La difficile arte di non sparare: perché la polizia cerca nuove difese contro le aggressioni
Quando un controllo delle forze dell'ordine degenera, il tempo per decidere si misura in pochi secondi. Un gesto improvviso, una resistenza fisica, una mano che si avvicina alla cintura o a una tasca possono trasformare un normale intervento in una colluttazione. Per un agente, però, la scelta non è quasi mai quella di allontanarsi: deve restare, contenere, proteggere sé stesso, i colleghi e anche la persona che ha di fronte. È in questo spazio stretto, tra l’aggressione subita e il rischio di dover ricorrere alla forza, che si inserisce il progetto BJJ4Police.
Al Reparto Mobile di Milano, per tre giorni, una quarantina di operatori della Polizia di Stato ha partecipato al programma BJJ4Police, formazione basata su tecniche di Brazilian Jiu-Jitsu adattate al lavoro di polizia. Non si tratta di addestramento sportivo, ma di strumenti pratici per gestire colluttazioni, immobilizzare persone violente e proteggere l’arma di ordinanza durante un intervento.
L’iniziativa, organizzata dal SIULP Milano, nasce dentro un problema sempre più visibile: le aggressioni alle forze dell’ordine durante controlli, interventi su strada, servizi in stazione o operazioni di ordine pubblico. Secondo i dati citati dal sindacato, si registrano 2.675 aggressioni annue agli operatori in divisa, più di sette al giorno, circa una ogni tre ore.
Il punto, per i sindacati di polizia, è che l’operatore non può sempre sottrarsi al rischio. Durante un controllo che degenera, un cittadino può allontanarsi; un agente, invece, deve spesso avvicinarsi, contenere e fermare la persona. È in quello spazio, tra il tentativo di dialogo e l’uso della forza, che si colloca la formazione proposta da BJJ4Police.
Gli esempi recenti mostrano quanto il margine operativo sia stretto. A Milano, nel 2024, il viceispettore Christian Di Martino venne accoltellato alla stazione di Lambrate mentre interveniva per bloccare un uomo che lanciava pietre contro treni e persone. Sempre a Milano, alla Stazione Centrale, un uomo in stato di alterazione avanzò contro gli agenti dopo il tentativo di fermarlo con il taser: uno dei poliziotti sparò, ferendolo alla spalla.
A Padova, nel dicembre 2024, due agenti furono minacciati da un uomo armato di ascia. Dopo un lungo tentativo di mediazione e l’uso di strumenti intermedi, uno dei poliziotti sparò alle gambe per fermarlo. A Crotone, nello stesso anno, un viceispettore sparò durante una colluttazione dopo un inseguimento: l’uomo colpito morì e l’agente venne indagato, oltre a riportare lesioni al volto.
Sono episodi diversi, ma indicano lo stesso problema: quando un intervento precipita nel corpo a corpo, gli agenti hanno pochi secondi per decidere. Ogni scelta può avere conseguenze fisiche, disciplinari, giudiziarie e mediatiche. Anche quando l’uso dell’arma viene ritenuto necessario, per l’operatore si apre spesso una fase complessa fatta di indagini, ricostruzioni e verifiche.
Da qui l’interesse del SIULP per tecniche di difesa e controllo che riducano il rischio di escalation. Il Brazilian Jiu-Jitsu applicato alla polizia serve soprattutto a controllare leve, distanza, postura e cadute. L’obiettivo non è aumentare la capacità offensiva degli agenti, ma dare loro più alternative prima di arrivare all’uso di strumenti più invasivi.
Secondo Andrea Varone, segretario generale del Siulp Milano, il progetto nasce per tutelare sia gli operatori sia le persone refrattarie ai controlli. La formazione, in questa prospettiva, diventa uno strumento di prevenzione: meno improvvisazione, più controllo, minore probabilità che una colluttazione finisca con feriti gravi o con il ricorso all’arma.
«Come diciamo da tempo, i numeri hanno sempre ragione, e le statistiche parlano di 2675 annui aggressioni agli operatori in divisa, più di 7 al giorno, una ogni 3 ore. Per noi non vale il principio del “commodus discessus”, la via di fuga comoda che viene presa in considerazione per i comuni cittadini nell’ambito della difesa legittima, per noi vale al contrario il detto “trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato” che per noi diventa il posto giusto al momento giusto, perché è nei momenti di difficoltà che la legge ci impone di agire e la gente ci chiede di essere». ricorda Varone.
Il tema resta centrale per le forze dell’ordine. Le aggressioni non sono solo un problema di sicurezza degli agenti, ma incidono sulla qualità dell’intervento pubblico. Un operatore formato a gestire il contatto fisico può proteggere meglio sé stesso, i colleghi e la persona da fermare. Per i sindacati, è una risposta concreta a una difficoltà quotidiana: difendersi senza superare il limite della proporzione, intervenire senza trasformare ogni scontro in un caso giudiziario.



