True
2020-03-18
L’epidemia tira dritto e ci sono più multe per chi esce a zonzo
Ansa
Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano.
«È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva.
«Pronti i test sulla cura a base di spray nasale»
In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York).
Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19?
«La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione».
Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci?
«Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate».
Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara...
«Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare».
Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini.
«Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo».
Con chi state facendo queste ricerche?
«C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato».
Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo?
«La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
Continua a leggereRiduci
Contagi oltre 30.000, con 2.503 decessi. Paziente guarito a Torino rimane positivo. Aumentano le violazioni del decreto.Il genetista Matteo Bertelli: «Abbiamo trovato molecole naturali che bloccano il virus. Potremo stabilizzare i malati prima che peggiorino».Lo speciale contiene due articoli. Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano. «È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lepidemia-tira-dritto-e-ci-sono-piu-multe-per-chi-esce-a-zonzo-2645516110.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronti-i-test-sulla-cura-a-base-di-spray-nasale" data-post-id="2645516110" data-published-at="1781753015" data-use-pagination="False"> «Pronti i test sulla cura a base di spray nasale» In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York). Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19? «La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione». Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci? «Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate». Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara... «Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare». Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini. «Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo». Con chi state facendo queste ricerche? «C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato». Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo? «La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
Continua a leggereRiduci
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
Continua a leggereRiduci