2019-11-05
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Assurda sentenza contro un militare dell’Arma che ha sparato a un clandestino siriano sorpreso a rubare e che aveva aggredito un vicebrigadiere. E il giudice inasprisce persino la richiesta dell’accusa, che riteneva congrua una condanna a due anni e sei mesi.
È stato condannato in primo grado a tre anni il carabiniere della radiomobile di Roma che, nel settembre del 2020, mentre sventava un furto, aveva ucciso Jamal Badawi, delinquente siriano di 56 anni che doveva essere espulso già nel 2020. La Procura aveva chiesto due anni e sei mesi, ma per il giudice Claudio Politi della sezione decima del Tribunale di Roma la pena andava inasprita. Il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, si sarebbe reso colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi». Ancora una volta, un appartenente alle forze dell’ordine subisce un processo ingiusto e una condanna eccessiva.
Il 20 settembre del 2020, poco dopo le 4 del mattino tre pattuglie nel nucleo radiomobile avevano risposto alla segnalazione di un possibile furto in un condominio della Capitale, in via Paolo di Dono, zona Eur. Il custode aveva dato l’allarme, riferendo di due persone con il volto coperto che avevano scavalcato il muro di cinta.
Nello stabile entrano Marroccella assieme al collega Lorenzo Grasso, gli altri carabinieri restano fuori. Vedono una persona correre giù dalle scale «con le braccia chiuse a protezione del busto, come un pugile che tiene la guardia alta», dirà durante l’interrogatorio Marroccella. Il vice brigadiere gli intima due volte «Fermo, carabinieri», ma l’uomo tenta di scappare e colpisce Grasso che urla «mi ha accoltellato».
In realtà era stato colpito da un grosso cacciavite che il malvivente aveva continuato a impugnare con la mano destra, malgrado fosse caduto perdendo l’equilibrio. Subito si era rialzato riprendendo a correre ma non in posizione eretta, come dimostrarono i video delle telecamere di sorveglianza.
Il carabiniere esplode due colpi «forse per via dell’adrenalina non sono riuscito a trattenere il dito sul grilletto», dirà, ma i rilievi dei Ris hanno dimostrato che la traiettoria del proiettile che aveva colpito Badawi era rivolta verso il basso. Quindi il carabiniere aveva puntato alle gambe per bloccarlo, non al busto. «Non era mia intenzione ucciderlo», ha ripetuto più volte.
Non si era trattato di eccesso colposo nell’uso legittimo di armi, come ha stabilito il giudice del Tribunale penale di Roma. Il vicebrigadiere si era mosso dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante» e la reazione «pur risultata, ex post, mortale», è stata «proporzionata e necessaria, secondo la percezione dell’operatore delle forze dell’ordine al momento dell’azione», si legge nella memoria difensiva presentata dagli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo, legali di Marroccella.
Per il giudice sarebbe stata «una reazione non proporzionata», ma la proporzionalità va misurata non in astratto bensì alla luce del contesto specifico. La stessa Corte di Cassazione ha affermato con sentenza del febbraio 2011 che «la valutazione della condotta dell’operatore di polizia deve essere compiuta avendo riguardo alle concrete circostanze in cui l’azione si svolge e alla percezione immediata del pericolo da parte dell’agente, non potendosi pretendere, a posteriori, una ricostruzione fredda e distaccata». Spiega l’avvocato Gallinelli che ricorrerà in appello: «La reazione fu proporzionata e l’uso dell’arma costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta, dopo aver svolto per anni in Siria la carriera militare «che gli aveva conferito specifiche competenze nell’uso delle armi e nelle tecniche di combattimento facendo di lui un soggetto altamente addestrato», era emerso dagli atti come sottolineato dalla difesa.
Incarcerato più volte, nei suoi confronti erano stati emessi diversi decreti di espulsione: dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e nuovamente l’8 giugno 2024; in precedenza, dal prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento.
Pochi giorni prima della sua morte, Jamal Badawi in data 4 agosto 2020 era stato fermato e trasferito al commissariato Borgo, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Si scopre che avrebbe già dovuto essere espulso dall’Italia, viene verificata la disponibilità di posti presso un Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) «ma ricevuta risposta negativa gli agenti di polizia di Stato rimettevano in libertà il Badawi», spiegano gli avvocati della difesa. Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, eppure uno dei cinque figli si è costituito parte civile per ottenere il risarcimento. «Punire penalmente chi ha reagito per fermare una minaccia concreta significa capovolgere il principio stesso di tutela della sicurezza», interviene Antonio Nicolosi, segretario generale Unarma, associazione sindacale carabinieri. «Questa sentenza rischia di diventare un precedente gravissimo: chi indossa una divisa capisce che, anche agendo per difendere un collega e adempiere al proprio dovere, può finire condannato come un criminale. È un messaggio devastante che alimenta l’inerzia operativa e la paura di intervenire, con conseguenze dirette sulla sicurezza dei cittadini».
Il vice premier e leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato sui social: «La mia totale vicinanza e solidarietà al carabiniere condannato per aver fatto il suo dovere e aver difeso un collega. A temere una condanna devono essere i criminali, non forze dell’ordine e cittadini perbene».
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Gian Domenico Caiazza (Imagoeconomica)
Gian Domenico Caiazza, presidente di «Sì separa» della Fondazione Einaudi: «Sulla data del referendum si sta trovando una mediazione tra governo e Quirinale, probabile il 22-23 marzo. L’Anm strepita perché perderà potere».
Intervistiamo Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì separa» della Fondazione Einaudi.
L’impasse sulla decisione delle date del voto ha destato molti sospetti, circola l’ipotesi che si tiri avanti per arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole. Impedire che ciò avvenga ha messo, come scrive il direttore Maurizio Belpietro, il presidente della Repubblica e capo del Csm Sergio Mattarella di fronte a un bivio: difendere la volontà degli italiani o quella delle toghe. Esiste un conflitto di interessi?
«L’impressione, poi potrò sbagliare, è che Mattarella stia lavorando a una mediazione per arrivare a una sintesi. Le date più probabili sono quelle del 22-23 marzo e va considerato che da parte del “No” vorrebbero arrivare a dopo Pasqua. Bisogna anche dire che anche noi, come Comitato del “Sì”, abbiamo bisogno di tempo per dimostrare che questi signori stanno portando avanti una battaglia basata su mistificazioni, rivolgendoci alle persone con elementi tecnici di cui la maggior parte delle persone sa poco o nulla. Poi, se questo diventasse un gioco per buttare la palla in tribuna per ottenere che il Csm venga rinnovato con le vecchie regole, perché questa è la partita vera, allora è un’operazione che non deve essere consentita. C’è una riforma costituzionale che il Parlamento ha approvato e, se gli italiani decideranno di confermarla, bisogna avere il tempo per legiferare i decreti attuativi».
Cosa accadrebbe alla riforma con il rinnovo senza sorteggio?
«Non entrerebbe sostanzialmente in vigore. Si porrebbero dei problemi di tipo costituzionale. Che fai, revochi il Consiglio? Per fare i decreti attuativi ci vuole del tempo. Insomma, a me pare chiarissimo che l’obiettivo dell’allungamento dei tempi sia questo. Per noi nessun problema che si voti a metà marzo, se si andasse più avanti assisteremmo a qualcosa di più grave».
La campagna referendaria del Comitato del “No” è partita in maniera quantomeno aggressiva. Dal punto di vista dei finanziamenti e dal punto di vista comunicativo ( sui manifesti del comitato finanziato dall’Anm c’è scritto «Volete giudici sottomessi alla politica? Vota No!»). Vale tutto?
«Quella del “No” è una campagna mistificatoria. Se scrivono che il giudice, attenzione, non il pm, si sottopone alla politica, si dà un’informazione che è l’esatto contrario del senso della riforma che, sappiamo, mantiene il divieto costituzionale di subordino alla politica. Questo non è un punto di vista. È una falsità, efficace perché l’opinione pubblica va in allarme con un messaggio del genere. È un inganno agli elettori».
Quale è la strategia di risposta del “Sì”?
«Vogliamo capire se questo è il piano su cui scivola il confronto, vogliamo capire se le nostre valutazioni possono diventare informazioni: se queste sono le intenzioni, dovremo adattarci. Oltretutto l’Anm è un’associazione di magistrati. Indossano la toga, giudicano i cittadini e se mettono in campo una campagna fatta di inganni ai danni degli stessi questo rende tutto ancora più grave. Noi riteniamo che la riforma ci restituisca un giudice più indipendente e forte e, quindi, diremo che certe, gravi ingiustizie non sarebbero avvenute se ci fosse stata la separazione delle carriere».
I casi di passaggio dalla funzione di pm alla funzione di giudice sono molto rari e questo è un argomento del “No” per spiegare che la separazione delle carriere è inutile. Ma esiste una differenza tra separazione delle carriere e separazione delle funzioni?
«Sono due cose diverse. Grazie alla riforma Cartabia sostanzialmente non potrà mai più accadere quello che è successo con Piercamillo Davigo, ad esempio, che per trent’anni ha fatto il pubblico ministero e poi chiude la carriera presiedendo una sezione della Corte di cassazione. Questo non accade più, ma nulla ha a che fare con la separazione delle carriere. Oggi giudice e pm hanno lo stesso Consiglio a presiederli, si controllano e si giudicano vicendevolmente, in un assetto nel quale i pm, pur essendo una minoranza dei magistrati, non più del 20%, sono quelli che hanno maggiore leva politica, sia nell’associazionismo sia nel Csm, perché il pm è colui che decide se perseguire l’azione penale».
Il sorteggio metterà fine alle correnti della magistratura?
«La loro formazione è naturale che esista e ha avuto un senso nella storia della magistratura italiana. Se si deve interpretare il senso di oltraggio al pudore, è ovvio che si scontrino idee diverse, intorno anche a queste cose si sono costruite le correnti che dovrebbero essere modi diversi di interpretare le norme. Sono diventate tutt’altro, però, sono centri di potere, dei veri e propri partiti politici che hanno condizionato, tramite l’Anm, e governato un organo di rilievo costituzionale come il Consiglio superiore della magistratura al punto di arrivare a trasfigurarlo in un organo di rappresentanza politica, un Parlamento della magistratura. Ma basta leggere la Costituzione per sapere che il Csm non deve rappresentare nulla, al contrario di quello che dice l’Anm, è un organo di alta amministrazione. La vera ragione per cui Anm è disposta a tutto per combattere la riforma è perché chi si indebolirà con la riforma non sono i magistrati, ma l’Anm. Con il sorteggio perdono la loro forza politica».
A proposito di fondi. Come funziona? Il Comitato del “No” ha già messo 1 milione di euro sulla campagna. È tutto regolare?
«Io non posso credere che ci sia qualcosa che non vada, sono convinto che, come tutti noi, quanto prima renderanno conto dei proventi. Certo, da ex presidente dell’Unione delle Camere penali mi sorprende che abbiano tutti questi denari. Peratro sembrerebbe che la metà di questo milione arrivi dalla Cgil. Aspettiamo di saperne di più, la considerazione politica che posso fare è: la smettano di dire che sono un soggetto che non fa politica».
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2026-01-07
Il governo pressa i cinesi: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto
(Getty Images)
Se Pechino resta nell’azionariato del gruppo degli pneumatici a marzo scatta il divieto di vendita sul mercato Usa. La Meloni è pronta a usare i poteri speciali.
C’è un momento, nella vita delle aziende globali, in cui la geopolitica smette di essere un concetto astratto e diventa una fattura da pagare. Per Pirelli quel momento ha una data precisa: marzo. Manca poco al momento in cui a Washington esporranno il cartello con scritto: vietato l’ingresso. Non un difetto di fabbrica, non un richiamo di sicurezza. Un problema legato al passaporto cinese dell’azionista di riferimento. E così il governo Meloni si ritrova con il piede sull’acceleratore dei poteri speciali e l’altro sul freno della diplomazia. Perché il messaggio che arriva da Washington non ammette interpretazioni creative: se Pechino resta dentro, Pirelli resta fuori. Fuori dal mercato Usa, fuori da un quinto dei ricavi.
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Altro che pista russa e Putin: il sabotaggio della rete elettrica è stato rivendicato dai militanti di estrema sinistra (Vulkangruppe). In passato avevano danneggiato, sempre tramite incendi, gli stabilimenti di Tesla. La polizia denuncia: «Sottovalutati per decenni».
Non poteva mancare la «pista russa» nell’analisi che i servizi di sicurezza tedeschi stanno effettuando in merito al sabotaggio alla rete elettrica di Berlino, che all’alba dello scorso sabato ha lasciato senza corrente elettrica 45.000 famiglie e oltre 2.000 aziende.
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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