Col referendum perduto avevamo l’occasione di migliorare il nostro sistema giudiziario. Un gran peccato. L’opposizione festeggia. Una parte della magistratura festeggia: li terrorizzava la possibilità di esser chiamati a render conto dei propri errori. Il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, ha dichiarato che «ha perso chi voleva affievolire l’indipendenza della magistratura». Però, i magistrati a Napoli hanno festeggiato intonando «Bella Ciao», che sono non solo le parole scritte su un bossolo del fucile che ha ucciso Charlie Kirk, ma anche quelle fatte proprie da un preciso colore politico. Insomma, l’indipendenza di quei magistrati festanti è, di tutta evidenza, più una fantasia di Grosso.
La vittoria del Sì non avrebbe rafforzato il governo. L’ho scritto più volte: il governo avrebbe solo realizzato un desiderio vecchio di 40 anni. Un desiderio peraltro trasversale giacché, come detto più volte, la riforma era il compimento di un processo avviato dal socialista prof. Giuliano Vassalli e continuato dalla sinistra che, con D’Alema al governo nel 1999, introduceva in Costituzione il giudice «terzo». Alla fine, Meloni e Nordio stavano tagliando il nastro di un lavoro pluridecennale.
La maggioranza dei votanti, aizzati e terrorizzati da una campagna bugiarda, non hanno voluto dare fiducia. Personalmente, avevo preso a cuore la cosa, avevo studiato il caso e, essendomi esposto, ero stato chiamato a dibattere in varie occasioni. I dibattiti sono stati una titanica fatica: una verità veniva contrastata da una menzogna; e quando dimostravo la menzogna, un’altra sbucava, e così all’infinito. Già: la verità è una sola, ma le menzogne sono infinite. Le parole di Grosso e i festeggiamenti a Napoli sopra ricordati sono solo una goccia in questo infinito.
La vittoria del No – che è la vittoria di quei magistrati che trovano comodo aver così preservato il privilegio della impunità – è però la sconfitta dell’opposizione che, più che miope, è stata accecata dal patetico desiderio di poter dire di aver inflitto una sconfitta al governo. Certo, sembrerebbe che abbia vinto, ma questa presunta vittoria attiene ad una battaglia, ma è prodromica della sconfitta della guerra.
Intanto c’è un dato: quasi la metà degli italiani chiede una riforma della magistratura. Certo, il «quasi» è quanto basta per non vincere in democrazia, epperò è un quasi «la metà». Insomma, il problema c’è e, comunque, non può essere ignorato. Non solo: ogni volta che il problema emergerà, la responsabilità avrà un nome. Ed emergerà sicuramente: negli ultimi trent’anni ci sono state 30.000 carcerazioni ingiuste e risarcite, mille l’anno, quasi tre al giorno, figlie di questo sistema bacato. Il baco ora è rimasto e, ogni volta che ne emergerà la testa, gli sconfitti del Sì non avranno da far altro che chieder conto ai vittoriosi del No. Chissà cosa risponderanno.
Non c’è ragione per cui la testa del baco dovrebbe restare nascosta, dicevo. Ma, anche se lo facesse, il baco rimane, ed ecco come. Non sono un giurista, sono un fisico, ma c’è una differenza tra queste due professioni: al giurista è permesso essere ignorante di fisica, mentre al fisico o, meglio, a chiunque di noi, non è concesso essere ignoranti di legge, ché questa non ammette ignoranza. Ciò premesso, vengo al punto: l’articolo 111 della Costituzione prevede che chiunque di noi deve avere il diritto di esser giudicato da un giudice «terzo», distante tanto dal magistrato che ci accusa quanto dal nostro avvocato difensore. Senonché, l’articolo 104 mantiene il giudice collega del magistrato che ci accusa. Tutti i processi celebrati in Italia dal 1999 in poi hanno questo colossale vizio: ad ognuno dei condannati non è stato concesso di essere giudicato da un giudice «terzo». E questo accade da 27 anni, dal 1999 appunto.
Non metto in dubbio che qualche Azzeccagarbugli farà le dovute piroette di latinorum per spiegare che tutto va bene e che i due articoli – il 111 e il 104 – sono compatibili. Ma nessuna piroetta retorica può cancellare questa realtà: giudici e pm – che fanno stesso concorso e sono soggetti a un unico organo che decide le carriere, le regole, le vigilanze – sono di fatto colleghi e vivono tutte le dinamiche che, nel bene e nel male, si instaurano tra colleghi, il giudice non è «terzo», e tutti i processi dal 1999 a oggi sono stati celebrati in odore di incostituzionalità. Fossi il presidente della magistratura non ci dormirei la notte o, almeno, avvertirei un grattacapo.