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2021-10-13
L’incursione alla Cgil era annunciata. La Lamorgese spieghi che è successo
Luciana Lamorgese (Ansa)
Com'è possibile che il pluridaspato e pluritatuato Giuliano Castellino, furioso capetto romano di Forza nuova, fosse in piazza a guidare l'assalto alla Cgil? E perché l'annunciata incursione è riuscita così facilmente? Tanti rovelli. Molti dubbi. Grandi urgenze. Eppure lady Viminale, al secolo Luciana Lamorgese, darà la sua attesissima versione dei fatti solo il prossimo martedì, 19 ottobre. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Dopo i ballottaggi per le amministrative, insomma. Un «ritardo vergognoso» assalta Fratelli d'Italia. «Dimostra l'insipienza di un governo vigliacco che non racconta ai cittadini quello che sta accadendo» dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. Il partito di Giorgia Meloni, assieme alla Lega, insiste per le dimissioni della ministra dell'Interno, nuovamente nella polvere dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, durante la manifestazione contro il green pass.
«Non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano sotto scacco le istituzioni» avrebbe commentato il premier, Mario Draghi. Il verosimile retroscena del prudentissimo Corriere della Sera sembra un indiretto attacco all'inerzia del Viminale. I violenti raggiungono indisturbati la sede nazionale del sindacato, nonostante Castellino avesse annunciato dal palco: «Andiamo ad assediare la Cgil». Tutto scritto, anzi detto, almeno un'ora e mezzo prima dell'attacco. Non servivano agenti segreti o investigatori dal fiuto sopraffino per scoprire come sarebbe finita. Era stato lo stesso Castellino, luogotenente di Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a rivelare il piano criminale: mettere a ferro e fuoco la Cgil. Per costringere il suo segretario generale, Maurizio Landini a «scendere a Roma» e «proclamare lo sciopero generale». Intenti testimoniati da un video esclusivo, rilanciato da Quarta Repubblica.
Perché allora, dopo il disvelamento dei deliranti propositi dal palco di Piazza del Popolo, nessuno è stato fermato? E perché non c'era un adeguato cordone di sicurezza davanti agli uffici del sindacato? Di certo, il ministero ha sottovalutato i rischi: si aspettava in piazza circa 3.000 persone, ne sono arrivate almeno il triplo. Una gestione talmente dilettantesca da aver innescato sospetti e complottismi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, non ci gira attorno: «A chi è convenuto che la manifestazione finisse in vacca? Prima delle comunali ci sono stati dieci giorni sul caso Morisi, ora ci sono dieci giorni di antifascismo, in vista dei ballottaggi». Ignazio La Russa, triumviro di Fratelli d'Italia, rinfocola: gli scontri «sono stati molto funzionali a chi vuol creare uno stato di tensione e tentare di danneggiare la destra».
Oltre al parlamento, anche il Copasir ha dunque sollecitato un'informativa urgente a Lamorgese. Intanto, domani è prevista l'audizione del direttore dell'Aisi, il generale Mario Parente. Invece lady Viminale riferirà a Montecitorio solo martedì: a ben dieci giorni dai fattacci. Del resto, l'ex prefetto usa sempre render conto a tempo debito. Vedi il caso del selvaggio rave party a Mezzano, al confine tra Lazio e Toscana, tra il 13 e il 19 agosto 2021. Eppure, tra indifferibili ferie e baloccamenti vari, Lamorgese appare alla Camera dei deputati solo il 15 settembre per l'informativa «urgente». Un mese dopo il bestiale festone.
Deve difendere l'indifendibile, anche quella volta. Nessuna autorizzazione e spaccio libero. Per di più a disdoro di ogni norma anti Covid, proprie mentre discoteche e locali da ballo sono chiusi da tempo immemore. Una carovana di partecipanti sarebbe stata perfino scortata fino al rave party dalle forze dell'ordine, come rivelato dalla Verità. E no, replica Lamorgese in aula. Trattasi piuttosto di discreti «servizi di osservazione e monitoraggio allo scopo di accertare il loro luogo di destinazione finale». Ah, ecco. «E di tale dispositivo» aggiunge «veniva informato il dipartimento di pubblica sicurezza». Nemmeno l'ex premier Giuseppe Conte, indiscusso principe della supercazzola, avrebbe fatto meglio. Comunque sia: non si è trattato propriamente di «una scorta».
Certo. E come mai, garbata sorveglianza a parte, non si è scelto invece di intervenire? Lamorgese, sobrio tailleur grigio e civettuoli occhiali multicolori, non si scompone. Con prefettizio burocratese, omaggio ai tempi andati, spiega la strategia: «Indirizzata non verso un rischioso tentativo di forzosa evacuazione dell'area, ma nell'esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti». Scelta fallimentare, dunque? Macché. «Ha avuto l'effetto non solo di scongiurare il degenerare della situazione sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica, ma anche quello di evitare il prosieguo del rave che secondo il volantino avrebbe dovuto continuare fino al 23 agosto». Insomma, un successone. Lo spericolato veglione è durato appena sei giorni.
Non servono quindi strepitose capacità divinatorie, per intuire cosa riferirà la ministra il prossimo martedì. Anche nel caso dell'assalto alla Cgil, lady Viminale scanserà come d'uso ogni addebito. Ne ha già dato saggio nella prima dichiarazione di circostanza: «Le forze di polizia hanno agito con equilibrio e professionalità per fronteggiare intollerabili atti di violenza». Quanto a lei, nessuna responsabilità. Ci mancherebbe. Un garbuglio verbale dopo l'altro, l'ennesima autoassoluzione è assicurata.
Tutte le accuse contro Fiore & C.
L'inchiesta giudiziaria su Forza nuova corre con due distinti fascicoli della Procura di Roma su binari paralleli: quello per il sequestro del sito web, nel quale sono comparsi quattro nuovi indagati per istigazione a delinquere aggravata dall'utilizzo di strumenti informatici, Giuseppe Provenzale, Luca Castellini, Davide Cirillo e Stefano Saija; e quello per gli scontri di sabato, nel quale sono accusati di istigazione a delinquere, devastazione e saccheggio il fondatore e capo di Forza nuova Roberto Fiore, Giuliano Castellino, l'ex Nar Luigi Aronica, la militante Pamela Testa e il leader del movimento Io Apro Biagio Passaro.
Fiore, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Nicola Triscuoglio Oristano, attende l'interrogatorio del gip (fissato per giovedì) nel carcere di Poggioreale e vede tutto ciò che ha costruito dal 1997, anno della fondazione del movimento, finire sotto accusa. Con la magistratura che ne decapita i vertici e ne oscura lo strumento di propaganda. Per il sito web forzanuova.eu i pm hanno disposto un sequestro preventivo dopo la pubblicazione di un comunicato intitolato «Altro che Forza nuova. Il popolo ha alzato il livello dello scontro e non si fermerà». Il contenuto: «Mesi di piazze pacifiche non hanno fermato l'attenzione accelerata dal Great reset, ora la musica è cambiata e il direttore d'orchestra e compositore è solo il popolo in lotta, costretto a difendersi dalla ferocia unanime di chi dovrebbe rappresentarlo, l'attacco alla Cgil rientra perfettamente in questo quadro analitico, che ha deciso di alzare il livello di scontro».
Parole che per la Procura risuonano come un «pericolo concreto e attuale» che «la libera disponibilità e la visibilità del sito possa ulteriormente aggravare le conseguenze del reato ipotizzato, continuando a pubblicizzare metodi di lotta e scontro fondati sulla violenza e sulla prevaricazione». Dev'essere stato l'annuncio di voler alzare il livello di scontro «dal 15 ottobre e fino a che il green pass non verrà ritirato definitivamente» a far scattare l'accusa di istigazione a delinquere. Il gip Annalisa Marzano ha fissato l'udienza in videoconferenza, in quanto molti sono detenuti nel carcere di Poggioreale.
Lunedì, invece, nel corso dell'udienza per direttissima, il Tribunale ha scarcerato quattro manifestanti indagati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, confermando la detenzione per altri due: Iorio Pilosio, che avrebbe ammesso di voler raggiungere il Parlamento, e Fabio Corradetti, il figlio della compagna del leader romano di Forza nuova Castellino, tra «coloro», secondo l'accusa, «che all'altezza del Parlamento fronteggiavano le forze di polizia per raggiungere la Camera dei Deputati». Le prime informative arrivate in Procura ricostruiscono quello che viene descritto come un attacco alle istituzioni, con il progetto di occupare Palazzo Chigi e il Parlamento. «Avevano intenzione di raggiungere i palazzi istituzionali», scrivono i giudici nel decreto per sei dei 12 fermati dopo gli scontri di Roma. Ma l'elenco degli indagati è lungo. Ci sono anche il palermitano Massimiliano Ursino e l'aretino Lorenzo Franceschini.
E ieri, coincidenza, a Torino hanno chiuso le indagini su uno striscione comparso nel 2019: «Spezza le catene dell'usura, vota fascista, vota Forza nuova». Il coordinatore del Piemonte, Luigi Cortese, Saija e un altro militante sono indagati per apologia del fascismo.
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Il 19, ben dieci giorni dopo gli scontri di Roma, lady Viminale riferirà in Parlamento. E scanserà ogni addebito. Ma perché l'attacco è riuscito così facilmente benché fosse stato proclamato dal palco quasi due ore prima?Due inchieste parallele della Procura di Roma. Aumenta il numero degli indagati. Sito oscurato: si annunciava di voler alzare il livello di scontro. I pm: «Pericolo concreto».Lo speciale contiene due articoli.Com'è possibile che il pluridaspato e pluritatuato Giuliano Castellino, furioso capetto romano di Forza nuova, fosse in piazza a guidare l'assalto alla Cgil? E perché l'annunciata incursione è riuscita così facilmente? Tanti rovelli. Molti dubbi. Grandi urgenze. Eppure lady Viminale, al secolo Luciana Lamorgese, darà la sua attesissima versione dei fatti solo il prossimo martedì, 19 ottobre. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Dopo i ballottaggi per le amministrative, insomma. Un «ritardo vergognoso» assalta Fratelli d'Italia. «Dimostra l'insipienza di un governo vigliacco che non racconta ai cittadini quello che sta accadendo» dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. Il partito di Giorgia Meloni, assieme alla Lega, insiste per le dimissioni della ministra dell'Interno, nuovamente nella polvere dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, durante la manifestazione contro il green pass. «Non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano sotto scacco le istituzioni» avrebbe commentato il premier, Mario Draghi. Il verosimile retroscena del prudentissimo Corriere della Sera sembra un indiretto attacco all'inerzia del Viminale. I violenti raggiungono indisturbati la sede nazionale del sindacato, nonostante Castellino avesse annunciato dal palco: «Andiamo ad assediare la Cgil». Tutto scritto, anzi detto, almeno un'ora e mezzo prima dell'attacco. Non servivano agenti segreti o investigatori dal fiuto sopraffino per scoprire come sarebbe finita. Era stato lo stesso Castellino, luogotenente di Roberto Fiore, leader nazionale di Forza Nuova, a rivelare il piano criminale: mettere a ferro e fuoco la Cgil. Per costringere il suo segretario generale, Maurizio Landini a «scendere a Roma» e «proclamare lo sciopero generale». Intenti testimoniati da un video esclusivo, rilanciato da Quarta Repubblica.Perché allora, dopo il disvelamento dei deliranti propositi dal palco di Piazza del Popolo, nessuno è stato fermato? E perché non c'era un adeguato cordone di sicurezza davanti agli uffici del sindacato? Di certo, il ministero ha sottovalutato i rischi: si aspettava in piazza circa 3.000 persone, ne sono arrivate almeno il triplo. Una gestione talmente dilettantesca da aver innescato sospetti e complottismi. Il leader della Lega, Matteo Salvini, non ci gira attorno: «A chi è convenuto che la manifestazione finisse in vacca? Prima delle comunali ci sono stati dieci giorni sul caso Morisi, ora ci sono dieci giorni di antifascismo, in vista dei ballottaggi». Ignazio La Russa, triumviro di Fratelli d'Italia, rinfocola: gli scontri «sono stati molto funzionali a chi vuol creare uno stato di tensione e tentare di danneggiare la destra».Oltre al parlamento, anche il Copasir ha dunque sollecitato un'informativa urgente a Lamorgese. Intanto, domani è prevista l'audizione del direttore dell'Aisi, il generale Mario Parente. Invece lady Viminale riferirà a Montecitorio solo martedì: a ben dieci giorni dai fattacci. Del resto, l'ex prefetto usa sempre render conto a tempo debito. Vedi il caso del selvaggio rave party a Mezzano, al confine tra Lazio e Toscana, tra il 13 e il 19 agosto 2021. Eppure, tra indifferibili ferie e baloccamenti vari, Lamorgese appare alla Camera dei deputati solo il 15 settembre per l'informativa «urgente». Un mese dopo il bestiale festone.Deve difendere l'indifendibile, anche quella volta. Nessuna autorizzazione e spaccio libero. Per di più a disdoro di ogni norma anti Covid, proprie mentre discoteche e locali da ballo sono chiusi da tempo immemore. Una carovana di partecipanti sarebbe stata perfino scortata fino al rave party dalle forze dell'ordine, come rivelato dalla Verità. E no, replica Lamorgese in aula. Trattasi piuttosto di discreti «servizi di osservazione e monitoraggio allo scopo di accertare il loro luogo di destinazione finale». Ah, ecco. «E di tale dispositivo» aggiunge «veniva informato il dipartimento di pubblica sicurezza». Nemmeno l'ex premier Giuseppe Conte, indiscusso principe della supercazzola, avrebbe fatto meglio. Comunque sia: non si è trattato propriamente di «una scorta». Certo. E come mai, garbata sorveglianza a parte, non si è scelto invece di intervenire? Lamorgese, sobrio tailleur grigio e civettuoli occhiali multicolori, non si scompone. Con prefettizio burocratese, omaggio ai tempi andati, spiega la strategia: «Indirizzata non verso un rischioso tentativo di forzosa evacuazione dell'area, ma nell'esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti». Scelta fallimentare, dunque? Macché. «Ha avuto l'effetto non solo di scongiurare il degenerare della situazione sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica, ma anche quello di evitare il prosieguo del rave che secondo il volantino avrebbe dovuto continuare fino al 23 agosto». Insomma, un successone. Lo spericolato veglione è durato appena sei giorni. Non servono quindi strepitose capacità divinatorie, per intuire cosa riferirà la ministra il prossimo martedì. Anche nel caso dell'assalto alla Cgil, lady Viminale scanserà come d'uso ogni addebito. Ne ha già dato saggio nella prima dichiarazione di circostanza: «Le forze di polizia hanno agito con equilibrio e professionalità per fronteggiare intollerabili atti di violenza». Quanto a lei, nessuna responsabilità. Ci mancherebbe. Un garbuglio verbale dopo l'altro, l'ennesima autoassoluzione è assicurata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lincursione-alla-cgil-era-annunciata-la-lamorgese-spieghi-che-e-successo-2655283764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutte-le-accuse-contro-fiore-c" data-post-id="2655283764" data-published-at="1634067129" data-use-pagination="False"> Tutte le accuse contro Fiore & C. L'inchiesta giudiziaria su Forza nuova corre con due distinti fascicoli della Procura di Roma su binari paralleli: quello per il sequestro del sito web, nel quale sono comparsi quattro nuovi indagati per istigazione a delinquere aggravata dall'utilizzo di strumenti informatici, Giuseppe Provenzale, Luca Castellini, Davide Cirillo e Stefano Saija; e quello per gli scontri di sabato, nel quale sono accusati di istigazione a delinquere, devastazione e saccheggio il fondatore e capo di Forza nuova Roberto Fiore, Giuliano Castellino, l'ex Nar Luigi Aronica, la militante Pamela Testa e il leader del movimento Io Apro Biagio Passaro. Fiore, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Nicola Triscuoglio Oristano, attende l'interrogatorio del gip (fissato per giovedì) nel carcere di Poggioreale e vede tutto ciò che ha costruito dal 1997, anno della fondazione del movimento, finire sotto accusa. Con la magistratura che ne decapita i vertici e ne oscura lo strumento di propaganda. Per il sito web forzanuova.eu i pm hanno disposto un sequestro preventivo dopo la pubblicazione di un comunicato intitolato «Altro che Forza nuova. Il popolo ha alzato il livello dello scontro e non si fermerà». Il contenuto: «Mesi di piazze pacifiche non hanno fermato l'attenzione accelerata dal Great reset, ora la musica è cambiata e il direttore d'orchestra e compositore è solo il popolo in lotta, costretto a difendersi dalla ferocia unanime di chi dovrebbe rappresentarlo, l'attacco alla Cgil rientra perfettamente in questo quadro analitico, che ha deciso di alzare il livello di scontro». Parole che per la Procura risuonano come un «pericolo concreto e attuale» che «la libera disponibilità e la visibilità del sito possa ulteriormente aggravare le conseguenze del reato ipotizzato, continuando a pubblicizzare metodi di lotta e scontro fondati sulla violenza e sulla prevaricazione». Dev'essere stato l'annuncio di voler alzare il livello di scontro «dal 15 ottobre e fino a che il green pass non verrà ritirato definitivamente» a far scattare l'accusa di istigazione a delinquere. Il gip Annalisa Marzano ha fissato l'udienza in videoconferenza, in quanto molti sono detenuti nel carcere di Poggioreale. Lunedì, invece, nel corso dell'udienza per direttissima, il Tribunale ha scarcerato quattro manifestanti indagati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, confermando la detenzione per altri due: Iorio Pilosio, che avrebbe ammesso di voler raggiungere il Parlamento, e Fabio Corradetti, il figlio della compagna del leader romano di Forza nuova Castellino, tra «coloro», secondo l'accusa, «che all'altezza del Parlamento fronteggiavano le forze di polizia per raggiungere la Camera dei Deputati». Le prime informative arrivate in Procura ricostruiscono quello che viene descritto come un attacco alle istituzioni, con il progetto di occupare Palazzo Chigi e il Parlamento. «Avevano intenzione di raggiungere i palazzi istituzionali», scrivono i giudici nel decreto per sei dei 12 fermati dopo gli scontri di Roma. Ma l'elenco degli indagati è lungo. Ci sono anche il palermitano Massimiliano Ursino e l'aretino Lorenzo Franceschini. E ieri, coincidenza, a Torino hanno chiuso le indagini su uno striscione comparso nel 2019: «Spezza le catene dell'usura, vota fascista, vota Forza nuova». Il coordinatore del Piemonte, Luigi Cortese, Saija e un altro militante sono indagati per apologia del fascismo.
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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