
Sono state necessarie due settimane di proteste con centinaia di arresti e tre morti, perché il re del Marocco facesse sentire la sua voce per rispondere alle richieste dei giovani marocchini.
Il movimento è guidato dalla cosiddetta GenZ 212, con riferimento all’età di chi scende in piazza cioè gli appartenenti alla cosiddetta «Generazione Z» con cui si indicano i nati tra il 1997 e il 2012 (e al prefisso internazionale del Paese (+212). In Marocco i manifestanti rappresentano quasi il 30% della popolazione totale e e anche se non hanno un leader dichiarato, utilizzano i social media come TikTok per organizzarsi.
Per il Marocco si tratta di più rilevanti proteste dalle Primavere arabe del 2011, che comunque, sfiorarono Rabat in maniera molto superficiale. Il movimento di protesta ha preso spunto da quello che si è già visto in Sri Lanka, Nepal e Madagascar ed il colpevole è sempre la classe politica ed economica della nazione, ritenuta colpevole della povertà della maggioranza della popolazione. Re Mohammed VI ha chiesto di accelerare le riforme per creare posti di lavoro per i giovani, migliorare i servizi pubblici e ridurre le disuguaglianze regionali, prestando maggiore attenzione alle regioni montuose e alle oasi. Non ha mai fatto cenno nel suo discorso alla nazione al movimento di protesta e non ha licenziato, come richiesto dai manifestanti, il Primo ministro Aziz Akhannouch, ritenuto il principale colpevole della situazione.
La miccia che ha fatto esplodere la situazione è stata la morte di otto donne incinte nel giro di pochi giorni all’ospedale pubblico di Agadir. Le condizioni della sanità e dei servizi pubblici del Marocco sono il principale motivo della protesta che usa la classe politica di essere corrotta di portare avanti soltanto progetti di facciata per far credere al resto del mondo che l’infrastrutture funzionino. Lo slogan più utilizzato è «più ospedali e meno Stati», un motto che vuole criticare gli investimenti per la Coppa d’Africa che si terrà in Marocco a dicembre e soprattutto per l’organizzazione dei mondiali del 2030 in coabitazione con Spagna e Portogallo. I giovanissimi manifestanti si sono appellati più volte al re, che in Marocco rimane una figura intoccabile ammontato di una sacralità religiosa che incute rispetto in tutte le generazioni. Mohammed VI è stato molto assente negli ultimi mesi dal suo paese e sono girati tante voci sul fatto che sia malato, ma nessuna conferma ufficiale è mai arrivata dalla corte. Le proteste non si sono fermate e hanno sconvolto Tangeri, Casablanca e la capitale, Rabat, ma la rabbia nasce nelle periferie dove non arrivano soldi pubblici e dove i politici si presentano soltanto per richiedere il voto.
In Marocco Il tasso di disoccupazione è al 12,8%, con la disoccupazione giovanile che raggiunge il 35,8% e il 19% tra i laureati, secondo i dati ufficiali e sono proprio questi ultimi a cavalcare la protesta con maggior convinzione. Il portavoce del governo Mustapha Baitas ha lanciato nuovi appelli al dialogo, sottolineando il fatto che il governo è disposto ad ascoltare le proposte dei giovani. Intanto, però, continuano gli arresti e non sono stati rilasciati i detenuti politici, come richiesto dai manifestanti. Il Marocco è internazionalmente considerata una delle nazioni più stabili dell’intero continente africano e vanta un rapporto molto solido con gli Stati Uniti. Il segretario di Stato americano Marco Rubio sta seguendo con molta attenzione quello che accade e ha manifestato il suo sostegno al re e al governo di Rabat.
Mentre in Marocco le proteste rallentano soltanto ma senza fermarsi, in Madagascar, dove erano cominciate prima che nel Maghreb, alcuni reparti dell’esercito hanno preso il controllo delle forze armate unendosi alla generazione Z e dichiarando di essere il nuovo potere ad Antananarivo. La situazione nella più grande isola africana resta molto confusa e il presidente Andry Rajoelina non appare in pubblico da ore. Il colpo di Stato al momento sembra essere scongiurato con la nomina di un nuovo Primo ministro che piace ai militari, ma i giovani restano in piazza.






