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2024-07-08
Quante bugie sulle droghe «leggere»
«Abbiamo un abbassamento dell’età del primo approccio della popolazione giovanile alla droga, con quasi 960.000 giovani tra i 15 e i 19 anni, ossia il 39% della popolazione studentesca, in pratica quattro studenti su dieci, che hanno assunto nella loro vita almeno una volta una sostanza psicoattiva illegale». Così, giorni fa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano aveva sintetizzato le 112 pagine della Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia. Un documento pubblicato in tempi in cui, a livello nazionale e internazionale, le spinte per la legalizzazione delle cosiddette «droghe leggere» sono sempre più pressanti
Il 25 giugno scorso, davanti al ministero dell’Istruzione e del Merito, i Radicali Italiani hanno piantato una piantina di cannabis e Filippo Blengino, tesoriere del partito, ha espresso la necessità di una sua legalizzazione. Il giorno dopo la Corte suprema del Brasile, con otto voti a favore e tre contrari, ha deciso di depenalizzare il possesso di cannabis per uso personale. Sempre il 26 giugno – che è la Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga – l’Onu ha pubblicato il World Drug Report 2024, sostenendo che, a livello internazionale, la legalizzazione della marijuana «potrebbe» aver contribuito a ridurre le dimensioni dei mercati illeciti e il suo stesso consumo. Notizia che avrà fatto felice la Germania che, da aprile, è il più grande Paese Ue ad aver legalizzato la cannabis a scopo ricreativo, dando il là alla segretaria del Pd, Elly Schlein, per rilanciare il tema anche in Italia.
La connotazione ideologica dei supporter della legalizzazione della cannabis - e la stessa prudenza con cui l’Onu parla dei presunti successi di questa strategia -, suggerisce di dare uno sguardo alle evidenze più sicure, che in realtà vanno nella direzione opposta alle tesi antiproibizioniste; a partire dall’idea che staremmo parlando di una sostanza «leggera». Così «leggera» che a marzo, su Scientific American, Jesse Greenspan ha scritto un articolo dove segnala che «oltre agli effetti collaterali minori su cui molti consumatori scherzano, come la perdita di memoria a breve termine, studi recenti hanno collegato la marijuana a effetti negativi sulla salute che coinvolgono polmoni, cuore, cervello e gonadi», senza dimenticare «la schizofrenia, la psicosi e la depressione, che influisce sul comportamento e sul rendimento scolastico». Proprio una sostanza «leggera», non c’è che dire. Un’altra classica tesi narcofila è quella per cui legalizzare una sostanza contribuirebbe, anche se non è chiaro perché (per la fine del fascino del proibito?), a ridurne l’uso.
Peccato che un’indagine uscita nel 2021 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, basata sui dati raccolti tra 300.000 studenti in 15 anni e in 20 distinti Paesi, abbia rilevato il contrario, e cioè che, se da un lato «forme di intervento restrittivo riducono la prevalenza generale del consumo», dall’altro, «riforme più liberali paiono legate ad un aumento della percentuale di studenti che iniziano ad usare cannabis». Chiaramente, a più consumo di droga corrispondono più conseguenze negative. Lo scorso anno su Substance Use: Research and Treatment è uscita una ricerca che, a partire da 61 studi pubblicati tra il 2016 al 2022, ha verificato l’impatto della legalizzazione della cannabis «a scopo ricreativo»; ebbene, per quanto la letteratura dia «risultati contrastanti», non si è avuta difficoltà a rintracciare le «conseguenze negative della legalizzazione, come aumento dell’uso da parte di giovani adulti, delle visite mediche correlate alla cannabis e delle guida in stato di ebbrezza». A proposito di guida in stato di ebbrezza, in uno studio dell’Università della British Columbia pubblicato sul New England Journal of Medicine - tra le massime riviste scientifiche al mondo - cura di Jeffrey Brubacher si sono esaminati i campioni di sangue di oltre 4.339 conducenti rimasti «feriti moderatamente» e che, tra il 2013 e il 2020, hanno ricevuto successive cure presso quattro centri traumatologici. Ebbene, a partire da tale campione, si è visto come, se prima della legalizzazione della cannabis il 3,8% dei conducenti feriti aveva concentrazioni di Thc superiori al limite di guida legale canadese (due nanogrammi/ml), tale percentuale, dopo la legalizzazione, è schizzata all’8,6%. Un’impennata clamorosa in soli due anni: un dato che deve far riflettere.
Altre due tesi antiproibizoniste sono quelle secondo cui la droga legale toglierebbe terreno a mafie e mercato nero. Iniziando con le mafie, una risposta alla vulgata è stata già data nel 2019 sul Corriere della Sera, testata non certo conservatrice, da Massimo Gaggi, a partire dall’esperienza di ben 11 Stati Usa e del Canada. «Ci si aspettava di spazzare via un intero settore dell’economia criminale creando al tempo stesso un nuovo settore economico legale che produce lavoro ed entrate fiscali», spiegava Gaggi, aggiungendo: «Non è andata così: tanto in Canada quanto negli Usa la marijuana illegale continua a prevalere su quella che transita per i canali regolari. In sostanza il racket della droga si è dimostrato abile e reattivo nell’abbassare i costi del suo prodotto importato illegalmente».
Anche l’idea di chissà quali introiti fiscali vacilla. Nel 2022 Robin Goldstein e Daniel Sumner hanno dato alle stampe il libro Can Legal Weed Win? The Blunt Realities of Cannabis Economics (University of California Press) in cui raccontano come, a 10 anni dall’esperimento americano della legalizzazione della marijuana, molte aziende di marijuana restino in rosso e le entrate fiscali siano irrisorie, col mercato legale che cresce pianissimo. Per dire, a tre anni dalla legalizzazione, Goldstein e Sumner stimavano che appena un quarto dell’erba fosse importata in California da venditori autorizzati. Da qualunque angolazione la si guardi, insomma, la legalizzazione delle «droghe leggere» è un danno o un flop: in ogni caso, una fregatura.
«L’età di chi inizia è scesa ancora. E ogni fascia sociale è coinvolta»
Sociologo e dirigente del Centro Trentino di Solidarietà Ets - associazione che gestisce una comunità terapeutica per la prevenzione, cura e riabilitazione di persone con dipendenze patologiche sia chimiche che comportamentali e una casa per la cura di persone con Hiv-Aids e patologie correlate alle dipendenze, - Antonio Simula, 52 anni, ha un osservatorio privilegiato sul fenomeno della tossicodipendenza. La Verità lo ha contattato per un commento sulla situazione, alla luce anche dell’ultima Relazione annuale.
Simula, che giudizio dà del quadro emergente dall’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia?
«Di emergenza droga se ne parla da anni. Dalla prima Relazione al Parlamento, il fenomeno delle tossicodipendenze rappresenta una drammatica realtà che colpisce “democraticamente” l’Italia intera. Non ci sono più fasce di età o classi sociali più coinvolte. Dopo ogni presentazione si discute sulle strategie da adottare per ridurre la crescita di questo fenomeno che ogni giorno pone fine alla vita di decine di giovani. Il consumo di alcol e sostanze stupefacenti tra gli adolescenti non ha registrato diminuzioni rispetto al passato ma è cambiato l’atteggiamento sociale: si è trasformato in una silenziosa tolleranza dell’ormai “ne fanno uso tutti”».
C’è chi, alla pubblicazione della Relazione, ha colto la palla al balzo – dato che la cannabis rimane la sostanza più usata dai giovani – per rilanciare la richiesta della legalizzazione di questa sostanza. Che ne pensa?
«La cannabis è la sostanza più usata sia come sostanza primaria che come sostanza secondaria, seguita dalla cocaina usata associata all’uso problematico di alcol. L’attenzione verso la cannabis è sacrosanta, certo. Ma sono state segnalate più di 800 droghe sul mercato, molte delle quali disponibili su Internet. Nel mercato dello sballo è sempre più florida la produzione di nuove sostanze psicoattive. Sono sostanze che vanno fortissime per una stagione, poi vengono abbandonate. I ragazzi portano con sé una sofferenza psichica profonda che cercano di attenuare sia con l’alcol e le droghe, ma anche con l’autolesionismo e con un rapporto alterato con il cibo. Ma secondo lei il problema fondamentale è la legalizzazione della cannabis? Ma piuttosto che pensare alla legalizzazione, sarebbe l’ora di riconsegnare l’adolescenza ai nostri figli, con nuovi e solidi riferimenti valoriali».
A spingere i giovani verso le droghe, oggi, è ancora una certa cultura dello sballo oppure prevale il disagio?
«L’età della prima assunzione è sempre più precoce. Oggi le droghe come i comportamenti additivi sono sostitutive dei legami sociali. Abbiamo un’adolescenza abbandonata. In Italia, ogni anno sono circa quattro milioni i ragazzi e le ragazze che decidono di togliersi la vita o tentano di farlo. Il cambiamento della tipologia di sostanze e della modalità della loro assunzione si inserisce in una cornice di grandi mutamenti sociali e culturali; come veri e propri prodotti di mercato, le sostanze rispondono a tutti i molteplici bisogni del consumatore. A seconda dell’esigenza si consumano droghe stimolanti come i derivanti delle anfetamine o la cocaina, o rilassanti come la cannabis e l’hashish. Si aggiungono poi le new addiction, che vanno a complicare la situazione. Il fenomeno della dipendenza è figlio di una società che ha delegato la formazione e la trasmissione dei valori ad una cultura che vuole “tutto e subito” e anche che sia facile ottenerlo».
Cosa possono fare la politica e le istituzioni per una maggiore prevenzione del fenomeno?
«La droga in Italia ha un giro d’affari di oltre 15 miliardi di euro ed il consumo di sostanze è percepito dai giovani come un marker di successo e identitario pericolosissimo. Bisogna investire su un sistema di prevenzione che non gravi solo ed esclusivamente sulla famiglia ma che avvenga attraverso il supporto ed il coinvolgimento della comunità di appartenenza. Il risultato di un lavoro di rete tra le amministrazioni locali e le principali agenzie educative. Le amministrazioni, la prefettura, i consultori, le scuole, le agenzie educative tutte - oratori, centri sportivi ed allenatori, centri di aggregazione giovanile, altre realtà di volontariato -, devono proporre un’azione formativa sinergica e permanente ed essere quindi in grado di sostenere la famiglia, sempre più sola, nel suo ruolo educativo. È responsabilità del mondo adulto offrire ai giovani occasioni di vita, occasioni in cui si sentano protagonisti e attori principali della propria vita. E non dobbiamo aver paura di proporre loro occasioni forti perché altrimenti se le vanno a cercare altrove».
La distopia liberal di San Francisco
Solo nello scorso mese di maggio sono morte 66 persone, più di due al giorno. È il tragico, parziale e in continua evoluzione bilancio dei morti di overdose di San Francisco, la metropoli americana da anni stretta nella morsa della tossicodipendenza. Per ricordare qualche numero, nel 2022 i reclami relativi all’uso di aghi in luoghi pubblici sono stati quasi 6.300. Lo scorso anno i morti per overdose sono stati 806: il dato peggiore di sempre per la ricca città della west coast, e soprattutto è un dato che segna un’impennata devastante. Nel 2017, infatti, lo stesso comunque tragico conteggio era di 222 vittime: significa che in sei anni l’aumento delle morti per droga è stato di oltre il 260%. Se lo scorso anno è stato terrificante, come ha scritto Yoohyun Jung sul San Francisco Chronicle, il 2024 è già «sulla buona strada per raggiungere quasi i numeri del 2023».
Il protagonista di questa impennata è il fentalyl, la «droga degli zombie» che sei anni fa mieteva il 10% delle vittime di overdose mentre oggi è di gran lunga il killer più prolifico. Benché la città sia dalla storica fama progressista – è qui che Kamala Harris, la vice di Joe Biden, ha fatto la procuratrice distrettuale -, per arginare la situazione il sindaco London Breed è da poco ricorsa a misure drastiche, da un lato rendendo obbligatorio lo screening antidroga per i beneficiari dell’assistenza sociale, dall’altra allentando le restrizioni per gli agenti di polizia; misure che Politico non ha esitato a definire «di destra».
Resta da capire se questo basterà a mettere sotto controllo la situazione in una città che il degrado lo attira anche da fuori. Dei 718 fermati per abuso di sostanze tra il 30 marzo 2023 e il 2 febbraio 2024, quasi la metà – il 47% – non ha dichiarato di vivere a San Francisco. Numeri, ha detto il sindaco Breed, «che sono la prova che dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per chiudere i nostri mercati della droga che stanno attirando gente qui». Il dato che colpisce è che molte di queste drammatiche criticità sono concentrate in alcuni quartieri, come Tenderloin, dove il degrado è totale, con vie dove è normale imbattersi in feci umane; viceversa, in altre zone della città i ricchi continuano a vivere quasi indisturbati. Soprattutto, continua indisturbata la propaganda progressista, che ha in questa metropoli una sua Mecca.
Basti ricordare che a San Francisco, visto che bianchi e neri non avevano gli stessi risultati, dei funzionari avevano abolito l’algebra per i bambini delle nostre medie al fine di favorire l’«equità»: è stata reintrodotta ad aprile dopo 10 anni. C’è perfino un programma di reddito garantito per i trans, si chiama Guaranteed income for trans people. Se cambi sesso, in pratica, puoi vivere di sussidi.
Naturalmente, tornando alla droga, San Francisco è anche un laboratorio dov’è stata testata la legalizzazione di quelle «leggere». Che si sta rivelando un fallimento, come ha confermato a un imprenditore del settore, Nate Haas, che gestisce il Moe Greens Dispensary & lounge a San Francisco: «Facciamo pagare troppo ai nostri clienti, è dura competere con il mercato illecito». Da buon politico, il governatore Gavin Newsom pubblicizza la California come il più fiorente mercato legale di cannabis al mondo, ma chi su quel mercato deve camparci lotta ogni giorno con coltivazioni, distribuzione e rivendite illegali che – evadendo il fisco – possono offrire prezzi molto più bassi. La marijuana legale è dunque solo un regalo al degrado, in realtà. L’ennesimo, in questo caso, di una metropoli allo sbando.
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Non è vero che i danni alla salute sono lievi. E legalizzarle non fa diminuire i consumi né mette fuori gioco la criminalità.Il responsabile del centro di accoglienza Ets: «Gli adolescenti cercano un sostituto dei legami sociali che hanno perso. Le sostanze disponibili (anche online) sono centinaia, alcune durano una sola stagione».San Francisco, la città simbolo degli esperimenti sociali progressisti, è spaccata in due: «zombie» vittime del fentanyl in strada, ricchi politicamente corretti rinchiusi nei quartieri chic.Lo speciale contiene tre articoli.«Abbiamo un abbassamento dell’età del primo approccio della popolazione giovanile alla droga, con quasi 960.000 giovani tra i 15 e i 19 anni, ossia il 39% della popolazione studentesca, in pratica quattro studenti su dieci, che hanno assunto nella loro vita almeno una volta una sostanza psicoattiva illegale». Così, giorni fa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano aveva sintetizzato le 112 pagine della Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia. Un documento pubblicato in tempi in cui, a livello nazionale e internazionale, le spinte per la legalizzazione delle cosiddette «droghe leggere» sono sempre più pressantiIl 25 giugno scorso, davanti al ministero dell’Istruzione e del Merito, i Radicali Italiani hanno piantato una piantina di cannabis e Filippo Blengino, tesoriere del partito, ha espresso la necessità di una sua legalizzazione. Il giorno dopo la Corte suprema del Brasile, con otto voti a favore e tre contrari, ha deciso di depenalizzare il possesso di cannabis per uso personale. Sempre il 26 giugno – che è la Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga – l’Onu ha pubblicato il World Drug Report 2024, sostenendo che, a livello internazionale, la legalizzazione della marijuana «potrebbe» aver contribuito a ridurre le dimensioni dei mercati illeciti e il suo stesso consumo. Notizia che avrà fatto felice la Germania che, da aprile, è il più grande Paese Ue ad aver legalizzato la cannabis a scopo ricreativo, dando il là alla segretaria del Pd, Elly Schlein, per rilanciare il tema anche in Italia. La connotazione ideologica dei supporter della legalizzazione della cannabis - e la stessa prudenza con cui l’Onu parla dei presunti successi di questa strategia -, suggerisce di dare uno sguardo alle evidenze più sicure, che in realtà vanno nella direzione opposta alle tesi antiproibizioniste; a partire dall’idea che staremmo parlando di una sostanza «leggera». Così «leggera» che a marzo, su Scientific American, Jesse Greenspan ha scritto un articolo dove segnala che «oltre agli effetti collaterali minori su cui molti consumatori scherzano, come la perdita di memoria a breve termine, studi recenti hanno collegato la marijuana a effetti negativi sulla salute che coinvolgono polmoni, cuore, cervello e gonadi», senza dimenticare «la schizofrenia, la psicosi e la depressione, che influisce sul comportamento e sul rendimento scolastico». Proprio una sostanza «leggera», non c’è che dire. Un’altra classica tesi narcofila è quella per cui legalizzare una sostanza contribuirebbe, anche se non è chiaro perché (per la fine del fascino del proibito?), a ridurne l’uso. Peccato che un’indagine uscita nel 2021 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, basata sui dati raccolti tra 300.000 studenti in 15 anni e in 20 distinti Paesi, abbia rilevato il contrario, e cioè che, se da un lato «forme di intervento restrittivo riducono la prevalenza generale del consumo», dall’altro, «riforme più liberali paiono legate ad un aumento della percentuale di studenti che iniziano ad usare cannabis». Chiaramente, a più consumo di droga corrispondono più conseguenze negative. Lo scorso anno su Substance Use: Research and Treatment è uscita una ricerca che, a partire da 61 studi pubblicati tra il 2016 al 2022, ha verificato l’impatto della legalizzazione della cannabis «a scopo ricreativo»; ebbene, per quanto la letteratura dia «risultati contrastanti», non si è avuta difficoltà a rintracciare le «conseguenze negative della legalizzazione, come aumento dell’uso da parte di giovani adulti, delle visite mediche correlate alla cannabis e delle guida in stato di ebbrezza». A proposito di guida in stato di ebbrezza, in uno studio dell’Università della British Columbia pubblicato sul New England Journal of Medicine - tra le massime riviste scientifiche al mondo - cura di Jeffrey Brubacher si sono esaminati i campioni di sangue di oltre 4.339 conducenti rimasti «feriti moderatamente» e che, tra il 2013 e il 2020, hanno ricevuto successive cure presso quattro centri traumatologici. Ebbene, a partire da tale campione, si è visto come, se prima della legalizzazione della cannabis il 3,8% dei conducenti feriti aveva concentrazioni di Thc superiori al limite di guida legale canadese (due nanogrammi/ml), tale percentuale, dopo la legalizzazione, è schizzata all’8,6%. Un’impennata clamorosa in soli due anni: un dato che deve far riflettere.Altre due tesi antiproibizoniste sono quelle secondo cui la droga legale toglierebbe terreno a mafie e mercato nero. Iniziando con le mafie, una risposta alla vulgata è stata già data nel 2019 sul Corriere della Sera, testata non certo conservatrice, da Massimo Gaggi, a partire dall’esperienza di ben 11 Stati Usa e del Canada. «Ci si aspettava di spazzare via un intero settore dell’economia criminale creando al tempo stesso un nuovo settore economico legale che produce lavoro ed entrate fiscali», spiegava Gaggi, aggiungendo: «Non è andata così: tanto in Canada quanto negli Usa la marijuana illegale continua a prevalere su quella che transita per i canali regolari. In sostanza il racket della droga si è dimostrato abile e reattivo nell’abbassare i costi del suo prodotto importato illegalmente». Anche l’idea di chissà quali introiti fiscali vacilla. Nel 2022 Robin Goldstein e Daniel Sumner hanno dato alle stampe il libro Can Legal Weed Win? The Blunt Realities of Cannabis Economics (University of California Press) in cui raccontano come, a 10 anni dall’esperimento americano della legalizzazione della marijuana, molte aziende di marijuana restino in rosso e le entrate fiscali siano irrisorie, col mercato legale che cresce pianissimo. Per dire, a tre anni dalla legalizzazione, Goldstein e Sumner stimavano che appena un quarto dell’erba fosse importata in California da venditori autorizzati. Da qualunque angolazione la si guardi, insomma, la legalizzazione delle «droghe leggere» è un danno o un flop: in ogni caso, una fregatura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liberalizzazione-droghe-leggere-2668699801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leta-di-chi-inizia-e-scesa-ancora-e-ogni-fascia-sociale-e-coinvolta" data-post-id="2668699801" data-published-at="1720431419" data-use-pagination="False"> «L’età di chi inizia è scesa ancora. E ogni fascia sociale è coinvolta» Sociologo e dirigente del Centro Trentino di Solidarietà Ets - associazione che gestisce una comunità terapeutica per la prevenzione, cura e riabilitazione di persone con dipendenze patologiche sia chimiche che comportamentali e una casa per la cura di persone con Hiv-Aids e patologie correlate alle dipendenze, - Antonio Simula, 52 anni, ha un osservatorio privilegiato sul fenomeno della tossicodipendenza. La Verità lo ha contattato per un commento sulla situazione, alla luce anche dell’ultima Relazione annuale. Simula, che giudizio dà del quadro emergente dall’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia? «Di emergenza droga se ne parla da anni. Dalla prima Relazione al Parlamento, il fenomeno delle tossicodipendenze rappresenta una drammatica realtà che colpisce “democraticamente” l’Italia intera. Non ci sono più fasce di età o classi sociali più coinvolte. Dopo ogni presentazione si discute sulle strategie da adottare per ridurre la crescita di questo fenomeno che ogni giorno pone fine alla vita di decine di giovani. Il consumo di alcol e sostanze stupefacenti tra gli adolescenti non ha registrato diminuzioni rispetto al passato ma è cambiato l’atteggiamento sociale: si è trasformato in una silenziosa tolleranza dell’ormai “ne fanno uso tutti”». C’è chi, alla pubblicazione della Relazione, ha colto la palla al balzo – dato che la cannabis rimane la sostanza più usata dai giovani – per rilanciare la richiesta della legalizzazione di questa sostanza. Che ne pensa? «La cannabis è la sostanza più usata sia come sostanza primaria che come sostanza secondaria, seguita dalla cocaina usata associata all’uso problematico di alcol. L’attenzione verso la cannabis è sacrosanta, certo. Ma sono state segnalate più di 800 droghe sul mercato, molte delle quali disponibili su Internet. Nel mercato dello sballo è sempre più florida la produzione di nuove sostanze psicoattive. Sono sostanze che vanno fortissime per una stagione, poi vengono abbandonate. I ragazzi portano con sé una sofferenza psichica profonda che cercano di attenuare sia con l’alcol e le droghe, ma anche con l’autolesionismo e con un rapporto alterato con il cibo. Ma secondo lei il problema fondamentale è la legalizzazione della cannabis? Ma piuttosto che pensare alla legalizzazione, sarebbe l’ora di riconsegnare l’adolescenza ai nostri figli, con nuovi e solidi riferimenti valoriali». A spingere i giovani verso le droghe, oggi, è ancora una certa cultura dello sballo oppure prevale il disagio? «L’età della prima assunzione è sempre più precoce. Oggi le droghe come i comportamenti additivi sono sostitutive dei legami sociali. Abbiamo un’adolescenza abbandonata. In Italia, ogni anno sono circa quattro milioni i ragazzi e le ragazze che decidono di togliersi la vita o tentano di farlo. Il cambiamento della tipologia di sostanze e della modalità della loro assunzione si inserisce in una cornice di grandi mutamenti sociali e culturali; come veri e propri prodotti di mercato, le sostanze rispondono a tutti i molteplici bisogni del consumatore. A seconda dell’esigenza si consumano droghe stimolanti come i derivanti delle anfetamine o la cocaina, o rilassanti come la cannabis e l’hashish. Si aggiungono poi le new addiction, che vanno a complicare la situazione. Il fenomeno della dipendenza è figlio di una società che ha delegato la formazione e la trasmissione dei valori ad una cultura che vuole “tutto e subito” e anche che sia facile ottenerlo». Cosa possono fare la politica e le istituzioni per una maggiore prevenzione del fenomeno? «La droga in Italia ha un giro d’affari di oltre 15 miliardi di euro ed il consumo di sostanze è percepito dai giovani come un marker di successo e identitario pericolosissimo. Bisogna investire su un sistema di prevenzione che non gravi solo ed esclusivamente sulla famiglia ma che avvenga attraverso il supporto ed il coinvolgimento della comunità di appartenenza. Il risultato di un lavoro di rete tra le amministrazioni locali e le principali agenzie educative. Le amministrazioni, la prefettura, i consultori, le scuole, le agenzie educative tutte - oratori, centri sportivi ed allenatori, centri di aggregazione giovanile, altre realtà di volontariato -, devono proporre un’azione formativa sinergica e permanente ed essere quindi in grado di sostenere la famiglia, sempre più sola, nel suo ruolo educativo. È responsabilità del mondo adulto offrire ai giovani occasioni di vita, occasioni in cui si sentano protagonisti e attori principali della propria vita. E non dobbiamo aver paura di proporre loro occasioni forti perché altrimenti se le vanno a cercare altrove». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liberalizzazione-droghe-leggere-2668699801.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-distopia-liberal-di-san-francisco" data-post-id="2668699801" data-published-at="1720431419" data-use-pagination="False"> La distopia liberal di San Francisco Solo nello scorso mese di maggio sono morte 66 persone, più di due al giorno. È il tragico, parziale e in continua evoluzione bilancio dei morti di overdose di San Francisco, la metropoli americana da anni stretta nella morsa della tossicodipendenza. Per ricordare qualche numero, nel 2022 i reclami relativi all’uso di aghi in luoghi pubblici sono stati quasi 6.300. Lo scorso anno i morti per overdose sono stati 806: il dato peggiore di sempre per la ricca città della west coast, e soprattutto è un dato che segna un’impennata devastante. Nel 2017, infatti, lo stesso comunque tragico conteggio era di 222 vittime: significa che in sei anni l’aumento delle morti per droga è stato di oltre il 260%. Se lo scorso anno è stato terrificante, come ha scritto Yoohyun Jung sul San Francisco Chronicle, il 2024 è già «sulla buona strada per raggiungere quasi i numeri del 2023». Il protagonista di questa impennata è il fentalyl, la «droga degli zombie» che sei anni fa mieteva il 10% delle vittime di overdose mentre oggi è di gran lunga il killer più prolifico. Benché la città sia dalla storica fama progressista – è qui che Kamala Harris, la vice di Joe Biden, ha fatto la procuratrice distrettuale -, per arginare la situazione il sindaco London Breed è da poco ricorsa a misure drastiche, da un lato rendendo obbligatorio lo screening antidroga per i beneficiari dell’assistenza sociale, dall’altra allentando le restrizioni per gli agenti di polizia; misure che Politico non ha esitato a definire «di destra». Resta da capire se questo basterà a mettere sotto controllo la situazione in una città che il degrado lo attira anche da fuori. Dei 718 fermati per abuso di sostanze tra il 30 marzo 2023 e il 2 febbraio 2024, quasi la metà – il 47% – non ha dichiarato di vivere a San Francisco. Numeri, ha detto il sindaco Breed, «che sono la prova che dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per chiudere i nostri mercati della droga che stanno attirando gente qui». Il dato che colpisce è che molte di queste drammatiche criticità sono concentrate in alcuni quartieri, come Tenderloin, dove il degrado è totale, con vie dove è normale imbattersi in feci umane; viceversa, in altre zone della città i ricchi continuano a vivere quasi indisturbati. Soprattutto, continua indisturbata la propaganda progressista, che ha in questa metropoli una sua Mecca. Basti ricordare che a San Francisco, visto che bianchi e neri non avevano gli stessi risultati, dei funzionari avevano abolito l’algebra per i bambini delle nostre medie al fine di favorire l’«equità»: è stata reintrodotta ad aprile dopo 10 anni. C’è perfino un programma di reddito garantito per i trans, si chiama Guaranteed income for trans people. Se cambi sesso, in pratica, puoi vivere di sussidi. Naturalmente, tornando alla droga, San Francisco è anche un laboratorio dov’è stata testata la legalizzazione di quelle «leggere». Che si sta rivelando un fallimento, come ha confermato a un imprenditore del settore, Nate Haas, che gestisce il Moe Greens Dispensary & lounge a San Francisco: «Facciamo pagare troppo ai nostri clienti, è dura competere con il mercato illecito». Da buon politico, il governatore Gavin Newsom pubblicizza la California come il più fiorente mercato legale di cannabis al mondo, ma chi su quel mercato deve camparci lotta ogni giorno con coltivazioni, distribuzione e rivendite illegali che – evadendo il fisco – possono offrire prezzi molto più bassi. La marijuana legale è dunque solo un regalo al degrado, in realtà. L’ennesimo, in questo caso, di una metropoli allo sbando.
Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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Getty Images
La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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