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2020-03-18
L’epidemia tira dritto e ci sono più multe per chi esce a zonzo
Ansa
Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano.
«È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva.
«Pronti i test sulla cura a base di spray nasale»
In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York).
Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19?
«La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione».
Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci?
«Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate».
Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara...
«Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare».
Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini.
«Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo».
Con chi state facendo queste ricerche?
«C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato».
Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo?
«La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
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Contagi oltre 30.000, con 2.503 decessi. Paziente guarito a Torino rimane positivo. Aumentano le violazioni del decreto.Il genetista Matteo Bertelli: «Abbiamo trovato molecole naturali che bloccano il virus. Potremo stabilizzare i malati prima che peggiorino».Lo speciale contiene due articoli. Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano. «È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lepidemia-tira-dritto-e-ci-sono-piu-multe-per-chi-esce-a-zonzo-2645516110.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronti-i-test-sulla-cura-a-base-di-spray-nasale" data-post-id="2645516110" data-published-at="1777607134" data-use-pagination="False"> «Pronti i test sulla cura a base di spray nasale» In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York). Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19? «La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione». Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci? «Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate». Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara... «Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare». Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini. «Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo». Con chi state facendo queste ricerche? «C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato». Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo? «La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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