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2024-09-16
Le vie della cocaina portano in Europa
(iStock)
Secondo l’ultimo rapporto del Global initiative against transnational organized crime, il traffico di cocaina attraverso l’Africa occidentale, seguendo la rotta consolidata che va dall’America latina al mercato di consumo europeo, è in una fase di rapida espansione. Dal 2016, la maggior parte delle spedizioni di cocaina che attraversano l’Africa occidentale parte dal Brasile. Il Primeiro comando da Capital (Pc), la più grande organizzazione criminale brasiliana, gioca un ruolo chiave nel comprendere la rinnovata importanza del Brasile come punto di partenza per la cocaina destinata all’Africa occidentale. Il traffico di cocaina tra il Brasile e l’Africa occidentale risale almeno agli anni Ottanta, ma l’aumento continuo delle coltivazioni in America latina e la crescita del consumo in Europa hanno portato a un aumento delle quantità di cocaina che seguono questa rotta. Nel 2018, solo il Senegal, tra i Paesi dell’Africa occidentale, figurava tra le prime dieci destinazioni della cocaina sequestrata nei porti brasiliani; nel 2019, dopo un anno di sequestri record in Brasile, anche Nigeria, Ghana e Sierra Leone si sono aggiunti alla lista. La coltivazione in America latina ha raggiunto livelli record nel 2021, e l’anno successivo in Africa occidentale sono state sequestrate ben 24 tonnellate di cocaina. Il Brasile funge da punto di transito nelle catene di valore della cocaina, poiché non coltiva piante di coca grezze. La droga arriva nel Paese sotto forma di pasta base grezza, estratta dalle foglie di coca, o come cloridrato di cocaina lavorato, proveniente dai principali Paesi produttori, come Bolivia, Perù, Venezuela e Colombia, o da altri punti di transito come il Paraguay. La pasta base viene in parte consumata dal mercato interno brasiliano in varie forme e miscele, mentre la maggior parte del cloridrato di cocaina viene esportata verso altri Continenti, utilizzando i porti e gli aeroporti brasiliani. Le organizzazioni criminali sfruttano i canali commerciali ufficiali per trasportare grandi quantità di cocaina nascoste all’interno dell’enorme flusso di merci legali dirette all’estero. Come scrivono i ricercatori Gabriel Feltran, Isabela Vianna Pinho e Lucia Bird Ruiz-Benitez de Lugo, grazie a infrastrutture marittime, aeree e stradali molto sviluppate, il Brasile ha un vantaggio competitivo rispetto ai suoi Paesi vicini, diventando un importante snodo logistico nelle rotte del traffico internazionale di droga. Il porto di Santos, situato nello Stato di San Paolo, è uno dei più grandi al mondo e nel 2020 ha gestito 4,2 milioni di container, superando di gran lunga gli altri porti sudamericani. Parte del traffico di cocaina coordinato dal Pcc e dalla ’ndrangheta attraversa l’Africa occidentale. Indagini internazionali e regionali delle forze dell’ordine indicano che elementi della ’ndrangheta sono coinvolti nel traffico di cocaina in Paesi come Senegal, Niger, Ghana, Costa d’Avorio e forse Capo Verde. La ’ndrangheta opera in Africa occidentale principalmente attraverso due canali: la presenza stabile di suoi membri in alcuni Paesi della regione e tramite intermediari fidati stabiliti grazie a visite dei membri delle famiglie del clan.
Le prove raccolte nelle numerose inchieste suggeriscono che la Costa d’Avorio è una roccaforte per la ’ndrangheta in Africa occidentale, non solo come punto di transito per la cocaina, ma anche come luogo per riciclare i proventi e per l’insediamento dei membri dei clan. Tra le indagini rilevanti, la «Spaghetti Connection», condotta dalla polizia italiana nel 2018, ha rivelato un grosso traffico di cocaina organizzato dalla ’ndrangheta, che dal 2014 importava cocaina dal Brasile utilizzando una rete di società di copertura. Nel settembre 2018 una tonnellata di cocaina è stata sequestrata al porto di Santos, nascosta in una spedizione di macchinari pesanti destinata a un’azienda di Abidjan, in Costa d’Avorio. Secondo fonti giornalistiche investigative, il traffico era orchestrato da un membro della ’ndrangheta operante nella zona di Santos. Un hotel di lusso in costruzione ad Abidjan mostra come il settore delle costruzioni sia vulnerabile al riciclaggio di denaro e all’infiltrazione dell’organizzazione calabrese. Il clan Romeo-Staccu di San Luca, con il supporto di diversi individui ad Abidjan, tra cui imprenditori italiani legati alla camorra napoletana, sembra essere coinvolto. Inoltre, accordi per la fornitura di cocaina dal Brasile potrebbero aver coinvolto persone legate al Pcc e a broker della ’ndrangheta. Altre indagini italiane hanno trovato prove della presenza di altri clan ad Abidjan, inclusi membri della famiglia che si sono stabiliti nella città. La ’ndrangheta è un attore chiave nel traffico di cocaina attraverso l’Africa occidentale verso l’Europa, con un significativo riciclaggio dei guadagni nella regione, specialmente nel settore delle costruzioni nella capitale della Costa d’Avorio. Ci sono anche segnali di una presenza della ’ndrangheta in altre parti dell’Africa e in settori diversi, come l’oro e lo smaltimento di rifiuti tossici. Il traffico di cocaina dall’America latina attraverso l’Africa occidentale non è una novità: i sequestri sono documentati fin dagli anni Ottanta, e questa rotta ha attirato l’attenzione internazionale nei primi anni 2000. Tuttavia, il ruolo del Brasile nella catena di approvvigionamento è emerso più recentemente, a metà degli anni 2010, in parallelo con lo sviluppo di altri mercati internazionali del traffico. Oggi il Brasile riveste una funzione sempre più importante nella logistica del traffico di cocaina latino-americana attraverso l’Africa occidentale, con il Pcc che agisce come principale coordinatore, in modo simile a quanto avviene con narcos messicani che gestiscono il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti. La cocaina si muove dall’America latina all’Africa occidentale seguendo due principali rotte: via aerea, in volumi ridotti, e via marittima. La città di San Paolo funge da uno dei principali centri di stoccaggio e ridistribuzione della cocaina importata dal confine occidentale del Brasile, per poi essere spedita attraverso rotte marittime o aeree. Il porto di Santos è un nodo cruciale per il traffico di cloridrato di cocaina attraverso l’Atlantico verso l’Africa occidentale. Questo è dimostrato dal gran numero di sequestri effettuati, che, come ammettono le stesse autorità portuali, rappresentano solo una piccola parte del totale di cocaina che transita attraverso Santos. L’aeroporto di San Paolo rappresenta il principale punto di partenza per la cocaina trafficata per via aerea verso molti Paesi dell’Africa occidentale, nonostante la limitata disponibilità di voli diretti. Secondo i dati ufficiali sui sequestri effettuati dalle autorità brasiliane, Benin, Nigeria, Guinea e Capo Verde risultano essere le destinazioni più frequenti.
«Pure il Pacifico pullula di droga»
Nell’immaginario collettivo Paesi come l’Australia, la Nuova Zelanda, le isole Figi, Papua Nuova Guinea e l’isola di Tonga, sono luoghi incontaminati, sicuri dove è difficile avviare attività criminali. Purtroppo, la realtà è molto diversa perché una serie di importanti arresti legati alla droga nelle Figi, Papua Nuova Guinea e Tonga, insieme all’aumento dei tassi di consumo interno, delineano un quadro molto preoccupante, che non lascia intravedere molti segni di miglioramento dato che le rotte del narcotraffico sono arrivate fin qui. Non è sorprendente quindi che numerosi gruppi criminali organizzati siano si siano gettati a capofitto per assicurarsi una fetta di questi redditizi mercati. A Virginia Comolli, che dirige il Pacific programme presso la Global initiative against transnational organized crime (Gi-Toc) abbiamo chiesto qual è la situazione: «Australia e Nuova Zelanda hanno dei mercati di consumo di droghe sintetiche come le metamfetamine, ma anche di cocaina ed eroina, che hanno raggiunto livelli record negli anni 2020. Tradizionalmente, il volto della criminalità organizzata di questi Paesi sono le outlaw motorcycle gangs (bande di motociclisti, Omcg) come i Comancheros, gli Hells Angels e gli Head Hunters che vantano network internazionali e sono coinvolti nel traffico di droghe e armi e anche criminalità finanziaria. I prezzi altissimi dei narcotici però attraggono gruppi da tutto il mondo - cartelli sudamericani, triadi cinesi e del Sudest asiatico, ma anche la ’ndrangheta italiana - che sempre più spesso stringono alleanze di convenienza. Purtroppo, negli anni isole del Pacifico come Figi e Papua Nuova Guinea sono passate da essere zone di transito a mercati di consumo e produzione di metanfetamine con severe ripercussioni a livello di sicurezza e sanità».
A proposito dell’Australia, il rapporto 21 del National wastewater drug monitoring program, che prende in esame il campionamento da agosto 2022 ad agosto 2023, dice che in quel periodo sono state consumate più di 16,5 tonnellate di metilamfetamina, cocaina, eroina e Mdma combinate, il che rappresenta un aumento del 17% del consumo di queste droghe rispetto all’anno precedente. Se si include il Thc (cannabis), a livello nazionale sono state consumate più di 30 tonnellate delle cinque droghe illecite. L’aumento di 1,5 tonnellate nel consumo nazionale di metilamfetamina è motivo di notevole preoccupazione, a causa dei notevoli danni alla comunità causati dalla droga. Dei 12,4 miliardi di dollari stimati spesi in metilamfetamina, cocaina, Mdma ed eroina tra agosto 2022 e agosto 2023, la metilamfetamina ha rappresentato l’85% di questa spesa.
Come scrive Virginia Comolli in un suo recente report: «Situate a metà strada tra i Paesi produttori di droga in Asia e nelle Americhe e i mercati di consumo in Australia e Nuova Zelanda con i loro persistenti livelli di consumo, le isole del Pacifico sono diventate punti di transito, la “autostrada della droga” del Pacifico, come è stata definita la regione. Tuttavia, i Paesi insulari del Pacifico (Pic) e i territori non sono più solo punti di transito: Paesi come Tonga e Figi hanno sviluppato mercati di consumo e produzione nazionali. I risultati del Global organized crime index del 2023 mostrano che i mercati di droga sintetica nei Pic sono ora secondi solo al commercio di cannabis, e in alcuni casi lo hanno superato. Analizzando più a fondo i dati dell’indice, metà dei Paesi dell’Oceania ha registrato un aumento della gravità dei mercati illeciti di droghe sintetiche tra il 2021 e il 2023. Si tratta di Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Figi, Tonga, Samoa, Nauru e Stati Federati di Micronesia». Il paradiso Oceania purtroppo non esiste più.
Aumentano i controlli e i narcos s’adeguano. Ora il varco preferito sono i porti spagnoli
Quest’anno i sequestri di cocaina nei principali Paesi importatori europei, ossia Paesi Bassi e Belgio, sono diminuiti, a causa di controlli più severi che hanno spinto i trafficanti di droga a utilizzare porti nel Nord e Sud dell’Europa. Rotterdam e Anversa, i più grandi porti commerciali del blocco, hanno intercettato poco più della metà della cocaina nella prima metà del 2024 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le autorità doganali belghe hanno confiscato 22 tonnellate metriche, in calo rispetto alle 43 dell’anno scorso, mentre quelle olandesi ne hanno sequestrate 16, rispetto alle 28 precedenti, secondo le ultime cifre disponibili. Secondo un recente articolo di Politico, entrambi i Paesi hanno intensificato notevolmente gli sforzi per bloccare il traffico di droga e ridurre la violenza associata, aumentando la presenza di forze dell’ordine, migliorando le attrezzature delle dogane e collaborando con i Paesi d’origine in America latina, un compito non facile vista la diffusa corruzione presente in ogni settore critico di questi Paesi.
Anche le organizzazioni criminali stanno affrontando grandi difficoltà dopo che, nel marzo 2021, le autorità sono riuscite a decifrare un sistema di messaggistica criptata, noto come Sky Ecc, largamente usato dai trafficanti di droga. Tuttavia, questo successo ha avuto delle conseguenze per altri Paesi. «I nostri colleghi in Spagna ora subiscono una crescente pressione perché i criminali considerano Anversa e Rotterdam meno attraenti e ora stanno prendendo di mira maggiormente la Spagna», ha dichiarato a Politico Kristian Vanderwaeren, capo delle dogane belghe. Il 9 febbraio 2024, nel porto di Barbate, a Cadice, in Spagna, una «narco-barca» (imbarcazione impiegata dai narcotrafficanti per il contrabbando di droga nei porti di tutto il mondo) ha deliberatamente speronato la barca della polizia che la stava inseguendo. L’impatto ha provocato la morte dei due ufficiali a bordo e ha portato alle dimissioni del ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska. Dal 2016, oltre 20 persone hanno perso la vita a causa del traffico di droga nello Stretto di Gibilterra. L’aumento della violenza legata al traffico di stupefacenti nel Sud della Spagna è in parte attribuibile alla crescente diffusione di armi illegali tra i gruppi criminali e alle limitate risorse della polizia per contrastare il contrabbando di droga e armi. Negli ultimi mesi l’insicurezza e la violenza sono aumentate, con una percezione diffusa che i narcotrafficanti operino con impunità e grande libertà di movimento.
La Spagna è al quinto posto su 44 Paesi europei per criminalità, secondo l’indice del crimine organizzato globale del 2023. Con un punteggio di 5,90 su 10 (un incremento di 0,13 punti rispetto all’ultima versione dell’indice del 2021) è preceduta solo da Serbia, Italia, Ucraina e Russia. Il Paese ha un punteggio particolarmente elevato nei mercati delle droghe, in particolare per quanto riguarda il traffico di cannabis e cocaina (7,50), entrambi aumentati di 0,50 punti dal 2021. Sebbene il punteggio per il traffico di droghe sintetiche sia più basso (5,50), questo mercato è cresciuto significativamente di 1,50 punti dal 2021. Il traffico di eroina è rimasto stabile, con un punteggio di 6,50. La Spagna continua a rappresentare un punto di accesso chiave per la droga in Europa. Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, nel 2021 gli stati membri dell’Ue hanno sequestrato un record di 303 tonnellate di cocaina, di cui il 75% proveniva da Belgio, Paesi Bassi e Spagna. In attesa dei dati finali sui sequestri totali di cocaina in Spagna nel 2023, fonti di polizia ritengono che il Paese abbia raddoppiato le sue confische rispetto al 2022. A dicembre 2023, le autorità spagnole hanno confiscato 11 tonnellate di cocaina a Valencia e Vigo (Galizia), il più grande sequestro mai avvenuto nel Paese. La droga, nascosta tra tonnellate di tonno congelato e nei doppi fondi dei container, proveniva dal Sud America ed era destinata ai mercati di consumo europei. In relazione a questi sequestri, sono state arrestate 20 persone sospettate di appartenere a un’organizzazione criminale dei Balcani occidentali. Grazie ai collegamenti marittimi diretti con il Sud America e l’Africa, la Spagna funge da punto di transito per la droga destinata ad altri Paesi europei, passando per Valencia, Andalusia, Galizia e Catalogna. È anche un mercato di destinazione per i consumatori. Gran parte della droga che entra in Spagna è nascosta in container utilizzati per trasportare beni legali, il che rende difficile individuare i carichi illegali che sfuggono ai controlli di sicurezza e alla sorveglianza, o viene contrabbandata su imbarcazioni appositamente costruite per il trasporto di droga.
Vista la situazione sfavorevole in Belgio e Olanda i narcos si stanno spostando nei Paesi scandinavi e in particolare in Svezia e in Norvegia. Il ministro delle Finanze norvegese, Trygve Slagsvold Vedum, ha affermato: «Il traffico di droga e la criminalità organizzata rappresentano una minaccia per la nostra società. Per fermare le gang, dobbiamo confiscare i loro soldi e fermare il flusso di droga in Norvegia. Sappiamo che Oslo è uno dei porti utilizzati per l’importazione di droghe illegali, motivo per cui esiste uno scanner che può essere utilizzato in entrambi i porti di Oslo, se necessario, secondo le valutazioni delle minacce dell’agenzia doganale». Ma forse è già tardi.
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Ecco come la sostanza stupefacente parte dal Brasile, fa tappa in Africa e infine arriva nelle nostre città. Con la regia di cartelli latini e ‘ndrangheta.«Pure il Pacifico pullula di droga». L’analista Virginia Comolli: «Le isole Figi e Tonga non sono più solo zone di transito ma hanno anche sviluppato mercati di produzione (e consumo) di metamfetamine». Aumentano i controlli e i narcos s’adeguano. Ora il varco preferito sono i porti spagnoli. I sequestri in Belgio e Olanda obbligano i trafficanti a scegliere altre porte d’ingresso della «merce». Come Valencia e la Galizia. Lo speciale comprende tre articoli. Secondo l’ultimo rapporto del Global initiative against transnational organized crime, il traffico di cocaina attraverso l’Africa occidentale, seguendo la rotta consolidata che va dall’America latina al mercato di consumo europeo, è in una fase di rapida espansione. Dal 2016, la maggior parte delle spedizioni di cocaina che attraversano l’Africa occidentale parte dal Brasile. Il Primeiro comando da Capital (Pc), la più grande organizzazione criminale brasiliana, gioca un ruolo chiave nel comprendere la rinnovata importanza del Brasile come punto di partenza per la cocaina destinata all’Africa occidentale. Il traffico di cocaina tra il Brasile e l’Africa occidentale risale almeno agli anni Ottanta, ma l’aumento continuo delle coltivazioni in America latina e la crescita del consumo in Europa hanno portato a un aumento delle quantità di cocaina che seguono questa rotta. Nel 2018, solo il Senegal, tra i Paesi dell’Africa occidentale, figurava tra le prime dieci destinazioni della cocaina sequestrata nei porti brasiliani; nel 2019, dopo un anno di sequestri record in Brasile, anche Nigeria, Ghana e Sierra Leone si sono aggiunti alla lista. La coltivazione in America latina ha raggiunto livelli record nel 2021, e l’anno successivo in Africa occidentale sono state sequestrate ben 24 tonnellate di cocaina. Il Brasile funge da punto di transito nelle catene di valore della cocaina, poiché non coltiva piante di coca grezze. La droga arriva nel Paese sotto forma di pasta base grezza, estratta dalle foglie di coca, o come cloridrato di cocaina lavorato, proveniente dai principali Paesi produttori, come Bolivia, Perù, Venezuela e Colombia, o da altri punti di transito come il Paraguay. La pasta base viene in parte consumata dal mercato interno brasiliano in varie forme e miscele, mentre la maggior parte del cloridrato di cocaina viene esportata verso altri Continenti, utilizzando i porti e gli aeroporti brasiliani. Le organizzazioni criminali sfruttano i canali commerciali ufficiali per trasportare grandi quantità di cocaina nascoste all’interno dell’enorme flusso di merci legali dirette all’estero. Come scrivono i ricercatori Gabriel Feltran, Isabela Vianna Pinho e Lucia Bird Ruiz-Benitez de Lugo, grazie a infrastrutture marittime, aeree e stradali molto sviluppate, il Brasile ha un vantaggio competitivo rispetto ai suoi Paesi vicini, diventando un importante snodo logistico nelle rotte del traffico internazionale di droga. Il porto di Santos, situato nello Stato di San Paolo, è uno dei più grandi al mondo e nel 2020 ha gestito 4,2 milioni di container, superando di gran lunga gli altri porti sudamericani. Parte del traffico di cocaina coordinato dal Pcc e dalla ’ndrangheta attraversa l’Africa occidentale. Indagini internazionali e regionali delle forze dell’ordine indicano che elementi della ’ndrangheta sono coinvolti nel traffico di cocaina in Paesi come Senegal, Niger, Ghana, Costa d’Avorio e forse Capo Verde. La ’ndrangheta opera in Africa occidentale principalmente attraverso due canali: la presenza stabile di suoi membri in alcuni Paesi della regione e tramite intermediari fidati stabiliti grazie a visite dei membri delle famiglie del clan.Le prove raccolte nelle numerose inchieste suggeriscono che la Costa d’Avorio è una roccaforte per la ’ndrangheta in Africa occidentale, non solo come punto di transito per la cocaina, ma anche come luogo per riciclare i proventi e per l’insediamento dei membri dei clan. Tra le indagini rilevanti, la «Spaghetti Connection», condotta dalla polizia italiana nel 2018, ha rivelato un grosso traffico di cocaina organizzato dalla ’ndrangheta, che dal 2014 importava cocaina dal Brasile utilizzando una rete di società di copertura. Nel settembre 2018 una tonnellata di cocaina è stata sequestrata al porto di Santos, nascosta in una spedizione di macchinari pesanti destinata a un’azienda di Abidjan, in Costa d’Avorio. Secondo fonti giornalistiche investigative, il traffico era orchestrato da un membro della ’ndrangheta operante nella zona di Santos. Un hotel di lusso in costruzione ad Abidjan mostra come il settore delle costruzioni sia vulnerabile al riciclaggio di denaro e all’infiltrazione dell’organizzazione calabrese. Il clan Romeo-Staccu di San Luca, con il supporto di diversi individui ad Abidjan, tra cui imprenditori italiani legati alla camorra napoletana, sembra essere coinvolto. Inoltre, accordi per la fornitura di cocaina dal Brasile potrebbero aver coinvolto persone legate al Pcc e a broker della ’ndrangheta. Altre indagini italiane hanno trovato prove della presenza di altri clan ad Abidjan, inclusi membri della famiglia che si sono stabiliti nella città. La ’ndrangheta è un attore chiave nel traffico di cocaina attraverso l’Africa occidentale verso l’Europa, con un significativo riciclaggio dei guadagni nella regione, specialmente nel settore delle costruzioni nella capitale della Costa d’Avorio. Ci sono anche segnali di una presenza della ’ndrangheta in altre parti dell’Africa e in settori diversi, come l’oro e lo smaltimento di rifiuti tossici. Il traffico di cocaina dall’America latina attraverso l’Africa occidentale non è una novità: i sequestri sono documentati fin dagli anni Ottanta, e questa rotta ha attirato l’attenzione internazionale nei primi anni 2000. Tuttavia, il ruolo del Brasile nella catena di approvvigionamento è emerso più recentemente, a metà degli anni 2010, in parallelo con lo sviluppo di altri mercati internazionali del traffico. Oggi il Brasile riveste una funzione sempre più importante nella logistica del traffico di cocaina latino-americana attraverso l’Africa occidentale, con il Pcc che agisce come principale coordinatore, in modo simile a quanto avviene con narcos messicani che gestiscono il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti. La cocaina si muove dall’America latina all’Africa occidentale seguendo due principali rotte: via aerea, in volumi ridotti, e via marittima. La città di San Paolo funge da uno dei principali centri di stoccaggio e ridistribuzione della cocaina importata dal confine occidentale del Brasile, per poi essere spedita attraverso rotte marittime o aeree. Il porto di Santos è un nodo cruciale per il traffico di cloridrato di cocaina attraverso l’Atlantico verso l’Africa occidentale. Questo è dimostrato dal gran numero di sequestri effettuati, che, come ammettono le stesse autorità portuali, rappresentano solo una piccola parte del totale di cocaina che transita attraverso Santos. L’aeroporto di San Paolo rappresenta il principale punto di partenza per la cocaina trafficata per via aerea verso molti Paesi dell’Africa occidentale, nonostante la limitata disponibilità di voli diretti. Secondo i dati ufficiali sui sequestri effettuati dalle autorità brasiliane, Benin, Nigeria, Guinea e Capo Verde risultano essere le destinazioni più frequenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-vie-della-cocaina-portano-in-europa-2669210415.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-il-pacifico-pullula-di-droga" data-post-id="2669210415" data-published-at="1726437642" data-use-pagination="False"> «Pure il Pacifico pullula di droga» Nell’immaginario collettivo Paesi come l’Australia, la Nuova Zelanda, le isole Figi, Papua Nuova Guinea e l’isola di Tonga, sono luoghi incontaminati, sicuri dove è difficile avviare attività criminali. Purtroppo, la realtà è molto diversa perché una serie di importanti arresti legati alla droga nelle Figi, Papua Nuova Guinea e Tonga, insieme all’aumento dei tassi di consumo interno, delineano un quadro molto preoccupante, che non lascia intravedere molti segni di miglioramento dato che le rotte del narcotraffico sono arrivate fin qui. Non è sorprendente quindi che numerosi gruppi criminali organizzati siano si siano gettati a capofitto per assicurarsi una fetta di questi redditizi mercati. A Virginia Comolli, che dirige il Pacific programme presso la Global initiative against transnational organized crime (Gi-Toc) abbiamo chiesto qual è la situazione: «Australia e Nuova Zelanda hanno dei mercati di consumo di droghe sintetiche come le metamfetamine, ma anche di cocaina ed eroina, che hanno raggiunto livelli record negli anni 2020. Tradizionalmente, il volto della criminalità organizzata di questi Paesi sono le outlaw motorcycle gangs (bande di motociclisti, Omcg) come i Comancheros, gli Hells Angels e gli Head Hunters che vantano network internazionali e sono coinvolti nel traffico di droghe e armi e anche criminalità finanziaria. I prezzi altissimi dei narcotici però attraggono gruppi da tutto il mondo - cartelli sudamericani, triadi cinesi e del Sudest asiatico, ma anche la ’ndrangheta italiana - che sempre più spesso stringono alleanze di convenienza. Purtroppo, negli anni isole del Pacifico come Figi e Papua Nuova Guinea sono passate da essere zone di transito a mercati di consumo e produzione di metanfetamine con severe ripercussioni a livello di sicurezza e sanità». A proposito dell’Australia, il rapporto 21 del National wastewater drug monitoring program, che prende in esame il campionamento da agosto 2022 ad agosto 2023, dice che in quel periodo sono state consumate più di 16,5 tonnellate di metilamfetamina, cocaina, eroina e Mdma combinate, il che rappresenta un aumento del 17% del consumo di queste droghe rispetto all’anno precedente. Se si include il Thc (cannabis), a livello nazionale sono state consumate più di 30 tonnellate delle cinque droghe illecite. L’aumento di 1,5 tonnellate nel consumo nazionale di metilamfetamina è motivo di notevole preoccupazione, a causa dei notevoli danni alla comunità causati dalla droga. Dei 12,4 miliardi di dollari stimati spesi in metilamfetamina, cocaina, Mdma ed eroina tra agosto 2022 e agosto 2023, la metilamfetamina ha rappresentato l’85% di questa spesa. Come scrive Virginia Comolli in un suo recente report: «Situate a metà strada tra i Paesi produttori di droga in Asia e nelle Americhe e i mercati di consumo in Australia e Nuova Zelanda con i loro persistenti livelli di consumo, le isole del Pacifico sono diventate punti di transito, la “autostrada della droga” del Pacifico, come è stata definita la regione. Tuttavia, i Paesi insulari del Pacifico (Pic) e i territori non sono più solo punti di transito: Paesi come Tonga e Figi hanno sviluppato mercati di consumo e produzione nazionali. I risultati del Global organized crime index del 2023 mostrano che i mercati di droga sintetica nei Pic sono ora secondi solo al commercio di cannabis, e in alcuni casi lo hanno superato. Analizzando più a fondo i dati dell’indice, metà dei Paesi dell’Oceania ha registrato un aumento della gravità dei mercati illeciti di droghe sintetiche tra il 2021 e il 2023. Si tratta di Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Figi, Tonga, Samoa, Nauru e Stati Federati di Micronesia». Il paradiso Oceania purtroppo non esiste più. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-vie-della-cocaina-portano-in-europa-2669210415.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="aumentano-i-controlli-e-i-narcos-sadeguano-ora-il-varco-preferito-sono-i-porti-spagnoli" data-post-id="2669210415" data-published-at="1726437642" data-use-pagination="False"> Aumentano i controlli e i narcos s’adeguano. Ora il varco preferito sono i porti spagnoli Quest’anno i sequestri di cocaina nei principali Paesi importatori europei, ossia Paesi Bassi e Belgio, sono diminuiti, a causa di controlli più severi che hanno spinto i trafficanti di droga a utilizzare porti nel Nord e Sud dell’Europa. Rotterdam e Anversa, i più grandi porti commerciali del blocco, hanno intercettato poco più della metà della cocaina nella prima metà del 2024 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le autorità doganali belghe hanno confiscato 22 tonnellate metriche, in calo rispetto alle 43 dell’anno scorso, mentre quelle olandesi ne hanno sequestrate 16, rispetto alle 28 precedenti, secondo le ultime cifre disponibili. Secondo un recente articolo di Politico, entrambi i Paesi hanno intensificato notevolmente gli sforzi per bloccare il traffico di droga e ridurre la violenza associata, aumentando la presenza di forze dell’ordine, migliorando le attrezzature delle dogane e collaborando con i Paesi d’origine in America latina, un compito non facile vista la diffusa corruzione presente in ogni settore critico di questi Paesi. Anche le organizzazioni criminali stanno affrontando grandi difficoltà dopo che, nel marzo 2021, le autorità sono riuscite a decifrare un sistema di messaggistica criptata, noto come Sky Ecc, largamente usato dai trafficanti di droga. Tuttavia, questo successo ha avuto delle conseguenze per altri Paesi. «I nostri colleghi in Spagna ora subiscono una crescente pressione perché i criminali considerano Anversa e Rotterdam meno attraenti e ora stanno prendendo di mira maggiormente la Spagna», ha dichiarato a Politico Kristian Vanderwaeren, capo delle dogane belghe. Il 9 febbraio 2024, nel porto di Barbate, a Cadice, in Spagna, una «narco-barca» (imbarcazione impiegata dai narcotrafficanti per il contrabbando di droga nei porti di tutto il mondo) ha deliberatamente speronato la barca della polizia che la stava inseguendo. L’impatto ha provocato la morte dei due ufficiali a bordo e ha portato alle dimissioni del ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska. Dal 2016, oltre 20 persone hanno perso la vita a causa del traffico di droga nello Stretto di Gibilterra. L’aumento della violenza legata al traffico di stupefacenti nel Sud della Spagna è in parte attribuibile alla crescente diffusione di armi illegali tra i gruppi criminali e alle limitate risorse della polizia per contrastare il contrabbando di droga e armi. Negli ultimi mesi l’insicurezza e la violenza sono aumentate, con una percezione diffusa che i narcotrafficanti operino con impunità e grande libertà di movimento. La Spagna è al quinto posto su 44 Paesi europei per criminalità, secondo l’indice del crimine organizzato globale del 2023. Con un punteggio di 5,90 su 10 (un incremento di 0,13 punti rispetto all’ultima versione dell’indice del 2021) è preceduta solo da Serbia, Italia, Ucraina e Russia. Il Paese ha un punteggio particolarmente elevato nei mercati delle droghe, in particolare per quanto riguarda il traffico di cannabis e cocaina (7,50), entrambi aumentati di 0,50 punti dal 2021. Sebbene il punteggio per il traffico di droghe sintetiche sia più basso (5,50), questo mercato è cresciuto significativamente di 1,50 punti dal 2021. Il traffico di eroina è rimasto stabile, con un punteggio di 6,50. La Spagna continua a rappresentare un punto di accesso chiave per la droga in Europa. Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, nel 2021 gli stati membri dell’Ue hanno sequestrato un record di 303 tonnellate di cocaina, di cui il 75% proveniva da Belgio, Paesi Bassi e Spagna. In attesa dei dati finali sui sequestri totali di cocaina in Spagna nel 2023, fonti di polizia ritengono che il Paese abbia raddoppiato le sue confische rispetto al 2022. A dicembre 2023, le autorità spagnole hanno confiscato 11 tonnellate di cocaina a Valencia e Vigo (Galizia), il più grande sequestro mai avvenuto nel Paese. La droga, nascosta tra tonnellate di tonno congelato e nei doppi fondi dei container, proveniva dal Sud America ed era destinata ai mercati di consumo europei. In relazione a questi sequestri, sono state arrestate 20 persone sospettate di appartenere a un’organizzazione criminale dei Balcani occidentali. Grazie ai collegamenti marittimi diretti con il Sud America e l’Africa, la Spagna funge da punto di transito per la droga destinata ad altri Paesi europei, passando per Valencia, Andalusia, Galizia e Catalogna. È anche un mercato di destinazione per i consumatori. Gran parte della droga che entra in Spagna è nascosta in container utilizzati per trasportare beni legali, il che rende difficile individuare i carichi illegali che sfuggono ai controlli di sicurezza e alla sorveglianza, o viene contrabbandata su imbarcazioni appositamente costruite per il trasporto di droga. Vista la situazione sfavorevole in Belgio e Olanda i narcos si stanno spostando nei Paesi scandinavi e in particolare in Svezia e in Norvegia. Il ministro delle Finanze norvegese, Trygve Slagsvold Vedum, ha affermato: «Il traffico di droga e la criminalità organizzata rappresentano una minaccia per la nostra società. Per fermare le gang, dobbiamo confiscare i loro soldi e fermare il flusso di droga in Norvegia. Sappiamo che Oslo è uno dei porti utilizzati per l’importazione di droghe illegali, motivo per cui esiste uno scanner che può essere utilizzato in entrambi i porti di Oslo, se necessario, secondo le valutazioni delle minacce dell’agenzia doganale». Ma forse è già tardi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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