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2020-03-18
L’epidemia tira dritto e ci sono più multe per chi esce a zonzo
Ansa
Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano.
«È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva.
«Pronti i test sulla cura a base di spray nasale»
In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York).
Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19?
«La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione».
Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci?
«Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate».
Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara...
«Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare».
Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini.
«Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo».
Con chi state facendo queste ricerche?
«C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato».
Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo?
«La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
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Contagi oltre 30.000, con 2.503 decessi. Paziente guarito a Torino rimane positivo. Aumentano le violazioni del decreto.Il genetista Matteo Bertelli: «Abbiamo trovato molecole naturali che bloccano il virus. Potremo stabilizzare i malati prima che peggiorino».Lo speciale contiene due articoli. Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano. «È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lepidemia-tira-dritto-e-ci-sono-piu-multe-per-chi-esce-a-zonzo-2645516110.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronti-i-test-sulla-cura-a-base-di-spray-nasale" data-post-id="2645516110" data-published-at="1778592066" data-use-pagination="False"> «Pronti i test sulla cura a base di spray nasale» In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York). Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19? «La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione». Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci? «Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate». Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara... «Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare». Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini. «Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo». Con chi state facendo queste ricerche? «C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato». Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo? «La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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