Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.