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2025-05-02
Leonor Fini: la sua arte in mostra a Palazzo Reale
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Leonor Fini. Autoportrait au chapeau rouge, 1968.Archivio fotografico del Museo Revoltella - Galleria d'Arte Moderna, Trieste © Leonor Fini Estate, Paris
Nata a Buenos Aires nel 1907 da madre italiana e padre argentino e morta a Parigi nel 1996, la vita di Leonor Fini è stata eclettica, eccentrica, originale, stravagante, provocatoria e anticonformista come la sua arte, definita da più parti «grande e magica, inquietante e placida, poetica e mitica, bella e fiabesca ».
Genio ribelle e talento precoce, attratta dall’arte ma non dagli accademismi, trascorse l’adolescenza a Trieste (città natale della madre), dove cominciò a disegnare da autodidatta imparando l’anatomia umana osservando i cadaveri all’obitori della citta…Lasciata Trieste per Milano, nel capoluogo meneghino conobbe gli artisti più importanti del tempo (fra cui De Chirico, Sironi e Carrà) e, a soli 17 anni, espose per la prima volta le sue opere in una nota galleria: grande ammiratrice di Freud e delle sue teorie, i primi dipinti di Leonor Fini rappresentavano già ambienti, personaggi e oggetti inquietanti e ambigui, dalla forte valenza psicoanalitica.
Giovane, ma già forte di una certa fama, nel 1931 si trasferì da sola a Parigi (città che divenne la sua «patria adottiva»), dove, fra feste, committenze e mondanità, entrò in contatto con il gruppo dei surrealisti, e con Max Ernest - che la definì «la furia italiana a Parigi» - in particolare. Ma nonostante il suo linguaggio artistico avesse molto in comune con l’estetica surrealista, rifiutò questa etichetta e qualunque altra forma di classificazione o di rigida schematizzazione. Influenzata dal romanticismo tedesco e francese, dal decadentismo della secessione viennese e da una certa tradizione del fantastico, Leonor Fini amava rappresentare soprattutto oscure ed enigmatiche figure femminili, mossa da un’ideale di donna forte, bella e passionale, in grado di scalzare l’uomo dal dominio del mondo. Donne che spesso dipingeva in veste di dee o sfingi, metà donna e metà felino, quasi a volersi specchiare e riconoscers in esse, ricercando l’aspetto più interiore e onirico della femminilità
Spirito libero e nomade, negli anni del secondo conflitto mondiale lasciò Parigi, occupata dai tedeschi, per Montecarlo e poi per Roma, dove conobbe intellettuali e artisti (fra cui Elsa Morante e Anna Magnani, con le quali condivideva una grande passione per i gatti) e si legò d'intensa amicizia con l'architetto e pittore Fabrizio Clerici, che frequentò per tutta la vita. Artista poliedrica, amante dei travestimenti e delle maschere, Leonor Fini fu anche fotografa, scenografa e stilista ( spesso indossava in pubblico i bizzarri costumi che lei stessa, da sempre amante dei travestimenti, disegnava…) e proprio nella Città Eterna, dove divenne la ritrattista ufficiale della «Roma bene » , lavorò moltissimo per il cinema e il teatro.
Dopo gli anni romani e il suo ritorno a Parigi, seguirono quelli di una maturità inquieta, segnata dalla morte della madre, alla quale era legatissima, e da una pittura più introspettiva, cupa e opprimente, fortemente influenzata dall’arte nordica. Prepotente, nelle opere di questo periodo, torna il tema dell’eros, fra i più ricorrenti (insieme alle figure femminili, alla famiglia, al macabro e alle metamorfosi) nel linguaggio artistico della Fini, sicuramente fra le figure più complesse e coraggiose del panorama artistico -femminile e non- del XX secolo. A lei e al suo universo visionario e ribelle Milano dedica «Io sono LEONOR FINI », una grande e completa retrospettiva (curata da Tere Arq e Carlos Martin), che nel titolo si ispira ad una citazione forte e potente della stessa Fini: «Sono una pittrice. Quando mi chiedono come faccia, rispondo: Io sono».
La Mostra
In un percorso espositivo scandito da nove sezioni tematiche, oltre 100 opere (tra dipinti, disegni, fotografie, sontuosi costumi e video) si offrono al visitatore in ambienti ovattati dalle pareti monocolori, in un’alternanza di giallo ocra e viola, blu notte e rosso pompeiano, grigio e nero. Luci soffuse e teche di vetro.
Ad aprire la mostra sono le cosiddette « scene primordiali», un’interessante selezione di opere emblematiche delle esperienze giovanili vissute dalla Fini, che hanno lasciato un segno nel suo immaginario e che compaiono ripetutamente nella sua produzione artistica: fra gli «eventi primordiali » più importanti, lo sconvolgente dramma della cecità, che colpì una Leonor ancora adolescente per oltre due mesi, costringendola ad una vita senza luce… Ma fu proprio dopo questa traumatica esperienza che Leonor , quasi chiamata a una visione superiore, si dedicò totalmente all’arte, mossa da una dedizione quasi ossessiva per la pulsione visiva e da un’eccezionale sensibilità tattile (evidente soprattutto nei tessuti e nelle texture), tratti tipici di chi ha affinato gli altri sensi durante una temporanea privazione della vista.
Nelle sale successive, spaziando dalla pittura alla moda, dalla letteratura al teatro, un susseguirsi di dipinti e un’intera sezione di bozzetti, figurini ed un costume disegnato da lei , provenienti dall’archivio Storico Artistico del Teatro alla Scala: tra i dipinti in mostra, impossibile non soffermarsi davanti a Dans la tour (Autoportrait avec Constantin Jelenski), a le Stryges Amaouri o al meraviglioso Le radeau, opere che sono un viaggio nell’ inconscio, enigmatiche e magnetiche, in bilico fra il reale e l’immaginario, dove visione e simbolismo si intrecciano e le figure femminili appaiono come forze primordiali e potenti, contrapposte a uomini ambigui e straniti. Uomini, donne, maschile, femminile, identità, genere, appartenenza, tutti temi - come ho già sottolineato - non solo molto ricorrenti nel linguaggio artistico di Leonor Fini, ma anche di un’attualità sorprendente. A «salutare il pubblico », in uno spazio che è un’alternanza di specchi, foto d’epoca e di ritratti in bianco e nero dell’artista, il celebre dipinto Autoritratto con il cappello rosso, che, a dimostrazione di quanto Leonor Fini sia stata ( e lo sia tuttora) un’artista moderna e anticonformista, capace di parlare anche alle nuove generazioni, invita il pubblico a scattare una foto e a condividerla sui social (utilizzando l’hashtag #iosonoleonorfini). Ed è proprio per questa sua modernità e per la straordinaria capacità di anticipare i tempi che questa grande artista, davvero unica nel suo genere, continua ad esercitare un grande fascino anche sulle nuove generazioni. Sui giovani di oggi e su quelli di domani…
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Pittrice, scenografa, costumista, scritirice e disegnatrice, talento precoce e una vita fuori dagli schemi, a Leonor Fini (1907-1996) Milano dedica una grande monografica, allestita (sino al 22 giugno 2025) nelle sale di Palazzo Reale. Tra dipinti, disegni, costumi, fotografie e video, esposte oltre 100 opere, in un percorso espositivo originale e ricco di fascino.Nata a Buenos Aires nel 1907 da madre italiana e padre argentino e morta a Parigi nel 1996, la vita di Leonor Fini è stata eclettica, eccentrica, originale, stravagante, provocatoria e anticonformista come la sua arte, definita da più parti «grande e magica, inquietante e placida, poetica e mitica, bella e fiabesca ». Genio ribelle e talento precoce, attratta dall’arte ma non dagli accademismi, trascorse l’adolescenza a Trieste (città natale della madre), dove cominciò a disegnare da autodidatta imparando l’anatomia umana osservando i cadaveri all’obitori della citta…Lasciata Trieste per Milano, nel capoluogo meneghino conobbe gli artisti più importanti del tempo (fra cui De Chirico, Sironi e Carrà) e, a soli 17 anni, espose per la prima volta le sue opere in una nota galleria: grande ammiratrice di Freud e delle sue teorie, i primi dipinti di Leonor Fini rappresentavano già ambienti, personaggi e oggetti inquietanti e ambigui, dalla forte valenza psicoanalitica. Giovane, ma già forte di una certa fama, nel 1931 si trasferì da sola a Parigi (città che divenne la sua «patria adottiva»), dove, fra feste, committenze e mondanità, entrò in contatto con il gruppo dei surrealisti, e con Max Ernest - che la definì «la furia italiana a Parigi» - in particolare. Ma nonostante il suo linguaggio artistico avesse molto in comune con l’estetica surrealista, rifiutò questa etichetta e qualunque altra forma di classificazione o di rigida schematizzazione. Influenzata dal romanticismo tedesco e francese, dal decadentismo della secessione viennese e da una certa tradizione del fantastico, Leonor Fini amava rappresentare soprattutto oscure ed enigmatiche figure femminili, mossa da un’ideale di donna forte, bella e passionale, in grado di scalzare l’uomo dal dominio del mondo. Donne che spesso dipingeva in veste di dee o sfingi, metà donna e metà felino, quasi a volersi specchiare e riconoscers in esse, ricercando l’aspetto più interiore e onirico della femminilitàSpirito libero e nomade, negli anni del secondo conflitto mondiale lasciò Parigi, occupata dai tedeschi, per Montecarlo e poi per Roma, dove conobbe intellettuali e artisti (fra cui Elsa Morante e Anna Magnani, con le quali condivideva una grande passione per i gatti) e si legò d'intensa amicizia con l'architetto e pittore Fabrizio Clerici, che frequentò per tutta la vita. Artista poliedrica, amante dei travestimenti e delle maschere, Leonor Fini fu anche fotografa, scenografa e stilista ( spesso indossava in pubblico i bizzarri costumi che lei stessa, da sempre amante dei travestimenti, disegnava…) e proprio nella Città Eterna, dove divenne la ritrattista ufficiale della «Roma bene » , lavorò moltissimo per il cinema e il teatro. Dopo gli anni romani e il suo ritorno a Parigi, seguirono quelli di una maturità inquieta, segnata dalla morte della madre, alla quale era legatissima, e da una pittura più introspettiva, cupa e opprimente, fortemente influenzata dall’arte nordica. Prepotente, nelle opere di questo periodo, torna il tema dell’eros, fra i più ricorrenti (insieme alle figure femminili, alla famiglia, al macabro e alle metamorfosi) nel linguaggio artistico della Fini, sicuramente fra le figure più complesse e coraggiose del panorama artistico -femminile e non- del XX secolo. A lei e al suo universo visionario e ribelle Milano dedica «Io sono LEONOR FINI », una grande e completa retrospettiva (curata da Tere Arq e Carlos Martin), che nel titolo si ispira ad una citazione forte e potente della stessa Fini: «Sono una pittrice. Quando mi chiedono come faccia, rispondo: Io sono».La MostraIn un percorso espositivo scandito da nove sezioni tematiche, oltre 100 opere (tra dipinti, disegni, fotografie, sontuosi costumi e video) si offrono al visitatore in ambienti ovattati dalle pareti monocolori, in un’alternanza di giallo ocra e viola, blu notte e rosso pompeiano, grigio e nero. Luci soffuse e teche di vetro. Ad aprire la mostra sono le cosiddette « scene primordiali», un’interessante selezione di opere emblematiche delle esperienze giovanili vissute dalla Fini, che hanno lasciato un segno nel suo immaginario e che compaiono ripetutamente nella sua produzione artistica: fra gli «eventi primordiali » più importanti, lo sconvolgente dramma della cecità, che colpì una Leonor ancora adolescente per oltre due mesi, costringendola ad una vita senza luce… Ma fu proprio dopo questa traumatica esperienza che Leonor , quasi chiamata a una visione superiore, si dedicò totalmente all’arte, mossa da una dedizione quasi ossessiva per la pulsione visiva e da un’eccezionale sensibilità tattile (evidente soprattutto nei tessuti e nelle texture), tratti tipici di chi ha affinato gli altri sensi durante una temporanea privazione della vista.Nelle sale successive, spaziando dalla pittura alla moda, dalla letteratura al teatro, un susseguirsi di dipinti e un’intera sezione di bozzetti, figurini ed un costume disegnato da lei , provenienti dall’archivio Storico Artistico del Teatro alla Scala: tra i dipinti in mostra, impossibile non soffermarsi davanti a Dans la tour (Autoportrait avec Constantin Jelenski), a le Stryges Amaouri o al meraviglioso Le radeau, opere che sono un viaggio nell’ inconscio, enigmatiche e magnetiche, in bilico fra il reale e l’immaginario, dove visione e simbolismo si intrecciano e le figure femminili appaiono come forze primordiali e potenti, contrapposte a uomini ambigui e straniti. Uomini, donne, maschile, femminile, identità, genere, appartenenza, tutti temi - come ho già sottolineato - non solo molto ricorrenti nel linguaggio artistico di Leonor Fini, ma anche di un’attualità sorprendente. A «salutare il pubblico », in uno spazio che è un’alternanza di specchi, foto d’epoca e di ritratti in bianco e nero dell’artista, il celebre dipinto Autoritratto con il cappello rosso, che, a dimostrazione di quanto Leonor Fini sia stata ( e lo sia tuttora) un’artista moderna e anticonformista, capace di parlare anche alle nuove generazioni, invita il pubblico a scattare una foto e a condividerla sui social (utilizzando l’hashtag #iosonoleonorfini). Ed è proprio per questa sua modernità e per la straordinaria capacità di anticipare i tempi che questa grande artista, davvero unica nel suo genere, continua ad esercitare un grande fascino anche sulle nuove generazioni. Sui giovani di oggi e su quelli di domani…
C’è poco da fare: pensi gnocchi e ti viene fame. Sono probabilmente il primo piatto più apprezzato dai bambini e sono una ricetta che risolve tutti i problemi. Siamo abituati a pensarli di patate (alla sorrentina sono di una golosità solare!) ma in realtà si possono fare con tanti frutti dell’orto: a esempio in autunno con zucca e castagne e un sugo di funghi diventano sublimi. Noi oggi ve ne proponiamo alcuni leggerissimi, di gran gusto e di sicuro effetto: ingrediente base il cavolfiore!
Ingredienti – Cavolfiore 600 gr, farina tipo0 500 gr, un uovo,150 gr di gorgonzola, 12 noci, 150 gr di Parmigiano reggiano o Grana padano o altro formaggio da grattugia (tipo Montasio stravecchio), un bicchiere scarso di latte, sale e pepe qb
Procedimento – Tagliate a dadoni il cavolfiore e poi col il mixer riducetelo in una sorta di poltiglia. In una ciotola grande unite il cavolfiore grattugiato a ¾ della farina e lavoratelo con energia, aggiungete l’uovo e impastate ben bene, volendo anche con pizzico di sale. Fate riposare l’impasto poi infarinate il tagliere, date una forma cilindrica all’impasto lavorandolo ulteriormente e ricavatene tanti bastoncini che taglierete a pezzetti lunghi circa mezzo centimetro. E gli gnocchi sono fatti, sistemateli in un vassoio spolverizzando con altra farina. Mettete a bollire una pentola capiente con l’acqua e un po’ di sale e nel frattempo in una padella capiente – ci dovrete mantecare gli gnocchi – fate fondere a fiamma moderata il gorgonzola nel latte aggiungendo una metà circa de formaggio grattugiato. Lessate gli gnocchi (sono pronti quando vengono a galla, ci vorranno un paio di minuti) poi passateli nella crema di formaggio aggiungendo un pizzico di pepe se vi va, i gherigli delle noci, che avrete nel frattempo sgusciato, tritati grossolanamente. Aggiungete altro formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro gli gnocchi man mano che si fanno, nel piatto dove riposeranno.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Teroldego trentino, vanno benissimo Merlot o Cabernet Sauvignon o volendo anche una Barbera.
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Manifesti antiamericani a Teheran. Nel riquadro il titolo di Drop Site sul possibile attacco Usa (Ansa)
«Se il nemico commette un errore, senza dubbio metterà a repentaglio la propria sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista», ha frattanto dichiarato ieri il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, aggiungendo che le forze armate del regime sono «in piena prontezza difensiva e militare». Tutto questo, mentre i media statali iraniani pubblicavano foto di Ali Khamenei, per smentire le voci che si fosse nascosto in un bunker. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso irritazione per le esercitazioni militari dei pasdaran in programma oggi e domani nello Stretto di Hormuz: un’area, ricordiamolo, cruciale per quanto concerne il trasporto del petrolio. «Non tollereremo azioni pericolose del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica», ha dichiarato Centcom. Frattanto, sempre ieri, si sono verificate delle esplosioni in Iran: due funzionari israeliani hanno prontamente smentito il coinvolgimento dello Stato ebraico nell’accaduto. Anche gli Usa, secondo la Cnn, non avrebbero responsabilità.
Insomma, la situazione complessiva è a dir poco tesa. Ed è anche emersa una rivelazione curiosa. Secondo Axios, nella sua recente visita a Washington, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto, nel corso di un incontro privato con think tank e organizzazioni ebraiche, che l’Iran si sentirebbe incoraggiato, qualora gli Stati Uniti non lo attaccassero. Se confermata, questa posizione cozzerebbe con quanto espresso pubblicamente da Riad, che ha finora auspicato di evitare un’escalation. Non è quindi escludibile che quanto riferito da Axios possa determinare degli attriti tra i sauditi e la Turchia: Ankara si sta infatti spendendo per dissuadere la Casa Bianca dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Sarà un caso, ma, proprio ieri, una fonte ha riferito all’Afp che probabilmente la Turchia non aderirà al patto di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan.
Riad sta quindi facendo una sorta di doppio gioco? Non è affatto escludibile. Negli scorsi mesi, i sauditi si sono avvicinati ai turchi, convergendo su vari dossier (a cominciare da quello siriano). Tuttavia, dall’altra parte, Riad non ha mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. E questo potrebbe spiegare il senso di quanto rivelato da Axios. Va comunque da sé che, se i sauditi avessero davvero esortato Washington (per quanto indirettamente) ad agire, la probabilità di un attacco militare americano contro la Repubblica islamica si farebbe assai più concreta.
Teheran ne è consapevole. E per questo spera che Ankara convinca Trump a desistere. «Nelle nostre conversazioni, ho ribadito che l’Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari ed è pronto ad abbracciare un accordo nucleare giusto ed equo che soddisfi i legittimi interessi del nostro popolo; questo include la garanzia di “nessuna arma nucleare” e la revoca delle sanzioni», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan, venerdì. Anche il segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto, ieri, che sarebbe «in corso la formazione di una struttura per dei negoziati» con gli Usa. Lo stesso Trump, in serata, ha affermato che la diplomazia sarebbe al lavoro. «L’Iran sta parlando con noi e vedremo se possiamo fare qualcosa, altrimenti vedremo cosa succede», ha affermato. Su Truth, ha rilanciato il post di un attivista che, dei pasdaran, diceva: «Se la stanno facendo sotto». Il punto è che finora il regime khomeinista non ha aperto alle richieste della Casa Bianca sull’arricchimento dell’uranio e sul programma balistico. Il che ha irritato notevolmente il presidente americano che, negli ultimi giorni, è tornato a valutare concretamente l’opzione militare. Bisognerà adesso capire che cosa accadrà nelle prossime ore. Si riapriranno le trattative tra Washington e Teheran? Oppure Trump deciderà di attaccare? Nel momento in cui La Verità andava in stampa, la situazione era significativamente in bilico, ma il presidente americano potrebbe usare la forza militare come leva negoziale con gli ayatollah.
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(IStock)
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
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Mohammad Hannoun (Ansa). Nel riquadro Abu Rawwa
Una scena che pesa, perché arriva mentre gli inquirenti lo collocano al centro della raccolta di fondi destinati ad Hamas, con circa un milione di euro messi insieme in pochi mesi, e dopo il ritrovamento da parte della polizia di 560.000 euro in contanti nel suo garage di Sassuolo. Ma sul palco pro-Pal di Modena Abu Rawwa è come una star. Parla di aiuti e buone intenzioni: «Con il nostro amico Hannoun abbiamo fatto tante cose buone. Oggi la speranza vive ancora». Applausi. Nessuna domanda.
Ma c’è un altro Abu Rawwa. Quello dei sermoni nelle moschee italiane, rimasti finora sotto silenzio. Prediche che si collocano nel pieno della sua attività per l’Associazione Benefica per il Popolo Palestinese di Mohammad Hannoun. Abu Rawwa, infatti, lavora per l’Abspp dal 2012 ed esiste anche una foto che lo ritrae insieme a Hannoun durante una missione in Medio Oriente, a conferma di un rapporto stretto e continuativo. È in questo contesto operativo - raccolta fondi, viaggi, attività associative - che maturano e vengono pronunciati i suoi sermoni. Prediche pronunciate mesi prima del 7 ottobre in cui il linguaggio cambia tono e diventa esplicito. Israele viene definito come un cancro da estirpare. «C’è un cancro. E non possiamo fare di più. Non possiamo mandare avanti l’islam finché c’è questo cancro. Questo cancro si trova nel cuore della Umma, a Gerusalemme». Un male che impedirebbe all’Islam di andare avanti. Non una metafora teologica quindi, ma una narrazione di annientamento che sembra preparare il terreno alla violenza. «Chi vuole sostenere la volontà di Allah?». Ed ecco che il sostegno alla Palestina viene presentato come un obbligo salvifico: «Io oggi sono qua per la Palestina», dice. «Allah vuole sapere chi aiuta. Chi aiuta. Chi sostiene. Per Allah questo è un esame». L’Islam, insiste, «non è solo preghiera. L’islam è giustizia». E dunque richiede azione. Poi va oltre: «Chi vuole sostenere la volontà di Dio e sacrificarsi lì? Posso fare il sacrificio in Palestina? Certo». Un linguaggio che richiamerebbe la retorica del martirio. In questo schema anche la donazione diventa redenzione: «Quando diamo soldi otteniamo la vita eterna», «quando io faccio una donazione compro la mia anima e il mio corpo da Allah». Fino a fissare un prezzo preciso: «Il sacrificio per la Palestina costa 120 euro». Un messaggio che alterna in modo studiato italiano e arabo, in cui compaiono termini chiave come ribat - il presidio militante. Il passaggio più inquietante arriva quando lo sceicco di Hannoun richiama senza filtri il jihad, citando il versetto coranico che parla esplicitamente di «combattere, uccidere ed essere uccisi sulla via di Dio» calandolo nella realtà della Palestina.
Una narrazione che glorifica lo scontro armato e presenta la causa come guerra santa, rafforzando ancora di più il sospetto che la beneficenza dell’Abssp fosse in realtà una copertura per il finanziamento al terrorismo di Hamas.
Il collegamento tra predicazione e operatività emerge anche dalle intercettazioni. In una conversazione agli atti, Abu Rawwa fa riferimento alla raccolta per la «Mugawama» - la «resistenza», termine comunemente utilizzato per Hamas - ma subito si corregge: «Non parlare di queste cose». E avverte: «I nostri telefoni al milione per cento sono intercettati».
Anche sui social Abu Rawwa attacca apertamente lo stato ebraico. In un post compare una tomba con una stella di David e la scritta «1948-2028». Sotto i commenti dei suoi seguaci parlano da soli: «Speriamo di assistere a questo evento con i nostri occhi e di averne una parte»; «Non ci saranno più scimmie per grazia di Allah Onnipotente»; «La loro morte è vicina». Messaggi che delineano il clima di odio e violenza dei suoi sermoni. Abu Rawwa oggi è libero. Ma la domanda è una sola: com’è possibile che prediche estremiste di questo tipo siano passate sotto silenzio?
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