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2020-07-29
L’esodo scatena lo psicodramma nel governo
Ansa
Dice Luciana Lamorgese che «gestire flussi migratori di questa entità è difficile in tempi normali, ma ora con le problematiche legate alla diffusione del Covid-19 la situazione è diventata davvero molto complessa». Beh, molte grazie, ce n'eravamo accorti. E ci aspettavamo che, dopo mesi, il governo avesse per lo meno elaborato una strategia. Invece, a quanto risulta, il piano consiste nel darsele di santa ragione sulla questione migratoria, concentrandosi sui litigi e dimenticandosi della realtà.
A dare il via allo psicodramma interno alla maggioranza ci ha pensato Luigi Di Maio con un post su Facebook, ricordando che il tema dell'immigrazione «riguarda la nostra sicurezza, la sicurezza di ognuno di noi». Il ministro degli Esteri prosegue con toni ruvidi: «Abbiamo visto morire i nostri cari, i nostri medici, donne, uomini e anche bambini. Abbiamo dovuto seguire regole ferree, ci siamo chiusi in casa, alcuni sono stati separati dalle proprie famiglie per settimane e settimane. [...] Tutti, in un modo o nell'altro, ci siamo sacrificati».
Motivo per cui non si può tollerare che i qualcuno (i migranti) «incurante delle regole tutt'ora in vigore, pensi di andarsene in giro senza rispettare l'obbligo della quarantena». Insomma, per Di Maio «è una questione di salute pubblica. Il virus non è scomparso», e «lo Stato ha il dovere di occuparsi di questo genere di problemi». Più che lo Stato, in realtà, dovrebbe essere il governo a gestire la patata bollente. Ma, appunto, è impegnato a litigare.
Sulla questione è intervenuto pure un altro grande genio che risponde al nome di Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd, secondo l'Huffington Post, si sarebbe sfogato con i suoi: «Io non ce l'ho con la Lamorgese, il punto è complessivo, non c'è una politica per l'immigrazione. Non c'è niente». Corrisponde al vero, ma toccherebbe anche a lui darsi da fare. E invece si limita alla polemichetta politica: «Quanto sta avvenendo nel Mediterraneo sui flussi migratori era abbastanza prevedibile. Era chiaro da mesi che gli effetti dell'epidemia, anche dal punto di vista economico e sociale, avrebbero posto in forma inedita questo tema. Sono scenari che il governo deve valutare con la più grande attenzione», ha detto ieri Zingaretti. «Ora occorre un impegno straordinario su più fronti: nel campo dell'accoglienza, del collocamento in Europa e in Italia dei flussi, di presenza politica e chiarezza nei confronti dei Paesi di partenza, a cominciare dalla difesa dei diritti umani, dalla ricostruzione della rete di accoglienza in Italia». Sì, era tutto chiaro da mesi. Peccato che siano proprio le posizioni del Pd (o di parte di esso) a impedire ogni soluzione.
Una fetta del partito, di fronte agli sbarchi in costante aumento e al collasso del sistema di accoglienza, non fa altro che chiedere di aprire ulteriormente le frontiere. C'è anche chi, lunedì, ha partecipato a una manifestazione sponsorizzata da Roberto Saviano, Valeria Parrella, Michela Murgia e altri per chiedere di far saltare gli accordi con la Libia. I giornali d'area continuano ad attaccare il governo sull'argomento, come dimostra l'apertura di Repubblica di ieri, secondo cui la Guardia costiera italiana, d'accordo con Malta, non soccorrerebbe i migranti aspettando l'intervento dei libici.
Sul punto è stato particolarmente duro il dem Matteo Orfini: «Quello che sta accadendo in questi giorni dimostra il fallimento di una strategia di gestione dei flussi migratori concepita dal governo Gentiloni con Marco Minniti ministro dell'Interno e proseguita con il Conte 1 e il Conte 2», ha detto Orfini. «Era abbastanza prevedibile l'aumento, d'estate, del numero degli sbarchi. Ma di fronte a numeri non enormi e tutto sommato gestibili, ci troviamo non attrezzati».
Il quadro è chiarissimo: da una parte Di Maio che invoca maggiori controlli, dall'altro l'ala sinistra del Pd che chiede più accoglienza e spara a zero sulla Lamorgese. In mezzo Zingaretti secondo cui «tutto era prevedibile», ma che ha ritenuto opportuno non fare un tubo. Vogliono cambiare i decreti sicurezza per «prendere le distanze» da Salvini, ma non hanno la più pallida idea di come gestire i flussi in aumento. Proseguono a bisticciare, ad accusarsi a vicenda di essere più o meno irresponsabili, e intanto la situazione fa peggiorando di giorno in giorno.
Solo su un punto sono tutti concordi: il caso «si poteva prevedere». Bravi: significa che lo avevate previsto e avete scelto di non arginarlo. Applausi.
«In Libia fucilano i profughi». Vietato opporsi agli sbarchi
Nel caos sbarchi e con extracomunitari che si aggirano positivi per il Paese, c'è chi preferisce prendere di mira ancora una volta la nostra Guardia costiera. Ieri La Repubblica accusava le motovedette italiane di ignorare le richieste di aiuto dei migranti «lasciati in mare per giorni», perché si vuole «rimandarne nell'inferno libico il più possibile». Una strategia che vedrebbe Italia e Malta «attori protagonisti» del soccorso «ritardato», e questo «dopo aver svuotato il Mediterraneo delle Ong». I militari italiani sono accusati di non rispondere alle richieste di soccorso di Alarm Phone, «dimenticano le convenzioni internazionali», lasciano alla deriva donne e bambini (potevano anche scrivere fanno morire) e insieme ai maltesi cercano così di «ridurre i flussi migratori in partenza dalla Libia». L'articolo usciva all'indomani della manifestazione organizzata a Roma per chiedere al governo di smetterla di finanziare la Guardia costiera libica. Tra i promotori e i primi firmatari dell'appello «I sommersi e i salvati» non potevano mancare Roberto Saviano, Luigi Manconi, Michela Murgia, Emma Bonino, Laura Boldrini, Sandro Veronesi più diverse Ong e le solite associazioni, compresa Baobab experience. Ieri, ad appesantire la situazione, la notizia della sparatoria contro migranti sudanesi a Khums, a Est di Tripoli, durante le operazioni di sbarco. Gli extracomunitari erano stati intercettati in mare e riportati a terra dalla Guardia costiera libica, mentre cercavano di fuggire due sarebbero morti sul colpo, un terzo è deceduto in ospedale dove era stato ricoverato assieme ad altri quattro feriti. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) è tonata a ribadire che la Libia non è un porto sicuro e che «è necessario mettere in atto uno sistema alternativo che permetta che le persone soccorse o intercettate in mare siano portate in porti sicuri». Per l'inviato speciale dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) nel Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel, bisogna «aumentare la capacità di soccorso e di ricerca nel Mediterraneo, coinvolgendo anche navi delle Ong, in modo da migliorare il livello delle operazioni di soccorso che permettano sbarchi in porti sicuri fuori dalla Libia. Inoltre serve una maggiore solidarietà tra gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo». Fin qui, le primissime reazioni a caldo, ma certo l'episodio inasprisce il dibattito sull'opportunità o meno di mantenere i rapporti con Tripoli e di finanziare con fondi europei le milizie libiche. «La cosiddetta Guardia costiera della Libia si rende responsabile di un massacro di persone inermi», ha twittato Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra italiana. «Un orrore di cui il nostro Paese è consapevolmente responsabile», l'ha definito Matteo Orfini, parlamentare del Pd, sostenendo che «al netto di tutte le ipocrisie di circostanza, è esattamente quello per cui la finanziamo (la guardia costiera libica, ndr): fermare i migranti con ogni mezzo». In tutto questo, le nostre motovedette che c'entrano? Non dovrebbero informare i libici della presenza di persone in mare, perché sono cattivi? Non si dovrebbe passare loro il coordinamento delle operazioni, se autorità Sar competente, come impongono le norme internazionali? La Guardia costiera libica con la quale dialogano le nostre unità è quella del governo riconosciuto dalle Nazioni unite, quindi non si vede perché non si debba avvertirla. Ancora una volta si cerca di risolvere il problema migrazione in mare e sotto la lente deformata dell'attenzione mediatica, mentre è l'Unione europea che non affronta la questione. Qualche giorno fa Giorgia Linardi, portavoce della Ong Sea watch, scriveva sulla Stampa che i migranti bisogna «andarli a prendere il prima possibile, come dice la legge, e poi si discute». Ma una motovedetta della nostra Guardia costiera non si muove di propria iniziativa, deve segnalare l'emergenza all'Imrcc, il centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo che avvia le prime azioni, assume il coordinamento delle operazioni di soccorso e avvisa l'autorità Sar competente. O qualcuno pensa che abbiamo mezzi e uomini per pattugliare il Mediterraneo alla ricerca di barconi? Quanto al rischio di portare il Covid dall'Africa, la Linardi se n'è uscita con una dichiarazione che la dice lunga sull'interesse degli attivisti per il nostro Paese: «Se anche coloro che attraversano il mare fossero tutti positivi, e non lo sono, li dovremmo forse lasciare lì?».
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Davanti al disastro scatta il tutti contro tutti. Luigi Di Maio: «È una questione di salute pubblica». Mentre Nicola Zingaretti si esprime come fosse all'opposizione: «Manca una politica sull'immigrazione». Le due anime della maggioranza vanno in direzioni totalmente opposte.La stampa di sinistra parla di esecuzioni per chiudere il dibattito sui migrantiLo speciale contiene due articoliDice Luciana Lamorgese che «gestire flussi migratori di questa entità è difficile in tempi normali, ma ora con le problematiche legate alla diffusione del Covid-19 la situazione è diventata davvero molto complessa». Beh, molte grazie, ce n'eravamo accorti. E ci aspettavamo che, dopo mesi, il governo avesse per lo meno elaborato una strategia. Invece, a quanto risulta, il piano consiste nel darsele di santa ragione sulla questione migratoria, concentrandosi sui litigi e dimenticandosi della realtà. A dare il via allo psicodramma interno alla maggioranza ci ha pensato Luigi Di Maio con un post su Facebook, ricordando che il tema dell'immigrazione «riguarda la nostra sicurezza, la sicurezza di ognuno di noi». Il ministro degli Esteri prosegue con toni ruvidi: «Abbiamo visto morire i nostri cari, i nostri medici, donne, uomini e anche bambini. Abbiamo dovuto seguire regole ferree, ci siamo chiusi in casa, alcuni sono stati separati dalle proprie famiglie per settimane e settimane. [...] Tutti, in un modo o nell'altro, ci siamo sacrificati». Motivo per cui non si può tollerare che i qualcuno (i migranti) «incurante delle regole tutt'ora in vigore, pensi di andarsene in giro senza rispettare l'obbligo della quarantena». Insomma, per Di Maio «è una questione di salute pubblica. Il virus non è scomparso», e «lo Stato ha il dovere di occuparsi di questo genere di problemi». Più che lo Stato, in realtà, dovrebbe essere il governo a gestire la patata bollente. Ma, appunto, è impegnato a litigare. Sulla questione è intervenuto pure un altro grande genio che risponde al nome di Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd, secondo l'Huffington Post, si sarebbe sfogato con i suoi: «Io non ce l'ho con la Lamorgese, il punto è complessivo, non c'è una politica per l'immigrazione. Non c'è niente». Corrisponde al vero, ma toccherebbe anche a lui darsi da fare. E invece si limita alla polemichetta politica: «Quanto sta avvenendo nel Mediterraneo sui flussi migratori era abbastanza prevedibile. Era chiaro da mesi che gli effetti dell'epidemia, anche dal punto di vista economico e sociale, avrebbero posto in forma inedita questo tema. Sono scenari che il governo deve valutare con la più grande attenzione», ha detto ieri Zingaretti. «Ora occorre un impegno straordinario su più fronti: nel campo dell'accoglienza, del collocamento in Europa e in Italia dei flussi, di presenza politica e chiarezza nei confronti dei Paesi di partenza, a cominciare dalla difesa dei diritti umani, dalla ricostruzione della rete di accoglienza in Italia». Sì, era tutto chiaro da mesi. Peccato che siano proprio le posizioni del Pd (o di parte di esso) a impedire ogni soluzione. Una fetta del partito, di fronte agli sbarchi in costante aumento e al collasso del sistema di accoglienza, non fa altro che chiedere di aprire ulteriormente le frontiere. C'è anche chi, lunedì, ha partecipato a una manifestazione sponsorizzata da Roberto Saviano, Valeria Parrella, Michela Murgia e altri per chiedere di far saltare gli accordi con la Libia. I giornali d'area continuano ad attaccare il governo sull'argomento, come dimostra l'apertura di Repubblica di ieri, secondo cui la Guardia costiera italiana, d'accordo con Malta, non soccorrerebbe i migranti aspettando l'intervento dei libici.Sul punto è stato particolarmente duro il dem Matteo Orfini: «Quello che sta accadendo in questi giorni dimostra il fallimento di una strategia di gestione dei flussi migratori concepita dal governo Gentiloni con Marco Minniti ministro dell'Interno e proseguita con il Conte 1 e il Conte 2», ha detto Orfini. «Era abbastanza prevedibile l'aumento, d'estate, del numero degli sbarchi. Ma di fronte a numeri non enormi e tutto sommato gestibili, ci troviamo non attrezzati». Il quadro è chiarissimo: da una parte Di Maio che invoca maggiori controlli, dall'altro l'ala sinistra del Pd che chiede più accoglienza e spara a zero sulla Lamorgese. In mezzo Zingaretti secondo cui «tutto era prevedibile», ma che ha ritenuto opportuno non fare un tubo. Vogliono cambiare i decreti sicurezza per «prendere le distanze» da Salvini, ma non hanno la più pallida idea di come gestire i flussi in aumento. Proseguono a bisticciare, ad accusarsi a vicenda di essere più o meno irresponsabili, e intanto la situazione fa peggiorando di giorno in giorno.Solo su un punto sono tutti concordi: il caso «si poteva prevedere». Bravi: significa che lo avevate previsto e avete scelto di non arginarlo. Applausi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lesodo-scatena-lo-psicodramma-nel-governo-2646820165.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-libia-fucilano-i-profughi-vietato-opporsi-agli-sbarchi" data-post-id="2646820165" data-published-at="1595965876" data-use-pagination="False"> «In Libia fucilano i profughi». Vietato opporsi agli sbarchi Nel caos sbarchi e con extracomunitari che si aggirano positivi per il Paese, c'è chi preferisce prendere di mira ancora una volta la nostra Guardia costiera. Ieri La Repubblica accusava le motovedette italiane di ignorare le richieste di aiuto dei migranti «lasciati in mare per giorni», perché si vuole «rimandarne nell'inferno libico il più possibile». Una strategia che vedrebbe Italia e Malta «attori protagonisti» del soccorso «ritardato», e questo «dopo aver svuotato il Mediterraneo delle Ong». I militari italiani sono accusati di non rispondere alle richieste di soccorso di Alarm Phone, «dimenticano le convenzioni internazionali», lasciano alla deriva donne e bambini (potevano anche scrivere fanno morire) e insieme ai maltesi cercano così di «ridurre i flussi migratori in partenza dalla Libia». L'articolo usciva all'indomani della manifestazione organizzata a Roma per chiedere al governo di smetterla di finanziare la Guardia costiera libica. Tra i promotori e i primi firmatari dell'appello «I sommersi e i salvati» non potevano mancare Roberto Saviano, Luigi Manconi, Michela Murgia, Emma Bonino, Laura Boldrini, Sandro Veronesi più diverse Ong e le solite associazioni, compresa Baobab experience. Ieri, ad appesantire la situazione, la notizia della sparatoria contro migranti sudanesi a Khums, a Est di Tripoli, durante le operazioni di sbarco. Gli extracomunitari erano stati intercettati in mare e riportati a terra dalla Guardia costiera libica, mentre cercavano di fuggire due sarebbero morti sul colpo, un terzo è deceduto in ospedale dove era stato ricoverato assieme ad altri quattro feriti. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) è tonata a ribadire che la Libia non è un porto sicuro e che «è necessario mettere in atto uno sistema alternativo che permetta che le persone soccorse o intercettate in mare siano portate in porti sicuri». Per l'inviato speciale dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) nel Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel, bisogna «aumentare la capacità di soccorso e di ricerca nel Mediterraneo, coinvolgendo anche navi delle Ong, in modo da migliorare il livello delle operazioni di soccorso che permettano sbarchi in porti sicuri fuori dalla Libia. Inoltre serve una maggiore solidarietà tra gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo». Fin qui, le primissime reazioni a caldo, ma certo l'episodio inasprisce il dibattito sull'opportunità o meno di mantenere i rapporti con Tripoli e di finanziare con fondi europei le milizie libiche. «La cosiddetta Guardia costiera della Libia si rende responsabile di un massacro di persone inermi», ha twittato Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra italiana. «Un orrore di cui il nostro Paese è consapevolmente responsabile», l'ha definito Matteo Orfini, parlamentare del Pd, sostenendo che «al netto di tutte le ipocrisie di circostanza, è esattamente quello per cui la finanziamo (la guardia costiera libica, ndr): fermare i migranti con ogni mezzo». In tutto questo, le nostre motovedette che c'entrano? Non dovrebbero informare i libici della presenza di persone in mare, perché sono cattivi? Non si dovrebbe passare loro il coordinamento delle operazioni, se autorità Sar competente, come impongono le norme internazionali? La Guardia costiera libica con la quale dialogano le nostre unità è quella del governo riconosciuto dalle Nazioni unite, quindi non si vede perché non si debba avvertirla. Ancora una volta si cerca di risolvere il problema migrazione in mare e sotto la lente deformata dell'attenzione mediatica, mentre è l'Unione europea che non affronta la questione. Qualche giorno fa Giorgia Linardi, portavoce della Ong Sea watch, scriveva sulla Stampa che i migranti bisogna «andarli a prendere il prima possibile, come dice la legge, e poi si discute». Ma una motovedetta della nostra Guardia costiera non si muove di propria iniziativa, deve segnalare l'emergenza all'Imrcc, il centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo che avvia le prime azioni, assume il coordinamento delle operazioni di soccorso e avvisa l'autorità Sar competente. O qualcuno pensa che abbiamo mezzi e uomini per pattugliare il Mediterraneo alla ricerca di barconi? Quanto al rischio di portare il Covid dall'Africa, la Linardi se n'è uscita con una dichiarazione che la dice lunga sull'interesse degli attivisti per il nostro Paese: «Se anche coloro che attraversano il mare fossero tutti positivi, e non lo sono, li dovremmo forse lasciare lì?».
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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