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2018-10-06
L'Europa già scrive a Roma. Boccia i conti senza aver visto la manovra
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ANSA
Troppo deficit, così non va. Rapidissima e inconsueta, la bocciatura dell'Ue ai numeri del Def. La lettera di risposta al messaggio del ministro dell'Economia, Giovanni Tria, è firmata dai commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, che chiedono al governo di «assicurare che la bozza di legge di stabilità sarà in linea con le regole comuni di bilancio». «I target di bilancio rivisti», scrivono i commissari, »sembrano, ad una prima vista, puntare ad una deviazione significativa dal percorso raccomandato dal Consiglio. Questa è una fonte di seria preoccupazione». Ora la Commissione Ue aspetta la manovra poi inizierà l'esame concreto. Chiaro che la mossa dei due commissari è di indirizzo politico e mira a mettere in discussione l'intero operato del governo. In pratica, la mossa sterilizza la manovra. Qualunque cosa ci sia dentro diventa irrilevante.
«Non c'è stata alcuna bocciatura da parte dell'Ue», spiega il governo, che ribadisce la bontà della propria manovra, «anche perché non è stata ancora avviata, né poteva esserlo, alcuna interlocuzione formale». Si conta, invece, su un «dialogo costruttivo». Tria spiega la necessità, in un contesto di una congiuntura che rallenta, di fare una manovra espansiva. Ma questo - scrive il governo nel Def - solo in parte poggerà sull'aumento del deficit. Investimenti, sostegno al reddito, politiche a favore delle imprese consentiranno di spingere sull'acceleratore del Pil, richiedono risorse. Per far quadrare i conti bisognerà anche tirare la cinghia su altri fronti, a partire dai tagli di spesa, nei ministeri e non solo, e da una nuova, inaspettata, stretta fiscale: dalla cancellazione di incentivi all'aumento degli acconti delle imposte sui redditi.
La legge di bilancio 2018 si preannuncia una maxi manovra 43 miliardi circa. Una cifra quasi doppia rispetto a quelle degli ultimi anni, ma che - nelle intenzioni del governo - sarà necessaria per rilanciare la crescita economica e ridurre progressivamente, fino ad annullarlo, il differenziale con l'Europa. La Nota di aggiornamento al Def descrive, nero su bianco, la lista delle coperture previste per reddito di cittadinanza, revisione della Fornero, flat tax sugli autonomi e Ires agevolata sugli utili reinvestiti. «Si opereranno tagli alle spese dei ministeri e altre revisioni di spesa per circa lo 0,2% del Pil», si legge. In pratica una nuova ondata di spending da 3,4 miliardi di euro. Saranno cancellate l'Iri, in vigore dal primo gennaio, il cui costo si aggira sui 2 miliardi di euro, e l'Ace, l'Aiuto alla crescita economica di montiana memoria, oggi sfruttato da banche e imprese per circa un miliardo. In più,
come già sperimentato nel 2013, potrebbero tornare ad aumentare gli acconti delle imposte sui redditi, arrivando a superare il
100%, e potrebbe essere rivista anche qualche spesa fiscale. «Ulteriori aumenti di gettito proverranno da modifiche di regimi
agevolativi, detrazioni fiscali e percentuali di acconto d'imposta», specifica il Documento trasmesso ieri in Parlamento.
Il percorso di riduzione delle aliquote Irpef, da 5 a 2 a fine legislatura, inserito in una prima bozza della Nota, è peraltro scomparso nella versione definitiva, lasciando spazio ad una molto più vaga flat tax sulle famiglie. Come la voce pensioni di cittadinanza, che compare nel Def solo a pagina 94 e indica una generica intenzioni di ampliare l'assegno minimo dagli attuali 450 euro a 780. Di certo non partirà nel 2019.
La bocciatura messa nero su bianco in serata era preannunciata dalle parole del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker: «Spero che Matteo Salvini non finisca mai nella situazione di dover raccogliere un mucchio di macerie», ha detto, scatenando immediatamente l'ennesima reazione del vicepremier italiano. «Le uniche macerie che dovrò raccogliere», ha ribattuto - sono quelle del bel sogno europeo distrutto da gente come Juncker». A fine mese le agenzie di rating si esprimeranno sull'Italia. Un downgrade sarebbe un enorme problema e le agenzie tendono ad ascoltare Bruxelles.
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Arriva in poche ore la risposta al messaggio del ministro dell'Economia. I commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, chiedono al governo di «assicurare che la bozza di legge sarà in linea con le regole di bilancio». «I target di bilancio rivisti», scrivono i commissari,«sembrano, ad una prima vista, puntare ad una deviazione significativa. Questa è una fonte di seria preoccupazione». La mossa è politica e sterilizza la manovra. Qualunque cosa ci sia dentro diventa irrilevante. Un modo per infiammare le agenzie di rating.Troppo deficit, così non va. Rapidissima e inconsueta, la bocciatura dell'Ue ai numeri del Def. La lettera di risposta al messaggio del ministro dell'Economia, Giovanni Tria, è firmata dai commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, che chiedono al governo di «assicurare che la bozza di legge di stabilità sarà in linea con le regole comuni di bilancio». «I target di bilancio rivisti», scrivono i commissari, »sembrano, ad una prima vista, puntare ad una deviazione significativa dal percorso raccomandato dal Consiglio. Questa è una fonte di seria preoccupazione». Ora la Commissione Ue aspetta la manovra poi inizierà l'esame concreto. Chiaro che la mossa dei due commissari è di indirizzo politico e mira a mettere in discussione l'intero operato del governo. In pratica, la mossa sterilizza la manovra. Qualunque cosa ci sia dentro diventa irrilevante.«Non c'è stata alcuna bocciatura da parte dell'Ue», spiega il governo, che ribadisce la bontà della propria manovra, «anche perché non è stata ancora avviata, né poteva esserlo, alcuna interlocuzione formale». Si conta, invece, su un «dialogo costruttivo». Tria spiega la necessità, in un contesto di una congiuntura che rallenta, di fare una manovra espansiva. Ma questo - scrive il governo nel Def - solo in parte poggerà sull'aumento del deficit. Investimenti, sostegno al reddito, politiche a favore delle imprese consentiranno di spingere sull'acceleratore del Pil, richiedono risorse. Per far quadrare i conti bisognerà anche tirare la cinghia su altri fronti, a partire dai tagli di spesa, nei ministeri e non solo, e da una nuova, inaspettata, stretta fiscale: dalla cancellazione di incentivi all'aumento degli acconti delle imposte sui redditi. La legge di bilancio 2018 si preannuncia una maxi manovra 43 miliardi circa. Una cifra quasi doppia rispetto a quelle degli ultimi anni, ma che - nelle intenzioni del governo - sarà necessaria per rilanciare la crescita economica e ridurre progressivamente, fino ad annullarlo, il differenziale con l'Europa. La Nota di aggiornamento al Def descrive, nero su bianco, la lista delle coperture previste per reddito di cittadinanza, revisione della Fornero, flat tax sugli autonomi e Ires agevolata sugli utili reinvestiti. «Si opereranno tagli alle spese dei ministeri e altre revisioni di spesa per circa lo 0,2% del Pil», si legge. In pratica una nuova ondata di spending da 3,4 miliardi di euro. Saranno cancellate l'Iri, in vigore dal primo gennaio, il cui costo si aggira sui 2 miliardi di euro, e l'Ace, l'Aiuto alla crescita economica di montiana memoria, oggi sfruttato da banche e imprese per circa un miliardo. In più, come già sperimentato nel 2013, potrebbero tornare ad aumentare gli acconti delle imposte sui redditi, arrivando a superare il 100%, e potrebbe essere rivista anche qualche spesa fiscale. «Ulteriori aumenti di gettito proverranno da modifiche di regimi agevolativi, detrazioni fiscali e percentuali di acconto d'imposta», specifica il Documento trasmesso ieri in Parlamento. Il percorso di riduzione delle aliquote Irpef, da 5 a 2 a fine legislatura, inserito in una prima bozza della Nota, è peraltro scomparso nella versione definitiva, lasciando spazio ad una molto più vaga flat tax sulle famiglie. Come la voce pensioni di cittadinanza, che compare nel Def solo a pagina 94 e indica una generica intenzioni di ampliare l'assegno minimo dagli attuali 450 euro a 780. Di certo non partirà nel 2019. La bocciatura messa nero su bianco in serata era preannunciata dalle parole del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker: «Spero che Matteo Salvini non finisca mai nella situazione di dover raccogliere un mucchio di macerie», ha detto, scatenando immediatamente l'ennesima reazione del vicepremier italiano. «Le uniche macerie che dovrò raccogliere», ha ribattuto - sono quelle del bel sogno europeo distrutto da gente come Juncker». A fine mese le agenzie di rating si esprimeranno sull'Italia. Un downgrade sarebbe un enorme problema e le agenzie tendono ad ascoltare Bruxelles.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 maggio con Carlo Cambi
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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