Navi ancora bloccate a causa della guerra tra Iran, Usa e Israele. Le imbarcazioni ancorano al largo della costa di Khasab, vicino allo Stretto di Hormuz in Oman, poiché il traffico marittimo attraverso questa strategica via d'acqua rimane ancora interrotto a causa della guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.
Navi ancora bloccate a causa della guerra tra Iran, Usa e Israele. Le imbarcazioni ancorano al largo della costa di Khasab, vicino allo Stretto di Hormuz in Oman, poiché il traffico marittimo attraverso questa strategica via d'acqua rimane ancora interrotto a causa della guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.
Un orfanotrofio cattolico in Mozambico (Getty Images)
- Ad aprile l’ultima incursione nel nord del Paese, che i jihadisti assediano da dieci anni. Una missione militare del Ruanda ha tolto agli islamici qualche roccaforte, ma dipende dai fondi di Bruxelles. Che ora sono a rischio.
- Con le riserve non sfruttate, il Paese potrebbe diventare uno dei primi esportatori di Gnl. Però l’avanzata degli estremisti rallenta i progetti delle multinazionali.
- Il missionario Fra Luca Santato: «Centinaia di famiglie sfollate. Ma nel sud, dove opero io, finora il terrorismo non è stato una minaccia».
Lo speciale contiene tre articoli.
Nel pomeriggio di giovedì 30 aprile, i jihadisti di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, gruppo affiliato allo Stato Islamico, hanno assaltato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. I miliziani hanno incendiato la chiesa parrocchiale di São Luís de Monfort, simbolo storico della presenza cattolica nella regione fin dal 1946, insieme alla casa dei padri scolopi e all’asilo della missione. In poche ore l’intero complesso religioso è stato ridotto in macerie. A raccontare quanto accaduto è stata suor Laura Malnati, responsabile delle missionarie comboniane in Mozambico, intervistata da Avvenire. «Hanno bruciato la chiesa, la casa dei padri scolopi e l’asilo», ha spiegato la religiosa. I missionari erano riusciti a fuggire poco prima dell’arrivo dei terroristi grazie a un avvertimento ricevuto in anticipo. Diversi civili presenti nel villaggio sarebbero invece stati catturati e costretti ad assistere ai messaggi di propaganda dei jihadisti.
La conferma dell’attacco è arrivata anche da monsignor António Juliasse, vescovo di Pemba, capoluogo della provincia. Secondo il prelato, i miliziani sono entrati nella parrocchia nel tardo pomeriggio devastando tutto ciò che trovavano. «I missionari sono salvi, ma la comunità è sotto choc», ha dichiarato. «Ogni struttura è stata distrutta. Durante l’assalto i civili sono stati trattenuti e utilizzati come pubblico per messaggi d’odio». Nonostante la devastazione, il vescovo ha lanciato un messaggio di speranza: «La fede di questo popolo non sarà mai distrutta».
L’assalto di Meza rappresenta soltanto l’ultimo episodio della lunga offensiva jihadista che dal 2017 colpisce il nord del Mozambico. L’insurrezione è iniziata ufficialmente nell’ottobre di quell’anno con attacchi coordinati contro stazioni di polizia e sedi governative nella città di Mocímboa da Praia. Da allora la violenza si è progressivamente estesa in tutta la provincia di Cabo Delgado, trasformando la regione in uno dei principali fronti del jihadismo africano. Secondo le stime delle Nazioni Unite e del database internazionale Acled, il conflitto ha provocato circa 6.500 morti e oltre 1,3 milioni di sfollati. Interi villaggi sono stati abbandonati, migliaia di famiglie vivono nei campi profughi e vaste aree rurali sono ormai fuori dal controllo effettivo dello Stato.
Le autorità mozambicane hanno incontrato enormi difficoltà nel contrastare l’espansione dei jihadisti. Per anni l’esercito è stato accusato di scarsa preparazione, carenza di mezzi, corruzione e incapacità di controllare il territorio. I miliziani sfruttano infatti una geografia complessa fatta di foreste, villaggi isolati e aree costiere difficili da presidiare, riuscendo a spostarsi rapidamente e a colpire obiettivi civili prima dell’arrivo delle forze di sicurezza. Dopo che gli insorti avevano conquistato aree strategiche come Mocímboa da Praia e attaccato la città costiera di Palma, il governo di Maputo chiese assistenza internazionale. Nel 2021 il Ruanda ha dispiegato circa 1.000 soldati e poliziotti, riuscendo in breve tempo a riconquistare alcune roccaforti jihadiste e a mettere in sicurezza diverse aree chiave. Negli anni successivi il contingente ruandese è cresciuto fino a superare i 4.000 uomini, diventando il pilastro delle operazioni antiterrorismo nel nord del Paese. Nel 2024 Kigali ha inoltre rafforzato la propria presenza per colmare il vuoto lasciato dal progressivo ritiro della missione della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc), anch’essa entrata in Mozambico nel 2021 ma indebolita da problemi logistici e finanziari. Tuttavia il futuro della missione ruandese appare incerto.
L’Unione europea aveva approvato nel 2024 un finanziamento di circa 23 milioni di dollari attraverso il Fondo europeo per la pace per sostenere le Forze di difesa del Ruanda impegnate a Cabo Delgado. I fondi erano destinati soprattutto a coprire costi logistici ed equipaggiamento. A marzo, però, funzionari europei hanno lasciato intendere che Bruxelles potrebbe non rinnovare il sostegno economico alla scadenza prevista per maggio. Il presidente ruandese Paul Kagame ha quindi avvertito che le truppe potrebbero ritirarsi in assenza di finanziamenti stabili e di lungo periodo mentre il portavoce del governo Yolande Makolo ha affermato che il costo reale del dispiegamento sarebbe almeno dieci volte superiore ai fondi europei ricevuti.
Le comunità cristiane sono diventate uno degli obiettivi principali della violenza jihadista. Chiese, scuole cattoliche, missioni e villaggi abitati da cristiani vengono frequentemente presi di mira come simboli della presenza occidentale e statale nella regione. In molte zone rurali sacerdoti, catechisti e religiosi vivono sotto costante minaccia. Numerosi villaggi sono stati svuotati dopo gli assalti e migliaia di famiglie cristiane sono fuggite verso le città costiere o nei campi per sfollati interni.
La guerra jihadista in Mozambico ha già colpito direttamente anche missionari e religiosi stranieri. Nel settembre 2022 venne uccisa suor Maria De Coppi, missionaria comboniana italiana originaria del Veneto, assassinata durante un attacco jihadista alla missione cattolica di Chipene, nella provincia di Nampula. I terroristi incendiarono la chiesa, l’ospedale e le opere della missione, mentre la religiosa, 83 anni, fu colpita mortalmente durante l’assalto. La sua morte scosse profondamente la Chiesa cattolica e divenne uno dei simboli della persecuzione contro le comunità cristiane nel nord del Mozambico.
Il Mozambico porta ancora oggi le profonde ferite della propria storia politica. Ex colonia portoghese fino al 1975, il Paese ottenne l’indipendenza dopo una lunga guerra guidata dal Fronte di liberazione del Mozambico (Frelimo), movimento marxista che prese il potere instaurando un sistema a partito unico vicino all’Unione sovietica e a Cuba. Poco dopo l’indipendenza scoppiò una devastante guerra civile contro la Renamo, gruppo ribelle sostenuto inizialmente dalla Rhodesia e poi dal Sudafrica dell’apartheid. Il conflitto, terminato ufficialmente nel 1992, provocò circa un milione di morti e lasciò il Paese distrutto economicamente e socialmente.
Nonostante gli accordi di pace e l’apertura al multipartitismo, il Mozambico non è mai riuscito a eliminare profonde disuguaglianze territoriali e sociali. Il Frelimo continua a dominare la vita politica nazionale, mentre molte regioni periferiche accusano il governo centrale di corruzione, esclusione economica e scarsa redistribuzione delle ricchezze. Cabo Delgado rappresenta l’esempio più evidente di questa frattura: una provincia ricchissima di risorse naturali ma tra le più povere del Paese. Sul fondo della guerra c’è infatti il controllo di una delle aree più ricche di risorse naturali dell’intera Africa australe. Cabo Delgado possiede enormi giacimenti di gas naturale offshore, oltre a rubini, grafite, oro, legname e altre materie prime strategiche. Negli ultimi anni colossi energetici internazionali hanno investito miliardi di dollari nella regione, trasformandola in un territorio di enorme valore geopolitico ed economico senza però migliorare concretamente le condizioni della popolazione locale. Molti analisti ritengono che povertà estrema, marginalizzazione sociale, corruzione locale e competizione per le risorse abbiano favorito il radicamento del jihadismo. È in questo contesto di esclusione e fragilità che Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, nato come movimento islamista radicale nel nord del Paese e poi affiliatosi allo Stato Islamico nel 2019, è riuscito a trasformarsi in una delle organizzazioni jihadiste più pericolose dell’Africa australe.
Corsa a ostacoli per gas e terre rare
La provincia di Cabo Delgado, situata nell’estremo nord del Mozambico e affacciata sull’Oceano Indiano, è diventata negli ultimi anni uno dei territori più strategici dell’intero continente africano. L’area custodisce infatti enormi riserve di gas naturale offshore considerate tra le più importanti scoperte energetiche mondiali degli ultimi decenni. Secondo le stime internazionali, i giacimenti presenti nel bacino del Rovuma potrebbero trasformare il Mozambico in uno dei principali esportatori globali di gas naturale liquefatto, modificando profondamente gli equilibri energetici regionali, attirando l’interesse delle grandi potenze internazionali.
Accanto al gas, Cabo Delgado possiede anche immense ricchezze minerarie e naturali. La provincia è nota per i suoi giacimenti di rubini, considerati tra i più preziosi al mondo, ma dispone anche di grafite, oro, terre rare, legname pregiato e altre materie prime strategiche fondamentali per l’industria tecnologica e manifatturiera globale. La grafite, ad esempio, rappresenta una risorsa chiave per la produzione di batterie elettriche e tecnologie legate alla transizione energetica, aumentando ulteriormente il valore geopolitico della regione. Negli ultimi anni colossi energetici internazionali hanno investito miliardi di dollari nello sviluppo dei progetti offshore e delle infrastrutture collegate. Aziende provenienti da Europa, Stati Uniti, Asia e Medio Oriente hanno avviato programmi per l’estrazione e l’esportazione di gas naturale liquefatto, mentre governi stranieri hanno rafforzato la propria presenza diplomatica e strategica nell’area. L’obiettivo è garantirsi accesso a risorse considerate decisive per il futuro energetico globale, soprattutto in una fase segnata dalle tensioni internazionali sui mercati dell’energia e dalla ricerca di alternative ai fornitori tradizionali.
Questa enorme ricchezza ha però trasformato Cabo Delgado anche in un territorio segnato da forti tensioni e instabilità. Negli ultimi anni la provincia è stata travolta dalla violenta insurrezione jihadista che ha provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. I gruppi armati affiliati allo Stato Islamico hanno colpito villaggi, infrastrutture e centri abitati, sfruttando il malcontento sociale, la povertà diffusa e le profonde disuguaglianze economiche presenti nella regione. Nonostante le enormi risorse naturali, gran parte della popolazione locale continua a vivere in condizioni estremamente difficili, con scarso accesso ai servizi essenziali e poche opportunità economiche. L’avanzata dei gruppi jihadisti ha messo in pericolo anche i grandi investimenti energetici internazionali. Alcuni progetti miliardari sono stati sospesi o rallentati a causa dell’insicurezza crescente, costringendo il governo mozambicano a chiedere supporto militare esterno. L’intervento delle forze straniere ha permesso di riconquistare alcune aree chiave, ma la situazione resta fragile e il rischio di nuovi attacchi continua a preoccupare governi e investitori.
La combinazione tra immense risorse naturali, interessi energetici globali, presenza jihadista e competizione geopolitica internazionale ha trasformato Cabo Delgado in uno dei fronti più delicati dell’Africa contemporanea. Il futuro della provincia non dipenderà soltanto dalla sicurezza militare, ma anche dalla capacità del Mozambico di distribuire in modo più equo la ricchezza generata dalle sue risorse naturali, evitando che il divario tra profitti miliardari e povertà locale continui ad alimentare instabilità e radicalizzazione. Ma su questo è lecito avere molti dubbi.
«Formiamo gli orfani perché investano sul loro territorio»
Fra Luca Santato è missionario cappuccino a Boane (Mozambico)
Fra Luca, da dove nasce l’idea di avviare il suo progetto in Mozambico e quali esigenze avete trovato sul territorio?
«Io sono arrivato in Mozambico nel 2016 e per i primi cinque anni ho vissuto al centro-nord del Paese, poi dal 2021 mi sono spostato nel sud, proprio nella capitale Maputo, e lì ho conosciuto la realtà delicata e nello stesso tempo preoccupante dei tanti bambini di strada, molti dei quali abbandonati e senza futuro. Di fronte a ciò nel gennaio del 2021 si è iniziato a studiare un progetto (che poi sono diventati due) per dare attenzione a loro: in modo particolare un’attenzione sanitaria adeguata e l’inserimento nella scuola. Il progetto “Fratelli tutti” (inaugurato nel maggio del 2024) si è posto tre obiettivi: centro pediatrico, centro nutrizionale e centro di alfabetizzazione. Il secondo progetto, “Casa San Francesco e Santa Chiara”, da gennaio 2027 ospiterà bambini e bambine orfani».
Temete che l’espansione del terrorismo nella regione possa rappresentare una minaccia anche per la vostra area operativa?
«La situazione della guerra nel nord del Paese preoccupa tantissimo, e dispiace per il grande dramma che stanno vivendo centinaia e centinaia di famiglie, molte di loro hanno perso o dovuto abbandonare la propria casa. È vero però che la guerra è distante circa 3.000 km da dove operiamo noi e questo ci rassicura sul presente e sul futuro. Fino ad oggi non abbiamo avuto nessun segnale o nessuna minaccia riguardo alla nostra presenza sul territorio e riguardo al nostro lavoro quotidiano».
Che cos’è la «Fattoria didattica per orfani» e quale ruolo svolge concretamente nella vita dei bambini che accoglie?
«Il progetto “Casa San Francesco e Santa Chiara”, l’orfanotrofio per bambini e bambine orfane, vuole avere la peculiarità di funzionare come una fattoria didattica, perché riteniamo che la conoscenza della terra e il poter offrire a loro, crescendo, una formazione agronoma, sia per gli orfani una possibilità per un domani di avere la capacità di lavorare la terra, e di poter investire proprio nel loro territorio. Noi ci crediamo parecchio all’agricoltura perché la terra del Mozambico è ricca d’acqua ed è molto fertile e queste sono risorse importanti per il futuro dei bambini e ragazzi. Per noi francescani la natura è molto importante, il cantico delle creature di San Francesco ci fa capire la bellezza e l’importanza del creato, speriamo che questo progetto possa trasmettere questi valori ai bambini che vivranno in questa casa, con la consapevolezza che la terra può essere ancora oggi una risorsa per la vita umana».
Quanti minori assistete oggi e quali sono le principali difficoltà che affrontano quotidianamente?
«Nel progetto “Fratelli tutti” ogni giorno accogliamo circa 500 tra bambini e ragazzi. La priorità è il centro pediatrico perché cerchiamo di assicurare a chi ha bisogno un’assistenza sanitaria adeguata, poi diamo attenzione al loro percorso scolastico, aiutandoli nello studio e procurando per i bambini e i ragazzi il materiale necessario per andare a scuola, e quando possiamo, in modo particolare il sabato e la domenica, offriamo loro un pasto caldo. Le spese sono davvero tante ma la Provvidenza mai ci ha abbandonato e l’attenzione è davvero tanta. Oltre a gestire queste attività nel progetto, quotidianamente, io vado nel campo “profughi” dove vivono circa 2.000 famiglie che hanno perso la loro casa a causa delle alluvioni che hanno colpito il Mozambico dal 2023 ad oggi, e lì la situazione è molto preoccupante: manca acqua e energia e il cibo scarseggia. Le condizioni igienico sanitarie sono preoccupanti e anche il percorso scolastico dei bambini e ragazzi che vivono in questa realtà non è garantito. Il lavoro da fare in questo campo è veramente tanto».
A che punto è il progetto e qual è l’obiettivo finale che vi siete prefissati?
«Il progetto “Casa San Francesco e Santa Chiara” è a buon punto, spero di completare il lavoro entro fine 2026 per accogliere i bambini già da gennaio 2027. Il refettorio, le cucine, le sale di studio e di formazione, il dormitorio maschile, le lavanderie e il posto medico sono quasi ultimati, ciò che facciamo fatica a completare è il dormitorio femminile, ci mancano circa 20.000 euro per poter pagare la ditta e costruire i padiglioni. Speriamo veramente che anche questa volta la Provvidenza ci aiuti. Una volta aperto il progetto, un’associazione italiana garantirà la permanenza dei bambini e bambine nel progetto con le adozioni a distanza».
Quando il progetto sarà completato, quale sarà il suo futuro impegno in Mozambico?
«L’esperienza di questi ultimi tre anni, legata alla progettazione e costruzione dei progetti, mi ha fatto conoscere la grande realtà di una rete sociale di carità e attenzione verso i nostri progetti. Fondazioni, banche, scuole, parrocchie, giornali, tv e privati hanno reso possibile tutto ciò seguendo e aiutando il percorso iniziale di queste nuove realtà della nostra presenza in Mozambico. Terminati i lavori mi piacerebbe tantissimo coltivare di più questi legami, condividendo il percorso futuro dei progetti, raccontando le storie dei bambini che ci vivranno, studiando insieme strategie future e dando la possibilità a chi potrà di poter vivere un’esperienza missionaria lì in Mozambico. Ci terrei veramente a costruire un ponte di idee, di risorse umane e strategie economiche per dare un cammino certo a tutto ciò che è stato costruito in questi ultimi tre anni. È stato importante chiedere aiuto, è importante ringraziare e sarà ancora più importante saper tener vivi questi legami di amicizia, di capacità e di disponibilità, in questo modo il Bene sarà ancora più grande. Mi vedo in futuro con un piede in Mozambico per seguire l’evolversi dei progetti, ma nello stesso tempo anche qui in Italia per tenere viva questa rete di solidarietà che è stata la carta vincente di questi nuovi progetti».
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Oscar Marchetto, presidente e ad di Somec
Il numero uno di Somec Oscar Marchetto: «Gli Usa calano e risalgono, noi restiamo lì per burocrazia, poco credito e mancanza di strategia industriale».
Da 20 a 250 milioni di fatturato in meno di un decennio, poi la frenata, la ristrutturazione e una nuova partenza con basi più solide. Fino ai 370 milioni dell’esercizio 2025. Oscar Marchetto, presidente e ad di Somec - gruppo quotato alla Borsa di Milano, attivo nella progettazione e produzione di sistemi complessi per il settore navale, residenziale e commerciale - va in controtendenza.
Presidente, Somec ha attraversato una fase difficile prima di tornare a crescere. Cosa ha messo più a dura prova il gruppo, e quando ha capito che il peggio era passato?
«Somec è nata nel 1978, ma quando l’ho acquisita alla fine del 2013 era un’azienda mono-cliente con un fatturato di circa 20 milioni di euro. La strategia era chiara: fare acquisizioni e crescere velocemente. E ci siamo riusciti - siamo passati da 20 a 250 milioni di fatturato, con una decina di aziende nel gruppo e 800 milioni di euro in portafoglio ordini».
Poi è arrivato il Covid…
«Eravamo nel pieno di un’espansione accelerata, e la pandemia ci ha colto in una fase delicata: gli ordini erano sostanzialmente piatti, i prezzi delle materie prime sono esplosi e la marginalità ha iniziato a calare. A questo si è aggiunto il fatto che la nostra organizzazione non era ancora adeguata a gestire un gruppo di quella dimensione. Condurre un’azienda che vale 250 milioni è completamente diverso rispetto a una da 20: cambiano la strategia, la velocità decisionale, le priorità. E poi sono arrivati i problemi geopolitici, che hanno ulteriormente complicato il quadro. Oggi siamo a 28 aziende nel gruppo. Abbiamo affrontato una fase di indebitamento e marginalità in calo che ci ha imposto una ristrutturazione profonda. Nel 2024 e nel 2025 abbiamo applicato una politica rigorosa di riduzione del debito, riuscendo a generare 50 milioni di cassa in due anni e a raggiungere i 370 milioni di fatturato. Per il 2026 l’obiettivo è aumentare utile e generazione di cassa per arrivare a una posizione finanziaria netta positiva. Solo a quel punto torneremo a valutare operazioni straordinarie».
Perché avete scelto di quotarvi in Borsa nel 2018?
«Inizialmente la quotazione era funzionale a un’operazione straordinaria negli Stati Uniti. Ma poi ho capito che aveva un valore in sé: ti obbliga a una disciplina gestionale che fa bene all’azienda, e ti dà visibilità che altrimenti sarebbe molto difficile ottenere. A volte ti demoralizza - i titoli delle Pmi sono spesso sottovalutati rispetto ai fondamentali, e c’è poco interesse strutturale da parte degli investitori istituzionali. Ma è uno strumento che, se usato bene, può fare la differenza».
Le Borse hanno rivisto i massimi, ma c’è un diffuso pessimismo legato alle tensioni geopolitiche, alla guerra in Ucraina, ai conflitti in Medio Oriente. Lo condivide, o ritiene che per chi sa posizionarsi bene esistano comunque opportunità?
«Io ogni mattina leggo cinque giornali, e ogni giorno mi trovo davanti a notizie che sembrano progettate per scoraggiare. Ma il mio lavoro - e quello di chiunque guidi un’azienda - è trasformare le notizie negative in opportunità. Il pessimismo è un lusso che non posso permettermi. Certo, le tensioni internazionali hanno un impatto reale: Medio Oriente e Russia fanno salire le materie prime e l’inflazione. Ma noi abbiamo una struttura geografica che ci permette di non essere esposti direttamente a nessun singolo mercato di crisi. Le opportunità ci sono per chi è posizionato bene e noi lavoriamo ogni giorno per esserlo».
Le tensioni internazionali hanno cambiato il modo in cui i vostri clienti decidono gli investimenti? Nei grandi committenti - cantieri navali, costruttori di edifici di pregio - vede un atteggiamento di attesa o la domanda tiene?
«Il rischio dell’attesa esiste ed è reale: conosco imprenditori con utili solidi e cassa abbondante che hanno bloccato gli investimenti in attesa di capire come si evolve la situazione. Questo meccanismo di paralisi è uno dei freni più pericolosi per l’economia, perché è autoreferenziale - più si aspetta, più si crea incertezza, e più si aspetta ancora. Nel nostro settore specifico, però, la domanda tiene. Sono appena tornato da una fiera del settore crocieristico a Miami, dove i quattro maggiori armatori al mondo - con un fatturato aggregato di circa 70 miliardi di dollari l’anno - si sono mostrati molto positivi. Hanno ordini di navi fermi fino al 2038. I numeri del comparto parlano chiaro: nel 1985 i passeggeri crocieristi nel mondo erano 1,9 milioni; nel 2025 siamo arrivati a 37 milioni. Questa crescita strutturale si traduce in ordini sui cantieri europei, che costruiscono la quasi totalità delle grandi navi da crociera del mondo».
Il settore navale è particolarmente esposto alle dinamiche geopolitiche. Come si comporta la domanda di navi da crociera e superyacht in un clima di incertezza globale?
«La domanda di superyacht è più ciclica e risente di più delle oscillazioni del sentiment dei grandi patrimoni, ma anche lì non vediamo una contrazione preoccupante. La verità è che chi ha grandi risorse continua a investire, anche in fasi di incertezza geopolitica - spesso anzi accelera, cercando beni rifugio o esperienze di alto valore».
Lei aveva detto che i dazi non la preoccupano perché producete negli Stati Uniti per il mercato americano. Ne vale davvero la pena, produrre negli Usa?
«Assolutamente sì. E non solo per i dazi. Produrre negli Stati Uniti significa essere vicini al cliente, rispondere rapidamente, non subire i costi e i ritardi della logistica internazionale. Significa anche capire il mercato dall’interno. Uno degli aspetti che colpisce di più chi arriva dall’Europa è la velocità burocratica: negli Usa, se devo costruire un capannone, in un mese ho tutte le autorizzazioni. Da noi possono volerci anni. Questa differenza di velocità si traduce direttamente in competitività».
Gli Stati Uniti crescono a ritmi quattro o cinque volte superiori a quelli dell’eurozona. Lo vede anche nei vostri ordini? Da cosa dipende, secondo lei, questo divario così marcato?
«Lo vedo eccome. Il mio socio americano è molto ottimista: con tassi in calo si stanno riaprendo grandi investimenti e grandi progetti. La dinamica americana è quella di una crisi a V - scendi e risali altrettanto velocemente. Quella europea è una crisi a L: scendi, e poi resti lì. Il motivo fondamentale è la velocità delle decisioni. In Europa ci siamo ingessati in una burocrazia che rallenta tutto. Speriamo che qualche scossone - e qualcuno sta arrivando - possa spingere verso la costruzione di un’Europa vera, capace di decidere e agire. Perché oggi la debolezza dell’Unione europea è strutturale: non decide, non agisce, subisce. Prendiamo il tema delle energie rinnovabili e dell’automotive elettrico: sono obiettivi giusti, ma devono essere realizzati in modo da creare business, non da distruggerlo. Invece abbiamo consegnato tecnologie strategiche a potenze con interessi divergenti dai nostri, e abbiamo smantellato interi comparti industriali sulla base di decisioni di cui ancora non si capisce bene la paternità. Stiamo buttando via ottant’anni di lavoro industriale».
Il mercato Usa è ancora in espansione o comincia a dare segnali di saturazione?
«È ancora in espansione. La riduzione dei tassi d’interesse sta liberando una quantità enorme di investimenti che erano stati sospesi. I grandi progetti nel navale e nel residenziale di pregio stanno ripartendo. La domanda americana rimane la più dinamica al mondo in questo momento, e noi siamo ben posizionati per coglierla».
Quali sono, a suo giudizio, i tre ostacoli strutturali principali che frenano la competitività europea?
«Burocrazia e lentezza decisionale, prima di tutto. Poi la mancanza di una strategia industriale coerente: si inseguono obiettivi ambientali sacrosanti senza pensare alle conseguenze per la base produttiva, e si finisce per favorire i concorrenti invece di rafforzarsi. Terzo, il sistema finanziario: le banche europee stanno riducendo i prestiti alle imprese, il che ingessa le aziende e frena la crescita proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. Il risparmio privato esiste in abbondanza - il problema è che non viene incanalato verso l’economia reale».
Il gap di crescita tra Usa ed Europa è destinato ad allargarsi ancora, o c’è la possibilità di un’inversione di tendenza? Cosa servirebbe?
«Dipende dalla velocità con cui l’Europa deciderà di riformarsi. Oggi la traiettoria è quella di un allargamento del gap. Per invertirla servirebbe un piano serio di supporto alle piccole e medie imprese - che sono la spina dorsale dell’economia italiana ed europea - e una politica di incentivi che faccia lavorare il risparmio privato in modo produttivo. I Pir, per esempio, nel 2018 avevano creato un meccanismo interessante per portare capitali sulle Pmi quotate. Poi sono stati smontati male, e molti investitori si sono bruciati. Bisogna tornare a ragionare in quella direzione, ma farlo bene».
L’Italia, in questo quadro, ha ancora un ruolo specifico da giocare, o rischia di essere marginalizzata? Dove sta la vera forza competitiva del nostro Paese?
«L’Italia ha una forza competitiva che spesso non riconosciamo abbastanza: siamo bravi, creativi, e più veloci di quanto si pensi. Siamo più casinisti di un tedesco, ma questa apparente disorganizzazione nasconde una capacità di adattamento e di risposta che in molti ci invidiano. Sulla mia scrivania ogni giorno ci sono cinquanta lavori aperti in parallelo - e vanno avanti tutti. È un modello che funziona, a patto di saperlo gestire. Il problema dell’Italia non è la mancanza di capacità, ma la mancanza di sicurezza e stabilità nel contesto in cui le imprese operano. Quando manca quella certezza, gli imprenditori si bloccano. E un Paese che si blocca non cresce. L’Italia è tenuta in piedi dalle piccole e medie imprese: se le lasciamo senza supporto finanziario, senza incentivi e senza un sistema bancario che le accompagni, rischiamo davvero di perdere il nostro vantaggio competitivo».
E la Cina? È un mercato da presidiare o da guardare con cautela?
«Prima di Natale ero a Shanghai. La Cina costruirà navi più piccole, un segmento interessante in cui siamo già presenti con produzione locale e partnership locali. Sono avanti su molte cose - non bisogna sottovalutarli - ma la chiave è esserci, capire il mercato dall’interno e trovare i partner giusti. Noi lo stiamo facendo».
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Soldati dell’Idf hanno preso il controllo delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla al largo delle acque di Cipro, secondo quanto riportano i media israeliani. Un commando della marina militare israeliana avrebbe abbordato una delle navi della Flotilla, partita dalla Turchia con circa 50 imbarcazioni dirette verso Gaza.
Poco prima, il ministero degli Esteri di Israele aveva scritto su X, riferendosi alla missione della Flotilla: «Ancora una volta, una provocazione fine a sé stessa: un’altra cosiddetta “flottiglia di aiuti umanitari” senza alcun aiuto umanitario. Israele non permetterà alcuna violazione del legittimo blocco navale di Gaza e invita tutti i partecipanti a questa provocazione a cambiare rotta e a tornare immediatamente indietro».
Federico Rampini (Ansa)
L’analista Federico Rampini: «Col vertice di Pechino tramonta l’idea sciocca di un’alleanza Europa-Cina per rispondere ai dazi di Trump. È sconcertante che un leader comunista capisca la forza del capitalismo Usa meglio di Bruxelles».
Trump e la Cina, la crisi iraniana, il ruolo dell’Europa. Federico Rampini analizza con La Verità le sfide attuali, riassunte nel suo ultimo libro, Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole (Mondadori).
Commercio e guerra sembrano fusi in un unico campo di battaglia. Quando si è infranto il sogno della globalizzazione pacifica?
«L’Età dell’Oro della globalizzazione, per le élite del World Economic Forum di Davos, i loro ideologi, i tecnocrati e i media succubi di quel conformismo, è finita solo per colpa di quel mascalzone di Donald Trump. Basta che se ne vada, e potremo tornare nel Giardino dell’Eden. Nella realtà per vasti ceti sociali non è mai esistito quel mondo di favole che doveva arricchirci tutti. Le crisi di rigetto della globalizzazione si susseguono nei decenni. Alcune erano state gestite con robuste dosi di protezionismo da altri due presidenti repubblicani, Nixon negli anni Settanta e Reagan negli anni Ottanta. Altri scossoni formidabili arrivarono con la crisi del 2008 e la pandemia. Sullo sfondo, da almeno vent’anni sta crescendo un macro-squilibrio insostenibile: la Cina ha usato le regole del commercio mondiale contro di noi, ha calpestato quelle regole quando voleva, ha inseguito un modello mercantilista accumulando avanzi commerciali destabilizzanti. In un certo senso ha replicato i modelli di altri dragoni asiatici come Giappone e Corea del Sud. Ci ha aggiunto però una scala dimensionale ben superiore, un’ostilità geopolitica all’Occidente, e un’aspirazione autarchica: con Xi Jinping la Cina vuole dominare sia le industrie mature e tradizionali sia quelle più avanzate, vuol essere indispensabile al resto del mondo ma non vuole dipendere da nessuno».
La visita a Pechino di Donald Trump è stata segnata da dichiarazioni distensive. Sotto i convenevoli, la distanza resta?
«Più che distanza, si tratta di rivalità sistemica. È una situazione che i leader di turno possono gestire passando da una tregua all’altra, da un compromesso precario all’altro, in un equilibrio instabile, cercando di evitare il peggio. Di quel vertice però colpisce un altro aspetto. Un anno prima in Europa molti fantasticavano che per reagire ai dazi di Trump bisognava costruire una grande alleanza Ue-Cina, preludio a un nuovo ordine globale. Sciocchezze ridicole. Per la Cina, l’America è l’unica superpotenza che conta, chiunque ne sia il presidente. Xi Jinping capisce i rapporti di forze, come Trump. E stima il capitalismo americano, proprio quello che Bruxelles demonizza e cerca di punire. Trump può anche essere un idiota agli occhi di Xi, ma la delegazione di capitalisti che lo accompagnava a Pechino per Xi incarna la forza strutturale dell’America. Quella che manca all’Europa, dove statalismo e anticapitalismo sono ideologie ubique e paralizzanti. È sconcertante che gli europei debbano imparare da un comunista cinese ad apprezzare la forza del capitalismo Usa».
Che significato ha il corteo di miliardari che ha seguito Trump?
«Si possono anche definire come la lobby filo-cinese in America. In passato hanno tutti realizzato ottimi affari in Cina, alcuni ci riescono ancora oggi, malgrado la crescente chiusura protezionista del mercato cinese. Certi super-capitalisti al seguito di Trump, soprattutto quelli di Big Tech, considerano la Cina una rivale temibile dalla quale però non bisogna perdere i contatti: nella gara dell’intelligenza artificiale è un bacino di talenti a cui attingere, è un laboratorio di innovazione quasi alla pari con la Silicon Valley. In ogni caso quei capitalisti non sono mai stata l’Oligarchia che veniva demonizzata in Europa. Se fossero degli oligarchi, cioè se comandassero loro, non ci sarebbero stati né i dazi né le restrizioni all’immigrazione. I grandi capitalisti sono globalisti, odiano il protezionismo».
Su Taiwan la distanza resta.
«Circoleranno molte versioni - e un bel po’ di fake news - su quel che Trump e Xi si sono detti su Taiwan nella porzione più riservata del vertice. Ma le parole contano fino a un certo punto. Taiwan è una spina nel fianco della Repubblica Popolare dalla fine della guerra civile nel 1949, quando sull’isola si rifugiò la destra nazionalista sconfitta. Ma è diventata un imbarazzo ben più grave per la nomenclatura comunista da quando Taipei ha realizzato due miracoli: è diventata una liberaldemocrazia rispettosa dei diritti umani; e una superpotenza tecnologica con una leadership nei microchip. Per l’America difendere Taiwan ha un senso, ma rischiare una guerra per questo diventa sempre più temerario ad ogni anno che passa, visto il riarmo cinese. Il dilemma è antico, non nasce certo con Trump quella che è stata definita l’ambiguità strategica degli Usa in quest’area. Una corrente di realpolitik, con seguaci anche al Pentagono, aprì un dibattito molti anni fa sull’opportunità di mollare Taiwan al proprio destino. Il problema è l’effetto-domino che questo avrebbe su Giappone e Corea del Sud».
Intanto la situazione in Iran sembra destinata ad avvitarsi.
«Una difficoltà è capire che tipo di regime iraniano abbiamo di fronte, qual è la sua solidità reale, se è compatto, e quali sono i prezzi che può pagare. Questa guerra è impopolare in America quasi quanto in Europa però non lo è affatto in quel mondo arabo (le monarchie sunnite del Golfo) che preme su Trump perché vada in fondo, almeno quanto preme Netanyahu. Ad annebbiare l’analisi contribuisce l’odio dilagante verso Trump. Nella mia memoria personale questa non è certo la prima guerra impopolare negli Stati Uniti. Vivevo in California nel 2003 quando venne invaso l’Iraq e San Francisco era percorsa di cortei pacifisti con le foto di Bush con i baffetti alla Hitler. Ma è la prima guerra dove fin dal primo giorno i due terzi dei media Usa tifavano per la vittoria degli ayatollah. E di conseguenza decretarono che l’America aveva perso a priori».
I critici parlano di un Trump che ha perso il suo raziocinio.
«Non sono in grado di entrare nella sua testa. So di sicuro che Biden era ben più logoro, e l’omertà di molti media nascose il suo declino, scrivendo una pagina poco onorevole nella storia del giornalismo americano. Ciò che mi rassicura è che la democrazia americana rimane intatta a 250 anni dalla nascita. I nemici di Trump – cioè a questo punto la maggioranza degli americani – hanno avuto dalla loro una maggioranza dei media, gran parte della magistratura. Molte azioni di Trump sono state bloccate dai tribunali del suo Paese. Altre sono vanificate quotidianamente dal federalismo, perché nella vita di tutti i giorni un cittadino americano sente molto di più le azioni del suo sindaco e del suo governatore, anziché del presidente».
In Ucraina la fine del conflitto è imminente? E soprattutto: ci sarà un vincitore?
«Vincitori, è presto per dirlo. Al primo posto tra gli sconfitti c’è il popolo russo. Ha subito perdite catastrofiche, in cambio di che cosa? Con la sua paranoia farneticante sul presunto accerchiamento di una Nato assai inoffensiva, Putin prima ha spinto nelle braccia della Nato due nazioni neutrali ma ben armate come Svezia e Finlandia, poi ha svegliato dal letargo geopolitico la Germania che inizia a riarmarsi. La Russia non è mai stata attaccata dall’America né dalla Nato, invece nel Novecento fu invasa per ben due volte dalla Germania. Aver spaventato i tedeschi fino al riarmo è l’errore geopolitico più disastroso che un leader russo potesse fare. Il suo popolo ne pagherà le conseguenze a lungo. Così come l’abbraccio con la Cina sarà il preludio alla colonizzazione della Russia, che stava molto meglio finché aveva rapporti normali con l’Occidente».
Quanto preoccupa la «normalizzazione» del discorso nucleare?
«La nuova guerra fredda è una realtà, annunciata nel 2007 dal discorso di Putin a Monaco, nel 2008 dalla prima delle sue guerre di aggressione, contro la Georgia. A loro volta i dirigenti comunisti cinesi adottarono un linguaggio esplicitamente antioccidentale dal 2008, in occasione della crisi di Wall Street. L’America cominciò ad aprire gli occhi solo verso la fine del secondo mandato Obama, con una revisione della loro analisi sulla Cina. Nel 2015 era arrivato al potere Xi Jinping, aveva abbandonato il linguaggio conciliante, declamava la sua teoria sul declino dell’Occidente, e con il piano Made in China 2025 aspirava a una supremazia tecnologica con evidenti ricadute in campo militare. In quanto al riarmo nucleare, è un grave pericolo ma non nasce oggi. La proliferazione che allargò il club atomico a India e Pakistan fu la prima tappa. La seconda fu l’irresponsabile aiuto della Cina alla Corea del Nord, che non avrebbe l’atomica senza Pechino».
È possibile per gli europei avere una difesa comune, senza prima possedere istituzioni politiche e centri di comando in comune?
«Infatti per il momento constato che il riarmo europeo comincia, ma su basi nazionali: è un riarmo tedesco, polacco, scandinavo, baltico. La Germania lo sta usando, come prima di lei fecero Usa Cina Israele, anche come strumento di politica industriale. Aiuti di Stato e sussidi tornano alla grande, purtroppo in questa corsa Berlino ha una capacità di spesa che mette in difficoltà i partner europei».
Infine, l’Italia. Quale ruolo dovrebbe giocare il nostro Paese?
«Forse Trump ha fatto un favore a Giorgia Meloni, dopo i suoi attacchi immagino che diventi più facile per lei difendersi dalle accuse di servilismo verso l’America. Ma non credo che l’opinione pubblica italiana voglia davvero giocare un ruolo internazionale. Altrimenti si darebbe i mezzi per farlo, a cominciare dagli investimenti nella difesa e nella sicurezza nazionale».
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