A proposito di politiche: il centrosinistra ieri ha scoperto, e non ci credevano neanche i suoi leader, di essere competitivo anche in vista delle elezioni del 2027. Hanno vinto, anzi stravinto, un po’ per gli errori a raffica della coalizione di governo, ma anche e soprattutto perché mai come in questo caso il Fronte del No poteva definirsi tale in senso letterale. Cattolici di sinistra, sindacalisti, esponenti di Pd, M5s, Avs, universitari: sono andati tutti alle urne e hanno votato con convinzione, non avendo, stavolta, il problema di scegliere pure un’alternativa. «Ti piace il governo Meloni?», hanno letto sulla scheda, e hanno barrato la casella del No. Niente scontri, frizioni o sfumature: hanno votato No i dem e i pentastellati ai quali non piace Elly Schlein, i sostenitori di Giuseppe Conte che non sopportano (ricambiati) Matteo Renzi, gli elettori di Bonelli e Fratoianni che vedono come il fumo negli occhi i riformisti (che non hanno mai fatto una riforma) del Pd e i riformisti del Pd che non condividono praticamente niente della linea politica della Schlein. Tutti, allegramente condotti per mano dall’Associazione nazionale magistrati e dalla Cgil, sono andati a votare, hanno vinto e festeggiano.
Ma ora? Parliamoci chiaro: la Schlein da questa competizione esce sicuramente rafforzata. Ha dimostrato che la «Sinistra per il Sì» è elettoralmente ininfluente: il costituzionalista Stefano Ceccanti, che tanto si è speso per un voto favorevole sul merito della riforma, non ha spostato neanche un voto. Conoscendolo se ne farà una ragione: molto diverso invece il caso di Pina Picierno, vicepresidente dem del Parlamento europeo, sostenitrice del Sì e sempre rigorosamente in polemica con la Schlein, esce politicamente assai malridotta dal referendum.
Ha vinto anche Conte, che si è speso tantissimo in campagna elettorale e ha dimostrato che senza di lui non c’è centrosinistra. E hanno vinto Avs e tutti i cespugli. Ma ora, che si fa? Il centrosinistra ha il preciso dovere di cementare l’alleanza e tentare di vincere le prossime elezioni, ma la strada che porta al governo è lastricata di insidie, una su tutte la scelta del candidato premier.
Schlein, in conferenza stampa, annuncia l’ok alle primarie: «Ho sempre detto», dice Elly, «che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile. Noi continuiamo a essere testardamente unitari». Conte raccoglie immediatamente l’assist: «Ci apriamo alla prospettiva delle primarie aperte», sottolinea Giuseppi, «come un’occasione per i cittadini dopo aver contribuito al programma. Per avere una condivisione ampia e individuare il candidato più competitivo per attuare questo programma. Dobbiamo definire tempi e modi ma oggi non possiamo trascurare questo segnale politico. I cittadini chiedono le primarie e non possiamo sottrarci». Conte dice pure che potrebbe non essere lui il candidato del M5s: «È presto per dirlo», sottolinea, «ma il M5s si sente protagonista e sarà sicuramente rappresentato nelle primarie». Evitare una battaglia tra i leader dei due partiti maggiori della coalizione potrebbe essere una mossa astuta: del resto in caso di vittoria, Conte si vedrebbe bene, anzi benissimo, alla Farnesina.
Detto ciò, però, ora sia lui che la Schlein dovranno ancora più di prima rendere conto, politicamente, ai due azionisti di riferimento del fronte del No: l’Associazione nazionale magistrati e la Cgil... Azionisti di maggioranza, i magistrati, come ha sapientemente detto al nostro giornale, alcuni giorni fa, l’ex presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera, ex parlamentare del Pci e del Pds: «Non è la sinistra che ha l’egemonia sulla magistratura», ha detto barbera alla Verità, «ma è la magistratura che ha l’egemonia culturale sulla sinistra e la manovra. Il rischio non è una dittatura della classe operaia, ma della magistratura che interpretando le leggi in base alla propria ideologia, in diversi casi si sostituisce al legislatore, confinando la politica a un ruolo marginale rispetto alla giustizia». Parole dure quanto cristalline, provenienti da un giurista di sinistra, non da un propagandista televisivo di destra. Parole (e concetti) con le quali Schlein, Conte e compagnia festante dovranno fare i conti, come prima e più di prima. Non hanno alternativa: se vogliono sfruttare l’onda lunga del referendum, la Schlein, Conte e tutti gli alleati devono tenere presenti i desiderata della Cgil e dell’Anm.
Landini già detta l’agenda: «Con questa giornata», dice il leader della Cgil, «vogliamo dire un no alla guerra, sotto ogni forma. Tutti assieme in piazza il 28 marzo». Le dimissioni di Carlo Nordio? «Naturalmente», risponde Landini, «ogni forza politica, nella sua autonomia, valuterà quello che ritiene più opportuno fare. Mi pare che le forze di governo in questo momento abbiano qualcosa in più su cui riflettere dopo questo voto». L’idea è che tenere il ministro della Giustizia al suo posto possa a questo punto essere un vantaggio per il centrosinistra.