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2022-05-09
L’Ue sa decidere solo come buttare i soldi
(IStock)
«L’obiettivo è il ritiro completo dei russi dall’Ucraina». Lo ha detto il presidente ucraino,
Volodymyr Zelensky in videoconferenza con i leader dei Paesi del G7. A ospitare la call, il cancelliere tedesco
Olaf Scholz, che aveva invitato
Zelensky a «partecipare e riferire sulla situazione attuale». Nel gruppo dei 7 grandi della Terra, riunito anche per commemorare la fine della seconda guerra mondiale, il presidente Usa
Joe Biden, il presidente francese
Emanuel Macron, il premier inglese
Boris Jhonson, quello italiano
Mario Draghi e il primo ministro del Giappone
Fumio Kishida. Oltre alla presidente della Commissione Ue
Ursula von der Layen e al Segretario della Nato
Jens Stolnteberg. Assente il premier canadese
Justin Trudeau in visita ieri a Irpin. In una nota diffusa a fine vertice si legge che per il G7 «l’aggressione di
Putin all’Ucraina è un’onta sulla Russia e sugli storici sacrifici del suo popolo. La Russia ha violato l’ordine internazionale basato sulle regole, in particolare la Carta delle Nazioni unite, concepita dopo la seconda guerra mondiale per risparmiare alle successive generazioni la piaga della guerra». Inoltre le sette maggiori economie avanzate si impegnano a «eliminare progressivamente o a mettere al bando le importazioni di petrolio russo», ma con modalità e tempistiche «ordinate» e tali da «assicurare al mondo tempo per reperire forniture alternative». Nel comunicato finale si legge anche che i 7 grandi si impegnano a collaborare con i vari partner «per assicurare forniture di energia globali stabili e sostenibili, a prezzi abbordabili per i consumatori, anche accelerando la riduzione della dipendenza complessiva sui combustibili fossili e la transizione verso energie pulite, in linea con i nostri obiettivi climatici». L’impegno sul petrolio è tra quelli assunti nell’ambito delle misure sanzionatorie contro la Russia ma
Biden, collegato dalla sua casa nel Delaware, ha sollecitato il ricorso «a sanzioni senza precedenti per imporre gravi costi a
Putin ma anche ai suoi parenti, a tre stazioni tv russe e ai dirigenti di Gazprombank». La Casa Bianca poi ha vietato agli americani di fornire servizi alle imprese russe. Infatti ieri il ministro degli Esteri ucraino
Dmytro Kuleba, dopo aver sentito il suo omologo Usa
Antony Blinken, ha twittato che si stanno decidendo i modi per «sbloccare le esportazioni alimentari dell’Ucraina e garantire la sicurezza alimentare globale» e che «sono in arrivo nuove sanzioni Usa contro Mosca», anche se nel frattempo la quarta riunione dei rappresentanti diplomatici dei Ventisette (Coreper) è terminata senza l’ok al sesto pacchetto che contiene l’embargo contro il petrolio russo, misura poco gradita ad alcuni Paesi dell’Est europeo particolarmente dipendenti dal greggio di Putin. I negoziati proseguiranno nei prossimi giorni ma intanto per Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, si ipotizza una moratoria fino al 2024 e possibili compensazioni mentre il Coreper continua a discutere sulle misure per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e sulle questioni tecniche legate alla «riconversione infrastrutturale». Infine ieri sera nel discorso alla nazione il cancelliere tedesco
Scholz, ha assicurato: «Sono profondamente convinto:
Putin non vincerà, l’Ucraina resisterà. Libertà e sicurezza vinceranno. Non porteremo la Nato in guerra. Il fatto che non ci debba essere più una guerra mondiale, e certamente non una guerra fra potenze nucleari, anche questo è un insegnamento dell’8 maggio», con riferimento alla commemorazione della capitolazione tedesca nel secondo conflitto mondiale.
UE: C’è poco da festeggiare
Nella giornata di oggi ricorre la Festa dell’Europa, ma cosa c’è da festeggiare? Mentre la guerra che l’Unione Europea si vantava di avere finora scongiurato bussa alle nostre porte, e l’ideologia green scricchiola minacciata dalla crisi energetica, a Bruxelles rimane solo una cosa da fare: affilare le armi in vista delle prossime elezioni europee. Mancano ancora due anni all’appuntamento con il voto, ma gli euroburocrati già si preparano alla battaglia contro chi la pensa diversamente da loro. Dai programmi sull’educazione civica, alle iniziative sulla cittadinanza, al potenziamento delle sedi di Europa Experience, fino alle esclusive scuole per i figli dei funzionari, l’unico obiettivo prefissato è quello di confermare la bontà dell’ideologia europeista. Perché, come affermava saggiamente Noam Chomsky, «la propaganda è in democrazia quello che il randello è in uno stato totalitario». Sarà sufficiente riversare montagne di soldi su questi progetti per riavvicinare l’Unione ai propri cittadini?
Ventisei milioni ai centri di venerazione dell’euroideologia
Concepiti per «avvicinare i visitatori all’Unione europea attraverso esposizioni che combinano elementi progettuali e allestimenti innovativi con tecnologie mediatiche all’avanguardia e funzionalità interattive», i centri Europa Experience rappresentano dei veri e propri mausolei dell’europeismo. Già presenti a Parigi, Berlino, Copenhagen, Helsinki, Lubiana e Tallinn, entro il 2024 faranno capolino in tutti gli Stati membri. Muovendosi tra schermi e poltroncine i visitatori possono avvalersi dei dispositivi multimediali a disposizione del pubblico. Comprensibilmente, tutto ciò ha un costo abbastanza importante. Solo nel 2023, saranno a disposizione 26 milioni di euro. Ma negli anni, come documentato dal nostro quotidiano, le spese di manutenzione hanno toccato cifre a sei zeri, con gli 1,3 milioni spesi per ristrutturazione e allestimento della sede di Tallinn. L’Europarlamento ha in previsione di stanziare cifre ingenti anche per strutture analoghe. Nel bilancio del 2022 sono stati destinati 3 milioni di euro per la Casa della storia europea, situata nell’edificio Eastman a Bruxelles, il cui obiettivo è diventare «il museo di riferimento sui fenomeni transnazionali che hanno plasmato il nostro continente». Altri 29 milioni di euro sono stati stanziati a supporto della linea «Centro visitatori del Parlamento europeo», che comprende il «Parlamentarium», spettacolare struttura con annessa sala cinematografica per gustare una «panoramica a 360 gradi dell’Europa e del suo Parlamento» e una gigantesca mappa interattiva sul pavimento.
Scuole: Istituti esclusivi catechizzano i rampolli dei funzionari
Senza smettere di guardare alle loro patrie con amore e orgoglio, diventeranno, nello spirito, degli Europei, ben preparati a completare e consolidare l’opera intrapresa dai loro padri per l’avvento di un’Europa unita e prospera». È questa l’iscrizione suggellata, sotto forma di pergamena, nelle tredici Scuole europee. Tecnicamente le istituzioni sono aperte anche ai comuni mortali, ma in realtà accolgono perlopiù i figli dei funzionari europei dalla scuola dell’infanzia fino all’equivalente della scuola media italiana. Più di otto studenti su dieci (su una popolazione di 28.000 alunni) delle 13 sedi fanno parte della «categoria 1», cioè quella dei soggetti aventi diritto per status lavorativo dei propri genitori, e solo una minima parte delle iscrizioni arriva da famiglie private. Sono ingenti gli stanziamenti da parte della Commissione europea. Nel triennio 2020-2022, infatti, Bruxelles ha destinato la bellezza di 583,7 milioni a sostegno di queste strutture. I «figli di papà» sono ovviamente esentati dal pagamento della salatissima retta. Un anno alle medie in categoria 3 (figli di diplomatici e di funzionari Nato) e alla Scuola europea con sede a Varese può sfiorare, invece, gli 8.000 euro annui. Va ancora peggio per gli studenti di categoria 2, figli di dipendenti di aziende che hanno sottoscritto accordi con la Ue, per i quali l’impegno annuo varia dai 10.000 euro della sede di Bruxelles ai 18.900 euro della sede di Bergen (Belgio).
La costosa propaganda dell’orgoglio comunitario
Proteggere e promuovere i valori dell’Unione. È questo lo scopo del programma «Cittadini, eguaglianza, diritti e valori», lanciato nel 2021 con una dotazione di ben 200 milioni di euro per il solo anno in corso. Una serie di pilastri, alcuni condivisibili come il progetto Daphne per combattere la violenza di genere e contro i bambini, e altri più incentrati sul versante della propaganda. Come quello che riguarda la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini, con una dotazione di 17,4 milioni di euro per finanziare progetti transnazionali finalizzati a promuovere la partecipazione dei cittadini e delle associazioni rappresentative alla vita democratica e civica dell’Ue, tra i quali quelli relative alle elezioni del 2024. C’è poi un bando a parte sulla protezione e promozione dei valori dell’Unione, per il quale sono stati stanziati 51 milioni di euro. Tra i progetti più spinti sul piano ideologico troviamo il polacco «L’Unione europea - spiegata semplicemente» (51.000 euro) e il francese «Attori civici - una risorsa per l’Europa», che si propone la costruzione dell’orgoglio civico europeo (300.000 euro). Una menzione a parte per «Le storie e i valori dell’Europa», del francese Centro europeo Schuman, che parte dall’assunto che i giovani europei comprendono sempre meno i traumi della guerra e «questo permette ad alcuni di raccontare la storia a modo loro, in una mitologia euroscettica e nazional-populista». Occorre invece, argomentano i proponenti, ripartire dalla «incarnazione» dell’Europa nei suoi padri fondatori e nei promotori della democrazia. Contributo: 270.000 euro.
Più che di educazione civica si tratta di indottrinamento
Si scrive educazione civica, si legge indottrinamento. Sembra uscita da un manuale di propaganda d’altri tempi la «Relazione sull’attuazione di misure di educazione civica», approvata dal Parlamento europeo nel corso della sessione plenaria del 23 marzo scorso anche grazie ai voti degli eurodeputati italiani del Pd e del M5s, e con il voto contrario dei leghisti di Identità e democrazia. Gli estensori del documento spiegano che «ai fini del processo di globalizzazione in atto e dell’integrazione europea, è necessario che la nuova generazione di cittadini europei partecipi in misura sempre maggiore alla sfera politica», e si rammaricano a più riprese della scarsità delle iniziative in materia di educazione civica da parte degli Stati membri. In soccorso di una situazione definita preoccupante arrivano le proposte strampalate formulate dagli uffici di Strasburgo. C’è l’invito a creare il marchio di «euro insegnante» per favorire una «dimensione europea dell’istruzione», così come l’introduzione di «tesserini europei per le scuole e università che promuovono attivamente l’educazione civica», da affiancare a un «premio europeo a sostegno degli educatori e attori locali che promuovono attivamente l’educazione all’Ue». Ma il vertice del grottesco si raggiunge con l’invito alla Commissione a «valutare la possibilità di sostenere la creazione, in ogni comune degli Stati membri, di un monumento dell’Unione europea al fine di offrire ai cittadini un simbolo visivo dell’integrazione europea».
«Recovery plan e Pnrr non sono la salvezza». Intervista a Marco Campomenosi
Onorevole Marco Campomenosi, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, siamo alle solite: più ci si avvicina alle elezioni europee, più aumenta la pressione della propaganda europea.
«Ormai frequento da molti anni a Strasburgo, prima da funzionario e poi in qualità di eurodeputato, e posso testimoniare di aver assistito nel tempo a un’evoluzione negativa. Alcune volte le motivazioni possono anche essere giuste, come quando si invita a una maggiore partecipazione democratica, ma occorre sempre rispettare la diversità di vedute. Oggi chi non appoggia tutte le iniziative della Commissione europea viene visto come un nemico. La sensazione è che non ci sia più il dibattito franco e aperto di una volta».
E questo, possiamo dirlo, determina a cascata uno scollamento tra le posizioni degli euroburocrati e i cittadini europei.
«Anziché promuovere una maggiore informazione nei confronti dei cittadini e delle imprese, vengono finanziate campagne pubblicitarie autoreferenziali. Pensiamo alla Conferenza sul futuro dell’Europa, alla quale la Lega era presente, ma che alla fine si è ridotta a una discussione sulla legge elettorale. Che senso avrebbe imporre un collegio transnazionale con 28 candidati per ciascun gruppo che fanno campagna elettorale in tutta l’Europa? Si finisce per seguire una demagogia senza capire esattamente dove si vuole andare a parare, se non in direzione di una mera difesa della burocrazia. E tutto, ovviamente, a spese dei contribuenti».
C’è un disegno preciso dietro a questa impostazione del dibattito?
«Guardi, onestamente preferirei ci fossero interessi particolari, però secondo me si tratta di banale furore ideologico, peraltro abbastanza forte anche prima della pandemia. Prendiamo le politiche green. Va bene mettere soldi a disposizione di chi vuole innovare, ma considerata l’attuale situazione internazionale penalizzare chi non intende farlo può risultare pericoloso».
In che senso?
«Queste politiche creeranno un impatto devastante sul mondo del lavoro, eppure su questo tema non vedo un dibattito in atto. Nei confronti di quello che sembra ormai un percorso ineluttabile, le imprese con cui parlo esprimono forte preoccupazione. L’inflazione e la scarsità di materie prime crea di fatto un problema di competitività ai danni delle nostre aziende, chiamate a stare dentro un mercato mondiale. Qui non si tratta di essere euroscettici, ma di applicare il buon senso».
Qualcuno potrebbe obiettare che dovrebbe essere compito del nostro governo, del quale peraltro come partito fate parte, difendere gli interessi dei cittadini e delle imprese italiane…
«Roma storicamente è quasi sempre assente nei momenti decisivi, quelli cioè nei quali si stabiliscono le regole. Nello specifico, quelle di cui si discute oggi segneranno la capacità delle imprese di stare sul mercato nei prossimi vent’anni. La politica nel nostro Paese è debole, e le poche volte in cui si arriva su una questione è troppo tardi. Quei pochi europarlamentari italiani quando si voltano non trovano nessuno pronto a sostenerli. Questa è la grande frustrazione degli connazionali che lavorano a Bruxelles, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. L’esecutivo gialloverde aveva la fama di voler distruggere l’Europa, ma era molto più attivo rispetto al governo attuale e a quelli passati».
Eppure il governo Draghi passerà alla storia per aver licenziato il Pnrr.
«Qua c’è un problema di propaganda non solo a livello europeo, ma anche nazionale, perché solo in Italia si crede che usciremo dall’attuale crisi grazie a questi strumenti finanziari. Magari porteranno benefici, ma non rappresentano di certo la salvezza».
Qual è la fregatura dietro al Recovery plan?
«L’Italia era già abbastanza nei guai sul piano economico e finanziario, e ora si dà l’idea - ovviamente sbagliata - che queste risorse provengano da un giardino incantato situato dietro Palazzo Berlaymont (la sede della Commissione europea, ndr). Ma i soldi li mettono gli Stati membri, l’Italia è contributore netto (cioè versa all’Unione europea più di quanto riceva, ndr) e chissà quanti anni ci vorrebbero per compensare quanto abbiamo già dato. Nessuno a Roma ha voluto fare i conti della serva di quello che sarà veramente il saldo dare/avere, tra contribuzione, tasse e il peso della condizionalità. Risultato? Questo gioco opaco finirà per legarci indissolubilmente a Bruxelles».
Consoliamoci con un altro slogan della propaganda europea, i famosi «settant’anni di pace».
«Nel mio partito abbiamo sostenuto tutte le risoluzione del Parlamento europeo sul tema della guerra in Ucraina, anche quelle che ci convincevano di meno, per dare un segnale di unità e buon senso. Ma senza dubbio qualcuno sta cercando di utilizzare in maniera strumentale l’attuale situazione geopolitica. Le vicende di questi mesi dimostrano che la Nato conta più dell’Ue, e l’importanza degli appelli lanciati nel vuoto dal tanto vituperato Donald Trump per aumentare i contributi in favore dell’Alleanza atlantica. Quelli del Pd però sono atlantisti solo quando c’è un presidente dem».
Come vede l’Ue nel futuro?
«Per chi, come me, ha espresso dei dubbi ci sarà la magra consolazione di aver previsto che le cose sarebbero peggiorate. Non sono ottimista e preferirei avere torto, ma i grafici che mostrano come il paese Ue in cui i redditi sono cresciuti di meno sia l’Italia li abbiamo visti tutti. Chi ha deliberatamente scelto di ignorarli non può che essere in malafede. La cosa più assurda sul piano comunicativo è che di fronte a tutti i fallimenti e alle decisioni sbagliate i talebani ammettono una sola risposta: “Ci vuole più Europa”».
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Alla riunione del G7 interviene pure Volodymyr Zelensky: c’è l’impegno per uno stop progressivo al petrolio russo, ma manca ancora l’ok al sesto pacchetto di misure contro Mosca.Come ogni anno, oggi si celebra un’Europa diventata un’enorme macchina mangiasoldi. La guerra è alle porte ma Bruxelles pensa al suo vero conflitto: il voto. E anche se mancano due anni, è già scattata l’autopromozione. Ecco gli sprechi più clamorosi.Marco Campomenosi (Capodelegazione Lega a Strasburgo): «Recovery plan e Pnrr non sono la salvezza».Lo speciale contiene tre articoli.«L’obiettivo è il ritiro completo dei russi dall’Ucraina». Lo ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky in videoconferenza con i leader dei Paesi del G7. A ospitare la call, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, che aveva invitato Zelensky a «partecipare e riferire sulla situazione attuale». Nel gruppo dei 7 grandi della Terra, riunito anche per commemorare la fine della seconda guerra mondiale, il presidente Usa Joe Biden, il presidente francese Emanuel Macron, il premier inglese Boris Jhonson, quello italiano Mario Draghi e il primo ministro del Giappone Fumio Kishida. Oltre alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Layen e al Segretario della Nato Jens Stolnteberg. Assente il premier canadese Justin Trudeau in visita ieri a Irpin. In una nota diffusa a fine vertice si legge che per il G7 «l’aggressione di Putin all’Ucraina è un’onta sulla Russia e sugli storici sacrifici del suo popolo. La Russia ha violato l’ordine internazionale basato sulle regole, in particolare la Carta delle Nazioni unite, concepita dopo la seconda guerra mondiale per risparmiare alle successive generazioni la piaga della guerra». Inoltre le sette maggiori economie avanzate si impegnano a «eliminare progressivamente o a mettere al bando le importazioni di petrolio russo», ma con modalità e tempistiche «ordinate» e tali da «assicurare al mondo tempo per reperire forniture alternative». Nel comunicato finale si legge anche che i 7 grandi si impegnano a collaborare con i vari partner «per assicurare forniture di energia globali stabili e sostenibili, a prezzi abbordabili per i consumatori, anche accelerando la riduzione della dipendenza complessiva sui combustibili fossili e la transizione verso energie pulite, in linea con i nostri obiettivi climatici». L’impegno sul petrolio è tra quelli assunti nell’ambito delle misure sanzionatorie contro la Russia ma Biden, collegato dalla sua casa nel Delaware, ha sollecitato il ricorso «a sanzioni senza precedenti per imporre gravi costi a Putin ma anche ai suoi parenti, a tre stazioni tv russe e ai dirigenti di Gazprombank». La Casa Bianca poi ha vietato agli americani di fornire servizi alle imprese russe. Infatti ieri il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, dopo aver sentito il suo omologo Usa Antony Blinken, ha twittato che si stanno decidendo i modi per «sbloccare le esportazioni alimentari dell’Ucraina e garantire la sicurezza alimentare globale» e che «sono in arrivo nuove sanzioni Usa contro Mosca», anche se nel frattempo la quarta riunione dei rappresentanti diplomatici dei Ventisette (Coreper) è terminata senza l’ok al sesto pacchetto che contiene l’embargo contro il petrolio russo, misura poco gradita ad alcuni Paesi dell’Est europeo particolarmente dipendenti dal greggio di Putin. I negoziati proseguiranno nei prossimi giorni ma intanto per Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, si ipotizza una moratoria fino al 2024 e possibili compensazioni mentre il Coreper continua a discutere sulle misure per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e sulle questioni tecniche legate alla «riconversione infrastrutturale». Infine ieri sera nel discorso alla nazione il cancelliere tedesco Scholz, ha assicurato: «Sono profondamente convinto: Putin non vincerà, l’Ucraina resisterà. Libertà e sicurezza vinceranno. Non porteremo la Nato in guerra. Il fatto che non ci debba essere più una guerra mondiale, e certamente non una guerra fra potenze nucleari, anche questo è un insegnamento dell’8 maggio», con riferimento alla commemorazione della capitolazione tedesca nel secondo conflitto mondiale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-grida-ma-non-sanziona-2657283687.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-ce-poco-da-festeggiare" data-post-id="2657283687" data-published-at="1652045963" data-use-pagination="False"> UE: C’è poco da festeggiare Nella giornata di oggi ricorre la Festa dell’Europa, ma cosa c’è da festeggiare? Mentre la guerra che l’Unione Europea si vantava di avere finora scongiurato bussa alle nostre porte, e l’ideologia green scricchiola minacciata dalla crisi energetica, a Bruxelles rimane solo una cosa da fare: affilare le armi in vista delle prossime elezioni europee. Mancano ancora due anni all’appuntamento con il voto, ma gli euroburocrati già si preparano alla battaglia contro chi la pensa diversamente da loro. Dai programmi sull’educazione civica, alle iniziative sulla cittadinanza, al potenziamento delle sedi di Europa Experience, fino alle esclusive scuole per i figli dei funzionari, l’unico obiettivo prefissato è quello di confermare la bontà dell’ideologia europeista. Perché, come affermava saggiamente Noam Chomsky, «la propaganda è in democrazia quello che il randello è in uno stato totalitario». Sarà sufficiente riversare montagne di soldi su questi progetti per riavvicinare l’Unione ai propri cittadini?Ventisei milioni ai centri di venerazione dell’euroideologiaConcepiti per «avvicinare i visitatori all’Unione europea attraverso esposizioni che combinano elementi progettuali e allestimenti innovativi con tecnologie mediatiche all’avanguardia e funzionalità interattive», i centri Europa Experience rappresentano dei veri e propri mausolei dell’europeismo. Già presenti a Parigi, Berlino, Copenhagen, Helsinki, Lubiana e Tallinn, entro il 2024 faranno capolino in tutti gli Stati membri. Muovendosi tra schermi e poltroncine i visitatori possono avvalersi dei dispositivi multimediali a disposizione del pubblico. Comprensibilmente, tutto ciò ha un costo abbastanza importante. Solo nel 2023, saranno a disposizione 26 milioni di euro. Ma negli anni, come documentato dal nostro quotidiano, le spese di manutenzione hanno toccato cifre a sei zeri, con gli 1,3 milioni spesi per ristrutturazione e allestimento della sede di Tallinn. L’Europarlamento ha in previsione di stanziare cifre ingenti anche per strutture analoghe. Nel bilancio del 2022 sono stati destinati 3 milioni di euro per la Casa della storia europea, situata nell’edificio Eastman a Bruxelles, il cui obiettivo è diventare «il museo di riferimento sui fenomeni transnazionali che hanno plasmato il nostro continente». Altri 29 milioni di euro sono stati stanziati a supporto della linea «Centro visitatori del Parlamento europeo», che comprende il «Parlamentarium», spettacolare struttura con annessa sala cinematografica per gustare una «panoramica a 360 gradi dell’Europa e del suo Parlamento» e una gigantesca mappa interattiva sul pavimento.Scuole: Istituti esclusivi catechizzano i rampolli dei funzionariSenza smettere di guardare alle loro patrie con amore e orgoglio, diventeranno, nello spirito, degli Europei, ben preparati a completare e consolidare l’opera intrapresa dai loro padri per l’avvento di un’Europa unita e prospera». È questa l’iscrizione suggellata, sotto forma di pergamena, nelle tredici Scuole europee. Tecnicamente le istituzioni sono aperte anche ai comuni mortali, ma in realtà accolgono perlopiù i figli dei funzionari europei dalla scuola dell’infanzia fino all’equivalente della scuola media italiana. Più di otto studenti su dieci (su una popolazione di 28.000 alunni) delle 13 sedi fanno parte della «categoria 1», cioè quella dei soggetti aventi diritto per status lavorativo dei propri genitori, e solo una minima parte delle iscrizioni arriva da famiglie private. Sono ingenti gli stanziamenti da parte della Commissione europea. Nel triennio 2020-2022, infatti, Bruxelles ha destinato la bellezza di 583,7 milioni a sostegno di queste strutture. I «figli di papà» sono ovviamente esentati dal pagamento della salatissima retta. Un anno alle medie in categoria 3 (figli di diplomatici e di funzionari Nato) e alla Scuola europea con sede a Varese può sfiorare, invece, gli 8.000 euro annui. Va ancora peggio per gli studenti di categoria 2, figli di dipendenti di aziende che hanno sottoscritto accordi con la Ue, per i quali l’impegno annuo varia dai 10.000 euro della sede di Bruxelles ai 18.900 euro della sede di Bergen (Belgio).La costosa propaganda dell’orgoglio comunitarioProteggere e promuovere i valori dell’Unione. È questo lo scopo del programma «Cittadini, eguaglianza, diritti e valori», lanciato nel 2021 con una dotazione di ben 200 milioni di euro per il solo anno in corso. Una serie di pilastri, alcuni condivisibili come il progetto Daphne per combattere la violenza di genere e contro i bambini, e altri più incentrati sul versante della propaganda. Come quello che riguarda la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini, con una dotazione di 17,4 milioni di euro per finanziare progetti transnazionali finalizzati a promuovere la partecipazione dei cittadini e delle associazioni rappresentative alla vita democratica e civica dell’Ue, tra i quali quelli relative alle elezioni del 2024. C’è poi un bando a parte sulla protezione e promozione dei valori dell’Unione, per il quale sono stati stanziati 51 milioni di euro. Tra i progetti più spinti sul piano ideologico troviamo il polacco «L’Unione europea - spiegata semplicemente» (51.000 euro) e il francese «Attori civici - una risorsa per l’Europa», che si propone la costruzione dell’orgoglio civico europeo (300.000 euro). Una menzione a parte per «Le storie e i valori dell’Europa», del francese Centro europeo Schuman, che parte dall’assunto che i giovani europei comprendono sempre meno i traumi della guerra e «questo permette ad alcuni di raccontare la storia a modo loro, in una mitologia euroscettica e nazional-populista». Occorre invece, argomentano i proponenti, ripartire dalla «incarnazione» dell’Europa nei suoi padri fondatori e nei promotori della democrazia. Contributo: 270.000 euro.Più che di educazione civica si tratta di indottrinamentoSi scrive educazione civica, si legge indottrinamento. Sembra uscita da un manuale di propaganda d’altri tempi la «Relazione sull’attuazione di misure di educazione civica», approvata dal Parlamento europeo nel corso della sessione plenaria del 23 marzo scorso anche grazie ai voti degli eurodeputati italiani del Pd e del M5s, e con il voto contrario dei leghisti di Identità e democrazia. Gli estensori del documento spiegano che «ai fini del processo di globalizzazione in atto e dell’integrazione europea, è necessario che la nuova generazione di cittadini europei partecipi in misura sempre maggiore alla sfera politica», e si rammaricano a più riprese della scarsità delle iniziative in materia di educazione civica da parte degli Stati membri. In soccorso di una situazione definita preoccupante arrivano le proposte strampalate formulate dagli uffici di Strasburgo. C’è l’invito a creare il marchio di «euro insegnante» per favorire una «dimensione europea dell’istruzione», così come l’introduzione di «tesserini europei per le scuole e università che promuovono attivamente l’educazione civica», da affiancare a un «premio europeo a sostegno degli educatori e attori locali che promuovono attivamente l’educazione all’Ue». Ma il vertice del grottesco si raggiunge con l’invito alla Commissione a «valutare la possibilità di sostenere la creazione, in ogni comune degli Stati membri, di un monumento dell’Unione europea al fine di offrire ai cittadini un simbolo visivo dell’integrazione europea». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-grida-ma-non-sanziona-2657283687.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="recovery-plan-e-pnrr-non-sono-la-salvezza-intervista-a-marco-campomenosi" data-post-id="2657283687" data-published-at="1652088952" data-use-pagination="False"> «Recovery plan e Pnrr non sono la salvezza». Intervista a Marco Campomenosi Onorevole Marco Campomenosi, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, siamo alle solite: più ci si avvicina alle elezioni europee, più aumenta la pressione della propaganda europea. «Ormai frequento da molti anni a Strasburgo, prima da funzionario e poi in qualità di eurodeputato, e posso testimoniare di aver assistito nel tempo a un’evoluzione negativa. Alcune volte le motivazioni possono anche essere giuste, come quando si invita a una maggiore partecipazione democratica, ma occorre sempre rispettare la diversità di vedute. Oggi chi non appoggia tutte le iniziative della Commissione europea viene visto come un nemico. La sensazione è che non ci sia più il dibattito franco e aperto di una volta». E questo, possiamo dirlo, determina a cascata uno scollamento tra le posizioni degli euroburocrati e i cittadini europei. «Anziché promuovere una maggiore informazione nei confronti dei cittadini e delle imprese, vengono finanziate campagne pubblicitarie autoreferenziali. Pensiamo alla Conferenza sul futuro dell’Europa, alla quale la Lega era presente, ma che alla fine si è ridotta a una discussione sulla legge elettorale. Che senso avrebbe imporre un collegio transnazionale con 28 candidati per ciascun gruppo che fanno campagna elettorale in tutta l’Europa? Si finisce per seguire una demagogia senza capire esattamente dove si vuole andare a parare, se non in direzione di una mera difesa della burocrazia. E tutto, ovviamente, a spese dei contribuenti». C’è un disegno preciso dietro a questa impostazione del dibattito? «Guardi, onestamente preferirei ci fossero interessi particolari, però secondo me si tratta di banale furore ideologico, peraltro abbastanza forte anche prima della pandemia. Prendiamo le politiche green. Va bene mettere soldi a disposizione di chi vuole innovare, ma considerata l’attuale situazione internazionale penalizzare chi non intende farlo può risultare pericoloso». In che senso? «Queste politiche creeranno un impatto devastante sul mondo del lavoro, eppure su questo tema non vedo un dibattito in atto. Nei confronti di quello che sembra ormai un percorso ineluttabile, le imprese con cui parlo esprimono forte preoccupazione. L’inflazione e la scarsità di materie prime crea di fatto un problema di competitività ai danni delle nostre aziende, chiamate a stare dentro un mercato mondiale. Qui non si tratta di essere euroscettici, ma di applicare il buon senso». Qualcuno potrebbe obiettare che dovrebbe essere compito del nostro governo, del quale peraltro come partito fate parte, difendere gli interessi dei cittadini e delle imprese italiane… «Roma storicamente è quasi sempre assente nei momenti decisivi, quelli cioè nei quali si stabiliscono le regole. Nello specifico, quelle di cui si discute oggi segneranno la capacità delle imprese di stare sul mercato nei prossimi vent’anni. La politica nel nostro Paese è debole, e le poche volte in cui si arriva su una questione è troppo tardi. Quei pochi europarlamentari italiani quando si voltano non trovano nessuno pronto a sostenerli. Questa è la grande frustrazione degli connazionali che lavorano a Bruxelles, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. L’esecutivo gialloverde aveva la fama di voler distruggere l’Europa, ma era molto più attivo rispetto al governo attuale e a quelli passati». Eppure il governo Draghi passerà alla storia per aver licenziato il Pnrr. «Qua c’è un problema di propaganda non solo a livello europeo, ma anche nazionale, perché solo in Italia si crede che usciremo dall’attuale crisi grazie a questi strumenti finanziari. Magari porteranno benefici, ma non rappresentano di certo la salvezza». Qual è la fregatura dietro al Recovery plan? «L’Italia era già abbastanza nei guai sul piano economico e finanziario, e ora si dà l’idea - ovviamente sbagliata - che queste risorse provengano da un giardino incantato situato dietro Palazzo Berlaymont (la sede della Commissione europea, ndr). Ma i soldi li mettono gli Stati membri, l’Italia è contributore netto (cioè versa all’Unione europea più di quanto riceva, ndr) e chissà quanti anni ci vorrebbero per compensare quanto abbiamo già dato. Nessuno a Roma ha voluto fare i conti della serva di quello che sarà veramente il saldo dare/avere, tra contribuzione, tasse e il peso della condizionalità. Risultato? Questo gioco opaco finirà per legarci indissolubilmente a Bruxelles». Consoliamoci con un altro slogan della propaganda europea, i famosi «settant’anni di pace». «Nel mio partito abbiamo sostenuto tutte le risoluzione del Parlamento europeo sul tema della guerra in Ucraina, anche quelle che ci convincevano di meno, per dare un segnale di unità e buon senso. Ma senza dubbio qualcuno sta cercando di utilizzare in maniera strumentale l’attuale situazione geopolitica. Le vicende di questi mesi dimostrano che la Nato conta più dell’Ue, e l’importanza degli appelli lanciati nel vuoto dal tanto vituperato Donald Trump per aumentare i contributi in favore dell’Alleanza atlantica. Quelli del Pd però sono atlantisti solo quando c’è un presidente dem». Come vede l’Ue nel futuro? «Per chi, come me, ha espresso dei dubbi ci sarà la magra consolazione di aver previsto che le cose sarebbero peggiorate. Non sono ottimista e preferirei avere torto, ma i grafici che mostrano come il paese Ue in cui i redditi sono cresciuti di meno sia l’Italia li abbiamo visti tutti. Chi ha deliberatamente scelto di ignorarli non può che essere in malafede. La cosa più assurda sul piano comunicativo è che di fronte a tutti i fallimenti e alle decisioni sbagliate i talebani ammettono una sola risposta: “Ci vuole più Europa”».
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Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.