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2025-05-02
Leonor Fini: la sua arte in mostra a Palazzo Reale
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Leonor Fini. Autoportrait au chapeau rouge, 1968.Archivio fotografico del Museo Revoltella - Galleria d'Arte Moderna, Trieste © Leonor Fini Estate, Paris
Nata a Buenos Aires nel 1907 da madre italiana e padre argentino e morta a Parigi nel 1996, la vita di Leonor Fini è stata eclettica, eccentrica, originale, stravagante, provocatoria e anticonformista come la sua arte, definita da più parti «grande e magica, inquietante e placida, poetica e mitica, bella e fiabesca ».
Genio ribelle e talento precoce, attratta dall’arte ma non dagli accademismi, trascorse l’adolescenza a Trieste (città natale della madre), dove cominciò a disegnare da autodidatta imparando l’anatomia umana osservando i cadaveri all’obitori della citta…Lasciata Trieste per Milano, nel capoluogo meneghino conobbe gli artisti più importanti del tempo (fra cui De Chirico, Sironi e Carrà) e, a soli 17 anni, espose per la prima volta le sue opere in una nota galleria: grande ammiratrice di Freud e delle sue teorie, i primi dipinti di Leonor Fini rappresentavano già ambienti, personaggi e oggetti inquietanti e ambigui, dalla forte valenza psicoanalitica.
Giovane, ma già forte di una certa fama, nel 1931 si trasferì da sola a Parigi (città che divenne la sua «patria adottiva»), dove, fra feste, committenze e mondanità, entrò in contatto con il gruppo dei surrealisti, e con Max Ernest - che la definì «la furia italiana a Parigi» - in particolare. Ma nonostante il suo linguaggio artistico avesse molto in comune con l’estetica surrealista, rifiutò questa etichetta e qualunque altra forma di classificazione o di rigida schematizzazione. Influenzata dal romanticismo tedesco e francese, dal decadentismo della secessione viennese e da una certa tradizione del fantastico, Leonor Fini amava rappresentare soprattutto oscure ed enigmatiche figure femminili, mossa da un’ideale di donna forte, bella e passionale, in grado di scalzare l’uomo dal dominio del mondo. Donne che spesso dipingeva in veste di dee o sfingi, metà donna e metà felino, quasi a volersi specchiare e riconoscers in esse, ricercando l’aspetto più interiore e onirico della femminilità
Spirito libero e nomade, negli anni del secondo conflitto mondiale lasciò Parigi, occupata dai tedeschi, per Montecarlo e poi per Roma, dove conobbe intellettuali e artisti (fra cui Elsa Morante e Anna Magnani, con le quali condivideva una grande passione per i gatti) e si legò d'intensa amicizia con l'architetto e pittore Fabrizio Clerici, che frequentò per tutta la vita. Artista poliedrica, amante dei travestimenti e delle maschere, Leonor Fini fu anche fotografa, scenografa e stilista ( spesso indossava in pubblico i bizzarri costumi che lei stessa, da sempre amante dei travestimenti, disegnava…) e proprio nella Città Eterna, dove divenne la ritrattista ufficiale della «Roma bene » , lavorò moltissimo per il cinema e il teatro.
Dopo gli anni romani e il suo ritorno a Parigi, seguirono quelli di una maturità inquieta, segnata dalla morte della madre, alla quale era legatissima, e da una pittura più introspettiva, cupa e opprimente, fortemente influenzata dall’arte nordica. Prepotente, nelle opere di questo periodo, torna il tema dell’eros, fra i più ricorrenti (insieme alle figure femminili, alla famiglia, al macabro e alle metamorfosi) nel linguaggio artistico della Fini, sicuramente fra le figure più complesse e coraggiose del panorama artistico -femminile e non- del XX secolo. A lei e al suo universo visionario e ribelle Milano dedica «Io sono LEONOR FINI », una grande e completa retrospettiva (curata da Tere Arq e Carlos Martin), che nel titolo si ispira ad una citazione forte e potente della stessa Fini: «Sono una pittrice. Quando mi chiedono come faccia, rispondo: Io sono».
La Mostra
In un percorso espositivo scandito da nove sezioni tematiche, oltre 100 opere (tra dipinti, disegni, fotografie, sontuosi costumi e video) si offrono al visitatore in ambienti ovattati dalle pareti monocolori, in un’alternanza di giallo ocra e viola, blu notte e rosso pompeiano, grigio e nero. Luci soffuse e teche di vetro.
Ad aprire la mostra sono le cosiddette « scene primordiali», un’interessante selezione di opere emblematiche delle esperienze giovanili vissute dalla Fini, che hanno lasciato un segno nel suo immaginario e che compaiono ripetutamente nella sua produzione artistica: fra gli «eventi primordiali » più importanti, lo sconvolgente dramma della cecità, che colpì una Leonor ancora adolescente per oltre due mesi, costringendola ad una vita senza luce… Ma fu proprio dopo questa traumatica esperienza che Leonor , quasi chiamata a una visione superiore, si dedicò totalmente all’arte, mossa da una dedizione quasi ossessiva per la pulsione visiva e da un’eccezionale sensibilità tattile (evidente soprattutto nei tessuti e nelle texture), tratti tipici di chi ha affinato gli altri sensi durante una temporanea privazione della vista.
Nelle sale successive, spaziando dalla pittura alla moda, dalla letteratura al teatro, un susseguirsi di dipinti e un’intera sezione di bozzetti, figurini ed un costume disegnato da lei , provenienti dall’archivio Storico Artistico del Teatro alla Scala: tra i dipinti in mostra, impossibile non soffermarsi davanti a Dans la tour (Autoportrait avec Constantin Jelenski), a le Stryges Amaouri o al meraviglioso Le radeau, opere che sono un viaggio nell’ inconscio, enigmatiche e magnetiche, in bilico fra il reale e l’immaginario, dove visione e simbolismo si intrecciano e le figure femminili appaiono come forze primordiali e potenti, contrapposte a uomini ambigui e straniti. Uomini, donne, maschile, femminile, identità, genere, appartenenza, tutti temi - come ho già sottolineato - non solo molto ricorrenti nel linguaggio artistico di Leonor Fini, ma anche di un’attualità sorprendente. A «salutare il pubblico », in uno spazio che è un’alternanza di specchi, foto d’epoca e di ritratti in bianco e nero dell’artista, il celebre dipinto Autoritratto con il cappello rosso, che, a dimostrazione di quanto Leonor Fini sia stata ( e lo sia tuttora) un’artista moderna e anticonformista, capace di parlare anche alle nuove generazioni, invita il pubblico a scattare una foto e a condividerla sui social (utilizzando l’hashtag #iosonoleonorfini). Ed è proprio per questa sua modernità e per la straordinaria capacità di anticipare i tempi che questa grande artista, davvero unica nel suo genere, continua ad esercitare un grande fascino anche sulle nuove generazioni. Sui giovani di oggi e su quelli di domani…
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Pittrice, scenografa, costumista, scritirice e disegnatrice, talento precoce e una vita fuori dagli schemi, a Leonor Fini (1907-1996) Milano dedica una grande monografica, allestita (sino al 22 giugno 2025) nelle sale di Palazzo Reale. Tra dipinti, disegni, costumi, fotografie e video, esposte oltre 100 opere, in un percorso espositivo originale e ricco di fascino.Nata a Buenos Aires nel 1907 da madre italiana e padre argentino e morta a Parigi nel 1996, la vita di Leonor Fini è stata eclettica, eccentrica, originale, stravagante, provocatoria e anticonformista come la sua arte, definita da più parti «grande e magica, inquietante e placida, poetica e mitica, bella e fiabesca ». Genio ribelle e talento precoce, attratta dall’arte ma non dagli accademismi, trascorse l’adolescenza a Trieste (città natale della madre), dove cominciò a disegnare da autodidatta imparando l’anatomia umana osservando i cadaveri all’obitori della citta…Lasciata Trieste per Milano, nel capoluogo meneghino conobbe gli artisti più importanti del tempo (fra cui De Chirico, Sironi e Carrà) e, a soli 17 anni, espose per la prima volta le sue opere in una nota galleria: grande ammiratrice di Freud e delle sue teorie, i primi dipinti di Leonor Fini rappresentavano già ambienti, personaggi e oggetti inquietanti e ambigui, dalla forte valenza psicoanalitica. Giovane, ma già forte di una certa fama, nel 1931 si trasferì da sola a Parigi (città che divenne la sua «patria adottiva»), dove, fra feste, committenze e mondanità, entrò in contatto con il gruppo dei surrealisti, e con Max Ernest - che la definì «la furia italiana a Parigi» - in particolare. Ma nonostante il suo linguaggio artistico avesse molto in comune con l’estetica surrealista, rifiutò questa etichetta e qualunque altra forma di classificazione o di rigida schematizzazione. Influenzata dal romanticismo tedesco e francese, dal decadentismo della secessione viennese e da una certa tradizione del fantastico, Leonor Fini amava rappresentare soprattutto oscure ed enigmatiche figure femminili, mossa da un’ideale di donna forte, bella e passionale, in grado di scalzare l’uomo dal dominio del mondo. Donne che spesso dipingeva in veste di dee o sfingi, metà donna e metà felino, quasi a volersi specchiare e riconoscers in esse, ricercando l’aspetto più interiore e onirico della femminilitàSpirito libero e nomade, negli anni del secondo conflitto mondiale lasciò Parigi, occupata dai tedeschi, per Montecarlo e poi per Roma, dove conobbe intellettuali e artisti (fra cui Elsa Morante e Anna Magnani, con le quali condivideva una grande passione per i gatti) e si legò d'intensa amicizia con l'architetto e pittore Fabrizio Clerici, che frequentò per tutta la vita. Artista poliedrica, amante dei travestimenti e delle maschere, Leonor Fini fu anche fotografa, scenografa e stilista ( spesso indossava in pubblico i bizzarri costumi che lei stessa, da sempre amante dei travestimenti, disegnava…) e proprio nella Città Eterna, dove divenne la ritrattista ufficiale della «Roma bene » , lavorò moltissimo per il cinema e il teatro. Dopo gli anni romani e il suo ritorno a Parigi, seguirono quelli di una maturità inquieta, segnata dalla morte della madre, alla quale era legatissima, e da una pittura più introspettiva, cupa e opprimente, fortemente influenzata dall’arte nordica. Prepotente, nelle opere di questo periodo, torna il tema dell’eros, fra i più ricorrenti (insieme alle figure femminili, alla famiglia, al macabro e alle metamorfosi) nel linguaggio artistico della Fini, sicuramente fra le figure più complesse e coraggiose del panorama artistico -femminile e non- del XX secolo. A lei e al suo universo visionario e ribelle Milano dedica «Io sono LEONOR FINI », una grande e completa retrospettiva (curata da Tere Arq e Carlos Martin), che nel titolo si ispira ad una citazione forte e potente della stessa Fini: «Sono una pittrice. Quando mi chiedono come faccia, rispondo: Io sono».La MostraIn un percorso espositivo scandito da nove sezioni tematiche, oltre 100 opere (tra dipinti, disegni, fotografie, sontuosi costumi e video) si offrono al visitatore in ambienti ovattati dalle pareti monocolori, in un’alternanza di giallo ocra e viola, blu notte e rosso pompeiano, grigio e nero. Luci soffuse e teche di vetro. Ad aprire la mostra sono le cosiddette « scene primordiali», un’interessante selezione di opere emblematiche delle esperienze giovanili vissute dalla Fini, che hanno lasciato un segno nel suo immaginario e che compaiono ripetutamente nella sua produzione artistica: fra gli «eventi primordiali » più importanti, lo sconvolgente dramma della cecità, che colpì una Leonor ancora adolescente per oltre due mesi, costringendola ad una vita senza luce… Ma fu proprio dopo questa traumatica esperienza che Leonor , quasi chiamata a una visione superiore, si dedicò totalmente all’arte, mossa da una dedizione quasi ossessiva per la pulsione visiva e da un’eccezionale sensibilità tattile (evidente soprattutto nei tessuti e nelle texture), tratti tipici di chi ha affinato gli altri sensi durante una temporanea privazione della vista.Nelle sale successive, spaziando dalla pittura alla moda, dalla letteratura al teatro, un susseguirsi di dipinti e un’intera sezione di bozzetti, figurini ed un costume disegnato da lei , provenienti dall’archivio Storico Artistico del Teatro alla Scala: tra i dipinti in mostra, impossibile non soffermarsi davanti a Dans la tour (Autoportrait avec Constantin Jelenski), a le Stryges Amaouri o al meraviglioso Le radeau, opere che sono un viaggio nell’ inconscio, enigmatiche e magnetiche, in bilico fra il reale e l’immaginario, dove visione e simbolismo si intrecciano e le figure femminili appaiono come forze primordiali e potenti, contrapposte a uomini ambigui e straniti. Uomini, donne, maschile, femminile, identità, genere, appartenenza, tutti temi - come ho già sottolineato - non solo molto ricorrenti nel linguaggio artistico di Leonor Fini, ma anche di un’attualità sorprendente. A «salutare il pubblico », in uno spazio che è un’alternanza di specchi, foto d’epoca e di ritratti in bianco e nero dell’artista, il celebre dipinto Autoritratto con il cappello rosso, che, a dimostrazione di quanto Leonor Fini sia stata ( e lo sia tuttora) un’artista moderna e anticonformista, capace di parlare anche alle nuove generazioni, invita il pubblico a scattare una foto e a condividerla sui social (utilizzando l’hashtag #iosonoleonorfini). Ed è proprio per questa sua modernità e per la straordinaria capacità di anticipare i tempi che questa grande artista, davvero unica nel suo genere, continua ad esercitare un grande fascino anche sulle nuove generazioni. Sui giovani di oggi e su quelli di domani…
Un pregiudizio? A quanto pare no, almeno stando alla frequenza con cui finiscono dietro le sbarre per una serie di reati di vario genere, spesso a carico di coetanei e, quasi sempre, reiterati più e più volte. Lo scorso luglio, tanto per dare un’idea, l’87% dei giovani ospiti del carcere minorile Beccaria di Milano erano proprio minori stranieri non accompagnati (Msna). Insomma, parliamoci chiaro, si tratta di fatto dei nuovi maranza, quelli «da importazione», giovani «senza tetto, né legge» (per dirla con Agnès Varda) che accogliamo, posteggiamo e pasturiamo a 120 euro al giorno, fino a che non finiscono ad aprire le cronache con fatti violenti.
Sì, avete capito bene: 120 euro al giorno per mantenere ognuno di questi giovincelli che, moltiplicati per il numero dei presenti e per 365 giorni, porta alla cifra mostruosa di oltre 765 milioni di euro spesi per crescerceli in casa, ogni anno.
Questi soldi ce li mette lo Stato (dunque noi tutti) che, sia pure con mille raccomandazioni (l’accoglienza dei Msna, dopo il decreto Cutro del 2023, ha in teoria regole ferree), li mette nelle mani delle realtà del terzo settore (quasi sempre cooperative) che si occupano del loro soggiorno. La missione sarebbe integrarli o, perlomeno, tenerli lontano dalla delinquenza e, con 120 euro al giorno da gestire, forse qualcosa si potrebbe davvero fare. Probabilmente però (almeno guardando ai risultati) una parte di quei denari, come spesso accade quando si parla di accoglienza degli immigrati, si disperdono in altri rivoli e il meccanismo non funziona. Infatti, a chi conosce un po il fenomeno non sarà certo sfuggito: nei piccoli centri, come nelle grandi città sono proprio loro, di solito, ad andarsene a zonzo tutto il giorno, senza nulla da fare e senza controllo da parte della struttura che li ospita, e ad animare i gruppi di giovanissimi che si dedicano al maranzismo come filosofia di vita. Una sorta di nucleo aggregante attorno a cui si consolida la presenza di altri giovani stranieri di seconda generazione (e qualche italiano), da cui prendono, infine, origine le baby gang di maranza, per dirla con due termini invisi alla sinistra e, in particolare al senatore Filippo Sensi, che ha lanciato l’anatema contro queste parole ree - a suo dire - di «razzializzare» il problema. Che tuttavia, piaccia o no, trova esattamente nei giovani immigrati - soprattutto richiedenti asilo - la sua origine.
Tornando ai nostri Msna, oltre alle milionate spese mensilmente per dar loro un pasto caldo e un letto sicuro, c’è anche un altro conto che non torna. Ed è quello dell’età. Solo guardando i numeri, forniti dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, che monitora il fenomeno e che - va precisato - registra un calo di presenze tra il 2024 (quando i Msna erano 18.625)e il 2025 (con 17504 presenze), si notano subito delle curiosità.
Per prima cosa il fatto che sono praticamente tutti maschi: nel 2025, sul totale dei presenti, le femmine erano meno di 2.000, comprese le minori provenienti dall’Ucraina e comunque per la metà si tratta di bambine con meno di 6 anni di età. E in secondo luogo che i cosiddetti minori sono tutti quasi adulti. Sul totale dei maschi presenti il 53% circa ha 17 anni e un altro 21% ne ha 16, mentre i «veri» minori, cioè i ragazzini fino a 14 anni di età, ospitati in Italia, rappresentano meno del 10% del totale. Dunque, per quanto giovani, non si tratta esattamente di bambini. A denunciare questo aspetto è l’europarlamentare della Lega, Anna Maria Cisint, che portando come esempio lo scandalo di Monfalcone, dove - come svelato da una inchiesta di Fuori dal Coro - in una comunità per Msna venivano ospitati individui adulti di 22, 26 e addirittura 30 anni, parla apertamente di una truffa: «È in atto una truffa colossale ai danni degli italiani e dello Stato, perpetrata da finti minori stranieri che entrano in Italia dichiarando il falso, spesso anche con la complicità di cooperative che incassano tra i 100 e i 120 euro al giorno per ciascun ospite», sostiene Cisint. «Per questo «ho chiesto, con una interrogazione, alla Commissione europea di rendere obbligatori, per tutti coloro che arrivano senza documenti dichiarandosi minori, test oserei immediati e obbligatori per verificarne l’età. Ora però è altrettanto doverosa una verifica sulla reale età di coloro che sono già ospitati a spese dei contribuenti, anche a tutela dei veri minori».
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Nel riquadro Abanoub Youssef (a destra), ucciso dal compagno di scuola Zouhair Atis (a sinistra). Sullo sfondo l'ingresso dell'Istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia (Ansa)
«La repressione non basta»: è il mantra del giorno dopo lo sconcertante omicidio del diciottenne marocchino Abanoub Youssef, accoltellato a morte in una scuola di La Spezia dal compagno di classe di origini egiziane, Zouhair Atis, che di anni ne ha 19. È la parola d’ordine della stampa e dei politici progressisti, adesso che il governo ha annunciato una stretta normativa sulla vendita di coltelli ai minorenni.
Non basterà, è vero. Come non è bastato il ripristino del voto di condotta. Come non basta la bocciatura automatica per i maturandi se, con la scusa della protesta civile, fanno scena muta all’orale. Provvedimenti che però, sommati, sono un segnale. Un tentativo di restituire dignità almeno a chi siede dietro la cattedra, visto che lo Stato, a parte sostenerla economicamente, non può ristrutturare la lesa istituzione della famiglia. Matteo Salvini l’ha ammesso: «Oltre alla legge servono prevenzione ed educazione». Serve tutto, meno che l’aria fritta.
E invece è di fuffa che parlavano ieri i giornali. In realtà, la diagnosi di Matteo Lancini, sulla Stampa, era precisa: «Sono mancati i limiti e le regole, la cui assenza, insieme all’utilizzo precocemente smodato di Internet, ha spinto i ragazzi a comportarsi in modo arrogante e violento. Pensano di poter fare quello che vogliono e vivono in un’alterazione della realtà causata dai social e dai videogiochi». Una parte della sua risposta era azzeccata: «Limitare l’utilizzo dello smartphone e introdurre provvedimenti restrittivi a scuola». Solo che la lezione dello psicologo si è subito tramutata in una fumosa tirata sull’urgenza di riscoprire «esperienze relazionali adulte capaci di prevenire il disagio psicologico giovanile e di trasformare i conflitti e le emozioni più disturbanti in parola». E Lancini ha individuato la radice del male nei «modelli di identificazione proposti quotidianamente dagli adulti», in un’epoca di «affermazione autocratica del proprio pensiero e del proprio sistema etico valoriale». In sostanza: colpa dei conservatori, dei sovranisti, dei populisti di destra, fautori di «forme di prevaricazione […] spacciate per interventi educativi», cui egli ha opposto la «democrazia degli affetti». Qualunque cosa significhi. Chissà quali brillanti risultati otterrebbe questa cura: andate da una gang di maranza a spiegare la «democrazia degli affetti».
Repubblica si è affidata alle parole della mamma di un adolescente che, nel 2017, a Napoli, fu ridotto in fin di vita da una banda di coetanei delinquentelli: «Non si può pensare di risolvere soltanto con i divieti», ha tuonato Maria Luisa Iavarone, né lasciando i giovani «a vegetare negli istituti minorili o nelle carceri». Giusto. Però i cittadini del domani devono imparare già oggi che le azioni hanno delle conseguenze. Che i criminali pagano. Che il sistema delle sanzioni, ancorché orientato alla redenzione del reo, non è una barzelletta.
Perciò facevano cascare le braccia le considerazioni di Sandro Ruotolo, eurodeputato del Pd e membro della segreteria del Nazareno. L’assassinio di La Spezia, ha osservato l’onorevole, è «la cifra di un’epoca in cui il rapporto con l’educazione, la cultura, lo studio non riesce più a produrre anticorpi sociali. Questo è il punto: la famiglia non è più un anticorpo sufficiente. La scuola non è più un anticorpo sufficiente». Non sono stati i compagni di Ruotolo a dedicare anni, decenni, alla demolizione sistematica dei corpi intermedi che, adesso, egli rimpiange? Rispetto all’epoca in cui i protagonisti e gli eredi del Sessantotto lottavano contro genitori, maestri, preti, in quanto baluardi del dominio borghese-capitalistico, sono cambiati solo un po’ gli slogan: da «Vietato vietare» a «Vietare non basta».
Sì, vietare non basta. Ma un po’ aiuta. Perché l’autorità si fonda sull’autorevolezza, però anche sul timore. È la prima cosa che si impara. Pensate alla Bibbia: all’uomo, Dio dà prima le regole e dopo la libertà dei figli. Lo allena a gestirla, più che a meritarla. Ecco perché non se ne può più di padri e madri che si comportano da amici. Ecco perché non se ne può più di insegnanti che vengono considerati «docenti», cioè burocrati dell’istruzione, anziché «professori», cioè responsabili di una missione.
Dopodiché, c’è un secondo livello di mistificazione, nelle arringhe di chi invoca caliginose terapie psicosociologiche per trattare il «disagio»: citare i giovani in quanto tali e non i giovani in quanto immigrati e figli di immigrati. C’è senza dubbio un problema enorme che riguarda le nuove generazioni. E c’è un problema nel problema, che riguarda bulli e vandali d’importazione. Anche per loro varrà il ritornello «Reprimere non è sufficiente», che ieri ha ripetuto pure il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Anche nel loro caso, il contributo - chiamiamolo così - dei progressisti, che ora pontificano, è stato determinante: tra le tante cose che hanno distrutto, c’è la povera patria, a mezzo invasione di stranieri.
Senonché, persino questi ultimi intuiscono che qualcosa non funziona. Ai microfoni della Rai, il cugino del povero Youssef, Kiro Attia, ha sospirato: «Che si giri coi coltelli lo sanno tutti. E la scuola dov’è?». Già: dov’è? Impegnata con l’ecologismo e le conferenze di Francesca Albanese?
«Zero risarcimenti a chi delinque». Questa è la legge che può tutelare
«Chiunque, nell’atto di compiere un’azione delittuosa e violenta contro la persona o la proprietà altrui, subisce un danno alla propria persona, non può chiedere il risarcimento per quel danno». Quello enunciato è un articolo che non esiste nel nostro ordinamento e lo propongo ritenendolo giusto. Opinione personale, naturalmente, come opinione personale è il senso di «giustizia» che sto invocando, ma proverò a motivarlo. Il caso che ho in mente è quello che la cronaca ci presenta continuamente: per esempio, il ladro che entra di notte a casa tua, gli spari, lo mutili o uccidi e lui (o chi per lui) ti chiede i danni.
Ho sempre pensato che la legge dovesse essere impostata con una logica ferrea, quasi matematica, e credo che questo sia anche lo spirito dei giuristi. Nella pratica, anche in casi ove mi son trovato coinvolto personalmente per lo più come consulente, ho dovuto constatare che la legge è contraddittoria e che troppo è lasciato all’arbitrio di giudici.
Per esempio, anche se la mia proposta di norma non esiste, l’articolo 1227 del Codice civile prevede che «il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza». Che, nel caso in parola, significa «se il ladro si fosse astenuto dall’introdursi surrettiziamente in casa altrui». Anzi, esistono anche sentenze di Cassazione secondo cui non è risarcibile il danno subito da chi si espone volontariamente a un rischio o nell’ambito di un’attività illecita (il solito ladro del nostro esempio).
Cosa succede, allora, quando le cronache registrano vittime dell’aggressione che, avuta la meglio sull’aggressore, sono poi condannate a risarcirlo? Il sospetto è che prevalgano le idee politiche di quel giudice che, per qualche misteriosa ragione, preferisce «punire» l’aggredito ritenendolo responsabile di colpe che sono nascoste nella mente dello stesso giudice. Non mi sto inventando niente, come ci riportano le cronache dei comportamenti di alcuni giudici; in cui soccorso arriva la contraddizione logica tra l’articolo 1227 detto sopra e il 52 del Codice penale, che considera la difesa legittima «sempre che essa sia proporzionale all’offesa». Ecco: all’auspicio dell’introduzione di un articolo come quello che ho formulato all’inizio, auspico pure che queste parole siano soppresse dall’articolo 52 e per le ragioni che seguono.
Affinché una difesa, degna di essere motivo per invocare l’articolo 52 del Codice penale, sia efficace, essa deve sempre essere stata sovrabbondante rispetto all’offesa, cosicché qualunque difesa efficace potrebbe essere sempre «punita» e una difesa non punibile sarebbe solo quella che soccombe all’offesa. Alla fine, la proporzionalità enunciata nell’articolo è una sottilissima linea di demarcazione affidata solo alla valutazione personale del giudice. Una valutazione che non solo può essere inficiata dalle idee personali di questi, ma che è senz’altro inficiata dal fatto di essere effettuata «col senno di poi», per così dire.
Dell’individuo che ti entra in casa notte tempo vorremmo, invece, avere non solo il diritto ma anche il dovere di presumere il peggio e cioè che è armato ed è un assassino e vorremmo avere il diritto di potergli sparare se ne abbiamo l’opportunità, soprattutto se in camera da letto ci sono bambini che abbiamo il dovere difendere. Se questi diritti-doveri ci fossero riconosciuti, allora la conclusione dell’articolo 52 è inopportuna e, viceversa, mantenere quelle conclusioni implica che non ci è consentito di prevenire il peggio. Una prima obiezione è che non è detto che l’intruso voglia uccidere e che molte volte gli intrusi non hanno ucciso. Già, ma siccome sappiamo che alle volte hanno ucciso, potremmo sapere in quale delle volte rientra il nostro caso solo accettando il rischio di essere uccisi.
Un’altra obiezione è: «Non ci si può fare giustizia da sé». A parte il fatto che chi spara aggredito in casa propria non si sta facendo giustizia (lo sarebbe se, venuto a conoscenza del nome e dell’abitazione del ladro che l’ha derubato, gli andasse a casa per «punirlo»), all’obiezione segue la domanda: e chi deve fare giustizia? «Lo Stato», sarebbe la risposta. Però, forse, lo Stato non dovrebbe avere la pretesa di essere il solo a fare giustizia quando, di fatto, si astiene dall’esercitarla. Il poveretto accusato dallo Stato di essersi fatto giustizia da solo alla decima volta che si è trovato al cospetto di malviventi avrà pure il diritto di chiedere conto allo Stato della giustizia fatta le nove volte precedenti: solo uno Stato che dimostri di aver fatto giustizia può reclamare di essere il solo a poterla esercitare.
C’è un altro elemento a favore della assoluta esclusione di risarcimenti all’aggressore e dell’articolo proposto all’inizio. La vittima che reagisce in un modo che poi lo Stato punisce sta, di fatto, subendo un danno (la punizione) che non avrebbe subito se l’aggressore non lo avesse aggredito. Allora, è l’aggressore che ha messo la vittima nelle condizioni di infrangere, suo malgrado, la legge: sarebbe, così, prefigurabile una richiesta di risarcimento da parte della vittima punita dallo Stato contro l’aggressore. Cosicché, anche quando nell’articolo 52 si volessero mantenere le parole «sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa», bisognerebbe escludere in modo esplicito, netto e chiaro, risarcimenti all’aggressore.
Per concludere il ragionamento: il principio che, a mio avviso, dovrebbe passare è che un aggressore deve essere consapevole dei rischi che corre con l’azione aggressiva e non può lamentarsi se quei rischi si sono tramutati in danno.
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Svezia, frena il green. Data center, chi paga l’energia? Il ritorno dell’uranio. Petrolio giù, Permiano in difficoltà. La Cina stringe la morsa sul ferro.
Nel riquadro, la vittima Mauro Sbetta (IStock)
Le bottiglie sul tavolo avevano inizialmente creato negli investigatori una suggestione: probabilmente sulla scena del crimine c’erano più persone. E lo facevano pensare anche le condizioni in cui è stato trovato qualche giorno fa Mauro Sbetta, 68 anni, pensionato, massacrato dopo una colluttazione durante la quale ha cercato di difendersi. Per tutti, quell’uomo d’antan che anche solo per una passeggiata in centro calzava le sue Oxford e ritmava i passi con un bastone dal manico d’avorio, più per vezzo che per necessità, era «Milord», «Sir bombetta (dal cappello in stile inglese che indossava quando usciva, ndr)» o «Cavalier bombetta». Nonostante sembrasse emergere da un’altra epoca, era particolarmente attivo sul Web, dove postava le sue ricerche su Templari, massoneria e cattedrali gotiche. E anche se lo conoscevano tutti e in molti (è emerso dall’ascolto dei testimoni) passavano dalla sua abitazione anche solo per salutarlo o per chiedergli un consiglio, aveva pochissimi contatti sul suo telefono cellulare.
È stato ucciso, nella notte tra sabato e domenica, dopo una violenta aggressione e colpito alla testa probabilmente con un pesante oggetto afferrato nel soggiorno da una persona che conosceva. E che ora, secondo gli inquirenti (l’indagine è coordinata dal pm Davide Ognibene), ha un nome: Khalid Mamdouh, 41 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno, fermato dai carabinieri perché sospettato di omicidio volontario (con molta probabilità commesso nella notte tra il 10 e l’11 gennaio). Viveva in un edificio popolare a Borgo Valsugana (località in cui Sbetta, spesso, si recava per far visita alla seconda moglie del padre, ospitata in una casa di riposo), nella periferia commerciale del Comune distante cinque chilometri da Strigno, con i genitori. Era in Trentino da una trentina d’anni. E qui ha frequentato una scuola professionale in cui ha conseguito un diploma da operatore termoidraulico, certificazione che gli ha anche permesso di lavorare come operaio nel settore dell’edilizia, seppur in modo saltuario. Ma otteneva ingaggi pure da giardiniere. E, nonostante qualche risalente precedente per furto e per spaccio, era considerato integrato. Aveva amici e frequentava i bar del paese che lo aveva accolto.
Quando i carabinieri del Nucleo investigativo si sono presentati a casa dei genitori, hanno appreso che non rientrava da giorni. Non si era, comunque, allontanato. Ieri mattina i militari l’hanno rintracciato in un appartamento poco distante e ammanettato (ora è in carcere a Spini di Gardolo in attesa dell’interrogatorio). Incastrato, sostiene chi indaga, dall’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, delle celle telefoniche agganciate dal suo cellulare e dei rilievi del Ris, che giovedì scorso hanno passato a setaccio l’appartamento del cavalier Sbetta. A suo carico, stando all’accusa, graverebbero circostanziati e numerosi indizi.
Il cerchio si è stretto partendo dalla scena del delitto. Dai reperti. Dalle tracce (molte) lasciate dall’aggressore. Il mosaico si compone velocemente, proprio mentre dall’attività investigativa di tipo classico (l’ascolto dei testimoni) emergono i rapporti tra la vittima e il marocchino. Che non sarebbe stato occasionale. E che spiega perché l’attenzione degli inquirenti si sia concentrata su una cerchia ristretta di contatti. Tra i quali c’era Mamdouh. La dinamica, ancora in fase di costruzione, al momento è questa: Sbetta, che (è emerso dalle testimonianze) era una persona generosa e solita ad aiutare chi aveva qualche difficoltà, ha fatto accomodare in soggiorno il suo aggressore e si sarebbe trattenuto con lui per diverso tempo (quello necessario per consumare più di una birra, le cui bottiglie sono state trovate sul tavolo). Un tempo sufficiente perché l’atmosfera cambiasse. Durante la conversazione, ipotizzano gli investigatori, l’ospite gli avrebbe chiesto un aiuto, forse economico. E al probabile rifiuto (il movente è ancora in fase di accertamento e non è stato ufficializzato da chi indaga) sarebbe scattata l’aggressione. Che sarebbe continuata anche in altre stanze della casa, dove sono state trovate tracce di sangue e impronte insanguinate sui muri. Compreso il piano superiore: in camera da letto una porta-finestra è andata in frantumi. Sono volate delle suppellettili (alcune delle quali trovate sul pavimento). E con una di queste, al momento non ritrovata, l’assassino avrebbe colpito Sbetta ripetutamente alla testa, uccidendolo (il decesso, stando all’autopsia, sarebbe stato causato da una emorragia intracranica).
L’aggressore avrebbe, quindi, rovistato nei cassetti (il soggiorno era parzialmente a soqquadro) alla ricerca di qualcosa. Poi sarebbe uscito in fretta chiudendo la porta. A riaprirla, mercoledì notte, è stato un vicino di casa che aveva le chiavi, allertato da un cugino della vittima che non riusciva a sentirlo da domenica. Accompagnato dai carabinieri, ha varcato l’ingresso. Il colpo d’occhio ha subito restituito l’immagine di una scena del crimine. Sbetta era a terra, in una pozza di sangue. Intorno, i segni della violenza. Poco più di 48 ore dopo i carabinieri hanno imboccato una direzione precisa. Ora tocca alla giustizia.
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