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2024-07-08
Quante bugie sulle droghe «leggere»
«Abbiamo un abbassamento dell’età del primo approccio della popolazione giovanile alla droga, con quasi 960.000 giovani tra i 15 e i 19 anni, ossia il 39% della popolazione studentesca, in pratica quattro studenti su dieci, che hanno assunto nella loro vita almeno una volta una sostanza psicoattiva illegale». Così, giorni fa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano aveva sintetizzato le 112 pagine della Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia. Un documento pubblicato in tempi in cui, a livello nazionale e internazionale, le spinte per la legalizzazione delle cosiddette «droghe leggere» sono sempre più pressanti
Il 25 giugno scorso, davanti al ministero dell’Istruzione e del Merito, i Radicali Italiani hanno piantato una piantina di cannabis e Filippo Blengino, tesoriere del partito, ha espresso la necessità di una sua legalizzazione. Il giorno dopo la Corte suprema del Brasile, con otto voti a favore e tre contrari, ha deciso di depenalizzare il possesso di cannabis per uso personale. Sempre il 26 giugno – che è la Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga – l’Onu ha pubblicato il World Drug Report 2024, sostenendo che, a livello internazionale, la legalizzazione della marijuana «potrebbe» aver contribuito a ridurre le dimensioni dei mercati illeciti e il suo stesso consumo. Notizia che avrà fatto felice la Germania che, da aprile, è il più grande Paese Ue ad aver legalizzato la cannabis a scopo ricreativo, dando il là alla segretaria del Pd, Elly Schlein, per rilanciare il tema anche in Italia.
La connotazione ideologica dei supporter della legalizzazione della cannabis - e la stessa prudenza con cui l’Onu parla dei presunti successi di questa strategia -, suggerisce di dare uno sguardo alle evidenze più sicure, che in realtà vanno nella direzione opposta alle tesi antiproibizioniste; a partire dall’idea che staremmo parlando di una sostanza «leggera». Così «leggera» che a marzo, su Scientific American, Jesse Greenspan ha scritto un articolo dove segnala che «oltre agli effetti collaterali minori su cui molti consumatori scherzano, come la perdita di memoria a breve termine, studi recenti hanno collegato la marijuana a effetti negativi sulla salute che coinvolgono polmoni, cuore, cervello e gonadi», senza dimenticare «la schizofrenia, la psicosi e la depressione, che influisce sul comportamento e sul rendimento scolastico». Proprio una sostanza «leggera», non c’è che dire. Un’altra classica tesi narcofila è quella per cui legalizzare una sostanza contribuirebbe, anche se non è chiaro perché (per la fine del fascino del proibito?), a ridurne l’uso.
Peccato che un’indagine uscita nel 2021 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, basata sui dati raccolti tra 300.000 studenti in 15 anni e in 20 distinti Paesi, abbia rilevato il contrario, e cioè che, se da un lato «forme di intervento restrittivo riducono la prevalenza generale del consumo», dall’altro, «riforme più liberali paiono legate ad un aumento della percentuale di studenti che iniziano ad usare cannabis». Chiaramente, a più consumo di droga corrispondono più conseguenze negative. Lo scorso anno su Substance Use: Research and Treatment è uscita una ricerca che, a partire da 61 studi pubblicati tra il 2016 al 2022, ha verificato l’impatto della legalizzazione della cannabis «a scopo ricreativo»; ebbene, per quanto la letteratura dia «risultati contrastanti», non si è avuta difficoltà a rintracciare le «conseguenze negative della legalizzazione, come aumento dell’uso da parte di giovani adulti, delle visite mediche correlate alla cannabis e delle guida in stato di ebbrezza». A proposito di guida in stato di ebbrezza, in uno studio dell’Università della British Columbia pubblicato sul New England Journal of Medicine - tra le massime riviste scientifiche al mondo - cura di Jeffrey Brubacher si sono esaminati i campioni di sangue di oltre 4.339 conducenti rimasti «feriti moderatamente» e che, tra il 2013 e il 2020, hanno ricevuto successive cure presso quattro centri traumatologici. Ebbene, a partire da tale campione, si è visto come, se prima della legalizzazione della cannabis il 3,8% dei conducenti feriti aveva concentrazioni di Thc superiori al limite di guida legale canadese (due nanogrammi/ml), tale percentuale, dopo la legalizzazione, è schizzata all’8,6%. Un’impennata clamorosa in soli due anni: un dato che deve far riflettere.
Altre due tesi antiproibizoniste sono quelle secondo cui la droga legale toglierebbe terreno a mafie e mercato nero. Iniziando con le mafie, una risposta alla vulgata è stata già data nel 2019 sul Corriere della Sera, testata non certo conservatrice, da Massimo Gaggi, a partire dall’esperienza di ben 11 Stati Usa e del Canada. «Ci si aspettava di spazzare via un intero settore dell’economia criminale creando al tempo stesso un nuovo settore economico legale che produce lavoro ed entrate fiscali», spiegava Gaggi, aggiungendo: «Non è andata così: tanto in Canada quanto negli Usa la marijuana illegale continua a prevalere su quella che transita per i canali regolari. In sostanza il racket della droga si è dimostrato abile e reattivo nell’abbassare i costi del suo prodotto importato illegalmente».
Anche l’idea di chissà quali introiti fiscali vacilla. Nel 2022 Robin Goldstein e Daniel Sumner hanno dato alle stampe il libro Can Legal Weed Win? The Blunt Realities of Cannabis Economics (University of California Press) in cui raccontano come, a 10 anni dall’esperimento americano della legalizzazione della marijuana, molte aziende di marijuana restino in rosso e le entrate fiscali siano irrisorie, col mercato legale che cresce pianissimo. Per dire, a tre anni dalla legalizzazione, Goldstein e Sumner stimavano che appena un quarto dell’erba fosse importata in California da venditori autorizzati. Da qualunque angolazione la si guardi, insomma, la legalizzazione delle «droghe leggere» è un danno o un flop: in ogni caso, una fregatura.
«L’età di chi inizia è scesa ancora. E ogni fascia sociale è coinvolta»
Sociologo e dirigente del Centro Trentino di Solidarietà Ets - associazione che gestisce una comunità terapeutica per la prevenzione, cura e riabilitazione di persone con dipendenze patologiche sia chimiche che comportamentali e una casa per la cura di persone con Hiv-Aids e patologie correlate alle dipendenze, - Antonio Simula, 52 anni, ha un osservatorio privilegiato sul fenomeno della tossicodipendenza. La Verità lo ha contattato per un commento sulla situazione, alla luce anche dell’ultima Relazione annuale.
Simula, che giudizio dà del quadro emergente dall’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia?
«Di emergenza droga se ne parla da anni. Dalla prima Relazione al Parlamento, il fenomeno delle tossicodipendenze rappresenta una drammatica realtà che colpisce “democraticamente” l’Italia intera. Non ci sono più fasce di età o classi sociali più coinvolte. Dopo ogni presentazione si discute sulle strategie da adottare per ridurre la crescita di questo fenomeno che ogni giorno pone fine alla vita di decine di giovani. Il consumo di alcol e sostanze stupefacenti tra gli adolescenti non ha registrato diminuzioni rispetto al passato ma è cambiato l’atteggiamento sociale: si è trasformato in una silenziosa tolleranza dell’ormai “ne fanno uso tutti”».
C’è chi, alla pubblicazione della Relazione, ha colto la palla al balzo – dato che la cannabis rimane la sostanza più usata dai giovani – per rilanciare la richiesta della legalizzazione di questa sostanza. Che ne pensa?
«La cannabis è la sostanza più usata sia come sostanza primaria che come sostanza secondaria, seguita dalla cocaina usata associata all’uso problematico di alcol. L’attenzione verso la cannabis è sacrosanta, certo. Ma sono state segnalate più di 800 droghe sul mercato, molte delle quali disponibili su Internet. Nel mercato dello sballo è sempre più florida la produzione di nuove sostanze psicoattive. Sono sostanze che vanno fortissime per una stagione, poi vengono abbandonate. I ragazzi portano con sé una sofferenza psichica profonda che cercano di attenuare sia con l’alcol e le droghe, ma anche con l’autolesionismo e con un rapporto alterato con il cibo. Ma secondo lei il problema fondamentale è la legalizzazione della cannabis? Ma piuttosto che pensare alla legalizzazione, sarebbe l’ora di riconsegnare l’adolescenza ai nostri figli, con nuovi e solidi riferimenti valoriali».
A spingere i giovani verso le droghe, oggi, è ancora una certa cultura dello sballo oppure prevale il disagio?
«L’età della prima assunzione è sempre più precoce. Oggi le droghe come i comportamenti additivi sono sostitutive dei legami sociali. Abbiamo un’adolescenza abbandonata. In Italia, ogni anno sono circa quattro milioni i ragazzi e le ragazze che decidono di togliersi la vita o tentano di farlo. Il cambiamento della tipologia di sostanze e della modalità della loro assunzione si inserisce in una cornice di grandi mutamenti sociali e culturali; come veri e propri prodotti di mercato, le sostanze rispondono a tutti i molteplici bisogni del consumatore. A seconda dell’esigenza si consumano droghe stimolanti come i derivanti delle anfetamine o la cocaina, o rilassanti come la cannabis e l’hashish. Si aggiungono poi le new addiction, che vanno a complicare la situazione. Il fenomeno della dipendenza è figlio di una società che ha delegato la formazione e la trasmissione dei valori ad una cultura che vuole “tutto e subito” e anche che sia facile ottenerlo».
Cosa possono fare la politica e le istituzioni per una maggiore prevenzione del fenomeno?
«La droga in Italia ha un giro d’affari di oltre 15 miliardi di euro ed il consumo di sostanze è percepito dai giovani come un marker di successo e identitario pericolosissimo. Bisogna investire su un sistema di prevenzione che non gravi solo ed esclusivamente sulla famiglia ma che avvenga attraverso il supporto ed il coinvolgimento della comunità di appartenenza. Il risultato di un lavoro di rete tra le amministrazioni locali e le principali agenzie educative. Le amministrazioni, la prefettura, i consultori, le scuole, le agenzie educative tutte - oratori, centri sportivi ed allenatori, centri di aggregazione giovanile, altre realtà di volontariato -, devono proporre un’azione formativa sinergica e permanente ed essere quindi in grado di sostenere la famiglia, sempre più sola, nel suo ruolo educativo. È responsabilità del mondo adulto offrire ai giovani occasioni di vita, occasioni in cui si sentano protagonisti e attori principali della propria vita. E non dobbiamo aver paura di proporre loro occasioni forti perché altrimenti se le vanno a cercare altrove».
La distopia liberal di San Francisco
Solo nello scorso mese di maggio sono morte 66 persone, più di due al giorno. È il tragico, parziale e in continua evoluzione bilancio dei morti di overdose di San Francisco, la metropoli americana da anni stretta nella morsa della tossicodipendenza. Per ricordare qualche numero, nel 2022 i reclami relativi all’uso di aghi in luoghi pubblici sono stati quasi 6.300. Lo scorso anno i morti per overdose sono stati 806: il dato peggiore di sempre per la ricca città della west coast, e soprattutto è un dato che segna un’impennata devastante. Nel 2017, infatti, lo stesso comunque tragico conteggio era di 222 vittime: significa che in sei anni l’aumento delle morti per droga è stato di oltre il 260%. Se lo scorso anno è stato terrificante, come ha scritto Yoohyun Jung sul San Francisco Chronicle, il 2024 è già «sulla buona strada per raggiungere quasi i numeri del 2023».
Il protagonista di questa impennata è il fentalyl, la «droga degli zombie» che sei anni fa mieteva il 10% delle vittime di overdose mentre oggi è di gran lunga il killer più prolifico. Benché la città sia dalla storica fama progressista – è qui che Kamala Harris, la vice di Joe Biden, ha fatto la procuratrice distrettuale -, per arginare la situazione il sindaco London Breed è da poco ricorsa a misure drastiche, da un lato rendendo obbligatorio lo screening antidroga per i beneficiari dell’assistenza sociale, dall’altra allentando le restrizioni per gli agenti di polizia; misure che Politico non ha esitato a definire «di destra».
Resta da capire se questo basterà a mettere sotto controllo la situazione in una città che il degrado lo attira anche da fuori. Dei 718 fermati per abuso di sostanze tra il 30 marzo 2023 e il 2 febbraio 2024, quasi la metà – il 47% – non ha dichiarato di vivere a San Francisco. Numeri, ha detto il sindaco Breed, «che sono la prova che dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per chiudere i nostri mercati della droga che stanno attirando gente qui». Il dato che colpisce è che molte di queste drammatiche criticità sono concentrate in alcuni quartieri, come Tenderloin, dove il degrado è totale, con vie dove è normale imbattersi in feci umane; viceversa, in altre zone della città i ricchi continuano a vivere quasi indisturbati. Soprattutto, continua indisturbata la propaganda progressista, che ha in questa metropoli una sua Mecca.
Basti ricordare che a San Francisco, visto che bianchi e neri non avevano gli stessi risultati, dei funzionari avevano abolito l’algebra per i bambini delle nostre medie al fine di favorire l’«equità»: è stata reintrodotta ad aprile dopo 10 anni. C’è perfino un programma di reddito garantito per i trans, si chiama Guaranteed income for trans people. Se cambi sesso, in pratica, puoi vivere di sussidi.
Naturalmente, tornando alla droga, San Francisco è anche un laboratorio dov’è stata testata la legalizzazione di quelle «leggere». Che si sta rivelando un fallimento, come ha confermato a un imprenditore del settore, Nate Haas, che gestisce il Moe Greens Dispensary & lounge a San Francisco: «Facciamo pagare troppo ai nostri clienti, è dura competere con il mercato illecito». Da buon politico, il governatore Gavin Newsom pubblicizza la California come il più fiorente mercato legale di cannabis al mondo, ma chi su quel mercato deve camparci lotta ogni giorno con coltivazioni, distribuzione e rivendite illegali che – evadendo il fisco – possono offrire prezzi molto più bassi. La marijuana legale è dunque solo un regalo al degrado, in realtà. L’ennesimo, in questo caso, di una metropoli allo sbando.
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Non è vero che i danni alla salute sono lievi. E legalizzarle non fa diminuire i consumi né mette fuori gioco la criminalità.Il responsabile del centro di accoglienza Ets: «Gli adolescenti cercano un sostituto dei legami sociali che hanno perso. Le sostanze disponibili (anche online) sono centinaia, alcune durano una sola stagione».San Francisco, la città simbolo degli esperimenti sociali progressisti, è spaccata in due: «zombie» vittime del fentanyl in strada, ricchi politicamente corretti rinchiusi nei quartieri chic.Lo speciale contiene tre articoli.«Abbiamo un abbassamento dell’età del primo approccio della popolazione giovanile alla droga, con quasi 960.000 giovani tra i 15 e i 19 anni, ossia il 39% della popolazione studentesca, in pratica quattro studenti su dieci, che hanno assunto nella loro vita almeno una volta una sostanza psicoattiva illegale». Così, giorni fa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano aveva sintetizzato le 112 pagine della Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia. Un documento pubblicato in tempi in cui, a livello nazionale e internazionale, le spinte per la legalizzazione delle cosiddette «droghe leggere» sono sempre più pressantiIl 25 giugno scorso, davanti al ministero dell’Istruzione e del Merito, i Radicali Italiani hanno piantato una piantina di cannabis e Filippo Blengino, tesoriere del partito, ha espresso la necessità di una sua legalizzazione. Il giorno dopo la Corte suprema del Brasile, con otto voti a favore e tre contrari, ha deciso di depenalizzare il possesso di cannabis per uso personale. Sempre il 26 giugno – che è la Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga – l’Onu ha pubblicato il World Drug Report 2024, sostenendo che, a livello internazionale, la legalizzazione della marijuana «potrebbe» aver contribuito a ridurre le dimensioni dei mercati illeciti e il suo stesso consumo. Notizia che avrà fatto felice la Germania che, da aprile, è il più grande Paese Ue ad aver legalizzato la cannabis a scopo ricreativo, dando il là alla segretaria del Pd, Elly Schlein, per rilanciare il tema anche in Italia. La connotazione ideologica dei supporter della legalizzazione della cannabis - e la stessa prudenza con cui l’Onu parla dei presunti successi di questa strategia -, suggerisce di dare uno sguardo alle evidenze più sicure, che in realtà vanno nella direzione opposta alle tesi antiproibizioniste; a partire dall’idea che staremmo parlando di una sostanza «leggera». Così «leggera» che a marzo, su Scientific American, Jesse Greenspan ha scritto un articolo dove segnala che «oltre agli effetti collaterali minori su cui molti consumatori scherzano, come la perdita di memoria a breve termine, studi recenti hanno collegato la marijuana a effetti negativi sulla salute che coinvolgono polmoni, cuore, cervello e gonadi», senza dimenticare «la schizofrenia, la psicosi e la depressione, che influisce sul comportamento e sul rendimento scolastico». Proprio una sostanza «leggera», non c’è che dire. Un’altra classica tesi narcofila è quella per cui legalizzare una sostanza contribuirebbe, anche se non è chiaro perché (per la fine del fascino del proibito?), a ridurne l’uso. Peccato che un’indagine uscita nel 2021 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, basata sui dati raccolti tra 300.000 studenti in 15 anni e in 20 distinti Paesi, abbia rilevato il contrario, e cioè che, se da un lato «forme di intervento restrittivo riducono la prevalenza generale del consumo», dall’altro, «riforme più liberali paiono legate ad un aumento della percentuale di studenti che iniziano ad usare cannabis». Chiaramente, a più consumo di droga corrispondono più conseguenze negative. Lo scorso anno su Substance Use: Research and Treatment è uscita una ricerca che, a partire da 61 studi pubblicati tra il 2016 al 2022, ha verificato l’impatto della legalizzazione della cannabis «a scopo ricreativo»; ebbene, per quanto la letteratura dia «risultati contrastanti», non si è avuta difficoltà a rintracciare le «conseguenze negative della legalizzazione, come aumento dell’uso da parte di giovani adulti, delle visite mediche correlate alla cannabis e delle guida in stato di ebbrezza». A proposito di guida in stato di ebbrezza, in uno studio dell’Università della British Columbia pubblicato sul New England Journal of Medicine - tra le massime riviste scientifiche al mondo - cura di Jeffrey Brubacher si sono esaminati i campioni di sangue di oltre 4.339 conducenti rimasti «feriti moderatamente» e che, tra il 2013 e il 2020, hanno ricevuto successive cure presso quattro centri traumatologici. Ebbene, a partire da tale campione, si è visto come, se prima della legalizzazione della cannabis il 3,8% dei conducenti feriti aveva concentrazioni di Thc superiori al limite di guida legale canadese (due nanogrammi/ml), tale percentuale, dopo la legalizzazione, è schizzata all’8,6%. Un’impennata clamorosa in soli due anni: un dato che deve far riflettere.Altre due tesi antiproibizoniste sono quelle secondo cui la droga legale toglierebbe terreno a mafie e mercato nero. Iniziando con le mafie, una risposta alla vulgata è stata già data nel 2019 sul Corriere della Sera, testata non certo conservatrice, da Massimo Gaggi, a partire dall’esperienza di ben 11 Stati Usa e del Canada. «Ci si aspettava di spazzare via un intero settore dell’economia criminale creando al tempo stesso un nuovo settore economico legale che produce lavoro ed entrate fiscali», spiegava Gaggi, aggiungendo: «Non è andata così: tanto in Canada quanto negli Usa la marijuana illegale continua a prevalere su quella che transita per i canali regolari. In sostanza il racket della droga si è dimostrato abile e reattivo nell’abbassare i costi del suo prodotto importato illegalmente». Anche l’idea di chissà quali introiti fiscali vacilla. Nel 2022 Robin Goldstein e Daniel Sumner hanno dato alle stampe il libro Can Legal Weed Win? The Blunt Realities of Cannabis Economics (University of California Press) in cui raccontano come, a 10 anni dall’esperimento americano della legalizzazione della marijuana, molte aziende di marijuana restino in rosso e le entrate fiscali siano irrisorie, col mercato legale che cresce pianissimo. Per dire, a tre anni dalla legalizzazione, Goldstein e Sumner stimavano che appena un quarto dell’erba fosse importata in California da venditori autorizzati. 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E ogni fascia sociale è coinvolta» Sociologo e dirigente del Centro Trentino di Solidarietà Ets - associazione che gestisce una comunità terapeutica per la prevenzione, cura e riabilitazione di persone con dipendenze patologiche sia chimiche che comportamentali e una casa per la cura di persone con Hiv-Aids e patologie correlate alle dipendenze, - Antonio Simula, 52 anni, ha un osservatorio privilegiato sul fenomeno della tossicodipendenza. La Verità lo ha contattato per un commento sulla situazione, alla luce anche dell’ultima Relazione annuale. Simula, che giudizio dà del quadro emergente dall’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia? «Di emergenza droga se ne parla da anni. Dalla prima Relazione al Parlamento, il fenomeno delle tossicodipendenze rappresenta una drammatica realtà che colpisce “democraticamente” l’Italia intera. Non ci sono più fasce di età o classi sociali più coinvolte. Dopo ogni presentazione si discute sulle strategie da adottare per ridurre la crescita di questo fenomeno che ogni giorno pone fine alla vita di decine di giovani. Il consumo di alcol e sostanze stupefacenti tra gli adolescenti non ha registrato diminuzioni rispetto al passato ma è cambiato l’atteggiamento sociale: si è trasformato in una silenziosa tolleranza dell’ormai “ne fanno uso tutti”». C’è chi, alla pubblicazione della Relazione, ha colto la palla al balzo – dato che la cannabis rimane la sostanza più usata dai giovani – per rilanciare la richiesta della legalizzazione di questa sostanza. Che ne pensa? «La cannabis è la sostanza più usata sia come sostanza primaria che come sostanza secondaria, seguita dalla cocaina usata associata all’uso problematico di alcol. L’attenzione verso la cannabis è sacrosanta, certo. Ma sono state segnalate più di 800 droghe sul mercato, molte delle quali disponibili su Internet. Nel mercato dello sballo è sempre più florida la produzione di nuove sostanze psicoattive. Sono sostanze che vanno fortissime per una stagione, poi vengono abbandonate. I ragazzi portano con sé una sofferenza psichica profonda che cercano di attenuare sia con l’alcol e le droghe, ma anche con l’autolesionismo e con un rapporto alterato con il cibo. Ma secondo lei il problema fondamentale è la legalizzazione della cannabis? Ma piuttosto che pensare alla legalizzazione, sarebbe l’ora di riconsegnare l’adolescenza ai nostri figli, con nuovi e solidi riferimenti valoriali». A spingere i giovani verso le droghe, oggi, è ancora una certa cultura dello sballo oppure prevale il disagio? «L’età della prima assunzione è sempre più precoce. Oggi le droghe come i comportamenti additivi sono sostitutive dei legami sociali. Abbiamo un’adolescenza abbandonata. In Italia, ogni anno sono circa quattro milioni i ragazzi e le ragazze che decidono di togliersi la vita o tentano di farlo. Il cambiamento della tipologia di sostanze e della modalità della loro assunzione si inserisce in una cornice di grandi mutamenti sociali e culturali; come veri e propri prodotti di mercato, le sostanze rispondono a tutti i molteplici bisogni del consumatore. A seconda dell’esigenza si consumano droghe stimolanti come i derivanti delle anfetamine o la cocaina, o rilassanti come la cannabis e l’hashish. Si aggiungono poi le new addiction, che vanno a complicare la situazione. Il fenomeno della dipendenza è figlio di una società che ha delegato la formazione e la trasmissione dei valori ad una cultura che vuole “tutto e subito” e anche che sia facile ottenerlo». Cosa possono fare la politica e le istituzioni per una maggiore prevenzione del fenomeno? «La droga in Italia ha un giro d’affari di oltre 15 miliardi di euro ed il consumo di sostanze è percepito dai giovani come un marker di successo e identitario pericolosissimo. Bisogna investire su un sistema di prevenzione che non gravi solo ed esclusivamente sulla famiglia ma che avvenga attraverso il supporto ed il coinvolgimento della comunità di appartenenza. Il risultato di un lavoro di rete tra le amministrazioni locali e le principali agenzie educative. Le amministrazioni, la prefettura, i consultori, le scuole, le agenzie educative tutte - oratori, centri sportivi ed allenatori, centri di aggregazione giovanile, altre realtà di volontariato -, devono proporre un’azione formativa sinergica e permanente ed essere quindi in grado di sostenere la famiglia, sempre più sola, nel suo ruolo educativo. È responsabilità del mondo adulto offrire ai giovani occasioni di vita, occasioni in cui si sentano protagonisti e attori principali della propria vita. 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Lo scorso anno i morti per overdose sono stati 806: il dato peggiore di sempre per la ricca città della west coast, e soprattutto è un dato che segna un’impennata devastante. Nel 2017, infatti, lo stesso comunque tragico conteggio era di 222 vittime: significa che in sei anni l’aumento delle morti per droga è stato di oltre il 260%. Se lo scorso anno è stato terrificante, come ha scritto Yoohyun Jung sul San Francisco Chronicle, il 2024 è già «sulla buona strada per raggiungere quasi i numeri del 2023». Il protagonista di questa impennata è il fentalyl, la «droga degli zombie» che sei anni fa mieteva il 10% delle vittime di overdose mentre oggi è di gran lunga il killer più prolifico. Benché la città sia dalla storica fama progressista – è qui che Kamala Harris, la vice di Joe Biden, ha fatto la procuratrice distrettuale -, per arginare la situazione il sindaco London Breed è da poco ricorsa a misure drastiche, da un lato rendendo obbligatorio lo screening antidroga per i beneficiari dell’assistenza sociale, dall’altra allentando le restrizioni per gli agenti di polizia; misure che Politico non ha esitato a definire «di destra». Resta da capire se questo basterà a mettere sotto controllo la situazione in una città che il degrado lo attira anche da fuori. Dei 718 fermati per abuso di sostanze tra il 30 marzo 2023 e il 2 febbraio 2024, quasi la metà – il 47% – non ha dichiarato di vivere a San Francisco. Numeri, ha detto il sindaco Breed, «che sono la prova che dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per chiudere i nostri mercati della droga che stanno attirando gente qui». Il dato che colpisce è che molte di queste drammatiche criticità sono concentrate in alcuni quartieri, come Tenderloin, dove il degrado è totale, con vie dove è normale imbattersi in feci umane; viceversa, in altre zone della città i ricchi continuano a vivere quasi indisturbati. Soprattutto, continua indisturbata la propaganda progressista, che ha in questa metropoli una sua Mecca. Basti ricordare che a San Francisco, visto che bianchi e neri non avevano gli stessi risultati, dei funzionari avevano abolito l’algebra per i bambini delle nostre medie al fine di favorire l’«equità»: è stata reintrodotta ad aprile dopo 10 anni. C’è perfino un programma di reddito garantito per i trans, si chiama Guaranteed income for trans people. Se cambi sesso, in pratica, puoi vivere di sussidi. Naturalmente, tornando alla droga, San Francisco è anche un laboratorio dov’è stata testata la legalizzazione di quelle «leggere». Che si sta rivelando un fallimento, come ha confermato a un imprenditore del settore, Nate Haas, che gestisce il Moe Greens Dispensary & lounge a San Francisco: «Facciamo pagare troppo ai nostri clienti, è dura competere con il mercato illecito». Da buon politico, il governatore Gavin Newsom pubblicizza la California come il più fiorente mercato legale di cannabis al mondo, ma chi su quel mercato deve camparci lotta ogni giorno con coltivazioni, distribuzione e rivendite illegali che – evadendo il fisco – possono offrire prezzi molto più bassi. La marijuana legale è dunque solo un regalo al degrado, in realtà. L’ennesimo, in questo caso, di una metropoli allo sbando.
Il museo Leonardo3 di Milano presenta al pubblico la ricostruzione funzionante dell'orologio progettato dal genio toscano tra il 1490 e il 1493.
Sergio Mattarella (Ansa)
C’è un cdm riprogrammato e annunciato da Matteo Salvini per martedì, ma conterrà solo un pezzetto del piano, quello «che mette a disposizione delle Aziende Casa, delle Aler e delle Ater circa 950 milioni di euro destinati alla manutenzione e al recupero del patrimonio pubblico di edilizia residenziale non a norma. Per il resto, tutto ciò che riguarda le nuove costruzioni, tocca aspettare momenti migliori (che si diradino le nubi di guerra che arrivano dall’Iran) e il via libera del Quirinale.
Ma cosa contestano dal Colle? Secondo quando risulta alla Verità, i nodi da sciogliere riguarderebbero la velocizzazione delle procedure di rilascio degli immobili, il rafforzamento della tutela del proprietario e l’introduzione di conseguenze penali per chi non esegue l’ordine di rilascio. Su alcune questioni i tecnici della presidenza della Repubblica ritengono che lo strumento della decretazione d’urgenza rappresenti una forzatura.
Soprattutto per quei provvedimenti che prevedono una modifica del codice di procedura civile, insomma, servirebbe un disegno di legge.
Non parliamo di minuzie, perché in un progetto così ampio di social housing il rapporto di tutele tra proprietario e affittuario è fondamentale. Ma nulla che non possa essere risolto. Anche perché val la pena ricordare le cifre e gli investimenti di cui stiamo parlando.
Martedì, come detto, il cdm darà il via libera a un primo consistente pacchetto di risorse per rimettere in gioco su tutto il territorio nazionale tra i 50.000 e i 60.000 appartamenti oggi non utilizzabili. Mentre, nelle intenzioni del vicepremier Matteo Salvini, la seconda gamba del progetto pubblico dovrebbe portare alla nascita di nuovi contesti abitativi anche grazie all’introduzione di formule innovative di riscatto progressivo (si pensi al rent to buy) rivolte soprattutto a famiglie e giovani che non riescono ad accedere a un mutuo ma non rientrano nei criteri dell’edilizia popolare.
Non solo. Perché poi c’è la terza gamba: quella dei privati. Sul piatto un miliardo, ma sono avviatissimi i contratti con investitori che nel tempo dovrebbero portare il loro impegno fino a raggiungere quota 20 miliardi. A coordinare il tutto uno dei manager italiani più navigati del settore, l’ex Hines Mario Abbadessa, che ha avuto un ruolo fondamentale nel coinvolgere il fondo degli Emirati Mubadala. Della partita dovrebbero far parte anche altri fondi sovrani, così come un ruolo fondamentale sarà giocato da Cdp, diverse assicurazioni private (sono in trattativa Poste Vita, Generali Vita, Intesa Vita e Unipol) oltre a casse previdenziali e fondi pensione. Mentre quello di Confindustria sarà un ruolo più operativo (indicare città e quartieri con il maggior «potenziale» lavorativo). Obiettivo: 100.000 nuove abitazioni nell’arco di dieci anni.
Piano casa con il quale sicuramente non sarà d’accordo l’europarlamentare Ilaria Salis, che nelle scorse ore si è fatta nuovamente «riconoscere» per un paio di emendamenti presentati al Piano casa Ue. In uno di questi si «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti». Siamo alla legalizzazione dell’esproprio proletario.
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(Ansa)
Sia chiaro, non è una certezza, ma la probabilità è alta: anche perché il conto rischia di essere salato per i Paesi del Golfo tra attacchi alle infrastrutture energetiche, export rallentato, turismo colpito, premi assicurativi in aumento e spesa militare in salita. In più, il ministro dell’Energia del Qatar ha avvertito che, se il conflitto proseguisse ancora per settimane, tutti gli esportatori del Golfo potrebbero essere costretti a fermare le spedizioni.
Per l’Italia il punto è molto semplice: Roma ha scommesso una parte della sua politica industriale e geopolitica sul capitale del Golfo. A febbraio 2025 gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato investimenti per 40 miliardi di dollari in Italia, concentrati su intelligenza artificiale, data center, spazio, rinnovabili e materie prime critiche; nello stesso pacchetto sono stati firmati oltre 40 accordi. Un mese prima, l’Italia aveva siglato con l’Arabia Saudita accordi di cooperazione industriale per circa 10 miliardi di dollari, in settori che vanno dalle infrastrutture all’energia, dalla difesa al turismo. E a marzo 2025 Sace e il Public Investment Fund saudita hanno firmato un memorandum che prevede fino a tre miliardi di dollari di supporto a progetti guidati dal Pif e dalle sue partecipate.
Per questo la vera domanda non è se i Paesi arabi «venderanno l’Italia» domani mattina. La questione è un’altra: quanti dossier italiani rischiano di restare congelati prima ancora di arrivare a esecuzione? Se i governi del Golfo devono usare i fondi sovrani come cuscinetto interno, la priorità diventa stabilizzare casa propria. Lo scenario base non è quello di una svendita forzata di asset esteri, ma piuttosto di un rallentamento degli investimenti e di un riequilibrio silenzioso dei portafogli. Per l’Italia, che su molti dossier col Golfo è ancora nella fase delle promesse, questa è forse la minaccia più concreta.
Il rischio è particolarmente alto nei comparti dove il capitale del Golfo è strategico. Pensiamo all’energia e alle rinnovabili, dove la cooperazione con Masdar e altri soggetti emiratini è stata presentata come un asse chiave; pensiamo all’aerospazio e alla difesa, dove gli accordi Italia-Emirati e Italia-Arabia Saudita hanno una dimensione industriale, tecnologica e geopolitica; pensiamo all’Ia e ai data center, cioè esattamente quei settori che Palazzo Chigi aveva indicato come terreno privilegiato dei 40 miliardi annunciati da Abu Dhabi.
C’è poi un secondo livello, meno visibile ma più immediato: l’energia. Il Qatar vale circa 7 miliardi di metri cubi di gas all’anno per l’Italia, pari a circa l’11% dei consumi nazionali. Per ora Snam ha detto di non vedere interruzioni nel breve, perché le navi previste per marzo erano già partite prima dell’esplosione della crisi e avevano già superato Hormuz. Ma il messaggio politico ed economico è già arrivato: se il Golfo si blocca, l’Italia non subisce solo un eventuale rallentamento degli investimenti, ma anche uno choc sui prezzi energetici, sui costi logistici e sugli esportatori. Non a caso il ministro Antonio Tajani ha detto che il governo sta preparando misure per proteggere imprese e famiglie dall’impatto della crisi, sottolineando il peso strategico del Golfo per l’economia italiana.
Del resto, i fondi sovrani dell’area amministrano circa 5.000 miliardi di dollari e, in caso di crisi prolungata, la pressione politica per usarli a fini di stabilizzazione interna aumenterà inevitabilmente.
Ma, dove sono in Italia i fondi in arrivo dal Golfo? Nel 2025 i principali investimenti arabi in Italia si concentrano su lusso, immobiliare, energia e industria. Il Qatar è l’attore più visibile: tramite Qia controlla Porta Nuova a Milano, hotel iconici a Milano, Roma e Firenze e, con Smeralda Holding, la Costa Smeralda in Sardegna. Nella moda, Mayhoola resta centrale con Valentino, Pal Zileri e il fondo Iq Made in Italy, creato per sostenere imprese italiane di moda, food, arredo e tempo libero. Sul piano industriale il rapporto è sempre più strategico: Saipem ed Eni sono partner chiave del Qatar nell’energia e nel Gnl.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno, poi, messo il turbo negli investimenti nel 2025 con un piano da 40 miliardi di dollari: focus su data center, Ia, infrastrutture energetiche, difesa e aerospazio, con Leonardo. In Toscana e Versilia avanzano nel real estate di fascia alta, come mostra l’acquisto del Grand Hotel Imperiale di Forte dei Marmi da parte di Mohamed Alabbar.
L’Arabia Saudita, tramite Pif, punta invece su tecnologia, ospitalità e supporto alle imprese italiane coinvolte nei mega-progetti sauditi: l’accordo con Sace e l’ingresso nel capitale di Rocco Forte Hotels ne sono i segnali più forti. Kuwait e Bahrain restano presenti con partecipazioni più silenziose in grandi gruppi e nuove intese in salute e biotech.
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