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2021-10-13
L’incursione alla Cgil era annunciata. La Lamorgese spieghi che è successo
Luciana Lamorgese (Ansa)
Com'è possibile che il pluridaspato e pluritatuato Giuliano Castellino, furioso capetto romano di Forza nuova, fosse in piazza a guidare l'assalto alla Cgil? E perché l'annunciata incursione è riuscita così facilmente? Tanti rovelli. Molti dubbi. Grandi urgenze. Eppure lady Viminale, al secolo Luciana Lamorgese, darà la sua attesissima versione dei fatti solo il prossimo martedì, 19 ottobre. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Dopo i ballottaggi per le amministrative, insomma. Un «ritardo vergognoso» assalta Fratelli d'Italia. «Dimostra l'insipienza di un governo vigliacco che non racconta ai cittadini quello che sta accadendo» dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. Il partito di Giorgia Meloni, assieme alla Lega, insiste per le dimissioni della ministra dell'Interno, nuovamente nella polvere dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, durante la manifestazione contro il green pass.
«Non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano sotto scacco le istituzioni» avrebbe commentato il premier, Mario Draghi. Il verosimile retroscena del prudentissimo Corriere della Sera sembra un indiretto attacco all'inerzia del Viminale. I violenti raggiungono indisturbati la sede nazionale del sindacato, nonostante Castellino avesse annunciato dal palco: «Andiamo ad assediare la Cgil». Tutto scritto, anzi detto, almeno un'ora e mezzo prima dell'attacco. Non servivano agenti segreti o investigatori dal fiuto sopraffino per scoprire come sarebbe finita. Era stato lo stesso Castellino, luogotenente di Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a rivelare il piano criminale: mettere a ferro e fuoco la Cgil. Per costringere il suo segretario generale, Maurizio Landini a «scendere a Roma» e «proclamare lo sciopero generale». Intenti testimoniati da un video esclusivo, rilanciato da Quarta Repubblica.
Perché allora, dopo il disvelamento dei deliranti propositi dal palco di Piazza del Popolo, nessuno è stato fermato? E perché non c'era un adeguato cordone di sicurezza davanti agli uffici del sindacato? Di certo, il ministero ha sottovalutato i rischi: si aspettava in piazza circa 3.000 persone, ne sono arrivate almeno il triplo. Una gestione talmente dilettantesca da aver innescato sospetti e complottismi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, non ci gira attorno: «A chi è convenuto che la manifestazione finisse in vacca? Prima delle comunali ci sono stati dieci giorni sul caso Morisi, ora ci sono dieci giorni di antifascismo, in vista dei ballottaggi». Ignazio La Russa, triumviro di Fratelli d'Italia, rinfocola: gli scontri «sono stati molto funzionali a chi vuol creare uno stato di tensione e tentare di danneggiare la destra».
Oltre al parlamento, anche il Copasir ha dunque sollecitato un'informativa urgente a Lamorgese. Intanto, domani è prevista l'audizione del direttore dell'Aisi, il generale Mario Parente. Invece lady Viminale riferirà a Montecitorio solo martedì: a ben dieci giorni dai fattacci. Del resto, l'ex prefetto usa sempre render conto a tempo debito. Vedi il caso del selvaggio rave party a Mezzano, al confine tra Lazio e Toscana, tra il 13 e il 19 agosto 2021. Eppure, tra indifferibili ferie e baloccamenti vari, Lamorgese appare alla Camera dei deputati solo il 15 settembre per l'informativa «urgente». Un mese dopo il bestiale festone.
Deve difendere l'indifendibile, anche quella volta. Nessuna autorizzazione e spaccio libero. Per di più a disdoro di ogni norma anti Covid, proprie mentre discoteche e locali da ballo sono chiusi da tempo immemore. Una carovana di partecipanti sarebbe stata perfino scortata fino al rave party dalle forze dell'ordine, come rivelato dalla Verità. E no, replica Lamorgese in aula. Trattasi piuttosto di discreti «servizi di osservazione e monitoraggio allo scopo di accertare il loro luogo di destinazione finale». Ah, ecco. «E di tale dispositivo» aggiunge «veniva informato il dipartimento di pubblica sicurezza». Nemmeno l'ex premier Giuseppe Conte, indiscusso principe della supercazzola, avrebbe fatto meglio. Comunque sia: non si è trattato propriamente di «una scorta».
Certo. E come mai, garbata sorveglianza a parte, non si è scelto invece di intervenire? Lamorgese, sobrio tailleur grigio e civettuoli occhiali multicolori, non si scompone. Con prefettizio burocratese, omaggio ai tempi andati, spiega la strategia: «Indirizzata non verso un rischioso tentativo di forzosa evacuazione dell'area, ma nell'esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti». Scelta fallimentare, dunque? Macché. «Ha avuto l'effetto non solo di scongiurare il degenerare della situazione sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica, ma anche quello di evitare il prosieguo del rave che secondo il volantino avrebbe dovuto continuare fino al 23 agosto». Insomma, un successone. Lo spericolato veglione è durato appena sei giorni.
Non servono quindi strepitose capacità divinatorie, per intuire cosa riferirà la ministra il prossimo martedì. Anche nel caso dell'assalto alla Cgil, lady Viminale scanserà come d'uso ogni addebito. Ne ha già dato saggio nella prima dichiarazione di circostanza: «Le forze di polizia hanno agito con equilibrio e professionalità per fronteggiare intollerabili atti di violenza». Quanto a lei, nessuna responsabilità. Ci mancherebbe. Un garbuglio verbale dopo l'altro, l'ennesima autoassoluzione è assicurata.
Tutte le accuse contro Fiore & C.
L'inchiesta giudiziaria su Forza nuova corre con due distinti fascicoli della Procura di Roma su binari paralleli: quello per il sequestro del sito web, nel quale sono comparsi quattro nuovi indagati per istigazione a delinquere aggravata dall'utilizzo di strumenti informatici, Giuseppe Provenzale, Luca Castellini, Davide Cirillo e Stefano Saija; e quello per gli scontri di sabato, nel quale sono accusati di istigazione a delinquere, devastazione e saccheggio il fondatore e capo di Forza nuova Roberto Fiore, Giuliano Castellino, l'ex Nar Luigi Aronica, la militante Pamela Testa e il leader del movimento Io Apro Biagio Passaro.
Fiore, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Nicola Triscuoglio Oristano, attende l'interrogatorio del gip (fissato per giovedì) nel carcere di Poggioreale e vede tutto ciò che ha costruito dal 1997, anno della fondazione del movimento, finire sotto accusa. Con la magistratura che ne decapita i vertici e ne oscura lo strumento di propaganda. Per il sito web forzanuova.eu i pm hanno disposto un sequestro preventivo dopo la pubblicazione di un comunicato intitolato «Altro che Forza nuova. Il popolo ha alzato il livello dello scontro e non si fermerà». Il contenuto: «Mesi di piazze pacifiche non hanno fermato l'attenzione accelerata dal Great reset, ora la musica è cambiata e il direttore d'orchestra e compositore è solo il popolo in lotta, costretto a difendersi dalla ferocia unanime di chi dovrebbe rappresentarlo, l'attacco alla Cgil rientra perfettamente in questo quadro analitico, che ha deciso di alzare il livello di scontro».
Parole che per la Procura risuonano come un «pericolo concreto e attuale» che «la libera disponibilità e la visibilità del sito possa ulteriormente aggravare le conseguenze del reato ipotizzato, continuando a pubblicizzare metodi di lotta e scontro fondati sulla violenza e sulla prevaricazione». Dev'essere stato l'annuncio di voler alzare il livello di scontro «dal 15 ottobre e fino a che il green pass non verrà ritirato definitivamente» a far scattare l'accusa di istigazione a delinquere. Il gip Annalisa Marzano ha fissato l'udienza in videoconferenza, in quanto molti sono detenuti nel carcere di Poggioreale.
Lunedì, invece, nel corso dell'udienza per direttissima, il Tribunale ha scarcerato quattro manifestanti indagati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, confermando la detenzione per altri due: Iorio Pilosio, che avrebbe ammesso di voler raggiungere il Parlamento, e Fabio Corradetti, il figlio della compagna del leader romano di Forza nuova Castellino, tra «coloro», secondo l'accusa, «che all'altezza del Parlamento fronteggiavano le forze di polizia per raggiungere la Camera dei Deputati». Le prime informative arrivate in Procura ricostruiscono quello che viene descritto come un attacco alle istituzioni, con il progetto di occupare Palazzo Chigi e il Parlamento. «Avevano intenzione di raggiungere i palazzi istituzionali», scrivono i giudici nel decreto per sei dei 12 fermati dopo gli scontri di Roma. Ma l'elenco degli indagati è lungo. Ci sono anche il palermitano Massimiliano Ursino e l'aretino Lorenzo Franceschini.
E ieri, coincidenza, a Torino hanno chiuso le indagini su uno striscione comparso nel 2019: «Spezza le catene dell'usura, vota fascista, vota Forza nuova». Il coordinatore del Piemonte, Luigi Cortese, Saija e un altro militante sono indagati per apologia del fascismo.
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Il 19, ben dieci giorni dopo gli scontri di Roma, lady Viminale riferirà in Parlamento. E scanserà ogni addebito. Ma perché l'attacco è riuscito così facilmente benché fosse stato proclamato dal palco quasi due ore prima?Due inchieste parallele della Procura di Roma. Aumenta il numero degli indagati. Sito oscurato: si annunciava di voler alzare il livello di scontro. I pm: «Pericolo concreto».Lo speciale contiene due articoli.Com'è possibile che il pluridaspato e pluritatuato Giuliano Castellino, furioso capetto romano di Forza nuova, fosse in piazza a guidare l'assalto alla Cgil? E perché l'annunciata incursione è riuscita così facilmente? Tanti rovelli. Molti dubbi. Grandi urgenze. Eppure lady Viminale, al secolo Luciana Lamorgese, darà la sua attesissima versione dei fatti solo il prossimo martedì, 19 ottobre. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Dopo i ballottaggi per le amministrative, insomma. Un «ritardo vergognoso» assalta Fratelli d'Italia. «Dimostra l'insipienza di un governo vigliacco che non racconta ai cittadini quello che sta accadendo» dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. Il partito di Giorgia Meloni, assieme alla Lega, insiste per le dimissioni della ministra dell'Interno, nuovamente nella polvere dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, durante la manifestazione contro il green pass. «Non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano sotto scacco le istituzioni» avrebbe commentato il premier, Mario Draghi. Il verosimile retroscena del prudentissimo Corriere della Sera sembra un indiretto attacco all'inerzia del Viminale. I violenti raggiungono indisturbati la sede nazionale del sindacato, nonostante Castellino avesse annunciato dal palco: «Andiamo ad assediare la Cgil». Tutto scritto, anzi detto, almeno un'ora e mezzo prima dell'attacco. Non servivano agenti segreti o investigatori dal fiuto sopraffino per scoprire come sarebbe finita. Era stato lo stesso Castellino, luogotenente di Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a rivelare il piano criminale: mettere a ferro e fuoco la Cgil. Per costringere il suo segretario generale, Maurizio Landini a «scendere a Roma» e «proclamare lo sciopero generale». Intenti testimoniati da un video esclusivo, rilanciato da Quarta Repubblica.Perché allora, dopo il disvelamento dei deliranti propositi dal palco di Piazza del Popolo, nessuno è stato fermato? E perché non c'era un adeguato cordone di sicurezza davanti agli uffici del sindacato? Di certo, il ministero ha sottovalutato i rischi: si aspettava in piazza circa 3.000 persone, ne sono arrivate almeno il triplo. Una gestione talmente dilettantesca da aver innescato sospetti e complottismi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, non ci gira attorno: «A chi è convenuto che la manifestazione finisse in vacca? Prima delle comunali ci sono stati dieci giorni sul caso Morisi, ora ci sono dieci giorni di antifascismo, in vista dei ballottaggi». Ignazio La Russa, triumviro di Fratelli d'Italia, rinfocola: gli scontri «sono stati molto funzionali a chi vuol creare uno stato di tensione e tentare di danneggiare la destra».Oltre al parlamento, anche il Copasir ha dunque sollecitato un'informativa urgente a Lamorgese. Intanto, domani è prevista l'audizione del direttore dell'Aisi, il generale Mario Parente. Invece lady Viminale riferirà a Montecitorio solo martedì: a ben dieci giorni dai fattacci. Del resto, l'ex prefetto usa sempre render conto a tempo debito. Vedi il caso del selvaggio rave party a Mezzano, al confine tra Lazio e Toscana, tra il 13 e il 19 agosto 2021. Eppure, tra indifferibili ferie e baloccamenti vari, Lamorgese appare alla Camera dei deputati solo il 15 settembre per l'informativa «urgente». Un mese dopo il bestiale festone.Deve difendere l'indifendibile, anche quella volta. Nessuna autorizzazione e spaccio libero. Per di più a disdoro di ogni norma anti Covid, proprie mentre discoteche e locali da ballo sono chiusi da tempo immemore. Una carovana di partecipanti sarebbe stata perfino scortata fino al rave party dalle forze dell'ordine, come rivelato dalla Verità. E no, replica Lamorgese in aula. Trattasi piuttosto di discreti «servizi di osservazione e monitoraggio allo scopo di accertare il loro luogo di destinazione finale». Ah, ecco. «E di tale dispositivo» aggiunge «veniva informato il dipartimento di pubblica sicurezza». Nemmeno l'ex premier Giuseppe Conte, indiscusso principe della supercazzola, avrebbe fatto meglio. Comunque sia: non si è trattato propriamente di «una scorta». Certo. E come mai, garbata sorveglianza a parte, non si è scelto invece di intervenire? Lamorgese, sobrio tailleur grigio e civettuoli occhiali multicolori, non si scompone. Con prefettizio burocratese, omaggio ai tempi andati, spiega la strategia: «Indirizzata non verso un rischioso tentativo di forzosa evacuazione dell'area, ma nell'esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti». Scelta fallimentare, dunque? Macché. «Ha avuto l'effetto non solo di scongiurare il degenerare della situazione sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica, ma anche quello di evitare il prosieguo del rave che secondo il volantino avrebbe dovuto continuare fino al 23 agosto». Insomma, un successone. Lo spericolato veglione è durato appena sei giorni. Non servono quindi strepitose capacità divinatorie, per intuire cosa riferirà la ministra il prossimo martedì. Anche nel caso dell'assalto alla Cgil, lady Viminale scanserà come d'uso ogni addebito. Ne ha già dato saggio nella prima dichiarazione di circostanza: «Le forze di polizia hanno agito con equilibrio e professionalità per fronteggiare intollerabili atti di violenza». Quanto a lei, nessuna responsabilità. Ci mancherebbe. Un garbuglio verbale dopo l'altro, l'ennesima autoassoluzione è assicurata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lincursione-alla-cgil-era-annunciata-la-lamorgese-spieghi-che-e-successo-2655283764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutte-le-accuse-contro-fiore-c" data-post-id="2655283764" data-published-at="1634067129" data-use-pagination="False"> Tutte le accuse contro Fiore & C. L'inchiesta giudiziaria su Forza nuova corre con due distinti fascicoli della Procura di Roma su binari paralleli: quello per il sequestro del sito web, nel quale sono comparsi quattro nuovi indagati per istigazione a delinquere aggravata dall'utilizzo di strumenti informatici, Giuseppe Provenzale, Luca Castellini, Davide Cirillo e Stefano Saija; e quello per gli scontri di sabato, nel quale sono accusati di istigazione a delinquere, devastazione e saccheggio il fondatore e capo di Forza nuova Roberto Fiore, Giuliano Castellino, l'ex Nar Luigi Aronica, la militante Pamela Testa e il leader del movimento Io Apro Biagio Passaro. Fiore, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Nicola Triscuoglio Oristano, attende l'interrogatorio del gip (fissato per giovedì) nel carcere di Poggioreale e vede tutto ciò che ha costruito dal 1997, anno della fondazione del movimento, finire sotto accusa. Con la magistratura che ne decapita i vertici e ne oscura lo strumento di propaganda. Per il sito web forzanuova.eu i pm hanno disposto un sequestro preventivo dopo la pubblicazione di un comunicato intitolato «Altro che Forza nuova. Il popolo ha alzato il livello dello scontro e non si fermerà». Il contenuto: «Mesi di piazze pacifiche non hanno fermato l'attenzione accelerata dal Great reset, ora la musica è cambiata e il direttore d'orchestra e compositore è solo il popolo in lotta, costretto a difendersi dalla ferocia unanime di chi dovrebbe rappresentarlo, l'attacco alla Cgil rientra perfettamente in questo quadro analitico, che ha deciso di alzare il livello di scontro». Parole che per la Procura risuonano come un «pericolo concreto e attuale» che «la libera disponibilità e la visibilità del sito possa ulteriormente aggravare le conseguenze del reato ipotizzato, continuando a pubblicizzare metodi di lotta e scontro fondati sulla violenza e sulla prevaricazione». Dev'essere stato l'annuncio di voler alzare il livello di scontro «dal 15 ottobre e fino a che il green pass non verrà ritirato definitivamente» a far scattare l'accusa di istigazione a delinquere. Il gip Annalisa Marzano ha fissato l'udienza in videoconferenza, in quanto molti sono detenuti nel carcere di Poggioreale. Lunedì, invece, nel corso dell'udienza per direttissima, il Tribunale ha scarcerato quattro manifestanti indagati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, confermando la detenzione per altri due: Iorio Pilosio, che avrebbe ammesso di voler raggiungere il Parlamento, e Fabio Corradetti, il figlio della compagna del leader romano di Forza nuova Castellino, tra «coloro», secondo l'accusa, «che all'altezza del Parlamento fronteggiavano le forze di polizia per raggiungere la Camera dei Deputati». Le prime informative arrivate in Procura ricostruiscono quello che viene descritto come un attacco alle istituzioni, con il progetto di occupare Palazzo Chigi e il Parlamento. «Avevano intenzione di raggiungere i palazzi istituzionali», scrivono i giudici nel decreto per sei dei 12 fermati dopo gli scontri di Roma. Ma l'elenco degli indagati è lungo. Ci sono anche il palermitano Massimiliano Ursino e l'aretino Lorenzo Franceschini. E ieri, coincidenza, a Torino hanno chiuso le indagini su uno striscione comparso nel 2019: «Spezza le catene dell'usura, vota fascista, vota Forza nuova». Il coordinatore del Piemonte, Luigi Cortese, Saija e un altro militante sono indagati per apologia del fascismo.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara