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2019-05-11
L’ideologia venuta dagli Usa che mette a repentaglio la nostra libertà di parola
Ansa
Sarebbe un errore considerare l'episodio di censura «progressista» al Salone del libro come un caso isolato. Per l'Italia, in questi termini, siamo indubbiamente davanti a una novità. Ma - a ben vedere - la nostra sinistra sta solo importando una tendenza che è già dominante in altri Paesi dove la dottrina «politicamente corretta» ha preso il sopravvento. Può sembrare un paradosso, in un momento della storia umana di spettacolare crescita dei mezzi di comunicazione. Eppure, per contrappasso, c'è un'emergenza invisibile: quella della condizione precaria, nel nostro Occidente, del libero pensiero, della libertà di parola e di espressione, del free speech. Perfino, e direi in primo luogo, nel mondo anglosassone, che pure tanti di noi amano e ammirano come un modello.
E invece il politically correct sta avvelenando i pozzi. Questa tendenza nacque - come spesso capita - con intenzioni teoricamente buone: proteggere le minoranze (etniche, culturali, sessuali), tutelarle, metterle al riparo da discriminazioni e offese. Peccato che, a poco a poco, in un clamoroso rovesciamento delle parti, il politicamente corretto si sia trasformato in una prassi di intolleranza, in un catechismo laico a cui pare impossibile sottrarsi, fino a diventare una potente arma di intimidazione. Ed è così che - in Usa e nel Regno Unito, con reazioni tardive, come vedremo - si è finito per accettare con sempre maggiore «normalità» che un'opinione venisse preclusa, impedita, silenziata.
Secondo una recente ricerca dell'Adam Smith Institute inglese, nel 90% delle università inglesi sono avvenuti negli ultimi anni episodi piccoli e grandi di censura.
A Oxford, un paio di anni fa, vi fu un tentativo di togliere di mezzo la statua di Cecil Rhodes, in quanto «imperialista e colonialista». Nel novembre scorso, in America, a Los Angeles, sono andati oltre, riuscendo nell'impresa, e rimuovendo una statua di Cristoforo Colombo, con la seguente motivazione: «Fu personalmente responsabile di diverse atrocità, le sue azioni hanno messo in moto il più grande genocidio della storia». Insomma, un monumento a Colombo come un segno di oppressione.
Ma il campo di battaglia più feroce sono le università inglesi e americane. È sempre più costante la pratica eufemisticamente chiamata dei safe spaces, cioè di spazi concessi ad associazioni universitarie che sono così autorizzate a escludere e precludere opinioni diverse dalle loro: tenendo fisicamente fuori libri, giornali, interlocutori «sgraditi».
Sempre più regolarmente, insegnanti e lecturers hanno l'obbligo di dare il cosiddetto trigger warning all'inizio di una lezione, nel caso in cui stiano per affrontare temi potenzialmente sensibili (religione, sesso, gender, ecc), in modo da consentire agli studenti che lo vogliano (ad esempio a quelli di religione islamica) di lasciare l'aula.
È via via più diffusa la figura (George Orwell non avrebbe saputo immaginare di meglio, cioè di peggio...) del diversity officer, e cioè di un funzionario che, seguendo le lezioni e magari anche le conversazioni, ha il compito di cogliere espressioni sgradite, sgradevoli, offensive, e di segnalarle in privato al «colpevole», prospettandogli il rischio di essere sanzionato se l'episodio dovesse ripetersi.
Opinioni non conformiste (o semplicemente non conformi al politicamente corretto) sono classificate come hate speech, cioè come discorso d'odio.
Hanno dunque totalmente ragione (da Niall Ferguson a Roger Scruton) quelli che si stanno ribellando a questa deriva: un approccio (teoricamente a fin di bene, come dicevamo) nato per non discriminare si è inesorabilmente trasformato in un mostro, in una religione senza dottrina ma ancora più dogmatica e intollerante, in un meccanismo di intimidazione contro i portatori di idee non omologate.
E spesso chi osa criticare questa impostazione paga un prezzo carissimo: proprio Roger Scruton, forse il filosofo conservatore più autorevole al mondo, e prima di lui il brillantissimo giornalista Toby Young, caustica firma dello Spectator, sono stati costretti a umilianti dimissioni da incarichi sostanzialmente onorifici, perché criminalizzati a causa delle loro opinioni «scorrette», con campagne selvagge condotte da sinistra contro di loro sui social network. E con l'incredibile capitolazione finale del governo di Theresa May, che ha finito per piegarsi a questi episodi di linciaggio.
Solo di recente si sono registrati i primi segni di resipiscenza. Un paio di mesi fa, in Inghilterra, il sottosegretario all'Università ha annunciato un'inversione di tendenza, che tuttavia dovrà essere verificata sul campo: il governo intende vietare nelle università episodi di censura o di esclusione da dibattiti. Analogo annuncio è stato fatto ai primi di marzo da Donald Trump, che ha esplicitato un principio fondamentale: non si possono più dare fondi pubblici alle università se queste accettano o autorizzano la pratica della censura. Ci vorrà molto per capirlo anche qui da noi?
Daniele Capezzone
Così la voglia morbosa di censura ha contagiato la sinistra italiana
Che la sinistra abbia la censura facile è cosa nota e non da oggi. Ma il piacere quasi fisico che essa comincia a provare nel proibire, la voluttà di mettere al bando l'altro, è un fenomeno forse nuovo e che meriterebbe un approfondimento psicanalitico, prima che politico.
La grottesca vicenda del Salone del libro di Torino e della estromissione di Altaforte sta infatti mettendo a nudo aspetti oscuri della mentalità progressista. Chiamiamola la sinistra alla Mario Scelba, come spiegava ieri sulla Verità Francesco Borgonovo. O anche la sinistra alla Karl Popper, il cui «paradosso della tolleranza» («Non si può essere tolleranti con gli intolleranti») è stato spesso citato in questi giorni. Peccato che Popper, dietro la lavagna della storia, non mettesse solo i fascisti, ma anche Platone, Georg Wilhelm Friedrich Hegel e Karl Marx. Insomma, il comunismo 2.0 sembra avere una singolare predilezione per tutti i più acerrimi nemici del comunismo 1.0. Per orientarci in questo groviglio di contraddizioni, basta leggere Repubblica di ieri.
La cronaca dal Salone è affidata a Maurizio Crosetti, che, raccontando la giornata e l'estromissione di Francesco Polacchi, titolare di Altaforte, dall'evento torinese, chiosa: «Tutto è bene quel che finisce bene». È il commento che si fa quando ritrovi la nipotina persa in spiaggia o salvi un gattino intrappolato su un albero: tutto è bene quel che finisce bene. Solo che stavolta hanno tentato di oscurare una casa editrice. Che sollievo, che piacere. Il resto dell'articolo sembra scritto da un ghostwriter di Askatasuna. Di Polacchi e delle sue parole ai giornalisti, fuori della fiera, Crosetti dice: «Lo ascoltano giornalisti e fotografi, il fascista ha avuto una pubblicità notevole ma adesso sembra proprio un poveraccio con quattro gatti intorno». Che poi sarebbero i suoi colleghi. Il finale del pezzo è lirico: «L'operaio che trascina il pannello con la scritta “Altaforte" ha un sorriso bellissimo». Smantellare uno stand di libri non è solo doveroso, quindi, ma è quasi un atto poetico. Basta tramonti in riva al mare, ispiriamoci solo agli stand smontati.
Anche se certamente non dà lo stesso piacere di altre soluzioni più radicali, come quelle che lo scorso ottobre lo stesso Crosetti invocava su Twitter: «Sia chiara una cosa. Dobbiamo reagire, indignarci, batterci, denunciarli, resistere fino alle estreme conseguenze, e se sarà il caso appenderli per i piedi. Mai più fascisti». Del resto, sempre su Repubblica, Carlo Ginzburg, dopo aver ovviamente evocato l'Olocausto dietro l'angolo, chiude così il suo articolo: «È tempo di dire basta: le leggi esistenti lo consentono». Vietare i libri, i pensieri e magari pure i partiti. Vietare, sempre vietare, fortissimamente vietare.
Nel frattempo, in quel presidio di democrazia e libero pensiero che è la casa editrice Feltrinelli, il dibattito è frizzante: oltre 120 librai della catena, pari a circa il 10 per cento del totale, hanno infatti chiesto alla loro direzione centrale di poter bandire Altaforte dagli scaffali. «A nostro parere», scrivono, «questo libro nei nostri negozi fisici e on line non deve essere presente. Siamo contrari anche alla possibilità di renderlo reperibile attraverso il servizio Special Order», ovvero di farlo arrivare rapidamente dal magazzino su richiesta del cliente. «Non vogliamo in alcun modo sostenere economicamente il circuito che gravita intorno a Casapound, così come tutte le realtà che fanno del razzismo, del sessismo e dell'odio nei confronti degli avversari politici la propria bandiera».
La Stampa, che dà la notizia, pubblica anche alcuni stralci della risposta di Alessandro Monti, il direttore vendite, che spiega come «la diversità e la libertà di espressione sono il sale della democrazia. Lo dice anche la nostra Costituzione. Sta a me decidere il limite della libertà di espressione? No, spetta alla magistratura. Sono quindi contrario a qualunque discrezionale atteggiamento censorio». La decisione finale di Feltrinelli non lascia comunque delusi i fan del boicottaggio: «Non promuoviamo questo libro, cioè non lo teniamo in giacenza, ma non neghiamo a nessuno il diritto di leggerlo e la libertà di farsi un'opinione personale, e offriamo il servizio di Special Order. Questo ho già indicato ai vostri direttori e spero ne foste informati». Basterà la non promozione a placare la sete di repressione di questi librai che odiano i libri?
Chi, in questi giorni, ha avuto la sua sbornia di censura è stato sicuramente lo scrittore Christian Raimo, che ha presto dismesso i panni del cane bastonato che aveva indossato dopo le sue dimissioni dal comitato editoriale del Salone, per tornare raggiante alla notizia dell'avvenuto ostracismo. «Non sono contento perché è una vittoria. Sono contento perché è un diritto. La lotta paga», aveva commentato nell'immediato. Il tono è quello delle vecchie battaglie operaie, applicato però alla polizia del pensiero anziché alle rivendicazioni dei lavoratori.
In uno status successivo, ha chiamato la kermesse torinese «Salone liberato del libro». Lapsus non sappiamo quanto volontario, perché il risultato dell'azione da lui promossa è stato esattamente quello di «liberare» il Salone del libro dalla presenza dei libri stessi. Quelli di Altaforte, nello specifico, ma il principio, una volta sdoganato, è applicabile a piacimento. E, equivoco per equivoco, suona sinistro anche il commento di Raimo alla sua foto con i componenti della squadra mobile del quartiere Barriera di Torino: «Una polizia antifascista». Il riferimento è all'approccio solidale degli agenti in questione, ma l'impressione è che proprio questo sia l'esito scontato dell'antifascismo declinato alla Raimo: un'eterna operazione di polizia contro le idee sgradite. Perché proibire e censurare, alla fin fine, a loro piace davvero.
Adriano Scianca
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Dalle università anglosassoni, il politicamente corretto ha conquistato anche l'Italia Nato per tutelare i deboli, è presto degenerato in una perenne caccia alle streghe.Nelle cronache progressiste dal Salone del libro traspare un inquietante piacere per la repressione. Intanto i librai di Feltrinelli chiedono di non vendere il testo su Matteo Salvini: «Non finanziamo Casapound».Lo speciale contiene due articoliSarebbe un errore considerare l'episodio di censura «progressista» al Salone del libro come un caso isolato. Per l'Italia, in questi termini, siamo indubbiamente davanti a una novità. Ma - a ben vedere - la nostra sinistra sta solo importando una tendenza che è già dominante in altri Paesi dove la dottrina «politicamente corretta» ha preso il sopravvento. Può sembrare un paradosso, in un momento della storia umana di spettacolare crescita dei mezzi di comunicazione. Eppure, per contrappasso, c'è un'emergenza invisibile: quella della condizione precaria, nel nostro Occidente, del libero pensiero, della libertà di parola e di espressione, del free speech. Perfino, e direi in primo luogo, nel mondo anglosassone, che pure tanti di noi amano e ammirano come un modello.E invece il politically correct sta avvelenando i pozzi. Questa tendenza nacque - come spesso capita - con intenzioni teoricamente buone: proteggere le minoranze (etniche, culturali, sessuali), tutelarle, metterle al riparo da discriminazioni e offese. Peccato che, a poco a poco, in un clamoroso rovesciamento delle parti, il politicamente corretto si sia trasformato in una prassi di intolleranza, in un catechismo laico a cui pare impossibile sottrarsi, fino a diventare una potente arma di intimidazione. Ed è così che - in Usa e nel Regno Unito, con reazioni tardive, come vedremo - si è finito per accettare con sempre maggiore «normalità» che un'opinione venisse preclusa, impedita, silenziata.Secondo una recente ricerca dell'Adam Smith Institute inglese, nel 90% delle università inglesi sono avvenuti negli ultimi anni episodi piccoli e grandi di censura. A Oxford, un paio di anni fa, vi fu un tentativo di togliere di mezzo la statua di Cecil Rhodes, in quanto «imperialista e colonialista». Nel novembre scorso, in America, a Los Angeles, sono andati oltre, riuscendo nell'impresa, e rimuovendo una statua di Cristoforo Colombo, con la seguente motivazione: «Fu personalmente responsabile di diverse atrocità, le sue azioni hanno messo in moto il più grande genocidio della storia». Insomma, un monumento a Colombo come un segno di oppressione. Ma il campo di battaglia più feroce sono le università inglesi e americane. È sempre più costante la pratica eufemisticamente chiamata dei safe spaces, cioè di spazi concessi ad associazioni universitarie che sono così autorizzate a escludere e precludere opinioni diverse dalle loro: tenendo fisicamente fuori libri, giornali, interlocutori «sgraditi».Sempre più regolarmente, insegnanti e lecturers hanno l'obbligo di dare il cosiddetto trigger warning all'inizio di una lezione, nel caso in cui stiano per affrontare temi potenzialmente sensibili (religione, sesso, gender, ecc), in modo da consentire agli studenti che lo vogliano (ad esempio a quelli di religione islamica) di lasciare l'aula.È via via più diffusa la figura (George Orwell non avrebbe saputo immaginare di meglio, cioè di peggio...) del diversity officer, e cioè di un funzionario che, seguendo le lezioni e magari anche le conversazioni, ha il compito di cogliere espressioni sgradite, sgradevoli, offensive, e di segnalarle in privato al «colpevole», prospettandogli il rischio di essere sanzionato se l'episodio dovesse ripetersi.Opinioni non conformiste (o semplicemente non conformi al politicamente corretto) sono classificate come hate speech, cioè come discorso d'odio.Hanno dunque totalmente ragione (da Niall Ferguson a Roger Scruton) quelli che si stanno ribellando a questa deriva: un approccio (teoricamente a fin di bene, come dicevamo) nato per non discriminare si è inesorabilmente trasformato in un mostro, in una religione senza dottrina ma ancora più dogmatica e intollerante, in un meccanismo di intimidazione contro i portatori di idee non omologate.E spesso chi osa criticare questa impostazione paga un prezzo carissimo: proprio Roger Scruton, forse il filosofo conservatore più autorevole al mondo, e prima di lui il brillantissimo giornalista Toby Young, caustica firma dello Spectator, sono stati costretti a umilianti dimissioni da incarichi sostanzialmente onorifici, perché criminalizzati a causa delle loro opinioni «scorrette», con campagne selvagge condotte da sinistra contro di loro sui social network. E con l'incredibile capitolazione finale del governo di Theresa May, che ha finito per piegarsi a questi episodi di linciaggio. Solo di recente si sono registrati i primi segni di resipiscenza. Un paio di mesi fa, in Inghilterra, il sottosegretario all'Università ha annunciato un'inversione di tendenza, che tuttavia dovrà essere verificata sul campo: il governo intende vietare nelle università episodi di censura o di esclusione da dibattiti. Analogo annuncio è stato fatto ai primi di marzo da Donald Trump, che ha esplicitato un principio fondamentale: non si possono più dare fondi pubblici alle università se queste accettano o autorizzano la pratica della censura. Ci vorrà molto per capirlo anche qui da noi? Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lideologia-venuta-dagli-usa-che-mette-a-repentaglio-la-nostra-liberta-di-parola-2636804826.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-la-voglia-morbosa-di-censura-ha-contagiato-la-sinistra-italiana" data-post-id="2636804826" data-published-at="1782276999" data-use-pagination="False"> Così la voglia morbosa di censura ha contagiato la sinistra italiana Che la sinistra abbia la censura facile è cosa nota e non da oggi. Ma il piacere quasi fisico che essa comincia a provare nel proibire, la voluttà di mettere al bando l'altro, è un fenomeno forse nuovo e che meriterebbe un approfondimento psicanalitico, prima che politico. La grottesca vicenda del Salone del libro di Torino e della estromissione di Altaforte sta infatti mettendo a nudo aspetti oscuri della mentalità progressista. Chiamiamola la sinistra alla Mario Scelba, come spiegava ieri sulla Verità Francesco Borgonovo. O anche la sinistra alla Karl Popper, il cui «paradosso della tolleranza» («Non si può essere tolleranti con gli intolleranti») è stato spesso citato in questi giorni. Peccato che Popper, dietro la lavagna della storia, non mettesse solo i fascisti, ma anche Platone, Georg Wilhelm Friedrich Hegel e Karl Marx. Insomma, il comunismo 2.0 sembra avere una singolare predilezione per tutti i più acerrimi nemici del comunismo 1.0. Per orientarci in questo groviglio di contraddizioni, basta leggere Repubblica di ieri. La cronaca dal Salone è affidata a Maurizio Crosetti, che, raccontando la giornata e l'estromissione di Francesco Polacchi, titolare di Altaforte, dall'evento torinese, chiosa: «Tutto è bene quel che finisce bene». È il commento che si fa quando ritrovi la nipotina persa in spiaggia o salvi un gattino intrappolato su un albero: tutto è bene quel che finisce bene. Solo che stavolta hanno tentato di oscurare una casa editrice. Che sollievo, che piacere. Il resto dell'articolo sembra scritto da un ghostwriter di Askatasuna. Di Polacchi e delle sue parole ai giornalisti, fuori della fiera, Crosetti dice: «Lo ascoltano giornalisti e fotografi, il fascista ha avuto una pubblicità notevole ma adesso sembra proprio un poveraccio con quattro gatti intorno». Che poi sarebbero i suoi colleghi. Il finale del pezzo è lirico: «L'operaio che trascina il pannello con la scritta “Altaforte" ha un sorriso bellissimo». Smantellare uno stand di libri non è solo doveroso, quindi, ma è quasi un atto poetico. Basta tramonti in riva al mare, ispiriamoci solo agli stand smontati. Anche se certamente non dà lo stesso piacere di altre soluzioni più radicali, come quelle che lo scorso ottobre lo stesso Crosetti invocava su Twitter: «Sia chiara una cosa. Dobbiamo reagire, indignarci, batterci, denunciarli, resistere fino alle estreme conseguenze, e se sarà il caso appenderli per i piedi. Mai più fascisti». Del resto, sempre su Repubblica, Carlo Ginzburg, dopo aver ovviamente evocato l'Olocausto dietro l'angolo, chiude così il suo articolo: «È tempo di dire basta: le leggi esistenti lo consentono». Vietare i libri, i pensieri e magari pure i partiti. Vietare, sempre vietare, fortissimamente vietare. Nel frattempo, in quel presidio di democrazia e libero pensiero che è la casa editrice Feltrinelli, il dibattito è frizzante: oltre 120 librai della catena, pari a circa il 10 per cento del totale, hanno infatti chiesto alla loro direzione centrale di poter bandire Altaforte dagli scaffali. «A nostro parere», scrivono, «questo libro nei nostri negozi fisici e on line non deve essere presente. Siamo contrari anche alla possibilità di renderlo reperibile attraverso il servizio Special Order», ovvero di farlo arrivare rapidamente dal magazzino su richiesta del cliente. «Non vogliamo in alcun modo sostenere economicamente il circuito che gravita intorno a Casapound, così come tutte le realtà che fanno del razzismo, del sessismo e dell'odio nei confronti degli avversari politici la propria bandiera». La Stampa, che dà la notizia, pubblica anche alcuni stralci della risposta di Alessandro Monti, il direttore vendite, che spiega come «la diversità e la libertà di espressione sono il sale della democrazia. Lo dice anche la nostra Costituzione. Sta a me decidere il limite della libertà di espressione? No, spetta alla magistratura. Sono quindi contrario a qualunque discrezionale atteggiamento censorio». La decisione finale di Feltrinelli non lascia comunque delusi i fan del boicottaggio: «Non promuoviamo questo libro, cioè non lo teniamo in giacenza, ma non neghiamo a nessuno il diritto di leggerlo e la libertà di farsi un'opinione personale, e offriamo il servizio di Special Order. Questo ho già indicato ai vostri direttori e spero ne foste informati». Basterà la non promozione a placare la sete di repressione di questi librai che odiano i libri? Chi, in questi giorni, ha avuto la sua sbornia di censura è stato sicuramente lo scrittore Christian Raimo, che ha presto dismesso i panni del cane bastonato che aveva indossato dopo le sue dimissioni dal comitato editoriale del Salone, per tornare raggiante alla notizia dell'avvenuto ostracismo. «Non sono contento perché è una vittoria. Sono contento perché è un diritto. La lotta paga», aveva commentato nell'immediato. Il tono è quello delle vecchie battaglie operaie, applicato però alla polizia del pensiero anziché alle rivendicazioni dei lavoratori. In uno status successivo, ha chiamato la kermesse torinese «Salone liberato del libro». Lapsus non sappiamo quanto volontario, perché il risultato dell'azione da lui promossa è stato esattamente quello di «liberare» il Salone del libro dalla presenza dei libri stessi. Quelli di Altaforte, nello specifico, ma il principio, una volta sdoganato, è applicabile a piacimento. E, equivoco per equivoco, suona sinistro anche il commento di Raimo alla sua foto con i componenti della squadra mobile del quartiere Barriera di Torino: «Una polizia antifascista». Il riferimento è all'approccio solidale degli agenti in questione, ma l'impressione è che proprio questo sia l'esito scontato dell'antifascismo declinato alla Raimo: un'eterna operazione di polizia contro le idee sgradite. Perché proibire e censurare, alla fin fine, a loro piace davvero. Adriano Scianca
Federico Vecchioni, ad di BF (Matteo Silvestro)
L’agricoltura non può più essere trattata come un settore marginale dell’economia. È una questione di sicurezza, stabilità sociale e politica internazionale. È il messaggio lanciato da Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF, intervenuto durante il «Giorno della Verità» dedicato alle grandi sfide del Paese.
«Collocare l’agricoltura ai margini dell’economia non è soltanto un errore economico, ma un errore politico», ha affermato Vecchioni. Nel suo ragionamento, il cibo è tornato al centro della scena globale non solo per l’aumento della domanda e per le crisi climatiche, ma anche per il legame diretto tra sicurezza alimentare e tenuta delle comunità. Le tensioni che attraversano il Nord Africa e il Medio Oriente, ha osservato, dimostrano quanto l’accesso alle materie prime agricole possa incidere sulla stabilità di intere aree.
Per questo, secondo il numero uno di BF, l’Europa deve tornare a considerare l’agricoltura in una prospettiva di lungo periodo. Non si tratta, ha precisato, di evocare il sovranismo, ma di costruire una visione industriale e geopolitica. «L’Italia è il più grande hub agricolo e industriale del Mediterraneo», ha sostenuto Vecchioni, indicando nella logistica, nella trasformazione e nella capacità produttiva nazionale gli strumenti per rafforzare il ruolo italiano nel Mediterraneo allargato.
Al centro dell’intervento anche la strategia di BF, gruppo nato dalla storia di Bonifiche Ferraresi. Vecchioni ha rivendicato la scelta di costruire una filiera estesa: dalla genetica delle sementi alla produzione agricola, dalla trasformazione industriale alla distribuzione. Una struttura pensata per controllare gli asset essenziali e ridurre l’esposizione alle vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali, a partire da fertilizzanti e materie prime.
Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato, il gruppo è passato da circa 10 milioni di euro di fatturato a quasi 3 miliardi, con un aumento degli addetti da 88 nel 2015 a circa 6.000 di oggi. Più che un «modello» rigido, Vecchioni definisce BF un ecosistema flessibile di imprese, con natura privata ma con una responsabilità anche istituzionale nel sostenere l’internazionalizzazione dell’agroindustria italiana.
La proiezione estera, ha spiegato, si fonda sulle cosiddette «model farm»: infrastrutture agroindustriali capaci di replicare nei diversi contesti la filiera «dal genoma allo scaffale». L’obiettivo non è acquistare terreni, ma generare valore attraverso concessioni, tecnologie, formazione e collaborazione con le comunità locali, i piccoli agricoltori e le istituzioni. BF, ha riferito Vecchioni, gestisce oggi circa 175.000 ettari nel mondo attraverso questo approccio.
Il punto decisivo resta però il capitale umano. «Non esiste un tessuto produttivo efficiente se la socialità è pervasa da un’instabilità perenne», ha detto. Da qui l’attenzione verso la formazione e l’occupazione giovanile. Vecchioni ha segnalato il calo di interesse per le facoltà tradizionali di Scienze agrarie e la crescita delle iscrizioni nei percorsi di Ingegneria agraria, letta come segnale della domanda di competenze tecnologiche e applicate.
L’agricoltura, infatti, non è più soltanto produzione primaria. Richiede capacità nella genetica, nell’automazione, nell’uso dei dati, nell’agricoltura di precisione e nella digitalizzazione. «L’agricoltura digitale dieci anni fa non esisteva», ha ricordato Vecchioni, sottolineando come il settore possa offrire nuove opportunità professionali anche ad alta qualificazione.
In questa prospettiva si inserisce l’impegno di BF nell’alta formazione post-universitaria, attraverso stage e percorsi di dottorato collegati alla rete aziendale.
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Regina Corradini d'Arienzo ad di Simest e Arrigo Giana ad di Autostrade per l'Italia (Matteo Silvestro)
Anche quest’anno il «Giorno della Verità» si è rivelato un’occasione proficua per mettere sul tavolo del dibattito alcune delle sfide che più incidono sul presente e sul futuro del Paese. Nei vari panel dedicati alle aziende, imprenditori e manager dei principali settori produttivi (dall’energia alle infrastrutture, passando per il digitale e il lavoro) sono emersi temi centrali per la competitività italiana ed europea, tra transizione energetica, innovazione tecnologica e trasformazione del mercato del lavoro.
Il filo conduttore della giornata è stato quello della sicurezza energetica e della necessità di accompagnare le imprese in una fase di forti tensioni internazionali. Nel confronto L’energia del potere. La partita decisiva per l’Europa, l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo, ha ricordato come la risposta al recente choc energetico si sia tradotta in un intervento mirato a evitare rallentamenti del sistema produttivo. Da qui la scelta, condivisa con il governo, di una «iniezione di liquidità immediata» con un contributo a fondo perduto fino al 30%. Il tema dell’export è stato al centro anche del ragionamento sulla resilienza del sistema italiano, capace di reagire alle crisi geopolitiche grazie alla diversificazione produttiva e alla struttura familiare delle imprese. L’obiettivo è ambizioso: raggiungere i 700 miliardi di export entro il 2027, ampliando la platea delle aziende esportatrici oggi ancora limitata a meno del 9% del totale.
Nello stesso solco si sono inseriti gli altri player del mondo industriale ed energetico. Il direttore generale di Enel per gli affari centrali, Edoardo Antonio De Luca, ha evidenziato come, dopo la guerra in Ucraina, l’energia sia diventata una variabile strategica per la sicurezza nazionale. Lorenzo Fiorillo (Eni) ha sottolineato il ruolo del super calcolo nella ricerca industriale, annunciando l’avvio del super computer HPC7, che porta l’Italia «al primo posto in Europa e al quarto nel mondo» nel settore del calcolo ad alte prestazioni. Un passaggio che conferma la centralità dei dati e della capacità computazionale.
A intrecciarsi con il tema dell’energia è stata anche la riflessione sulla competitività. Marco Gay (Unione industriali Torino) ha indicato tre direttrici per ridurre i costi e rafforzare le imprese: innovazione nei consumi, investimenti nelle rinnovabili e una strategia europea su ricerca e tecnologia. Più critico l’intervento di Riccardo Toto (Renexia), che ha richiamato la necessità di superare inefficienze del passato: «107 miliardi spesi negli anni dagli italiani non hanno prodotto nulla», ha osservato, indicando nell’eolico galleggiante una possibile leva industriale e geopolitica per il futuro.
Il tema delle infrastrutture ha dominato il panel Le reti della sovranità, dedicato al ruolo strategico delle reti fisiche e digitali. Andrea Giordano (Aeroporti di Roma) ha descritto la sostenibilità come un approccio strutturale, con investimenti in decarbonizzazione e oltre 55.000 pannelli fotovoltaici già installati a Fiumicino. Sul fronte idrico e digitale, il direttore generale di Acea Acqua, Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, ha sottolineato come la sicurezza delle infrastrutture passi sempre più dalla tecnologia: «L’Intelligenza artificiale può aiutarci a passare da un approccio reattivo a uno preventivo». Lorenzo Giussani (A2a) ha posto l’accento sulla necessità di rafforzare il sistema energetico europeo per ridurre la vulnerabilità agli choc esterni e stabilizzare i prezzi. Ampio spazio anche alle grandi infrastrutture di trasporto nel panel La fabbrica del futuro, dove l’ad di Autostrade per l’Italia, Arrigo Giana, ha ribadito il ruolo strategico della rete autostradale: «Investiamo ogni anno 2,5 miliardi di euro tra investimenti e manutenzione». Georg Gufler (Doppelmayr Italia), Fulvio Giuliani (Interporto rivers) e Stefano Paggi (Fibercop) hanno arricchito il confronto sulla trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Sul tema lavoro e competenze, Daniele Grassucci (skuola.net) ha evidenziato il disallineamento tra aspirazioni giovanili e mercato, sottolineando come molte aspettative siano ancora legate a modelli superati. Andrea Stazi (Università San Raffaele Roma) ha richiamato i rischi dell’Intelligenza artificiale sul mondo delle professioni, avvertendo della possibile polarizzazione tra chi sa utilizzarla e chi ne resta escluso. Mentre secondo Rosario Rasizza (Openjobmetis), oggi è il lavoro a cercare i lavoratori.
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Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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