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2020-03-18
L’epidemia tira dritto e ci sono più multe per chi esce a zonzo
Ansa
Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano.
«È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva.
«Pronti i test sulla cura a base di spray nasale»
In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York).
Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19?
«La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione».
Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci?
«Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate».
Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara...
«Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare».
Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini.
«Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo».
Con chi state facendo queste ricerche?
«C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato».
Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo?
«La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
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Contagi oltre 30.000, con 2.503 decessi. Paziente guarito a Torino rimane positivo. Aumentano le violazioni del decreto.Il genetista Matteo Bertelli: «Abbiamo trovato molecole naturali che bloccano il virus. Potremo stabilizzare i malati prima che peggiorino».Lo speciale contiene due articoli. Ha superato i 30.000 contagiati, guariti e morti compresi, l'avanzata del coronavirus in Italia. Il dato preciso è stato reso noto ieri dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il consueto bollettino delle 18. Ben 31.506 italiani hanno contratto il Covid-19 da quando è cominciata l'emergenza. Per stemperare, Borrelli parte dai pazienti guariti: 2.941, 192 in più di lunedì. Mentre il paziente 1 di Torino, che era stato dichiarato guarito ed era in via di dimissione, è sempre positivo ed è tornato in isolamento. I morti positivi al coronavirus alla conta di ieri, invece, erano 345: 2.503 i decessi totali. I nuovi contagiati, invece, sono 2.989 su un totale di 26.062. «È nel trend del periodo», spiega Borrelli, «la prossima settimana avremo dati più adeguati in relazione alle misure adottate». Ma gli italiani sembra che le disposizioni del governo per arginare la diffusione del virus le abbiano sopportate solo pochi giorni. Lunedì, stando ai dati diffusi dal Viminale, 7.890 soggetti (su 172.720 cittadini controllati) sono stati denunciati, poiché beccati in giro senza una giusta causa o perché hanno fornito false dichiarazioni ai pubblici ufficiali. Per avere un'idea della crescita di controlli e denunce basta considerare che il 12 marzo, il giorno dopo l'entrata in vigore del decreto, erano state denunciate 2.162 persone, e i controlli erano stati 106.659. Ieri a Roma, per esempio, i carabinieri hanno denunciato una coppia che cercava un po' di relax nel parco delle Sabine con tanto di chitarra. In Toscana invece c'è chi, come due fratelli albanesi poco più che ventenni, è partito da da Montelupo per andare al centro di Firenze solo per comprare un pacchetto di sigarette. Oppure chi è stato beccato ad amoreggiare in auto in sosta. È accaduto a Milano, in zona Mecenate. I protagonisti dell'incontro: una donna tunisina di 40 anni e un egiziano di 23. E proprio in Lombardia continuano a crescere i positivi: con i 1.971 di ieri si è arrivati a quota 16.620. I morti sono 1.640 (220 in più rispetto a lunedì). Le province più colpite: Bergamo e Brescia. Il numero di contagiati è comunque cresciuto in tutta Italia: in Emilia Romagna è arrivato a 3.404; a 1.764 in Piemonte; 1.302 nelle Marche; 1.024 in Toscana; 661 in Liguria; 347 in Friuli Venezia Giulia; 368 nella provincia autonoma di Trento e 282 nella provincia autonoma di Bolzano. «È ancora prematuro fare delle previsioni sulle diffusioni del virus al Sud e per poter esprimere dei giudizi», spiega Borrelli. Attualmente la situazione è questa: i pazienti contagiati sono 550 nel Lazio; 423 in Campania; 320 in Puglia; 226 in Sicilia; 216 in Abruzzo e 192 in Umbria. Hanno da poco superato i 100 positivi la Calabria (112) e la Sardegna (115). Borrelli non perde occasione per ricordare che «quello che è importante è limitare la mobilità e stare più possibile a casa». Per questo crescono i paesi in quarantena. La «Codogno calabrese» è Montebello Jonico, 6.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria. Lì qualche giorno fa è morto un dipendente comunale. La causa: complicazioni da coronavirus. Si aggiunge ai cinque comuni della Campania (Polla, Sala Consilina, Atena Lucana e Caggiano in provincia di Salerno e Ariano Irpino in provincia di Benevento) chiusi, per l'elevata presenza di contagiati dal governatore Vincenzo De Luca. E al comune della Basilicata, Moliterno, provincia di Potenza, che è in isolamento perché il 25% dei tamponi positivi lucani proviene da lì. Un intero ospedale, quello di Villa d'Agri, è stato chiuso ieri per permettere la sanificazione dopo che un medico è stato trovato positivo. Accadde già a Schiavonia, in provincia di Padova, quello che registrò la prima vittima italiana di coronavirus e che per questo venne chiuso due settimane. Ora, annuncia Regione Veneto, diventerà un Covid hospital. In Veneto i ricoverati in ospedale sono 770, di cui 177 in terapia intensiva. Ma la Regione ha reso Covid hospital ben sei nuove strutture e il governatore Luca Zaia ha annunciato: «Siamo pronti all'onda d'urto». E mentre le regioni stanno cercando di recuperare posti letto per i malati di coronavirus, in Molise il sindaco di Vasto, Francesco Menna, alza le barricate ed è pronto a ogni azione legale per impedire che l'ospedale San Pio diventi un Covid hospital. Complessivamente i casi positivi in Molise sono 19, oltre ai due trasferiti da Bergamo. In totale i pazienti trasferiti ieri da Bergamo, Brescia, Melzo, e Crema sono 48 (tendenzialmente sono finiti tutti in strutture lombarde del settore privato accreditato). La situazione resta comunque «drammatica» dall'azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che nella sola giornata di ieri ha registrato 39 ricoveri e finito i posti in terapia intensiva. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lepidemia-tira-dritto-e-ci-sono-piu-multe-per-chi-esce-a-zonzo-2645516110.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronti-i-test-sulla-cura-a-base-di-spray-nasale" data-post-id="2645516110" data-published-at="1781150592" data-use-pagination="False"> «Pronti i test sulla cura a base di spray nasale» In attesa di vaccini e farmaci specifici, per rallentare la crescita galoppante della Covid-19 servono subito soluzioni semplici, efficaci e poco costose. Ambizioso, ma non impossibile. «Entro 10 giorni inizieremo la sperimentazione di una cura che potrebbe abbassare l'infettività del virus, riducendo il numero di casi che evolvono verso una gravità che richiede terapie più lunghe e più costose», dice Matteo Bertelli, genetista e direttore di Magi, l'istituto trentino per la diagnosi, ricerca e cura delle malattie genetiche e rare, che ebbe come primo direttore scientifico il premio Nobel Rita Levi Montalcini (e attualmente Lucio Luzzatto, già direttore del Memorial Sloan-Kettering hospital di New York). Quale strategia propone per rallentare l'aggravarsi della sindrome polmonare della Covid-19? «La ricerca è troppo polarizzata, e non per forza correttamente, verso vaccini ricombinanti e, soprattutto, farmaci costosi come gli anticorpi monoclonali mirati contro specifiche proteine del virus. Oltre a richiedere molti mesi per lo sviluppo, hanno un costo così alto per il sistema sanitario che, se usati in massa, lo porterebbero al default. Dovremmo invece pensare a farmaci a brevetto scaduto o molecole anche naturali (melatonina, zuccheri semplici come l'inositolo) che possono bloccare un processo fondamentale per il virus: l'ingresso nelle cellule umane (endocitosi) o altri processi biologici determinanti per la sua diffusione». Ma come si trovano queste molecole naturali poco costose ed efficaci? «Si tratta di un filone di ricerca bioinformatica che abbiamo sviluppato per le malattie genetiche rare con il nostro spin off Ebtna-Lab, che ha sede a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda. Una volta riconosciute le proteine che hanno un ruolo chiave nella malattia, il computer interroga la banca dati delle molecole naturali e identifica quelle che potrebbero avere interazioni con queste strutture. Noi usiamo solo piccole molecole naturali che interagiscono in modo molto specifico. Una volta trovate, si comprano e si testano in vitro, quindi nell'animale e nell'uomo. La ricerca è più veloce perché su queste molecole ci sono già dati scientifici che certificano la sicurezza, sono subito utilizzabili. Il costo è davvero irrisorio perché esistono in natura, quindi non sono brevettabili. Anche per questo sono poco studiate». Quindi avete trattato il Covid-19 come una malattia genetica rara... «Più che rara direi negletta, cioè una malattia che diventa d'interesse per la ricerca scientifica solo quando arriva in Occidente. Il SarsCov2 appartiene a una specie assolutamente già nota, quella dei coronavirus, che di solito non causa malattie gravi ad eccezione del ceppo della Sars (Sindrome respiratoria acuta grave, ndr). Questo della Covid-19 ha fatto un salto di specie, dal pipistrello all'uomo: una ricombinazione micidiale. Si tratta di una chimera, un evento estremamente raro in natura e molto difficile da trattare». Siete partiti dall'osservazione che la Covid-19 colpisce più gli anziani dei bambini. «Ci sono due possibili spiegazioni principali. La prima ipotesi è che i bambini, chiusi nelle scuole e negli asili, infettandosi spesso con diversi ceppi di coronavirus si creino una sorta di immunità crociata. Una seconda strada, quella che abbiamo studiato, ha considerato il meccanismo che permette al virus di entrare nella cellula, l'endocitosi, che non avviene solo legandosi a un recettore ma anche ad alcuni lipidi che compongono la struttura della membrana. La composizione dei lipidi di membrana cambia con l'età. L'ipotesi è che le persone anziane abbiano un metabolismo del colesterolo diverso da quello dei bambini e dei giovani, che semplifica al virus l'ingresso nella cellula. Abbiamo individuato queste strutture e le piccole molecole naturali che, agendo in sinergia, possono disturbare l'endocitosi. Una volta formulato lo spray nasale, l'abbiamo testato con successo in vitro. Adesso lo sperimentiamo nell'uomo». Con chi state facendo queste ricerche? «C'è una rete d'eccellenza con strutture come il Poliambulanza di Brescia, l'Università di Perugia, il Gaslini di Genova, il Gemelli e l'ospedale San Giovanni Battista di Roma. Abbiamo creato una rete fortissima di ricerca e clinica che quotidianamente si sta strutturando in ambito di ricerca e assistenza del malato». Entro dieci giorni puntate alla sperimentazione in corsia. Con quale obiettivo? «La nostra idea è di essere complementari. Molto probabilmente ci saranno comunque pazienti gravi che dovranno ricorrere a terapie costose, ma pensiamo che se riuscissimo, con terapie estremamente economiche e poco tossiche, a ridurre, anche sensibilmente, il numero dei pazienti che diventano gravi, avremmo fatto un gran servizio ai malati. Ma anche al sistema sanitario, che potrebbe utilizzare farmaci molto costosi in modo mirato, su poche persone. Non abbiamo l'obiettivo di azzerare il virus, ma di aiutare il maggior numero di persone a non ammalarsi o a non aggravarsi, in modo da evitare la terapia intensiva e anche limitare l'uso di farmaci costosi».
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.