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2020-07-26
Le toghe assediano il Carroccio. In Lombardia aperte già otto inchieste
Attilio Fontana (Ansa)
Sono sempre di più le inchieste sulla Regione Lombardia del governatore Attilio Fontana, tanto che è ormai difficile anche per la giunta lombarda fare il calcolo delle indagini che la Procura di Milano ha aperto negli ultimi mesi. Le ultime - in particolare quella che vede Fontana indagato per frode in forniture pubbliche nell'inchiesta per la fornitura di camici - si aggiungono ad altre già partite lo scorso anno, creando così un futuro cumulo di processi e sentenze che potrebbero condizionare il mandato del presidente leghista che scadrà nel 2023.
Il fantasma che si aggira per la regione si chiama legge Severino, che pur non essendo prevista per il reato di frode in pubbliche forniture (articolo 356 del Codice penale) potrebbe comunque rappresentare un problema se la condanna definitiva fosse superiore ai 6 mesi. In quel caso il governatore dovrebbe lasciare, ma potrebbe essere comunque candidabile in Parlamento. Dopo l'archiviazione a marzo dell'accusa di abuso d'ufficio sul caso del suo ex socio Luca Marsico, che era stato nominato membro esterno di un Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici, ora si apre un nuovo fronte con la Procura di Milano.
Ma a lato dei risvolti politici - ieri il consigliere Giacomo Cosentino parlava di «un disegno preciso, da parte di qualcuno, per provare a ribaltare il voto di milioni di cittadini Lombardi» - c'è il lavoro della magistratura che ormai tocca i gangli più importanti dell'amministrazione regionale.
Secondo l'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, la fornitura di camici fu fatta per affidamento diretto senza gara e sarebbe avvenuta anche in conflitto di interessi. L'ordine sarebbe poi stato trasformato in donazione solo il 20 maggio, dopo che la trasmissione di Rai 3, Report, aveva affrontato la vicenda. Tutto ruota intorno alla figura di Andrea Dini, cognato del governatore, imprenditore varesino titolare di Dama Spa, una società che produce il marchio di abbigliamento Paul and Shark dove vanta il 10% delle azioni anche la sorella Roberta Dini, moglie di Fontana.
Stando alle indagini della Procura, lo scorso 16 aprile, in piena emergenza sanitaria, la centrale acquisti lombarda Aria assegnò a Dama la fornitura di 75.000 camici e altri materiali di dispositivi di protezione, per un valore di 513.000 euro: a essere indagato è anche direttore generale di Aria, la centrale acquisti della Lombardia, Filippo Bongiovanni.
Fontana si dice «certo dell'operato della Regione Lombardia che rappresento con responsabilità». Jacopo Pensa, difensore del governatore, ieri spiegava che «il “ruolo" di Fontana non esiste. Lui nel negozio giuridico non ha messo becco perché non ne era a conoscenza, l'ha saputo solo a cose fatte». E che anzi, «una volta resosi conto del conflitto di interessi venutosi a creare, si è posto il problema dell'opportunità della cosa e quindi ha fermato il pagamento» da Aria a Dama, con il contratto di vendita trasformato in donazione, dunque «casomai il suo è stato un intervento virtuoso, non malizioso».
Ma i magistrati di Milano hanno in mano anche altro. Stando alle carte dell'indagine Fontana sarebbe stato informato da un suo collaboratore della fornitura. Per questo il 19 maggio, prima della donazione, avrebbe cercato di fare un bonifico di 250.000 euro da un suo conto personale per risarcire il cognato. Il problema è che lo spostamento di denaro è stato sospeso per sospetta violazione della normativa antiriciclaggio e segnalato poi alla Banca d'Italia, prima che l'11 giugno Fontana decidesse di cancellare l'operazione. I soldi arrivavano da un conto in Svizzera, dove il governatore avrebbe fatto confluire l'eredità della madre di 5 milioni e 300.000 euro che fino al 2015 era invece in due trust alle Bahamas.
In Svizzera si concentra anche un'altra delle tante inchieste sulla Regione, cioè quella sulla Lombardia Film commission sulla compravendita del cineporto di Cormano. Qui a essere indagati sono i commercialisti della Lega, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, in una vicenda che ha portato la scorsa settimana la guardia di finanza a perquisire gli uffici della Regione. E proprio nei giorni scorsi la Procura ha chiesto una rogatoria nel Paese elvetico. E a questo punto, si sospetta in Procura, la richiesta potrebbe estendersi anche al caso dei camici.
La valanga di inchieste giudiziarie non si ferma qui. Oltre a Cormano è ancora aperta l'inchiesta su Gianluca Savoini e il noto Russiagate. A febbraio c'è stata una richiesta di proroga delle indagini che toccano anche la regione, perché Savoini è stato per anni vicepresidente della controllata Corecom. Ci sono poi quelle che toccano i 49 milioni di euro della Lega, dove è stato indagato a Genova anche l'assessore alla Cultura, Stefano Bruno Galli. Qui i filoni di indagine sono innumerevoli, da Roma fino a Bergamo.
C'è anche un'inchiesta, sempre in mano all'aggiunto Romanelli, sulla fornitura di mascherine in Regione. E poi ci sono quelle che toccano le gestioni delle Rsa durante l'emergenza coronavirus da parte della giunta e in particolare dell'assessore al Welfare, Giulio Gallera. La situazione del Pio Albergo Trivulzio, del Don Gnocchi e di molte altre case di riposo aveva portato sui tavoli dei magistrati milanesi più di 20 fascicoli per le morti da Covid 19. Ora le inchieste saranno accorpate, e non sono ancora state chiuse. Ma, considerato il trend degli ultimi mesi, non è detto che non arrivino nuove sorprese per una giunta regionale sempre più nella morsa della Procura di Milano.
Le grane giudiziarie riavvicinano Forza Italia alla Lega
Il centrodestra si schiera compatto al fianco di Attilio Fontana. Il leader della Lega, Matteo Salvini, commenta con parole dure l'inchiesta sul presidente della Lombardia: «Attilio Fontana», scrive Salvini su Twitter, «indagato perché un'azienda ha regalato migliaia di camici ai medici lombardi. Ma vi pare normale? La Lombardia, le sue istituzioni, i suoi medici, le sue aziende e i suoi morti meritano rispetto. Malagiustizia a senso unico e “alla Palamara", non se ne può più. Sono indagini», aggiunge Salvini parlando con i giornalisti, «che puzzano di vecchio. Una vergogna. Mi sembra la giustizia alla Palamara, è il primo amministratore pubblico indagato per un regalo, perchÈ parliamo di una donazione di camici agli ospedali lombardi. Fatemi dire da italiano e da lombardo che sono stufo e chiedo rispetto per i nostri medici, i nostri morti, i nostri ospedali e le nostre istituzioni. Ho totale fiducia in Attilio Fontana», argomenta il leader del Carroccio, «nei sindaci e nei medici lombardi. Appena torniamo al governo, la riforma della giustizia è una delle prime cose che abbiamo il dovere morale di fare. Altrimenti le aziende scappano da questo Paese. L'unico risultato di queste indagini è far scappare le imprese. L'ospedale di Pavia ha fatto da solo il 2% della ricerca scientifica mondiale durante il Covid. Se invece di essere ringraziati», evidenzia Salvini, «vengono indagati, il risultato è che le aziende scappano e non fanno più investimenti in Italia».
Piena e incondizionata solidarietà a Fontana anche da parte di Forza Italia, che non fa mancare il suo appoggio all'alleato: «Oggi più che mai», affermano Massimiliano Salini, coordinatore di Forza Italia in Lombardia, Gianluca Comazzi, capogruppo in Regione Lombardia, e Fabrizio Sala, capo delegazione nella giunta regionale, «vogliamo esprimere il nostro sostegno ad Attilio Fontana, persona dal grande spessore morale che negli ultimi mesi ha affrontato la più grave emergenza sanitaria dal dopoguerra a oggi con coraggio e abnegazione, senza risparmiarsi un secondo. Siamo certi», aggiungono gli esponenti del partito di Silvio Berlusconi, «che il presidente Fontana uscirà da questa vicenda nel migliore dei modi. La compagine regionale di Forza Italia non gli farà mai mancare il suo appoggio. Avanti, a testa alta».
«Al collega Fontana», scrive su Twitter il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «va tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà. Siamo sicuri che saprà dare una spiegazione ad ogni addebito. Forza Attilio!».
«Ecco», commenta Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d'Italia, «che continua l'uso politico della giustizia. È grave non procedere subito a una riforma della giustizia che torni a dare equilibrio ai poteri dello Stato. I processi vanno fatti nelle aule di tribunale e non in prima pagina sui giornali. La mia piena solidarietà va a Fontana, governatore della Regione Lombardia».
All'attacco le opposizioni: «Il governatore della Lombardia Fontana», scrive su Twitter la vicepresidente del Senato, Paola Taverna, del M5s, «ufficialmente indagato per la vicenda camici, non dovrà rispondere solo alla magistratura, ma a tutti coloro che nei momenti più tragici hanno dato l'anima al solo scopo di salvare vite umane». «Fontana chiarisca», afferma il capogruppo del Pd alla Regione Lombardia, Fabio Pizzul, «venga prima possibile a riferire in Consiglio regionale, come gli abbiamo chiesto ormai quasi due mesi fa, perché ne va della credibilità del presidente della Regione Lombardia e dell'istituzione stessa».
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Aperto fascicolo su Attilio Fontana; la giunta fronteggia quelli su Rsa, Film commission, protezioni antivirus e assessore alla Cultura.Matteo Salvini contesta i metodi «alla Palamara». Solidale il partito del Cav. Opposizioni scatenate: «Il governatore riferisca in Consiglio».Lo speciale contiene due articoli. Sono sempre di più le inchieste sulla Regione Lombardia del governatore Attilio Fontana, tanto che è ormai difficile anche per la giunta lombarda fare il calcolo delle indagini che la Procura di Milano ha aperto negli ultimi mesi. Le ultime - in particolare quella che vede Fontana indagato per frode in forniture pubbliche nell'inchiesta per la fornitura di camici - si aggiungono ad altre già partite lo scorso anno, creando così un futuro cumulo di processi e sentenze che potrebbero condizionare il mandato del presidente leghista che scadrà nel 2023. Il fantasma che si aggira per la regione si chiama legge Severino, che pur non essendo prevista per il reato di frode in pubbliche forniture (articolo 356 del Codice penale) potrebbe comunque rappresentare un problema se la condanna definitiva fosse superiore ai 6 mesi. In quel caso il governatore dovrebbe lasciare, ma potrebbe essere comunque candidabile in Parlamento. Dopo l'archiviazione a marzo dell'accusa di abuso d'ufficio sul caso del suo ex socio Luca Marsico, che era stato nominato membro esterno di un Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici, ora si apre un nuovo fronte con la Procura di Milano. Ma a lato dei risvolti politici - ieri il consigliere Giacomo Cosentino parlava di «un disegno preciso, da parte di qualcuno, per provare a ribaltare il voto di milioni di cittadini Lombardi» - c'è il lavoro della magistratura che ormai tocca i gangli più importanti dell'amministrazione regionale.Secondo l'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, la fornitura di camici fu fatta per affidamento diretto senza gara e sarebbe avvenuta anche in conflitto di interessi. L'ordine sarebbe poi stato trasformato in donazione solo il 20 maggio, dopo che la trasmissione di Rai 3, Report, aveva affrontato la vicenda. Tutto ruota intorno alla figura di Andrea Dini, cognato del governatore, imprenditore varesino titolare di Dama Spa, una società che produce il marchio di abbigliamento Paul and Shark dove vanta il 10% delle azioni anche la sorella Roberta Dini, moglie di Fontana. Stando alle indagini della Procura, lo scorso 16 aprile, in piena emergenza sanitaria, la centrale acquisti lombarda Aria assegnò a Dama la fornitura di 75.000 camici e altri materiali di dispositivi di protezione, per un valore di 513.000 euro: a essere indagato è anche direttore generale di Aria, la centrale acquisti della Lombardia, Filippo Bongiovanni.Fontana si dice «certo dell'operato della Regione Lombardia che rappresento con responsabilità». Jacopo Pensa, difensore del governatore, ieri spiegava che «il “ruolo" di Fontana non esiste. Lui nel negozio giuridico non ha messo becco perché non ne era a conoscenza, l'ha saputo solo a cose fatte». E che anzi, «una volta resosi conto del conflitto di interessi venutosi a creare, si è posto il problema dell'opportunità della cosa e quindi ha fermato il pagamento» da Aria a Dama, con il contratto di vendita trasformato in donazione, dunque «casomai il suo è stato un intervento virtuoso, non malizioso». Ma i magistrati di Milano hanno in mano anche altro. Stando alle carte dell'indagine Fontana sarebbe stato informato da un suo collaboratore della fornitura. Per questo il 19 maggio, prima della donazione, avrebbe cercato di fare un bonifico di 250.000 euro da un suo conto personale per risarcire il cognato. Il problema è che lo spostamento di denaro è stato sospeso per sospetta violazione della normativa antiriciclaggio e segnalato poi alla Banca d'Italia, prima che l'11 giugno Fontana decidesse di cancellare l'operazione. I soldi arrivavano da un conto in Svizzera, dove il governatore avrebbe fatto confluire l'eredità della madre di 5 milioni e 300.000 euro che fino al 2015 era invece in due trust alle Bahamas. In Svizzera si concentra anche un'altra delle tante inchieste sulla Regione, cioè quella sulla Lombardia Film commission sulla compravendita del cineporto di Cormano. Qui a essere indagati sono i commercialisti della Lega, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, in una vicenda che ha portato la scorsa settimana la guardia di finanza a perquisire gli uffici della Regione. E proprio nei giorni scorsi la Procura ha chiesto una rogatoria nel Paese elvetico. E a questo punto, si sospetta in Procura, la richiesta potrebbe estendersi anche al caso dei camici. La valanga di inchieste giudiziarie non si ferma qui. Oltre a Cormano è ancora aperta l'inchiesta su Gianluca Savoini e il noto Russiagate. A febbraio c'è stata una richiesta di proroga delle indagini che toccano anche la regione, perché Savoini è stato per anni vicepresidente della controllata Corecom. Ci sono poi quelle che toccano i 49 milioni di euro della Lega, dove è stato indagato a Genova anche l'assessore alla Cultura, Stefano Bruno Galli. Qui i filoni di indagine sono innumerevoli, da Roma fino a Bergamo. C'è anche un'inchiesta, sempre in mano all'aggiunto Romanelli, sulla fornitura di mascherine in Regione. E poi ci sono quelle che toccano le gestioni delle Rsa durante l'emergenza coronavirus da parte della giunta e in particolare dell'assessore al Welfare, Giulio Gallera. La situazione del Pio Albergo Trivulzio, del Don Gnocchi e di molte altre case di riposo aveva portato sui tavoli dei magistrati milanesi più di 20 fascicoli per le morti da Covid 19. Ora le inchieste saranno accorpate, e non sono ancora state chiuse. Ma, considerato il trend degli ultimi mesi, non è detto che non arrivino nuove sorprese per una giunta regionale sempre più nella morsa della Procura di Milano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-toghe-assediano-il-carroccio-in-lombardia-aperte-gia-otto-inchieste-2646800024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-grane-giudiziarie-riavvicinano-forza-italia-alla-lega" data-post-id="2646800024" data-published-at="1595703745" data-use-pagination="False"> Le grane giudiziarie riavvicinano Forza Italia alla Lega Il centrodestra si schiera compatto al fianco di Attilio Fontana. Il leader della Lega, Matteo Salvini, commenta con parole dure l'inchiesta sul presidente della Lombardia: «Attilio Fontana», scrive Salvini su Twitter, «indagato perché un'azienda ha regalato migliaia di camici ai medici lombardi. Ma vi pare normale? La Lombardia, le sue istituzioni, i suoi medici, le sue aziende e i suoi morti meritano rispetto. Malagiustizia a senso unico e “alla Palamara", non se ne può più. Sono indagini», aggiunge Salvini parlando con i giornalisti, «che puzzano di vecchio. Una vergogna. Mi sembra la giustizia alla Palamara, è il primo amministratore pubblico indagato per un regalo, perchÈ parliamo di una donazione di camici agli ospedali lombardi. Fatemi dire da italiano e da lombardo che sono stufo e chiedo rispetto per i nostri medici, i nostri morti, i nostri ospedali e le nostre istituzioni. Ho totale fiducia in Attilio Fontana», argomenta il leader del Carroccio, «nei sindaci e nei medici lombardi. Appena torniamo al governo, la riforma della giustizia è una delle prime cose che abbiamo il dovere morale di fare. Altrimenti le aziende scappano da questo Paese. L'unico risultato di queste indagini è far scappare le imprese. L'ospedale di Pavia ha fatto da solo il 2% della ricerca scientifica mondiale durante il Covid. Se invece di essere ringraziati», evidenzia Salvini, «vengono indagati, il risultato è che le aziende scappano e non fanno più investimenti in Italia». Piena e incondizionata solidarietà a Fontana anche da parte di Forza Italia, che non fa mancare il suo appoggio all'alleato: «Oggi più che mai», affermano Massimiliano Salini, coordinatore di Forza Italia in Lombardia, Gianluca Comazzi, capogruppo in Regione Lombardia, e Fabrizio Sala, capo delegazione nella giunta regionale, «vogliamo esprimere il nostro sostegno ad Attilio Fontana, persona dal grande spessore morale che negli ultimi mesi ha affrontato la più grave emergenza sanitaria dal dopoguerra a oggi con coraggio e abnegazione, senza risparmiarsi un secondo. Siamo certi», aggiungono gli esponenti del partito di Silvio Berlusconi, «che il presidente Fontana uscirà da questa vicenda nel migliore dei modi. La compagine regionale di Forza Italia non gli farà mai mancare il suo appoggio. Avanti, a testa alta». «Al collega Fontana», scrive su Twitter il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «va tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà. Siamo sicuri che saprà dare una spiegazione ad ogni addebito. Forza Attilio!». «Ecco», commenta Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d'Italia, «che continua l'uso politico della giustizia. È grave non procedere subito a una riforma della giustizia che torni a dare equilibrio ai poteri dello Stato. I processi vanno fatti nelle aule di tribunale e non in prima pagina sui giornali. La mia piena solidarietà va a Fontana, governatore della Regione Lombardia». All'attacco le opposizioni: «Il governatore della Lombardia Fontana», scrive su Twitter la vicepresidente del Senato, Paola Taverna, del M5s, «ufficialmente indagato per la vicenda camici, non dovrà rispondere solo alla magistratura, ma a tutti coloro che nei momenti più tragici hanno dato l'anima al solo scopo di salvare vite umane». «Fontana chiarisca», afferma il capogruppo del Pd alla Regione Lombardia, Fabio Pizzul, «venga prima possibile a riferire in Consiglio regionale, come gli abbiamo chiesto ormai quasi due mesi fa, perché ne va della credibilità del presidente della Regione Lombardia e dell'istituzione stessa».
La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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