
Il capo negoziatore di Hamas, Khalil al-Hayya, ha dichiarato che domani l’organizzazione terroristica rilascerà quattro corpi di ostaggi e sabato sei rapiti vivi in cambio della liberazione di 47 detenuti palestinesi. Le famiglie dei sei ostaggi ancora in vita, gli ultimi a essere liberati nella prima fase dell’accordo, sono state informate dalle autorità israeliane che i loro cari torneranno a casa sabato. Avera Mengistu e Hisham al-Sayed saranno rilasciati dopo oltre un decennio di prigionia a Gaza, mentre gli altri quattro - Omer Wenkert, Omer Shem Tov, Eliya Cohen e Tal Shoham - torneranno a casa dopo 505 giorni di detenzione. Dopo sabato resteranno nella Striscia altri 59 ostaggi, tra cui almeno 28 morti.
Hamas nel suo scarno comunicato apparso sul suo canale Telegram ha reso noto che tra i cadaveri che verranno restituiti domani «ci saranno i corpi della famiglia Bibas». Shiri Bibas e i suoi bambini Kfir, 9 mesi, e Ariel, 4 anni all’epoca del rapimento, torneranno in Israele ma lo faranno dentro un sacco di tela perché Hamas li ha ammazzati probabilmente la mattina del 7 ottobre 2023 fuori dalla loro casa a Nir Oz, dove il padre Yarden - catturato quello stesso giorno e rilasciato solo pochi giorni fa - li aveva lasciati quando era corso a difendere il kibbutz.
L’ufficio del primo ministro israeliano ha esortato i media a non diffondere voci sui nomi degli ostaggi uccisi che saranno restituiti a Israele giovedì prima che vengano eseguite le analisi del Dna. La richiesta - è stato chiarito - «è per proteggere la privacy delle famiglie in questo momento difficile».
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato di aver detto a Benjamin Netanyahu: «Fai quello che vuoi», a proposito dell’accordo di cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi. Lo riporta il Times of Israel, spiegando che Trump non ha chiarito quando ha trasmesso questo messaggio a Netanyahu. Mentre nessuno è in grado di prevedere se mai inizierà la fase due dell’accordo di cessate il fuoco, proseguono le discussioni sul post conflitto specie dopo gli annunci di Trump, che vuole che i gazawi si trasferiscano altrove durante la ricostruzione nella Striscia di Gaza. L’Egitto, che non vuole ospitare i palestinesi al pari della Giordania, sta lavorando più di tutti a un piano alternativo, che prevede la creazione di «aree sicure» all’interno della Striscia di Gaza, dove i palestinesi possano risiedere temporaneamente durante la ricostruzione dell’enclave. Come scrive il Times of Israel, secondo fonti diplomatiche e funzionari egiziani, il piano è stato discusso durante un incontro al Cairo, a cui hanno preso parte rappresentanti europei e delegati di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. La prossima riunione si sarebbe dovuta tenere il prossimo 27 febbraio, ma è stata rinviata al 4 marzo.
Ieri il ministro della Difesa, Israel Katz, ha tenuto un incontro sulla partenza volontaria dei residenti di Gaza alla fine del quale «ha deciso che un direttorato per le partenze volontarie dei residenti di Gaza sarebbe stato costituito all’interno del ministero della Difesa».
La tensione è rimasta alta anche sul fronte libanese, dove le truppe israeliane avrebbero dovuto completare oggi il ritiro dal Paese dei cedri, ma l’Idf ha annunciato che manterrà cinque postazioni di controllo lungo il confine. La decisione ha suscitato la ferma reazione del governo di Beirut.
Infine, l’Iran ha annunciato l’intenzione di lanciare una terza ondata di attacchi missilistici contro Israele «al momento opportuno». Ma si tratta di minacce alle quali non crede più nessuno.












