La carità pelosa del Vaticano
Il porporato, a cui piace farsi chiamare don Corrado, non salderà il debito di 300.000 euro. Si farà carico soltanto delle spese future. Fare i miracoli con il portafoglio degli altri è troppo facile. Il Vaticano rimedi.

Mia nonna diceva che la carità bisogna farla in silenzio, senza sbandierarla. All’insegnamento della pia donna aggiungerei che, oltre a compierla senza mettere i manifesti, la carità è opportuno farla con i propri soldi e non con quelli degli altri. È facile infatti essere generosi se il denaro non lo si prende dal proprio portafogli. Il noto filosofo di Zagarolo che risponde al nome di Stefano Ricucci una volta disse che è bello fare i froci con il didietro altrui e se non ci fosse di mezzo un cardinale noi sottoscriveremmo. Ma monsignor Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, è un sant’uomo, che si preoccupa delle persone che soffrono, e dunque non ci permettiamo di mischiare il sacro, cioè il rappresentante di Bergoglio per gli affari caritatevoli, con il profano, ovvero un finanziere che si è fatto le ossa e pure la galera dopo un apprendistato sulla via Prenestina.

Tuttavia, anche senza far scendere il cardinale dall’altare, credo sia opportuno richiamare alcuni principi, dopo quello che è successo l’altra sera, con il delegato del Papa per la carità che rompe i sigilli al contatore dell’Acea allo scopo di consentire agli ospiti di un palazzo occupato di rubare la corrente elettrica. Anzi, di continuare a rubare, perché è dal 2013 che l’edificio è allacciato abusivamente, senza cioè che nessuno paghi la bolletta. Lo stabile, di proprietà di una banca, venne preso d’assalto dai militanti di Action, un gruppo di estrema sinistra specializzato in espropri immobiliari, cioè nel togliere ai legittimi titolari ciò che è loro. Da tempo, nonostante l’Italia sia uno Stato di diritto, l’istituto chiede senza successo di rientrare in possesso del caseggiato. Tranquilli: non piangiamo per i soldi persi dalla banca, ma ci preoccupiamo perché se l’azienda di credito registra un passivo (in questo caso il mancato affitto o i ricavi da compravendita) lo ripartisce equamente sui clienti, i quali inconsapevolmente pagheranno l’occupazione abusiva di Action. Ma a dover mettere mano al portafogli non saranno solo i titolari dei conti correnti, bensì pure chi ha un contratto con l’azienda elettrica della capitale. Da sei anni infatti l’Acea non riesce a incassare i soldi della bolletta elettrica, così il debito è cresciuto fino all’incredibile somma di 300.000 euro. Dopo aver atteso anni e inviato ripetuti solleciti, i tecnici della società alla fine si sono decisi a tagliare i fili o, meglio, a interrompere l’erogazione, mettendo i sigilli al contatore.

Il blocco è durato in tutto meno di una settimana perché poi, in soccorso degli abusivi, è intervenuta la Provvidenza, nella persona del grande elemosiniere. Sarebbe stato un beau geste se il cardinale si fosse presentato allo sportello dell’Acea con un bell’assegno di 300.000 euro. Certo, rimaneva il problema di un palazzo occupato illegalmente, ma il delegato alla carità papale avrebbe almeno avuto dalla sua parte l’argomento dei soldi donati direttamente da lui per la buona causa. Invece no, monsignor Krajewski si è ben guardato di metterci denaro proprio, o per lo meno denaro del Pontefice o del Vaticano. Semplicemente l’altra sera ha raggiunto il palazzo e, dopo essere entrato nel locale in cui è collocato il quadro tecnico, ha strappato i sigilli al contatore. «Non l’ho fatto perché ero ubriaco», ha spiegato ai giornalisti che gli chiedevano conto del gesto. «L’ho fatto perché il Vangelo non può attendere». Il monsignore probabilmente è convinto di avere fatto un miracolo, passando dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci all’accensione dei frigoriferi e dello scaldabagno. In realtà la parabola non ha nulla di divino, è terra terra: se vuoi scoprire l’acqua calda basta schiacciare l’interruttore, dopo aver pagato la bolletta. Ma padre Konrad, uno che ha inventato la lotteria del Santo padre, una riffa in cui sono messi in palio i regali ricevuti da Bergoglio, la bolletta non l’ha pagata. Semmai, la vuole far pagare ai romani, scaricando la sua carità sugli altri.

A Repubblica lo hanno già ribattezzato il Robin Hood del Papa, convinti forse di essere di fronte a un eroe della foresta di Castelgandolfo. In realtà i sigilli aperti da Krajewski non hanno nulla a che fare con quelli descritti dall’evangelista Giovanni nella Bibbia. No, non si annuncia nessuna Apocalisse, ma solo una fidejussione da rilasciare. Invece di entrare nel locale tecnico per riattivare il contatore, il cardinale-elettricista avrebbe potuto farsi dare i conti correnti delle molte strutture vaticane che si occupano di gestire il patrimonio immobiliare della Chiesa, addebitandovi i 300.000 euro di morosità e le bollette future. San Martino, patrono delle guardie svizzere pontificie e dei mendicanti, donò il suo mantello, non quello di un altro e per questo è venerato da cattolici, copti e ortodossi. È a lui che forse si è ispirato Ricucci. Krajewski, invece, deve aver preso consiglio da Tarzan, il leader di Action, quello che nell’estate di quattro anni fa scrisse al Papa per attirare la sua attenzione sul movimento che occupa le case, ricevendone in cambio un «vivo incoraggiamento» e la benedizione apostolica. Insomma, il monsignore ha messo in pratica la dottrina dell’occupazione, anzi: la teologia della liberazione. Dalla bolletta.

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