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2020-03-18
L’epidemia tira dritto e ci sono più multe per chi esce a zonzo
Ansa
Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano.
«È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva.
«Pronti i test sulla cura a base di spray nasale»
In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York).
Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19?
«La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione».
Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci?
«Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate».
Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara...
«Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare».
Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini.
«Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo».
Con chi state facendo queste ricerche?
«C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato».
Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo?
«La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
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Contagi oltre 30.000, con 2.503 decessi. Paziente guarito a Torino rimane positivo. Aumentano le violazioni del decreto.Il genetista Matteo Bertelli: «Abbiamo trovato molecole naturali che bloccano il virus. Potremo stabilizzare i malati prima che peggiorino».Lo speciale contiene due articoli. Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano. «È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lepidemia-tira-dritto-e-ci-sono-piu-multe-per-chi-esce-a-zonzo-2645516110.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronti-i-test-sulla-cura-a-base-di-spray-nasale" data-post-id="2645516110" data-published-at="1771960136" data-use-pagination="False"> «Pronti i test sulla cura a base di spray nasale» In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York). Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19? «La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione». Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci? «Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate». Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara... «Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare». Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini. «Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo». Con chi state facendo queste ricerche? «C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato». Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo? «La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.
Flavio Cattaneo (Ansa)
Il risultato? A Piazza Affari il titolo ha fatto ciò che ogni amministratore delegato sogna di vedere subito dopo una presentazione agli analisti: +6,8% in chiusura, quota 9,7 euro, con quell’aria da studente diligente che si presenta all’esame con i compiti già fatti.
Il piano firmato dall’amministratore delegato Flavio Cattaneo ha innestato il turbo. Gli investimenti salgono di dieci miliardi rispetto al programma precedente e toccano i 53 miliardi complessivi. Non un ritocco cosmetico, ma una vera accelerazione con l’obiettivo dichiarato di svilupparsi «nelle geografie più dinamiche»: Europa e Americhe, cioè mercati regolati, domanda solida e – dettaglio non trascurabile – minori sorprese politiche.
L’idea industriale è semplice quanto potente: se il mondo consuma più elettricità perché arrivano data center, intelligenza artificiale, robotica, auto elettriche e re-industrializzazione, qualcuno dovrà pur produrla e distribuirla. E fra i big c’è Enel. La gran parte delle risorse va a ciò che oggi fa davvero la differenza in un gruppo energetico: infrastrutture e generazione pulita.
Oltre 26 miliardi saranno destinati al business integrato, con circa 20 miliardi nelle rinnovabili. Di questi, più di 23 miliardi finiranno tra Europa (Italia e Spagna) e Nord America, mentre circa 3 miliardi prenderanno la strada dell’America Latina.
Altri 26 miliardi abbondanti andranno alle reti, il vero «asset invisibile» che però garantisce stabilità dei flussi di cassa. Il 55% sarà investito in Italia, il resto distribuito tra Penisola Iberica e America Latina.
Tradotto dal linguaggio finanziario: meno avventure, più chilometri di cavi. Ed è esattamente quello che i mercati vogliono sentirsi dire.
La cedola proposta per il 2025 sale a 0,49 euro per azione (da 0,47) ed è solo l’inizio: la crescita prevista è del 6% annuo. In un’epoca in cui molti gruppi promettono transizioni epocali ma dimenticano di remunerare gli azionisti nel frattempo, Enel fa l’opposto: investe molto e paga subito. Non a caso nel triennio 2023-2025 sono già stati restituiti circa 15 miliardi tra dividendi e buy-back. Un messaggio chiaro: la transizione energetica non è una penitenza francescana, ma un business regolato con ritorni prevedibili.
Naturalmente non esiste piano industriale italiano senza una variabile normativa. Il decreto Bollette peserà per circa 1,8 miliardi in tre anni. Il direttore finanziario Stefano De Angelis ha spiegato agli analisti che l’impatto sarà compensato da azioni gestionali e recuperi progressivi: l’effetto sull’utile netto oscillerà tra 300 e 400 milioni nell’anno peggiore, il 2028. Insomma, una zavorra gestibile. E infatti il mercato ha scelto di guardare avanti, non nello specchietto retrovisore. Come ha osservato lo stesso Cattaneo, la Borsa «non vede il passato ma il futuro». Efficienza prima ancora che crescita. Il gruppo non parte da zero. Le efficienze previste dal piano precedente – circa un miliardo – sono state centrate con un anno di anticipo.
Ora si punta ad altri 700 milioni di risparmi entro il 2028, mentre l’utile netto ordinario per azione è atteso salire fino a 0,80-0,82 euro, rispetto agli 0,69 stimati nel 2025. Il tutto con un prezzo dell’energia assunto a 85 euro per megawattora, livello prudenziale rispetto alle montagne russe viste negli ultimi anni.
Per anni la transizione è stata raccontata come una promessa lontana, fatta di slogan verdi e ritorni nebulosi. Questo piano segna invece il passaggio alla fase adulta: grandi investimenti, reti fisiche, rinnovabili industrializzate, crescita degli utili e dividendi prevedibili.
In altre parole, meno ideologia e più contabilità. E quando la transizione energetica incontra il rendimento, la Borsa – che non ha mai avuto vocazioni spirituali – applaude senza esitazioni.
Del resto, come insegna la vecchia scuola milanese, l’elettricità sarà anche invisibile, ma i dividendi si vedono benissimo.
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 febbraio 2026. Ospite l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti. L'argomento del giorno è: "La situazione in Ucraina e le elezioni di Midterm negli Usa".