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2020-07-29
L’esodo scatena lo psicodramma nel governo
Ansa
Dice Luciana Lamorgese che «gestire flussi migratori di questa entità è difficile in tempi normali, ma ora con le problematiche legate alla diffusione del Covid-19 la situazione è diventata davvero molto complessa». Beh, molte grazie, ce n'eravamo accorti. E ci aspettavamo che, dopo mesi, il governo avesse per lo meno elaborato una strategia. Invece, a quanto risulta, il piano consiste nel darsele di santa ragione sulla questione migratoria, concentrandosi sui litigi e dimenticandosi della realtà.
A dare il via allo psicodramma interno alla maggioranza ci ha pensato Luigi Di Maio con un post su Facebook, ricordando che il tema dell'immigrazione «riguarda la nostra sicurezza, la sicurezza di ognuno di noi». Il ministro degli Esteri prosegue con toni ruvidi: «Abbiamo visto morire i nostri cari, i nostri medici, donne, uomini e anche bambini. Abbiamo dovuto seguire regole ferree, ci siamo chiusi in casa, alcuni sono stati separati dalle proprie famiglie per settimane e settimane. [...] Tutti, in un modo o nell'altro, ci siamo sacrificati».
Motivo per cui non si può tollerare che i qualcuno (i migranti) «incurante delle regole tutt'ora in vigore, pensi di andarsene in giro senza rispettare l'obbligo della quarantena». Insomma, per Di Maio «è una questione di salute pubblica. Il virus non è scomparso», e «lo Stato ha il dovere di occuparsi di questo genere di problemi». Più che lo Stato, in realtà, dovrebbe essere il governo a gestire la patata bollente. Ma, appunto, è impegnato a litigare.
Sulla questione è intervenuto pure un altro grande genio che risponde al nome di Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd, secondo l'Huffington Post, si sarebbe sfogato con i suoi: «Io non ce l'ho con la Lamorgese, il punto è complessivo, non c'è una politica per l'immigrazione. Non c'è niente». Corrisponde al vero, ma toccherebbe anche a lui darsi da fare. E invece si limita alla polemichetta politica: «Quanto sta avvenendo nel Mediterraneo sui flussi migratori era abbastanza prevedibile. Era chiaro da mesi che gli effetti dell'epidemia, anche dal punto di vista economico e sociale, avrebbero posto in forma inedita questo tema. Sono scenari che il governo deve valutare con la più grande attenzione», ha detto ieri Zingaretti. «Ora occorre un impegno straordinario su più fronti: nel campo dell'accoglienza, del collocamento in Europa e in Italia dei flussi, di presenza politica e chiarezza nei confronti dei Paesi di partenza, a cominciare dalla difesa dei diritti umani, dalla ricostruzione della rete di accoglienza in Italia». Sì, era tutto chiaro da mesi. Peccato che siano proprio le posizioni del Pd (o di parte di esso) a impedire ogni soluzione.
Una fetta del partito, di fronte agli sbarchi in costante aumento e al collasso del sistema di accoglienza, non fa altro che chiedere di aprire ulteriormente le frontiere. C'è anche chi, lunedì, ha partecipato a una manifestazione sponsorizzata da Roberto Saviano, Valeria Parrella, Michela Murgia e altri per chiedere di far saltare gli accordi con la Libia. I giornali d'area continuano ad attaccare il governo sull'argomento, come dimostra l'apertura di Repubblica di ieri, secondo cui la Guardia costiera italiana, d'accordo con Malta, non soccorrerebbe i migranti aspettando l'intervento dei libici.
Sul punto è stato particolarmente duro il dem Matteo Orfini: «Quello che sta accadendo in questi giorni dimostra il fallimento di una strategia di gestione dei flussi migratori concepita dal governo Gentiloni con Marco Minniti ministro dell'Interno e proseguita con il Conte 1 e il Conte 2», ha detto Orfini. «Era abbastanza prevedibile l'aumento, d'estate, del numero degli sbarchi. Ma di fronte a numeri non enormi e tutto sommato gestibili, ci troviamo non attrezzati».
Il quadro è chiarissimo: da una parte Di Maio che invoca maggiori controlli, dall'altro l'ala sinistra del Pd che chiede più accoglienza e spara a zero sulla Lamorgese. In mezzo Zingaretti secondo cui «tutto era prevedibile», ma che ha ritenuto opportuno non fare un tubo. Vogliono cambiare i decreti sicurezza per «prendere le distanze» da Salvini, ma non hanno la più pallida idea di come gestire i flussi in aumento. Proseguono a bisticciare, ad accusarsi a vicenda di essere più o meno irresponsabili, e intanto la situazione fa peggiorando di giorno in giorno.
Solo su un punto sono tutti concordi: il caso «si poteva prevedere». Bravi: significa che lo avevate previsto e avete scelto di non arginarlo. Applausi.
«In Libia fucilano i profughi». Vietato opporsi agli sbarchi
Nel caos sbarchi e con extracomunitari che si aggirano positivi per il Paese, c'è chi preferisce prendere di mira ancora una volta la nostra Guardia costiera. Ieri La Repubblica accusava le motovedette italiane di ignorare le richieste di aiuto dei migranti «lasciati in mare per giorni», perché si vuole «rimandarne nell'inferno libico il più possibile». Una strategia che vedrebbe Italia e Malta «attori protagonisti» del soccorso «ritardato», e questo «dopo aver svuotato il Mediterraneo delle Ong». I militari italiani sono accusati di non rispondere alle richieste di soccorso di Alarm Phone, «dimenticano le convenzioni internazionali», lasciano alla deriva donne e bambini (potevano anche scrivere fanno morire) e insieme ai maltesi cercano così di «ridurre i flussi migratori in partenza dalla Libia». L'articolo usciva all'indomani della manifestazione organizzata a Roma per chiedere al governo di smetterla di finanziare la Guardia costiera libica. Tra i promotori e i primi firmatari dell'appello «I sommersi e i salvati» non potevano mancare Roberto Saviano, Luigi Manconi, Michela Murgia, Emma Bonino, Laura Boldrini, Sandro Veronesi più diverse Ong e le solite associazioni, compresa Baobab experience. Ieri, ad appesantire la situazione, la notizia della sparatoria contro migranti sudanesi a Khums, a Est di Tripoli, durante le operazioni di sbarco. Gli extracomunitari erano stati intercettati in mare e riportati a terra dalla Guardia costiera libica, mentre cercavano di fuggire due sarebbero morti sul colpo, un terzo è deceduto in ospedale dove era stato ricoverato assieme ad altri quattro feriti. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) è tonata a ribadire che la Libia non è un porto sicuro e che «è necessario mettere in atto uno sistema alternativo che permetta che le persone soccorse o intercettate in mare siano portate in porti sicuri». Per l'inviato speciale dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) nel Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel, bisogna «aumentare la capacità di soccorso e di ricerca nel Mediterraneo, coinvolgendo anche navi delle Ong, in modo da migliorare il livello delle operazioni di soccorso che permettano sbarchi in porti sicuri fuori dalla Libia. Inoltre serve una maggiore solidarietà tra gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo». Fin qui, le primissime reazioni a caldo, ma certo l'episodio inasprisce il dibattito sull'opportunità o meno di mantenere i rapporti con Tripoli e di finanziare con fondi europei le milizie libiche. «La cosiddetta Guardia costiera della Libia si rende responsabile di un massacro di persone inermi», ha twittato Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra italiana. «Un orrore di cui il nostro Paese è consapevolmente responsabile», l'ha definito Matteo Orfini, parlamentare del Pd, sostenendo che «al netto di tutte le ipocrisie di circostanza, è esattamente quello per cui la finanziamo (la guardia costiera libica, ndr): fermare i migranti con ogni mezzo». In tutto questo, le nostre motovedette che c'entrano? Non dovrebbero informare i libici della presenza di persone in mare, perché sono cattivi? Non si dovrebbe passare loro il coordinamento delle operazioni, se autorità Sar competente, come impongono le norme internazionali? La Guardia costiera libica con la quale dialogano le nostre unità è quella del governo riconosciuto dalle Nazioni unite, quindi non si vede perché non si debba avvertirla. Ancora una volta si cerca di risolvere il problema migrazione in mare e sotto la lente deformata dell'attenzione mediatica, mentre è l'Unione europea che non affronta la questione. Qualche giorno fa Giorgia Linardi, portavoce della Ong Sea watch, scriveva sulla Stampa che i migranti bisogna «andarli a prendere il prima possibile, come dice la legge, e poi si discute». Ma una motovedetta della nostra Guardia costiera non si muove di propria iniziativa, deve segnalare l'emergenza all'Imrcc, il centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo che avvia le prime azioni, assume il coordinamento delle operazioni di soccorso e avvisa l'autorità Sar competente. O qualcuno pensa che abbiamo mezzi e uomini per pattugliare il Mediterraneo alla ricerca di barconi? Quanto al rischio di portare il Covid dall'Africa, la Linardi se n'è uscita con una dichiarazione che la dice lunga sull'interesse degli attivisti per il nostro Paese: «Se anche coloro che attraversano il mare fossero tutti positivi, e non lo sono, li dovremmo forse lasciare lì?».
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Davanti al disastro scatta il tutti contro tutti. Luigi Di Maio: «È una questione di salute pubblica». Mentre Nicola Zingaretti si esprime come fosse all'opposizione: «Manca una politica sull'immigrazione». Le due anime della maggioranza vanno in direzioni totalmente opposte.La stampa di sinistra parla di esecuzioni per chiudere il dibattito sui migrantiLo speciale contiene due articoliDice Luciana Lamorgese che «gestire flussi migratori di questa entità è difficile in tempi normali, ma ora con le problematiche legate alla diffusione del Covid-19 la situazione è diventata davvero molto complessa». Beh, molte grazie, ce n'eravamo accorti. E ci aspettavamo che, dopo mesi, il governo avesse per lo meno elaborato una strategia. Invece, a quanto risulta, il piano consiste nel darsele di santa ragione sulla questione migratoria, concentrandosi sui litigi e dimenticandosi della realtà. A dare il via allo psicodramma interno alla maggioranza ci ha pensato Luigi Di Maio con un post su Facebook, ricordando che il tema dell'immigrazione «riguarda la nostra sicurezza, la sicurezza di ognuno di noi». Il ministro degli Esteri prosegue con toni ruvidi: «Abbiamo visto morire i nostri cari, i nostri medici, donne, uomini e anche bambini. Abbiamo dovuto seguire regole ferree, ci siamo chiusi in casa, alcuni sono stati separati dalle proprie famiglie per settimane e settimane. [...] Tutti, in un modo o nell'altro, ci siamo sacrificati». Motivo per cui non si può tollerare che i qualcuno (i migranti) «incurante delle regole tutt'ora in vigore, pensi di andarsene in giro senza rispettare l'obbligo della quarantena». Insomma, per Di Maio «è una questione di salute pubblica. Il virus non è scomparso», e «lo Stato ha il dovere di occuparsi di questo genere di problemi». Più che lo Stato, in realtà, dovrebbe essere il governo a gestire la patata bollente. Ma, appunto, è impegnato a litigare. Sulla questione è intervenuto pure un altro grande genio che risponde al nome di Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd, secondo l'Huffington Post, si sarebbe sfogato con i suoi: «Io non ce l'ho con la Lamorgese, il punto è complessivo, non c'è una politica per l'immigrazione. Non c'è niente». Corrisponde al vero, ma toccherebbe anche a lui darsi da fare. E invece si limita alla polemichetta politica: «Quanto sta avvenendo nel Mediterraneo sui flussi migratori era abbastanza prevedibile. Era chiaro da mesi che gli effetti dell'epidemia, anche dal punto di vista economico e sociale, avrebbero posto in forma inedita questo tema. Sono scenari che il governo deve valutare con la più grande attenzione», ha detto ieri Zingaretti. «Ora occorre un impegno straordinario su più fronti: nel campo dell'accoglienza, del collocamento in Europa e in Italia dei flussi, di presenza politica e chiarezza nei confronti dei Paesi di partenza, a cominciare dalla difesa dei diritti umani, dalla ricostruzione della rete di accoglienza in Italia». Sì, era tutto chiaro da mesi. Peccato che siano proprio le posizioni del Pd (o di parte di esso) a impedire ogni soluzione. Una fetta del partito, di fronte agli sbarchi in costante aumento e al collasso del sistema di accoglienza, non fa altro che chiedere di aprire ulteriormente le frontiere. C'è anche chi, lunedì, ha partecipato a una manifestazione sponsorizzata da Roberto Saviano, Valeria Parrella, Michela Murgia e altri per chiedere di far saltare gli accordi con la Libia. I giornali d'area continuano ad attaccare il governo sull'argomento, come dimostra l'apertura di Repubblica di ieri, secondo cui la Guardia costiera italiana, d'accordo con Malta, non soccorrerebbe i migranti aspettando l'intervento dei libici.Sul punto è stato particolarmente duro il dem Matteo Orfini: «Quello che sta accadendo in questi giorni dimostra il fallimento di una strategia di gestione dei flussi migratori concepita dal governo Gentiloni con Marco Minniti ministro dell'Interno e proseguita con il Conte 1 e il Conte 2», ha detto Orfini. «Era abbastanza prevedibile l'aumento, d'estate, del numero degli sbarchi. Ma di fronte a numeri non enormi e tutto sommato gestibili, ci troviamo non attrezzati». Il quadro è chiarissimo: da una parte Di Maio che invoca maggiori controlli, dall'altro l'ala sinistra del Pd che chiede più accoglienza e spara a zero sulla Lamorgese. In mezzo Zingaretti secondo cui «tutto era prevedibile», ma che ha ritenuto opportuno non fare un tubo. Vogliono cambiare i decreti sicurezza per «prendere le distanze» da Salvini, ma non hanno la più pallida idea di come gestire i flussi in aumento. Proseguono a bisticciare, ad accusarsi a vicenda di essere più o meno irresponsabili, e intanto la situazione fa peggiorando di giorno in giorno.Solo su un punto sono tutti concordi: il caso «si poteva prevedere». Bravi: significa che lo avevate previsto e avete scelto di non arginarlo. Applausi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lesodo-scatena-lo-psicodramma-nel-governo-2646820165.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-libia-fucilano-i-profughi-vietato-opporsi-agli-sbarchi" data-post-id="2646820165" data-published-at="1595965876" data-use-pagination="False"> «In Libia fucilano i profughi». Vietato opporsi agli sbarchi Nel caos sbarchi e con extracomunitari che si aggirano positivi per il Paese, c'è chi preferisce prendere di mira ancora una volta la nostra Guardia costiera. Ieri La Repubblica accusava le motovedette italiane di ignorare le richieste di aiuto dei migranti «lasciati in mare per giorni», perché si vuole «rimandarne nell'inferno libico il più possibile». Una strategia che vedrebbe Italia e Malta «attori protagonisti» del soccorso «ritardato», e questo «dopo aver svuotato il Mediterraneo delle Ong». I militari italiani sono accusati di non rispondere alle richieste di soccorso di Alarm Phone, «dimenticano le convenzioni internazionali», lasciano alla deriva donne e bambini (potevano anche scrivere fanno morire) e insieme ai maltesi cercano così di «ridurre i flussi migratori in partenza dalla Libia». L'articolo usciva all'indomani della manifestazione organizzata a Roma per chiedere al governo di smetterla di finanziare la Guardia costiera libica. Tra i promotori e i primi firmatari dell'appello «I sommersi e i salvati» non potevano mancare Roberto Saviano, Luigi Manconi, Michela Murgia, Emma Bonino, Laura Boldrini, Sandro Veronesi più diverse Ong e le solite associazioni, compresa Baobab experience. Ieri, ad appesantire la situazione, la notizia della sparatoria contro migranti sudanesi a Khums, a Est di Tripoli, durante le operazioni di sbarco. Gli extracomunitari erano stati intercettati in mare e riportati a terra dalla Guardia costiera libica, mentre cercavano di fuggire due sarebbero morti sul colpo, un terzo è deceduto in ospedale dove era stato ricoverato assieme ad altri quattro feriti. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) è tonata a ribadire che la Libia non è un porto sicuro e che «è necessario mettere in atto uno sistema alternativo che permetta che le persone soccorse o intercettate in mare siano portate in porti sicuri». Per l'inviato speciale dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) nel Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel, bisogna «aumentare la capacità di soccorso e di ricerca nel Mediterraneo, coinvolgendo anche navi delle Ong, in modo da migliorare il livello delle operazioni di soccorso che permettano sbarchi in porti sicuri fuori dalla Libia. Inoltre serve una maggiore solidarietà tra gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo». Fin qui, le primissime reazioni a caldo, ma certo l'episodio inasprisce il dibattito sull'opportunità o meno di mantenere i rapporti con Tripoli e di finanziare con fondi europei le milizie libiche. «La cosiddetta Guardia costiera della Libia si rende responsabile di un massacro di persone inermi», ha twittato Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra italiana. «Un orrore di cui il nostro Paese è consapevolmente responsabile», l'ha definito Matteo Orfini, parlamentare del Pd, sostenendo che «al netto di tutte le ipocrisie di circostanza, è esattamente quello per cui la finanziamo (la guardia costiera libica, ndr): fermare i migranti con ogni mezzo». In tutto questo, le nostre motovedette che c'entrano? Non dovrebbero informare i libici della presenza di persone in mare, perché sono cattivi? Non si dovrebbe passare loro il coordinamento delle operazioni, se autorità Sar competente, come impongono le norme internazionali? La Guardia costiera libica con la quale dialogano le nostre unità è quella del governo riconosciuto dalle Nazioni unite, quindi non si vede perché non si debba avvertirla. Ancora una volta si cerca di risolvere il problema migrazione in mare e sotto la lente deformata dell'attenzione mediatica, mentre è l'Unione europea che non affronta la questione. Qualche giorno fa Giorgia Linardi, portavoce della Ong Sea watch, scriveva sulla Stampa che i migranti bisogna «andarli a prendere il prima possibile, come dice la legge, e poi si discute». Ma una motovedetta della nostra Guardia costiera non si muove di propria iniziativa, deve segnalare l'emergenza all'Imrcc, il centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo che avvia le prime azioni, assume il coordinamento delle operazioni di soccorso e avvisa l'autorità Sar competente. O qualcuno pensa che abbiamo mezzi e uomini per pattugliare il Mediterraneo alla ricerca di barconi? Quanto al rischio di portare il Covid dall'Africa, la Linardi se n'è uscita con una dichiarazione che la dice lunga sull'interesse degli attivisti per il nostro Paese: «Se anche coloro che attraversano il mare fossero tutti positivi, e non lo sono, li dovremmo forse lasciare lì?».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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