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2021-10-13
L’incursione alla Cgil era annunciata. La Lamorgese spieghi che è successo
Luciana Lamorgese (Ansa)
Com'è possibile che il pluridaspato e pluritatuato Giuliano Castellino, furioso capetto romano di Forza nuova, fosse in piazza a guidare l'assalto alla Cgil? E perché l'annunciata incursione è riuscita così facilmente? Tanti rovelli. Molti dubbi. Grandi urgenze. Eppure lady Viminale, al secolo Luciana Lamorgese, darà la sua attesissima versione dei fatti solo il prossimo martedì, 19 ottobre. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Dopo i ballottaggi per le amministrative, insomma. Un «ritardo vergognoso» assalta Fratelli d'Italia. «Dimostra l'insipienza di un governo vigliacco che non racconta ai cittadini quello che sta accadendo» dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. Il partito di Giorgia Meloni, assieme alla Lega, insiste per le dimissioni della ministra dell'Interno, nuovamente nella polvere dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, durante la manifestazione contro il green pass.
«Non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano sotto scacco le istituzioni» avrebbe commentato il premier, Mario Draghi. Il verosimile retroscena del prudentissimo Corriere della Sera sembra un indiretto attacco all'inerzia del Viminale. I violenti raggiungono indisturbati la sede nazionale del sindacato, nonostante Castellino avesse annunciato dal palco: «Andiamo ad assediare la Cgil». Tutto scritto, anzi detto, almeno un'ora e mezzo prima dell'attacco. Non servivano agenti segreti o investigatori dal fiuto sopraffino per scoprire come sarebbe finita. Era stato lo stesso Castellino, luogotenente di Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a rivelare il piano criminale: mettere a ferro e fuoco la Cgil. Per costringere il suo segretario generale, Maurizio Landini a «scendere a Roma» e «proclamare lo sciopero generale». Intenti testimoniati da un video esclusivo, rilanciato da Quarta Repubblica.
Perché allora, dopo il disvelamento dei deliranti propositi dal palco di Piazza del Popolo, nessuno è stato fermato? E perché non c'era un adeguato cordone di sicurezza davanti agli uffici del sindacato? Di certo, il ministero ha sottovalutato i rischi: si aspettava in piazza circa 3.000 persone, ne sono arrivate almeno il triplo. Una gestione talmente dilettantesca da aver innescato sospetti e complottismi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, non ci gira attorno: «A chi è convenuto che la manifestazione finisse in vacca? Prima delle comunali ci sono stati dieci giorni sul caso Morisi, ora ci sono dieci giorni di antifascismo, in vista dei ballottaggi». Ignazio La Russa, triumviro di Fratelli d'Italia, rinfocola: gli scontri «sono stati molto funzionali a chi vuol creare uno stato di tensione e tentare di danneggiare la destra».
Oltre al parlamento, anche il Copasir ha dunque sollecitato un'informativa urgente a Lamorgese. Intanto, domani è prevista l'audizione del direttore dell'Aisi, il generale Mario Parente. Invece lady Viminale riferirà a Montecitorio solo martedì: a ben dieci giorni dai fattacci. Del resto, l'ex prefetto usa sempre render conto a tempo debito. Vedi il caso del selvaggio rave party a Mezzano, al confine tra Lazio e Toscana, tra il 13 e il 19 agosto 2021. Eppure, tra indifferibili ferie e baloccamenti vari, Lamorgese appare alla Camera dei deputati solo il 15 settembre per l'informativa «urgente». Un mese dopo il bestiale festone.
Deve difendere l'indifendibile, anche quella volta. Nessuna autorizzazione e spaccio libero. Per di più a disdoro di ogni norma anti Covid, proprie mentre discoteche e locali da ballo sono chiusi da tempo immemore. Una carovana di partecipanti sarebbe stata perfino scortata fino al rave party dalle forze dell'ordine, come rivelato dalla Verità. E no, replica Lamorgese in aula. Trattasi piuttosto di discreti «servizi di osservazione e monitoraggio allo scopo di accertare il loro luogo di destinazione finale». Ah, ecco. «E di tale dispositivo» aggiunge «veniva informato il dipartimento di pubblica sicurezza». Nemmeno l'ex premier Giuseppe Conte, indiscusso principe della supercazzola, avrebbe fatto meglio. Comunque sia: non si è trattato propriamente di «una scorta».
Certo. E come mai, garbata sorveglianza a parte, non si è scelto invece di intervenire? Lamorgese, sobrio tailleur grigio e civettuoli occhiali multicolori, non si scompone. Con prefettizio burocratese, omaggio ai tempi andati, spiega la strategia: «Indirizzata non verso un rischioso tentativo di forzosa evacuazione dell'area, ma nell'esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti». Scelta fallimentare, dunque? Macché. «Ha avuto l'effetto non solo di scongiurare il degenerare della situazione sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica, ma anche quello di evitare il prosieguo del rave che secondo il volantino avrebbe dovuto continuare fino al 23 agosto». Insomma, un successone. Lo spericolato veglione è durato appena sei giorni.
Non servono quindi strepitose capacità divinatorie, per intuire cosa riferirà la ministra il prossimo martedì. Anche nel caso dell'assalto alla Cgil, lady Viminale scanserà come d'uso ogni addebito. Ne ha già dato saggio nella prima dichiarazione di circostanza: «Le forze di polizia hanno agito con equilibrio e professionalità per fronteggiare intollerabili atti di violenza». Quanto a lei, nessuna responsabilità. Ci mancherebbe. Un garbuglio verbale dopo l'altro, l'ennesima autoassoluzione è assicurata.
Tutte le accuse contro Fiore & C.
L'inchiesta giudiziaria su Forza nuova corre con due distinti fascicoli della Procura di Roma su binari paralleli: quello per il sequestro del sito web, nel quale sono comparsi quattro nuovi indagati per istigazione a delinquere aggravata dall'utilizzo di strumenti informatici, Giuseppe Provenzale, Luca Castellini, Davide Cirillo e Stefano Saija; e quello per gli scontri di sabato, nel quale sono accusati di istigazione a delinquere, devastazione e saccheggio il fondatore e capo di Forza nuova Roberto Fiore, Giuliano Castellino, l'ex Nar Luigi Aronica, la militante Pamela Testa e il leader del movimento Io Apro Biagio Passaro.
Fiore, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Nicola Triscuoglio Oristano, attende l'interrogatorio del gip (fissato per giovedì) nel carcere di Poggioreale e vede tutto ciò che ha costruito dal 1997, anno della fondazione del movimento, finire sotto accusa. Con la magistratura che ne decapita i vertici e ne oscura lo strumento di propaganda. Per il sito web forzanuova.eu i pm hanno disposto un sequestro preventivo dopo la pubblicazione di un comunicato intitolato «Altro che Forza nuova. Il popolo ha alzato il livello dello scontro e non si fermerà». Il contenuto: «Mesi di piazze pacifiche non hanno fermato l'attenzione accelerata dal Great reset, ora la musica è cambiata e il direttore d'orchestra e compositore è solo il popolo in lotta, costretto a difendersi dalla ferocia unanime di chi dovrebbe rappresentarlo, l'attacco alla Cgil rientra perfettamente in questo quadro analitico, che ha deciso di alzare il livello di scontro».
Parole che per la Procura risuonano come un «pericolo concreto e attuale» che «la libera disponibilità e la visibilità del sito possa ulteriormente aggravare le conseguenze del reato ipotizzato, continuando a pubblicizzare metodi di lotta e scontro fondati sulla violenza e sulla prevaricazione». Dev'essere stato l'annuncio di voler alzare il livello di scontro «dal 15 ottobre e fino a che il green pass non verrà ritirato definitivamente» a far scattare l'accusa di istigazione a delinquere. Il gip Annalisa Marzano ha fissato l'udienza in videoconferenza, in quanto molti sono detenuti nel carcere di Poggioreale.
Lunedì, invece, nel corso dell'udienza per direttissima, il Tribunale ha scarcerato quattro manifestanti indagati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, confermando la detenzione per altri due: Iorio Pilosio, che avrebbe ammesso di voler raggiungere il Parlamento, e Fabio Corradetti, il figlio della compagna del leader romano di Forza nuova Castellino, tra «coloro», secondo l'accusa, «che all'altezza del Parlamento fronteggiavano le forze di polizia per raggiungere la Camera dei Deputati». Le prime informative arrivate in Procura ricostruiscono quello che viene descritto come un attacco alle istituzioni, con il progetto di occupare Palazzo Chigi e il Parlamento. «Avevano intenzione di raggiungere i palazzi istituzionali», scrivono i giudici nel decreto per sei dei 12 fermati dopo gli scontri di Roma. Ma l'elenco degli indagati è lungo. Ci sono anche il palermitano Massimiliano Ursino e l'aretino Lorenzo Franceschini.
E ieri, coincidenza, a Torino hanno chiuso le indagini su uno striscione comparso nel 2019: «Spezza le catene dell'usura, vota fascista, vota Forza nuova». Il coordinatore del Piemonte, Luigi Cortese, Saija e un altro militante sono indagati per apologia del fascismo.
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Il 19, ben dieci giorni dopo gli scontri di Roma, lady Viminale riferirà in Parlamento. E scanserà ogni addebito. Ma perché l'attacco è riuscito così facilmente benché fosse stato proclamato dal palco quasi due ore prima?Due inchieste parallele della Procura di Roma. Aumenta il numero degli indagati. Sito oscurato: si annunciava di voler alzare il livello di scontro. I pm: «Pericolo concreto».Lo speciale contiene due articoli.Com'è possibile che il pluridaspato e pluritatuato Giuliano Castellino, furioso capetto romano di Forza nuova, fosse in piazza a guidare l'assalto alla Cgil? E perché l'annunciata incursione è riuscita così facilmente? Tanti rovelli. Molti dubbi. Grandi urgenze. Eppure lady Viminale, al secolo Luciana Lamorgese, darà la sua attesissima versione dei fatti solo il prossimo martedì, 19 ottobre. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Dopo i ballottaggi per le amministrative, insomma. Un «ritardo vergognoso» assalta Fratelli d'Italia. «Dimostra l'insipienza di un governo vigliacco che non racconta ai cittadini quello che sta accadendo» dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. Il partito di Giorgia Meloni, assieme alla Lega, insiste per le dimissioni della ministra dell'Interno, nuovamente nella polvere dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, durante la manifestazione contro il green pass. «Non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano sotto scacco le istituzioni» avrebbe commentato il premier, Mario Draghi. Il verosimile retroscena del prudentissimo Corriere della Sera sembra un indiretto attacco all'inerzia del Viminale. I violenti raggiungono indisturbati la sede nazionale del sindacato, nonostante Castellino avesse annunciato dal palco: «Andiamo ad assediare la Cgil». Tutto scritto, anzi detto, almeno un'ora e mezzo prima dell'attacco. Non servivano agenti segreti o investigatori dal fiuto sopraffino per scoprire come sarebbe finita. Era stato lo stesso Castellino, luogotenente di Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a rivelare il piano criminale: mettere a ferro e fuoco la Cgil. Per costringere il suo segretario generale, Maurizio Landini a «scendere a Roma» e «proclamare lo sciopero generale». Intenti testimoniati da un video esclusivo, rilanciato da Quarta Repubblica.Perché allora, dopo il disvelamento dei deliranti propositi dal palco di Piazza del Popolo, nessuno è stato fermato? E perché non c'era un adeguato cordone di sicurezza davanti agli uffici del sindacato? Di certo, il ministero ha sottovalutato i rischi: si aspettava in piazza circa 3.000 persone, ne sono arrivate almeno il triplo. Una gestione talmente dilettantesca da aver innescato sospetti e complottismi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, non ci gira attorno: «A chi è convenuto che la manifestazione finisse in vacca? Prima delle comunali ci sono stati dieci giorni sul caso Morisi, ora ci sono dieci giorni di antifascismo, in vista dei ballottaggi». Ignazio La Russa, triumviro di Fratelli d'Italia, rinfocola: gli scontri «sono stati molto funzionali a chi vuol creare uno stato di tensione e tentare di danneggiare la destra».Oltre al parlamento, anche il Copasir ha dunque sollecitato un'informativa urgente a Lamorgese. Intanto, domani è prevista l'audizione del direttore dell'Aisi, il generale Mario Parente. Invece lady Viminale riferirà a Montecitorio solo martedì: a ben dieci giorni dai fattacci. Del resto, l'ex prefetto usa sempre render conto a tempo debito. Vedi il caso del selvaggio rave party a Mezzano, al confine tra Lazio e Toscana, tra il 13 e il 19 agosto 2021. Eppure, tra indifferibili ferie e baloccamenti vari, Lamorgese appare alla Camera dei deputati solo il 15 settembre per l'informativa «urgente». Un mese dopo il bestiale festone.Deve difendere l'indifendibile, anche quella volta. Nessuna autorizzazione e spaccio libero. Per di più a disdoro di ogni norma anti Covid, proprie mentre discoteche e locali da ballo sono chiusi da tempo immemore. Una carovana di partecipanti sarebbe stata perfino scortata fino al rave party dalle forze dell'ordine, come rivelato dalla Verità. E no, replica Lamorgese in aula. Trattasi piuttosto di discreti «servizi di osservazione e monitoraggio allo scopo di accertare il loro luogo di destinazione finale». Ah, ecco. «E di tale dispositivo» aggiunge «veniva informato il dipartimento di pubblica sicurezza». Nemmeno l'ex premier Giuseppe Conte, indiscusso principe della supercazzola, avrebbe fatto meglio. Comunque sia: non si è trattato propriamente di «una scorta». Certo. E come mai, garbata sorveglianza a parte, non si è scelto invece di intervenire? Lamorgese, sobrio tailleur grigio e civettuoli occhiali multicolori, non si scompone. Con prefettizio burocratese, omaggio ai tempi andati, spiega la strategia: «Indirizzata non verso un rischioso tentativo di forzosa evacuazione dell'area, ma nell'esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti». Scelta fallimentare, dunque? Macché. «Ha avuto l'effetto non solo di scongiurare il degenerare della situazione sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica, ma anche quello di evitare il prosieguo del rave che secondo il volantino avrebbe dovuto continuare fino al 23 agosto». Insomma, un successone. Lo spericolato veglione è durato appena sei giorni. Non servono quindi strepitose capacità divinatorie, per intuire cosa riferirà la ministra il prossimo martedì. Anche nel caso dell'assalto alla Cgil, lady Viminale scanserà come d'uso ogni addebito. Ne ha già dato saggio nella prima dichiarazione di circostanza: «Le forze di polizia hanno agito con equilibrio e professionalità per fronteggiare intollerabili atti di violenza». Quanto a lei, nessuna responsabilità. Ci mancherebbe. Un garbuglio verbale dopo l'altro, l'ennesima autoassoluzione è assicurata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lincursione-alla-cgil-era-annunciata-la-lamorgese-spieghi-che-e-successo-2655283764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutte-le-accuse-contro-fiore-c" data-post-id="2655283764" data-published-at="1634067129" data-use-pagination="False"> Tutte le accuse contro Fiore & C. L'inchiesta giudiziaria su Forza nuova corre con due distinti fascicoli della Procura di Roma su binari paralleli: quello per il sequestro del sito web, nel quale sono comparsi quattro nuovi indagati per istigazione a delinquere aggravata dall'utilizzo di strumenti informatici, Giuseppe Provenzale, Luca Castellini, Davide Cirillo e Stefano Saija; e quello per gli scontri di sabato, nel quale sono accusati di istigazione a delinquere, devastazione e saccheggio il fondatore e capo di Forza nuova Roberto Fiore, Giuliano Castellino, l'ex Nar Luigi Aronica, la militante Pamela Testa e il leader del movimento Io Apro Biagio Passaro. Fiore, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Nicola Triscuoglio Oristano, attende l'interrogatorio del gip (fissato per giovedì) nel carcere di Poggioreale e vede tutto ciò che ha costruito dal 1997, anno della fondazione del movimento, finire sotto accusa. Con la magistratura che ne decapita i vertici e ne oscura lo strumento di propaganda. Per il sito web forzanuova.eu i pm hanno disposto un sequestro preventivo dopo la pubblicazione di un comunicato intitolato «Altro che Forza nuova. Il popolo ha alzato il livello dello scontro e non si fermerà». Il contenuto: «Mesi di piazze pacifiche non hanno fermato l'attenzione accelerata dal Great reset, ora la musica è cambiata e il direttore d'orchestra e compositore è solo il popolo in lotta, costretto a difendersi dalla ferocia unanime di chi dovrebbe rappresentarlo, l'attacco alla Cgil rientra perfettamente in questo quadro analitico, che ha deciso di alzare il livello di scontro». Parole che per la Procura risuonano come un «pericolo concreto e attuale» che «la libera disponibilità e la visibilità del sito possa ulteriormente aggravare le conseguenze del reato ipotizzato, continuando a pubblicizzare metodi di lotta e scontro fondati sulla violenza e sulla prevaricazione». Dev'essere stato l'annuncio di voler alzare il livello di scontro «dal 15 ottobre e fino a che il green pass non verrà ritirato definitivamente» a far scattare l'accusa di istigazione a delinquere. Il gip Annalisa Marzano ha fissato l'udienza in videoconferenza, in quanto molti sono detenuti nel carcere di Poggioreale. Lunedì, invece, nel corso dell'udienza per direttissima, il Tribunale ha scarcerato quattro manifestanti indagati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, confermando la detenzione per altri due: Iorio Pilosio, che avrebbe ammesso di voler raggiungere il Parlamento, e Fabio Corradetti, il figlio della compagna del leader romano di Forza nuova Castellino, tra «coloro», secondo l'accusa, «che all'altezza del Parlamento fronteggiavano le forze di polizia per raggiungere la Camera dei Deputati». Le prime informative arrivate in Procura ricostruiscono quello che viene descritto come un attacco alle istituzioni, con il progetto di occupare Palazzo Chigi e il Parlamento. «Avevano intenzione di raggiungere i palazzi istituzionali», scrivono i giudici nel decreto per sei dei 12 fermati dopo gli scontri di Roma. Ma l'elenco degli indagati è lungo. Ci sono anche il palermitano Massimiliano Ursino e l'aretino Lorenzo Franceschini. E ieri, coincidenza, a Torino hanno chiuso le indagini su uno striscione comparso nel 2019: «Spezza le catene dell'usura, vota fascista, vota Forza nuova». Il coordinatore del Piemonte, Luigi Cortese, Saija e un altro militante sono indagati per apologia del fascismo.
iStock
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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