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2021-10-13
L’incursione alla Cgil era annunciata. La Lamorgese spieghi che è successo
Luciana Lamorgese (Ansa)
Com'è possibile che il pluridaspato e pluritatuato Giuliano Castellino, furioso capetto romano di Forza nuova, fosse in piazza a guidare l'assalto alla Cgil? E perché l'annunciata incursione è riuscita così facilmente? Tanti rovelli. Molti dubbi. Grandi urgenze. Eppure lady Viminale, al secolo Luciana Lamorgese, darà la sua attesissima versione dei fatti solo il prossimo martedì, 19 ottobre. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Dopo i ballottaggi per le amministrative, insomma. Un «ritardo vergognoso» assalta Fratelli d'Italia. «Dimostra l'insipienza di un governo vigliacco che non racconta ai cittadini quello che sta accadendo» dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. Il partito di Giorgia Meloni, assieme alla Lega, insiste per le dimissioni della ministra dell'Interno, nuovamente nella polvere dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, durante la manifestazione contro il green pass.
«Non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano sotto scacco le istituzioni» avrebbe commentato il premier, Mario Draghi. Il verosimile retroscena del prudentissimo Corriere della Sera sembra un indiretto attacco all'inerzia del Viminale. I violenti raggiungono indisturbati la sede nazionale del sindacato, nonostante Castellino avesse annunciato dal palco: «Andiamo ad assediare la Cgil». Tutto scritto, anzi detto, almeno un'ora e mezzo prima dell'attacco. Non servivano agenti segreti o investigatori dal fiuto sopraffino per scoprire come sarebbe finita. Era stato lo stesso Castellino, luogotenente di Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a rivelare il piano criminale: mettere a ferro e fuoco la Cgil. Per costringere il suo segretario generale, Maurizio Landini a «scendere a Roma» e «proclamare lo sciopero generale». Intenti testimoniati da un video esclusivo, rilanciato da Quarta Repubblica.
Perché allora, dopo il disvelamento dei deliranti propositi dal palco di Piazza del Popolo, nessuno è stato fermato? E perché non c'era un adeguato cordone di sicurezza davanti agli uffici del sindacato? Di certo, il ministero ha sottovalutato i rischi: si aspettava in piazza circa 3.000 persone, ne sono arrivate almeno il triplo. Una gestione talmente dilettantesca da aver innescato sospetti e complottismi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, non ci gira attorno: «A chi è convenuto che la manifestazione finisse in vacca? Prima delle comunali ci sono stati dieci giorni sul caso Morisi, ora ci sono dieci giorni di antifascismo, in vista dei ballottaggi». Ignazio La Russa, triumviro di Fratelli d'Italia, rinfocola: gli scontri «sono stati molto funzionali a chi vuol creare uno stato di tensione e tentare di danneggiare la destra».
Oltre al parlamento, anche il Copasir ha dunque sollecitato un'informativa urgente a Lamorgese. Intanto, domani è prevista l'audizione del direttore dell'Aisi, il generale Mario Parente. Invece lady Viminale riferirà a Montecitorio solo martedì: a ben dieci giorni dai fattacci. Del resto, l'ex prefetto usa sempre render conto a tempo debito. Vedi il caso del selvaggio rave party a Mezzano, al confine tra Lazio e Toscana, tra il 13 e il 19 agosto 2021. Eppure, tra indifferibili ferie e baloccamenti vari, Lamorgese appare alla Camera dei deputati solo il 15 settembre per l'informativa «urgente». Un mese dopo il bestiale festone.
Deve difendere l'indifendibile, anche quella volta. Nessuna autorizzazione e spaccio libero. Per di più a disdoro di ogni norma anti Covid, proprie mentre discoteche e locali da ballo sono chiusi da tempo immemore. Una carovana di partecipanti sarebbe stata perfino scortata fino al rave party dalle forze dell'ordine, come rivelato dalla Verità. E no, replica Lamorgese in aula. Trattasi piuttosto di discreti «servizi di osservazione e monitoraggio allo scopo di accertare il loro luogo di destinazione finale». Ah, ecco. «E di tale dispositivo» aggiunge «veniva informato il dipartimento di pubblica sicurezza». Nemmeno l'ex premier Giuseppe Conte, indiscusso principe della supercazzola, avrebbe fatto meglio. Comunque sia: non si è trattato propriamente di «una scorta».
Certo. E come mai, garbata sorveglianza a parte, non si è scelto invece di intervenire? Lamorgese, sobrio tailleur grigio e civettuoli occhiali multicolori, non si scompone. Con prefettizio burocratese, omaggio ai tempi andati, spiega la strategia: «Indirizzata non verso un rischioso tentativo di forzosa evacuazione dell'area, ma nell'esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti». Scelta fallimentare, dunque? Macché. «Ha avuto l'effetto non solo di scongiurare il degenerare della situazione sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica, ma anche quello di evitare il prosieguo del rave che secondo il volantino avrebbe dovuto continuare fino al 23 agosto». Insomma, un successone. Lo spericolato veglione è durato appena sei giorni.
Non servono quindi strepitose capacità divinatorie, per intuire cosa riferirà la ministra il prossimo martedì. Anche nel caso dell'assalto alla Cgil, lady Viminale scanserà come d'uso ogni addebito. Ne ha già dato saggio nella prima dichiarazione di circostanza: «Le forze di polizia hanno agito con equilibrio e professionalità per fronteggiare intollerabili atti di violenza». Quanto a lei, nessuna responsabilità. Ci mancherebbe. Un garbuglio verbale dopo l'altro, l'ennesima autoassoluzione è assicurata.
Tutte le accuse contro Fiore & C.
L'inchiesta giudiziaria su Forza nuova corre con due distinti fascicoli della Procura di Roma su binari paralleli: quello per il sequestro del sito web, nel quale sono comparsi quattro nuovi indagati per istigazione a delinquere aggravata dall'utilizzo di strumenti informatici, Giuseppe Provenzale, Luca Castellini, Davide Cirillo e Stefano Saija; e quello per gli scontri di sabato, nel quale sono accusati di istigazione a delinquere, devastazione e saccheggio il fondatore e capo di Forza nuova Roberto Fiore, Giuliano Castellino, l'ex Nar Luigi Aronica, la militante Pamela Testa e il leader del movimento Io Apro Biagio Passaro.
Fiore, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Nicola Triscuoglio Oristano, attende l'interrogatorio del gip (fissato per giovedì) nel carcere di Poggioreale e vede tutto ciò che ha costruito dal 1997, anno della fondazione del movimento, finire sotto accusa. Con la magistratura che ne decapita i vertici e ne oscura lo strumento di propaganda. Per il sito web forzanuova.eu i pm hanno disposto un sequestro preventivo dopo la pubblicazione di un comunicato intitolato «Altro che Forza nuova. Il popolo ha alzato il livello dello scontro e non si fermerà». Il contenuto: «Mesi di piazze pacifiche non hanno fermato l'attenzione accelerata dal Great reset, ora la musica è cambiata e il direttore d'orchestra e compositore è solo il popolo in lotta, costretto a difendersi dalla ferocia unanime di chi dovrebbe rappresentarlo, l'attacco alla Cgil rientra perfettamente in questo quadro analitico, che ha deciso di alzare il livello di scontro».
Parole che per la Procura risuonano come un «pericolo concreto e attuale» che «la libera disponibilità e la visibilità del sito possa ulteriormente aggravare le conseguenze del reato ipotizzato, continuando a pubblicizzare metodi di lotta e scontro fondati sulla violenza e sulla prevaricazione». Dev'essere stato l'annuncio di voler alzare il livello di scontro «dal 15 ottobre e fino a che il green pass non verrà ritirato definitivamente» a far scattare l'accusa di istigazione a delinquere. Il gip Annalisa Marzano ha fissato l'udienza in videoconferenza, in quanto molti sono detenuti nel carcere di Poggioreale.
Lunedì, invece, nel corso dell'udienza per direttissima, il Tribunale ha scarcerato quattro manifestanti indagati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, confermando la detenzione per altri due: Iorio Pilosio, che avrebbe ammesso di voler raggiungere il Parlamento, e Fabio Corradetti, il figlio della compagna del leader romano di Forza nuova Castellino, tra «coloro», secondo l'accusa, «che all'altezza del Parlamento fronteggiavano le forze di polizia per raggiungere la Camera dei Deputati». Le prime informative arrivate in Procura ricostruiscono quello che viene descritto come un attacco alle istituzioni, con il progetto di occupare Palazzo Chigi e il Parlamento. «Avevano intenzione di raggiungere i palazzi istituzionali», scrivono i giudici nel decreto per sei dei 12 fermati dopo gli scontri di Roma. Ma l'elenco degli indagati è lungo. Ci sono anche il palermitano Massimiliano Ursino e l'aretino Lorenzo Franceschini.
E ieri, coincidenza, a Torino hanno chiuso le indagini su uno striscione comparso nel 2019: «Spezza le catene dell'usura, vota fascista, vota Forza nuova». Il coordinatore del Piemonte, Luigi Cortese, Saija e un altro militante sono indagati per apologia del fascismo.
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Il 19, ben dieci giorni dopo gli scontri di Roma, lady Viminale riferirà in Parlamento. E scanserà ogni addebito. Ma perché l'attacco è riuscito così facilmente benché fosse stato proclamato dal palco quasi due ore prima?Due inchieste parallele della Procura di Roma. Aumenta il numero degli indagati. Sito oscurato: si annunciava di voler alzare il livello di scontro. I pm: «Pericolo concreto».Lo speciale contiene due articoli.Com'è possibile che il pluridaspato e pluritatuato Giuliano Castellino, furioso capetto romano di Forza nuova, fosse in piazza a guidare l'assalto alla Cgil? E perché l'annunciata incursione è riuscita così facilmente? Tanti rovelli. Molti dubbi. Grandi urgenze. Eppure lady Viminale, al secolo Luciana Lamorgese, darà la sua attesissima versione dei fatti solo il prossimo martedì, 19 ottobre. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Dopo i ballottaggi per le amministrative, insomma. Un «ritardo vergognoso» assalta Fratelli d'Italia. «Dimostra l'insipienza di un governo vigliacco che non racconta ai cittadini quello che sta accadendo» dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. Il partito di Giorgia Meloni, assieme alla Lega, insiste per le dimissioni della ministra dell'Interno, nuovamente nella polvere dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, durante la manifestazione contro il green pass. «Non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano sotto scacco le istituzioni» avrebbe commentato il premier, Mario Draghi. Il verosimile retroscena del prudentissimo Corriere della Sera sembra un indiretto attacco all'inerzia del Viminale. I violenti raggiungono indisturbati la sede nazionale del sindacato, nonostante Castellino avesse annunciato dal palco: «Andiamo ad assediare la Cgil». Tutto scritto, anzi detto, almeno un'ora e mezzo prima dell'attacco. Non servivano agenti segreti o investigatori dal fiuto sopraffino per scoprire come sarebbe finita. Era stato lo stesso Castellino, luogotenente di Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a rivelare il piano criminale: mettere a ferro e fuoco la Cgil. Per costringere il suo segretario generale, Maurizio Landini a «scendere a Roma» e «proclamare lo sciopero generale». Intenti testimoniati da un video esclusivo, rilanciato da Quarta Repubblica.Perché allora, dopo il disvelamento dei deliranti propositi dal palco di Piazza del Popolo, nessuno è stato fermato? E perché non c'era un adeguato cordone di sicurezza davanti agli uffici del sindacato? Di certo, il ministero ha sottovalutato i rischi: si aspettava in piazza circa 3.000 persone, ne sono arrivate almeno il triplo. Una gestione talmente dilettantesca da aver innescato sospetti e complottismi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, non ci gira attorno: «A chi è convenuto che la manifestazione finisse in vacca? Prima delle comunali ci sono stati dieci giorni sul caso Morisi, ora ci sono dieci giorni di antifascismo, in vista dei ballottaggi». Ignazio La Russa, triumviro di Fratelli d'Italia, rinfocola: gli scontri «sono stati molto funzionali a chi vuol creare uno stato di tensione e tentare di danneggiare la destra».Oltre al parlamento, anche il Copasir ha dunque sollecitato un'informativa urgente a Lamorgese. Intanto, domani è prevista l'audizione del direttore dell'Aisi, il generale Mario Parente. Invece lady Viminale riferirà a Montecitorio solo martedì: a ben dieci giorni dai fattacci. Del resto, l'ex prefetto usa sempre render conto a tempo debito. Vedi il caso del selvaggio rave party a Mezzano, al confine tra Lazio e Toscana, tra il 13 e il 19 agosto 2021. Eppure, tra indifferibili ferie e baloccamenti vari, Lamorgese appare alla Camera dei deputati solo il 15 settembre per l'informativa «urgente». Un mese dopo il bestiale festone.Deve difendere l'indifendibile, anche quella volta. Nessuna autorizzazione e spaccio libero. Per di più a disdoro di ogni norma anti Covid, proprie mentre discoteche e locali da ballo sono chiusi da tempo immemore. Una carovana di partecipanti sarebbe stata perfino scortata fino al rave party dalle forze dell'ordine, come rivelato dalla Verità. E no, replica Lamorgese in aula. Trattasi piuttosto di discreti «servizi di osservazione e monitoraggio allo scopo di accertare il loro luogo di destinazione finale». Ah, ecco. «E di tale dispositivo» aggiunge «veniva informato il dipartimento di pubblica sicurezza». Nemmeno l'ex premier Giuseppe Conte, indiscusso principe della supercazzola, avrebbe fatto meglio. Comunque sia: non si è trattato propriamente di «una scorta». Certo. E come mai, garbata sorveglianza a parte, non si è scelto invece di intervenire? Lamorgese, sobrio tailleur grigio e civettuoli occhiali multicolori, non si scompone. Con prefettizio burocratese, omaggio ai tempi andati, spiega la strategia: «Indirizzata non verso un rischioso tentativo di forzosa evacuazione dell'area, ma nell'esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti». Scelta fallimentare, dunque? Macché. «Ha avuto l'effetto non solo di scongiurare il degenerare della situazione sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica, ma anche quello di evitare il prosieguo del rave che secondo il volantino avrebbe dovuto continuare fino al 23 agosto». Insomma, un successone. Lo spericolato veglione è durato appena sei giorni. Non servono quindi strepitose capacità divinatorie, per intuire cosa riferirà la ministra il prossimo martedì. Anche nel caso dell'assalto alla Cgil, lady Viminale scanserà come d'uso ogni addebito. Ne ha già dato saggio nella prima dichiarazione di circostanza: «Le forze di polizia hanno agito con equilibrio e professionalità per fronteggiare intollerabili atti di violenza». Quanto a lei, nessuna responsabilità. Ci mancherebbe. Un garbuglio verbale dopo l'altro, l'ennesima autoassoluzione è assicurata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lincursione-alla-cgil-era-annunciata-la-lamorgese-spieghi-che-e-successo-2655283764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutte-le-accuse-contro-fiore-c" data-post-id="2655283764" data-published-at="1634067129" data-use-pagination="False"> Tutte le accuse contro Fiore & C. L'inchiesta giudiziaria su Forza nuova corre con due distinti fascicoli della Procura di Roma su binari paralleli: quello per il sequestro del sito web, nel quale sono comparsi quattro nuovi indagati per istigazione a delinquere aggravata dall'utilizzo di strumenti informatici, Giuseppe Provenzale, Luca Castellini, Davide Cirillo e Stefano Saija; e quello per gli scontri di sabato, nel quale sono accusati di istigazione a delinquere, devastazione e saccheggio il fondatore e capo di Forza nuova Roberto Fiore, Giuliano Castellino, l'ex Nar Luigi Aronica, la militante Pamela Testa e il leader del movimento Io Apro Biagio Passaro. Fiore, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Nicola Triscuoglio Oristano, attende l'interrogatorio del gip (fissato per giovedì) nel carcere di Poggioreale e vede tutto ciò che ha costruito dal 1997, anno della fondazione del movimento, finire sotto accusa. Con la magistratura che ne decapita i vertici e ne oscura lo strumento di propaganda. Per il sito web forzanuova.eu i pm hanno disposto un sequestro preventivo dopo la pubblicazione di un comunicato intitolato «Altro che Forza nuova. Il popolo ha alzato il livello dello scontro e non si fermerà». Il contenuto: «Mesi di piazze pacifiche non hanno fermato l'attenzione accelerata dal Great reset, ora la musica è cambiata e il direttore d'orchestra e compositore è solo il popolo in lotta, costretto a difendersi dalla ferocia unanime di chi dovrebbe rappresentarlo, l'attacco alla Cgil rientra perfettamente in questo quadro analitico, che ha deciso di alzare il livello di scontro». Parole che per la Procura risuonano come un «pericolo concreto e attuale» che «la libera disponibilità e la visibilità del sito possa ulteriormente aggravare le conseguenze del reato ipotizzato, continuando a pubblicizzare metodi di lotta e scontro fondati sulla violenza e sulla prevaricazione». Dev'essere stato l'annuncio di voler alzare il livello di scontro «dal 15 ottobre e fino a che il green pass non verrà ritirato definitivamente» a far scattare l'accusa di istigazione a delinquere. Il gip Annalisa Marzano ha fissato l'udienza in videoconferenza, in quanto molti sono detenuti nel carcere di Poggioreale. Lunedì, invece, nel corso dell'udienza per direttissima, il Tribunale ha scarcerato quattro manifestanti indagati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, confermando la detenzione per altri due: Iorio Pilosio, che avrebbe ammesso di voler raggiungere il Parlamento, e Fabio Corradetti, il figlio della compagna del leader romano di Forza nuova Castellino, tra «coloro», secondo l'accusa, «che all'altezza del Parlamento fronteggiavano le forze di polizia per raggiungere la Camera dei Deputati». Le prime informative arrivate in Procura ricostruiscono quello che viene descritto come un attacco alle istituzioni, con il progetto di occupare Palazzo Chigi e il Parlamento. «Avevano intenzione di raggiungere i palazzi istituzionali», scrivono i giudici nel decreto per sei dei 12 fermati dopo gli scontri di Roma. Ma l'elenco degli indagati è lungo. Ci sono anche il palermitano Massimiliano Ursino e l'aretino Lorenzo Franceschini. E ieri, coincidenza, a Torino hanno chiuso le indagini su uno striscione comparso nel 2019: «Spezza le catene dell'usura, vota fascista, vota Forza nuova». Il coordinatore del Piemonte, Luigi Cortese, Saija e un altro militante sono indagati per apologia del fascismo.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.