamponare la fascia destra, dove Alessandro Bastoni fa praticamente l’ala aggiunta, supporta Ivan Perisic e lo aiuta a creare il panico nella difesa romanista. Il primo gol è di fatto una papera del portiere Rui Patricio, che su un corner tirato furbescamente (oppure male) da Calhanoglu si fa sorprendere sul primo palo (il suo) e si fa passare il pallone fra le gambe. È il 15’, è la prima vera occasione di un’Inter in controtendenza, che negli ultimi tre mesi aveva dovuto costruire in media sei pallegol prima di vederne concretizzata una.

I ragazzi di Simone Inzaghi portano a casa il regalo e approfittano subito della necessità romanista di spostare il baricentro 10 metri più avanti. Al 23’ arriva il raddoppio nell’azione più spettacolare del sabato sera: Bastoni duetta con Perisic (appunto), la palla finisce a Calhanoglu che libera Dzeko e il bosniaco non sbaglia, non perdona, non esulta. A questo punto ci si attende la riscossa, l’assalto all’arma bianca, la «garra» che Mourinho sempre trasferisce alle sue squadre sotto assedio. Niente, encefalogramma piatto e l’Inter passeggia: al 29’ potrebbe andare in gol ancora Dzeko con un diagonale letale sul quale Rui Patricio decide di farsi perdonare la fesseria iniziale.

La Roma dà il primo segnale di esistenza in vita al 36’ quando Niccolò Zaniolo e Gianluca Mancini costruiscono un’azione muscolare, scardinando la difesa nerazzurra: cross del difensore per Matias Viña che tira a colpo sicuro. Qui accade qualcosa di mai visto: la resurrezione di Denzel Dumfries: l’esterno più discusso della rosa dell’Inter fa una diagonale perfetta, ci mette il piedone e respinge. Poi, due minuti dopo, segna di testa un gol pazzesco su assist ancora di Bastoni (Mou dove sei?). Anche questo doveva succedere: vedere quello che fu il più grande allenatore del mondo rilanciare un timido terzino olandese e consentirgli di giocare in libertà la partita della vita.

Nel secondo tempo ti aspetti una Roma feroce, caricata a molla dalle tre sberle, capace di morire su ogni pallone. E invece niente, ricompare una squadra annichilita, formata da centurioni da Bagaglino. Ci si chiede cosa stia accadendo, quanto anestetico Mourinho abbia messo nel tè caldo per trasformare dei guerrieri in leoncini da scendiletto. Eppure l’Inter rallenta, aspetta, ha qualche problema di suo: Joaquin Correa si fa male, esce fra le lacrime per un sospetto stiramento, e Inzaghi è costretto a inserire il cugino in pensione di Alexis Sanchez. Poi toglie anche Nicolò Barella, del tutto impalpabile. Forse perché martedì c’è da affrontare il Real Madrid in Champions, forse perché il giocatore più determinante della scorsa stagione oggi è troppo anonimo per essere vero.

L’Inter rifiata ma Roma continua a dormire, tramortita. Ha un sussulto sull’unico errore di Milan Skriniar che per poco non regala una palla gol a Zaniolo. L’unico vero brivido è una sassata (81’) del giovane e dispersivo fuoriclasse, che finisce sull’esterno della rete dando l’illusione del gol. In fondo tutto è un’illusione di partita, troppo facile per l’Inter, troppo assurda per la Roma. Potrebbe finire perfino peggio per i romani se Stefano Sensi a quattro minuti dalla fine non mandasse in curva un rigore in movimento su una palla d’oro del solito Perisic. L’Inter torna a Milano sicura di sé, sempre più dentro la lotta scudetto, solida e micidiale come raramente si è vista anche con Antonio Conte sulla tolda.

La sfida della nostalgia si chiude con una disfatta capitolina. I meravigliosi tifosi di casa cantano e inneggiano, innamorati nelle avversità, anche dopo il fischio finale dell’arbitro Marco Di Bello. E continuano a farlo anche dopo, quando ci saremmo aspettati un uragano di fischi per una squadra senza orizzonti e senza spina dorsale. The End scontato per una partita che l’Inter ha dominato, la Roma ha perso male. E Mourinho, come un Napoleone avviato a Sant’Elena, non ha neppure giocato.


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